L’Aquila, cinque registi tra le macerie per ricostruire il Conservatorio

di Romano Maria Levante

Abbiamo seguito per voi la manifestazione di mercoledì 6 maggio al Teatro Capranica di Roma.


Una sala di mille posti gremita al di là delle aspettative, come ha detto Corrado Augias nella presentazione, sessantacinque sindaci romani presenti alla manifestazione organizzata dal quotidiano “Repubblica” e dalla provincia di Roma, un parterre di attori famosi, giornalisti, pubblico.

Tutto “per non dimenticare” e lanciare le basi della ricostruzione di un’istituzione benemerita sul fronte della cultura musicale, il Conservatorio che ne è la punta di diamante.

Il presidente della provincia di L’Aquila, Stefania Pezzopane chiamata da Augias sul palcoscenico, non è stata tenera parlando di “fuochi artificiali” ai quali non seguono ancora atti concludenti adeguati; dopo un mese ci sono ancora migliaia di attendati, i ritardi sono evidenti. Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, ha detto che si sono uniti all’iniziativa “per non dimenticare ed essere coerenti”, nella convinzione che è necessario superare presto l’emergenza e “far rivivere il territorio nel suo tessuto civile e sociale”, del quale la ricostruzione del Conservatorio “A. Casella” rappresenta un aspetto particolarmente significativo.

Ma non si è trattato di una passerella di personalità. Dopo i due presidenti delle province di L’Aquila e Roma, Augias ha introdotto il direttore di “Repubblica” Ezio Mauro che ha raccontato come è nata l’iniziativa. C’è stata l’immediata mobilitazione degli inviati giunti per primi nelle località colpite all’insegna dell’“andare, guardare, cercare di capire e raccontare”, dove il “cercare di capire” va inteso a 360 gradi, responsabilità comprese. Ai loro occhi sono apparse subito case sventrate, per metà distrutte e per metà rimaste in piedi rivelando il loro contenuto di quotidianità, è stato un impietoso anche se inevitabile guardare dentro le vite altrui. Poi ha parlato di quello che ha funzionato, il pronto intervento della Protezione civile, la presenza dello Stato, l’impegno del governo; e ha aggiunto che diverse cose non hanno funzionato, si può e si deve fare di più. Nessuna polemica, comunque, Mauro ha presentato l’iniziativa, che è stata di aggiungere al racconto giornalistico una visione artistica: “cinque registi tra le macerie” con la loro “capacità di guardare e cogliere il senso delle cose viste” raccontandole in un cortometraggio. Poi è venuta l’idea di collegare il tutto all’iniziativa di solidarietà per ricostruire il Conservatorio “A. Casella” a L’Aquila.

Dopo un applauso corale al personale della Protezione civile, ai Vigili del fuoco e ai volontari per l’impegno e l’abnegazione profusi, Augias può dare inizio allo spettacolo, perché tale è stato, curato da un noto regista, Piero Maccarinelli, con la tensione ideale che le circostanze comportano.

I cinque filmati sono stati preceduti ciascuno da un breve scambio di parole dell’autore con Augias, e seguiti dalla lettura da parte di personaggi dello spettacolo di brani dei “reportage” ad essi collegati.

Il racconto dei cinque registi

Si inizia con Paolo Sorrentino, è lui a ringraziare rispondendo ad Augias: “Noi cercavamo un modo per renderci utili, voi ce l’avete consentito”. E’ stato come se “un’infrastruttura civile” fosse scesa in campo. Il suo cortometraggio si intitola “L’assegnazione delle tende”. La prima immagine è di una lunga strada deserta, con edifici ai lati che sembrano intatti, poi un’altra strada, una piazzetta deserta, quel silenzio spettrale che è stato detto essere la cosa che ha colpito di più al primo contatto con i luoghi del disastro. A questo punto nel filmato il silenzio è rotto da rumori sinistri: un elicottero, delle ruspe, dell’acqua tumultuosa. Quindi ancora macerie, vigili al lavoro, secchi avvertimenti. Le immagini delle rovine si susseguono, è un panorama di distruzione come dopo un bombardamento. A un certo punto una voce insistente scandisce dei nomi, alcuni di intere famiglie, seguiti dall’ossessiva ripetizione: “Non sono state assegnate”. Nelle catastrofi c’è anche questo, una parte quasi burocratica, fatta di disposizioni, di annunci, di elenchi. Ma questa volta è diverso, lo si vede chiaramente quando si passa dalle macerie alle tende, dove un pannello con un assemblaggio di fotografie di persone scomparse dà la triste chiave interpretativa della litania che percorre l’intero cortometraggio. Si capisce perché, purtroppo, all’interminabile elenco di nomi le tende “non sono state assegnate”.

