Il caso Ruby, dopo l’assoluzione

di Romano Maria Levante

Questa nota è stata scritta dopo i commenti piovuti sul mio articolo in “cultura.inabruzzo.it relativo al “caso Ruby” poco dopo che scoppiò,  ai quali intendeva rispondere, poi non ritenni di tornarci sopra. Parlo in prima persona, mentre nei miei servizi uso il noi per coinvolgere  lettori e sito nelle visite alle mostre e negli eventi culturali che commento, perché le mie precisazioni sono a titolo strettamente personale.

Ho tenuto la nota nel cassetto ma ora ritengo di pubblicarla con questa premessa  perché  la sua validità  resta, anzi è accresciuta dalle circostanze, in particolare dall’assoluzione in appello con formula piena sia per la prostituzione minorile che per la concussione, il tutto dopo la condanna a 7 anni di reclusione in primo grado.

Una sola aggiunta nel merito mi sento di fare, dopo aver letto per l’ennesima volta – l’ultima nell’articolo del direttore di “Repubblica” Ezio Mauro a commento della sentenza – che la prova logica incontrovertibile della concussione era l’imprescindibile esigenza che aveva Berlusconi  di far rilasciare immediatamente  Ruby perché se avesse pernottato in questura avrebbe potuto rivelare i “bunga bunga” con lui. Ma come non ci si accorge che le telefonate a mezzanotte dalla Francia dove era impegnato in vertici internazionali, quelle sì rivelavano  stretti contatti della ragazza con tale alto personaggio, dai contenuti tutti da scoprire, altrimenti impensabili. Tra questa certezza e il dubbio che lei “parlasse” è più  forte la prima anche perché, se avesse parlato di stretti contatti col Presidente del Consiglio non sarebbe stata creduta. Questa è la prova logica semmai dell’inesistenza della volontà di copertura nell’intervento telefonico notturno, e quindi dell’assenza dell’elemento soggettivo della concussione, e non può servire , quindi, a ribaltare la sentenza di appello, anzi ne rafforza le conclusioni. Anche la sua singolarità resta, ma la spiegazione va trovata nell’impulsività del personaggio, agli antipodi del “politically correct”, e non solo in questo caso.  

Ed ora,  il “come eravamo” di tre anni fa nel testo allora preparato per la pubblicazione non vvenuta.

Il caso Ruby. Una risposta 

Il “caso Ruby”  ha scosso gli animi  e può portare a un benefico esame di coscienza sul’etica pubblica e privata. Prima di ritornarci, mi siano consentite alcune notazioni di costume, sulle reazioni al mio scritto.

La cultura contro il degrado dei valori

Non replico ai legittimi commenti critici di alcuni lettori, ma non posso far passare senza una mia messa a punto  certi toni  sopra le righe nei quali è compreso un giudizio morale.

Ebbene, ho denunciato il venir meno della Rai al suo dovere di promuovere la cultura – al quale la Corte Costituzionale lega la legittimità del canone – per appiattirsi sulla peggiore televisione commerciale, dove certo valori risultano degradati; e l’accenno che ho fatto al “cast” di Sanremo voleva evocare qual è  il “drive” televisivo, la stessa “scuderia” di starlette, le stesse “veline” e “letterine”, epigone delle “ragazze fast food” di “drive in”.  Non ho avuto nessun commento, nessuna partecipazione, nessun aiuto alla piccola crociata che ho ritenuto di fare in difesa della cultura.

Lo stesso è avvenuto con gli articoli sullo scandalo dei contributi a giornali e giornaletti politici e non, anche fantasma, ignorando del tutto quelli culturali, sebbene con l’informazione e l’approfondimento non solo svolgono un servizio prezioso alla crescita civile del Paese, ma contribuiscono anche ai ritorni economici su cui le autorità culturali fanno leva come risorsa preziosa da valorizzare essendo venuta meno la competitività in molti dei settori produttivi tradizionali. Anche qui nessun commento, e non ne è venuto nessuno neppure nel secondo articolo pubblicato dopo quello sul “caso Ruby”; che assorbe evidentemente tutte le capacità di indignarsi dei cortesi lettori.

Come i politici non dovrebbero mai prendersela con gli elettori così i giornalisti non debbono farlo con i lettori che hanno sempre ragione. E il pregio della rivista “on line” è che possono manifestare la propria opinione, come hanno fatto meritoriamente per il caso Ruby. Resta al giornalista il diritto di replica non per contrastare le libere opinioni che gli vengono contrapposte ma per spiegare meglio le proprie.

