Uganda, un viaggio dell’anima per immagini

Ieri abbiamo ripubblicato il primo dei nostri due articoli, uscito il 20 luglio 2013 nel sito web www.arteculturaoggi.com, sull’annuale mostra fotografica nella chiesa dei Santissimi Martiri dell’Uganda; ora ripubblichiam l’articolo del 23 ottobre 2015, precisamente ieri sono stati sei anni. L’intento è colmare il vuoto dato dall’assenza della mostra quest’anno per la pandemia, e così rispondiamo anche al richiamo del ministro Franceschini che tre giorni fa, il 21 ottobre, ha dichiarato al summit UE-Africa per le piccole e medie imprese alla Galleria Nazionale di Roma: “Mi piacerebbe che, oltre al programma Erasmus, fosse varato un programma nazionale per studenti tra l’Italia e l’Africa, per aiutare lo scambio delle conoscenze: l’unico strumento che può aiutare a superare le diffidenze, aiutare a trovare obiettivi comuni, vivere i problemi dell’altro Paese come fossero i propri. Questa prospettiva è stata al centro dei lavori del G20 cultura, che s’è tenuto lo scorso luglio a Roma”. E ha aggiunto: “Tra Europa e Africa è necessario un lavoro che, oltre i rapporti economici e la costruzione di infrastrutture, vada in profondità, alla radice, che punti alla conoscenza reciproca, agli scambi culturali, in particolare quelli tra i giovani. L’Italia da questo punto di vista riveste un ruolo fondamentale anche grazie alla sua geografia che la pone come una specie di molo naturale nel Mediterraneo”. Il “reportage” fotogarfioco, e non solo, sul villaggio ugandese mostra una realtà che va tenuta ben presente, e non muta nel tempo come si vede dal confronto tra il 2013 e il 2015. Giustissimo promuovere la conoscenza reciproca con scambi tipo Erasmus, e anche tipo le benemerite missioni di questa Parrocchia, ma quando si decideranno i paesi ricchi al Piano Marshall per l’Africa troppe volte evocato, con cui darebbero slancio anche alle loro economie opulente che abbisognano di nuovi sbocchi? La lotta alla pandemia potrebbe accelerare tale processo e nel nostro piccolo, con questi “reportage” religiosi di alto valore civile e umano, vorremmo contribuire a risvegliare coscienze che sembrano addormentate.

di Romano Maria Levante

Una mostra fotografica, a sostegno dei progetti della Parrocchia Santi Martiri dell’Uganda della diocesi ugandese di Lira, dall’11 ottobre al 30 novembre 2015, all’interno della Chiesa dei Santissimi Martiri dell’Uganda, a Roma, quartiere Ardeatino, dall’eloquente  titolo “God is Working”, autori Don Ivan, Francesca, Marco, Muffin, del gruppo missionario della parrocchia. E’un reportage appassionato della visita-pellegrinaggio svoltasi nella seconda quindicina del  luglio 2015 su iniziativa del parroco don Luigi D’Errico, in Uganda, nella diocesi di Lira, dov’è il santuario dei Santissimi Martiri ugandesi sacrificatisi per la  fede voluto da Paolo VI dopo un viaggio sui luoghi del martirio. I martiri  sono Carlo Lwanda e 21 giovani ai quali Paolo VI volle dedicare  anche la nuova chiesa romana nel quartiere Ardeatino; la consacrazione fu  opera di Giovanni Paolo II, fu la prima del suo pontificato. 

ll Manifesto della mostra all’ingresso della chiesa

Ne abbiamo raccontato la storia commentando la mostra dell’estate 2013 nella  stessa chiesa, dopo la precedente visita-pellegrinaggio con  don Davide Lees. Abbiamo citato le parole di padre Torquato Paolucci, missionario in Uganda,, richiamato in Italia dopo trent’anni, tornato malvolentieri a Roma con il cuore rimasto tra  i parrocchiani ugandesi, un “mal d’Africa” religioso il suo.

 “Casa”

Le mostre religiose

Questa mostra è un nuovo esempio di come il mezzo fotografico sia idoneo a rendere anche quei concetti e valori  di natura religiosa attinenti alla spiritualità  interiore piuttosto che alla realtà esteriore che è possibile catturare con l’obiettivo;  la forza dello spirito è tale da trasmettersi  anche mediante immagini che restano impresse per la loro immediatezza.  E’ avvenuto con le mostre fotografiche romane su Giovanni Paolo II,  a Piazza Esedra,  a Palazzo Valentini e a “Spazio 5”, avviene anche con la mostra attuale.

“Dono”

Pertanto ci soffermeremo sui  contenuti spirituali e sui messaggi tramessi senza parlare degli aspetti estetici delle fotografie esposte, delle quali ci limitiamo a sottolineare la qualità: alcune di esse sono di tono pittorico fino a toccare un vero livello artistico.  Sono stati bravi gli autori, che le hanno corredate di didascalie utili ad approfondirne i contenuti.  C’è un’unità di tempo, oltre che di spazio, nel reportage fotografico, le fotografie sono state scattate tutte nell’ultima decade di luglio 2015, nella diocesi ugandese di Lira. 

“Sete”

E’ anche un nuovo esempio di mostre presentate all’interno della chiesa, cosa che avviene in circostanze eccezionali come fu per la mostra “Arché”, con i dipinti di quattro grandi artisti contemporanei in omaggio ai terremotati d’Abruzzo nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila dissestata dal sisma; e come è stato  per la mostra fotografica di due anni fa in questa stessa chiesa.

La religione è strettamente legata all’arte, essendone il soggetto prevalente soprattutto nell’epoca d’oro della creazione artistica, da Giotto al Rinascimento, dal ‘600 all’ ‘800 e ‘900, per cui le opere ispirate alla religione sono di gran lunga prevalenti nelle mostre d’arte, non considerando l’arte contemporanea che si sbizzarrisce altrimenti. Ma sono poche le mostre dichiaratamente a tema religioso, tra queste vogliamo ricordare le esposizioni d’arte a Illegio sugli “Apocrifi”, ad Ancona  nel Congresso eucaristico sull’Ultima cena, “Alla mensa del Signore”; e, prima,  a Palazzo Venezia a Roma , su “Il Potere e la Grazia”, imponentemostra tematica sui protagonisti della fede: eremiti e martiri, sovrani cristiani e missionari.

“Il boss” “

La vicenda eroica dei Santi Martiri ugandesi

Questa mostra fotografica, come la precedente, rimanda ai missionari anche se non è più l’epoca dell’evangelizzazione in continenti inesplorati, ma è altrettanto eroica per i  sacerdoti che fanno opera di carità in zone spesso tormentate da guerre tribali, e anche per gli stessi  convertiti, come dimostra la storia dell’Uganda che ha avuto martiri cristiani tra i suoi giovani.

“Non abbiate paura”

Abbiamo già raccontato la loro vicenda eroica, ricordiamo solo i momenti salienti. ‘Nel 1877 le prime predicazioni, poi la penetrazione della parola di Dio al sud con i Padri bianchi, al nord con i Comboniani; quindi il martirio,  nel 1885-87 nel sud  uccisi Carlo Lwanga e 21 compagni; nel 1918 nel nord i catechisti Daudi Okelo e Jildo Jrwa, tutti giovanissimi.

“Ora ci vedo”,

A loro è dedicata la chiesa romana  dove si svolge mostra; Carlo Lwanga, il cui nome è stato dato al teatro annesso alla chiesa,  era molto vicino al re, e tanti suoi coetanei di  famiglie nobili frequentavano la corte. Ma la fede lo portò a respingere il ruolo di efebo sottomesso ai piaceri del sovrano, e anche i suoi compagni si ribellarono, per questo furono arsi vivi. Pure  i due giovani catechisti del nord  furono uccisi con protestanti e islamici, in un tragico sincretismo del martirio per fede.

  “Affidarsi”

Furono canonizzati nel 1964  da Paolo VI  che nel 1969 andò sul luogo del martirio in Uganda, ne fu così impressionato da farvi erigere un Santuario e disporre  di dedicare ai Martiri ugandesi la prima delle nuove chiese da costruire a Roma.  Il 20 giugno 1970 fu posta la prima pietra al quartiere Ardeatino, nell’11° Municipio, ora 8°, dove si trova il Santuario delle tre Fontane e il sacrario dei Caduti della Montagnola, martiri laici e  martiri cristiani celebrati in luoghi vicini; il 26 aprile 1980  la chiesa, con le reliquie dei martiri ugandesi sotto l’altare,  fu la prima ad essere consacrata da Giovanni Paolo II  succeduto a Paolo VI.

“Correre per volare”

La peculiarità della mostra, un viaggio dell’anima

La mostra di quest’anno non è ripetitiva di quella che abbiamo commentato due anni fa;  è la seconda parte di un racconto che ci auguriamo continui nei prossimi anni con immagini e storie altrettanto appassionanti, penetrando sempre di più nella comunità della diocesi ugandese per continuare a comporre un libro della fede e dell’umanità che non può avere mai fine.

“Vola solo chi è leggero”

Non ci sono questa volta le immagini del santuario ugandese realizzato per volere di Paolo VI sul luogo del massacro, un tempio circolare a capanna con immagini impressionanti delle reliquie; nè le altre istantanee di testimonianza immediata presentate allora il cui valore resta immutato nel tempo. Ma c’è  la foto della chiesa della parrocchia africana dei Santi Martiri dell’Uganda,  definita la “Casa”.     

 il Manifesto vicino al Crocifisso

La nuova mostra –  con gli ingrandimenti fotografici collocati, come nell’altra, sulle  pareti della chiesa dove sono le stazioni della Via Crucis e davanti all’altare – non è solo la testimonianza della visita in una terra con bellezze naturali straordinarie e un’umanità sorprendente; è un viaggio dell’anima alla scoperta non solo di un altro mondo ma soprattutto del proprio mondo interiore sfrondando gli orpelli fuorvianti del consumismo e andando alla radice dei pensieri, dei sentimenti e dei valori.

“Gesù Bambino” 

E’ stato un modo per entrare in contatto diretto con la povertà, quella vera, non quella che si traduce in una limitazione a certi consumi  indotti dai meccanismi economici più che da bisogni effettivi.  Così, dicono gli autori, “vi racconteremo come l’estrema povertà si trasforma in uno strumento per conquistare una libertà  e una gioia così rare a noi sconosciute da considerarle un mistero”. Nell’estrema povertà, dunque, si può essere liberi e provare una gioia che nessuna società dei consumi può arrecare; questo hanno scoperto i visitatori-pellegrini, e ci raccontano il percorso che li ha tanto coinvolti. 

“Tienimi con te”

Si sono talmente immedesimati in questo mondo povero ma libero, da offrire come regalo una coppa di termiti, cibo molto apprezzato dalla comunità ugandese, ma quanto mai lontano dal nostro mondo: la foto  “Dono” ne dà testimonianza.  

Naturalmente l’ottica è religiosa, come rivelano le loro parole: “Nei poveri si incontra Gesù, quello vero, presente, tanto che lo puoi toccare: gli altri intorno si fanno prossimo, e non possiamo più smettere di pensare che ciò che accade ad un nostro fratello ci riguarda”. I laici non credenti incontrano la propria coscienza che dovrebbe sentire vicino il prossimo non meno dei credenti.

“Guardami” 

Certo, è un altro mondo quello che scorre nella galleria fotografica, la sua alterità è tale da scuotere le coscienze e indurre a profonde riflessioni sull’essere in generale e sul proprio essere in particolare. Le didascalie alle fotografie esposte spiegano cosa c’è sotto le immagini riprese dall’obiettivo, spesso un iceberg tutto da esplorare.

“Fede”

I bambini,  e i loro insegnamenti

Innanzitutto i bambini, ne vediamo  ripresi due che raccolgono l’acqua per le esigenze della loro famiglia, nella foto intitilata “Sete”. Sono mobilitati per la sopravvivenza laddove nel nostro mondo si dividono tra scuola di nuoto e di  tennis, di danza e di ginnastica artistica secondo il sesso e le preferenze, impegnati già da piccoli in una corsa al consumismo sfrenato.

“Rifugio”

Nonostante tutto i bambini ugandesi sorridono nella loro innocenza , anzi “bastava guardarli per farli sorridere, una faccia buffa, un gesto semplice e i loro occhi si illuminavano”, è questa “la ricchezza delle piccole cose”. La  foto intitolata “Sorridi” con le due bambine unite nel sorriso ne è una manifestazione visibile.

Ma c’e una bambina molto piccola che non sono riusciti a far sorridere: “Teneva il muso osservandoci attentamente come può fare un capo”, per questo la foto è intitolata  “Il  boss”:lei non ha ceduto come gli altri bambini, i quali dopo la diffidenza iniziale che li faceva scappare dinanzi agli insoliti intrusi, non hanno resistito all’offerta di caramelle che è stata la chiave per conquistare la loro fiducia. Torna in mente l’immagine della mostra precedente in cui una piramide di mani si protendeva verso le caramelle offerte da don Davide, la cui statura lo faceva apparire un albero della cuccagna.

“Apwayo”

Ne nasce una lezione per i visitatori-pellegrini e per tutti: “E’ stato importante per noi imparare  a rispettare la paura dell’altro quando fuggiva e a gioire quando tornava”.  Di qui l’esortazione: “Non abbiate paura”, è il titolo della sequenza di immagini che mostra il lento avvicinamento al piccolo per conquistarne la fiducia, sono tre foto collocate nella postazione a lato dell’Altare dove si leggono le scritture e il Vangelo e il sacerdote  tiene l’omelia nelle funzioni religiose.

