Civette, un’intrigante “civetteria” alla “Casina” di Villa Torlonia

Nella “Casina delle Civette” di Villa Torlonia a Roma, dal 29 gennaio al 30 aprile 2017 la mostra “Tre Civette sul Comò – Civett’Arte”, che richiama l’antica filastrocca “Ambaraba, ciccì, cocò…”, espone circa 70 opere raffiguranti la civetta nei più diversi  stili, forme e materiali. Curatrici della mostra Stefania Severi e Maria Grazia Massafra, direttrice del Museo delle Civette. Catalogo  “Edilet – Edilazio Letteraria” con un’accurata ricognizione sul significato della civetta nella storia e sulla sua presenza nell’arte e nella letteratura, nonché nel costume.

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Cosa di più normale di una mostra sulle civette nella “Casina delle civette” di Villa Torlonia dove vi sono sculture  e vetrate con il mitico volatile? Giovanni Torlonia jr. fece inserire elementi decorativi e artistici ispirati alla civetta nella “casina” che aveva fatto costruire all’interno di Villa Torlonia tra il 1908 e il 1920, nelle vetrate di Cambellotti, nei capitelli all’esterno e negli arredi all’interno oggi perduti, e questo  perché era nato il 10 ottobre 1873 sotto al costellazione della Civetta.

Ebbene, pur nella scontata normalità ci sono motivi che lo rendono un evento diremmo eccezionale.

I motivi alla base della mostra

Il primo di essi è l’origine della mostra, nel racconto di Stefania Severi, che l’ha curata con la direttrice del Museo Maria Grazia Massafra. Nasce da una concatenazione di fatti che risale ai primi anni ’80, quando la madre le regalò una piccola civetta di cera dicendole che le assomigliava, ne fu inorgoglita perché sapeva che era la prediletta da Athena-Minerva come simbolo di preveggenza.  Da lì iniziò una raccolta cui fu riconosciuta la  dignità di collezione quando fu oggetto di un articolo su “La Gazzetta dell’Antiquariato” rivolto ai collezionisti. Si era nel febbraio 2016, il passo successivo, l’idea della mostra nella “Casina delle civette”  non si fece attendere, perché la Severi dal 2012  collaborava con la direttrice Massafra e aveva elaborato un progetto per tale sede insieme alla Scuola d’Arte e Mestieri di Roma Capitale “Scienza e Tecnica”.

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E con questa scuola si innesta l’altro motivo eccezionale. La mostra non è stata concepita come un inventario delle rappresentazioni artistiche già esistenti delle civette, ma come un laboratorio creativo dal quale far nascere interpretazioni nuove, per di più utilizzando la molteplicità di materiali presenti nell’arredamento della Casina, dal legno al ferro battuto, dalla ceramica al tessuto, dal gesso al bronzo, dal mosaico al vetro che impreziosisce l’ambiente con le vetrate di Cambellotti.

Quindi, selezione in base alla predilezione per i singoli materiali mediante il coinvolgimento di artisti internazionali provenienti da 12 paesi oltre alla mobilitazione  delle Scuole d’Arte e dei Mestieri di Roma Capitale, “Arti Ornamentali” e “Nicola Zampaglia” nonché dell‘”Accademia Internazionale ‘Alta Moda e Arte del Costume Koefia” di Roma.

Ne è nata quella che la locandina definisce “Civett’Arte”, una “civetteria”, come l’ha definita Diana Poidimani, “variegata e variopinta”  per riportare gli aggettivi usati dalla Severi, con le più diverse forme espressive,  dalle tradizionali pitture e sculture, peraltro con tecniche e materiali particolari, a una vasta tipologia di oggetti, dal gioiello al ricamo, al libro e all’abito fino a monopattino.

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La rutilante “civetteria” si integra perfettamente nella peculiarità ambientale della sede espositiva perché, oltre alla sala al piano terra, anima le salette e gli anditi, le verande e tutti gli angoli della “Casina”  in una magistrale integrazione che fa apparire le opere componenti dell’arredamento.

Passeremo in rassegna questa movimentata galleria, ma prima intendiamo penetrare nel mondo delle civette, analizzato in occasione della mostra negli accurati saggi meritoriamente inseriti nel Catalogo, un mondo misterioso e  intrigante  che sorprende e affascina nel contempo.

