Pasolini, la vita e l’arte, al Palazzo Esposizioni

di Romano Maria Levante

Al Palazzo Esposixzioni di Roma, dal 15 aprile al 20 luglio 2014 la mostra “Pasolini Roma”, di respiro europeo, organizzata dall’Azienda speciale Expo con istituzioni culturali e cinematografiche di Barcellona, Parigi, Berlino,  e il sostegno del programma Cultura dell’Unione Europea. Con la consulenza scientifica di Graziella Chiarcossi,  curatori Alain Bergala, Jordi Bailò e Gianni Borgna, lo storico assessore alla Cultura del comune di Roma, animatore dell’iniziativa, scomparso meno di due mesi  prima dell’apertura della mostra. Catalogo Skira-Palazzo Esposizioni con  una accuratissima  documentazione di testi e fotografie sui diversi periodi della vita di Pasolini. Ha introdotto la mostra, con l’assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera, il nuovo presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo Franco Bernabè, con dichiarazioni di intenti di notevole interesse data la sua caratura manageriale e imprenditoriale già sperimentata nell’arte e nella cultura, che è una sicura garanzia per l’attività dell’istituzione.  .

La mostra celebra, a quasi quarant’anni dalla morte avvenuta il 2 novembre 1975, l’uomo di cultura inquieto  e preveggente, anche per questo scomodo e osteggiato dai cosiddetti benpensanti che si accanirono contro la sua “diversità”, umana e intellettuale, senza poter  impedire che la sua multiforme attività nei vari campi della cultura militante lasciasse il segno nella difesa dei deboli e  dei “diversi”, nella denuncia delle violenze del potere, politico, sociale, spirituale,  nel cogliere le inquietudini nascoste della società sempre dalla parte degli emarginati. Tutto questo visto nel suo rapporto speciale con Roma seguendone passo dopo passo il  multiforme itinerario di vita e d’arte.

Avevamo visto due mostre su Pasolini negli ultimi anni a Roma: a  Palazzo Incontro nel novembre 2012 la Provincia ha presentato una serie di opere di 22 artisti  ispirate ad 11 sue poesie, tra i curatori c’era anche Gianni Borgna;  nel maggio 2011 la galleria “Monserrato Arte 900”  aveva esposto le fotografie di Monica Cillario nella sua abitazione di via Fonteiana, esibite come un cimelio prezioso che ne rendeva la sottile atmosfera aprendo un ricordo che spaziava lontano.

Contenuto e impostazione della nostra

Questa mostra si colloca in una dimensione molto diversa, frutto di una ricerca accurata di tutto quanto potesse esprimere il suo rapporto con Roma e, più in generale,  con i vari campi della cultura e i diversi settori della società che nella capitale trovavano non solo un punto di osservazione privilegiato, ma anche il terreno ideale per una partecipazione diretta e, per così dire, militante. Di qui sono nati gli impulsi creativi che ne segnano l’arte, di qui  la tragica fine a contatto con quel mondo dei “ragazzi di vita” del quale aveva colto la vitalità e insieme la pericolosa trasformazione.

La sua vita viene ripercorsa in senso cronologico attraverso tutto quanto ne possa rendere il senso e il valore in sei ricche sezioni, che corrispondono alle diverse fasi, nelle quali  è resa visivamente la sua presenza e nello stesso tempo la sua opera multiforme con una miriade di documenti: lettere e articoli, poesie e prose, sceneggiature cinematografiche e scritti di narrativa e di teatro; in parallelo l’impatto delle sue  anticipazioni, che apparivano provocazioni, su una società chiusa e sospettosa, il tutto con un’ambientazione spettacolare fatta di video e di carte geografiche, nonché di vere e proprie gallerie fotografiche sui quartieri dove abitava e sui molteplici set cinematografici.

Il Catalogo lo rende in modo efficace, in una forma inconsueta per sobrietà, quasi da “arte povera”  nella scelta della carta e dell’iconografia, cui corrisponde una completezza e profondità di contenuto nel documentare una vita e un’arte multiforme,  strumento prezioso di conoscenza e di memoria.