“Semi”

Particolarmente toccanti le immagini dei bambini ciechi. L’apposita struttura scolastica dove imparavano l’alfabeto braille per comunicare è stata dissestata dalle violenti piogge, si raccolgono offerte per ripristinarla, mancano solo 2000 euro per i pavimenti, il tetto è stato già riparato. Sorridono con una letizia che è senza dubbio interiore e riesce a sconfiggere la cecità.

“Ora ci vedo” si intitola l’immagine di uno studente cieco della scuola primaria di Ngetta che, “quando ha sentito le nostre voci, si è subito avvicinato a noi facendosi largo con una canna di bambù utilizzata da bastone guida”. Una nuova riflessione: “Forse è vero che non si vede solo con gli occhi”.

“Festa”

D’altra parte, la foto scattata durante una lezione di educazione fisica nella sezione per non vedenti della scuola primaria di Ngetta reca questa didascalia che non richiede commenti: “Una delle due bambine è cieca e l’altra è la sua guida: sapreste distinguerle? Noi abbiamo fatto fatica perché gli studenti ciechi sono perfettamente integrati ed aiutati dagli altri”.  Un altro insegnamento, “Affidarsi”, il titolo dato all’immagine edificante.

“Urrah”

Ecco  il commento: “L’entusiasmo degli studenti di ‘Ngetta Girls’ ha coinvolto tutti noi. La scuola cerca di dare a questi ragazzi una possibilità di studiare e di vivere un’infanzia spensierata e serena”.Nell’immagine “Si vola solo da leggeri”   colpiscono i salti di gioia sincronizzati in una sorta di grande girotondo di donne festanti nell’ampia radura intorno ai ragazzi.

“Chiesa”

C?è anche un bambino che accudisce stabilmente uno più piccolo cieco e ipoudente, Steven Emmanuel, abbandonato dai genitori,  lo vediamo piegato su di lui mentre lo lava alla fontana, è un’immagine così eloquente da essere stata scelta come testimonial della mostra, e sigillo della visita, è nel  Manifesto  posto a lato dell’altare vicino al Crocifisso, oltre che all’ingresso della chiesa. Un piccolo è in primo piano nella foto intitolata “Gesù Bambino”,  è sempre Steven Emmanuel,  lo incontreremo ancora.    

“Futuro”

Poi i  piccoli invalidi nell’orfanotrofio, di Ngetta, “Babies home”, ce ne sono 16 seguiti da suor Gertrude, suor Francis, suor Mary. Vediamo una bambina con la paresi agli arti, calza due scarpe sinistre, sorride nell’abbraccio, la foto è intitolata “Tienimi con te”.

Un’altra immagine mostra  il disabile in carrozzina che si allontana da solo nella campagna, il titolo è “Guardami”. Leggiamo questa riflessione: “Abbiamo avuto l’occasione di incontrare molte persone disabili, ognuna mite nella propria condizione e gioiosa nello stare con noi in semplicità. L’estrema povertà trasforma la condizione delle persone disabili  da difficile a drammatica. Rimane esemplare comunque il modo con cui la affrontano”. Un altro esempio, gli insegnamenti proseguono.

“Coraggio”

Ai bambini viene data una piccola croce e una madonnina ” che li accompagna nella vita e di cui loro  vanno fierissimi”, è il commento della foto intitolata “Fede” con un bambino che viene da Ichema.  Vediamo anche l’immagine  suggestiva del bambino ugandese al’interno della chiesa di Ichema dedicata a Maria, dove i comboniani  padre John e padre Ferdinando Moroni: sono dediti all’assistenza dei bambini: il titolo “Rifugio”  esprime la protezione offerta dalla fede tramite l’opera dei missionari.

” “Vocazione”

Il bambino crescerà, come cresceranno  i bambini i cui volti si affollano festosi e richiamano il grappolo di mani protese verso le caramelle di don Davide nella foto che abbiamo già citato della mostra precedente. “Apwayo” il titolo, nella lingua locale significa “grazie” ed è usato anche per salutare: sono i bambini della parrocchia Santi Martiri dell’Uganda della diocesi di Lira fuori dalla chiesa nella quale hanno cantato la vecchia canzone che il parroco precedente, il compianto don Alfio, faceva cantare ai bambini italiani nella chiesa Santi Martiri dell’Uganda di Roma, dov’è la mostra. Il gemellaggio così diventa canoro.

“A vicenda”

I volti si affollano festosi anche nell’immagine intitolata “Semi”, per esprimere la fiducia riposta in queste risorse del futuro così vitali e promettenti: “Durante la nostra visita nei villaggi l’accoglienza è stata la protagonista. Questi bambini ci hanno accompagnato fino a quando siamo andati via, mostrandoci la gioia che viene dall’incontro”.  

“Mitezza” 

Vediamo una fotografia che riprende un momento della cerimonia religiosa con la presenza dei sacerdoti, sono celebrazioni  che durano tre ore, è intitolata “Festa”:ecco “la processione tra canti e balli che accompagna l’uscita del Vangelo”, con le ragazze felici nei loro abiti bianchi. 

Immagini festose anche con gli adulti, viene ripreso un folto gruppo di diocesani locali e componenti del gruppo missionario  nella foto intitolata “Urrah” , spicca  il bianco delle camicie e dei camici.

“Costruire”

La testimonianza di  padre Torquato, il sacrificio del dott. Matthew

L’elemento religioso torna nella esaltazione dei catechisti, che “in Uganda sono i pilastri della Chiesa”, una  vera garanzia. Per questo l’immagine che ritrae riuniti tutti i catechisti del Centro pastorale di Ngetta come in una foto di famiglia, anzi di una squadra di calcio, è intitolata “Chiesa”;e quella che ne ritrae alcuni in un suggestivo controluce si intitola “Futuro”

Sono  “una figura più che preziosa, fondamentale” per il  funzionamento delle parrocchie ugandesi dove la dispersione in grandi spazi non consentirebbe un’assistenza costante da parte dei pochi sacerdoti se non fosse delegata ai catechisti dopo una preparazione che li tiene per ben tre anni lontani da casa. E’ intitolata “Coraggio”  un’immagine della preparazione al Centro pastorale catechistico diretto da  padre Cosimo, mentre gli aspiranti catechisti seguono attenti il docente che tiene la lezione dinanzi alla lavagna.  

“Opportunità”

Ricordiamo la bella storia che ci raccontò padre Torquato Paolucci – tra gli officianti delle attuali messe domenicali nella chiesa romana dei Santi Martiri dell’Uganda – durante una lunga intervista sulla sua esperienza missionaria di trent’anni nel paese africano, che abbiamo riferito a suo tempo nel commentare la mostra precedente.

“Eden”

Quando un parrocchiano gli chiese di ammetterlo alla formazione dei catechisti, avendo saputo che aveva moglie e quattro figli, volle verificare con lei l’assenso a  lasciare la famiglia per i tre anni previsti, credendo che lo negasse, ma ebbe questa risposta: “Se Dio ha chiamato a sè mio marito con questa vocazione, chi sono io per andare contro il suo volere?”. Ebbene, padre Torquato, quando ci fu il suo richiamo a Roma per la fine della missione trentennale,  dopo una prima reazione negativa perché voleva restare in Uganda, lo collegò al volere di Dio e ripensando a quell’episodio si disse: “Chi sono io per andare contro il suo volere?”. Sentiamo un’assonanza con quanto ha detto di recente  Papa Francesco interrogato sull’omosessualità:: “Chi sono io per giudicare?”. Un insegnamento che viene da lontano, dalla sua Argentina ma anche dall’Uganda della moglie del giovane aspirante catechista con quattro  figli e dal  missionario che ne ha dato testimonianza.

“Bellezza”

Vengono evocate storie come quella del dottor Matthew Lukwiya nell’Holy Mary Lazar Hospital – l’ospedale realizzato dal chirurgo Piero Corti, il primo nel Centro Africa – che nel 2000 si battè strenuamente contro l’epidemia di Ebola e riuscì a debellarne il focolaio in quattro mesi con un numero limitato di morti, tra cui alcuni tra il personale sanitario. Diceva al riguardo: “Se guardiamo alla morte del nostro personale vediamo lo spiegarsi di un mistero, un mistero di luce, davanti a noi c’è il martirio e la santità”. E aggiungeva: “Ora capisco chiaramente che la professione di medico è piuttosto una vocazione a cui il Signore chiama per fare vita”.  Di qui la sua totale dedizione: “Ho fatto la mia scelta. Ti chiedo solo, Signore, ch’io sia l’ultimo  a morire, per aiutare e curare prima gli altri”. E fu proprio l’ultimo  a morire nel suo ospedale, “un missionario nella sua stessa terra”. Le sue parole sono incise in inglese nella lapide commemorativa la cui fotografia è intitolata “Vocazione”.

“Proteggimi”

Il lavoro  e l’Eden della natura

Non solo storie eccezionali o storie di bambini, troviamo nella mostra anche la normalità del lavoro.

L’agricoltura è l’attività prevalente, di sussistenza, serve a ricavare il necessario per vivere, si conta sull’aiuto reciproco: per questo è intitoilata  “A vicenda”  la foto che mostra il lavoro comune tra sacchi di derrate agricole. A questa accostiamo l’immagine della donna che offre la merce al mercato, è sorridente e assisa come una matrona, il titolo è “Mitezza”

“Riparo”

Un istituto tecnico fondato e diretto dal comboniano Gilberto Bettini, che ha fatto dell’Uganda la sua terra, è impegnato nelle formazione di muratori, falegnami, operai; li vediamo mentre lavorano con i mattoni in un muro nella foto intitolata “Costruire” , e con delle assi di legno nella foto dal titolo “Opportunità“.

E la natura?  L’Uganda è “la perla dell’Africa”, immersa in “una natura quasi ancestrale, incontaminata che non è possibile non amare”, afferma una didascalia; e prosegue: “Quando siamo partiti per il safari Padre Cosimo – direttore del Centro pastorale catechistico a Ngetta – ci ha salutato dicendoci:: ‘Vedrete il Creato come ai tempi di Adamo ed Eva’. Questo ne è un piccolo esempio”.

“Attesa”

Infatti sembra un miraggio,  nella foto “Eden”,  la giraffa che si erge al lato di un albero in un’atmosfera suggestiva; e nella foto “Bellezza”, l’antilope che ci guarda trepida e armoniosa. Poi  un gruppo di elefanti, che la più grande tribù degli Acholi, uno dei maggiori gruppi etnici dell’Uganda del nord,   ha preso come simbolo rassicurante, perché quando si spostano mettono al centro i più piccoli: il titolo dato all’immagine è dunque “Proteggimi”, foto scattata al Murchinson Falls National Park.

La solidarietà attiva e il legame profondo

Un’altra bella immagine ci riporta dalla natura all’umanità, è  intitolata  “Attesa”: mostra una giovane donna  incinta ricoverata nel reparto maternità del dispensario di Minakulu; i servizi  sono carenti, ma “il più delle volte dove possibile l’impegno e la dedizione del personale sanitario migliorano questo stato di cose”. 

“Dignità”

E’ ripreso anche un gruppo di operatori del Centro dispensario medico di Ngetta, con Suor Gabriella che lo dirige, davanti ai  bagni realizzati con le donazioni della chiesa romana,  prima c’erano soltanto buche per terra come servizi igienici, per questo la foto è stata intitolata “Dignità”.  Bene in vista è la targa che ricorda la donazione, il titolo dato alla foto è  “Presente”,  parola  usata nelle commemorazioni eroiche, qui per marcare un segno concreto della solidarietà  tra la parrocchia romana e quella ugandese.

Dinanzi all’altare e alla sua destra sono poste due immagini che rendono visivamente il legame sorto tra i visitatori e la comunità locale, la loro collocazione sotolinea la centralità del messaggio.

 “Presente”

La prima mostra don Ivan tra una folla di bambini, uno dei quali gioiosamente sulle spalle di una componente del gruppo, il titolo è “Promessa” con questa didascalia: “Il legame che abbiamo stretto con la diocesi di Lira e con tutti gli amici giù in Uganda è il cuore della nostra missione che permane anche qui a casa. Abbiamo l’ardire di credere che sia per sempre”.

Nel commento della seconda immagine, intitolata “Eraestate” – anche qui un bimbo tenuto amorevolmente tra la folla di bambini festanti – si legge: “Durante l’ora di educazione fisica il privilegio di giocare anche noi.  Diventiamo parte della squadra e ci sembra  di essere in parrocchia con i nostri bambini. Aver cura anche di uno solo di questi piccoli può sembrare poco, in realtà è tutto”.  

“Promessa” 

Dalla comunità ugandese alla famiglia di profughi eritrei, fuggiti dalla guerra, vorrebbero venire a Roma per motivi di studio il prossimo anno, il padre Ghebrè, i figli Abigail, Ezrom e Karmen: “Ci accolgono a  braccia aperte e ci mostrano le loro tradizioni. Il cibo mangiato con le mani e offerto vicendevolmente. Il caffè fatto al momento, il lavaggio delle mani prima e dopo il pasto”.. 

“Era estate”

Poi la condivisione di quello che hanno sofferto: “Deve essere molto pesante non poter tornare nel proprio paese, restare senza terra, sperduti. Dover ricostruire la propria vita in un posto dove parlano lingue diverse, hanno usanze diverse, e non trovi accoglienza”.  Nasce la necessità di dare accoglienza ” a chi viene per cercare pace, sicurezza e ristoro”. 