Il mondo delle civette, ambivalenza di significati

Lo esplora Maria Grazia Massafra  iniziando addirittura dalle evidenze iconografiche rinvenute in Francia, nelle “Grotte di Chavet”, che risalgono a 32 mila anni fa e  nella grotta “Les Tros Fréres” di 15 mila anni fa dove si trova la “Galleria delle Civette”.

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Ecco poi gli idoli in pietra e in argilla del neolitico in Siria e Giordania, il rilievo in terracotta  proveniente da Babilonia, i totem antropomorfi della Bretagna e Irlanda,  le sembianze femminili delle statue-menhir in Francia e nella penisola iberica, i sigilli e amuleti egizi, mentre viene nobilitata in Grecia associandola ad Athena e facendone un simbolo di abbondanza e ricchezza. Anche negli altri continenti è presente l’iconografia della civetta, dalle civiltà precolombiane, i Maya e i Moche con reperti di terracotta,  alla Cina e agli indiani d’America.

I significati dati a questo simbolo misterioso sono molteplici, legati anche al mondo dei defunti, alla chiaroveggenza e divinazione, fino alla medicina, in particolare nell’antica Grecia dove veniva  associata ad Asclepio, il medico divino figlio di Athena. Ma non andiamo troppo indietro. Maria Luisa Caldognetto compie una accurata ricostruzione su come l’animale notturno è stato considerato nei secoli, ricordando che “se all’inizio del Cristianesimo la civetta era ancora correlata alla saggezza, e può addirittura rimandare alla figura di Cristo nel suo volontario passaggio attraverso le tenebre della morte redentrice, nell’immaginario medievale l’antica Dea della morte, e della rigenerazione, associata all’aspetto conturbante e negativo della femminilità, si identificherà nella strega (dal latino volgare striga, lattino classico strix, strige, civetta).

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“A partire dal  Medioevo – aggiunge  la Massafra – superstizioni e credenze vengono legate alla raffigurazione di questo rapace, che viene messo in connessione con la stregoneria e il maleficio, ma si mantiene comunque il suo significato positivo, come simbolo di eternità e di immortalità dell’anima” nella visione retrospettiva. Questi due aspetti restano compresenti anche in seguito: “Nel corso dei secoli successivi rimane l’ambivalenza simbolica della raffigurazione: da un lato icona del sapere di Athena,divinità femminile e lunare, sensibile e sensitiva, dall’altro simbolo dell’oscurità,della morte, della paura di tutto ciò che si conosce”. Entrambi  gli aspetti si riferiscono alla sua natura di uccello notturno, ma in due accezioni opposte: la capacità di vedere nel buio,quindi di penetrare i misteri, attributo della saggezza; i timori connessi al buio come oscurità fonte di pericoli, che accomuna la civetta ai pipistrelli.

Natale Antonio Rossi, presidente della Federazione Unitaria Scrittori,  si chiede: “Le timoranze notturne che le loro strida suscitano oggi, sono quelle di ieri, di un secolo fa, di duemila e più anni fa?  E soprattutto l’oculatezza della civetta (e di Athena) è ancora utile per sciogliere gli inviluppi mentali o psicologici dell’uomo e della donna?”. 

L’immagine popolare tramandata  nel tempo ha tradotto tali credenze  in  riti e costumi, la visione nel buio è stata vista come un pericolo per chi non ha queste doti, come gli uomini, o come un ausilio nella protezione dei bambini, secondo alcune credenze nordiche per cui  le civette si riposerebbero all’alba sui rami degli alberi dopo aver vegliato la notte su di loro.

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In Italia, ricorda la Severi, dal 1400 si svolge  ogni anno a Pisa  la “Fiera delle Civette”, il 29 settembre, giorno della festa del patrono San Michele, nel segno della caccia, mentre dal 1995,  lo ricorda la Caldognetto, è stata lanciata in Francia, da Jean Claude Genot la “Notte europea della Civetta” con cadenza biennale, coinvolge almeno 50 mila persone che in vari paesi  nella stessa notte cercano di captare le strida dell’animale notturno.

