L’Aquila, “l’arte ferita” scuote Montecitorio, 10 mesi dopo il sisma

da cultura.inabruzzo.it del 24 febbraio 2010. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

di Romano Maria Levante

La mostra “L’Aquila, l’arte ferita delle chiese del centro storico a Montecitorio”, curata da Claudio Strinati, ha esposto 21 dipinti e sculture delle chiese aquilane danneggiate dal sisma. Inaugurata il 25 gennaio, e aperta fino al 26 febbraio 2010, riporta la drammatica atmosfera di quei momenti, un ricordo sofferto ma illuminato dalla gara di partecipazione e solidarietà che ha visto Protezione civile e Vigili del fuoco, aquilani e italiani uniti nella tragedia in un profondo senso identitario. Lungo l’elegante scalone della Camera dei Deputati, con la guida rossa al centro, non si immagina di passare per l’anticamera dell’inferno. Perché l’ambientazione della mostra fa immergere nella tragedia del terremoto, un vero inferno come si avverte all’ingresso della Sala della Regina con i crepitii captati dai sensori negli attimi tremendi del sisma. Non si tratta dei rumori provocati dai crolli, è la voce del terremoto che si fa sentire come un sordo mugolio, quasi una belva che sta digrignando i denti.

Dalla “Pietà” del XVI secolo al “Crocifisso” del XIV

Con questo cupo rumore di fondo, una bellissima “Pietà” accoglie il visitatore, isolata davanti all’ingresso e rischiarata nel buio da una luce come fosse la diva al centro del proscenio.

Merita la suggestiva esposizione un gruppo scultoreo che ricorda quello michelangiolesco, pur se di misura e fama incomparabilmente minori, ma con un fascino fatto di arte e di fede; anche per questo suscita tenerezza oltre che ammirazione.

La maggior parte degli abruzzesi non sapevano di avere un simile capolavoro; nel dramma e nello smarrimento avere scoperto questa perla dà un minimo di conforto.

Lo sottolinea Claudio Strinati, il magistrale curatore della mostra per il Ministero dei beni culturali: “Tantissime opere d’arte hanno sofferto gravemente, sono state danneggiate in m modo talvolta irreversibile, hanno avuto comunque perdite o menomazioni. Ma così, sono anche riemerse alla coscienza degli abitanti in primo luogo e di tutti gli uomini di buona volontà in un secondo tempo”. E ancora: “L’opera d’arte offesa soffre della stessa perdita di dignità di un essere umano offeso ma può rientrare nel tessuto urbano, da cui è stata allontanata per gli effetti del terremoto, munita di un superiore livello di consapevolezza”. Per concludere: “Ora il dolore della temuta distruzione ce la rende più vicina, ci sollecita ad apprezzarne ogni aspetto, a valorizzare la sua indispensabilità o a scoprirla  nella sua più profonda essenza”.

Cominciamo dalla “Pietà” a scoprire bellezze che non sapevamo di avere nella loro “più profonda essenza”. E’ in legno dorato, intagliato, viene dalla chiesa di San Marco, è visibilmente “ferita” come l’arte delle chiese aquilane. Viene attribuita alla scuola del manierista Pompeo Cesura, pittore, decoratore e scultore operante intorno al 1580 che ha firmato altre opere rimarchevoli nella stessa città. E’ straziante la figura del Cristo nella drammaticità del corpo abbandonato in grembo alla madre, come lo sono le gravi mutilazioni a gambe e braccia che il terremoto ha inferto: quasi un simbolo di come la natura si sia accanita su una città inerme imponendole un autentico martirio.

Ancora non siamo entrati, del terremoto sentiamo il brontolio minaccioso, non ne vediamo gli effetti. Ci rovinano addosso all’improvviso con la vista dei tralicci e delle impalcature, che hanno trasformato l’elegante e solenne Sala della Regina in un cantiere post terremoto, mentre due grandi video trasmettono di continuo le immagini di quei giorni tremendi.