Basta immedesimarsi, e a noi italiani non deve essere difficile per il nostro passato di emigrazione, soprattutto transoceanica: “Perché ciò che vive un altro potresti sentirlo sulla tua stessa pelle un giorno”, e lo puoi sentire subito “se ti fermi a guardare negli occhi un fratello straniero”. In termini religiosi è “vedere Gesù nell’altro”, in termini laici l’incontro è espressione di profonda umanità.

L’abbraccio affettuoso ai tre figli di Ghebrè profughi in Uganda ne è la sintesi toccante, la foto intitolata “Accoglimi”  reca nella didascalia le parole che abbiamo appena riportato.

“Accoglienza”

Al culmine della visita-pellegrinaggio in Uganda troviamo dunque il messaggio “Accoglimi”. Trova immediato riscontro nel messaggio espresso mirabilmente nell’immagine intitolata “Eccomi”: “Questa è la manina di Steven Emmanuel che con la dolcezza connaturale ai bambini si affida” ad una grande mano bianca che le si accosta con altrettanta dolcezza.   Incontriamo di nuovo il piccolo Steven Emmanuel che viene ad impersonare i  valori fondanti dell’umanità più autentica.

Il continuo, accorato invito di Papa Francesco all’accoglienza ha la stessa delicatezza e umiltà. Le due mani non si stringono nel senso di una protezione che può divenire prevaricazione se non sopraffazione, si accostano quasi timidamente, per conoscersi. C’è parità tra il bambino e l’adulto oltre che la parità degli esseri umani al di là del colore della pelle, delle storie personali e collettive e di tutte le differenze vere o presunte.

Quello che conta è la volontà comune di proseguire affiancati nel cammino della vita. E’  l’insegnamento della mostra.  

Il parroco don Luigi D’Errico  lo mette in pratica da tempo nella parrocchia  dedicata ai Santi Martiri dell’Uganda.. La sua iniziativa “Un rifugio per Agar”  accoglie, in una struttura idonea, donne in difficoltà con i loro figli.  “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” dice un proverbio africano. Questo villaggio è la parrocchia di don Luigi con i suoi dodicimila mila abitanti, che ne asseconda le iniziative benefiche; e dopo questa mostra sente ancora più vicini i fratelli ugandesi. 

“Eccomi”

Info

Chiesa dei Santi Martiri dell’Uganda,  Roma, Via Adolfo Ravà 31, Quartiere Ardeatino, 8° Municipio, Poggio Ameno nei pressi di Piazza Caduti della Montagnola. Da lunedì a venerdì, ore 8,00-12,30  e 16,30-19,00; domenica 8,00-19,00  esclusi gli orari delle Messe. Ingresso gratuito. La mostra è a sostegno dei progetti della Parrocchia Santi Martiri dell’Uganda nella diocesi di Lira in Uganda, per questo si accettano offerte e si possono avere dei pannelli della mostra ad offerta libera.  Per la mostra precedente cfr. il nostro articolo “Uganda, nella chiesa dei Martiri, fotostory di fede e vita”  20 luglio  2013, con  9 immagini, in questo sito, e l’articolo in “fotografia.guidaconsumatore.it”.  Sulle mostre citate e altri temi religiosi cft. i nostri servizi seguenti. Per le recenti beatificazioni di due papi. in questo sito,“Esposito, Carlo e Maurizio Riccardi ricordano i due papi santi” 4 luglio 2014, “Spazio 5” e “Papi della memoria” 15 ottobre 2012, Castel Sant’Angelo., in “fotografia.guidaconsumatore.it” “I due papi santi nelle foto dei Riccardi” giugno 2014,  e “Giovanni Paolo II ‘tutto nostro’ nelle foto di Maurizio Riccardi” 24  maggio 2012, “Spazio 5”; “Una mostra fotografica celebra la beatificazione di Papa Wojtyla” 1° maggio 2011, Piazza Esedra, “Beatus, Mostra fotografica dopo 150 giorni” 4 settembre 2011,  Palazzo Valentini. Per gli altri temi religiosi, in questo sito, “Divino Amore, 13 artisti oltre la notte” 12 maggio 2013, Madonna del Divino Amore,  “Congresso eucaristico e la mostra ‘Alla mensa del Signore'” 29 giugno 2013, Mole Vanvitelliana di Ancona, “Preghiere per l’Italia” 19 luglio 2013, al Vittoriano; in “cultura.inabruzzo.it”, “Arché”  9 dicembre 2011, L’Aquila, “Il Potere e la Grazia”  28 e 29 gennaio 2010, Palazzo Venezia,  “Apocrifi nell’arte ”  29 settembre  e 3 ottobre 2009, a Illegio, “Perdonanza 2009″  3 settembre 2009, L’Aquila. In materia di archeologia cristiana in “notizie.antika.it”: sulla mostra “L’archeologia del colore”  23, 30 aprile e 7 maggio 2010, Assisi,  sui resti dell’antica basilica di “Santa Maria Aprutiensis a Teramo”  29 ottobre 2010, sulla “Cripta della Cattedrale di Palermo”  10 dicembre 2010; su ipogei cristiani romani, i “Sotterranei di Santa Maria Maggiore”  5 marzo 2010, la “Cripta di santa Maria in Lata” con la cella di san Paolo 22 ottobre 2012; sull’archeologia umana, le “Catacombe dei Cappuccini di Palermo” 20 novembre e 4 dicembre 2010, e il “Nuovo museo dei Cappuccini di Roma”  16 luglio 2012. Per l’arte africana in “cultura.inabruzzo.it” “Africa? Una nuova storia” 15 e 17 gennaio 2010; sui singoli paesi del progetto “Roma verso Expo”, nel 2015 Mozambico 7 luglio, Congo 28 aprile, Tunisia 25 marzo,   2014 Egitto 8 novembre.  I tre siti sopra citati,  “fotografia.guidaconsumatore.it”, www. antika.it,  cultura.inabruzzo.it”, non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti in questo sito.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella chiesa della parrocchia dei Santi Martiri dell’Uganda, si ringrazia il parroco don Luigi D’Errico con i visitatori-pellegrini autori delle fotografie, in particolare don Ivan,  e i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, il Manifesto della mostra all’ingresso della chiesa, seguono, nell’ordine con cui sono citate  nel testo, tutte le fotografie esposte nella mostra, con i relativi titoli: “Casa” e  “Dono”, “Sete” e “Il boss” ,”Non abbiate paura” e “Ora ci vedo”,  “Affidarsi” e “Vola solo chi è leggero” , il Manifesto vicino al Crocifisso e “Gesù Bambino”,  “Tienimi con te” e “Guardami”, “Fede” e “Rifugio”, “Apwayo” e “Semi”, “Festa” e “Urrah”, “Chiesa” e “Futuro”, “Coraggio” e “Vocazione”, “A vicenda” e “Mitezza”,  Costruire” e “Opportunità”, “Eden” e “Bellezza”, “Proteggimi” e “Riparo”, “Attesa” e “Dignità” , “Presente” e “Promessa”, “Era estate” e “Accoglienza” , infine “Eccomi” ;in chiusura, l‘Altare della chiesa romana dei Santi Martiri dell’Uganda con il sacerdote officiante una messa  domenicale, nella parete  e davanti all’altare le fotografie.

l‘Altare della chiesa romana dei Santissimi Martiri dell’Uganda con il sacerdote officiante una messa  domenicale, nella parete e davanti all’altare le fotografie

Uganda, nella chiesa dei Martiri, una fotostory di fede e vita

Sei anni fa, il 23 ottobre 2015, usciva il secondo dei due articoli che abbiamo pubblicato nel sito web www.arteculturaoggi.com, sulla mostra fotografica nella chiesa della parrocchia romana “Santissimi Martiri dell’Uganda” nella quale ogni anno vengono presentate le immagini riprese nella missione religiosa, che diventa anche “reportage” fotografico, al villaggio in Uganda dov’è il santuario in memoria dei Martiri ugandesi collegato alla parocchia. Lo ripubblicheremo domani, non si tratta di celebrare tale insignificante anniversario, quanto di mantenere anche quest’anno, nel quale per la pandemia non c’è stata la missione e neppure la mostra, il richiamo dei religiosi alle speciali condizioni di vita africane e a quanto si fa per alleviarle. Riteniamo che questo sia un momento particolarmente significativo perchè l’Africa viene citata soprattutto come possibile fonte di nuovi contagi anche per i paesi ricchi data la bassissima poercentuale di vaccinati nonostante il programma di condivisione dei vaccini e i tanti proclami di assistenza che restano però quasi sempre sulla carta. Ci torneremo nella presentazioen del secondo articolo. L’articolo che segue ricorda la prima mostra nella stessa chiesa, è stato pubblicato sul sito sopra citato il 20 luglio 2013, domani l’articolo del 2015.

di Romano Maria Levante

Nella chiesa romana dei “Santi Martiri dell’Uganda” , a Poggio ameno nell’XI Municipio, una speciale mostra fotografica, aperta dal 30 giugno 2013 per alcune settimane, con le immagini della visita organizzata dalla sezione missionaria nel paese africano dove a fine ‘800 si sono immolati i giovani ugandesi elevati alla santità per il loro sacrificio e ai quali è stata intitolata la chiesa. Le fotografie ci fanno vivere momenti della vita semplice di un popolo giovane che viene aiutato dalla fede a  trovare la sua strada tra la tradizione legata  ai costumi primitivi e i bisogni indifferibili di istruzione e assistenza da soddisfare per una migliore e più umana qualità della vita.

“Caramelle”,  don Davide le distribuisce ai piccoli ugandesi

Una mostra in una chiesa è sempre un fatto straordinario, soprattutto quando il luogo è qualcosa che va oltre una pur prestigiosa sede espositiva per un significato più profondo. E’ stato così per le mostre pittoriche “Arché”, con i dipinti di quattro grandi artisti contemporanei in un ritorno all’archetipo nell’abbraccio ai terremotati dell’Aquila, nella basilica di Santa Maria di  Collemaggio,  dall’abside scoperchiato dal sisma cui era stata data una copertura provvisoria; e  “13 artisti oltre la notte” alla Madonna del Divino Amore, in una sala del nuovo santuario; è così per la mostra nella chiesa dei Santi Martiri dell’Uganda. Mentre la fotografia è un modo consueto di esprimere testimonianze e rivivere storie religiose, lo abbiamo visto nelle mostre fotografiche romane su Giovanni Paolo II,  a Piazza Esedra,  Palazzo Valentini e “Spazio 5”.  Nel ricordare le mostre religiose non possiamo non citare le grandi esposizioni d’arte a Illegio sugli “Apocrifi”, ad Ancona  nel Congresso eucaristico sull’Ultima cena “Alla mensa del Signore”; e, ancora prima, a Roma, Palazzo Venezia, su “Il Potere e la Grazia” dove sono stati esposti dipinti di artisti celebri sui grandi protagonisti della Chiesa, dagli eremiti ai martiri ai missionari.  La mostra della chiesa dedicata ai Santi Martiri dell’Uganda nasce dalla sua consacrazione al loro martirio e dai frutti dell’azione dei  missionari su un terreno ricettivo a un’evangelizzazione che ha avuto i suoi eroi.

I Santi martiri dell’Uganda, l’omaggio di due Pontefici

Attraverso la documentazione fotografica, la mostra racconta una storia in 22 capitoli sul popolo giovane e vitale dell’Uganda che costruisce il futuro con l’alimento della fede cristiana. E’ intitolata “Uganda, alle radici della nostra storia”, perché lì nasce la chiesa romana e la parrocchia.

In Uganda la  fede fu portata dalla predicazione anglicana del 1877 cui seguì l’evangelizzazione del sud con i missionari, i Padri bianchi giunti dal lago Vittoria; nel nord i Comboniani dal 1911, lungo il Nilo nei grandi laghi.

Dopo meno di dieci anni i fedeli hanno versato il sangue del martirio: nel 1885-87 nel sud sono stati massacrati arsi vivi Carlo Lwanga e 21 compagni ; nel 1918 nel nord uccisi i giovanissimi catechisti Daudi Okelo e Jildo Jrwa. E’ una storia che ci limitiamo ad evocare, prima di seguire l’itinerario della mostra con i frutti sorprendenti di un’evangelizzazione eroica.

Carlo Lwanga era un’assistente del re, come lui tanti altri giovani di famiglie nobili avevano delle funzioni a corte; l’incontro con la fede lo portò a non accettare più il ruolo di efebo disponibile per i piaceri del sovrano, e così i suoi compagni, di qui il  tremendo massacro. I giovani catechisti del nord avevano scelto la fede superando i dubbi dei genitori, furono uccisi con protestanti e islamici.

Nel 1964 la canonizzazione dei primi martiri da parte di Paolo VI  che cinque anni dopo si reca in Uganda sul luogo del martirio. Ne riceve un’impressione così forte da desiderare che la prima chiesa costruita a Roma fosse dedicata a loro, e così è stato: il 20 giugno 1970 viene posta la prima pietra della chiesa di Poggio ameno nell’XI Municipio, nella zona dov’è il santuario delle Tre Fontane,  non lontana da piazza Caduti della Montagnola, dove 42 civili e 11 militari morirono nella resistenza ai tedeschi e sono ricordati in un sacrario; coincidenza simbolica voluta dal caso o da qualcosa di indefinibile. Il 7 dicembre 1970 la parrocchia, nell’attesa della chiesa, celebra la prima messa  in un locale di fortuna: “sotto il Portico”.