Le civette nell’arte e nella letteratura

L’arte non poteva rimanere insensibile a una figura così intrigante, nella “Crocifissione” di Antonello da Messina  del 1475 è appollaiata su una roccia in attesa, dato che traghettava i defunti nell’oltretomba, ma pensiamo che Cristo non ne aveva bisogno essendo predestinato alla resurrezione, anche se discese agli inferi, forse era lì peri due ladroni. Angosciose e allucinate  le raffigurazioni del “Trittico del Giardino delle delizie”, 1480-90 di Bosch, l’animale notturno appollaiato su due danzatori nella composizione popolata da figure danzanti nude; e del “Sonno della ragione genera mostri” di Goya, con la figura addormentata circondata dai volatili.  Mentre un’unica civetta è raffigurata in “The Owl”, di Valentine Cameron Prinseps tra le braccia della dolce fanciulla; e nell'”Autoritratto a forma di gufo” di Savinio, la testa è quella dell’animale,

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Dalla pittura alla letteratura, troviamo la civetta in Ovidio e Plauto, Properzio e Plinio in termini negativi, Virgilio le fa annunciare la morte di Didone; ben diverso il saggio che ai giorni nostri Umberto Eco ha dedicato alla filastrocca al cui inizio “Ambarabà ciccì coccò”  segue “tre civette sul comò”  che ha dato il nome alla mostra.

Gerasimos Zoras ha passato in rassegna le trasposizione poetiche, per così dire, del mito della civetta, partendo dall’invocazione, ripetuta più volte, del poeta nazionale della Grecia Kostis Parmalas, “Tu, o sacro volatile di Atena”,  “La civetta disse Atena”, fino alla poesia che scrisse Salvatore Quasimodo dopo la visita ad Atene del 1956 –  ma “non fu un richiamo maligno… Suonò la civetta sul mare, fresca, felice”.

Altrettanto positiva la visione di Giovanni Pascoli nel “Poemi conviviali” del 1904-05, allorché scrive:  “E il sacro uccello della notte in alto/ si sollevò con muto volo d’ombra” per concludere: “E disse alcuno, udendo il fausto grido/ della civetta: Con fortuna buona!”. Ma nelle “Miricae”, pur nell’immagine ancora riferita alla  notte, “tra l’ombre svolò rapida un’ombra dall’alto”, non ha più un “fausto grido” ma “una stridula risata di fattucchiera/ una minaccia stridula”, e “lo squillo acuto del tuo riso” fa sussultare nell’ “ombra che ci occulta silenziosa”, evocando la morte. Anche  il silenzio è angoscioso: “E quando taci, e par che tutto dorma/ nel cipresseto,trema ancora il nido/ d’ogni vivente, ancor, nell’aria, l’orma/ c’è del tuo grido”.

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Più vicino nel tempo Aldo Palazzeschi ne dà due immagini: in “Cobò” vicina al moribondo, “fissando il capezzale/ la civetta/ veglia e aspetta”; in “Lo specchio delle Civette”, musicato da Nino Rota,  si affollano “sull’acqua del fiume tranquillo”: “Si posan la notte, sul ramo sporgente,/ civette a migliaia./ Si posan ridendo…”. Specchiarsi nell’acqua come guardarsi dentro, torna la meditazione notturna.

Infine il “Secondo Diario Minimo” di Umberto Eco che disserta sulla celebre filastrocca.

Com’è la “civetteria” che ci presenta la mostra? E’  variegata e festosa, variopinta e allegra, nulla di inquietante anche se l’animale notturno viene declinato in tutte le forme e gli stili,  e con i materiali più diversi. Lo vediamo subito.

La “civetteria” della mostra: i “ritratti”

Si può evocare in vari modi la galleria di civette che anima la  Casina”. Il modo forse più appropriato sarebbe ripercorrere l’itinerario della visita e soffermarsi su ogni “incontro”, da quelli nella grande sala espositiva al pianterreno, agli anditi, salette e angoli suggestivi all’interno della palazzina, dove le opere sono “ambientate”  tra le vetrate liberty e gli altri particolari dell’arredo.

Un altro modo  è di darne conto  in relazione ai materiali con cui le opere sono realizzate, la cui importanza è data dal fatto che vi è stata una scelta precisa sulla base dei materiali presenti nella “Casina”. Abbiamo contato   opere in tecnica varia,    in pittura      in scultura, più   oggetti e altro, sono quasi tutte del 2016, quindi citeremo la data soltanto in quelle realizzate in precedenza.

