In memoria di Sebastiano Vinci, vittima delle BR

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di Sebastiano Vinci, vice-questore a Roma, vittima delle BR il 19 giugno 1981 a 44 anni, e vogliamo ricordarlo, da compagni di scuola e soprattutto da cittadini che si inchinano dinanzi al suo eroismo, ripubblicando il nostro servizio sulla celebrazione del 19 giugno 2009 al Commissariato di Prinmavalle di Roma che Vinci dirigeva nei terribili anni di piombo. Per la sua forte azione di contrasto al terrorismo eversivo entrò nel mirino dei brigatisti che in quattro gli tesero un vile agguato sparando sulla sua auto ferma al semaforo e colpendolo a morte ferendo gravemente l’agente Pacifico Vuotto al volante, per fortuna sopravvissuto. Nel nostro ricordo siamo risaliti agli anni di scuola per trovare le radici del suo intemerato impegno civile in una formazione in cui, oltre alla scuola, troviamo a sorpresa gli eroi dei fumetti che si battono contro la malavita per far trionfare la legalità e la giustizia. Viene celebrata oggi la triste ricorrenza, ma mentre ogni anno vi è stata una cerimonia ufficiale nel Commissariato di Primavalle, con la partecipazione di Sindaco e Questore di Roma, nel quarantennale, a causa della pandemia, ci si limita ad officiare una messa di suffragio dal Reverendo cappellano della Questura di Roma. Il Liceo classico Delfico-Montauti di Teramo dove compì i suoi studi, ricorda oggi nel proprio sito la sua figura e il suo sacrificio con un profilo dell’antico alunno divenuto eroe. Nel risalire agli anni di scuola riviviamo la commozione e lo sgomento con cui scoprimmo l’eroica fine del nostro compagno; e facciamo rivivere l’emozione di familiari e colleghi unita all’indignazione per i responsabili di quei crimini efferati condannati all’ergastolo. C’è stata di recente la fine della lunga latitanza di Marina Petrella, che comandava la colonna BR di Primavalle, e di Roberta Cappelli, una dei quattro terroristi del commando assassino, condannata all’ergastolo, come la Petrella, anche per l’omicidio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi e dell’agente di polizia Michele Granato, sono tra i 9 arrestati di recente in Francia, finora protetti dalla “dottrina Mitterand”. Ma sull’estradizione e l’esecuzione della pena già sono sorti dubbi e incertezze. Così ne ha parlato Aldo Vinci, fratello di Sebastiano, l’unico rimasto della sua famiglia: “Si dice che sono vecchi. ma pure io sono vecchio, anche più di loro, e da oltre quaranta anni mi è stato portato via un fratello e nessuno ha pagato per questo: siamo tutti invecchiati, solo che noi siamo invecchiati senza che giustizia sia stata fatta. Di conseguenza non provo pena nei confronti di queste persone. Non si può che considerare questa gente una schifezza e di conseguenza come ci si può impietosire davanti all’età avanzata o all’eventuale malattia di qualcuno di questi?”. E ha aggiunto: “Spero che il nostro Governo tiri fuori gli attributi e pretenda che questi tornino, anche se purtroppo tutta questa gran fiducia non la ho. Parlano di due-tre anni e comunque in generale ci credo poco. Quando avverranno i fatti, allora ci crederò, ma fino ad allora non mi fido, anche perché siamo un Paese affetto da bontà costituzionale. O interessi, sia quello che sia. Ci saranno processi, psicologi, certificati di malattia. Rischia di diventare, come sta già diventando, una tragica farsa”. Poi ha ricordato il fratello con parole commosse, nell’articolo che ripubblichiamo ne è delineata la figura dalla fomazione all’approdo nella polizia, l’impegno generoso fino all’estremo sacrificio. Al termine ripubblichiamo anche i commenti che nei giorni successivi vennero “postati” da ex compagni di scuola, colleghi e altri, all’articolo riportato di seguito che uscì il 20 giugno 2009 nel sito cultura.inabruzzo.it, con l’ultimo commento del gennaio 2011 e la nostra risposta finale.

Sebastiano Vinci, vittima delle Brigate Rosse,19 giugno 1981

Celebrato a Roma Sebastiano Vinci, vittima nel 1981 delle BR

di Romano Maria Levante

– 20 giugno 2009

Studente a Teramo al “Melchiorre Delfico”, vice-questore a Roma, un eroe borghese

E’ un luogo inconsueto quello in cui ci troviamo nella calda mattinata del 19 giugno 2009, a un passo dall’inizio dell’estate. Siamo nel Commissariato di Primavalle alla periferia nord di Roma dove tra poco, con la partecipazione delle autorità e di un reparto d’onore delle forze dell’ordine già schierato, si celebrerà l’anniversario del sacrificio di Sebastiano Vinci, che dirigeva il commissariato, assassinato dalle Brigate Rosse ventotto anni fa, il 19 giugno del 1981.

I ricordi per noi dell’agente Pacifico Votto

Siamo giunti in anticipo sull’orario della celebrazione delle ore 10 perché il sostituto commissario Isolabella ci ha promesso di rintracciare un agente di allora, cosa non facile dato il tempo trascorso. Non crediamo ai nostri occhi, è andato ben al di là della sua promessa, ci presenta addirittura l’altra vittima designata oltre al vice-questore Vinci, l’agente Pacifico Votto che guidava l’auto il giorno dell’attentato, salvatosi miracolosamente con tante pallottole in corpo.

Lo prendiamo in disparte, il sostituto commissario ci accompagna in una saletta, c’è ancora da attendere. Ne approfittiamo per fargli qualche domanda, ecco le risposte che ci ha dato su quei tempi lontani che sente ancora così vicini sulla sua pelle.

“I ricordi di allora sono tanti”, ci dice, e si vede che ha una gran voglia di parlare, e alla fine capiremo perché. Iniziamo con la figura di Vinci: “Oltre che un dirigente preparato e scrupoloso era un amico dei suoi uomini. La sua porta era sempre aperta per tutti noi che lavoravamo con lui. E anche con la gente del quartiere aveva un ottimo rapporto, da tantissimi era considerato un amico. Sul lavoro era sempre presente, non mancava mai e il suo impegno era sempre massimo”.