Bisognerà attendere dieci anni, e il 26 aprile 1980  un altro papa, Giovanni Paolo II, consacra la chiesa, la prima del suo pontificato, ai Santi Martiri dell’Uganda, le cui reliquie sono poste sotto l’altare. L’edificio religioso sorge ai margini di un piccolo parco, la costruzione fu tormentata da persistenti contestazioni di difesa ambientale, ne fu ridotta l’altezza  rispetto al progetto originario; e fu concepita, nella struttura e nelle tinte, come una prosecuzione del parco, nel tempio si vede e si sente l’essenza di alberi e piante in una compenetrazione tra esterno e interno. Tutt’intorno l’area è una palestra di giochi e attività ricreative e sociali per adunate di ragazzi festosi con i loro sacerdoti, è come se lo spirito del parco aleggiasse nel vasto cortile attrezzato.

La mostra testimonia il ritorno all’Uganda dopo 30 anni, organizzato dal gruppo missionario della parrocchia, in testa il parroco don Luigi D’Errico, con don Davide Lees che si è impegnato molto nell’iniziativa e nella mostra: è un sacerdote giovane e ispirato, che infonde fiducia e serenità nella dedizione attiva alla chiesa e ai fedeli, lo abbiamo visto all’opera, oltre che nelle funzioni religiose, tra quasi duecento ragazzi scatenati e festanti in una sorta di campo estivo nell’area ricreativa della parrocchia. Prima le fotografie sono state collocate in quest’area in una sorta di anteprima, poi con la visita del Vescovo domenica 30 giugno sono state portate all’interno della chiesa: sono 22 ingrandimenti  tra una stazione della via Crucis e l’altra,  un percorso  istruttivo ed edificante che si sviluppa in almeno 60 foto più piccole che declinano in dettaglio i vari “capitoli”.

Ci inoltriamo in quest’itinerario aiutati dalle ampie didascalie che sono una guida ragionata  della storia, e da quanto ci dice don Davide: le fotografie sono state scattate dai quattro partecipanti alla visita in Uganda, nella diocesi di Lira, tra cui lui stesso, e le didascalie sono frutto di riflessioni comuni. Insiste nel sottolineare la partecipazione dell’intero gruppo a ciò che attiene alla mostra.

La fede in un percorso fotografico illuminante

Il percorso inizia dal santuario costruito in Uganda  dopo la visita di Paolo VI nel luogo dell’uccisione di Carlo Lwanga a fine ‘800. All’inaugurazione del 1975 presenziò mons. Giuseppe Matarrese, ora vescovo, il primo parroco della chiesa romana dei Santi Martiri dell’Uganda, nella cui costruzione si batté con tutte le sue energie e capacità per superare gli ostacoli dei contestatori.

“Namugongo” il Santuario

L’immagine del santuario ugandese, “Namugongo”,  è suggestiva, ci sentiamo subito proiettati in un mondo diverso dal nostro dalla forma di capanna del tempio;  si può vedere  una continuità ideale con la chiesa romana che si ispira all’ambiente silvestre. A lato, davanti all’altare c’è un’altra fotografia celebrativa, “Il martirio”,  riprende il sacrario che evoca il rogo con le eroiche vittime.

Vicino è esposta l’immagine delle capanne a forma conica di fango e paglia, nella loro concezione semplice e primitiva le forme più antiche di abitazione nella storia dell’uomo dopo le grotte preistoriche, sono tuttora le loro case; la dispensa è in una capanna più piccola e alta.

E’ questo il centro di un sistema composto da 80 parrocchie ciascuna delle quali comprende diecine di “Cappelle”, nuclei sparsi nel territorio dove l’attività viene svolta soprattutto da catechisti laici appositamente formati: è l’insegnamento che viene dall’esperienza ugandese, è possibile sopperire all’insufficiente numero di religiosi con il supporto di laici  ai quali vengono affidate le attività che è possibile delegare.

In queste circostanze l’arrivo dei parroci e soprattutto la visita del vescovo sono momenti di liturgia e di raccoglimento cui  si aggiunge la confessione: ne danno testimonianza le immagini singole e collettive, che rendono l’atmosfera di  partecipazione popolare e di festa. Spesso vengono donate al presule delle pecore e delle capre,nel rendere concreta l’immagine del “Buon Pastore”, impersonato nelle foto dal vescovo Giuseppe Franzelli che ha accolto i confratelli venuti da Roma; altra assonanza, al Buon Pastore è dedicata la chiesa romana nel piazzale intitolato ai Caduti della  Montagnola, prima ricordato. Tornando all’Uganda, “Il Vangelo”  viene portato in processione e conservato in una capanna riservata insieme ai semi della semina successiva, a sottolineare il legame tra le due semine, entrambe necessarie alla vita e alla costruzione del futuro.

Abbiamo poi fotografie del “Battesimo” e della “Cresima”: moltissimi i battezzati, non solo piccoli ma anche adulti, non manca nulla, l’acqua e l’unzione, le candele e il vestito bianco; ci sono belle istantanee di gruppo e primi piani di una etnia dai tratti somatici molto regolari. Per la cresima vi sono immagini singole e d’insieme, che documentano la cerimonia svoltasi in presenza dei visitatori italiani, nella quale ben 460 hanno preso il sacramento dalle mani del Vescovo.

Dopo la parte strettamente religiosa del racconto fotografico ecco la parte nella quale emergono i costumi e il legame alle tradizioni; e insieme, le iniziative di assistenza e cura della popolazione che sono promosse dai missionari e vengono realizzate rispettando scrupolosamente le radici locali.

“Il villaggio”

Le fotografie sui costumi e sulla vita ugandese

Il racconto fotografico si dipana con “Il  villaggio”: abbiamo già visto le capanne  a forma conica, di fango e mattoni con la copertura di frasche, il focolare è all’aperto, qualche animale domestico e intorno la terra da coltivare. Di lì vengono le risorse per la vita, quello che viene definito “Il pane quotidiano”: si vive con i frutti del suolo favoriti dall’acqua che il cielo manda.  Le immagini rendono “Il clima” propizio, ci sono piogge improvvise, poi torna repentinamente il sereno, le precipitazioni sono tali da dare una natura rigogliosa e due raccolti l’anno. Però spesso per l’acqua potabile si deve andare lontano dove sono i pozzi, lo fanno tutti, adulti e ragazzi, lo vediamo nelle  fotografie piccole con otri e recipienti. “La musica” è una componente delle cerimonie liturgiche, gli strumenti sono arpe e tamburi molto semplici, producono ritmi definiti “caldi e avvolgenti”.

E le provvidenze sociali e assistenziali? Sono necessarie in un territorio vastissimo dove il 50% della popolazione ha meno di 6 anni e le donne hanno in media 6 figli a testa. “L’infanzia” è resa dagli splendidi primi piani dei visi di bimbi e dalle foto collettive dei loro giochi, molto eloquenti.

Allora ecco la “La scuola”, anche qui una sorpresa: sono fotografate lunghe teorie di bambini che all’alba si incamminano, in tenuta scolastica, verso i luoghi lontani di insegnamento; le aule, che vediamo nelle immagini piccole,  contengono 70-80 e anche più di 100 scolari, dinanzi a questi dati illustrati dalle immagini viene da sorridere pensando ai nostri parametri. Pur così la partecipazione è attenta e l’insegnamento efficace.

Poi i “Dispensari”, “a metà strada tra ambulatorio e ospedale”, in terre dalle grandi distanze è il primo presidio per la maternità e altre emergenze sanitarie, di lì se necessario vengono indirizzati all’ospedale più vicino; è possibile questa forma di assistenza per il personale esperto che con dedizione sopperisce ai pochi mezzi.

Mentre per la “Disabilità”, i  malati di Aids e i rifugiati,  le difficoltà nell’assistenza sono notevoli, ma non mancano iniziative caritatevoli, come quella dell’anziana suora missionaria che parlando dei suoi primi 35 assistiti diceva di aver fatto alzare in piedi e, se ciò non era stato possibile, messo in carrozzina, i bimbi che prima “erano a terra come bisce”.  Sono “i poveri tra i poveri”, ma hanno  “La forza dei deboli”, su cui fa leva la cooperativa benemerita Wawoto Cacel di Gulu, sorta per loro, impegnata nel toglierli dall’isolamento inserendoli nel lavoro tra conoscenze, esperienze e ambiente creativo. Altrettanto benemerito l'”Orfanotrofio” “Babies’ Home”  dove trovano un clima sereno e familiare orfani e bimbi abbandonati o con genitori in situazioni difficili fino a tre anni di età senza distinzione di etnia o religione, provenienti da tutti i distretti del nord del paese; stupenda l’immagine del bimbo seduto a terra davanti alla parete celeste mentre gli si prepara il latte.

“Orfanotrofio”

Le immagini-simbolo, un podio ideale

Tutto questo è illustrato da immagini che rappresentano un vero documentario. Ma c’è di più, ci sono tre immagini-simbolo dal contenuto profondo, un podio ideale con la foto festosa al culmine.

L’obiettivo fotografico è riuscito a rendere evidente il significato di “Cercare”, che don Davide ha fissato in un’immagine intensa con una didascalia altrettanto significativa: “Incontro di sguardi. Siamo di fronte, ma riusciamo a vederci veramente, a comprenderci? Quante barriere dobbiamo far cadere per superare le nostre categorie e capire l’altro, il valore del suo vivere e vederne veramente i bisogni, così da poterci accogliere ed amare per quello che siamo”. L’immagine ha colto gli occhi penetranti del bambino ugandese dietro un muretto-staccionata che rappresenterebbe la barriera da superare. In fondo, in questo “cercare” c’è il contenuto e il significato dell’azione missionaria, che è feconda quando ad essa si unisce un’accoglienza ricettiva. Del resto, l’attività dei catechisti laici è fondamentale per superare le difficoltà delle distanze e la dispersione sul territorio nella penuria di ecclesiastici. Un problema che non è escluso si possa presentare anche nel nostro paese con la crisi delle vocazioni  e potrebbe trovare una risposta in questo modello di coinvolgimento attivo dei laici.

Oltre ai due occhi dietro la barriera di “cercare” ci ha colpito il viso dell’adulto ugandese in primo piano con dietro il religioso e altri visi assorti nell’immagine del “Battesimo”, esprime qualcosa di altrettanto intenso.

La terza immagine-simbolo di questa visita speciale del gruppo missionario nella lontana Uganda è festosa, una selva di braccia di bambini protese verso la mano di don Davide che svetta con la sua altezza; sono “Caramelle”, ma evocano qualcosa, anzi molto di più, fortemente voluto: il futuro. E’ quanto abbiamo cercato di raccontare seguendo la Fotostory della mostra nella parrocchia, per questo nel podio delle prime tre foto per noi è sul gradino più alto e l’abbiamo messa in apertura.

Così potrebbe terminare il nostro resoconto, non prima di aver sottolineato una notazione degli autori: “Lo scatto di una foto è stato anche un modo per avvicinarci e comunicare al di là della parola, a volte motivo di sorpresa per i più piccoli, rivedendosi nella foto appena scattata”; e l’immagine intitolata “Fotografie” documenta questi momenti di stupore e di gioia. Ma l’interesse giornalistico e soprattutto l’approfondimento culturale ci ha portati a voler andare oltre, a “cercare” anche noi: don Davide ci ha fatto incontrare padre Torquato Paolucci, già missionario in Uganda.

La forza dei deboli” con “i poveri tra i poveri” al lavoro

La testimonianza di padre Torquato, oltre 30 anni  in Uganda

E’ stato un incontro rivelatore, oltre che coinvolgente per la carica umana di padre Torquato, che ha collaborato attivamente alla visita in Uganda del gruppo missionario. Un sorriso leggero illumina il suo sguardo sereno, la sua parola è chiara e ispirata. Dal 1972, poco più che trentenne, al 2010, missionario comboniano vissuto 32 anni in Uganda, zona di Logongu, ai confini con Sudan e Congo, 300 chilometri a nord ovest dalla zona dove sono state scattate le foto della mostra; una lunghissima permanenza con un’interruzione di sette anni in cui è tornato in Italia.

Oggi la diocesi di Lira nel Nord del paese, in cui ha operato,  con un vescovo comboniano ha 18 parrocchie, un totale di 1200 “cappelle” disperse nel territorio e solo 50 sacerdoti: le “cappelle” sono affidate ai catechisti laici che guidano anche la liturgia della parola e il Vangelo, la pastorale e il catechismo.  Quando vi andò missionario, in che situazione si trovava il paese? gli chiediamo.  

Fu un inizio difficile nel villaggio di origine di Amin Dada, il  dittatore che ha dominato l’Uganda dal 1971 al 1979 con la sua ferocia sanguinaria: ruppe subito i rapporti con l’India, espellendo gli indiani, e con l’Occidente, isolando il paese e condannandolo all’impoverimento, esaurite tutte le risorse disponibili; scatenò persecuzioni razziali e guerre tribali con centinaia di migliaia di vittime.