Sono queste sequenze una mostra nella mostra, i due video le danno senza sosta, si passa dall’uno all’altro per non perdere nessuna fase della lotta senza risparmio per salvare vite umane, soccorrere i feriti, recuperare i beni e  mettere in sicurezza e puntellare, demolire le parti pericolanti e sistemare i senza tetto.

Protagonisti sono gli eroi di quelle giornate, gli uomini della Protezione civile con le loro scritte, i Vigili del fuoco con i loro caschi, i mezzi e le attrezzature, il dispiegamento di forze. Guardare quei video fa riscoprire eroismi e prove di umanità, ardimento e generosità. La capacità tecnica unita alla dedizione che si legge in quei visi morsi dalla stanchezza ma instancabili nella loro abnegazione.

Ci muoviamo tra le impalcature e i tralicci di una scenografia suggestiva, abbiamo dinanzi agli occhi i video che riportano le scene di allora, come non sentirci immedesimati e partecipi del dramma che si sta consumando intorno a noi?  E qui scatta una sorta di Sacra rappresentazione: appena terminato il bombardamento di Montecassino, che ridusse a uno scheletro di rovine la grande abbazia, si vide uscire dai ruderi fumanti per le bombe un Crocifisso tenuto alto dai frati dell’ottantenne abate Diamare nel mesto corteo di sopravvissuti salmodianti.

Anche qui svetta un “Crocifisso”, è quello del Palazzo dell’Arcivescovado, in legno intagliato della prima metà del XIV secolo, viene attribuito alla scuola formatasi intorno al Maestro della Santa Caterina Gualino. Ha una forza plastica accresciuta dal valore di simbolo e di guida che riveste, dopo la “Pietà” nella quale la figura del Cristo è ricomposta tra le braccia della madre.

Le “Madonna con Bambino” delle chiese aquilane

Ci guardiamo intorno, la Sacra rappresentazione ci prende, cerchiamo un conforto nel conforto, immagini del Cristo che non siano di sofferenza, ce n’è tanta intorno e dentro di noi. Le troviamo nelle opere sulla “Madonna con Bambino”, ce ne sono diverse lungo le pareti, prese dalle chiese aquilane disastrate, ben diverse da quelle esposte nelle normali mostre perché coperte dalla patina del tempo e della polvere non avendo ricevuto restauri né sistemazioni; così i dipinti e le sculture di vari materiali. Sono state prese “di peso” dalle loro nicchie e cappelle per essere portate in salvo, e non potevano ricevere troppe attenzioni, “maiora premunt” si potrebbe dire.

Il riparo attuale a Montecitorio fa pensare agli “sfollati” che vengono sistemati alla meglio nelle tende tra le impalcature, sono poste tra i ponteggi in tubi di ferro, la collocazione è spoglia, non soltanto sobria. Sono un ricordo le sapienti luci che illuminavano la mostra natalizia nella stessa sala dei pochi, preziosi dipinti della Collezione Pallavicini; neppure le eleganti strutture in legno scuro che li facevano brillare in nicchie appartate sono rimaste, ora va in scena il terremoto.

I dipinti delle chiese aquilane sono allineati alle pareti nella penombra e con la loro consistenza di tele antiche e vecchie, supporti rugosi senza lo splendore del colore brillante, tutto è opaco e dimesso. Ma il fascino è maggiore, ci si sente nella chiesa eroica dei primordi o, che non muta di molto, nelle chiese di montagna o di campagna con le opere quasi “immedesimate” nell’ambiente.

Oltre a tre dipinti di “Madonna con Bambino”, quattro sculture sullo stesso soggetto, proporzione inconsueta tra le due forme d’arte. Il gruppo di grande qualità scolpito sulla pietra aquilana dei primi decenni del XIV secolo viene dalla chiesa di Santa Maria di Paganica, è stato salvato dalla facciata della chiesa dissestata, c’è un panneggio nell’abito della Madre e anche nel Bambino che fa sentire influssi francesi e toscani; non arte povera, i segni di policromia hanno fatto pensare ad una scultura in origine dipinta intonata ad altre pitture della lunetta.

