Ceramica, 1. Il bianco a tavola nella “compendiaria” di Faenza, ai Musei Capitolini

di Romano Maria Levante

In mostra ai Musei Capitolini, dal 20 ottobre al 16 gennaio 2011, la ceramica compendiaria di Faenza e Trentino, Lazio e Campania, Toscana, Umbria e Marche, Castelli in Abruzzo fino alla Puglia. E’ uno stile che all’istoriato sostituisce le “maioliche ‘bianche e polite’” ispirate all’argento: scarsi ornamenti, innova lo stile e la produzione, che diviene di serie con gli stampi e non con più i torni.

 “Ma chi ha detto che il bianco è assenza. Bianco è tutti i colori insieme, bianco è la voglia di riempire, bianco è il momento dell’ispirazione. E’ questo il ‘bianco’ a tavola. La maiolica italiana tra 1500 e 1600, offre qualche spunto di riflessione. Quasi una premessa”. Così inizia la presentazione di Umberto Broccoli, soprintendente ai Beni Culturali di Roma Capitale. Non poteva non stimolarci nel ricordo della risposta di Renato Zero allorché lo intervistammo per “Nuova Dimensione” che dirigevamo, nel novembre 1994: “Zero è l’infinito, l’eterno, l’essere e il nulla; il passato che esiste solo nella nostra memoria; il presente che si distrugge nell’attimo stesso in cui si realizza, il futuro che non è ancora, Zero è l’infinitamente grande e piccolo, , l’universo, l’atomo. Nessun sistema scientifico, matematico, filosofico esisterebbe senza questa non-entità: Zero!”.

Broccoli prosegue: “La ceramica è un altro materiale fondamentale per la vita quotidiana di secoli e secoli fa. Meno nobile del vetro, ma certamente più diffusa, la ceramica è onnipresente negli scavi archeologici. Ovunque c’è stata vita dell’uomo, si trovano i cocci, gli scarti gettati via dai nostri antenati che oggi ci permettono di ricostruirne il modo di vivere. Nel vetro prima si scalda con il fuoco e poi si dà la forma, nella ceramica prima si crea la forma e poi la si cuoce al fuoco”.

La rivoluzione della ceramica compendiaria nel XVI secolo

E’ la ceramica compendiaria che siamo venuti a visitare ai Musei Capitolini. Ne parla il curatore della mostra, Vincenzo De Pompeis alla presentazione il 20 ottobre 2010, ricordando la citazione del Garzoni del 1588 che definiva “bianchi” le maioliche “bianche e polite” prodotte con un procedimento innovativo così spiegato: “La loro caratteristica superficie bianca, corposa e coprente per via dell’uso di uno smalto più spesso e più bianco rispetto al passato, permetteva di coprire il ‘biscotto’, conferendo alla maiolica brillantezza, luminosità e un maggior senso di pulizia e di igiene”. Nella composizione chimica c’è una diversa presenza di sali potassici che dà maggiore opacità, mentre il doppio spessore dà maggiore bianchezza. Lo smalto bianco e spesso rivestiva il “biscotto” di terracotta uscito dal forno con un effetto di brillantezza e luminosità e anche di affidabilità e pulizia.

Al posto delle ceramiche istoriate dai colori vistosi, ecco maioliche dalla superficie bianca con modesti ornamenti pastello, celeste, giallo, e ocra, ispirati a stemmi o figure mitologiche o floreali. Due tipologie, una di uso comune, per classi agiate, l’altra per esposizione. C’era ostentazione nei banchetti, sono pervenuti servizi con oltre 170 pezzi numerati; se ne diffuse l’uso nelle corti europee, come in quella di Alberto di Baviera, esposti anche in grandi credenze di legno intagliato.

La rinuncia alla vistosità di colori ed ornamenti, prosegue De Pompeis, veniva compensata dal “maggior movimento delle forme, che si arricchivano di ornamenti plastici e assumevano un maggiore risalto rispetto al passato”. Una rivoluzione, quindi, sia nella semplificazione del disegno e nell’attenuazione del colore che tuttavia, essendo isolato sulla superficie bianca prevalente, attirava comunque l’attenzione; sia nelle forme, a quelle comuni si aggiungono “forme opulente e dinamiche, spesso derivate da stampi e ispirate a modelli in metallo e in vetro, che erano ispirate dal Manierismo”. L’introduzione e il maggiore ricorso agli stampi in sostituzione del tornio portava un’altra rivoluzione, questa volta non stilistica e artistica ma produttiva: nasce la produzione di serie per soddisfare la forte domanda di servizi da tavola che si è detto superare spesso i cento pezzi.