Qualche parola sugli antecedenti dell’attentato: “Da parecchio tempo eravamo nell’occhio del ciclone, almeno da molti mesi ci sentivamo seguiti, erano stati trovati in un covo delle Br anche dei numeri di targa delle nostre autovetture, di servizio e private. Davamo fastidio ai terroristi perché il nostro Commissariato era molto impegnato contro le Brigate rosse e i gruppi eversivi neri, oltre che contro la criminalità comune. Hanno scelto quel giorno ma la preparazione è stata molto lunga”.

Il ricordo va subito al tragico momento: “Eravamo appena giunti all’incrocio tra via Battistini e via della Pineta Sacchetti, e ci eravamo fermati al semaforo rosso, accodati a due auto in attesa del verde. Si sono accostate alla nostra macchina quattro persone con dei giornali ripiegati su un braccio, come volessero venderli agli automobilisti, due dalla parte destra e due dalla parte sinistra. In quel momento un tremendo dubbio mi ha attraversato la mente, chiedermi ‘Perché vengono tutti qui e non vanno dalle due auto ferme davanti da noi?’ e dire ad alta voce ‘Attenzione, attenzione…’ è stato tutt’uno. Come prendere la pistola, ma si era affiancata un’auto con una donna e poi hanno cominciato subito a sparare, due contro di me e gli altri due dall’altro lato contro il Vice-questore”.

L‘agente Votto si sente miracolato: “I proiettili mi hanno trapassato il polmone e il fegato, rotto delle costole, graffiato il rene, oltre che colpiti la mano e il braccio”, e mostra segni evidenti. “Sono stato sottoposto a tre difficili interventi chirurgici, mi hanno dichiarato fuori pericolo solo dopo cinquanta giorni. Forse nessuno si è salvato con ferite simili a organi vitali”. Ma non sono quelle del corpo le ferite che sente oggi, bensì altre.
“Aver vissuto un’esperienza simile vuol dire aver perduto la tranquillità, non solo quella personale ma anche quella familiare. Siamo coscienti del rischio che corriamo ad ogni perquisizione, ad ogni inseguimento, ma essere bersaglio di un vile attentato è troppo. Perché lascia i segni per sempre anche su chi è sopravvissuto. Mi sento abbandonato da tutti, forse per il fatto che vivo posso dare fastidio. E poi il poliziotto è solo un numero, gli ex terroristi sono dei personaggi, tutti in libertà ricercati e riveriti. Non è giusto”.

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I funerali di Sebastiano Vinci

Le parole del fratello Aldo Vinci

In questo momento l’altra grande sorpresa, entra il Primo dirigente del Commissariato, il dottor Todaro con Aldo Vinci, il fratello di Sebastiano, appena sbarcato dall’aereo da Palermo, la moglie ha dovuto rinunciare all’ultimo momento per un’indisposizione, altrimenti come in passato ci sarebbe stata anche lei. Un bell’uomo, figura eretta, espressione bonaria ma insieme decisa, una grande somiglianza con il fratello e soprattutto un grande affetto per lui.

ldo è sempre presente alle commemorazioni, a Roma come a Torino, sede di lavoro precedente del Vice-questore, impegnato a ricordarne la memoria e a far sentire la sua voce e la sua protesta quando serve, e avviene spesso. E’ un fiume di parole, dice cose pesanti con un’espressione serena. Come quando ricorda le performance televisive della Petrella che fa boccacce e del compagno Novelli che parla in Tv, terroristi assassini del fratello “ricercati e riveriti” come ci aveva appena detto l’agente Votto. Addirittura Pancelli, altro componente del commando omicida, oltre ad essere in libertà come gli altri si fregia del lavoro in una Onlus che è tra quelle del 5 per mille.

Ha i ricordi molto vivi del processo “Moro-ter” nel quale furono giudicati e condannati gli assassini del fratello, il clima da “kermesse” con gli atteggiamenti strafottenti degli imputati, che ebbero però un sussulto quando lo videro per la sua somiglianza con il fratello. C’era anche Curcio nella gabbia.

“Chi è andato in galera è stato quasi un volontario” dice con “humor” amaro, perché “per una ragione o per l’altra hanno potuto evitarla, addirittura la Petrella ci sta riuscendo anche senza doversi pentire, anzi avendo proclamato di essere irriducibile”.

Riguardo quest’ultima, nel rievocare l’assurdo diniego francese all’estradizione rivendica la sua scelta di non andare all’Eliseo dal presidente Sarkozy con l’Associazione dei familiari delle vittime, non voleva essere preso in giro; scelta rivelatasi giusta non solo per l’inutilità della visita ma perché il presidente francese ebbe un visibile quanto intollerabile moto di stizza rigirandosi sulla sedia, e un gesto di fastidio simile rispetto a una sacrosanta indignazione passava davvero la misura.

Non sono solo amare le parole dette con tono amabile da Aldo Vinci. Il suo volto si illumina quando parla dei riconoscimenti al fratello, la strada intitolata a lui a Roma, l’intitolazione del nuovo Centro polifunzionale della Polizia a Torino per volontà del Questore, anche lui come il fratello Sebastiano con una tale vocazione da fargli lasciare una posizione molto ben remunerata e di prestigio per entrare in Polizia e ricominciare da capo; del questore dott. Faraoni parla con affetto, oltre che con rispetto, la celebrazione a Torino sembrava la “Festa dell’amicizia”, dice, tanto il clima era aperto e confidenziale. Aggiunge che il questore per lui è “quasi il terzo fratello”. E poi la Medaglia d’oro e le attenzioni della Polizia a Roma dove ogni anno l’anniversario viene celebrato dalle autorità con la deposizione della corona dinanzi alla lapide all’ingresso del Commissariato. Non manca mai di esserci con la moglie, ci tiene a precisare, è un modo per sentirsi quel giorno con Sebastiano.

Ma anche qui la sua sincerità, che si unisce alla squisita amabilità, ci fa scoprire un particolare che dà un’altra conferma alle parole dell’agente Votto. Si parla dell’apposizione della lapide diversi anni dopo il tragico evento. “Non fu automatico, dice con un mesto sorriso, un giorno in cui mi sentivo più insofferente del solito rispetto alla rimozione che era stata fatta dell’episodio, ormai ignorato del tutto, ho scritto al Presidente della Repubblica, era Pertini, lamentando che il sacrificio di mio fratello era stato dimenticato. Poco dopo, miracolosamente, ci fu l’apposizione della lapide”. Ed ecco la rivelazione: “Passò del tempo, mi trovavo in Questura parlando di mio fratello quando un funzionario mi fece vedere una lettera scritta dal presidente Pertini in persona, diceva: ‘Il fratello di Sebastiano Vinci ha lamentato l’abbandono della memoria’. Da allora c’è stata la lapide e la memoria non è stata più abbandonata. Ed è stata per noi una vera consolazione”.