Anche di pietra aquilana scolpita è l’altra composizione scultorea, un bassorilievo posto sulla facciata della chiesa di San Marco, forse in origine ospitata all’interno e collocata all’esterno dopo il terremoto del 1455; ora è di nuovo in mostra in un interno, quello di Montecitorio. La geometria la avvicina a Mino da Fiesole, quindi agli influssi toscani, la semplicità a Matteo da Napoli che fece il Portale ad Isola del Gran Sasso, nell’altro versante della montagna.

Ed ecco le due statue di legno intagliato e policromo, con positura molto diversa, soprattutto del Bambino, e abbondanti panneggi in entrambe soprattutto nella veste della Madonna. La prima statua è di legno dorato con coloritura rossa, viene dalla chiesa di San Marco, è del XV secolo, la Madre guarda il Bambino rivolto verso di lei protendendo la mano, in una tenera intesa.

L’altra statua viene dalla chiesa del Cristo Re, è l’opera più recente, autore Albino Pitscheider, realizzata intorno al 1930 ma ispirata alle tradizioni antiche delle sculture lignee altoatesine cui l’autore si rifaceva e all’iconografia abruzzese della famosa “Madonna di San Silvestro” del XIV secolo da cui riprende il “dosso a tabernacolo”, qui realizzato in travertino; è un’immagine regale incoronata con il Bambino benedicente, una scritta a grandi caratteri nella base inneggia alla grazia.

Delle tre pitture sul tema nessuna è una “Madonna con Bambino” in senso stretto, anche se ci sono questi due soggetti dell’iconografia cristiana. Si trovano nell’“Adorazione dei Pastori”, olio su tela del XVI secolo dalla chiesa di Santa Giusta, attribuito a Giovanni Paolo Cardone: un cromatismo raffinato e una geometria compositiva incentrata sulla figura della Vergine dalla quale si dipartono linee convergenti sul fulcro della sacra rappresentazione. Cultura religiosa e finezza figurativa si uniscono, lo stile si avvicina a quello di Pompeo Cesura con cui l’autore collaborava.

La “Sacra Famiglia con San Giovannino”, del XVII secolo, dalla chiesa di San Marco, presenta al centro la Madonna col Bambino, dalle guance teneramente accostate mentre il Bambino si afferra al suo manto e il piccolo San Giovannino sta ritto ai piedi della Madonna che dolcemente lo cinge con la mano in un gesto affettuoso; ci sono tutti i simboli religiosi, dalla pelliccia di pellegrino alla ciotola del battesimo alla croce fatta con piccoli pezzi di legno.

Nel terzo dipinto con questo soggetto sono presenti anche i Santi, è un grande olio su tela del XVI secolo, con il lato superiore curvo per inserirlo nella nicchia, viene dalla chiesa di Santa Maria in Paganica, è attribuito a un allievo di Pompeo Cesura, Giovanni Paolo Cardone della seconda metà del 1500. Impianto manierista diviso in due parti da una coltre di nubi, ma spezzato purtroppo anche da lesioni e fenditure provocate al dipinto dal terremoto. E’ steso a terra, come stremato.

Altre iconografie della Vergine

La Madonna la troviamo rappresentata anche in quattro momenti particolarmente significativi del rituale cristiano: Assunzione, Immacolata concezione, Madonna del Rosario, Sposalizio della Vergine. E’ affidarsi alla sua intercessione l’aver radunato questi dipinti sbiaditi per la polvere e il tempo, feriti dal sisma eppure così protettivi, quasi un abbraccio tra le impietose impalcature.

Assunzione della Vergine” in cielo è il momento trionfante, qui in un dipinto del XVII secolo, seconda metà, attribuito a Giacinto Brandi, dalla chiesa di Santa Giusta. La Madonna è in alto circonfusa da una nuvola dorata,

in basso gli apostoli sbalorditi si affollano in un groviglio scuro di corpi e di visi, un barocco che si riferisce all’iconografia apocrifa ma di alto contenuto dottrinale.