E allora dico che non mi riconosco in una certa immagine che mi verrebbe data di compiacenza con quel mondo. Ma non perché mi impanco ad elevare giudizi morali, non ne ho l’autorità e neppure la vocazione; il mio giudizio sulle inammissibili inadempienze della Rai a proposito della cultura  – che purtroppo stanno bene a tutti coloro che si sono indignati invece per il “caso Ruby” – non nasce da un giudizio morale su certa “Isola dei famosi” e quant’altro ma sul fatto che sono “obbligato” come tutti al pagamento del canone che ne alimenta il degrado al livello della Tv commerciale la quale invece usa il “voyerismo” deteriore per sostentarsi, vedi “Grande Fratello”, che, peraltro, è una delle trasmissioni più viste. Ma lo è stata anche “Vieni via con me”  di Fazio e Saviano per non citare la lettura di Benigni dell’ultimo canto del  Paradiso, un pieno di ascolti. Significa che non è colpa del pubblico il degrado della Tv pubblica ma di chi la gestisce.

Non ho bisogno di prendere le distanze da certi ambienti e non mi riconosco nelle allusioni di alcuni cortesi commentatori, il gossip non è nelle mie corde, e lo si può vedere su questo sito e sugli  altri, da cultura.inabruzzo. it a www. antika.it a http://www.fotografarefacile.it/.  E’ difficile assoggettarmi a ricevere lezioni quando, anche per spirito autenticamente liberale, non intendo darne ad alcuno, a parte mio figlio che ha tutto il diritto di non ascoltarle.  Relativismo morale? No, rispetto dei ruoli, e il mio è quello di cronista che, nello spirito di Montanelli, guarda senza pregiudizio e racconta ciò che ha visto, cercando di capire trasmettendo poi ciò che ha acquisito.

E ho trovato quella che potrebbe essere una spiegazione di accadimenti lontani mille miglia dalla nostra comprensione. Perché  nessuno di noi per “rilassarsi”  armerebbe un “ambaradan” di quella natura, con i “nani” e le “ballerine” che sembrano fare a gara nelle espressioni da trivio, e il protagonista che viene fatto passare come pervertito se non malato di mente come si è fatto passare per frodatore fiscale e tanto altro.

Ho citato “drive in” come chiave di volta di tutto questo perché era la sua creatura prediletta, un “Mosè salvato dalle acque” – spero che l’irriverente associazione non mi scateni contro una valanga di proteste –  perché il numero zero destinato alla distruzione con il programma abortito prima di nascere fu da lui imposto e epr di più in prima serata. Chi di noi penserebbe a far rivivere l’atmosfera, scollacciato quanto più si può, di una trasmissione già di per sé trasgressiva? Nessuno, certo non chi scrive che oltre le mostre d’arte e i grandi eventi culturali è solito dar conto di ben altre atmosfere, come quelle che si respirano nelle giornate al Tempio di Adriano che la Fondazione Roma Museo dedica ai “Ritratti di Poesia”,  o quelle, a livello familiare, nei simposi annuali in casa Iacovoni a Forca di Valle, con due relazioni colte su un tema del ‘900 da parte di due commensali; o ancora gli appuntamenti con la poesia di “Rai Notte”  che, fino a quando Gabriele La Porta ne è stato direttore, vedevano un gruppo di appassionati riunirsi in ore antelucane in letture poetiche: nessun commento “postato” dei lettori, a parte alcuni partecipanti.

“Il bene non fa notizia” si intitolava  l’ultimo articolo di Aldo Moro su “Il Giorno”, quindi comprendiamo la mancanza di reazioni positive in questi casi. Ma possiamo rivendicare come da parte nostra invece di denunce moralistiche ci sia stato qualche tentativo di reagire in modo attivo all’andazzo corrente denunciando soprattutto la deriva del servizio pubblico in quanto è obbligatorio pagarlo, quindi vederlo: mi sono impegnato per la cultura con i soli mezzi di cui dispongo, la parola scritta,  e questo attraverso l’approfondimento costante, direi spasmodico, dei temi e delle mostre d’arte senza alcun ritorno o vantaggio personale. Come non lo ha chi è titolare dei siti mobilitato con le proprie risorse personali, lottando contro la colpevole discriminazione della cultura rispetto alla  politica, che esclude dai generosi contributi  pubblici le riviste culturali; per l’autore e il direttore un generoso volontariato culturale.

