Pasolini, 2. Altri 14 artisti per 7 sue poesie, al Palazzo Incontro

di Romano Maria Levante

Si conclude la nostra visita alla mostra  “PPP. Una Polemica inversa. Omaggio a Pier Paolo Pasolini” al Palazzo Incontro di Roma dal 30 ottobre al 23 dicembre 2012,promossa dalla Provincia di Roma su progetto di “Teorema”, in collaborazione con “Civita”, con le opere di 22 artisti contemporanei ispirate ad 11 poesie di Pasolini esposte anch’esse al loro fianco . In precedenza abbiamo esposto le motivazioni della mostra presentata da Nicola Zingaretti con i realizzatori Gianni Borgna, Achille Bonito Oliva e Flavio Alivernini curatore anche del Catalogo.

L’opera di Veronica Botticelli  

Da “La religione del mio tempo” a “Marilyn”

Abbiamo già  descritto i primi 4 abbinamenti tra poesie e interpretazioni di una coppia di artisti ciascuna: il primo da “Le ceneri di Gramsci”, gli altri 3 da “La religione del mio tempo”, 1959-60, con 8 artisti impegnati a tradurre in immagini visive le espressioni poetiche dai forti contenuti.

Passiamo agli altri 7 abbinamenti, iniziando con  “Alla mia nazione” ,tratta  ancora da “La religione del mio tempo”, “Nuovi epigrammi”. Contiene un’altra aspra invettiva, dopo quella “A un papa” di cui abbiamo detto in precedenza. La nazione viene definita in termini severi, terra di “milioni di piccoli borghesi come milioni di porci”, i cui esponenti, dai governanti agli impiegati, dagli agrari ai prefetti, ai funzionari, sono “affamati, corrotti”. Per questo “proprio perché sei esistita, ora non esisti, proprio perché fosti cosciente, sei incosciente”.  E in quanto “colpa di ogni male”, da nazione cattolica, ecco l’invettiva: “Sprofonda in questo bel tuo mare, libera il mondo”.

Gianni Dessì, in “Lucciola” ne dà un’interpretazione enigmatica, una scultura in ceramica scura con due mani annodate che però non pregano, si stringono ma lasciano un varco, buono per la lucciola. Il “Campionario” di Elena Nonnis esprime la molteplicità dei soggetti evocati dalla poesia con 20 ritratti a penna e in filo nero su tela di lino, una scacchiera di tipi umani di ogni età e condizione.

Il “Frammento alla morte”, dalle “Poesie incivili”, del 1960,  è un’invocazione “vengo da te e torno a te” in cui ripercorre la sua vita “battezzato quando il vagito era gioia”, in un accavallarsi di sentimenti: “Ho camminato alla luce della storia, ma, sempre, il mio essere fu eroico, sotto il tuo dominio, intimo pensiero”. Le sue contraddizioni:  “La furia della confusione, prima, poi la furia della chiarezza; era da te che nasceva, ipocrita, oscuro sentimento!”. Con la morte che dà forza all’esistenza: “Tu mi isoli, mi dai la certezza della vita”.  Fino alla reazione alla nevrosi che “mi ramifica accanto, l’esaurimento mi inaridisce , ma non mi ha: al mio fianco ride l’ultima luce di gioventù”. E dopo tanto vissuto l’esclamazione finale: “Africa! Unica mia alternativa…”.

La seggiola dalla spalliera con la scritta “1922-1975”,di Veronica Botticelli è più di un epitaffio: la sedia è fragile per la sua esistenza precaria ma è da regista perché la sua opera ha lasciato il segno, è vuota per la perdita incolmabile. In “Senza titolo” di Nunzio, due corpi neri lignei sovrapposti sfalsati mostrano gli opposti confluiti nella sua poesia, che hanno però un sottile punto di incontro.