Sul piano religioso e soprattutto umano, il racconto del missionario ci ha consentito di comprendere meglio la realtà documentata dalle immagini. Dell’importanza dei catechisti abbiamo detto, e padre Torquato ce l’ha documentata,  ora apprendiamo da lui che hanno una formazione molto solida, lo sa bene perché negli ultimi sette anni ha diretto in Uganda il centro per catechisti. Ce ne descrive la rigorosa formazione: un anno di preparazione, poi quattro anni a svolgere attività in comunità, quindi due anni di formazione finale, che si svolge nel centro lontano dalle famiglie dove possono tornare solo ogni tre mesi per trenta giorni. Il sacrificio per le famiglie, spesso con diversi figli, è notevole, considerando che viene a mancare il sostegno e la protezione dell’uomo su moglie e figli, per questo si chiede l’approvazione della moglie prima di accogliere la domanda; poche le catechiste donne perché per lo più la presenza dei figli piccoli lo impedisce. La scelta definitiva del catechista locale spetta comunque alla comunità che decide se accettarlo.

Sacerdoti africani e catechisti locali sono sempre più i protagonisti della chiesa ugandese, padre  Torquato ci parla dell’impressione avuta nel dicembre 2012 quando, dopo due anni, è tornato nella diocesi per il centenario dell’arrivo dei comboniani nel 1912, con la partecipazione del cardinale Filoni prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione, e del presidente della Repubblica d’Uganda: c’erano oltre 50.000 persone, venute anche dopo giorni di cammino dormendo sotto gli alberi. Ebbene, tanti sacerdoti africani, solo 7-8 missionari: il passaggio di testimone è ormai in atto.

Il 60% sono cattolici, meno del 30% protestanti, il 10%  mussulmani, pochissimi i pagani, seguaci delle credenze animiste che i missionari trovarono in quella terra. Chiediamo quale è stata la spinta che ha portato alle conversioni di massa, padre Torquato ha le idee chiare:  “Il loro dio lo identificavano nella natura, dal fiume agli alberi, ne avevano una percezione alquanto vaga; sentivano invece molto gli spiriti ai quali facevano risalire i fatti della vita. Il cristianesimo li ha affascinati perché vi hanno trovato un riferimento sicuro, la spinta della speranza”.  Quando nell’imperversare di una delle tante guerre che hanno insanguinato il paese per vent’anni furono uccisi 13 missionari, temevano che gli altri, tra cui padre Torquato, lasciassero quella terra, cosa che non avvenne. “Se ve ne foste andati, dissero, per la nostra vita sarebbe finito tutto, perché avremmo perduto la speranza”.

Battesimo”

Una speranza di fede e una speranza di vita, dato che “la vita cristiana è una vita concreta, espressa anche nelle celebrazioni rituali che durano un’eternità. Non potevo fare una rapida visita per proseguire il giro in altre comunità, dovevo restare con loro l’intera giornata, pranzare insieme, condividerne tutti i momenti”. Padre Torquato ci ha fatto capire anche come nascono i progetti e le iniziative assistenziali di cui abbiamo visto eloquenti immagini nella mostra fotografica. Alla base c’è il Cristianesimo concreto, che manifesta nelle opere il profondo credo interiore. Le scuole e i pozzi per l’acqua, i dispensari e gli ospedali sono “espressione dell’amore di Cristo perché i suoi figli possano avere una vita migliore”, è come se le iniziative avessero un’ispirazione superiore.

A volte l’idea di un progetto nasce addirittura dai gruppi di 10-15 componenti che si riuniscono per meditare sulla Bibbia – ci dice tra l’altro che è riuscito a farla tradurre nella lingua locale, il logbara, lingua nilotica, una delle 27 lingue del paese, altre sono bantu, si studia e si parla l’inglese – iniziando con la preghiera, poi leggendo due volte il brano prescelto, quindi meditazione e interpretazione di ciascuno su ciò che significa per la propria vita e per la comunità; di qui la riflessione si può allargare nella concretezza del Cristianesimo vissuto con iniziative e progetti.

Chiediamo a padre Torquato, al termine dell’incontro, il suo sentimento da missionario  rientrato in Italia  dopo  trent’anni  trascorsi in Uganda. “Il mal d’Africa per me è sentire la mancanza di questa gente, che mi ha dato molto di più di quanto io ho potuto dare loro”,  risponde.

La prova la troviamo in tre episodi toccanti che ci ha raccontato nella conversazione, non li ha rievocati riferendoli a questa conclusione, ma ci sembra ne siano la logica edificante premessa.

Il primo è all’inizio della missione, nel 1972, mentre si recava in auto in una località lontana per svolgere l’attività pastorale, su una strada fangosa, nell’ambiente inospitale, difficile e ostile che lo spingeva a voler chiedere di essere spostato in  una sede più consona alle sue aspettative. Ebbene, vede una giovane donna con le stampelle che si muove a fatica nel fango, mancano 6-7 chilometri alla meta, li avrebbe percorsi  a piedi con una gamba irrigidita dalla paralisi. “Perché non si limita a pregare a casa?”  le chiede padre Torquato. La risposta:  “Ho 18 anni, in queste condizioni nessuno mi sposerà, non avrò una famiglia, non vedo prospettive, ma quando prendo Cristo dentro di me con la comunione la mia vita si illumina, acquista un senso, un valore”.  Una lezione di vita e di fede per il missionario  che stava per arrendersi alle prime  difficoltà, di qui la sua ferma decisione di restare.

Un altro episodio al termine dei trent’anni vissuti da missionario in Uganda, nel 2010, allorché i superiori gli hanno chiesto di tornare in Italia. Questa volta non vorrebbe farlo, è lo stato d’animo opposto a quello dell’episodio all’inizio del mandato missionario. La lezione di vita e di fede viene da un’altra ugandese, sposata a  un aspirante catechista con 6 o 8 figli, padre Torquato prima di accettarlo ha voluto verificare di persona che la moglie fosse consenziente, gli sembrava difficile dato il peso familiare. La donna, confermandogli l’assenso, lo motiva così: “Se Dio ha chiamato a sé mio marito con questa vocazione, chi sono io per andare contro il suo volere?” E padre Torquato collega la chiamata dei superiori al volere di Dio con lo stesso interrogativo dalla risposta scontata: “Chi sono io per andare contro il suo volere?”. Di qui la pronta accettazione superando ogni esitazione.

“Cercare”

Ma l’episodio ancora più toccante, se è possibile una graduatoria in questo diapason di sentimenti, si trova tra i due ora evocati, nel corso di una delle guerre sanguinose che hanno sconvolto il paese. Padre Torquato stava tornando indietro nella tipografia dove si era recato con un altro missionario la cui scelta di vita era stata eroica essendo figlio unico di madre vedova. Ebbene, la loro auto viene affiancata da un veicolo da cui spuntano  due fucili spianati, il confratello al volante non si ferma all’intimazione degli uomini armati, l’auto è delle suore e non vuole perderla; partono i colpi, padre Torquato si china e sente sibilare i proiettili sopra la testa, il suo compagno viene colpito dietro il collo, muore sul colpo. L’auto si infila fra i cespugli e si ferma, gli assassini depredano ciò che possono sui corpi, il suo è così insanguinato che non si accorgono che è vivo. Quando viene soccorso e portato in ospedale è livido di rabbia, sente salire una violenta reazione contro chi ha commesso il barbaro assassinio di un missionario a lui così vicino. Le due infermiere che lo curano, a un certo punto gli chiedono di unirsi a loro nella preghiera: intendono rivolgerla alla vittima ma anche ai suoi assassini. Tutto il suo essere si ribella, non gli si può chiedere di perdonare, tale è stato l’orrore, finché sente il groppo salire alla gola irresistibile e poi sciogliersi in un pianto irrefrenabile. Allora la sua preghiera si leva anche per gli assassini, ha perdonato.

Il missionario ci dice che nella sua attività pastorale, nella predicazione, invitava sempre al perdono, unico modo per essere in pace con se stessi oltre che con gli altri; ma quella volta proprio lui non riusciva a metterlo in pratica, fino all’invito delle  ugandesi: “L’Africa mi ha dato il dono del perdono!”, esclama. E aggiunge: “Pensavo di portare Cristo io, l’ho trovato là, era con loro”.

Salutiamo padre Torquato con qualcosa di nuovo nel cuore, ce lo hanno dato i suoi racconti e i suoi occhi con un sorriso speciale, quello della perfetta letizia. Rivediamo gli occhi del bimbo ugandese dietro il muretto-staccionata, il titolo della foto era “cercare”: la  barriera è caduta, la ricerca si è conclusa.

Ci accompagnano le sue parole, dopo una trentennale attività missionaria: “La mia vita è bella” è il suo saluto.  Ripensiamo al suo “mal d’Africa”, sente che gli manca quanto di edificante gli ha dato un paese nella vita semplice alimentata dalla fede e dalle opere, anche se lo serba nel cuore.

Le fotografie della mostra ci sembra ne ricevano una nuova luce, le scorriamo un’ultima volta con emozione, presi ancora di più dalla suggestione di un qualcosa di molto profondo, di superiore.

Info

Chiesa dei Santissimi Martiri dell’Uganda, nel Largo con tale nome, Roma, Poggio ameno, ‘XI Municipio. Cfr. su questa mostra il nostro articolo in “fotografia.guidaconsumatore.it” il 18 luglio 2013. Per le mostre citate cfr. i nostri servizi: in “cultura.inabruzzo.it” su “Arché” il 9 dicembre 2011, in questo sito su “Divino Amore, 13 artisti oltre la notte” 12 maggio 2013, in “cultura.abruzzoworld.com” sulla mostra “Apocrifi nell’arte ” il 29 settembre  e 3 ottobre 2009,  e su “Il Potere e la Grazia” il 28 e 29 gennaio 2010; in questo sito sul “Congresso eucaristico e la mostra ‘Alla mensa del Signore'” il 29 giugno 2013.Per altri temi religiosi,  in “cultura.abruzzoworld.com” i nostri servizi “Perdonanza 2009” il 3 settembre 2009, e in questo sito “Preghiere per l’Italia”  il 9 luglio 2013. In materia di archeologia cristiana i nostri servizi in “notizie.antika.it”: sulla mostra di Assisi “L’archeologia del colore” il  23, 30 aprile e 7 maggio 2010, sui resti dell’antica basilica di “Santa Maria Aprutiensis a Teramo” il 29 ottobre 2010, sulla “Cripta della Cattedrale di Palermo” il 10 dicembre 2010; su ipogei cristiani romani, i “Sotterranei di Santa Maria Maggiore” il 5 marzo 2010, la “Cripta di santa Maria in Lata” con la cella di san Paolo il 22 ottobre 2012; sull’archeologia umana, le “Catacombe dei Cappuccini di Palermo” il 20 novembre e 4 dicembre 2010, e il “Nuovo museo dei Cappuccini di Roma” il16 luglio 2012. Per l’arte africana in “cultura.abruzzoworld.com” il nostro servizio “Africa? Una nuova storia”, il 15 e 17 gennaio 2010.

Foto

Le immagini sono state fornite da don Davide Lees per il gruppo missionario della parrocchia dei Santi Martiri dell’Uganda, che si ringrazia con i titolari dei diritti. In apertura, “Caramelle”,  don Davide le distribuisce ai piccoli ugandesi, seguono “Namugongo” il Santuario, e “Il villaggio”, “Orfanotrofio” e “La forza dei deboli” con “i poveri tra i poveri” al lavoro, poi“Battesimo” e “Cercare”; in chiusura l’altare della chiesa romana dei Santissimi Martiri dell’Uganda con don Davide, davanti le foto del santuario ugandese “Namugongo” (a sinistra.) e del sacrario “Il Martirio” (a destra), altre foto piccole sulla parete di fondo.

l’altare della chiesa romana dei Santissimi Martiri dell’Uganda con don Davide,
davanti le foto del santuario ugandese “Namugongo” (a sinistra)
e del sacrario “Il Martirio” (a destra), altre foto piccole sulla parete di fondo

Ceccarelli, il nuovo romanzo per dire “Oggi sono migliore”

di  Romano Maria Levante

E’ il terzo libro di  Piercarlo Ceccarelli, ispirato a una vicenda vera, che si propone, come i primi due del 2014 e del 2016, di penetrare  nel mondo delle imprese raccontando le vicende societarie  e umane viste dall’interno attraverso il romanzo, ritenuto la forma più idonea a  rendere ciò che non si può percepire nella letteratura aziendale che l’Autore ben conosce avendo pubblicato molti libri e saggi in tale campo. Perché l’analisi tecnica non può entrare negli aspetti psicologici individuali e nelle dinamiche familiari e di vita,  spesso di maggiore peso degli elementi oggettivi nelle decisioni aziendali.

Vedemmo nei primi due romanzi l’inizio di un nuovo filone narrativo, che chiamammo “Company thriller”, con riferimento ai “Legal thriller” di John Grisham, passato da avvocato a romanziere su temi legali, come anche Piercarlo Ceccarelli lo vediamo passare da alto consulente direzionale a romanziere su temi aziendali.

La copertina del libro di Piercarlo Ceccarelli “Oggi sono migliore”

Il “thriller psicologico” dell’Autore

Abbiamo definito “Company thriller” il filone narrativo di Ceccarelli perché la “suspence” non manca neppure nei suoi romanzi, ma è di tipo molto diverso, giocata sulla psicologia più che sugli eventi. I colpi di scena più che nei fatti, che pure hanno una evoluzione inattesa,  vengono dall’approccio mentale dei protagonisti, per i quali incontri, confronti, riflessioni fanno muovere dall’inconscio reazioni inaspettate, quindi nulla è scontato, tutto è imprevedibile, l’opposto di quello che ci si aspetterebbe nelle storie aziendali.