Segue il lavoro di Michele Placido con la collaborazione di Antonello Caporale, “Le mani di Osmai”. Volti pensosi e rudi di lavoratori, un viso delicato di ragazza, poi Placido parla con loro. E’ una comunità macedone molto unita, come dice il primo, si è prodigata nel salvataggio. Il regista, con chioma e barba bianca, rivela che il nonno e lo zio sono emigrati, poi hanno chiamato gli altri. “Per noi è uguale”, rispondono. Ma è Osmai il protagonista, mentre scorrono immagini di macerie racconta di aver estratto dalla casa distrutta la moglie e una figlia vive, ma non è riuscito a salvare la figlia più piccola al piano di sopra. L’ha recuperata senza vita ma non si è fermato a piangere sul suo corpo, ha continuato a scavare a mani nude, era l’unico che lo potesse fare perché il più forte. Ora ha mani e piedi massacrati, avvolti da grossi bendaggi, ma ha salvato undici persone. “Questa è la nostra terra, dice, qui stiamo benissimo, siamo paesani, ci hanno dato tutti di tutto. Non ci scordiamo l’accoglienza di questa gente” e scoppia a piangere. Una donna aquilana lo abbraccia, e parla dell’accoglienza che è stata doverosa per gente che lo meritava, e lo ha dimostrato ancora. Avrà ora il problema di riportare la figlia morta in Macedonia, ma tornerà, sente questa terra come la sua terra, e così la colonia di macedoni che è con lui. Non si dimenticano facilmente quei visi segnati da un dolore che è anche il loro dolore.

Mimmo Calopresti ha firmato “Perfect day”, dal titolo della canzone di Nicola Piovani che ne è la colonna sonora. Si sarebbe potuto intitolare come il famoso film “Le vite degli altri”, qui non le mette a nudo la “Stasi” della Germania Est, ma una violenza ben più spietata, quella del sisma che ha squarciato le case, come aveva detto Ezio Mauro, distruggendole per metà e aprendo il resto alla vista di tutti. Inizia con il recupero di povere cose, vestiti e altro, infilate nelle automobili, portate nei sacchetti in un andirivieni con i vigili del fuoco e gli uomini della Protezione civile onnipresenti. “In quei momenti prendi cose inutili che non servono a niente” dice un giovane. La macchina da presa percorre le case squarciate, si sofferma sui comò semiaperti e i soprammobili, i televisori rotti e le sedie con damasco, gli specchi e le suppellettili; non c’è un clima gozzaniano, purtroppo, ma un inventario di intimità violata, non dall’operatore, ma dalla crudeltà del sisma. Un graffito rosso su un muro, con “Non mi arrendo. Ti amo”, mostra un’intimità gridata quanto l’altra era riposta e privata. Poi il viso sereno di un’anziana signora che riesce a dire “Siamo nella disperazione” con un amaro sorriso. Grande dignità, come nella ragazza che esclama: “Abbiamo provato terrore, stavamo dormendo, siamo fuggiti, ora siamo felici perché siamo qui, purtroppo c’è gente che non lo può raccontare”. Prima è passato due volte un gatto nero, ora in questi due volti si accende un raggio di speranza.

“Nonostante tutto è Pasqua” di Ferzan Ozpetek, è “dedicato ad Alessandra Cora, Capri 8-1-86, L’Aquila 12.4.2009”, preceduto dalla scritta “ad Alessandra… per sempre”, è la ragazza con le cuffie che canta su una musica molto ritmata, colonna sonora e visiva del cortometraggio le cui immagini si susseguono incalzanti al ritmo accelerato della canzone. Il regista dice di aver trovato Alessandra in Internet, su “you tube”, non altro. Inizia il filmato, prima in bianco e nero con le immagini capovolte, scosse dal sisma; poi si aprono al colore, è un susseguirsi così frenetico di macerie che sembrano fotogrammi, quasi istantanee dopo un bombardamento, poi carrellate su esterni e interni, sulle povere cose private che il sisma ha reso pubbliche con una violenza nella violenza. C’è anche un crocifisso che sembra guardare tanta desolazione, quasi una crocifissione corale. A questo punto le immagini dei palazzi tremano e con loro anche quella della giovane cantante, sovrapposta quasi in dissolvenza, travolta anch’essa. Infine la tendopoli, come se tornasse la quiete dopo la tempesta; e la vita torna nel modo più eclatante, un gigantesco uovo di Pasqua di cioccolato con su scritto a grandi caratteri “Nonostante tutto è Pasqua”. Le macerie portate al diapason, poi il Crocifisso: questa Pasqua non è la festa tradizionale, è la Resurrezione dalle macerie di una terra martoriata.