Resta la morte con “Marilyn”, del 1962,  la poesia è un inno accorato alla bellezza, di una “sorellina minore”  restata bambina: “Fra te e la tua bellezza posseduta dal potere si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente”. E si approfittò delle sue debolezze: “Impudica per passività, indecente per obbedienza. L’obbedienza richiede molte lacrime inghiottite. Il darsi agli altri”.  Per questo “sparì, come una bianca ombra d’oro”, un “pulviscolo d’oro”. E “la tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico, richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente, divenne così un male” . Ma  “sei tu la prima oltre le porte del mondo abbandonato al suo destino di morte”

Franco Gulino in “Pasolini”  interpreta la Marilyn del poeta così ricca di significati con una figura inquietante, un  corpo femminile dalle lunghe gambe inguainate esibito senz’anima né sesso, il belletto sul viso pasoliniano angosciato dà all’immagine un tono grottesco fra il trans e il clown triste.  Di Laura Canali “Alle radici dell’essenza”, una composizione di forme e colori mossa e vivace, che vorrebbe rendere il fluire dei moti dell’anima,  in una brillante  astrazione pittorica..

L’opera di Giosetta Fioroni

Da “Poesia in forma di rosa” a  “Transumar e organizzar”

In “Poesia in forma di rosa. La realtà” è contenuta  “Supplica a mia madre”, un’invocazione struggente in un rapporto assoluto, esclusivo: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore”. E aggiunge: “Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”.  Insiste sulla forza di questo “impegno immenso”, che era “l’unico modo per sentire la vita” fino a quando questo è finito, con “la confusione di una vita rimasta fuori dalla ragione”.  Per questo ” è dannata alla solitudine la vita che mi hai data”.

“Gloria”  di Enzo Dubini rende questo sentimento esclusivo con nove elmetti militari sui quali sono delineati in pittura acrilica i contorni prenatali trasformando il simbolo della guerra in un sacco marsupiale protettivo. Giosetta Fioroni intitola con il verso del poeta “E’ dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia” una scultura nera con una parte inferiore squadrata e una parte superiore informe e delle mani dorate che ne escono assicurando un approdo  e un contatto rassicuranti.

“La Guinea” è tratta dalla stessa raccolta, inizia con un omaggio alla poesia, “alle volte è dentro di noi qualcosa  di buio in cui si fa luminosa la vita”; diventa una visione onirica di ambienti esotici colorati con una negritudine che ha i caratteri della bellezza, poi il pensiero va al proprio mondo perduto,  la Grecia, Roma e “i piccoli centri immortali”, rispetto a “questo popolo ormai dissociato da secoli”  verso cui “la mia ingenua rabbia non è competitrice”.

Fino al risveglio in terra italiana con i prati  bianchi e i “ruderi consumati da rustiche piogge e liturgici soli”, che lo fa esclamare: “La Negritudine è in questi prati bianchi, tra i covoni dei mezzadri, nella solitudine delle piazzette, nel patrimonio dei grandi stili – della nostra storia”.  E splende anche il sole: “Un sole che morendo ritira la sua luce, certa allusione a un finito amore”.

Questo messaggio così intenso non arriva al destinatario, circostanza su cui  fa leva Giuseppe Pietroniro  interpretandolo come “Un messaggio mai recapitato”:  una busta con la parte trasparente dell’indirizzo dalla quale si intravede un contenuto affastellato di falci di luna e simulacri di vita, imprigionato nella lettera che a sua volta è chiusa nella cornice, in una doppia compressione. Mentre Nino Giammarco prende come titolo il verso “Io muoio, ed anche questo mi nuoce” in cui c’è la reazione all’indifferenza e all’insensibilità del nostro popolo anche di fronte alle tragedie, e lo declina in un un‘opera in ferro saldato a forma di tempio violentemente scoperchiato per liberarsi dalle false protezioni, superare stereotipi e tabù e liberarsi dal fardello di un passato ingombrante.