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Preferiamo riferirci invece al tipo di rappresentazione, cominciando da quelle che, pur con vari materiali e diverse angolazioni, danno il ritratto, per così dire, della civetta, per poi passare ai primi piani con dei particolari posti in evidenza. In seguito le altre raffigurazioni con più civette o composizioni nelle quali le sembianze dell’animale notturno si perdono nel contesto ambientale.E allora il “ritratto” che ci ha colpito maggiormente è stata l’ “Ipnotica creatura”, 2016, l'”affresco su celerit” di Adelio Bartolucci nel quale, per usare le parole della curatrice Severi – che lo accompagnano con un commento, come per le altre opere – “le piume conservano tutta la loro leggerezza e lo sguardo serba tutta la sua ardente profondità”.   “Ci guarda e sembra leggerci dentro”, secondo la Severi, la “Nyctea Scandiaca”, civetta bianca delle nevi scandinava fotografata vicino Perugia da Maria Luisa Passeri. Mentre in “Guarda che ti vedo”, del pittore noto anche in Cina, Sandro Trotti, è riconoscibile la sagoma della civetta, non così lo sguardo.   

Una sguardo intrigante anche in “Civetta”, in tecnica mista con cartapesta di Nobushige Akiyama, quasi l’ “Ipnotica creatura” imbalsamata e in “Alla finestra della notte”, carboncino su carta di Nikos Kiritsis e in “La Dame Blanche”, di Andrée Liroux,  una scatola-libro-scultura, come   “Codice della civetta diurna”, in tecnica mista con carta di Vittorio Fava; si intitola “Passato prossimo”  la figura stilizzata in legno e gommapiuma, tela e acrilico di Antonia Ciampi.

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Poi due mosaici, “Civetta togata”  realizzato in marmo policromo dall’Associazione Agea Mosaici con la supervisione della presidente Nadia Ridolfini, uguale all’originale a El Jern Museum in Tunisia; e “Civetta della Casina”, immagine moderna in marmo e pasta vitrea di FraMe, al secolo Francesca Merola, in omaggio alle vetrate di Cambellotti.  Sempre “La civetta della Casina” , ma invece del mosaico  uno specchio retro inciso e retro illuminato l’opera di Paolo Hermanin, tra ombre inquietanti  lo sguardo penetrante, e anche qui “ipnotico” dell’uccello notturno.  

Non sono mosaici marmorei ma delicati ricami tessili , “Civetta sul ramo” di Gabriella De Matteis. in cotone  a mezzo punto su canovaccio, e “La civetta di Pino Melis”, delle Sorelle Piredda, un ricamo ispirato a un disegno dell’artista illustratore, sardo come le autrici. La tessitura a mano di Lucia Pagliuca, “Dalla notte dei tempi”, ha un sapore arcaico come la tecnica usata, due  grandi occhi si aprono su  un tessuto con un ciuffo di filati, che fa pensare ai vecchi spaventapasseri.

Irrompono ora le sculture, con l’animale notturno in bronzo in 7  opere. Di queste, 3 sono   intitolate “Eule”, quelledell’irlandese Fidelma Massey e del tedesco Hans Nubold  hanno gli occhi socchiusi, la terza del tedesco Strassacker Kunstgiesserei li ha aperti ma stravolti verso l’alto, mentre “Civettuola” di Capri Otti, li ha spalancati. “Nactheule” di Thomas Schone  e “Farmacia notturna” di Bettina Scholl-Sabbatini  aggiungono un elemento, il primo con un quarto di luna nella cui concavità protettiva si rifugia l’animale notturno, eretto e attento, il secondo con la scritta in greco e i flaconi medicinali nel piumaggio che ricade compatto,  mentre in “Whispring wind” di Helga Sauvageot, la figura robotica è alleggerita dalle piume che si aprono in filamenti.

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L’estrema sintesi con materiali molto diversi è ottenuta da Romana Vanacore in “Gli occhi della notte”, in terra autosmaltante, bronzo e ingobbio, due grandi occhi e un corpo piumato, e soprattutto  “Athena noctua”, di Raffaele della Rovere, in gesso bianco lucido, dai grandi occhi, ma  dove sono evidenziate soprattutto le ali, quasi in un volo angelico.  

In “Civetta”, di Francesca Cataldi, in vetro fuso e rame, legno  e ferro, la testa è interamente presa dai  due grandi occhi che sembrano un periscopio, una semplificazione che ritroviamo in “Civettuola” di Massimo Luccioli, ceramica smaltata e vetro blu con due grandi occhi stilizzati.

Stilizzato l’intero corpo in un ovale da anfora antica come il titolo evocativo, “Vae Sapientiae” di Luigi Manciocco, e ancora di più in “Civetta”, di Lucio Pari,  ferro forgiato che evoca le etrusche “ombre della sera”, due fori in cima a una lastra molto stretta e alta nello stile di Giacometti.