Siamo al dipinto “Immacolata concezione”, di data e autore certi, si legge l’anno 1783 e la firma Severino Galanti, viene dalla chiesa di San Marco : è, o meglio era, un bellissimo ovale con un’immagine che ricorda lontanamente quella precedente, la Vergine si solleva con un velo azzurro in mezzo ad Angeli e Cherubini, in basso c’è anche un serpente contro di lui un angelo scaglia la freccia. Abbiamo detto “era” bellissimo, perché è molto danneggiato tanto che nella parte bassa si vede soltanto un magma confuso nel quale non si distinguono le figure.

Anche la “Madonna del Rosario e i Santi Domenico e Caterina da Siena”, prima metà del XVIII secolo, con il tondo superiore, risulta molto danneggiata, viene dalla chiesa di Santa Margherita.

C’è tutta l’iconografia mariana, la Madonna porge il rosario a San Domenico mentre Santa Caterina assiste estasiata. Gli angeli completano la scena in un ambiente dalle colonne e i panneggi barocchi.

Dello “Sposalizio della Vergine”, un olio su tela del XVIII secolo della chiesa di Santa Maria in Paganica, attribuito a Vincenzo Damini, non si distingue la composizione, che vede la fusione di stili rinascimentale e barocco di scuola veneziana. E’ steso a terra quasi abbattuto dal sisma con grandi squarci che feriscono nella loro cruda evidenza, la notevole qualità lo fa rimpiangere. Ancora una volta ci troviamo a cercare consolazione in opere intatte che diano rinnovata fiducia.

Ci viene in mente l’appello dell’Arcivescovo metropolita di L’Aquila Giuseppe Molinari: “Questa mostra, con queste opere d’arte, serve a tenere accesi i riflettori sulla nostra tragedia. Sono un invito a non dimenticare. E quindi anche un invito pressante a tutti a non far mancare la loro solidarietà”.

Ripensiamo alle ultime parole della presentazione del Presidente della Camera Gianfranco Fini che danno all’esposizione anche il valore di “testimonianza della sapiente e validissima opera di restauro”. Soprattutto di quello ancora da compiere, se la Commissione Beni Culturali e Patrimonio Ecclesiastico dell’Arcidiocesi dell’Aquila ha individuato ben 99 opere d’arte di sua proprietà bisognose di interventi significativi di restauro dai danni per il sisma, provenienti da 33 chiese del territorio: opere che saranno fatte conoscere con iniziative itineranti come quella di Montecitorio.

I Santi protettori

Sembra quasi che anche la Madonna sia impotente dinanzi alla violenza del sisma, ferita al cuore essa stessa. Ma ci sono i Santi, appartenevano alle più diverse categorie, lo abbiamo visto nella grande mostra “Il Potere e la Grazia”, dai martiri ai monaci, dai vescovi ai cavalieri e regnanti.  Qui ne abbiamo due, con la parte superiore curva, della chiesa di Santa Maria del Suffragio attribuiti a Giulio Cesare Bedeschini del XVII secolo, erano ai due lati dell’altare centrale e sono rimasti intatti nonostante i gravissimi danni subiti dalla chiesa. Sono “San Massimo”, uno dei santi protettori di L’Aquila e “Sant’Equizio”. A figura intera, uniscono i caratteri toscani a quelli abruzzesi, hanno un aspetto imponente e volti espressivi, sono esposti come due guardiani di fede.

Dello stesso Bedeschini il dipinto “San Francesco di Paola” dalla chiesa di San Francesco di Paola, sempre con il tondo nel lato superiore, anche qui disegno toscano e posa abruzzese nel volto reclinato con il simbolo CHS sorretto da angeli, che si trova nello stendardo della città. Sembra che derivi dal costantiniano “In Hoc Signo (Vinces)”. L’imperatore è raffigurato nel dipinto “Battesimo di Costantino”, attribuito a Lorenzo di Bartolomeo, detto Baccio Ciarpi, olio su tela del 1612 dalla chiesa di San Silvestro, un quadro con molte figure accostate in una composizione che resta semplice e lineare: Costantino in primo piano viene visto come figura michelangiolesca, mentre l’atmosfera è stata definita caravaggesca.