Dal “drive in” di Arcore alla mobilitazione su Ruby

Ma torniamo alle “cene” di Arcore, rispetto alle quali, ripeto, mi sono posto nella posizione di cronista che, dinanzi a notizie così eclatanti, cerca di capire. E ho avuto l’associazione di idee con il “drive in”, tutto qui. E’ l’unica spiegazione? Certamente no, ci sono quelle più degradanti sotto gli occhi di tutti, la mia non l’ho vista né sentita per quello che ho potuto riscontrare nello tsunami sul tema, quindi ho creduto bene uscire dalla “total immersion” culturale per farne partecipi i lettori. E sono lieto che abbiano risposto.

Hanno trovato che manca un mio giudizio morale su tutto questo? Non è nelle mie corde di cronista, ho detto, né penso che abbia la benché minima rilevanza il giudizio singolo, influenzato dalle condizioni ed esperienze personali. Non sono un “tycoon” televisivo e non posso mettermi nei suoi panni, però non mi è sembrata peregrina l’ipotesi prospettata: per capire, non per giustificare che non sta a me fare o meno.  Il livello morale è suscettibile certamente di giudizi personali, ma non interessano, tanto meno quelli del cronista. Altri ne hanno l’autorità, in particolare la Chiesa che sia attraverso il Pontefice che attraverso i cardinali preposti, dopo “Avvenire”, ha fatto sentire la sua voce sul degrado nell’intera società al quale le istituzioni pubbliche dovrebbero reagire invece di lasciarsi andare sullo stesso piano inclinato. E questo richiamo va ascoltato, stando attenti a non cadere nella morale di Stato dando via libera ai fondamentalisti.

Il giudizio morale dei singoli diventa rilevante quando si traduce in fenomeno collettivo, nella perdita di fiducia in una leadership che è venuta meno alle aspettative. Ma questo non si manifesta attraverso i “crucifige”  a cui abbiamo assistito, molti dei quali interessati per motivi politici, l’occasione per abbattere il “caimano” era troppo ghiotta, dopo che aveva evitato le tante altre trappole, fino a incorrere nella condanna per frode fiscale, discutibile per tanti versi tra cui la doppia assoluzione della Cassazione per analoga fattispecie e la dichiarazione pro-veritate a suo favore. Anche ad alcuni discutibili interventi legislativi si può  trovare una spiegazione non nella cronaca ma nella storia: al “voi suonerete le vostre trombe”  ha  risposto il “noi suoneremo le nostre campane”, alla stonatura delle prime il frastuono delle seconde, laddove sarebbe stato preferibile alla cacofonia durata troppo a lungo l’approccio alla Franco Coppi, risultato ora vincente, della difesa “nel” processo e non quello perdente “dal” processo.

Dicevo che la riprovazione sul piano collettivo si manifesta altrimenti che nei violenti attacchi giornalistici e televisivi necessariamente di parte. La strada maestra sono le elezioni: che però i più aspri censori non chiedono, anzi continuano a voler evitare ad ogni costo. Allora abbiamo intanto i sondaggi  che misurano i movimenti dell’opinione pubblica. Piepoli, uno dei più accreditati, ha detto che i giudizi su Berlusconi sono come “pietrificati”, nessun mutamento indotto dal “caso Ruby”; comprensione della diversa dimensione in cui si pone lo straricco “tycoon” televisivo mentre la colpa viene data alla sua squallida “corte dei miracoli” da un lato, relativismo morale diffuso o senso di appartenenza politica dall’altro, la situazione è questa.

Allora il discorso torna all’aspetto giudiziario del quale, lo ripetiamo, colpisce lo spiegamento di mezzi sproporzionati rispetto alla qualificazione giuridica del reato attribuito all’indagato. Se tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, lo sono anche di fronte alla  giustizia, e la Corte Costituzionale giustamente ha respinto le norme “ad personam” volte a creare dei privilegi, dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare prevista ai Costituenti, come eccezione all’articolo 3, per impedire un incontrollata “persecuzione” da parte dei giudici contro gli eletti dal popolo. Poi se n’è abusato e dopo Tangentopoli è stato soppresso, ripristinarlo sarebbe stato la strada maestra, magari trovando un meccanismo per impedirne l’abuso. Ma il comportamento dei giudici nel “caso Ruby” è stato così eclatante da evocare il “fumus persecutionis”.