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La lapide in memoria del vice-questore Sebastiano Vinci al Commissariato Primavalle di Roma

La cerimonia di commemorazione

Tutti presi dalle parole di Aldo Vinci, veniamo avvertiti che è giunto il momento della cerimonia. Usciamo dalla saletta, è giunto il Questore di Roma dott. Caruso, ci sono le altre autorità: il Presidente del Consiglio comunale di Roma, on. Marco Pomarici in fascia tricolore come delegato del sindaco di Roma Alemanno; il Comandante provinciale dei Carabinieri Tomasone, il Comandante del Gruppo carabinieri Casarsa; per la Guardia di Finanza il col. Razzano in rappresentanza del Comandante De Gennaro; per la Polizia di Stato oltre al Questore Caruso il Vice-questore aggiunto Caggiano e, naturalmente, il dirigente del Commissariato Todaro, con il sostituto Isolabella e gli agenti presenti. Il picchetto d’onore è schierato con la Bandiera tricolore.

La cerimonia è semplice e toccante. L’attenti, lo squillo della tromba, la benedizione del diacono del Commissariato, l’Ass. C. Piccione. Il Questore depone la corona d’alloro davanti alla lapide, due agenti sull’attenti ai lati come scorta d’onore. Siamo tutti compunti, presi dalla solennità del momento, nel ricordo di un eroe borghese, il Vice-questore di Roma del 1981 Sebastiano Vinci.

Al termine abbiamo avvicinato il Questore. Al dott. Caruso non abbiamo posto domande di circostanza, ci ha dato lui il messaggio: “Non ci sono parole adatte per un momento come questo. Ma una cosa si può dire: guai a dimenticare questi fatti, la memoria serve a costruire un futuro migliore”.

Poi la mattinata è proseguita in un intrattenimento delle autorità e dei presenti, il Questore ha parlato lungamente con il dirigente del Commissariato e con tutti gli altri, è stato un incontro amabile con al centro Aldo Vinci; in un clima confidenziale che ha ricordato quello di Torino nella sua descrizione; anche oggi, come nel Centro polifunzionale, sembrava la “Festa dell’Amicizia”.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

Dalla cronaca alla storia

Questa la cronaca attuale di una giornata particolare, che abbiamo voluto descrivere momento per momento. Ma chi era Sebastiano Vinci? Ne raccontiamo la storia, capirete perché siamo qui con una commozione tutta nostra e ve ne renderemo conto.

“A due giorni dalle elezioni: offensiva elettorale delle BR. Quattro ore di sangue a Roma. Ucciso un Vice-questore, ferito l’avvocato di Patrizio Peci”, così il titolo di un quotidiano di sabato 20 giugno 1981. Ed ecco la notizia: “Alle 13,20 di ieri un commando uccide Sebastiano Vinci e ferisce il suo autista. Ore 16,50: terroristi sparano a un rappresentante di una casa editrice. Ore 17: colpito in un agguato il legale De Vita. Pochi minuti dopo un attacco contro la P.S.”. La segnalazione quasi di “routine” nella sala operativa della questura, di “colpi d’arma da fuoco in Via Pineta Sacchetti, angolo via Mattia Battistini” diventa ad un tratto concitata: “E’ uno dei nostri, è uno dei nostri. E’ il dottor Vinci. A tutte le auto, a tutte le auto: attuare il piano di emergenza di primo, secondo e terzo grado”.

E’ il linguaggio di tante avventure degli eroi dei fumetti, di cui Vinci era appassionato nella sua adolescenza trascorsa a Teramo dove la sua famiglia si era trasferita da Palermo al seguito del padre assegnato alla locale Banca d’Italia. Le sue collezioni suscitavano l’invidia di noi compagni di scuola, entrare nella stanza dov’erano pile di “giornalini” in perfetto ordine era come visitare il paese dei balocchi. Però l’invidia era mista a un senso di compatimento perché il fumetto era visto allora come disimpegno se non diseducazione, visione infantile e non coscienza matura della realtà, gli veniva addossata la “colpa” di spegnere la fantasia alimentata invece dalla parola scritta.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’omaggio della sindaca di Roma Virginia Raggi

L’agguato mortale

Torniamo alla notizia giornalistica, illustrata proprio da fumetti disegnati nella prima pagina del “Messaggero”. Nel primo l’attentato al Vice-questore, un’auto ferma per far passare una colonna di autovetture, alle portiere i terroristi che fanno fuoco all’interno. La cronaca: “Due giovani a piedi, che fino a pochi minuti prima vendevano copie di ‘Paese Sera’, si sono avvicinati all’auto impugnando le pistole, una calibro 9 e una ‘357 magnum’, coperte dai giornali. Il Dr. Vinci, raggiunto da proiettili di tipo speciale con enorme potere penetrante, ha abbozzato un tentativo di reazione (la sua pistola è stata trovata sotto il sedile, l’aveva estratta e non aveva fatto in tempo ad usarla). L’agente al volante ha aperto la portiera e si è gettato a terra, ma dall’altro lato erano pronti altri due terroristi che hanno sparato contro di lui. Il commando è poi fuggito a bordo di una 128 di colore blu”.

Ricovero immediato al vicinissimo Policlinico Gemelli. Ancora dalla cronaca: “Per Vinci, colpito da sette proiettili di cui due mortali non c’è nulla da fare, muore dopo pochi minuti. L’autista, l’agente Pacifico Votto, in condizioni gravissime, con polmone, reni e fegato trapassati da un proiettile, viene operato e resta in rianimazione, tra la vita e la morte”. Fortunatamente sopravvive.

38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La vocazione

Questo l’epilogo della storia di Sebastiano Vinci, Nello per gli amici e per noi suoi compagni di scuola a Teramo, alle medie e al Liceo-ginnasio “Melchiorre Delfico”. Ma come si era dipanata la sua vita dopo l’infanzia e l’adolescenza vissute nel segno delle magiche avventure degli eroi dei fumetti, suoi personaggi prediletti?