Visitare la mostra e scorrere il catalogo è come assistere a un film appassionante, un film su Pasolini che si aggiunge ai film di Pasolini  offerti al pubblico “a latere”  della mostra, insieme a 6 incontri per ricordarne la figura. Oltre a tali incontri,  le 24 serate dedicate alla proiezione di suoi film e filmati  su di lui, ben 33, nel sottolineare l’impegno profuso dagli organizzatori,  danno la misura di quanto multiforme e intensa fosse la sua attività, considerando anche la “persecuzione” giudiziaria  di ben 33 processi, e il fatto che il cinema fu una forma particolare di espressione  in aggiunta a quella di poeta e scrittore, saggista e osservatore della società con i suoi “scritti corsari”.

Decisivo è il ruolo di Roma, così i curatori: “Per il Pasolini polemico  che analizza l’evoluzione della società italiana, Roma è anche il principale oggetto di osservazione, il suo permanente campo di studio e di riflessione.  Pasolini non si è accontentato di usare la città come sfondo di romanzi e film; egli ha ‘rifondato’ Roma attraverso la letteratura e il cinema”. E precisano: “Per il Pasolini uomo come per il poeta, Roma ha una dimensione fisica,  carnale, passionale. Con la città vive una grande storia d’amore, in tutte le sue tappe”. E la mostra le ripercorre con cura in sei sezioni.

Le sezioni sono dunque in sequenza cronologica, introdotte da grandi mappe topografiche e da uno  schermo dove sono proiettate le immagini  dei luoghi, articolate in gallerie fotografiche, documenti originali, stampe,  che scandiscono il suo itinerario d’arte e di vita. Sono lo specchio di forti contenuti che i curatori riassumono così: “L’ardore e l’angoscia del primo incontro, le delusioni, i tradimenti, i sentimenti misti di odio e amore,le fasi di attrazione e di rifiuto, i momenti di allontanamento e di ritorno”.  Fino alla conclusione  nel segno della tragedia.

Ne daremo qualche scorcio, pur  consapevoli che solo la lettura dei testi  di cui è ricca la mostra, e puntualmente riprodotti nel Catalogo può  rendere la profondità di una storia e di una vita.

1950-55,  l’approdo a Roma e il successo letterario con “Ragazzi di vita”

La mostra ripercorre la vita di Pasolini dall’arrivo a Roma a 28 anni, il 28 gennaio 1950; è con la madre, hanno lasciato il padre a Casarsa, il primo alloggio è in centro nel ghetto presso amici dello zio, poi in periferia a Ponte Mammolo vicino al carcere di Rebibbia, in un’abitazione povera; trova lavoro come insegnante in un istituto privato all’Eur, tra i suoi allievi Vincenzo Cerami.  E’ “fuggito”  dal Friuli dopo il procedimento giudiziario  per essersi intrattenuto intimamente con degli adolescenti durante una sagra paesana, il Partito comunista lo espelle, ne soffrirà molto.

I suoi primi anni a Roma li descrive così: “Io vivevo come può vivere un condannato a morte/ sempre con quel pensiero come una cosa addosso, /disonore, disoccupazione, miseria”. Ma fa una scoperta che lo coinvolge totalmente, la vitalità dei ragazzi delle borgate, che diventeranno  i suoi ispiratori in campo letterario e cinematografico, conosce un giovane pittore edile, Franco Citti, .che diventerà prima il suo “dizionario parlante” in romanesco, poi il protagonista dei suoi film, e il poeta Sandro Penna, che descrive in versi i turbamenti amorosi verso i giovani che incontrano sulle rive del Tevere. Anche Pasolini scrive poesie che ottengono riconoscimenti letterari, conosce Ungaretti e frequenta scrittori  come  Carlo Emilio Gadda, Giorgio Caproni,Giorgio Bassani..

