Istanbul, l’omaggio di 9 artisti alla “nuova Roma”, alla galleria Russo

di Romano Maria Levante

Una mostra in omaggio a “Istanbul”, dal 15 aprile al 5 giugno 2019, alla Galleria Russo, con 9 artisti –  espositori in precedenti mostre nella galleria – i quali hanno creato appositamente nel 2019 una serie di opere – ne sono esposte 25 – evocatrici dei vari aspetti della città in cui l’Oriente incontra l’Occidente dal punto di vista geografico e culturale. Curatrice della mostra Maria Cecilia Vilches Riopedre, che ha curato anche il Catalogo bilingue italiano-inglese della Manfredi Edizioni.

Tommaso Ottieri, “Istanbul Stabat Mater”

“Non è stata causale – premette la curatrice – la  scelta di una mostra dedicata alla città di Istanbul in una galleria d’arte romana”. Ma non solo per i motivi  da lei indicati, cioè il fatto che Istanbul, crocevia di civiltà all’incrocio tra Oriente e Occidente, era chiamata “la nuova Roma nell’accostamento ideale con la città eterna”, per cui sono state sempre considerate “città gemelle” anche per certe similitudini nell’ubicazione su sette colli, in prossimità dei mari, per Roma attraverso il fiume Tevere, per Istanbul nel Corno d’Oro.

Manuel Felisi, “Istanbul”

In aggiunta c’è un motivo che ci sembra vada sottolineato, la Galleria Russo oltre alla sede romana nei pressi di Piazza di Spagna ne ha una proprio a Istanbul; quindi il suo non è  solo un riconoscimento episodico del gemellaggio, ma una realtà stabile che dà spessore ideologico e rilievo culturale a questa mostra.  Anche perché i 9 artisti espositori non sono stati selezionati per l’occasione, ma fanno parte di quella che possiamo chiamare la “scuderia Russo” essendo stati protagonisti nel passato anche recente di mostre nella galleria o di eventi dalla stessa organizzati.

Anche per questo  motivo l’attuale mostra non viene presentata come “unicum”, ma come l’inizio di una serie che la galleria ha annunciato voler dedicare alla “nuova Roma” in un gemellaggio prolungato.

Manuel Gambino, “Istanbul”

Non ci sentiamo, invece, di dare alla mostra il significato “politico” cui si è riferito l’ambasciatore  della Repubblica di Turchia a Roma, Murat Salim Esenli, allorché ha denunciato  le fratture  e la “divisione che si sviluppa lungo le linee etniche, culturali e religiose”,  fino a denunciare che “questa mentalità piuttosto allarmante si sta diffondendo in modo particolare nell’emisfero occidentale”, nel quale ha avuto effetti tragici in passato.  E’ vero che, “come una  panacea per le contraddizioni  e per gli scontri, l’arte è il bene più prezioso che abbiamo”,  e perciò “questa straordinaria collezione di lavori assemblati dalla Galleria Russo di artisti italiani degni di nota, ci permette di costruire i necessari ponti mentali e fisici  tra continenti e culture, tra etnie e religioni”.  Ma occorre che questi ponti non siano bloccati da macigni come il mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione  che ha prima frenato, poi arrestato il processo pur avviato di integrazione nell’Unione Europea, esito auspicabile con un paese molto dinamico che fa parte della Nato e garantisce la frontiera dell’Europa verso un mondo ancora più lontano e insidioso.

Detto questo, i 9 artisti, ciascuno con la propria cifra stilistica e la peculiare visione, ci mostrano l’Istanbul multiforme e cosmopolita – la città che lascia nel visitatore un’impronta indelebile e la volontà di tornarci –  in una serie di opere, tutte del 2019, che costituiscono le tessere di un mosaico  evocativo di forti suggestioni.

Luca di Luzio, “Manine”.

Visioni dell’esterno

Le immagini forse più dirette e immediate  sono quelle di Tommaso Ottieri, nella sua inconfondibile visione notturna,  monumentale  e misteriosa. Ai grandi raccordi autostradali e alle piazze, agli interni delle basiliche e  dei teatri della sua  ben nota produzione artistica, aggiunge ora  “Istanbul C”, che rappresenta l’interno della “Cisterna basilica” con le colonne che emergono dall’acqua riflettendosi su di essa, e un titolo  criptico, quasi volesse riassumere l’intera città  in una delle sue attrazioni; e due torri che spiccano nel buio “Istanbul Stabat Mater”  e  “Galata blu” , facendoci entrare subito nella città monumentale.  Sono le caratteristiche creazioni di Ottieri, che – nelle parole della curatrice citate in seguito anche per gli altri artisti – “ritraggono  edifici e paesaggi urbani opulenti , moderni e allo stesso tempo storici, dipinti nei toni del rosso, del blu e del giallo oro.  Il suo lavoro cerca di esprimere una qualità espressiva ed emotiva”.

Simafra, “Il tappeto da tè”

Un altro tipo  di esterno è quello  di Manuel Felisi, che intitola “Istanbul”  due sue tipiche composizioni su legno in resina, la prima  con gli alberi le cui cime convergono verso l’alto, la seconda quasi topografica, mentre in altre due, intitolate “Istanbul di Vedat Turkali” e “Hep Kahir”,  “attraverso gli alberi che potrebbero  far parte di una ‘ottoman promenade’ l’artista stampa le parole che raccontano le meraviglie della città”.  Il tempo è il protagonista silenzioso delle sue opere: “Il tempo con il suo passare cambia le cose, le preserva e le fa dimenticare. Utilizza la fotografia per esprimere un tempo che immobilizza e misura luoghi, oggetti, persone e sentimenti”. E lo fa anche con strati di materiali sovrapposti in un ordine predeterminato che li unifica.

Giorgio Tentolini, “Topkapi

 Michael Gambino con “Istanbul”, “The tourists’ Istanbul”  e soprattutto  “Districts of Istanbul”  mostra  i contorni geografici o gli elementi identitari di Istanbul, “le farfalle di carta sono accostate con una spiccata sensibilità cromatica, abbinando le varie ombre. La città è un punto di riferimento incommensurabile e duraturo che ha forgiato un’alleanza di civiltà”. E “le farfalle sono simbolo di trasformazione e del continuo rinnovo energetico dell’universo” che, nella circostanza, diventano di una città dinamica e vitale.

Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 2″”

Una sottolineatura topografica in “Manine” di Luca Di Luzio, che evoca le antiche lapidi romane poste a memoria delle esondazioni del Tevere con una “manina” a indicare il livello raggiunto. Istanbul viene accomunata a Roma: “La sedimentazione – osserva la curatrice – è una traccia del passaggio del tempo sulle cose che lentamente le modifica e le modella, come i sedimenti trasportati dall’acqua di un fiume  che, depositandosi, ne modificano il suo corso”. Ed ecco il riferimento all’opera: “Un grande corso d’acqua immaginario, realizzato   a matita per rendere visibile il segno, la traccia divide in due sponde la superficie pittorica, evocando l’idea del movimento e del mutevole, del tempo che scorre come un fiume”.   

Enrico Benetta, “Occidentalmente orientale”

Visioni dell’interno

Finora è l’Istanbul vista dall’esterno, ma con Simafra cominciamo a entrare nella sua matrice intrinseca di natura orientale che si confronta con le manifestazioni di natura occidentale. Riccardo Prosperi, questo il suo nome, è un artista di respiro internazionale, con mostre oltre che in Italia, a Londra, in Finlandia e negli Stati Uniti, e opere dedicate alle rispettive aree geografiche. Per Istanbul si concentra sui tappeti, con “Tappeto fiorito” con geroglifici dell’”altra”  cultura, e il “Tappeto del tè” con altri motivi originali di tipo decorativo, mentre “Un antico tappeto”  e “Tappeto ritrovato” si presentano come due grandi  fiori, il primo contornato da orli come cuspidi.

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Diego Cerero Molina, “Figura con gato

Un tappeto nel caratteristico multistrato con maglie di rete metalliche sovrapposte di Giorgio Tentolini, intitolato “Wire rug” , che con le sue sottili volute evoca gli eleganti arazzi,   e un esterno come “Topkapi” nello stesso materiale, un angolo raccolto piuttosto che una visione spettacolare del famoso palazzo orientale; mentre utilizza strati sovrapposti di carta pergamena per  “Nomaz”, tre ragazzi accoccolati a terra visti di spalle.  “Come un ragno che crea la sua tela, Tentolini è paziente e persistente, tesse il suo stesso mondo artistico attraverso una calcolata precisione… Ci porta  a credere che la semplicità dei materiali greggi impiegati possa avere implicazioni uguali al loro significato”, questo il commento della curatrice.