Conseguita la laurea in giurisprudenza era entrato nella Banca Nazionale del Lavoro, dove aveva lavorato undici anni prima di vincere nel 1968 il concorso per vice-commissario di polizia, la sua aspirazione di sempre, come sanno i suoi compagni di allora. Non ebbe dubbi, fece una grande festa con familiari e amici: “Finalmente mi sono liberato di un lavoro oppressivo e faccio la professione che mi è sempre piaciuta. Oggi sono felice”, aveva detto.

Ma qual è stata la molla che gli ha fatto coltivare quest’aspirazione facendogli lasciare, dopo undici anni, il lavoro bancario da tanti ambito, cambiare città e ricominciare da capo per un’attività così esposta e difficile, nelle file della polizia, in prima linea nella lotta alla delinquenza? Quali valori, assimilati nell’adolescenza, lo avevano portato a una inconsueta scelta di vita che lo rendeva felice?

Il ricordo torna alla sua passione per i fumetti, ai personaggi delle “strisce” strenuamente impegnati nella frontiera tra il bene e il male a far trionfare i valori positivi. Una lotta senza quartiere nella quale il bene è destinato a sconfiggere il male, ma attraverso inenarrabili vicissitudini, tremendi pericoli e tanta fatica. Ripensiamo in particolare all’Uomo Mascherato, il suo eroe prediletto, il personaggio da lui più amato. Ebbene, da “giustiziere della giungla” divenne “giustiziere della giungla d’asfalto” delle metropoli, agiva nel Golfo del Bengala ma era richiesto dalle polizie di tutto il mondo ed era sempre pronto ad accorrere dove era necessario affrontare situazioni intricate e pericolose. Andò in America per lottare contro bande criminali, nel mondo violento degli anni ’30, approdò anche in Inghilterra: lui con la polizia da una parte, le bande criminali delle metropoli dall’altra. Sulla frontiera tra il bene e il male irrompeva con la sua forza per far prevalere il bene.

Cominciamo a riflettere sui nostri giudizi di allora, si stringe il cuore nello scoprirne la vocazione.

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38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, il raccoglimento delle autorità

La carriera nella Polizia

Abbiamo lasciato Vinci felice alla festa in famiglia per l’ingresso in polizia. Di qui prende avvio una brillante carriera. La parte iniziale a Roma, poi a Modena dove diviene presto Vice-capo della Squadra mobile. Di lì alla questura di Torino, vi resta sette anni, prima come funzionario addetto alla Criminalpol, poi aggregato alla Squadra mobile come dirigente della 1^ Sezione omicidi e rapine; quindi dirige il Commissariato “Barriera Milano” della periferia Nord di Torino.

Finalmente, questa sarà stata la sua esclamazione, il trasferimento a Roma nel 1979. Regge il Commissariato “Monteverde”, ma dopo due mesi i gradi superiori ritenendolo “un poliziotto con la P maiuscola”, come dissero, lo spostarono all’ufficio di gabinetto della Questura come diretto collaboratore del dirigente e infine – proprio infine, purtroppo – gli affidarono il Commissariato “Primavalle”, uno dei più “caldi” della capitale, con il grado di Vice-questore.

Un territorio molto vasto da presidiare disponendo di soli 60 uomini: dalla Pineta Sacchetti e dal quartiere Aurelio fino a Bracciano, Anguillara e Formello, con oltre 800.000 abitanti. E un commissariato di frontiera dove delinquenza comune e criminalità politica s’intrecciavano pericolosamente: spaccio di stupefacenti e rapine, malavita organizzata e racket, e in più un centinaio di autonomi, rivoluzionari violenti contigui al terrorismo, per metà clandestini.

Quasi quotidianamente veniva segnalato alla questura il reperimento di volantini, opuscoli e striscioni eversivi “che ormai – dissero gli agenti – avevano riempito una delle stanze del Commissariato”. Qualche giorno prima dell’agguato un pregiudicato, che non si era fermato a un posto di blocco, era stato colpito a morte dagli agenti del Commissariato nell’inseguimento. Un quadro non meno fosco dell’America degli anni ’30, una “giungla d’asfalto” non meno rovente di quella nella quale si batteva il “giustiziere mascherato” dei suoi fumetti preferiti.

E anche per Vinci la lotta sembrava impari. Il numero di agenti del Commissariato era rimasto lo stesso da trent’anni pur con la crescita esponenziale della popolazione nel territorio e per di più spesso il personale veniva dirottato in altri commissariati. Lui non chiedeva rinforzi ma diceva: “Vi chiedo solo di lasciarmi i miei uomini, non ho bisogno di rinforzi, purché mi lasciate loro”.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, un momento della cerimonia

La sua figura

Non aveva i poteri straordinari del suo eroe, ma tanta umanità unita a una sperimentata professionalità. Così lo hanno ricordato i suoi collaboratori: “Un funzionario colto, deciso, preparato. Qui al commissariato Primavalle si era fatto apprezzare dal personale costruendo un clima di amicizia e collaborazione”.
La sera prima dell’agguato mortale aveva diretto il servizio d’ordine pubblico alla manifestazione del PCI con Berlinguer e Petroselli, che nelle imminenti elezioni amministrative a Roma si contrapponeva a Galloni: Secondo una segnalazione anonima ci sarebbe stato un attentato, ma tutto filò liscio, come lui aveva previsto, e a notte inoltrata poteva cenare tranquillamente con i collaboratori in un’osteria della zona.

Ed ecco un’altra prova della sua umanità, che ci riporta ai banchi di scuola: “Il Commissario Vinci aveva agito con particolare decisione contro le infiltrazioni di gruppi eversivi nelle scuole – raccontò allora il maresciallo capo della squadra giudiziaria – soprattutto al liceo Fermi, ed era riuscito in parte ad arginarle. I muri del quartiere si erano riempiti di minacce contro di lui.” Allorché fu assassinato stava per testimoniare contro un docente del Fermi, accusato di istigare alla violenza; nei giorni precedenti l’udienza era stata rinviata.
Ma allora il nostro compatimento per la sua “mania” per i fumetti, la nostra aria di sufficienza per il disimpegno e la superficialità che questa passione “eccessiva”” sembrava esprimere? Non lo avevamo giudicato male, pur con l’affetto, la simpatia e un po’ d’invidia provata per i frutti proibiti che custodiva nella stanza magica delle sue collezioni di fumetti? Allora…

Il suo sacrificio appare in una luce sempre più umana secondo altre testimonianze: “Non puntava alla spettacolarità dell’azione. Una persona corretta, uno che il suo lavoro lo amava, uno che sapeva affrontare sempre le situazioni nel modo giusto con cautela ma, se occorreva, con decisione”.