Come non ci si aspetterebbe di trovarvi le scene d’amore quanto mai coinvolgenti e qualche volta  risolutive, inattese dopo i sottotitoli “Una famiglia, un’azienda leader”,  “Una storia famigliare”  e, nell’ultimo che ora commentiamo, “Una storia  imprenditoriale”, che riteniamo riduttivo essendo “una storia umana” con l’impresa  sullo sfondo più che nei due precedenti dove era più presente nella trama e  soprattutto nel finale.

Un macchinario per la lavorazione del caffè, del tipo di quelli della Sitoc di Riccardo Ferrari

Nella trilogia dei suoi romanzi la famiglia è in primo piano, ma nei primi due  incide anche sulle vicende aziendali, mentre nel terzo certe dinamiche sono già avvenute e se ne sentono solo i riflessi  nella psicologia del protagonista, Riccardo Ferrari, che resta praticamente solo con se stesso, ma non manca di confrontarsi con la ex moglie Ludovica da cui è divorziato e il figlio Edo, la sorella Paola e il padre Edoardo, ma soprattutto con la nuova fiamma Veronica. Di nuovo il confronto tra istinto e ragione, carattere e razionalità, con quel tanto di insegnamento che ne viene per la vita di tutti i giorni, anche se questo possa sembrare sorprendente. 

Ma come, si potrebbe osservare, l’imprenditore ha una vita e un lavoro così peculiari e diversi da quelli delle persone comuni che non si capisce come se ne possano trarre insegnamenti! Se questo è vero, é vero anche che i confronti appena citati determinano scelte di cui si possono misurare gli effetti, per cui è un punto di osservazione privilegiato del quale fare tesoro. Pochi riflettono che nella vita comune ugualmente prima di prendere decisioni rilevanti occorre fare i conti con il proprio carattere, se introverso quindi portato al pessimismo, oppure espansivo quindi portato all’ottimismo. Conoscendolo – e quindi conoscendosi – si possono rimuovere le remore eccessive nel primo caso o frenare i facili entusiasmi nel secondo, evitando di sbagliare, lo hanno insegnato i primi due libri sulla scorta dell’approfondimento fatto nelle vicende aziendali.

Un’immagine di Fornovo di Taro, dove ha sede la Sitoc

Una storia umana

Anche da questo terzo romanzo nascono  insegnamenti, li preannuncia il  titolo “Oggi sono migliore”, mentre i primi due erano intitolati alle famiglie protagoniste, “I Gianselmi” e “I Martini”;  vuol dire che “una storia imprenditoriale” può avere questo sbocco, proprio perché è “una storia umana” tutta imperniata sugli elementi esistenziali piuttosto che su quelli aziendali.

E questo molto più dei due precedenti, come se “il salto di specie”  allontanasse l’Autore  sempre più dalla matrice aziendale: l’opposto del  “richiamo della foresta”, che c’è sempre ma altri sono i richiami che ora ascolta: la parte psicologica sottostante alle dinamiche aziendali riscontrata nella lunga attività di consulenza direzionale – in aggiunta alla proprie esperienze di vita personali – che assume una importanza primaria nel determinare le scelte aziendali, e lo dimostra anche questa volta.

L’ingresso di una villa a Parma, nell’Oltretorrente, dove abita

Non riveleremo la trama per non togliere l’interesse che prende subito il lettore, sebbene non incontra fatti eclatanti, ma si immedesima nel protagonista vivendo con lui le sue stesse emozioni. E neppure ci sentiamo di cimentarci in una critica letteraria che non ci compete, essendo semplici cronisti che, come nelle mostre d’arte ci immedesimiamo nei visitatori, così ora, in questo eccezionale ” excursus”  in un campo che pratichiamo poco, ci immedesimiamo nei lettori di cui siamo parte a pieno titolo dopo la coinvolgente lettura del romanzo.

La prima notazione che viene spontanea è  la capacità della prosa semplice ma incalzante di  fare presa, per cui è difficile separarsi dal libro quando si è cominciato a leggere, e non si vede l’ora di riprenderne la lettura se la si è dovuta interrompere. Ci  si sente presi e nel contempo sorpresi, perché non si tratta di un romanzo giallo o poliziesco costruito per tenere avvinto il lettore tra eventi misteriosi e indagini intriganti, qui tutto è alla luce del sole senza misteri, e allora? Il grande mistero è il protagonista, la chiave della “suspence” la totale, istintiva  immedesimazione con lui.

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L’ingresso di una villa a Montecavolo, dove abita il padre Edoardo

Le descrizioni

Come possa nascere tale immedesimazione non è facile scoprire, ma forse vi contribuiscono due alchimie: la descrizione degli ambienti e dei paesaggi da un lato, la descrizione dei personaggi dall’altro. Entrambe quanto mai minuziose fino al dettaglio che potrebbe sembrare superfluo o ridondante se non dispersivo, mentre invece è l’ingrediente necessario per far sentire il lettore  nei panni del protagonista, è come se vedesse  quello che lui vede con la stessa curiosità di scoprire i particolari in ciò che osserva: sia essa un’altra persona, soprattutto una donna , “osservata” con speciale attenzione, sia un paesaggio.

Queste  le descrizioni di Ludovica,  la ex moglie conosciuta a un’asta benefica delle “signore bene” parmensi, da cui ha divorziato dopo un finale burrascoso, e  Veronica, la nuova fiamma seducente con cui andrà a teatro, in barca e nel rifugio nell’Appennino parmense vicino al lago, ma non alla sua iniziativa benefica per i bambini africani a Parma a Palazzo Soragna, passando per la sorella Paola  e per Giorgia, la vedova del  caro amico imprenditore Gabriele morto suicida; così anche la descrizione del padre e del consulente di direzione Nicola Fabbroli – personaggio fisso, con l’analista aziendale Boninverno, dei suoi romanzi – di Mattia Mora, l’”uomo di Mosca”, tutti descritti con la stessa cura minuziosa di darne i caratteri fisici e soprattutto caratteriali; mentre lui stesso, Riccardo Ferrari, si presenta all’inizio con dovizia di particolari, quasi una radiografia….   

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Un’immagine di Parma, la sua città

Altrettanto la descrizione dei luoghi, dalla sede della società, alla sua villa a Parma nell’Oltretorrente, “a due passi dalla casa natale di Arturo Toscanini, quasi affacciata sul parco ducale”, alla villa dei genitori nella campagna parmense, al suo “buen ritiro”  in collina; dai voli aerei a Mosca agli spostamenti in auto, alla sala riunioni con i consulenti a Milano, fino ai villaggi africani in Etiopia e nel Malawi. 

Mentre si trova in questi luoghi e mentre ammira il paesaggio ci sembra di essere con lui a gustarne il fascino, sia quando ci sembra di andare  sulla sua automobile verso il passo della Cisa, sia quando entriamo nel giardino della villa dei genitori a Montecavolo, o quando ci affacciamo con lui alla finestra dell’ufficio a Fornovo di Taro, o nella residenza collinare di Langhirano, per poi andare in aereo a Mosca, o in un palco del Teatro Regio di Parma, in barca da diporto e nel Rifugio Lagdei costeggiando il Lago Santo.

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Il patio di una villa in collina a Langhirano, dov’è il suo “buen ritiro”

Ed è tanto più naturale questa immedesimazione, quanto più lo troviamo – a parte il giro in barca, la serata teatrale e il week end nel rifugio, tutti con Veronica – solo con se stesso,  alle prese con i  problemi della vita aziendale in un momento  molto critico per lui anche sul piano personale, con questioni familiari che si aggiungono  alla solitudine non certo serena ma tormentata di divorziato con il figlio Edo da seguire nei suoi turbamenti adolescenziali, anche nello sport, impegnato tra il baseball e il tennis, ma molto determinato.

La maturazione personale

La crisi personale è la più pressante, dato che i problemi aziendali, a differenza degli altri due romanzi, sono soprattutto di crescita all’estero dell’attività, anche se rischiosa, non di sopravvivenza della propria azienda, la Sitoc, operante come multinazionale nel settore del caffè. Per questo sembrano più semplici dei problemi personali, pur investendo rapporti a livello internazionale con il possibile socio inglese Keith Smith da valutare  e l’infido interlocutore  russo Bykov da tenere a bada per evitare trappole, e una è stata non solo preparata ma fatta scattare investendo  la magistratura della Russia con sorprese a non finire.

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Milano, la città degli incontri e le riunioni con il consulente Fabbroli

Ma questa volta non è dal cilindro del consulente di direzione Fabbroli che viene il coniglio della soluzione, bensì dalla maturazione personale del protagonista che corrisponde a quella del lettore, sempre più immedesimato in lui. Una maturazione che si sviluppa a poco a poco, anche negli incontri con il consulente, il quale per qualche verso diviene anche psicologo, ma soprattutto con chi può scavare dentro di lui mettendo  a nudo le contraddizioni dell’esistenza che il successo imprenditoriale ha nascosto ma prepotentemente vengono alla ribalta nel momento più critico, come la polvere accumulatasi sotto al tappeto.

E allora l’azienda e il lavoro, che prima erano stati l’universo esistenziale del protagonista apparentemente appagante per la sua autostima si rivelano nella maturazione interiore quanto mai ristretti e  svuotati di quei valori che invece lo avevano sollecitato  a un impegno così totalitario per poi svanire. Ed ecco perché e come “una storia imprenditoriale” ai nostri cchi diventa a tutto tondo “una storia umana”.

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Un’asta benefica della Parma-bene del tipo di quella in cui conosce Veronica

Una storia, proprio per questo prodiga di insegnamenti non soltanto per gli imprenditori, che  vi possono trovare passaggi utili alla loro attività negli incontri del protagonista Riccardo con il consulente Fabbroli “testa quadra”, e lo specialista Boninverno,   e  nelle riflessioni e decisioni conseguenti; ma anche – e diremmo soprattutto – per la gente comune che non vive una simile maturazione se non sollecitata in modo così intenso.

Cerchiamo di ricordare alcuni di questi insegnamenti, che emergono dai dialoghi, spesso concitati, del protagonista con chi riesce a captare in lui qualcosa di cui lui stesso non si rende conto ma avverte un’inquietudine inconsueta. Immedesimandoci con lui, sempre sulla scena, seguiremo il suo percorso che si stacca a poco a poco dalla matrice imprenditoriale di  base per portarsi sul piano di un’umanità senza confini.

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Un palco del Teatro Regio di Parma, dove va con Veronica

Autorealizzazione e vera leadership

Riccardo Ferrari è un imprenditore figlio d’arte, con una vocazione all’indipendenza e all’autorealizzazione tale da fargli disdegnare l’impresa paterna operante nella meccanica, la Fermec di cui si occupa la sorella Giorgia, per la difficile avventura di rilevare un’impresa fallita in un settore completamente diverso, il caffè, in cui ottiene successo superando molte difficoltà; ma per superare il complesso di Edipo ci vuole la malattia del padre con i suoi generosi pur se tardivi  riconoscimenti. Per vincere i propri complessi interiori ci vuole ben altro, una maturazione “sul campo” solo in parte spontanea, per lo più indotta che gli apre gli occhi.

Inizia con l’impegno appassionato e totalitario nella sfida aziendale tanto complicata che assorbe tutte le sue energie, e ne è fiero sentendosi pienamente realizzato. Si sente investito della responsabilità della leadership, pagandone  il prezzo della solitudine, e ne è consapevole: “Riflettendoci, si poteva dire che il capo è solo come l’artista che, nel momento dello sforzo creativo, è alle prese con se stesso e con la verità che vuol raccontare. E nella solitudine della tensione creativa, il solo momento di soddisfazione è  l’istante in cui ‘appare’ la soluzione che ci illumina. Allora  il quadro è dipinto, la decisione è presa”.  Ma le sollecitazioni del consulente Fabbroli lo portano a  rovesciare questo assioma:  “La sua leadership non è in discussione, però bisogna aprirsi al dialogo. Ascoltare con disponibilità e attenzione e, anche quando lo si è fatto,  non affrettarsi a  mettere bene in chiaro che comunque il capo azienda ha l’ultima parola,  o che la sua opinione pesa di più e ha la precedenza sulle altre. E’ una pretesa pericolosa . Un buon leader non deve avere sempre ragione. Anzi deve saper capire le  ragioni degli altri”. Non basta limitarsi a fare proposte e ascoltare le reazioni per poi decidere, occorre condividere.

Un viaggio in aereo, come quelli per Mosca… . ma senza mascherina

Sembra  un insegnamento prezioso per tutti, anche per il  “pater familias” che, pur con tutti i processi emancipativi, si sente sempre il “capo” nell’azienda-famiglia in cui tutti dovrebbero avere voce in capitolo nella sostanza, non nella sola apparenza come avviene di solito. Come è istruttivo il non inorgoglirsi troppo per i successi raggiunti perché, anche se indubbiamente sono un titolo di merito, c’è una componente importante dovuta alla fortuna per cui “il successo, per gli onesti, è sempre un merito. Ma il fallimento non è sempre un colpa”: considerazione preziosa, su versanti opposti, per entrambe le situazioni ricorrenti nella vita.

Molti lo considerano, però, una colpa nel nostro paese, anche se determinato da ragioni oggettive, spesso insuperabili, e anche su questo non manca una riflessione, pur se amara perché tale pensiero ha portato a tanti suicidi nel pieno della crisi economica.  E anche se alla base  dell’impegno degli imprenditori c’è un motivo personale, spesso economico, come diceva Einaudi “è la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito…” . 