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, Tommaso Ottieri, “Istanbul C”

Elementi identitari ben precisi, dopo i tappeti di Simafra, nelle due  opere in tecnica mista su tela di Veronica Montanino, intitolate Graffito Ottomano # 1 e 2”, una trama di segni che diventa metamorfosi e orientamento” con serie di “impronte” in una contaminazione tra modernità e tradizione intrigante e spettacolare: “Dervisci rotanti, guerrieri turchi, le odalische immaginate da pittori orientalisti  e i manifestanti del Gezi Park si fondono e si confondono coi cavalieri  delle antiche miniature  nei pittoreschi e grandi palazzi turchi”.  L’artista, che si segnala per un “uso esuberante e originalissimo del colore”, oltre che per le installazioni, in queste opere sceglie la strada della tradizione, nella tela e nel cromatismo discreto e delicato su cui spicca una moltitudine di figure bianche.

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Manuel Felisi, “HEP KAHIR di Nazin Hikmet”

La commistione tra Oriente ed Occidente è resa plasticamente dall’acciaio bronzato e il cristallo di Murano di Enrico Benetta, nel suo “Occidentalmente orientale”, un libro che si sfoglia nella unione culturale tra Est e Ovest con le sue caratteristiche lettere  che cadono dalle due pagine aperte quasi a dare l’avvio  a storie affidate alla fantasia dell’osservatore, fino alla fusione nelle acque  del Corno d’Oro.  E’ un’opera che esprime la sua personalità  “traboccante di desiderio di comunicare, in cui si fondono insieme fonti culturali lontane tra di loro” ma accostabili, come in questo caso. Inserisce costantemente i caratteri di stampa Bodoni che rappresentano il suo sigillo: “E’ come se la lettera per Benetta non fosse l’elemento primario della parola, ma vada contemplata in sé,  come pensiero costitutivo dell’opera stessa”. E il materiale bronzeo “trasmette alle opere quella patina del passato che evoca in pieno il fascino dei grandi volumi di storia”.

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Simafra, “Tappeto fiorito

Non sono ancora apparse figure umane, nelle evocazioni di Istanbul da parte degli artisti. Provvede al riguardo Diego Cerero Molina con tre delle sue caratteristiche “Figure” in rappresentazioni sempre più ravvicinate in una “zoomata” quasi cinematografica: “Figura con Narguille”, “Figura con gatto”  e “Figura con troje de rayas”, nei primi due la persona è vista con elementi caratteristici dell’oriente, l’apparecchiatura per il fumo e il tappeto,  nel terzo il primissimo piano del volto severo con un occhio chiuso. Non c’è la deformazione spesso caricaturale delle opere dell’artista, ma indubbiamente la terza immagine ci riporta alle sue caratteristiche enfatizzazioni fisiognomiche.     

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Giorgio Tentolini, “Wire rug”

 Con la figura non sappiamo se minacciosa o ammiccante dell’artista Molina chiudiamo la galleria dei 9 artisti della “scuderia Russo” che si sono cimentati nell’omaggio a Istanbul, fornendo ciascuno la propria visione della città nei suoi molteplici aspetti cosmopoliti e spettacolari. Che restano impressi nella memoria in chiunque abbia avuto la ventura di visitarla, come è accaduto a noi stessi allorché siamo andati alla ricerca delle vestigia dell’antica Costantinopoli restando presi dal fascino  delle sue moschee e reperti storici nel dinamismo di una società giovane proiettata verso il futuro.

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Diego Cerero Molina, “Figura con traje de rayas”

Info

Galleria Russo, via Alibert  20, Roma. Aperta il lunedì dalle ore 16,30 alle 19,30, dal martedì al sabato dalle ore 10 alle 19,30, domenica chiuso. Tel. 06.6789949, 06.60020692 www.galleriaarusso.com,  Catalogo  “”Istanbul”, a cura di Maria Cecilia Vilches Riopedre, Manfredi Edizioni, maggio 2019, ottobre 2018, pp. 88, bilingue italiano-inglese, formato 22,5 x 22,5; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Cfr. i nostri articoli, su altre mostre della Galleria Russo con questi artisti: in questo sito il prossimo articolo su Molina il 20 giugno 2019, per la mostra che ha seguito questa su “Istanbul”; in www.arteculturaoggi.com, sulla mostra “Shakespare in Rome” con Ottieri, Molina, Felisi, Benetta, Gambino, il 25 aprile 2016; su Felisi 5 novembre 2018, su Tentolini e Gambino 6 giugno 2018, su Ottieri 11 maggio 2015; infine il “reportage” dopo il nostro viaggio negli articoli “Istanbul, viaggio nella nuova Roma” , “Istanbul, il negoziato con l’UE e la storica visita del Papa” , “Istanbul, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella galleria Russo alla presentazione della mostra, le prime 9 riportano un’opera per ciascuno dei nove artisti nella successione con cui sono citati nel testo, le 6 successive una seconda opera per sei di loro, tutte le opere sono del 2019. In apertura, Tommaso Ottieri, “Istanbul Stabat Mater”; seguono, Manuel Felisi, “Istanbul” e Manuel Gambino, “Istanbul”; poi, Luca di Luzio, “Manine” e Simafra, “Il tappeto da tè”; quindi, Giorgio Tentolini, “Topkapi” e Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 2″”, inoltre, Enrico Benetta, “Occidentalmente orientale” e Diego Cerero Molina, “Figura con gato“; ancora , le 6 finali, Tommaso Ottieri, “Istanbul C” e Manuel Felisi, “HEP KAHIR di Nazin Hikmet”; continua, Simafra, “Tappeto fiorito” e Giorgio Tentolini, “Wire rug”; infine, Diego Cerero Molina, “Figura con traje de rayas” e, in chiusura, Veronica Montanino,” Graffito Ottomano # 1.

Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 1″

Radio Radicale, servizio pubblico per la completezza dell’informazione e la cultura

di Romano Maria Levante

Di fronte agli ultimi eventi – la scomparsa di Massimo Bordin e il rischio della chiusura di Radio Radicale – il nostro primo impulso è stato di  partecipare alle  due manifestazioni: il funerale laico la mattina del venerdì santo alla Facoltà Valdese Teologica e il raduno di solidarietà per la radio la mattina di Pasqua. E’ stato un impulso spontaneo, poi abbiamo scritto anche l’articolo pubblicato il 24 aprile su www.arteculturaoggi.com per debito di riconoscenza di quanto Bordin e la radio ci hanno dato in tanti anni di ascolto delle rassegne stampa  e delle altre trasmissioni.  Un legame divenuto affettivo, come per molti intervenuti con il loro sostegno alla radio.

La folla all’esterno della Facoltà Valdese Teologica per il funerale laico di Bordin

Ma alla riconoscenza  personale nello scrivere l’articolo  è subentrata la valutazione giornalistica, ed è questa che conta, una valutazione asettica, obiettiva. L’articolo era doveroso per il sito dove è stato pubblicato, che come questo sito ha la cultura nel titolo,  a prescindere dal moto dell’animo. Perché Radio Radicale è una fonte continua, persistente, inesauribile di cultura politica interna e cultura  internazionale, cultura economica e cultura sociale, cultura giudiziaria e cultura istituzionale,  cultura civile, in definitiva di cultura senza aggettivi e senza confini.   

Basta ricordare soltanto alcune delle principali trasmissioni in cui  ciò si sostanzia:  i congressi di tutti i partiti e lo “speciale giustizia” con i principali processi, i convegni economici e letterari,   le interviste a personaggi e quelle per strada alla gente comune senza selezioni interessate, le corrispondenze e rassegne stampa dalle varie aree del mondo,  e le tante altre rubriche, non solo le dirette dal Parlamento oggetto della Convenzione che non si vorrebbe rinnovare.

La folla alla manifestazione di Pasqua per Radio Radicale

Il servizio pubblico

Questo servizio pubblico nessuno lo ha negato, lo ha ammesso esplicitamente anche il presidente del Consiglio Conte,  anche se poi si è contraddetto dicendo che deve trovare le risorse sul mercato, cosa improponibile perché il servizio pubblico copre proprio quello che non viene dato dal mercato.