Un esempio di questo modo di comportarsi si ebbe quando gli autonomi occuparono un locale dell’Istituto case popolari, non ordinò lo sgombero con la forza, e li convinse ad allontanarsi “usando civiltà e persuasione”, così le cronache; ma non esitò ad arrestarli allorché, credendo che non vi fosse più sorveglianza, tentarono una nuova occupazione.

Nessun piglio da giustiziere, dunque, nessuna imitazione dell’eroe prediletto della sua adolescenza se non nei valori. Ma equilibrio unito a fermezza; e, insieme, forza d’animo e soprattutto serenità. Aveva “passione per il mestiere inteso anche come rapporto con la gente e i suoi problemi”. Elena, la proprietaria del baretto vicino al Commissariato, disse: “Il dottore si faceva voler bene da tutti, era sempre sorridente, pieno di entusiasmo”.

I suoi colleghi di Torino rievocarono così l’ultima visita che fece alla Questura dove aveva lavorato per sette anni, pochi mesi prima dell’agguato: “‘Tutto bene, ragazzi? – disse – Non lamentatevi. Vedeste a Roma, lì non c’è un solo attimo di pace. E pensare che poco tempo fa mi hanno anche minacciato di morte!’. Aveva riso, sicuro e allegro come sempre”. Ricordavano che il suo nome era stato trovato alcuni mesi prima in un covo delle BR nel capoluogo piemontese. Era entrato nel mirino dei terroristi per il lavoro svolto a Torino: citano la scoperta dell’armeria clandestina di un nucleo delle BR, pistole, bombe a mano, candelotti di dinamite, in un alloggio vicino al Commissariato che aveva diretto.

Così “L’Unità” descrisse la sua figura: “Vinci era il simbolo di quella che dovrebbe essere una polizia moderna e democratica, fatta di uomini preparati, consapevoli, soddisfatti di servire le istituzioni democratiche, la collettività. E proprio per questo l’’infaticabile’, come affettuosamente lo chiamavano i colleghi, era odiato non solo dalla malavita ma anche dai terroristi. ‘Attento, Vinci’, si leggeva ancora ieri sera in una via di Primavalle, quartiere tra i più difficili della grande periferia romana. Accanto alla scritta una sigla del terrorismo rosso: MPRO”.

Una morte annunciata, dunque, ma da lui non temuta. Non ha la vettura blindata, non adotta particolari precauzioni nei ritorni quotidiani da Via Maglione dov’è il Commissariato all’abitazione di Via Cecilio Stazio, tragitto che a volte compie su un’auto di servizio, a volte sulla propria autovettura. Ha fiducia nel suo rapporto con la gente, consapevole di svolgere con correttezza oltre che con passione il suo delicato lavoro.

Non lo ha ucciso l’odio personale di delinquenti e terroristi, perché aveva saputo meritare il rispetto di coloro che lo avevano conosciuto, anche se si trovavano al di fuori della legge; lo ha assassinato l’aberrazione criminale degli anni di piombo, che si scatena con cieca virulenza nel giugno angoscioso del 1981 anche contro di lui considerato un simbolo da abbattere.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, gli onori militari

Il rispetto degli avversari

Un autonomo di Primavalle, subito dopo la sua morte, disse: “Sono stato in carcere fino a poco tempo fa, ho sfiorato il partito armato, ma questo inutile delitto mi ha aperto gli occhi. Conoscevo Vinci da avversario e, pur considerandolo tale, lo stimavo per come svolgeva il suo lavoro. Ucciderlo è stato un atto gratuito, inconciliabile anche con la più aberrante logica rivoluzionaria”. L’umanità che penetra nel cuore indurito da ideologie deliranti è un miracolo che scaturisce dal sacrificio: “Tutti adesso esprimono la loro esecrazione rituale – continua l’autonomo – io esprimo una condanna sentita e sofferta”.

Non sappiamo se questi propositi siano stati mantenuti. Sappiamo però che altre certezze furono scosse, altri cuori furono toccati.

La moglie di un terrorista condannato a 16 anni nel 1975, sposato in carcere, portò un mazzo di fiori sul feretro ed espresse con coraggio, in televisione, una condanna anch’essa sentita e sofferta e lanciò un appello: “Chi vuol cambiare le cose uccidendo persone, come hanno fatto con il Dr. Vinci, non ha capito niente di come si deve fare per cambiare perché in questo modo non si cambia proprio niente”. Ed ancora: “Le persone che commettono questi omicidi, avessero anche il coraggio di mostrare la faccia. Se vogliono cambiare le cose uccidendo, mostrino la loro faccia. Io sto dicendo queste cose perché uccidere non serve a niente, serve solo a creare panico, paura, a vivere male… sulla morte delle persone non si costruisce niente né di positivo né di negativo, assolutamente niente”.

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36^ Commemorazione, 19 giugno 2017, le autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La sua memoria

Vi fu esecrazione ufficiale con le autorità schierate al completo, il Presidente Pertini in testa, ai funerali di Stato officiati dal Cardinale Poletti nella chiesa di S. Vitale a Roma.

Ma già nei giorni successivi l’attenzione dell’opinione pubblica fu attirata da altri eventi: i risultati delle elezioni amministrative, il nuovo governo presieduto da Spadolini, nuovi crolli in Borsa, gli strascichi della P2, altri scandali, le vicende dei sequestri terroristici, un ricovero d’urgenza in ospedale di papa Wojtila che era tornato il 6 giugno in Vaticano dopo l’attentato che lo aveva ferito gravemente, le polemiche sulla fine di Alfredino Rampi dopo i vani tentativi di salvataggio a Vermicino, e perfino l’arrivo dei bronzi di Riace al Quirinale.
La stampa si limitò a brevi notizie in cronaca sull’andamento delle indagini. Normale, certo. Ma a scorrere oggi i giornali del tempo, fa male vedere che Sebastiano Vinci era dimenticato pochi giorni dopo l’assurdo crimine, dopo l’“esecrazione rituale” delle autorità.