Come sostenere il peso del fallimento

Tale spinta ideale, se le cose non vanno nel verso giusto, pur senza colpe, diventa oppressiva perchè sembra venir meno “il merito, l’onore e la reputazione” acquisiti nell’impegno ”a volte, fino allo stremo delle forze, con l’obiettivo di migliorarsi costantemente. E cerca di meritare quel che ha, di adeguarsi all’immagine ideale di perfezione e correttezza che di fatto è implicita,  più che nello sguardo degli altri, nel proprio giudizio su di sé”.

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Mosca, la città dove va nell’ufficio della Sitoc per una trattativa aziendale

E’ il fidato consulente di direzione Fabbroli a dare a Riccardo la risposta che attende con il cuore in gola nel cercare di capire i motivi che gli hanno fatto perdere l’imprenditore amico Gabriele schiacciato dal peso della crisi: “Non che ci sia qualcosa di sbagliato nel volersi migliorare, intendiamoci, né pensare di poter affrontare la propria missione imprenditoriale con coraggio e abnegazione. Ma bisogna saper mettere dei paletti, non pretendere l’impossibile da sé stessi, e soprattutto non considerare l’impresa come unico scopo della propria vita, ma coltivare altri interessi. Altrimenti, non appena le cose sfuggono di mano, il rischio è quello di passare rapidamente dall’orgoglio  per i risultati conseguiti a una profonda, insanabile vergogna, che spesso viene ingigantita  dal sentimento di inadeguatezza, dalla delusione di aver fallito”.  Basta sostituire dopo la parola “missione” l’aggettivo imprenditoriale con uno che qualifica la propria attività,  che non va considerata “unico scopo della propria vita”, per riferire a sé stessi tale ammonimento, che nei casi estremi può essere salvifico.

Il poprio lavoro non come valore assoluto insostituibile

Un altro insegnamento, collegato in qualche modo a questo ammonimento,  rovescia un principio per altri versi inattaccabile, nell’impresa come nella vita comune: l’attaccamento al lavoro – o comunque ai propri impegni – come valore assoluto insostituibile, per cui se viene meno è la fine. All’inizio si basa pur sempre su fattori etici di grande valore, ma poi prende la mano e diventa così assorbente e totalizzante da oscurare e far dimenticare altri valori ancora più elevati. Come la famiglia, i figli e anche sé stessi, perché si trascurano aspetti essenziali della propria esistenza per inseguire l’appagamento suscitato dai risultati del proprio lavoro in una narcisistica contemplazione di sé stessi, anzi di una parte di sé stessi, che diventa effimera e fuorviante se l’altra parte di sé viene ignorata. Non solo gli imprenditori, ma tutti sono alle prese con questo problema perché non riescono, e spesso non vogliono, trovare il giusto equilibrio tra le loro aspettative autoreferenziali e una più aperta  e pacata visione  dell’intero arco esistenziale, ben più vasto e che coinvolge anche altre persone, soprattutto care.

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Una barca da diporto, dove va con Veronica

“Non è necessario vivere ogni sfida lavorativa  come se fosse una lotta titanica. Ci vuole un po’ di misura”, viene detto al protagonista  dalla sorella Paola, imprenditrice anche lei che gestisce l’azienda paterna: “Guardandoti da fuori, chi ti conosce meglio, come me, vede  un uomo che si tormenta, che si logora, ed è perennemente insoddisfatto: affronti questioni tutto sommato ordinarie  caricandole di significati e di valenze che in realtà non hanno. Devi smetterla, Riccardo,  di riversare tutte le  tue energie nel lavoro, come se la realizzazione professionale fosse l’unica cosa che conta, che conferisce un significato alla tua esistenza”.

E non è soltanto la sorella Paola a parlargli così, anche Veronica, che respinge la sua corte serrata anche per questo, lo vede nello stesso modo e gli dice parole ugualmente meditate: “Non mi sembri una persona felice, Riccardo. E’ come se volessi comunicare di te l’immagine monolitica di uomo vincente, sempre pronto a gettarsi a capofitto nelle situazioni per cercare di ottenere quel che vuole. A ogni costo. Ti piacciono le sfide, ma perché ti piace vincerle, non perché tu le viva come un’occasione per metterti davvero in discussione  a livello emotivo o personale”. La via d’uscita? “Io credo che tutti noi dovremmo imparare a vivere di più nel presente, a interrogarci sul senso e  la modalità delle nostre azioni – dalle più piccole alle e banali a quelle più impegnative – Solo così, prestando attenzione, possiamo davvero capire qual è la nostra vera aspirazione. Individuare il nostro scopo. E capire, di contro, che cosa ci condiziona…”.

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Il Rifugio Lagdei, dove va con Veronica

Quello che le donne non dicono, ma fanno...

Ma come mai sono due donne ad ammonirlo in termini così forti e coinvolgenti?  Gli dice francamente la sorella Paola che solo le donne possono capire questi motivi fondamentali nella vita che sfuggono agli uomini: “Per una ragazza, una donna, è tutto molto diverso. Ci si aspetta ‘naturalmente’  che debba essere presente e attenta su più fronti: che sia sempre impeccabile, o quanto meno provi a esserlo, come figlia, moglie, madre, amica, professionista, donna di casa. Che organizzi le proprie giornate tenendo in equilibrio tutti questi aspetti e variando le proprie gerarchie di priorità anche – anzi spesso – in funzione delle esigenze altrui”. E precisa, sempre rivlta al fratello: “Ci chiedono fin da piccole di imparare a farlo, quindi siamo brave a riuscirci nella maggioranza dei casi, ma non credere che sia facile. D’altra parte, questo ci abitua a definirci,  a pensarci in maniera non individualistica  e neppure monolitica. Noi donne sappiamo di doverci spendere in molti ambiti, sappiamo di far parte di diverse reti e che nessun ambito della nostra esistenza, considerato da solo, ci offrirà una piena  e completa realizzazione”.

Ed ecco cosa ne scaturisce: “Il risultato è che di norma ci troviamo a dover gestire un carico di compiti, obblighi, aspettative e bisogni altrui  senza dubbio più pesante di quello che, per esempio, grava sui nostri compagni, o mariti, o fratelli. E, nonostante questo, sappiamo trovare delle valvole di sfogo. Coltivare le tante dimensioni di cui è fatta una vita piena, significativa, è per noi un addestramento quotidiano, volenti o nolenti siamo chiamate ogni giorno ad affrontarlo”. Potrebbe sembrare facile perché è naturale per le donne, ma non lo è: “Il difficile è ricordarsi, in tutto questo marasma, di sé. Ma, da brave equilibriste, in genere ci riusciamo meglio. E troviamo comunque degli spazi di compensazione, anche se sono spesso troppo risicati”. Termina così la lezione di Paola al fratello: “Ti dico questo perché sono fermamente convinta che questa compensazione sia vitale, ma soprattutto è fondamentale non pensarsi come individui a una sola dimensione, o come un monolite”.  E’ una lezione per tutti, si resta senza fiato, “quello che le donne non dicono” lo  dice Paola in una meditazione, che è una analisi, così lucida di cui ciascuno, donna o uomo dovrebbe farne tesoro.

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Il Lago Santo, vicino al Rifugio Agdei, dove va con Veronica

L’intreccio dei problemi aziendali con la maturazione interiore

Quanto abbiamo riportato non deve far pensare a un libro pedagogico e tanto meno moralistico, ben diverso è l’impianto narrativo incentrato sui  problemi imprenditoriali con complesse diramazioni all’estero per una azienda multinazionale operante nel settore del caffè che intende accrescere la penetrazione sul mercato internazionale con accordi a largo raggio, dall’Inghilterra alla Russia, che sono al centro del romanzo.

Ma sono proprio i problemi nella loro complessità a creare le condizioni per la maturazione interiore in un intreccio narrativo che si sviluppa in parallelo ai viaggi in aereo, agli incontri e le riunioni con i consulenti, ai pranzi di lavoro, intervallati comunque da qualche intermezzo familiare, con il carico dei problemi di un divorziato che ha un figlio adolescente e la ex moglie ostile, e un rapporto contrastato con il proprio genitore. Il tutto alleggerito da qualche distensivo intermezzo in barca, a teatro e in un  rifugio in montagna, vicino al lago, sempre con Veronica, oltre ai momenti di quiete nel “buen ritiro” nella casa di collina fuori la sua Parma.  

Palazzo Soragna a Parma, dove va per l’Unione Industriali e non per l’iniziativa benefica di Veronica

Non parleremo dell’intreccio narrativo, ma diremo qualcosa di più sulla sua maturazione interiore nella quale una donna, Veronica, ancora lei, ha un ruolo determinante. E questo dopo una rottura con lui a causa della sua assenza, per il ritardo di due ore del volo da Mosca – dov’è andato incautamente per una urgenza aziendale che ha anteposto all’impegno del cuore – alla serata di presentazione dell’iniziativa per i bambini africani a cui lei tiene tanto, a Parma, nel Palazzo Soragna da lui frequentato negli incontri dell’Unione Industriali. Rottura con lui seguita dalla partenza di lei per il villaggio africano di Lilongwe, nel Malawi, dove svolge una meritoria un’attività di cooperazione assistendo i bambini, lasciato il lavoro di architetta qualificata nel design su una spinta ideale e umanitaria che rimprovera a lui di non avere, inaridito nel pensiero unico del successo. E le sue parole, ma ancor più il suo esempio, fanno breccia su di lui, portandolo a una confessione impensabile: “Sentiva che avrebbe dovuto ringraziarla: perché parlandole, frequentandola, mettendosi anche a confronto con la sua visione del mondo e della vita, aveva ripreso contatto con una parte profonda della propria anima.  E aveva riscoperto pensieri, emozioni, aspirazioni che per troppo tempo aveva trascurato, inaridendosi. Ora, invece, sentiva di volersi rimettere in contatto con la vita, con quanto lo circondavano, sentiva di poter essere sinceramente generoso e più aperto, in ogni ambito della propria esistenza , compreso quello lavorativo”.

L'”agnitio” di sè liberatoria

Così, “per la prima volta dopo tanti mesi di tensione, Riccardo si sentiva libero”. Stava riacquistando la libertà di operare sui fronti che aveva trascurato, come la famiglia, il padre e il figlio Edo in primis, ma anche se stesso: “Libero, finalmente, anche dalla componente più tossica della propria ambizione. Quella che lo aveva indotto più  e più volte  a mettere in secondo piano anche la cura di sé, il proprio equilibrio e soprattutto, purtroppo, gli altri, anche  le persone a cui teneva di più: non avrebbe più permesso che succedesse”.

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Un villaggio del Malawi, dove va Veronica ad assistere i bambini africani e la raggiunge

Così può dire a se stesso: “Oggi sono migliore”: “Forse, solo un anno prima non sarebbe stato in grado di capire: era ancora troppo concentrato su se stesso. Troppo preso dai propri tormenti e ancora schiavo di vecchi rancori e vecchie abitudini. Ma ora era un uomo nuovo. Era cambiato, aveva finalmente intrapreso un percorso  che mirava alla sua piena realizzazione non come individuo, ma come essere umano, parte della grande famiglia umana”.

Il percorso virtuoso è nel libro nel quale si percepisce lo svilupparsi di questa maturazione interore, nel mentre si è presi dalla vicenda aziendale che lo porta nei più diversi ambienti con il suo carico di inquietudini e di problemi fino all’”agnitio” di sé liberatoria. E’ un percorso che il lettore potrà vivere,  come abbiamo fatto noi con incontenibile emozione, fino a poter dire al termine “Oggi sono migliore”. E non soltanto oggi.

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La riunione di un Consiglio di Amministarzione, come quelle della Sitoc

Info

Piercarlo Ceccarelli, “Oggi sono migliore. Una storia imprenditoriale”, Interlinea 2020, pp. 200, euro 16. Per i due precedenti romanzi dell’Autore, cfr. la nostra recensione in www.arteculturaoggi.com , dal titolo “I Martini e i Gianselmi, storie aziendali e lezioni di vita”, 14 gennaio 2017.

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Il romanzo non ha illustrazioni, in questa recensione abbiamo inserito, oltre alla foto della copertina, una serie di immagini attuali sui principali luoghi e località in cui si svolge la storia per una maggiore ambientazione e immedesimazione del lettore. Sono a puro scopo illustrativo, e non vi è alcun intento di tipo economico nè promozionale, le abbiamo tratte dai siti web di pubblico dominio di seguito indicati, si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta; qualora la pubblicazione non fosse gradita, le immagini segnalate verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. I siti sono, nell’ordine di inserimento delle foto, i seguenti: macchinealimntari.it, it.wikivoyage.org, metroquadroprmacase.it, idealista.it, flyone.eu, mediocasasrl.it, it. aleteia.org, gazzettadellemilia.it, zanfilszcompetition.org, wired.it, geopolitica.info, myluxury.it, parcoappennino.it, parcoappennino.it, up.pr.it, travelingseat.com, italiaoggi.it, servizi.ceccarelli.it. In apertura, la copertina del libro di Piercarlo Ceccarelli “Oggi sono migliore” ; seguono, un macchinario per la lavorazione del caffè, del tipo di quelli della Sitoc di Riccardo Ferrari, e un’immagine di Fornovo di Taro, dove ha sede la Sitoc; poi, l’ingresso di una villa a Parma, nell’Oltretorrente, dove abita, e l’ingresso di una villa a Montecavolo, dove abita il padre Edoardo; quindi, un’immagine di Parma, la sua città, e il patio di una villa in collina a Langhirano, dov’è il suo “buen ritiro”; inoltre, un’immagine di Milano, la città degli incontri e le riunioni con il consulente Fabbroli, e un’asta benefica della Parma-bene del tipo di quella in cui conosce Veronica; ancora, un palco del Teatro Regio di Parma, dove va con Veronica, e un viaggio in aereo, come quelli per Mosca … ma senza mascherina; continua, un’immagine di Mosca, la città dove va nell’ufficio della Sitoc per una trattativa aziendale, e una barca da diporto, come quella in cui è stato con Veronica; prosegue, il Rifugio Lagdei e il Lago Santo, dove va con Veronica; poi, Palazzo Soragna a Parma, dove va per l’Unione Industriali e non per l’iniziativa benefica di Veronica, e un villaggio del Malawi, dove va Veronica ad assistere i bambini africani e la raggiunge; infine, la riunione di un Consiglio di Amministrazione, come alla Sitoc e, in chiusura, Piercarlo Ceccarelli tiene una sessione della sua Consulenza di Direzione, come Nicola Fabbroli.