Sono esposte le immagini dei luoghi, oltre alle sue fotografie da ragazzo ed adolescente, nonché le lettere e gli scritti che esprimono  i suoi sentimenti  con degli “outing” rivelatori sulla sua omosessualità scoperta dal padre che gli faceva scrivere, già nel gennaio 1947. “Ho un desiderio assoluto di sincerità… Mi son domandato se questo è un desiderio di confessione, ma ho dovuto rispondermi che è di più. Certo, il pensiero di liberarmi, anche di fronte agli altri, permane” . Ancora non è andato a Roma, dello stesso 1947 il suo “Autoritratto con fiore in bocca” esposto in mostra con una serie di ritratti, abbozzati con maestria, del 1943, anno nel quale  scriveva: “Io leggo poco, dipingo molto in compenso. Ho raggiunto una tavolozza mia, e anche una mia maniera”.

Nel 1954 scrive “Le ceneri di Gramsci”, composto da undici poemetti, ispirato dalla tomba dell’intellettuale e politico nel Cimitero degli inglesi a Roma, vicina a quella di Shelley: ideologia e romanticismo  si uniscono in una  dolente elegia, si confronta con la nuova realtà romana, misura i cambiamenti rispetto alla Casarsa del suo Friuli  e anche rispetto al primo impatto con la capitale.

Nella poesia che ha il titolo della raccolta scrive: “Ed ecco qui me stesso… povero, vestito dei panni che i poveri adocchiano in vetrine dal rozzo splemdore”; nella poesia intitolata “Il pianto della scavatrice”: “Su tutto puoi scavare, tempo: speranze, passioni. Ma non su queste forme pure della vita… Si riduce ad esse l’uomo, quando colme siano esperienza e fiducia nel mondo…”  Ed esclama:  “Ah, giorni di Rebibbia, che io credevo persi in un a luce di necessità, ed ora so così liberi!”.  Perché “alla chiarezza, all’equilibrio, giungeva in quei giorni la mente… un uomo fioriva.”

Siamo ora al  1955, sono trascorsi cinque anni dall’arrivo a Roma, è l’anno dei “Ragazzi di vita”, il libro che porta gli umori e il linguaggio, la vitalità e la trasgressione del mondo di borgata da lui frequentato. Scalpore e scandalo, e anche un procedimento giudiziario addirittura su denuncia della presidenza del Consiglio, testimoni a suo favore i maggiori scrittori e il cattolico Carlo Bo, fu assolto. Seguirà “Una vita violenta”.  E’ nata una stella, entra nel mondo del cinema con sceneggiature per Fellini, Soldati, Bolognini e altri registi, nel mondo letterario con l’amicizia per Moravia ed Elsa Morante, con loro frequenta i  ritrovi caratteristici del centro di Roma, da piazza del Popolo a Piazza Navona.

Dal 1954, l’anno delle “Ceneri di Gramsci”,  ha lasciato l’abitazione di Rebibbia per trasferirsi con madre e padre a Monteverde, in via Fonteiana, dopo cinque anni si sposta in via Carini, nello stesso quartiere, in un palazzo dove abitava il poeta Attilio Bertolucci con la sua famiglia, la frequenta  e il figlio Bernardo Bertolucci diviene suo discepolo e poi assistente nel film “Accattone”; Bertolucci girerà il suo primo film a 21 anni su una sceneggiatura, “La commare secca”  che Pasolini aveva predisposto per sé e gli cedette avendovi rinunciato preso da altri progetti..

Al riguardo c’è un’illuminante intervista di Alain Bergala a Bernardo Bertolucci, che rievoca gli incontri con Pasolini, la prima volta che andò a trovarli mentre abitava ancora in via Fonteiana, il padre Attilio disse “Fallo entrare subito, Pasolini è un bravissimo poeta!”; sul film girato su soggetto di Pasolini che ci rinunciò essendosi “innamorato” di un altro soggetto, quello di “Mamma Roma”,  Bertolucci dice: “Quando mi è stato detto che avrei diretto ‘La commare secca’ sono andato quasi in trance. E sono rimasto in questo stato in tutte le riprese”,

Pasolini di giorno lavora e frequenta il centro di Roma con scrittori e registi, di notte vive  la  giovinezza  “al di là del confine della città, oltre i capolinea”,  così intensamente da averne paura. “Come andrà a finire, non lo so…”.