Dopo Conte ha parlato di mercato anche Marco Travaglio che se ne differenzia perché non  considera che Radio Radicale svolge da  sempre un vero servizio pubblico: lo ignora volutamente, dato che non può negarlo, sarebbe come non ammettere l’evidenza. Quindi le sue proposte provocatorie sono palesemente  illogiche basandosi su una sorta di sillogismo con la premessa sbagliata, tanto che paragona la Radio al “Fatto Quotidiano”. Se avesse parlato di servizio pubblico non sarebbe potuto arrivare a quelle conclusioni, dal momento che tiene tanto al rigore delle proprie argomentazioni.

Un servizio pubblico articolato e completo, svolto in gran parte senza corrispettivo  essendo remunerate solo le dirette parlamentari attraverso la Convenzione. Ricordiamo in termini molto sommari le argomentazioni esposte diffusamente nel precedente articolo – dopo il ricordo di Massimo Bordin – sulla necessità di rinnovare la Convenzione per la vita di Radio Radicale.

Il punto chiave è che da qui dobbiamo partire, da questo elemento di verità acquisito, Radio Radicale svolge il servizio pubblico della completezza dell’informazione e della cultura.

Ma allora non si deve restare sulle generali e parlare in astratto, ci si deve riferire a questo  servizio pubblico come definito dalla  Corte Costituzionale con la sentenza n. 155 del 2002 quale unica ragione del finanziamento alla Rai con il canone. Tralasciando le basi normative dalle legge del 1938 alle successive, ricordiamo che la sentenza del 2002 modificò la precedente pronuncia in cui veniva giustificata la devoluzione della tassa per il servizio radiotelevisivo alla Rai perchè lo forniva in esclusiva, di qui il “canone”. Poi, essendosi moltiplicati i soggetti con la fine del monopolio sancita dalla stessa Corte Costituzionale,  cadeva tale motivazione. Divenne imposta di possesso degli apparecchi riceventi e la devoluzione fu motivata dalla fornitura di un servizio pubblico “per il miglior soddisfacimento del diritto dei cittadini all’informazione e per la diffusione della cultura, al fine  di ampliare la partecipazione dei cittadini a concorrere alla crescita civile e culturale del  paese”.  Viene richiesta esplicitamente una “informazione completa”.


L’intervento di Emma Bonino alla manifestazione al Vittoriano

Le risorse per tale servizio pubblico

“Diritto dei  cittadini all’informazione”, così simile al “diritto alla conoscenza” propugnato dai radicali che vi hanno dedicato l’intera programmazione della loro radio; a soddisfare tale diritto, che richiede sia garantita un’ “informazione completa” è destinato il gettito dell’imposta citata, per l’80% devoluto alla Rai per fornire tale servizio pubblico, sono oltre 1,6 miliardi di euro l’anno sui 2 miliardi di gettito. Non potrebbero trovarsi in tale gettito anche le modeste risorse per il servizio pubblico fornito compitamente da Radio Radicale, che riceve solo 10 milioni di euro l’anno per la Convenzione e 4 per l’editoria, mentre la Rai ben 1,6 miliardi di euro l’anno? Se non si vuole attingere sulla parte destinata alla Rai c’è la parte restante, oltre 400 milioni di euro destinati alla “riduzione del debito”, cosa singolare per un’imposta di scopo, anche se non tassa, ma comunque prelevando i 10 milioni di euro sarebbe come togliere solo una goccia.

Sia detto per inciso, sempre alla Rai “Che tempo che fa” costa oltre 18 milioni di euro l’anno, è la trasmissione di Fabio Fazio preso di mira dal ministro Salvini che vorrebbe fossero ridotti compensi come il suo invece di chiudere le voci che fanno informazione; si riferisce ai 2 milioni 240 mila euro l’anno per 4 anni, in più Fazio partecipa al 50% con “Magnolia” alla proprietà della società ‘”Officina S.r.l.” che produce il programma, cui vanno 10.644.400 euro a copertura dei costi, compresi 704 mila euro per diritti del “format”, i restanti 5,4 milioni, sempre annui, sono i costi sostenuti dalla Rai per diritti e filmati, costumi e quant’altro. Stupisce che “Il Fatto Quotidiano”, dopo aver reso noto un anno fa i termini di questo contratto del luglio 2017 – i 10.644.400 euro di costi di produzione esterni si riferiscono al primo anno – sottolineandone gli aspetti sorprendenti, ora si accanisca su Radio Radicale, che costa poco più della metà di questa trasmissione Rai bisettimanale, pur con tutte le sue trasmissioni quotidiane di servizio pubblico.  

Perché proprio al  tipo di servizio pubblico svolto da Radio Radicale per un DNA insopprimibile la Corte ha destinato con la sentenza del 2002 il gettito dell’imposta sul possesso degli  apparecchi riceventi – non ci stanchiamo di ricordarlo – non più tassa per il servizio televisivo, chiamato “canone Rai” dato che alla Rai viene devoluta la parte preponderante a fronte dell’impegno per un servizio che non ha fornito neppure per le sedute parlamentari ignorate contro l’obbligo di legge, lo ha fatto tardivamente, in parte e con insufficienti frequenze.

Quanti congressi dei partiti ha trasmesso la Rai, quanti convegni,  quante visioni delle aree del mondo,  quanti processi importanti in modo integrale? Solo scampoli per lo più filtrati che non rispettano il diritto all’ “informazione completa”, si potrebbe provare ciò confrontando il suo archivio con quello di Radio Radicale relativamente alle trasmissioni riconducibili al servizio pubblico: per quest’ultima oltre 430.000 registrazioni, 200.000 oratori, 19.000 sedute parlamentari e 21.000 udienze giudiziarie, 3.000 convegni e 85.000 interviste,  26.000 dibattiti e 19.000 conferenze stampa, tutto perfettamente schedato, classificato con precisione e quindi  immediatamente raggiungibile. Una miniera preziosa e unica, storica, informativa e culturale!

E allora è a quel  gettito fiscale, e non canone Rai, che si può  attingere per fornire le  risorse necessarie a chi assicura questo servizio completo, magari con apposite gare; ma solo Radio Radicale ne ha la memoria storica nello sterminato archivio ora citato che costituisce l’indispensabile fondamento di una conoscenza radicata nel tempo e non estemporanea.

Venga pure l’analisi costi-benefici tanto evocata in altri casi, sia applicata a questo servizio, si confrontino i  risultati tra il servizio della Rai e quello di Radio Radicale, con il suo archivio storico di oltre 430 mila documenti sonori di servizio pubblico – va sottolineato con forza – perfettamente schedati e reperibili. E se ne traggano le conclusioni su dove reperire le  risorse.

La “segnalazione urgente” dell’Agcom e l’ “ircocervo” della radio di partito

Per questo motivo la “segnalazione urgente” al governo dell’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sull’obbligo di attuare la legge del 1998 riformando il  sistema e intanto prorogare la Convenzione a Radio Radicale, diventa ineludibile anche per il sottosegretario all’informazione Crimi che ha annunciato l’intenzione di non rinnovarla. Ma senza rinnovo né proroga rischia di incorrere in una indebita interruzione i pubblico servizio, avendolo definito così anche l’Agcom, perchè gli utenti se ne vedrebbero privati dopo tanti anni: non è un rischio teorico, si è visto dagli appelli lanciati da ogni comunità politica e sociale, culturale e professionale, dal mondo della scuola fino a quello della giustizia, come tale servizio pubblico sia sentito da tutti, pronti all’occorrenza a difenderlo.

C’è chi obietta che è una radio di partito, in contrasto con la neutralità del servizio pubblico. Ma va considerato che ha avuto, da sempre, lo status di “soggetto autonomo” – come ha ricordato l’intervento di Massimo Bordin riproposto al raduno pasquale davanti al Vittoriano – anche perché il “diritto alla conoscenza”, e senza filtri, è l’istanza suprema dei radicali, di qui deriva il diritto all’ “informazione completa” sancito dalla Corte Costituzionale.  E poi il partito di cui figura “organo ufficiale”,  cioè la “lista Marco Pannella”  non opera più da decenni, né i radicali presentano loro liste alle elezioni, tra l’altro fu la battaglia contro il  finanziamento pubblico ai partiti a richiedere tale riferimento per devolverlo al servizio pubblico, non potendo rifiutarlo né distribuirlo ai cittadini quale “restituzione” come fu tentato all’inizio.  