Poi qualcosa si è mosso, e dalle parole del fratello Aldo abbiamo ora capito perché. A Roma fu posta una lapide all’ingresso del Commissariato di Primavalle, gli è stata intitolata una strada del quartiere dove abitava; inoltre, è cronaca recente, gli è stata intitolato il Centro polifunzionale della Polizia a Torino. Ogni anno viene celebrato l’anniversario del 19 giugno con una cerimonia alla quale partecipano le autorità, Questore in testa. La famiglia è rappresentata sempre dal fratello Aldo con la consorte; la moglie di Sebastiano dopo la tragedia entrò in depressione e non si riprese più, si spense dopo un triste andirivieni con l’ospedale.

35^ Commemorazione, 19 giugno 2016, l’omaggio del Vice-questore vicario De Angelis

La riapertura della ferita

Quest’anno l’anniversario si celebra mentre un’autorevole componente del commando assassino, pur condannata e arrestata di recente, si è sottratta alla pena. Segno dei tempi? Forse sì, in tutti i sensi, per il tempo trascorso e per una specie di indulgenza che di fatto si è diffusa dopo l’esecrazione. Ormai sono fuori dal carcere quasi tutti gli autori dei più efferati attentati, e non solo degli anni di piombo, anche di molte stragi mafiose. Dove non sono intervenuti i benefici carcerari ci sono stati i benefici concessi per il pentimento.
Ma né l’uno né l’altro si sono verificati per la responsabile dell’atroce delitto, la brigatista Marina Petrella, a capo del commando costituito dalla colonna Primavalle; non si è pentita né dissociata, è rimasta sulle sue deliranti posizioni. Si è invece verificata un’incredibile concatenazione di eventi nei quali la burocrazia giudiziaria ha prevalso sulla giustizia: un’anomalia perversa, vincente per l’assassina, perdente per le vittime. Abbiamo sentito prima Aldo Vinci, ora diamo la parola ai fatti.

Implicata nel delitto Moro e in altri fatti di sangue, la Petrella fu arrestata ripetutamente, l’anno precedente e l’anno successivo l’attentato a Vinci e rimessa in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Fu processata nel “Moro-ter” per l’assassinio di Vinci, di cui fu riconosciuta colpevole. Nel corso del lungo procedimento, iniziato circa dieci anni dopo il fatto, fu ancora rimessa in libertà per decorrenza dei termini. Quando dalla Cassazione arrivò nel 2003 la condanna definitiva all’ergastolo non la trovarono più al suo domicilio essendosi rifugiata nella Francia che dava asilo ai terroristi per effetto della “dottrina Mitterand”.
Ha condotto una vita normale fino a quando, decaduta tale dottrina con la fine del governo socialista, e ripresa la collaborazione dei francesi nel perseguire i fuorusciti, è stata individuata e fermata dalla polizia. L’Italia ha chiesto l’estradizione e il presidente Sarkozy in un primo momento ha dato l’assicurazione che sarebbe stata concessa, con la richiesta irrituale al governo italiano di prendere in considerazione il conferimento della grazia per le sue condizioni di salute.

Fino all’ultima beffa, allorché nell’ottobre 2008 l’estradizione è stata addirittura negata motivando il diniego con la motivazione che le condizioni di salute della terrorista sono incompatibili con la detenzione; e ciò per l’intercessione della consorte del presidente francese Carla Bruni a sua volta sollecitata dalla propria sorella che aveva visitato la Petrella in carcere.

Una grottesca “pochade” che ha fatto protestare giustamente le istituzioni italiane. Il capo della polizia Antonio Manganelli, nell’inaugurare a Torino il Centro polifunzionale della polizia intitolato a Vinci, ha contestato “un sistema che dà la certezza della quasi assoluta impunità” e consente alla Petrella “condannata all’ergastolo con l’accusa di essere stato il capo del Commando che uccise proprio Vinci, di non essere estradata versando in uno stato di depressione grave. Noi ne abbiamo preso disciplinatamente atto – ha concluso – ma non senza sommovimenti interni in ciascuno di noi”. E nel dire questo ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena”.

Il fratello Aldo Vinci, con dolore misto a rabbia, ha dichiarato nella stessa circostanza a Torino: “Si uccidono poliziotti e carabinieri e poi si fugge all’estero e finisce tutto. Non è giustizia. Non è un messaggio positivo. Lei è fuggita in Francia, dove ha potuto condurre una vita normale, mentre mio fratello è al cimitero crivellato di proiettili solamente perché era al servizio dello Stato”. E con sofferenza ancora maggiore: “Paola, la moglie di mio fratello, quando ha visto Sebastiano crivellato di proiettili al Policlinico Gemelli, ha subìto un tale trauma che non si è più ripresa. È caduta in depressione. Si è trascinata per qualche anno fino a morire in ospedale di crepacuore. Nessuno ha mostrato pietà per lei vedova di un servitore dello Stato. Mio fratello è stato ucciso per il lavoro che faceva”. Poi la conclusione:”Marina Petrella è stata la mandante e l’esecutrice materiale. Lei era a capo della colonna Primavalle delle Brigate Rosse e mio fratello era il dirigente del commissariato di quel quartiere. Ha commesso un reato di sangue: deve rispondere con l’ergastolo”.

Ricordando questi precedenti ripensiamo alle parole dette oggi da Aldo, con una serenità mista alla determinazione di battersi sempre e dovunque per la memoria del fratello Sebastiano. Anche lui ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena” per i responsabili di crimini così efferati.

Sostiamo commossi dinanzi alla sua lapide, usciamo dopo averla accarezzata, per noi è tornato ad essere l’antico compagno di scuola appassionato di fumetti, caduto nell’esercizio del dovere. Nella strada vicina, alla fermata dell’autobus chiediamo un’informazione a una signora anziana e le domandiamo se si ricorda del capo del Commissariato di trent’anni fa, Sebastiano Vinci: “Me lo ricordo benissimo, ci dice, non è morto in un conflitto a fuoco ma in un vile agguato, lo hanno aspettato al semaforo i terroristi”. E poi aggiunge: “Dovrebbero ammazzarli tutti quei delinquenti, invece stanno tutti fuori liberi mentre il povero Commissario sta sotto terra…”.