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Le ultime 4 immagini ci mostrano  la civetta com’è nella realtà  in “La civetta e il topolino” dove Enzo Flammia utilizzando cartapesta la raffigura in una visione aerea in volo, in “Natura morta”  dove  Walter Kratner  ne evoca l’utilità nell’equilibrio naturale imbalsamandola in una vetrina dopo che ha ghermito  un topolino e in “Omaggio a Zuccheri”, un olio su teladove l’iracheno Aziz Karim  lo rappresenta in un figurativo dal cromatismo intenso, appollaiata su un ramo con in primo piano un libro, un barattolo e un vaso con una pianta grassa.  E  nell’interpretazione robotica della grande installazione posta all’esterno in legno e alluminio, ferro e ceramica, “Automa ibrido”, il robot  della  interpretazione  di  Elisabeth Ann Tronheim.

Agli antipodi della versione da fantascienza le due opere che evocano la “civetteria” femminile per attirare l’attenzione, entrambe intitolate: “Civette”: la prima è  una delicata composizione di Antonella Cappuccio in cui il cromatismo non è reso da pennellate ma da carte colorate con la civetta sulla spalla della bella fanciulla “civettuola”,  nella seconda, di Paolo Cazzella, c’è  l’uccello svolazzante tra immagini di volti femminili che alludono appunto alla “civetteria”. Alla figura femminile  della Cappuccio affianchiamo quella della scultura in bronzo “In attesa del principe”, di Alba Gonzales, del 2011, con la civetta che veglia, perché entrambe sono vezzose e a seno nudo.

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Nei  primissimi piani con i particolari salienti dell’uccello notturno troviamo i 6  piccoli occhi gialli nel buio di “Giovanna Dejua”, in “Civetta chouette owl“, e un unico grande occhio: in “Occhio di civetta” di Lilka Iatruli è giallo con la pupilla nera, in “Sguardo” di Salvatore Giunta l’occhio appare in una grafica astratta e geometrica estremamente semplificata.

Più civette,  le astrazioni, gli oggetti a forma di civetta 

Dal trittico in vetro dipinto alla maniera di Cambellotti di Marco Calanca, Maria Grossi  e Maria Laura Venturelli,  “Silenzi”, all’olio su tela “Bad Owl” di Maurizio Colombo con le civette di Nottingham,  dalla tecnica mista con materiali tecnologici usati da Giulio Cavalla per l’opera “Con gli occhi aperti vegliano sulle nostre notti”, l’immagine positiva nei pesi nordici, alla tecnica origami in carta da imballaggio di “Civette in volo” del giapponese Yasue Akiyama, dall’opera video “Tre civette sul comò” di Maria Pia Michieletto,  all’encausto su tavola “Tre civette su Minerva” di Massimiliano Kornmuller che si rifà all’antico nella dea e nella tecnica, dall’olio su tela di Massimo Campi con le tre civette di “Ambarabciccicocco” ai  burattini in tecnica mista di “Tre civette sul ramo” di Maria Sigorelli,  ai pastelli su carta di “Il gatto e la civetta”, opera del 1991 di Minette, Maria Ceccarelli, un’italo-francese che amava gli animali, scomparsa nel 1997.fino al dipinto ad olio e sabbia su tela  dello spagnolo Julio Pjea, “Filastrocca”, che reitera il motivo delle tre civette moltiplicandole cambiandone i colori in un  suggestivo impianto cromatico e figurativo.

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E’ una straordinaria carrellata non solo di immagini multiple, ma di tecniche utilizzate, che si aggiunge alla galleria  prima illustrata di immagini singole.

Ma non è tutto. Da un lato abbiamo ancora il figurativo, con la visione idilliaca dell’olio su tela “Civette a Villa Torlonia”, di Lucio Castagneri  e  la visione onirica della visita a Villa Torlonia di “Il principe notturno”  di  Stefania De Angelis con la scorta di civette in ferro piombato e foglia di rame, la visione mitica della “Dea Bianca” con la sua ala protettrice rispetto alle Parche nell’olio su tela di Mirko Lucchini  e “Il canto della civetta”  che si diffonde nei “labirinti dell’invisibile” dell’orizzonte dipinto in tecnica mista su tela da Rita Piangerelli.