Inoltre l’apparente “ircocervo” – servizio pubblico a una radio organo ufficiale di un partito – potrebbe essere normalizzato anche formalmente, e in tal caso la convenzione  andrebbe aggiornata per coprire anche ciò che finora è stato coperto dal finanziamento della legge per l’editoria, cioè 4 milioni di euro che si aggiungono ai 10 milioni della Convenzione per le sedute parlamentari. Così  Radio Radicale sarebbe anche nella forma, che spesso è sostanza,  ciò che è nei fatti, ”La radio di tutti fondata da Marco Pannella”, e l’aggettivo “radicale” evocherebbe, più che la matrice ideologica originaria, l’intransigenza e il rigore informativo e culturale. Tra l’altro i radicali sono stati contro il finanziamento ai partiti ben prima dei “5 Stelle”, tanto da farlo abolire con un proprio referendum, poi  svuotato dalla  classe politica, anzi dalla “casta”, quindi….

Si potrebbe arrivare così a un “disarmo bilanciato”  da ambo le parti, e Bordin da lassù potrà ritirare  la definizione di “gerarca minore” se il sottosegretario, cui l’ha affibbiata, non farà valere il potere irragionevole da piccolo gerarca ma la forza della ragione da politico illuminato.

L’esortazione di Giordano Bruno Guerri

Vogliamo aggiungere una citazione di prima mano, inedita, e non crediamo di violare la  privacy condividendo un fatto di carattere personale. Abbiamo ricevuto la seguente e mail di risposta  di Giordano Bruno Guerri al quale avevamo  trasmesso  il nostro precedente articolo dopo aver ascoltato il suo intervento a Radio Radicale: “Caro Levante, sono lieto di dividere con lei, oltre alle letture e alla passione per il Comandante, l’amore per Radio Radicale. Un bene di libertà prezioso, e in quanto tale  non amato da chi del bene – e della libertà, ha visioni elementari. Brutti segni, brutti segni, sì, ma non si cede ai segni. Con molti grati saluti. Gbg”. 

Ci sembra il coronamento di quanto sostenuto, una esortazione per tutti: non cedere ai segni, quindi impegnarsi attivamente per difendere il “bene di libertà prezioso” che è Radio Radicale.

Aggiornamento dopo l’audizione del 15 maggio del sottosegretario Crimi

Il sottosegretario con delega all’editoria Vito Claudio Crimi è stato sentito in audizione la mattina del 15 maggio dalla Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radio-televisivi, e la pubblicazione “on line” ci consente di aggiungere un aggiornamento quanto mai necessario. Abbiamo ascoltato l’audizione in diretta alle 8 di mattina, ovviamente su Radio Radicale; gli interventi dei parlamentari lo hanno incalzato tutti sul rinnovo della Convenzione, criticandolo per non averne fatto parola nella sua relazione mentre è un atto necessario divenuto urgente.

Crimi ha replicato affermando che il tema della Convenzione era stato omesso nella relazione da lui svolta perchè non rientra nelle sue funzioni, bensì in quelle del Ministero per lo sviluppo economico. Ma ha aggiunto di voler esprimere il suo pensiero ribadendo la posizione assunta in precedenza, e ha rotto così il “silenzio assordante” rispetto alla miriade di appelli da ogni parte, politica e istituzionale, culturale e civile al rinnovo della Convenzione, vitale per la radio.

Ha detto, in sostanza, che la Convenzione riguarda soltanto le sedute parlamentari, quindi tutte le altre attività svolte da Radio Radicale, considerate di servizio pubblico, non c’entrano; anzi provano che le trasmissioni parlamentari sono state pagate in eccesso non rivedendo mai la Convenzione sebbene i costi fossero diminuiti. E ha aggiunto che la trasmissione di tali sedute ora viene svolta dalla Rai, quindi è una duplicazione di spesa ingiustificata. L’archivio, secondo Crimi, rientra in tutt’altro campo e se ne può discutere: è di proprietà di una società privata ed è stato costituito con i finanziamenti pubblici, quindi se ne dovrà tener conto nella eventuale valorizzazione; è un argomento, peraltro, che va trattato a parte senza particolare urgenza.

Mentre sul resto, oltre a lamentare che a dicembre 2018 Radio Radicale non ha accettato il rinnovo per un anno a 5 milioni di euro, ha parlato di presunte anomalie di una Convenzione datata venti anni con un decreto reiterato 17 volte e mai convertito in legge; ma sull’archivio doveva precisare che solo la registrazione delle sedute parlamentari va riferita al finanziamento della Convenzione. mentre la gran parte delle 430.000 registrazioni soddisfa il diritto all'””informazione completa” che non vi rientra, come lui stesso ha voluto sottolineare.

Ha fatto un’affermazione molto significativa dicendo che a seguito della riduzione dei costi per le innovazioni tecnologiche il finanziamento della Convenzione è stato utilizzato dalla radio per altri fini; ma poiché Radio Radicale non ha trasmissioni di intrattenimento né di evasione, bensì soltanto di informazione approfondita senza filtri e di cultura istituzionale e politica, interna ed estera, economica e sociale, giorno e notte, ed è priva di pubblicità, gli “altri fini” sono proprio il servizio pubblico nel senso più ampio definito dalla Corte Costituzionale, e non proseguendo il finanziamento verrebbe interrotto, a parte le sessioni parlamentari che possono essere trasmesse dalla Rai; perchè Radio Radicale è l’unica emittente che dedica l’intera programmazione al servizio pubblico per “il soddisfacimento dei cittadini all’informazione e alla diffusione della cultura”, informazione che si intende “informazione completa” e non scampoli parziali.

Quindi anche Crimi, come il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’Agcom e le tante voci del mondo istituzionale e civile, ha “certificato” il servizio pubblico svolto da Radio Radicale con parte dei finanziamenti pubblici, e quindi la sua interruzione sarebbe frutto di un atto consapevole.

Il vice presidente del Consiglio e ministro degli interni Matteo Salvini, ha dichiarato che “Radio Radicale ha accumulato un patrimonio culturale, di archivio e di esperienza che è un peccato cancellare con un tratto di penna”, indicando significativamente: “Ci sono spazi di recupero economico sulla TV pubblica, con cui si pagherebbero metà delle radio italiane”. Aggiungiamo che questo è doveroso essenzialmente per Radio Radicale che dedica l’intera programmazione, diurna e notturna – 24 ore quotidiane senza interruzione e senza trasmissioni di evasione – al servizio pubblico cui sono destinati quei fondi, senza avvalersi minimamente della pubblicità.

E qui torniamo al contenuto di questo nostro articolo e di quello precedente citato all’inizio, secondo cui il punto di attacco per sostenere validamente le ragioni di Radio Radicale è proprio il fatto che soddisfa il diritto dei cittadini all’informazione completa e alla diffusione della cultura, servizio pubblico cui sono destinati, in base alla sentenza della Corte Costituzionale del 2002,  gli oltre 2 miliardi di euro del gettito dell’imposta sul possesso di apparecchi riceventi. Ripetiamo fino alla nausea che è in gran parte versato alla Rai impropriamente, come se fosse la sola a svolgere tale servizio pubblico, invece lo fa molto parzialmente; mentre Radio Radicale lo fa in modo ben più compiuto, e questo riguarda non tanto le sedute del Parlamento, quanto tutte le altre trasmissioni dai congressi dei Partiti  all’intera gamma di rubriche e dirette integrali.

Quindi è al gettito di tale imposta che dovrebbe attingersi per finanziare il servizio svolto da Radio Radicale allargando così la Convenzione: non è “canone Rai” , pur se alla Rai viene devoluto in gran parte, 80%, in una impropria identificazione. E a questo, al di là delle sue intenzioni, portano le stesse affermazioni, pur di chiusura, del sottosegretario Crimi.

Perché nessuno apre il “fronte Rai”? Crimi ha snocciolato i dati per le trasmissioni all’estero e per le minoranze linguistiche, diecine di milioni di euro, ma non ha giustificato minimamente l’1,6 miliardi di euro alla Rai per un servizio pubblico svolto solo in parte, quasi fossero dovuti senza doverli documentare, come ha fatto per le entità minori delle trasmissioni ora citate. Ed è lì che va riferita una Convenzione non rinnovata ma diversa, prelevando su quei 1,6 miliardi di euro o sui restanti 400 milioni circa destinati in modo singolare alla “riduzione del debito pubblico”; mentre se quello da noi chiamato “ircocervo” – servizio pubblico svolto dall’organo ufficiale di un partito politico peraltro desueto come la “lista Marco Pannella” –  può essere di ostacolo,  crediamo si possa normalizzare.