Per quale cittadino normale si sarebbero mobilitati tre magistrati, cento-centocinquanta agenti dell’ordine per le perquisizioni, centocinquanta mila intercettazioni in un anno fino a riempire tra le 600  o  le 900 pagine secondo le notizie ballerine, di cui 389 trasmesse in Parlamento e così divenute di pubblico dominio? E questo con il grave discredito internazionale che viene giustamente lamentato, ma da chi provocato?  Abbiamo citato nell’articolo i  5 milioni di processi penali pendenti e i 200 mila l’anno che vanno in prescrizione, come l’elevatissima percentuale di quelli non puniti, per furti negli appartamenti e di autoveicoli in barba all’obbligatorietà dell’azione penale non ci sono neppure indagini elementari. E allora? Ripetiamo che la maggiore attenzione al Presidente del Consiglio e  al politico non spetta ai giudici che devono considerarlo un cittadino come tutti, e non come un pericoloso delinquente da controllare.

Era necessario allegare 389 pagine “piccanti” non per la richiesta di autorizzazione a procedere, che non c’è più, ma per la semplice richiesta di perquisire un ufficio dove, ad autorizzazione eventualmente accordata, è presumibile che non vi sarebbe più nulla di compromettente, anche se ci fosse stato in origine? Era necessario farlo quando tale perquisizione veniva ritenuta ininfluente sulla decisione già presa del giudizio immediato, che i pubblici ministeri chiedono, e hanno chiesto, quando si ritiene di avere prove sufficienti?

La stessa avocazione a Milano della competenza per i “delitti” compiuti ad Arcore nella competenza di Monza, in quanto assorbita dal reato più grave di “concussione”, sa di lana caprina  per cui si riaffaccia il “fumus persecutionis”, essendo il giudice naturale la garanzia costituzionale perché questo non accada.

Non sembra che con la mobilitazione di mezzi in un anno di indagini alla James Bond assolutamente sproporzionata al reato ascritto e con il causidico spaccare il capello in quattro tra “in qualità” e “nelle funzioni” di Presidente del Consiglio, nonché con l’allegato di 389 pagine di intercettazioni  a gogò divenute discredito internazionale  i magistrati milanesi abbiamo fatto di tutto per accreditare il sospetto del “fumus persecutionis” tanto più che segue la miriade di perquisizioni e procedimenti contro la stessa persona?

Ma sembra altrettanto che la “corte dei miracoli” intorno al Presidente, nell’organizzargli in privato  i “Drive in” scollacciati che già nella trasmissione erano alquanto osè, abbia fatto di tutto per esporlo alla più facile delle crocifissioni, quella dell’indegnità morale. Non dimentichiamo che Nixon nello scandalo Watergate fu costretto a dimettersi non tanto per la tentata copertura del reato compiuto dal suo partito e non da lui con lo spionaggio nella sede del partito democratico in previsione delle elezioni; ma per il discredito che gli venne dalle registrazioni che faceva fare lui stesso di tutte le conversazioni avvenute nello studio ovale con i suoi consiglieri, non per la sostanza delle cose dette ma per il turpiloquio segno di bassezza morale. Si pensa che questo possa avvenire anche da noi, per il turpiloquio non del Presidente ma delle miserabili protagoniste degli spettacoli che la “corte dei miracoli” gli preparava e che lui, lo si deve anche dire, a torto accettava di buon grado se non promuoveva; ma anche qui non sono un “tycoon”  riccone, e tutt’al più ne posso criticare la colpevole accondiscendenza.  Anche su questo il giudizio politico va agli elettori, come quello sulla legittimità sotto il profilo penale ai magistrati; purché non mostrino, come avvenuto in questo caso, un’ingenuità di segno opposto, un accanimento “ad personam” che evoca il “fumus persecutionis”  che i padri costituenti ritennero idoneo a  far scattare addirittura l’immunità. Se questa era la sensazione avuta dinanzi all’inchiesta, la requisitoria dei PM nel duplice processo “Ruby”- quello contro Berlusconi e quello contro il trio Fede-Minetti-Mora – ne ha dato conferma eclatante; per le sette ore sette della Bocassini tutte impregnate di moralismo degno di miglior causa, per le immagini di Sangermano, che ha parlato addirittura di “assaggiatori”  suscitando voyerismi anch’essi del tutto fuori luogo.

Accanimento su Ruby, altro che protezione di minorenne!

Ma c’è un aspetto particolare che mi ha colpito e sul quale intendo richiamare l’attenzione dei cortesi lettori, anche perché nessuno ne ha parlato: attiene ai due reati di cui è accusato il “tycoon” leader politico: la concussione per avere interferito sulle procedure di tutela dei minori e lo sfruttamento della minore per aver compensato prestazioni sessuali.