La sezione contiene una ricca documentazione di lettere, scritti e immagini fotografiche di questo periodo,  è ritratto con  Alberto Moravia ed Elsa Morante,  Carlo Levi e Goffredo Parise, Paolo Volponi e Mauro Bolognini. Marcello  Mastroianni e Laura Betti, a cui fu molto legato tanto da parlarne a Godart come della sua “moglie non carnale”; e anche tra le baracche della borgata del Mandrione, fotografato da Henri Cartier Bresson, o al Quarticciolo. Ci sono anche delle chicche inattese, due “Nature morte” di Giorgio Morandi,  “Il nudino rosa” di De Pisis, il celebre “Fuga dall’Etna” di Guttuso,“Fantasia” di Mafai e “La badiaccia” di Rosai; il “Paesaggio del Friuli” di Zigaina evoca visivamente le sue origini.

E’ del 1958 la morte di Pio XII, Pasolini scrive la poesia “A un papa”, contenuta nella raccolta “La religione del mio tempo”, in cui contrappone alla vita del principe della Chiesa quella ben più derelitta dell’emarginato morto negli stessi giorni e conclude con un’invettiva preceduta dalle parole “peccare non significa fare il male. Non fare il bene, questo significa peccare”.

1961,  il cinema con “Accattone”; 1962, “Mamma Roma” e “La ricotta”

Dopo la partecipazione alla sceneggiatura di famosi registi entra nel cinema dalla porta principale con “Accattone”, nel 1961. Avviene dopo il rifiuto di Federico Fellini che sembrava interessato a produrlo ma non era stato convinto dai provini che gli aveva chiesto di girare, compie un viaggio in India e in Africa e si mette alla ricerca di un nuovo produttore. E’ esposto un suo suggestivo scritto, quasi una sceneggiatura, in cui racconta il contatto con Fellini sottolineando il grande impegno da lui messo nel girare le scene di prova e la delusione per le critiche al suo stile e al ritmo dal grande regista, al quale risponde orgogliosamente che “se dovesse rifare tutto da capo non cambierebbe neanche una virgola”: così farà con Alfredo Bini che oltre ad “Accattone” produrrà  i cinque suoi film successivi.  

Del 1961 leggiamo un brano tratto da “La religione del mio tempo”, intitolato “Il mio desiderio di ricchezza” in cui esclama: “Ah, uscire da questa prigione di miseria!” e rivela i “mille desideri” che accumunano gli uomini:” una camicia candida, delle scarpe buone, dei panni seri. E una casa, in quartieri abitati da gente che non dia pena”, con una terrazza. Lui la sogna  “sul Gianicolo, verde fino al mare; un attico, pieno del sole antico e sempre crudelmente nuovo di Roma”, e poi le vetrate, le tende, gli arredi, “un tavolo fatto fare apposta, leggero, con mille cassetti, uno per ogni manoscritto” e così via,  in un desiderio di normalità che intenerisce.

Le carte geografiche esposte in mostra evidenziano il suo giro nel terzo mondo prima di “Accattone”, che incise molto su di lui. Vi sono le foto di scena del film, con cui, nel riprendere il sottoproletariato delle borgate non si ispira al neorealismo che pure era stato vincente: non si tratta di povertà materiale ma di miseria spirituale, figlia del consumismo che cancella stili di vita.

Seguono  subito dopo, nel 1962,  “Mamma Roma” e “La Ricotta”, nel primo l’incontro con Anna Magnani, che aveva ammirato in “Roma città aperta” come popolana dal grande cuore in cui impersonare Roma, è molto espressivo il suo “diario al registratore” in cui dialoga con la Magnani su un’inquadratura da rifare e in generale sul loro rapporto di regista ed attrice: non da plasmare perché  non presa dalla strada come gli altri, ma con una propria visione del personaggio in cui si è calata e che quindi non può essere un “robot” che esegue meccanicamente gli ordini del regista. Però lei stessa riconosce i limiti nell’essere solo istintiva  senza avere coscienza di ciò che fa e lui ammette di avere torto nell’intervenire quando lei recita dicendole, ad esempio, “Ridi, ridi, Anna!”. Una  lezione  di tecnica cinematografica da Actor’s Studio.