Una proroga di 6 mesi consentirebbe un mutamento di ottica radicale – usiamo questo aggettivo senza riferimenti politici – dando il tempo di definire l’accesso al finanziamento prelevato dall’imposta sul possesso degli apparecchi riceventi, con eventuali gare tra coloro che possano aspirarvi, e non vediamo quali e quanti altri, considerando che il prezioso archivio di 430.000 registrazioni integrali e l’esperienza maturata sul campo sono elementi unici e decisivi.

Ha fatto ben sperare la presentazione da parte dei deputati della Lega, primo firmatario il capogruppo alla Commissione di vigilanza sul sistema radio-televisivo Massimiliano Capitanio, di un emendamento al decreto “Crescita” con cui si destinano 3,5 milioni di euro alla proroga della Convenzione per tutto il 2019. Finalmente un’azione concreta che merita di avere successo, naturalmente dovrà superare il vaglio dell’ammissibilità, ma non possiamo credere alla volontà di impedire al Parlamento di pronunciarsi con motivazioni magari di lana caprina che mai hanno impedito di inserire materie anche diverse nelle corsie preferenziali dei decreti.

Una prima pronuncia delle presidenze delle commissioni Bilancio e Finanze della Camera è stata però negativa, ma solo perchè occorreva l’unanimità dei gruppi, ed è mancata la disponibilità del gruppo del Movimento 5 Stelle, nonostante le sollecitazioni da ogni parte, a far discutere non solo l’emendamento della Lega, il partner di governo, ma quello di tutti gli altri gruppi in una convergenza trasversale che dà un’altra conferma dell’importanza e della caratura di questo servizio pubblico. Ma si potrà impedire al Parlamento di intervenire per il dissenso di un solo gruppo, quindi minoritario, su un problema per il quale c’è la mobilitazione della quasi totalità del mondo politico, economico, sociale, e anche istituzionale, a stare alle deliberazione di tanti consigli regionali e comunali e di molti altri organismi culturali e professionali? Sarebbe un “vulnus” democratico inammissibile, per questo la presidenza del Parlamento, che sarà chiamata sull’ammissibilità questa volta al voto in aula, dovrebbe doverosamente ammetterne la discussione superando ogni pretestuoso problema formale pena la sua irrimediabile squalifica venendo meno all’imparzialità. Fabrizio Cicchitto ha evocato, in caso estremo, l’intervento del Presidente della Repubblica. Subito dopo le elezioni europee e non ai posteri, l’ardua sentenza!

Giordano Bruno Guerri ha esortato a “non cedere ai segni”, esortazione che vale ancora di più quando i “segni” si sono tradotti in una chiara negazione nella sede più qualificata come la Commissione parlamentare competente.

Ma a questo punto non servono più i soli attestati delle benemerenze di Radio Radicale per l’insostituibile servizio pubblico che svolge; occorre esigere con la forza associativa e culturale che si è dispiegata finora, che il gettito dell’imposta destinata al servizio pubblico della completezza dell’informazione e diffusione della cultura” non sia pressoché monopolizzato dalla Rai che lo svolge soltanto molto parzialmente, ma vada anche a chi lo svolge compiutamente nell’intera programmazione, per di più senza pubblicità, e a costi infinitamente più ridotti.

Il tempo stringe, la mobilitazione non si dovrà fermare il 20 maggio, anche se sarà approvato l’emendamento che proroga per tutto il 2019 la Convenzione delle sedute parlamentari: il campo è ben più vasto e abbiamo cercato di dimostrarlo. E’ più vasto nei contenuti e nei soggetti interessati, impegnati a difendere, con Radio Radicale, il “diritto all’informazione e alla diffusione della cultura”, fondamentale per la vita democratica, come affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza sul finanziamento del servizio pubblico nel sistema radiotelevisivo.

Rita Bernardini chiude la manifestazione di Pasqua al lato del Vittoriano

Info

L’articolo citato è uscito su “www.arteculturaoggi.com” il 24 aprile 2019 con il titolo: “Radio Radicale dopo Bordin, una voce di civiltà da salvare per il bene di tutti”.

Foto

Le immagini sono state riprese a Roma da Romano Maria Levante, la prima davanti alla Facoltà Valdese Teologica il 19 aprile, le altre davanti al Vittoriano il 21 aprile 2019.

Cambellotti, la vetrina di un artista poliedrico, alla Galleria Russo

di Romano Maria Levante

“Vetrine dall’Archivio di Duilio Cambellotti”  si intitola la mostra aperta dal 16 marzo al 6 aprile 2019 alla Galleria Rusoo, nell’ambito di una stretta collaborazione riguar5dante l’’Archivio che ha sede sopra la galleria e dal 2013 ha assunto una forma definitiva dopo il generoso impegno personale del figlio prima, del nipote in seguito, che ringrazia Fabrizio Russo per i preziosi suggerimenti e per le 3 mostre realizzate in passato. E’ esposta una selezione delle opere nelle sezioni arti applicate e ceramica, illustrazioni e leggende romane, scultura e teatro, fino agli studi dal vero.  Catalogo Manfredi Edizioni, a cura di Daniela Fonti e Frncesco Tetro.

L’importanza degli Archivi, l’Archivio Cambellotti

Una prima considerazione riguarda la funzione  e l’importanza degli Archivi, ne parla usando toni forti Fabrizio Russo dall’alto dell’esperienza maturata sia con l’Archivio Cambellotti, sia con quelli di altri artisti presenti nella sua storica galleria: “L’Archivio è un punto di partenza fondamentale per l’affermazione post mortem dell’artista : senza un Archivio serio, puntuale ed onesto, l’artista di riferimento, seppur importante,  non potrà in alcun modo aver futuro. Futuro non solo inteso come successo di mercato, ma anche come propostculturale, presenza in grandi mostre pubbliche, saggi critici,  ricerca e interesse dei media”. Con questa conseguenza: “Senza un Archivio di riferimento a disposizione per la comunità scientifica non può concretizzarsi una corretta e capillare diffusione culturale”.

Non è semplice organizzare un Archivio valido ed efficace, occorre un lavoro di riordino e catalogazione spesso difficile e oneroso, ma ha come risultato concreto “il rilascio di autentiche: testimonianza principe della propria autorevolezza”.

Per Duilio Cambellotti la realizzazione dell’Archivio è passata per una prima fase in cui, lo ricorda Marco Cambellotti, il figlio minore Lucio  sveva conservato gelosamente l’ingente massa di materiali accumulati dall’artista, ma come in un deposito di cui solo lui conosceva ordine e  contenuto, “L’Archivio lo aveva lui, in testa”,  e  gli “oggetti importati”  li identificava in modo alquanto criptico. Marco, nipote di Duilio, subentra allo zio nel custodire la preziosa eredità artistica, ma va oltre il suo pur generoso impegno, e venti anni fa, ricevuti  “preziosi suggerimenti professionali” da  Fabrizio Russo, si impegna nell’impresa di riordino e catalogazione, restauro e “confezione” del vastissimo materiale, finora quasi 8.000 opere catalogate con cura, è nato così l’Archivio Cambellotti. Ubicato significativamente sopra la Galleria Russo, il cui titolare ne ha accompagnato la genesi oltre a realizzare tre mostre sull’artista, dal 2013 è un istituzione con personale impegnato a tempo pieno, disponibile per la consultazione di studenti e studiosi.

La sua importanza? Il poter seguire il processo creativo partendo dai primi schizzi e appunti, con i ripensamenti e quant’altro, cosa oltremodo importante per la conoscenza dell’artista anche a prescindere dall’aspetto delle autenticazioni, fondamentale sul piano pratico.  E si tratta di un artista quanto mai coinvolgente,  che ha un tocco speciale, così definito da Marco: “Il ‘segno’ di Duilio, quello che si vede e soprattutto quello che si ‘sente’ dalle sue opere, ti incanta, ti  afferra e ti contamina, non ti molla e ne vuoi sempre di più”.