Abbiamo sollevato nell’articolo precedente qualche dubbio di sostanza sulla necessità di uno scudo protettivo come quello in discussione nella serata alla questura milanese su una minore come Ruby, vicina al 18° anno, in un’età che nel suo paese non è minorile, tanto che la madre si era sposata a 11 anni, a parte che tutto è sembrata fuorché ingenua e indifesa anche se, come tante, può essere stata bisognosa di aiuto. Ma  non discutiamo, la minorenne viene giustamente protetta anche oscurandone l’immagine, la foto del viso fino al fatidico giorno del 18° anno è stata mascherata. Se questo è stato il lodevole intento, perché appena compiuti gli anni si è operato all’opposto, dandole la patente di prostituta che lei, a torto o a ragione,  ha rifiutato con forza, come l’eventuale “utilizzatore” finale?

Ha respinto l’accusa, ha detto di non essere stata toccata neanche con un  dito, e si è sorbita le sarcastiche battute di Travaglio, “ma con la mano sì”, e per fortuna non si è spinto oltre, lui che è solitamente duro nella polemica e graffiante, ma mantiene un suo rigore e stile. E dopo la deposizione avanti ai giudici in udienza pubblica l’atteggiamento verso di lei non è migliorato, le si vuol dare per forza la “patente” che lei respinge,  e per questo andrebbe rispettata.

Non è uno stupro collettivo quello a cui Ruby viene sottoposta, con la spasmodica ricerca dei magistrati attraverso centinaia di migliaia di intercettazioni, prima, prove testimoniali poi, delle parole che dimostrino come abbia fatto sesso a pagamento, quindi si sia prostituita? La presentazione in Tv del notes di una di quelle dove c’è scritto “Ruby troia”.  non è uno stupro su chi non è più minorenne ma è stata “marchiata” dalla giustizia che doveva proteggerla appena superato il Rubicone dei 18 anni?  A quel momento se non si voleva continuare la protezione almeno non andava trasformata in caccia all’uomo, anzi alla donna, o se si vuole alla prostituta.

Gli alti lai sulla dignità femminile sfregiata dove sono finiti? Si vuole dare la patente di prostituta ad una ragazza fino a poco tempo fa minorenne, a dispetto del fatto che lei la respinga, senza alcun riguardo per la donna. E non è anche questo un motivo che fa pensare al “fumus persecutionis” antoberlusconiano? Non solo di certa magistratura ma anche di chi, come qualche lettore, si indigna sull’altare della dignità della donna. E cos’è Ruby, la sua dignità è più calpestata dall’avere accettato dei regali da chi comunque nega di averci fatto sesso come lo nega lei, oppure da coloro che la mettono in croce sul sesso a pagamento che deve essere dimostrato ad ogni costo, ne va dell’esito della crociata antiberlusconiana?  Che fa venire meno anche il rispetto per la terza età con le espressioni sferzanti sul vecchio al quale “la badante cambia i pannoloni”  e sempre ad opera del pur finissimo Travaglio;  come se non si offendessero così gli altri della stessa età che sono la maggioranza del paese in cui la crisi di natalità fa invecchiare la popolazione.

Un antiberlusconismo al quale si vuole arruolare anche la Chiesa da parte dei più incalliti mangiapreti che respingono ogni altro suo messaggio, a parte questo. Ebbene, si risponda ora sulla sincerità della tutela della minorenne, e sul fatto se non è stata messa alla berlina proprio con la pressione violenta per dimostrarne la prostituzione minorile che lei ha il diritto comunque di respingere con forza.

Chi è che sta perpetrando il “macchiamento del suo nome”? Per citare l’espressione che lei avrebbe usata, secondo le accuse, per ottenere “utilità” smisurate – addirittura quantificate in 4 milioni di euro – da chi potrebbe rovinare ammettendo, in modo veritiero o meno, ciò che i giudici vogliono sentirsi dire. E non è questo un dare,  pur se inconsapevolmente,  un’arma di ricatto potentissima, quasi sperando che venga usata?

Tanti dovrebbero fare l’esame di coscienza, in ogni modo ognuno potrebbe almeno provare a dare una risposta al di fuori di ogni ideologia o prevenzione. Noi abbiamo provato a darla ragionando in piena libertà di coscienza e serenità di giudizio.

Info

Il nostro articolo al quale ci riferiamo, e al quale rinviamo come necessaria premessa alla presente nota, anche in relazione ai commenti on line che ha suscitato, è stato pubblicato in “cultura.inabruzzo.it”, con il titolo “Il caso  Ruby”, e ripubblicato con una breve introduzione, in questo sito, il 18 luglio, alla vigilia della sentenza di appello. 

Foto

L’immagine è della trasmissione televisiva “Drive in”, tratta da un sito Internet che  ringrazio, pronto  a toglierla se richiesto dai titolari dei diritti.