Il Commissariato Primavalle diretto da Vinci, via Luigi Maglione, 9 Roma

L’umanità di un eroe borghese

L’ultima immagine che vogliamo lasciare di Nello – ci piace ora chiamarlo come nell’adolescenza – è familiare ai lettori di fumetti, come le immagini drammatiche di sparatorie ed attentati.

E’ quella di un cane, l’inseparabile compagno che lo accompagnava sempre quando tornava a casa. Così la cronaca dell’epoca: “Illeso il cane che, guaendo, era saltato sulle gambe del Dr. Vinci, come per proteggerlo”. Poi aveva abbaiato furiosamente dal finestrino frantumato ed era infine restato a guaire disperato accanto al corpo del padrone in fin di vita: così lo ricordavano i testimoni, così apparve nelle istantanee pubblicate sui giornali.

Un cane era anche il compagno inseparabile dell’eroe prediletto. Si chiamava “Diavolo” ed era impegnato nelle imprese epiche dell’Uomo Mascherato. Il cane di Nello si chiamava “Ciccio” e la sua presenza contribuiva a creare quel clima familiare che si respirava nel Commissariato, come dissero i suoi collaboratori.

Torniamo alle cronache di allora:“Ed in questo era aiutato anche dal suo inseparabile Ciccio, il cane di razza ‘beagle’ che tutti avevano imparato a conoscere. Dove c’era Ciccio c’era anche Vinci. Ciccio era lì accanto al suo padrone anche ieri mattina sulla Ritmo bianca , seduto sul sedile posteriore coperto di giornali. Mentre gli assassini sparavano”.

Un compagno fedele come quello dell’eroe dei fumetti, ma domestico e mansueto. Del resto, nella sua lotta contro la delinquenza, Nello non aveva le sembianze e i modi del giustiziere, lo abbiamo ricordato, bensì dell’uomo comune. Dell’“eroe borghese” che ogni sera portava a spasso il suo Ciccio e per ciò stesso, dissero i vicini, ispirava serenità quando lo vedevano passare.

Con questa immagine serena vogliamo concludere il ricordo del compagno di scuola nostro e di tanti coetanei teramani. Un ricordo che ci ha fatto ripercorrere un’avventura purtroppo tragica, intrisa di profonda umanità. Le strisce dei fumetti, gli eroi della sua e nostra adolescenza, fanno da sfondo ad una vicenda realmente vissuta che assume ora dimensioni mitiche e valori simbolici.

Una vicenda nella quale spicca la figura di un eroe, un “eroe borghese”. Per noi c’è un motivo in più di rimpianto. L’incomprensione di allora del suo spessore umano nascosto da quella che sembrava una “mania” per i fumetti. Era invece una condivisione profonda dei valori positivi incarnati negli eroi dell’adolescenza; che lo ha portato a una vita di frontiera, fino all’estremo sacrificio.

Come nel romanzo di Fred Uhlmann del 1971, tradotto nel film “L’amico ritrovato” del 1989 – una di quelle storie che non si dimenticano e molti hanno visto certamente – lo abbiamo scoperto purtroppo molto tardi, troppo tardi per dirglielo mentre era in vita. Ma non troppo tardi per rendere omaggio oggi, che è diventato un eroe, a un amico della nostra adolescenza. L’amico ritrovato.

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Il Liceo-ginnasio frquentato da Vinci a Teramo, oggi Liceo classico Delfico-Montuti

Info

L’articolo sopra riportato, con i commenti che seguono, è stato pubblicato il 20 giugno 2009 sul sito”on line” cultura.inabruzzo.it , non più raggiungibile, gli articoli, che sono disponibili, saranno trasferiti su altro sito.

Foto

Dopo le prime due fotografie – una foto tessera di Sebastiano Vinci e una scena dei suoi funerali – abbiamo inserito nell’articolo del 2009 sopra riportato una serie di immagini delle celebrazioni annuali svoltesi negli ultimi cinque ann, con la partecipazione del Questore e della sindaca di Roma Virginia Raggi, davanti alla sua lapide presso il Commissariato Primavalle di Roma, che dirigeva nel 1981, quando fu assassinato nell’agguato terroristico da quattro brigatisti rossi. Tali immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, ma qualora non ne fosse gradita la pubblicazione dai proprietari dei diritti, su semplice loro richiesta provvederemo ad eliminarle, facendo doverosamente presente che sono solo accessorie avendo mero intento illustrativo senza alcuna implicazione di nessun tipo di natura economica o pubblicitaria. I siti, di cui si ringraziano sentitamente i titolari per l’opportunità offerta, sono i seguenti, nell’ordine in cui le rispettive immagini sono nel testo: wikipedia, romalive.org, primapaginanews.it, questura.poliziadi stato.it, lavocedellazio.it, comunediroma.it, ilcaffe.tv, agvilvelino.it , 3 in fila da questura.poliziadi stato.it, le ultime 2 da lecodellitorale.it., facebook.com.

11 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato gennaio 11, 2011 alle 9:29 PM

Sono io a ringraziare Bartolo, che non conosco, per aver ricordato Sebastiano Vinci in questo inizio di 2011 con il suo commento di poche parole quanto mai toccanti. Lo ha “visto arrivare al Commissariato Primavalle e purtroppo anche morire”; rende “onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle”.
Che si può dire di più, c’è memoria e commozione, in questo inizio di anno che riporta in primo piano la sua figura e ha fatto tornare nella prima pagina della nostra rivista anche il ricordo dei tanti i cui commenti precedono nel tempo quello di Bartolo.
Rileggiamo l’orgoglio di Giorgio, che purtroppo non c’è più, di averlo avuto compagno, il rimorso di Franco per non aver saputo battersi contro la barbarie, l’esempio per le giovani generazioni evocato da Luigi, l’impegno di Corrado a raccontarne la storia ai colleghi perché “narrare vuol dire resistere”, la condivisione di Enzo e Domenico, l’appello di Rosanna alla memoria pubblica per il “passato che non passa” nelle parole di Primo Levi.
Giorgio e Fabrizio, Franco e Luigi, Rosanna e io stesso lo ricordiamo avendo condiviso con Sebastiano Vinci, per noi Nello, la frequenza del liceo-ginnasio Melchiorre Delfico di Teramo.
In questo spirito posso dare a tutti una notizia, ringraziando il suo ex collega di commissariato Bartolo per avermene fornito l’occasione con il suo fresco commento di inizio anno.
La possibilità che Nello venga ricordato, come chiede l’ex collega di liceo Rosanna in un gemellaggio ideale con Bartolo, mi è stata confermata in questi giorni dal prof. Roberto Ricci, che si è adoperato al riguardo dopo il mio incontro a questo fine con il preside del Delfico. Soltanto l’avvicendamento al vertice dell’istituto ha creato un rallentamento, la nuova preside sarà sensibile a questa esigenza sentita così intensamente.
Ancora tutto è da definire, ma le premesse poste dal preside precedente ci sono, confidiamo che si traducano nel riconoscimento dovuto a un eroe autentico che sin dall’adolescenza ha sentito nascere l’insopprimibile bisogno di schierarsi dalla parte della giustizia.
In questo la scuola, e quindi il Melchiorre Delfico dove si è formato, ha avuto un ruolo importante, oltre alle sue letture che sembravano infantili, mentre rispondevano a un’esigenza profonda che solo dopo si è compresa appieno, come dimostra la storia della sua vita.
Un grazie ancora a Bartolo per aver ricordato il nostro eroe – un bell’inizio per il nuovo anno – dopo l’omaggio di tanti di noi orgogliosi di averlo avuto come compagno al Melchiorre Delfico.
Questo prestigioso istituto saprà esprimere, a sua volta, l’orgoglio di aver avuto un allievo come Vinci che ha saputo incarnare fino all’estremo sacrificio i più alti valori.