“La poesia della tradizione”  fa parte di “Transumar e organizzar”, in particolare dei “Poemi zoppicanti”.  Si rivolge alla “generazione sfortunata”  e alle sue illusioni rivoluzionarie in un mondo che chiedeva “ai suoi nuovi figli di aiutarlo a contraddirsi per continuare”: un  mondo “rinnovato attraverso le sue reazioni e repressioni, ma soprattutto attraverso voi che vi siete ribellati proprio come esso voleva”. Portando il giovane alla maturità e alla vecchiaia “senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere e che non si gode senza ansia e umiltà”; con la disillusione “di aver servito il  mondo contro cui ‘portavi avanti la lotta’”. E dopo un’amara riflessione sull’autorità paterna, “oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano una meravigliosa vittoria che non esisteva!”.

“Il corvo” di Mauro Di Silvestro  incarna  le disillusioni per i simboli e gli ideali marxisti nel nero volatile di “Uccellacci e uccellini”, al centro di una tavola dipinta a scacchiera con cubi dalle facce nere, rosse e beige mentre una falce e martello capovolta visualizza la crisi dell’ideologia comunista e una scritta identifica il corvo nell’intellettuale di sinistra e rimanda alla morte di Togliatti.  Assenza di colore nella superficie bianca con testa in rilievo in “Conversazione” di Oliviero Rainaldi: è la perdita di valori, identità e possibilità di comunicare della “generazione sfortunata”, attraverso un calco facciale senza fisionomia, staccato dal corpo; quindi un intellettualismo sterile e impotente, senza gambe per  far camminare le idee, quasi un’impersonale maschera di attore.

Della stessa raccolta “Transumar e organizzar”, libro secondo “Charta (sporca)”,  abbiamo l’ultima poesia proposta agli artisti, “Versi del testamento”, una straordinaria riflessione fortemente autobiografica sulla solitudine, che porta agli incontri effimeri e illusori e anche alla solidarietà..

 “Bisogna essere forti per amare la solitudine”, perché spinge a girare senza sosta alla ricerca di un qualcosa che possa alleviarla. Non bastano i fugaci incontri, anche amorosi, “non sono che momenti della solitudine” e  la accentuano: “Chi poi se ne va  si porta dietro una giovinezza enormemente giovane; e in questo è disumano perché non lascia tracce”. Tanto più numerosi gli incontri quanto più si resta soli: “La solitudine è ancora più grande se una folla intera attende il suo turno”. Nel giovane “è il mondo che così arriva con lui, appare e scompare, come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose”.  E al termine  un pensiero filosofico in cui la negazione diventa affermazione: “E allora cosa ti aspetta se ciò che non è considerato solitudine  è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?”: la ricerca “senza fine per le strade povere, dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani”. Qui la solitudine diventa solidarietà, la vera ancora di salvezza.

Sono due opere fotografiche ad esprimere in linguaggio figurativo questi contenuti filosofici  e insieme personali. “Più caldo e vivo è il corpo gentile” è un verso con il quale Matteo Basile intitola l’immagine di una dolente figura femminile  con il viso sofferente dai lineamenti orientali avvolto da un fazzoletto rosso, lo sguardo a terra mentre spunta un seno dal corpo giovane  già molto vissuto. Sono questi gli incontri che si fanno con la soddisfazione di scoprire la solidarietà. La fotografia “Senza titolo” di Claudio Abate  raffigura la solitudine nell’uomo che fuma seduto dietro a un tavolino nella stanzetta in una specie di tunnel oscuro nel quale, però, non è del tutto solo:  gli fa compagnia la luce che spiove sul tavolo da una lampadina accesa e dà consistenza allo spazio, si irradia nelle volute di fumo che sembrano ectoplasmi emessi dai suoi pensieri; potrebbe essere l’immagine della sua stessa solitudine riscaldata dalle sue riflessioni profonde e illuminate.

L’opera di Oliviero Rainaldi

Cosa è rimasto oggi di quello che ha detto quando c’era

Abbiamo riportato alcuni  tratti essenziali delle poesie di Pasolini pur perdendone nell’estrema sintesi la verve polemica e la forza di una denuncia gridata con il cuore e l’anima, spesso con toni disperati. Sulle interpretazioni artistiche ci siamo limitati a render conto delle componenti visive, aggiungiamo che la qualità delle opere  è spesso notevole, così il loro grado di accuratezza.