L’ultimo cortometraggio è sulle “Donne di San Gregorio” di Francesca Comencini. Un racconto sereno, anch’esso inframmezzato di immagini delle macerie, ma dominato dalle figure di sei donne intervistate, che ha reso l’atmosfera perché due di loro hanno interrotto il racconto per dire “Oddio, che scossa, l’avete sentita?”, l’altra “C’è stata, l’ho sentita” e per un po’ la paura è tornata nei loro visi. Ma per poco, i racconti sono proseguiti pacati e sereni con un denominatore comune, l’amore per la propria terra vista nei suoi elementi fondamentali: “La chiesa, la piazza, il bar, gli alimentari, sono la nostra vita; un paese diverso non sarebbe più il nostro paese”; e ancora “La piazza con la chiesa nello stesso posto, il bar vicino”. E’ un amore che ha portato il padre del marito, tornato dall’America, a mettere tutti i risparmi nell’acquisto di una campana donata alla chiesa, ora è a terra spezzata; un amore che fa lavorare da commessa la giovane geologa per restare nel suo paese; e ugualmente per restarvi fa lavorare come cameriera, sacrificando anni di studio, la ragazza che ha fatto la tesi su un manoscritto della chiesa di S. Maria in Paganica, scelto come opera preziosa del proprio territorio. E’ un amore che ha fatto ritornare una paesana, trasferita a Milano da dieci anni, perché “non ho voluto lasciarli soli, sono cresciuta con loro, come potevo restare lontana?”.

La conclusione, con l’appello di Nicola Piovani

I cortometraggi dei “cinque registi tra le macerie” sono stati seguiti ciascuno dalla lettura del testo del relativo reportage mentre sullo schermo scorreva un “loop” di immagini scelte. Così Piera degli Esposti ha letto il testo che accompagna il film di Sorrentino, Fabrizio Gifuni quello del film di Placido, Giorgio Pasotti quello di Calopresti, Valeria Golino di Ozpetek, Margherita Buy della Comencini. Ci sembrerebbe riduttivo chiamarli “reading”, è stato un vero oratorio, momenti ispirati per i toni intensi di queste letture, un concerto di parole dopo quello di immagini.

Crediamo di non dover aggiungere altro alla nostra cronaca se non due notazioni. La prima è che in due interviste nei filmati troviamo la percezione dell’imminenza di una scossa più forte delle altre: una ragazza dice che dormiva vestita tenendo a portata di mano “il giubbotto, le medicine, il cellulare, la tessera per gli sci e la piscina, e le scarpe posizionate” in modo da poter fuggire prontamente; due giovani dicono che tenevano “a portata di mano il violino e il violoncello”, pronti a mettere in salvo con la propria vita i loro preziosi strumenti.

La seconda notazione, al di là di tante analisi sociologiche, viene dalle “donne di San Gregorio” e riguarda l’attaccamento alla propria terra. Già ne abbiamo dato conto, ma c’è dell’altro: “Siamo abruzzesi, l’abbiamo sempre fatto, abbiamo lavorato i campi e dai campi siamo riusciti a fare quello che vedete, che c’era, anche se non c’è più”; per dire che ci si riuscirà ancora, perché “il paese, l’Aquila, l’Abruzzo è tutto”. E ancora, dalla donna partita e ritornata per stare vicina ai paesani: “Il nostro popolo è duro, forte e gentile, tutto questo non ci sarà più, ma lo rifaremo di nuovo più bello, ritorneremo quello che eravamo, ne sono quasi certa, anzi ne sono sicura”.

Ed ora il clou di Nicola Piovani, non perché ha suonato al pianoforte, gli sarebbe stato messo a disposizione ma ha preferito di no, e vedremo perché. Ha parlato dell’importanza della musica, ha detto di essere rimasto sorpreso leggendo che, a parte l’emergenza e le necessità vitali, “il resto è poesia” nel senso che si può trascurare se non ignorare. Si è ribellato a questo, anche la musica è poesia e in nome della musica e della poesia ha chiesto l’impegno solidale alla ricostruzione di quanto fa parte della cultura di un popolo. Nello specifico l’oggetto, anzi il soggetto della manifestazione è il Conservatorio “A Casella” di L’Aquila, da ricostruire con il contributo di tutti.

Ha ricordato i due giovani che, temendo venisse il terremoto, si erano preparati a fuggire tenendo in vista il violino e il violoncello, come le cose più preziose da salvare. Ebbene, ha concluso, “dobbiamo permettere a questi giovani di tornare nel loro Conservatorio, per questo lo dobbiamo ricostruire. E nel giorno dell’inaugurazione io sarò là, con il mio pianoforte, e suonerò con loro e con gli studenti e i docenti. Per questo motivo non suonerò questa sera”.

Migliore conclusione non poteva esserci, all’insegna della musica e della poesia, della ricostruzione e della rinascita. Il conto al quale trasmettere il bonifico bancario per i contributi alla ricostruzione del Conservatorio ha campeggiato nei titoli dei cinque cortometraggi, Piovani e Augias lo hanno riproposto nella conclusione: ecco il codice Iban: IT 37E 03002 03379 000401059955.
Anche noi pensiamo che il modo migliore di chiudere questo resoconto sia di esortare i nostri lettori perché si uniscano allo sforzo solidale di tante donne ed uomini dello spettacolo e della cultura. Abruzzocultura, che è stato ed è in prima linea sulla frontiera del terremoto, è con loro.

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