Ma se la Madonna l’abbiamo vista soffrire per le ferite arrecate dal sisma ai dipinti che la raffigurano nei momenti più gloriosi, i Santi sono spesso destinati al sacrificio. C’è un clima di martirio insieme all’estasi nell’“Agonia di San Francesco Saverio”, della scuola romana del XVIII secolo, viene dalla chiesa di Santa Margherita: la drammaticità è attenuata dalla presenza di angeli luminosi. Invece nel “Martirio di Santa Giusta”, di scuola toscana della seconda metà del XVI secolo, c’è il dramma del supplizio infertole in una fornace ardente, poi con le lance, al quale si aggiunge il dramma delle gravi ferite inferte dal sisma con strappi e gravi perdite di colore. Ancora una volta dobbiamo riprenderci, troviamo non solo conforto ma volontà di lottare e spirito di rivincita nei due ultimi dipinti di questa nostra carrellata sulla bella mostra di Montecitorio.

In “Giuditta e Oloferne”, un olio su tela del XVIII secolo di scuola napoletana, dalla chiesa di Santa Maria in Paganica, il tema biblico è svolto senza drammaticità, una forza sicura nella giovinetta vendicatrice consapevole che ha a lato la vecchia dal viso carico di rughe e di tensione.

E infine il gesto vittorioso di “San Michele Arcangelo”, dalla chiesa di San Francesco di Paola, del XVI secolo, autore Giovanni Paolo Cardone, allievo di Pompeo Cesura che abbiano già trovato in altri dipinti; l’autore avrebbe realizzato nel 1579 anche il gonfalone di L’Aquila conservato al Museo nazionale d’Abruzzo. E’ un’opera esaltante, derivata dall’ultimo Raffaello, di cui il suo maestro era stato allievo: la sproporzione rilevata tra il grande primo piano e il paesaggio nello sfondo mostra la predominanza dell’azione, con il Santo alato che trafigge il diavolo.

 E’ l’immagine con la quale lasciamo la mostra provando una sensazione di riscossa e rivincita sul male e sul destino, auspicio di una pronta ripresa.

Un tratto identitario della comunità nazionale

La ripresa si dovrà tradurre in tutto quanto necessita alla città colpita nei suoi abitanti e nelle attività economiche, nella sua arte e nella sua cultura: dall’eliminazione delle macerie all’avvio della ricostruzione soprattutto del centro storico dopo le “new town” che hanno risolto il problema dei senza tetto. Pensando alla cultura come risorsa tornano le parole di Claudio Strinati: “Chi conserva, mettendoli in pratica, valori morali e comportamentali, chi sa riconoscere ruoli e funzioni proprie e altrui, chi ha sacro rispetto per la casa, la famiglia, il lavoro, i sentimenti è portatore di una cultura autentica e sincera”. E ancora: “L’arte, l’architettura, l’archeologia sono indifese di fronte alla violenza degli uomini e all’energia della Natura ma rappresentano sempre simbolicamente la capacità dell’uomo stesso di resistere alle disgrazie e alle forze distruttive in generale”. Ribellandosi ad esse, aggiungiamo, e sconfiggendole con l’impeto generoso di San Michele Arcangelo.

Ha avuto ragione Gianfranco Fini che ha presentato la mostra dicendo: “Ogni iniziativa è stata ispirata dal medesimo intento: dare concretamente il senso di una comunità unita ed in grado di superare, con uno straordinario impegno collettivo, anche i momenti più traumatici e dolorosi. La mostra dedicata a ‘L’Aquila, l’Arte ferita delle chiese del centro storico a Montecitorio ’ esprime, con grande intensità, un profondo tratto identitario della comunità nazionale”. E’ il tratto identitario che Strinati ha identificato nella cultura come sistema di valori, evocato nelle parole sopra riportate quasi per chiudere un serrato botta e risposta: “Ma la cultura in che senso, si potrebbe obbiettare?” Nel senso dei valori morali e comportamentali, civili e umani. “Questa sarebbe la cultura di un popolo?

E la risposta deve essere positiva”: è la sua e nostra conclusione.

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 Le immagini sono state riprese in Montecitorio da Romano Maria Levante, si ringraziano gli organizzatori e i titolar dei diritti per l’opportunità offerta.