  • Bartolo

Postato gennaio 9, 2011 alle 9:04 PM

Grazie per aver ricordato il mio Dirigente – dott. Sebastiano VINCI. L’ho visto arrivare al Comm.to Primavalle e purtroppo anche morire.
Onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle.

  • Rosanna Polidori Iacovoni

Postato agosto 11, 2009 alle 11:52 AM

L’articolo di Romano Levante del giugno 2009, sulla morte del commissario di polizia Sebastiano Vinci ucciso nel 1981 dalle B.R. , ha riproposto inevitabile, a 30 anni circa di distanza, l’immagine dei sentimenti e risentimenti legati ad un fenomeno storico, il terrorismo, che ha segnato in modo irreversibile la società italiana.
Premesso che non ho conosciuto S. Vinci, leggendo la ricostruzione della sua vita sono rimasta colpita dalle coincidenze tra le sedi scolastiche e lavorative del Commissario e le mie: Teramo, Torino e Roma. Teramo: liceo “M. Delfico” che abbiamo frequentato nello stesso periodo. Torino. E infine Roma: quartiere Primavalle. Nel 1981 infatti insegnavo presso una scuola statale di Primavalle. La storia della vita di S. Vinci e la sua morte lo collocano nella lunga lista di cittadini che le B.R, seguendo una precisa strategia, hanno ferocemente eliminato a causa del ruolo e del rigore morale e professionale con il quale lo esercitavano. La memoria pubblica non può chiudere i conti con il passato perché dal passato non si esce, ma si continua a portarselo dietro come un tratto della costruzione della nostra personalità. Primo Levi parlava di un “passato che non passa”. Ma le vittime delle B.R. andrebbero sempre commemorate per collaborare alla ricerca di un superamento della violenza. E i tempi della memoria dovrebbero anche andare del senso di una giustizia “giusta” cosi come R. Levante sottolinea.

  • Domenico Moschetta

Postato agosto 10, 2009 alle 8:01 PM

Articolo ben documentato! congratulazioni

  • Corrado

Postato agosto 6, 2009 alle 7:50 PM

lavoro al Comm.to Primavalle da molti anni, credevo di conoscerla tutta la storia dell’omicidio del Dott. Vinci, invece…. farò in modo di narrare la memoria del Dott. Vinci ai miei colleghi xchè narrare vuol dire resistere.
Sig. Levante, grazie del suo prezioso contributo.

  • Luigi Marini

Postato luglio 21, 2009 alle 8:48 PM

La memoria ed il ricordo di Nello Vinci possono, anzi, devono essere di stimolo alle nostre generazioni ed a quelle future, affinché una vita umana a difesa delle Istituzioni e dello Stato non sia stata sacrificata invano.

  • Franco Tomassini

Postato luglio 15, 2009 alle 4:05 PM

Il sacrificio di Nello Vinci, simile a quello del Commissario Esposito, assassinato a Genova, dove vivo, dalle BR, a quello del Giudice Alessandrini di Pescara, e a quello di tante altre vittime di una follia alla quale assistemmo inermi, impotenti ma, forse, e soprattutto, colpevolmente indifferenti, oggi viene ricordato da Romano Levante con una voce che stimola noi vecchi a frugare nelle nostre coscienze, alla ricerca di qualche salutare rimorso.
Le BR furono le figlie anomale dell’esaltazione di un ’68 infantile, privo di visioni politiche, e, quindi, il naturale sbocco di utopie impossibili. Mentre altri Paesi riuscirono ad assorbire il fenomeno, noi in Italia producemmo una guerra civile che seminò il Paese di morti ammazzati, persone come noi, della nostra età, dei nostri sentimenti.
E noi non facemmo nulla per impedire tutto questo.
L’articolo dell’amico Romano ha fatto rinascere in me un profondo rimorso, quello di non aver saputo oppormi con la dovuta forza a tanta barbarie.

  • Enzo

Postato luglio 12, 2009 alle 5:48 PM

anche se ho un flebile ricordo della vicenda che coinvolse Nello, apprezzo e condivido le considerazioni di Levante

  • Fabrizio Iacovoni

Postato luglio 8, 2009 alle 10:31 AM

Ho letto con attenzione l’articolo di Romano M. Levante la cui onestà intellettuale è nota ne condivido completamente l’analisi sociologica del ns. “Eroe” e le conclusioni per una giustizia più giusta. Spetterebbe alle istituzioni dare un segnale tangibile per ricordare alle generazioni future la nobiltà di questo servitore dello Stato ammazzato barbaramente da una vendetta priva di ideologia.

Fabrizio Iacovoni
Via Luigi Cadorna, 67
64100 TERAMO
Tel. 340 8512341 – 0861 244810

  1. Giorgio Di Pancrazio

Postato luglio 1, 2009 alle 9:32 PM

Sono orgoglioso di aver avuto Nello Vinci compagno al
Liceo Melchiorre Delfico di Teramo.

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1 commento

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