Il processo creativo e l’arte come progetto educativo

Affacciamoci timidamente nell’Archivio Cambellottti per cercare di entrare nel suo processo creativo. Ebbene, dagli schizzi e appunti vergati e conservati nel suo lungo percorso artistico si vede come l’idea che nasce viene subito fissata con segni immediati e spontanei,  poi ripresi anche anni dopo per nuove idee sullo stesso soggetto fin quando non si ha l’opera finale, Daniela Fonti cita l’esempio del “Buttero”, trovato in numerosi schizzi successivi con tante varianti e soluzioni plastiche della figura a cavallo, ma conservando l’idea originaria, la continuità plastica tar uomo e cavallo.  Viene sottolineata la sua cura nel fissare costantemente in nuovi schizzi idee successive da sviluppare; e la tendenza a trasferire le idee progettuali da una categoria di oggetti a un’altra.

E, a proposito del cavallo, è toccante la xilografia “Duilletto e il Cavallone”, 1936, .che mostra l’artista bambino che prono sul pavimento vi  disegna i contorni dell’animale a grandi dimensioni aiutato dalla quadrettatura delle mattonelle.

Una prima constatazione è che “l’idea plastica arrivava probabilmente  al tavolo di lavoro quando il pensiero inseguiva tutt’altro, ma la matita errando sul foglio fatalmente la coglieva e la fissava  con due segni veloci ma centrati. Poi queste idee, rimaste in seguito fluttuanti nel limbo della frenetica attività del suo lavoro sempre dispiegato su fronti diversi, al momento giusto  prendevano corpo e diventavano la realtà dell’opera finita”.

Opera finita che può avere le espressioni più diverse, pittorica o scultorea, rilievo o bassorilievo, in vari  materiali come la ceramica, per la quale “l’Archivio conserva molte realizzazioni tutte di grande freschezza, Cambellotti disegna centinaia di idee preparatorie riconoscibili perché immancabilmente racchiuse in cerchi, piccoli e grandi, nei quali iscrive  le proprie fantasie:::”.

Ispiratrice è la natura, i pesci e gli animali, ma la sua attenzione va anche alla forma dell’oggetto, del vaso e dell’anfora, il tutto con evidenti riferimenti classici e ad opere di antiche civiltà. .Ne trae, tra l’altro, un orientamento preciso non tanto sulla ricerca plastica della forma dell’oggetto, “ma il perfetto rapporto di equilibrio che si può stabilire tra la decorazione naturalistica e il vuoto della ciotola o della forma del vaso”.

L’arte come progetto educativo collettivo è al centro del suo pensiero, e ha messo in pratica questo proposito dedicandosi anche alla parte più emarginata della  società, le aree del paese più arretrate con la popolazione che lotta per la sopravvivenza. All’ambiente in cui vivono, alle loro misere occupazioni dedica centinaia  di schizzi preparatori di oggetti realizzati in forma plastica o dipinti,  incisi o decorati, disegni  che Metalli, nel suo “Usi e costumi della campagna romana”, ha definito “’ossessive’ illustrazioni”. “Anche  rispetto a questo popolo,  scrive Francesco Tetro,  Cambellotti si avvale di un lavoro collettivo – a partire dal ciclo di letture pubbliche  dantesche rivolte a questa umile umanità”. 

E si impegna nella rivista “La Casa. Rivista quindicinale illustrata. Estetica, decoro e governo della abitazione moderna”, insieme ad altri artisti ed intellettuali, per comunicare un messaggio volto al miglioramento della vita quotidiana attraverso arredamenti e oggetti di uso comune che rispondano ai binomi bellezza-virtù e bellezza-salute, e attraverso , “il principio che la natura debba essere riconosciuta come luogo deputato per meditare e sognare e, soprattutto, come luogo da riscattare se abitato da derelitti”.

Ma è il teatro il campo primario del suo impegno educativo verso il popolo affidato all’arte.

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La visione teatrale come  palestra educativa popolare

L’impegno artistico nel teatro viene concepito in modo  totalizzante,  non parcellizzato ma esteso all’intera “rappresentazione”, come si realizza concretamente nell’approccio al lavoro teatrale, il più qualificante e diffuso nella sua opera, che nella “messa in scena” supera le diverse competenze, di scenografo, regista, costumista, ecc., in una “interpretazione (e non semplicemente rappresentazione)  di un testo da parte di un unico artista, responsabile di ogni atto di quella complessa macchina visuale – la wagneriana ‘opera d’arte totale’ – che prende per mano il pubblico e compie ogni sera il miracolo  di ‘assuefarlo all’atmosfera del dramma’”.

Abbiamo riportato il commento di Tetro, ora citiamo  le parole dell’artista, quanto mai eloquenti: ”Il teatro è l’evocazione rapida di un sogno, di un prodigio a mezzo di materie grossolane  e di uomini spesso di limitata tecnica. Sogno che domani a rappresentazione compiuta  si risolve in un mucchio sordido di materia incoerente. L’attuazione di questo sogno dipende dalla preparazione fatta dall’artista creatore”. E’ lui che compie il miracolo di far sognare preparando la “messa in scena” con un processo creativo che parte da  grafici schematici, poi sempre più definiti e dettagliati, fino al bozzetto plastico esplicativo.

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In modo più preciso l’artista afferma: “Per condurre il pubblico d’oggi all’aperto ed assuefarlo all’atmosfera del dramma, occorre compiere un lavoro preventivo la cui visione lo acclimati e lo educhi ad una diversa sensibilità.  Questo lavoro è riserbato all’artista concettore  ed attuatore di volumi, masse e toni di colore, attuazione di scena insomma, al cui cospetto si svolge la vicenda del dramma”. Così può rivolgersi non più agli abituali frequentatori del teatro come “diversivo dopo le occupazioni del giorno”, ma agli strati popolari come “atto di cultura”.

Nei suoi spettacoli  c’è un pubblico “crescente, folto, plaudente, sempre più pieno di entusiasmo religioso, quasi partecipasse a un rito”. E viene  sottolineato da Tetro che,  sebbene i drammi teatrali si svolgano in epoche antiche, con eroi e divinità, usi e costumi   molto diversi da quelli presenti, le tragedie greche “sono atti di fede, quasi oratori religiosi  e, come tali, possono aver presa in ogni tempo dell’anima popolare, specie in quella siciliana”, è il miracolo dell’allestimento scenico.  

Per lui, spiega la  Fonti,  la scenografia è il “’grembo spaziale’ nel quale si consuma il dramma, la scena prende forma  a poco a poco  definendosi nell’idea generale e nei dettagli, assai pochi quelli di carattere squisitamente archeologico a partire dagli anni trenta, quando prevale in lui la visione architettonica e sintetica di poderosa suggestione”. In tal modo si crea un ambiente armonioso in cui,  dice l’artista, “tutti, autore, attori, cori e danze siano in comunione con il pubblico, al punto che questo possa  avvicinarsi al dramma, o meglio, sentirsi chiuso in esso, diventare partecipe, quasi attore egli stesso”.

Ed ora una rapida carrellata sulle opere esposte nella “vetrina” dell’Archivio, nelle 7 sezioni in cui viene articolata la selezione della sua sterminata quanto poliedrica produzione.

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Le scenografie  teatrali

Iniziamo la carrellata con le opere dedicate al teatro, che è stato tanto importante nella sua produzione artistica e nella sua visione culturale e sociale a vasto raggio. Basti dire che ha solo vent’anni quando nel 1896 realizza il  manifesto “Il teatro  drammatico- Euterpe-Impresa Ugo Falena”;  era nato a Roma il 10 maggio 1876 e aveva frequentato il corso di Decorazione in pittura e disegno applicata alle  industrie artistiche e i Laboratori  della scuola serale del Museo artistico industriale , allievo di macchiati per la grafica, di Morani per la pittura e di Ojetti per l’architettura.  Negli anni successivi, 1898-99 sue composizioni sono utilizzate  per bozzetti teatrali e per uno spettacolo di teatro a Costantinopoli per il quale  fa le decorazioni di una stanza per il Sultano.

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Il suo impegno in campo teatrale si esprime successivamente nel “Giulio Cesare” e “in Re Leat”  per il tetro Stabile di Roma,  poi negli apparati scenici per “La Nave” di D’Annunzio, che lo ringrazia in un suo scritto. Ma l’approdo definitivo avviene nel teatro classico, in particolare il Teatro Greco di Siracusa nel quale rivoluziona la concezione scenica e realizza scenografie, costumi e manifesti, secondo la sua idea di teatro totale in cui, sono parole ancora di Tetro, “la visione plastica e architettonica viene fondata mediante il rapporto  tra spettatore e ambiente naturale”.