A tale aspetto si è riferito l’assessore alla Cultura di Roma Capitale Umberto Croppi ricordando l’importanza di dare visibilità a forme d’arte trascurate, come nella Crypta Balbi; e ha sottolineato come la compendiaria confermi ulteriormente la capacità italiana di innovare nello stile e nelle tecniche produttive fino alle produzioni seriali. E’ ancora oggi questa la forza del “made in Italy”, che riesce a mobilitare veri talenti anche nell’artigianato oltre che nell’arte. La sede dei Musei Capitolini fa aggiungere all’assessore come sia importante realizzare mostre come questa in sedi prestigiose con straordinarie collezioni permanenti che accrescono così la propria visibilità .

Tornando alla compendiaria, rivoluzionaria fu Faenza, dove avvenne la svolta nella metà del 1500, tanto che con il termine “faience” si è identificata l’intera maiolica perché i suoi “bianchi” ebbero grande diffusione all’estero e fecero conoscere l’intera produzione italiana. La consacrazione viene dalle parole di Pier Maria Cavina che nel 1675 scrisse: “La bellezza più singolare nella nostra Maiolica è la bianchezza colla quale ha emulato il candore dell’argento, e superatolo di pulitezza e per questo capo si rese stimabile fra li vasi degl’altri paesi che in molte parti d’Europa la Maiolica viene nominata Faenza”. Durò fino alla metà del 1600, poi tornarono disegni diffusi e colori forti.

Non abbiamo spiegato ancora il termine “compendiaria”, che risponde al vezzo di complicare le cose semplici, e bene ha fatto la mostra a intitolarsi ai “bianchi a tavola” usando il linguaggio del pubblico e non quello degli addetti ai lavori, sebbene non si possa ignorare la definizione tecnica.

Lo ha rilevato Broccoli mettendo in guardia dall’usare in linguaggio specialistico, tale è il termine suddetto, “la semplificazione del linguaggio fa bene anche alla maiolica”; del resto è sempre stata per l’uso quotidiano, anche l’uso di appendere i piatti al muro per ornamento è molto antico, come mostrano i buchi esistenti nella parte esterna del piatto. Queste parole di un archeologo come lui sono confortanti, perchè il termine è preso dal linguaggio usato dagli archeologi per definire un tipo di pittura romana di età imperiale: con rapide pennellate e figure stilizzate appena abbozzate; ma ha l’imprimatur di uno studioso di fine ‘800, Gaetano Ballardini, che lo introdusse facendolo entrare nell’uso. Viene dalla parola “compendio”, contenuto riassunto in modo sintetico e senza fronzoli.

Dei fronzoli, tuttavia, la compendiaria può averne, sono ad esempio le “crespine” intorno a certi piatti o nel fondo, oltre alle forme che possono essere movimentate e non essenziali, anche per la derivazione di cui si è detto riferita a stampi di altri materiali; ma, ribadisce De Pompeis, “i decori, viceversa, erano molto più riassuntivi, sobri e stilizzati di quelli rinascimentali”.

La visita alla mostra, cominciando dalle statue e dal timpano dei Musei Capitolini

Avendo nella mente le parole di Croppi attraversiamo i Musei Capitolini, con la raccolta straordinaria di opere d’arte distribuite nei piani dei due palazzi, il Clementino e il Palazzo Nuovo, che fanno corona al Palazzo Senatorio sul terzo lato di piazza del Campidoglio di fronte alla monumentale scalinata all’aperto al lato della chiesa dell’Ara Coeli. Non parliamo dell’Esedra con Marc’Aurelio e tante altre statue e reperti, c’è anche una porzione di mura, ora ospita la mostra del “Musico” di Leonardo per l’iniziativa di “Metamorfosi” e della Biblioteca Ambrosiana che detiene il capolavoro. Accenniamo solo a ciò che ci colpisce nel nostro percorso verso la mostra.

Tutto un lato del cortile quadrato di Palazzo Clementino reca i grossi frammenti della Statua colossale di Costantino, dalla testa agli arti, 312-315 dopo Cristo, dalla Basilica di Massenzio. Nel lato di fronte grandi lastre con fregi di armi, nel lato intermedio due statue colossali del Dace Prigioniero del II secolo dopo Cristo fanno corona alla Statua colossale di Roma seduta di età adrianea, 117-138 dopo Cristo. Saliamo al secondo piano per una stretta scalinata, quella ampia e di rappresentanza si percorre all’uscita; attraversiamo la Sala S. Pietro, c’è una statua deliziosa, “Eros dormiente” di età imperiale, e un grande arazzo del 1660 con Clorinda e Tancredi; poi un lungo corridoio con tre busti romani e la ricostruzione del grande timpano di un tempio della metà del II secolo avanti Cristo che raffigura una scena di sacrifici in presenza di Marte con due divinità femminili, 7 statue di terracotta acefale meno una che rappresenta una dea di fattura molto raffinata.