Dall’altro le visioni vicine all’astrazione di “Il canto della civetta” di Letizia Ardillo, in tecnica mista su carta, e di “Dillo alla luna”, vetrata policroma di Cinzia, Eleonora e Rosanna di Studio Artetutta, di “Ambiguità”, un elegante rilievo in terracotta di Laura Lotti, e di “Civettetria” di Diana Poidimani, fino ad “Appartata”, ‘olio su tela diLaura Barbarini,in un fantastico mondo floreale.

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Per concludere, persino gli oggetti ispirati alla civetta: per i bambini il monopattino  in legno di Anna Addamiano, “Vola, civetta vola” e  l’ “Aquilone Civetta” in carta giapponese  e stecche di bambù di Anna Onesti e Virginia Lorenzetti; per gli adulti il ventaglio di stoffa dipinta “Melodia notturna” di Miro Bonaccorsi e la collana in bronzo e vetro di Murano “Casina delle Civette” di Stefania Ancarani, fino agli abiti in cotone, tulle e Swarovsky  “Lil-Itu”, nome ebraico della civetta, di Riccardo Celotti e Lorenzo Renzi della Koffia Accademia d’Alta Moda.  

Le ultime citazioni per “Athena con la civetta”, statua in legno e stoffa dell’olandese Marijcke Van der Maden  e “Calamaio della lettrice notturna” di Maria Cristina Crespo,una vecchia lanterna, una biblioteca in miniatura, una civetta protettrice”; “dulcis in fundo”, la locandina della mostra, “CivettArrte” di Lucio Troiano, con la civetta-artista che seduta sul comò dipinge la “Casina” con tanto di pennelli e cavalletto, sorridendo amabilmante ai visitatori.

Ebbene, quanto di più rassicurante anche per chi, come il sottoscritto, nell’infanzia era turbato ogni notte dallo stridìo angoscioso della civetta annidata sul campanile della chiesa vicina. E’ un effetto liberatorio il cui merito va a una mostra singolare, così interessante e istruttiva. Dopo la “riabilitazione”, per così dire, del  lupo, per l’impegno meritorio di Franco Tassi, è il momento della civetta, per l’impegno di Stefania Severi e Maria Grazia Massafra. E’ meritorio anche questo.  

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Info

Museo di Villa Torlonia, Casina delle Civette, Via Nomentana 70, Roma. Da martedì a domenica ore 9,00-19,00, la biglietteria chiude 45 minuti prima. Ingresso alla Casina delle Civette intero euro 5,00, ridotto euro 4,00, per i residenti a Roma Capitale  1 euro in meno e ingresso gratuito la prima domenica del mese. Info 060608 e 328.9097609, Cooperativa Sociale Apriti Sesamo. Catalogo  “Tre Civette sul Comò. CivettArte”, a cura di Stefania Severi e Maria Grazia Massafra, Edilazio Letteraria, gennaio 2017, pp. 120, formato 20 x 20; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella Casina delle Civette alla presentazione della mostra, si ringrazia l’organizzazione, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta; non è indicata la data nelle opere del 2016, è precisata solo nelle due opere in data diversa. In apertura,Adelio Bartolucci,“Ipnotica creatura”; seguono,  Aegea Mosaici, “Civetta togata”, e Antonella Cappuccio, “Civette”; poi, Mirko Lucchini, “Dea Bianca” , e, a dx Francesca Cataldi, “Civetta”, a sin. Luigi Manciocco, “Vas Sapientiae”; quindi, Massimo Luccioli, Civettuola”, e a dx Thomas Schone, “Nachteule”, a sin. Capri Otti, “Civettuola”; inoltre, Raffaele della Rovere, “Athena noctua”, e  Marco Calanca, Maria Grossi, Maria Laura Venturelli, “Silenzi… ; ancora, Alba Gonzales, “In attesa del principe”, 2011, e Julio Ojea, “Filastrocca”; si prosegue, Frame, “Civetta della Casina”, Marijcke van der Maden, “Athena con la civetta”, ed Elisabeth Ann Tronhjem, “Automa ibrido”; infine, un angolo dell’esposizione con al centro di Anna Addamiano, “Vola civetta vola”, nella parete a sinistra, di Lucio Castagneri, “Civette a Villa Torlonia”, 2014, appesa al centro, di Maria Cristina Crespo, “Calamaio della lettricenotturna”;  nella vetrata, di Ezio Flammia, “La civetta e il topolino”; in chiusura,Walter Kratner, Natura morta”.

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