Per un intero decennio, dal 1920 al 1930 è impegnato soprattutto a Siracusa, dove lavorerà fino al 1848, nelel scenografie  costumi di  opere quali “Le Baccanti” e “L’Edipo Re”,  “’Orestea” e “I Sette a Tebe”,  “Medea” e “Il Ciclope”, “I satiri alla caccia” e “le Nuvole”;  nel Teatro Romano di  Ostia antica con “I Sette a Tebe” e in quello di Taormina con “Miles gloriosus”; nel Teatro dell’Opera di Roma con “Nerone” e “Aida”, “Dafne”, “Lohengrin” e “Norma”.

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Sul Teatro, è esposta  una selezione dei Bozzetti di scena per alcuni di questi spettacoli, per l’”Orestea” le scene delle Coefore, delle Eumenidi e di Agamennone, per i “Sette a Tebe” e “Prometeo”  di Eschilo,  “Antigone” di Sofocle.   Sono scenografie ambientali ed architettoniche  in campo lungo con chiaroscuri metafisici , ma vi sono anche interni ravvicinati come per la “Vestale” di Spontini, siamo sul moderno, e  studi per le figure in primo piano, come per la “Fonte delle Danaidi” Non mancano  Bozzetti di costumi, come quelli per “Cleopatra”, e “Figurini” femminili  per “Giulio Cesare”, e di guerrieri per “Norma”, fino alle coreografie di “Danzatrici” e della “Battaglia di Salamina” con l’ombra di Dario, questi ultimi con linee sinuose  e avvolgenti che si aggiungono alla severità geometrica delle altre scenografie e alle figure che si stagliano nette in verticale.

All’attività in campo teatrale si aggiunge quella in campo cinematografico, con arredi e costumi per “Gli ultimi giorni di Pompei” di Carmine Gallone, e altri  di Falena. come “L’ombra del sogno”, “Fratello Sole” e “Giuliano l’Apostata” tra il 1917  e il 1926.   Fino ai cartelloni e raggruppamenti scenici per film quali “Condottieri”, “Fabiola” e il celeberrimo “Scipione l’Africano”.

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Colleghiamo al Teatro la sezione Studi dal vero, con un “Fortilizio”, ripreso durante il viaggio a Costantinopoli, sembra una scenografia teatrale a campo lungo  al pari della “Campagna romana”, come “Studio per Baita” è una visione ravvicinata, come alcuni interni scenografici, e “Nudo di schiena”, 1900, uno degli “Studi per figure femminili” di cui ci sono altri esemplari.

Ha intonazione teatrale anche la sezione Leggende romane, anche se con altra destinazione, come le decorazioni di istituti pubblici con immagini di romanità, leggende coltivate anche nel secondo dopoguerra pur con la cesura bellica e ideologica riflessa anche sull’arte, non più celebrativa. Al riguardo osserviamo che, se un’opera come “Il Sublicio” 1926 può sembrare a prima vista influenzata dalla mistica di regime tipo le opere celebrative di Mario Sironi e, in un certo senso, anche “L’investitura”, ci si ricrede quando si vede che “Il vallo di fuoco o le mura,” “Servio”  e addirittura “Il fascio” hanno la stessa forza plastica, eppure sono del 1910-11, un decennio prima dell’avvento del fascismo. “La strage dei  Centauri (con vangatori)” 1940, la associamo per affinità stilistica nelle linee arrotondati alla “Battaglia di Salamina” del 1930  citata nel Teatro.

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Direttamente collegato alla scenografia delle “Vestali”, anch’essa già citata, troviamo lo studio di metà degli anni ‘20 che raffigura due Vestali sedute dentro l’uguale tempio del bozzetto del 1942.  Diversi sono i disegni riguardanti la Lupa di Roma, Romolo e Remo, “I gemelli del Regillo” ma i due che ci hanno colpito maggiormente, nella loro diversità, sono “Le Carmente” sagome di volti tra cippi, e “La messe Tarquinia”, del 1936, una figura titanica inarcata mirabilmente all’indietro.

Le illustrazioni

E ora l’attività di Illustratore, e autore di manifesti anche a fini pubblicitari. Troviamo fanciulle nude sdraiate  per il manifesto dell’ “Esposizione Fotografica Nazionale e Internazionale di Firenze “  e del  liquore “Strega “ del tipo del citato “Nudo di schiena”,  e le fanciulle-libellula a sostegno della fonte luminosa  per il manifesto della “Società Anonima Incandescenza  a gas- Brevetto Aue”., vince il concorso per il manifesto dell’”Esposizione internazionale di Roma “ del 1911 e il manifesto delle “Mostra sulle Scuole dell’Agro”.  E poi la collaborazione con l’Istituto Editoriale Italiano  nel 2012-13 con l’illustrazione di “Le Mille e una notte”,  “Nel regno del Nord” di Anatole France e “Storie meravigliose” di Hawthorne; seguite da “Il Ferro” di D’Annunzio nel 1913, “la legegnda d’oro di Mollichino” nel 1914 e “Sillabario” di Marcucci nel 1919,  in seguito illustra anche “Le Favole” di Trilussa e “Usi e costumi della campagna romana” di Metalli, “”Siepe di smeraldo” di Cozzani e “I fioretti di San Francesco”.  Nel secondo dopoguerra illustra edizioni scolastiche dell’ “Iliade” e “Odissea”, “Eneide” e “Antologia omerica e virgiliana”, fino a la “Vita di Gesù Cristo” a fumetti.

Nelle opere esposte in questa sezione troviamo alcuni dei titoli citati, come “Usi e costumi della campagna romana”, in particolare “La capanna” e “Il vitello”, “Il vulcano” e “Il pane”, i primi due abbozzati schematicamente, il terzo in nero intenso e il quarto delineato con tratto fine e leggero; per “La campagna romana” di Cervesato “La luce nella capanna” è un libro all’interno di una sorta di traliccio ligneo. Nei “Fioretti di San Francesco” entra il colore,  sfumato e delicato in “Sora acqua” e nelle “Tentazioni di San Francesco”. “Le barozze di Manziana”1950 è praticamente monocromatico, il colore della terra avvolge i buoi e il loro carico di tronchi d’albero.  Così “Terracina bombardata – Anxur”. Colori invece intensi nelle illustrazioni di “Il Palio di Siena” di Misciatelli, in particolare “Le contrade scomparse” , “L’assegnazione” e  ”Le Podesterie”. Cambia di nuovo tutto  nelle illustrazioni del mensile “La conquista della terra”, con la dissolvenza di “I pali” e la statuaria plasticità di “Il carpentiere”,  l’intensità e l’energia di “La fiamma della città” e “Sorriso d’autunno”.

Ci sono anche illustrazioni per il “Sillabario delle scuole di contadini”, quadretti con immagini singole molto semplici probabilmente erano associate alle lettere dell’iniziale della figura, e da “La piccola fonte. Poesie per i Balilla”, deliziose immagini infantili quasi di putti, oltre a eleganti fregi. Disegni dal tratto scuro e deciso per “Il piccolissimo”. Giornale per ragazzi”, appena abbozzati ma eleganti per “Le prime piume. Avventure domestiche per fanciulli”, “Ragazzo che raccoglie le pigne” e “Le zucche”, “Il letto” e “I due monaci”, “Il teatrino”,  “Il sillabario” . e “Il cavallo a dondolo”; e anche il patriottico “I soldati della libertà” del 1917. . Non mancano disegni di animali, dalle rondini nere e i piccioni bianchi di “Ciaramelle d’uccelli” a “Li rospi” con  la candelina, è di trent’anni prima, 1914, Lo scheletro del serpente”un grande primo piano.

Sale il livello estetico e culturale nell’illustrazione dell’”Antologia omerico-virgiliana”dalle linee eleganti con la dolente  immagine  di  Didone  che si trafigge il petto distesa su una catasta di legna, come la pira della cremazione.