Però non possiamo esimerci dal dare la nostra impressione complessiva sui contenuti:  ebbene, ci è parsa, nella gran parte delle opere, più una esercitazione artistica pur impegnativa e sentita che una immedesimazione autentica, non vi abbiamo visto riflessa la denuncia accorata del poeta, la sua rabbia esistenziale, il suo allarme epocale gridato a viva voce. Non crediamo sia stata mancanza di coraggio, bensì il venir meno della straordinaria spinta ideale e vitale legata all’unicità e singolarità del personaggio che sentiva sulla sua carne i morsi lancinanti di una realtà che respingeva. Questo non incide sulla caratura degli artisti e sul risultato dell’esperimento compiuto sotto il profilo della qualità espressiva; innalza invece ancora di più la statura e moltiplica il valore dell’opera di Pasolini che si conferma dopo questa verifica come irripetibile e ineguagliabile. Per cui le sue poesie e la sua stessa vita assurgono a testimonianze insostituibili di una presenza vitale perduta per sempre ma per la sua unicità divenuta una pietra miliare nella storia della nostra società e della nostra epoca.

All’interrogativo di Alivernini “cosa è rimasto oggi  di quello che ha detto quando c’era”  possiamo  dare quindi questa risposta: un convinto omaggio artistico di alta qualità al personaggio e alla sua battaglia civile, intriso di ammirazione oltre che di rispetto, ma con poca motivazione autentica e tanto meno mobilitazione sui temi che lo hanno visto mettere la propria vita in gioco, e diventare il “bersaglio emblematico”  di cui parla Bonito Oliva. Non a caso tra le più espressive ci sono apparse le interpretazioni della solitudine e della solidarietà con quelle del senso materno; tra le meno efficaci quelle sulle  materie in cui la sua vis polemica era stata  più sferzante fino a divenire feroce.

Detto questo come impressione generale, dobbiamo aggiungere che tra tutte ci è rimasta dentro la composizione funebre di Kounellis, la casacca sdrucita sulla fredda portantina a terra, triste  “monumento” funebre di tante morti di poveri emarginati e derelitti ed anche della sua fine solitaria e desolata quasi a volerle condividere: oscura ma illuminata dai fiori rossi dell’amore dei giusti.

Concludiamo il rapido excursus tra i suoi versi e la trasposizione artistica con la citazione molto appropriata  di Alivernini dal “Trattato della pittura”  di Leonardo da Vinci sul rapporto tra poesia e pittura: “La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede”. Insieme “hanno scambiato i sensi, per i quali esse dovrebbero penetrare all’intelletto”. Ed è proprio quello che avviene con la mostra, nel segno del nume tutelare Pier Paolo Pasolini.

Info

Palazzo Incontro, Roma, via dei Prefetti, 22, dal 30 ottobre al 23 dicembre 2012,  martedì-domenica ore 11,00-18,00,  entrata fino alle 17,30, lunedì chiuso. Ingresso gratuito. Tel.  Palazzo Incontro  06.97276614; “Teorema” 392.2984.600. Info@teoremacultura.com, http://www.teoremacultura.com/. Catalogo:  “PPP. Una Polemica inversa. Omaggio a Pier Paolo Pasolini”, a cura di Flavio Alivernini, Fandango libri, Roma  ott. 2012, pp. 126 euro 20,00. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito l’11 novembre 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra a Palazzo Incontro, si ringrazia la Provincia di Roma, “Teorema ” con Civita, Fandango e i titolari dei diritti, in particolare gli artisti, per l’opportunità offerta. In apertura, l’opera di Veronica Botticelli, seguita dalle opere di  Giosetta Fioroni, poi di Oliviero Rainaldi; in chiusura l’opera di Claudio Abate.

L’opera di Claudio Abate