Con il colore rosato della terracotta negli occhi, entriamo a far conoscenza di un materiale ben diverso, trasformato in bianco con lo smalto, nella penombra della mostra dove le ceramiche esposte nelle vetrine sono in bell’evidenza, illuminate come con l’occhio di bue sulla scena.

La presentazione – di cui si è dato un rapido resoconto – trova l’inatteso coronamento nella visita guidata dal curatore De Pompeis, che ha compensato con la sua disponibilità personale l’insensibilità dimostrata dell’organizzazione per le esigenze dell’approfondimento culturale;

Non deve essere stata semplice la selezione, il curatore dice subito che si è tenuto conto “della valenza storica ed artistica dell’oggetto, della sua unicità dal punto di vista morfologico e decorativo, nonché delle peculiarità stilistiche caratteristiche delle singole produzioni locali”. E questo per i più importanti centri di produzione localizzati nella varie regioni, nel ‘500 in Italia centrale, nel ‘600 anche a nord, in particolare Trentino-Tirolo e a sud, in Campania e Puglia.

Faenza, dove è nata la ceramica compendiaria

La mostra riporta all’origine della ceramica compendiaria, la prima sala è dedicata a Faenza. A questa cittàè intitolata anche una sala della mostra romana dell’artista contemporaneo Echaurren presso la Fondazione Roma Museo, al Palazzo Cipolla al Corso, fino al 13 marzo 2011: grandi piatti e altre forme molto vistose fino al monumentale rinoceronte con obelisco, quasi ceramico, sul blu.

Nel “bianco a tavola” invece l’opposto: una sfilata di piatti con fondo bianco e oggetti da mensa o simili, ma anche forme sontuose e bizzarre di ispirazioni manieristiche. Per introdurla, intanto, riportiamo le parole scritte da Giorgio Vasari nel 1550: “Ancorché di siffatti vasi e pitture si lavori in tutta Italia, le migliori terre e più belle sono quelle di Castel Durante e di Faenza che per lo più le migliori sono bianchissime e con poche pitture e quelle del mezzo o intorno ma vaghe e gentili affatto”. Meglio non si potevano riassumere caratteri e diffusione della rivoluzione compendiaria. Elementi di dettaglio li dà una testimonianza d’epoca, Cipriano Dicolpasso nel 1548: “Il bianco ferrarese si dipinge con nero e azzurro; con la nera si tirano gli contorni e con l’azzurro si ombra con il zafferano e con il zallo e non altro”.

Nello stile istoriato le scene mitologiche o storiche occupavano l’intero piatto con toni vivaci, mentre dei rinfrescatoi hanno solo lo stemma. De Pompeis sottolinea i riflessi di acqua ghiacciata, indica le anse ispirate a modelli di altri materiali, “un dialogo tra la ceramica e il vetro-metallo”. Vediamo una grande coppa per frutta, con motivi a ricami e figure stilizzate dai colori tenui..

Esposti in una teca un vaso cilindrico, albarello con la storia di Muzio Scevola, eun’anfora, con Mosè che riceve le tavole della legge; poi, su una lunga tavola apparecchiata, 8 piatti e una grande coppa con una fanciulla che porta un canestro; nei piatti uno stemma o figure come il faraone che chiama Mosè, battaglie e una Natività. Si nota anche un rinfrescatoio con stemma, saliere e alzate anche con piede e tazze, versatoi e brocche sempre con figure appena delineate, dai contorni delicati. De Pompeis la definisce “la tavolozza languida”; diversa dai colori più forti di Castelli. Tra i piatti notiamo l’esemplare numero 172 di un grande servizio, l’uso era per nozze principesche con centinaia di pezzi nei tavoli, lo raccontano i commentatori dell’epoca che avevano partecipato ai grandi pranzi. Notiamo lo stemma d’Este, con quello di Alfonso II d’Ungheria.

Come nei fuochi d’artificio il botto finale dell’esposizione faentina è il “Pellicano”, una piccola-deliziosa statua in ceramica forse di significato religioso come simbolo di carità: si becca il petto per alimentare i piccoli che sono ai suoi piedi.

Un pannello riproduce l’“Apparecchio generale”, un composizione di Christofer Messisburgo di taglio scenografico: dà l’idea delle grandi credenze dove venivano esposti in gran numero i pezzi dei servizi per destare stupore e consentire di effettuare rapidi assaggi prima di andare a tavola; addirittura è disegnata una scalinata per accedervi, tanto la credenza era monumentale.

Questo pannello conclude la prima parte della visita, quella al “bianco di Faenza”; ne troveremo i riflessi nel “bianco” di altre regioni, tributarie della patria del “compendiario”. Le vedremo presto.