Due disegni che sembrano celebrativi, “La tomba”  e “Le fondamenta dell’ipogeo”,  dall’”Ipogeo del tempio della Patria”, non si riferiscono però alla mistica di regime, sono del 1921, un anno prima della Marcia su Roma; del 1917. Facendo un salto nel tempo, nel 1928,  oltre a disegni umoristici per “Il soldato spaccone” di Plauto – i titoli sono eloquenti, Ciancaribella, Pranzolino  e Scavezzacolla –  due disegni da “In capo al mondo” di Sapori, che sembrerebbero rimandare al regime ben consolidato, due “Vanghe con la corona d’alloro” e “L’ara e il fascio”.  Ma è del 1949 il disegno intitolato addirittura “Il fascio”, sono le fascine in testa alla contadina con due capanne sullo sfondo,  sia stata volontaria o involontaria l’intitolazione, certo fu coraggiosa dati i tempi…

Nel 1930 un’immagine travolgente, il profilo molto espressivo di un viso di donna quasi in volo, è intitolato “Angeruna”,  lo accostiamo alla figura mitica maschile di “La messe Tarquinia”. Altri due  straordinari volti femminili, questa volta frontali, che si stagliano al centro di composizioni intriganti,  “Cere Floro” tra viluppi arboreo-floreali in una coinvolgente visione panica.  “La decima Musa”  tra viluppi di pellicole cinematografiche, è per la copertina dell’omonima rivista di cinema. Altrettanto emozionante “Annunciazione”, senza data,  nel contrasto tra il nero di Maria piegata su se stessa e la figura annunciante con le grandi ali, appena delineata ma così compulsiva.

Arti applicate, ceramica e scultura

Dei bozzetti e schizzi per manifesti, vetrate ed altre destinazioni, alcuni sono delineati con un segno sottile come in “Angelo” per la vetrata del duomo di Capranica e negli studi per la< vetrata  della Cappella di Santa Barbara nel sacrario dell’Arma del Genio, per la decorazione pittorica del soffitto della Sala delle bandiere in Castel Sant’Angelo, e delle pareti nell’’Istituto “George Eastman” di Roma; altri con segno più deciso, come quelli per la cartella del film “Condottieri”. 

Ma non sono soltanto grafiche delineate con leggerezza, anche bozzetti dal cromatismo intenso pur se spesso quasi monocromatico come nei bozzetti per vetrate  e decorazioni parietali e murali di chiese come “Santa Maria Addolorata” a Roma,  “San Nicola di Bari” a Colonna. Nelle vetrate artistiche fu innovatore, le espose nelle mostre del 1912 e 1921, Francesco Tetro lo definisce “punto d’arrivo del progetto di rinnovamento delle vetrate per forme chiuse e spazi nettamente percepibili, bandite indulgenze narrative con campiture che seguono gli stessi criteri della grafica”.Celebri quelle  della “Casina delle Civette” divenute il “museo del Liberty” a Villa Torlonia.  

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Innovativi anche i bozzetti per i manifesti degli spettacoli teatrali classici, vediamo quelli  su tragedie di  Euripide e Sofocle, del “Mistero Dionisiaco” e delle “Panatee” , di “Giulio Cesare” e del “Mistero di Persefone”, i due ultimi con figure potenti, nel  prima la figura maschile, nel secondo la  figura femminile, che si stagliano sul blu dello sfondo. Altrettanto intensi ed espressivi i bozzetti per i manifesti di film come “Fabiola” di Blasetti. .  Ancora manifesti, per l’”Esposizione universale  di Torino” del 1898 e per i manifesti “Munizionamento” e “L’ulivo”, il primo con molto nero, il secondo con molto blu. Fino ai bozzetti per le scuole in una attività inesauribile.

Progetta anche Fntane monumentali e una serie di Monumenti ai Caduti, a Terracina, Fiuggi, Priverno, nonché componenti architettoniche per edifici pubblici oltre che per i Teatri.

Ne fanno parte anche le sue Sculture  e Bassorilievi, come quelle per Roma, in particolare “La Lupa. Allegoria della città di Roma”,  1938, per il palazzo dell’Anagrafe  e i classici “Angeli per ambone della chiesa dei SS. Pietro e Paolo all’Eur” Anche opere nate dall’osservazione della quotidianità, come la donna che porta “Il pane” e “Il vannino”, rappresentato anche per la “Conca dei tre cavalli”. E non mancano fusioni di “Ciotole”, “Vasi” e “Vasetti”. Ma il “clou” lo raggiunge nel “Condottiero senza mantello” e  nel “Buttero”, il coronamento  di tanti schizzi dell’Archivio.

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Ciotole” e “Ciotoline”, sono  realizzate anche in Ceramica, dal cromatismo intenso, ne vediamo oltre 20 con dipinte figure di animali, – toro e torello, gallo e falchetto, pesce e murice, leone  e cerbiatto, donnola e  aquila, asini e vacche   –  e visi – di donna  e di ragazzo. Troviamo gli animali  anche sulle “”Mattonelle”  e su vasi come la “Veilleuse con capanne e cani” a tinte sempre molto forti.

Si resta senza fiato e senza parole dopo questa carrellata su una “vetrina” così variegata e multiforme, la punta emersa dell’iceberg d’arte e di cultura costituito dal vastissimo Archivio che consente di ricostruire la genesi di tante opere facendo  rivivere il miracolo del processo creativo di un artista poliedrico e geniale.

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Galleria Russo, via Alibert  20, Roma. Aperta il lunedì dalle ore 16,30 alle 19,30, dal martedì al sabato dalle ore 10 alle 19,30, domenica chiuso. Tel. 06.6789949, 06.60020692 www.galleriaarusso.com,  Catalogo  “Vetrine dell’Archivio di Duilio Cambellotti”, a cura di Daniela Fonti e Francesco Tetro,   Manfredi Edizioni, marzo 2019, pp. 240, formato 22,5 x 22; 5, dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla Galleria Russo alla presentazione della mostra, si ringrazia l’organizzazione della galleria, in particolare il titolare Fabrizio Russo, con i titolari dei diritti, in particolare l’Archivio Cambellotti, per l’opportunità offerta. In apertura, Duilio Cambellotti; seguono, “Allegoria del Circello, la nave salpa” dalla serie “Visioni del Circeo” 1922, e da sin., “Scena dell’Agamennone” dall'”Orestea di Eschilo” 1948, con “Il peplo”, per “Le Panatenee” 1936, “Prometeo e le Oceanine” e “Bozzetto di scena” per “Prometeo” di Eschilo 1928-29; poi, dall’alto, “Servio” con “Salamina, la sconfitta navale” 1930, e dall’alto, “Bozzetto per Mistero Dionisiaco” di Teocrito a Paestum, con “Bozzetto per Sette a Tebe” di Eschilo e “Antigone” di Sofocle; quindi, “Il Sublicio” 1926, e dall’alto “Le fornaci” 1943-44 con “”Il fascio” 1911; inoltre, da sin in alto, “Le Carmente” 1928 con “Gli Auspici” 1927, “Gli Auspici” 1910, “Servio” 1910-11; ancora, da sin. in alto, “Le Vestali” metà anni ’20, con “Acca Laurentia” 1940, “L’investitura” 1926, “Le due madri” 1935; continua, dall’alto in basso, a sin “Il Vallo di fuoco o Le mura” 1910, “Bozzetto per ‘Le tentazioni di San Francesco’” e “Sora acqua” 1926, a dx un “Vaso dello zodiaco” bianco e uno nero 1924, e, dall’alto, “La messe Tarquinia” 1936 con “Il Sublicio ” 1926 e le due matrici nere; prosegue, “La messe Tarquinia” 1936, e “Scritto di D’Annunzio elogiativo per ‘le scene del suo ‘La Nave’ ” 1908; poi, “Bozzetto per il manifesto di Ifigenia in Tauride di Euripide e Le Trachinie di Sofocle” 1933, e “Bozzetto per la copertina della rivista ‘La decima Musa’” 1920; quindi, “Bozzetto del manifesto per l’Esposizione Universale di Torino” 1898, e dall’alto, a sin. “Vaso con quattro coperchi” prima metà anni ’20, “Condottiero senza mantello” 1923, a dx, “Bozzetto del manifesto per ‘Il Mistero’ di Persefone” 1928; inoltre, “Bozzetto per il manifesto ‘Munizionamento'” 1917, e ““Bozzetto del manifesto per ‘Le Panatenee'” 1936; ancora, “L’ulivo” 1920 e, dall’alto, “Bozzetto per ‘Vetratina delle rondini'” 1925, con “Decorazione parietale per la scuola ‘Cristoforo Colombo’ di Roma” 1930, e “Studio per il manifesto del film ‘Condottieri'” 1037; continua, “Studio per il manifesto di ‘Giulio Cesare'” 1928, con a sin. 2 ceramiche “Conca del torello” e “Conca del toro” 1920; infine, “La Lupa. Allegoria della città di Roma per il palazzo dell’Anagrafe” 1938; in chiusura, “Il buttero” 1918-19.

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