Nel secondo film l’incontro casuale con un giovane apprendista falegname Ninetto Davoli, l’ “angelo riccioluto” che come Franco Citti sarà poi protagonista dei suoi film e gli starà sempre vicino. Le immagini esposte sui sopralluoghi per il film di Tazio Secchiaroli rendono l’ambientazione, mentre quelle con Fellini e Roberto Rossellini, Orson Welles e un giovanissimo Bernardo Bertolucci fanno rivivere l’atmosfera dei set. Alle fotografie di scena di “La ricotta”  si aggiungono quelle davanti al Tribunale di Roma che lo condannò a 4 mesi con la condizionale per vilipendio alla religione e il suo testo  nel quale si difende punto per punto dalle accuse che si erano fermate all’apparenza trasgressiva mentre lui aveva voluto “soltanto mettere a fuoco il problema del sottoproletariato senza fasulli misticismi”, sono le sue parole.

Tutti i suoi film  successivi, tranne “Il Vangelo secondo Matteo”, avranno problemi giudiziari, ma l’accanimento contro di lui si è già manifestato nel 1960-61 con denunce paradossali,  c’è in mostra un grande tabellone che elenca i 33 procedimenti dai quali si dovette difendere, fu sempre assolto. E’ il  seguito della mostra di cui parleremo presto completando l’excursus sulla vita di Pasolini.

Info

Palazzo delle Esposizioni, Roma, Via Nazionale 194. Aperto da martedì a domenica ore 10,00-20,00,  il venerdì e il sabato chiusura ore 22,30, con 2 ore e 30 minuti di apertura in più degli altri giorni, lunedì chiuso; la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,50 per minori di anni 26, maggiori di anni 65 e categorie tra cui insegnanti, gratuito per minori di 6 anni e particolari categorie. Tel. 06.39967506, http://www.palazzoesposizioni.it/ Con un unico ingresso è possibile visitare tutte le mostre nel Palazzo Esposizioni, attualmente oltre alla mostra su Pasolini  le  mostre contemporanee “Gli Etruschi e il Mediterraneo – La città di Cerveteri” e “National Geographic, 125 anni, la Grande Avventura”, sulle quali cfr. i  nostri articoli: per la prima in questo sito l’8 giugno e 6 luglio, e in “www.antika.it, luglio 2014; per la seconda in  http://www.fotografarefacile.it/, marzo 2014.  Catalogo: “Pasolini Roma”, Skira-Palazzo delle Esposizioni, 2014, pp. 264, formato 18 x 24, con testi di Pasolini, , introduzioni dei capitoli di Alain Bergala, commenti ai documenti di Gianni Borgna, Alain  Bergala e Jordi Ballò, interviste con Arbasino e Bertolucci, Cerami e Davoli, Maraini, Morricone e Naldini,consulenza scientifica Graziella Chiarcossi. Per le citazioni del testo cfr. i nostri articoli: in questo sito, “Pasolini, omaggio poetico e artistico a Palazzo Incontro”, 11 novembre 2012 e Pasolini, e altri 14 artisti per 7 sue poesie a Palazzo Incontro”, 16 novembre 2011. in http://www.fotografarefacile,it/  per “Pasolini, commosso ricordo nella mostra fotografica di Monica Cillario”,maggio 2011.

Foto

Le immagini sono state riprese al Palazzo Esposizioni da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra, si ringrazia l’Azienda Speciale Palaexpo con gli altri organizzatori e i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, Pasolini mentre presenta il poema “Le ceneri di Gramsci”; seguono  Disegni di teste e figure, 1943,  e  mappa di Roma dei luoghi da lui frequentati in una fase della vita, poi quadro rievocativo di “Accattone”,  e mappa  di alcuni viaggi all’estero, quindi presentazione di “Mamma Roma” , fotogrammi da un sopralluogo in Palestina, da “Il Vangelo secondo Matteo” e “Uccellacci e Uccellini”, Pasolini in un’istantanea; in chiusura  Pasolini con la madre nell’abitazione di via Chiarini, 1960.