Piercarlo Ceccarelli tiene una sessione della sua Consulenza di Direzione, come Nicola Fabbroli

“Tota Italia”, 3. Dai culti alle guerre, fino all’Italia di Augusto, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Si conclude la  nostra rievocazione della mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”,  alle Scuderie del Quirinale  nel 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dell’era moderna,  e nel  150° di Roma capitale  e  75°  della Repubblica. Si è tenuta dal  14  maggio  al  25 luglio 202,  realizzata da Ales S.p.A. con il concorso di più di 30  Musei e Soprintendenze di Stato e il  contributo dei Musei civici; curatori della mostra, e del  Catalogo  edito da “arte,m”, Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano. L’accurata ricostruzione della fasi più antiche della  costruzione dell’Italia unita, dal IV al II sec. a. C., poi nel II-I sec., fino all’”età dell’oro” augustea, è testimoniata nelle 10 sezioni della mostra.

Ritratto di Augusto con il capo velato”, fine I sec. a. C.

Abbiamo già dato conto delle prime 3 sezioni, ora nella 4^ sezione, dedicata ai “Culti”,  si penetra sempre più nell’anima del “mosaico di popoli” unificati nel “Tota Italia”  augusteo, nel I sec., prima e dopo Cristo, a coronamento di un processo molto antico, le cui tracce evidenti risalgono al IV sec. a. C. come ricostruito appositamente per la mostra e documentato con reperti arcaici di grande valore e interesse storico.

Dai Riti funerari  e le Lingue  passiamo alla Religione, e nella devozione verso le divinità troviamo notevoli differenze, come nei Riti funerari:  sono evidenti nei Riti e nelle pratiche religiose, nei luoghi deputati che non sono solo i templi, ma i boschi sacri; e come per le Lingue, anche per le Divinità, quelle romane si affiancano  fino a sostituire quelle radicate nelle tradizioni dei popoli italici.

“Corredo della ‘tomba dei due guerrieri- Bacino rituale, podoripter, a figure rosse'”, III sec. a. C.

Roma non usava cancellare i culti persistenti, divinità locali particolarmente radicate nei territori venivano identificate con le divinità romane  in quella che veniva chiamata “interpretatio”: è il caso di Reitia, collegata alla dea Minerva. Il processo di omologazione dei culti fu in qualche caso reciproco, perché ci furono anche divinità allogene che entrarono nei culti di Roma, come l’etrusca  Velove introdotta  da Tito Tazio, re proveniente dalla Sabina con quella tradizione religiosa.

L’esposizione dei reperti è spettacolare, con statue e fregi di vario tipo, oggetti ex voto e altrettanti ex voto costituiti da statuette con teste femminili. Tra gli ex voto, “Ex voto da Ponte di Nona e da Gabi”, IV sec. a. C., oltre  alle teste femminili 2 statuette di toro e cinghiale, e “Materiali del santuario della dea Mafite”, IV-III sec. a. C., 4  frutti votivi dal santuario di  Rossano di Vaglio, 2  statuette femminili, una con velo e una con “polos”.

“Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico”, IV-III sec. a. C.

 Abbiamo citato, nell’omologazione delle divinità italiche con quelle romane Retia, collegata a Minerva,  è testimoniata dai reperti esposti in mostra, del IV sec. a. C.,  con guerrieri a cavallo, statue e stipsi votive; Velove, introdotto a Roma dalla Sabina, in una statua del  I sec. a. C. ispirata al modello greco dell’Ercole in riposo di Lisippo del IV sec. a.C. E’ esposta anche  una“Statua di divinità in trono. Angizia”, altra dea italica  come  Mefite, dal cui santuario di Rossano del Vaglio  viene  una foglia di vite e un rametto di alloro, del  IV-III sec. a. C.

Risalgono a questi due secoli remoti la “Statua di Mater con 12 figli”, chiamata “Mater capuana”, rinvenuta nel 1875 nel santuario del Fondo Pattuelli nei pressi dell’etrusca Capua,  dea madre protettrice della natività con i 12 neonati in fasce;  e  la “Statua di divinità in trono Angizia” dall’omonimo santuario di Luca dei Marsi, venerata per i poteri magici e taumaturgici che le sarebbero derivati dai legami con l’acqua, gli animali selvatici e i serpenti i cui veleni diventavano curativi; inoltre sono del III sec. a. C. la “Statua si Ercole con incisione osca” da Venafro, ed “Ercole in riposo con dedica M. Attius Peticius Marsus”  dal santuario di Ercole Cerino di Sulmona, quest’ultimo dalla stupefacente modernità michelangiolesca.

“Statuetta femminile con velo”, IV-III sec. a. C.

La 5^ sezione, relativa a  I contatti con il Mediteraneo”, pone in evidenza  le ripercussioni sul piano culturale e dei costumi, del corso espansionistico  sia a livello politico e militare sia a livello economico e finanziario, in una sorta di “mercato globale” nell’intero territorio italico. Ne furono investite città latine, Alatri e Palestrina, Segni e Tivoli,  e città del centro-sud come Assisi e Chieti, nonché il Piceno in un rinnovamento alimentato dalla fitta rete di scambi, che portavano all’integrazione all’insegna dell’ellenismo, matrice greca con innesti italici  e latini.

Le classi dirigenti  locali costituivano la saldatura tra questa periferia in fermento e lo Stato romano secondo un processo di trasformazione che lasciò segni vistosi nell’architettura  pubblica, nella quale le singole provincie si confrontavano tra loro e con Roma nella monumentalità degli edifici e nelle decorazioni che li adornavano.

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“Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano”, III sec. a. C.

Di queste ultime vediamo in mostra una serie di “Terracotte architettoniche di un edificio templare”,  e “Sculture frontali di un edificio templare” II sec. a. C., mentre è del III sec. a. C. un “Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco  e uno persiano”, rappresentazione dinamica nella drammaticità del cavaliere a terra mentre  l’altro ritto sul cavallo ha il braccio alzato per il fendente decisivo.  La “scultura frontale” citata  rappresenta la  testa forse di Ercole, le “terracotte architettoniche” due dei fregi e la terza un antefissa con la “signora degli animali” provengono tutte dal santuario di Monte Rinaldo, nei pressi di Fermo.

Il “clou” della sezione, preso come “testimonial” dell’intera mostra, è rappresentato dalla “Statua di pugile in riposo”, I sec. a. C.,  anch’essa ispirata a Lisippo, trovata nel 1885 nel colle del Quirinale ove era stata sepolta con le dovute protezioni per preservare il bronzo: sono rimasti anche intarsi rossi che simulano il sangue dalle ferite, con le tumefazioni, è  seduto, la testa girata sulla destra mentre guarda lontano.

“Architetture greche in frammenti”, III sec. a. C

Così  il presidente di Ales, Mario De Simoni, ne spiega significato e valore attuale: “E’ un uomo provato ma non vinto, che non ha paura di mostrare  le sue ferite ma che mantiene intatta la consapevolezza della sua forza. Ci è parsa una metafora  adatta a questi giorni, onesta e fortemente fiduciosa”.  

Abbiamo parlato degli aspetti pacifici dei “contatti con il Mediterraneo” tra “Roma e gli Italici”.  ma – come abbiamo visto nella ricostruzione storica – un ruolo preminente lo hanno avuto “Le guerre” , alle quali si riferiscono i  reperti esposti nella  6^ sezione della mostra.

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“Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus primigenius) “, I sec. a. C.

Sono del III sec. a. C. delle “Architetture in frammenti”,  una greca  e 3 da Policoro, che evocano la potenza distruttiva dei “proiettili lapidei” utilizzati con macchine da lancio negli assedi degli eserciti ellenistici, fin dal IV sec. a. C; è del III sec., trovato ai primi del ‘900 nella necropoli di Capena, anche un “Piatto votivo con raffigurato un elefante da guerra”, forse celebrativo della vittoria su Pirro, in groppa una torretta con soldati, segue un elefantino che sembra seminasse lo scompiglio perchè imprevedibile. E’ della parte finale del I sec. a. C.  un “Rilievo con navi da guerra”,  da Cuma, due navi a remi cariche di soldati che si preparano alla battaglia, stilizzati ma realistici.

Ricordiamo che il III sec. a. C. fu teatro delle guerre contro Pirro, dotato appunto di elefanti, e contro  Cartagine, con battaglie navali i cui armamenti  e metodi venivano adattati alle diverse situazioni; poi ci furono le guerre civili per il controllo di Roma, Silla, Pompeo e Cesare furono i grandi condottieri fino alla vittoria di Ottaviano su Antonio e Cleopatra che aprì l’era di Augusto, Intanto da Mario, vincitore dei Cimbri e Teutoni, erano stati tolti i limiti di censo per il servizio militare, così ci furono i  legionari e anche i mercenari nelle legioni di Roma  egemone nel Mediterraneo.

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“Rilievo votivo con figura femminile stante (Arianna o Proserpina)
e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo), “metà I sec. a. C

La sua espansione comportò l’esigenza di dare alle terre conquistate un assetto interno compatibile con  il proprio dominio, la 7^ sezione della mostra, “Colonia e Municipia. L’organizzazione del territorio”  documenta questo aspetto  che riguarda anche i rapporti di Roma con le città sconfitte  e le comunità alleate. La forma utilizzata fu quella delle “colonie”, ma con profonde innovazioni rispetto alle colonie fenice e della Magna Grecia:  nelle “coloniae civium romanorum” o “marittime” -fondate fino al termine del II sec. a. C., le prime  Ostia e Anzio – veniva mandato un presidio militare di 300 romani; nelle “coloniae latinae” – fondate fino al I sec., le prime Cori e Segni nel Lazio – venivano imposti obblighi militari  e vincoli riguardanti i rapporti con Roma  e gli altri territori, ma potevano conservare  le proprie leggi e avere una certa autonomia. 

Nel I sec. a. C,. a modificare questo quadro, intervennero le politiche coloniali a favore dei veterani iniziate da Mario e Silla, poste  in atto anche da Cesare e Augusto; e soprattutto, per effetto della guerra sociale,  la “promozione” allo status dei “municipi” di molte colonie con i “socii”, alleati indipendenti e federati a Roma in un “foedus” privilegiato: avevano la stessa organizzazione amministrativa di Roma a cui erano integrati, pur mantenendo l’autonomia richiesta dalla distanza dal centro egemone, formula adottata nel lontano 381 a. C. all’assoggettamento  di Tusculum.

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“Ritratto di donna con il capo velato”, fine I sec. a. C. – inizio I sec. d. C.

Documentano questo i reperti in mostra:  il più antico una “”Statua di Marsia con ceppi da schiavo” del III sec. a. C., da Paestum,  il sileno che sfidò Apollo nel flauto, celebrato da Ovidio, assunto come simbolo di libertà e per questo collocato spesso nei fori di colonie  e municipi, seguito da due testi in lingua osca: la “Tabula con una legge latina, riutilizzata  per una legge in lingua osca”,  del II-I sec. a. C. , dall’antica  Bantia,  con nel lato anteriore una legge latina sui processi criminali, sul lato posteriore il più lungo testo in lingua osca con caratteri latini e brani dello statuto di Bantia su norme romane; e  l’”Iscrizione in lingua osca con riferimenti alla viabilità di Pompei”, II sec. a C., da Pompei, con indicata la precisa delimitazione di una strada.

Materialmente venivano posti dei  “Cippi di delimitazione del territorio”, come i 3 in mostra del 130 a.C., i 2 da Celenza Valfortone,  e quallo da Atena Lucana.  Del I sec. a.C. anche il “Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus prmigenius)” e una “Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore”,  un geoma, a cavallo tra I sec. a.C. e I sec. d. C.

“Rilievo con Vittoria e trofeo”, I sec. a. C.

Con l’8^ sezione, “Colonia e Municipia. Religio e lusso”, all’interesse storico e archeologico si aggiunge la spettacolarità dei molti reperti esposti nella mostra. Il “lusso”, “luxuria”,  si diffuse  con l’irruzione di nuovi modelli culturali e  comportamentali a seguito della cospicua disponibilità di risorse economiche  – provenienti dai bottini di guerra e dalla tassazione, da metalli preziosi come oro e argento e da materiali pregiati come marmi e altre pietre di valore disponibili in Grecia, Asia Minore ed Africa – dell’impetuoso sviluppo degli scambi commerciali anche su nuove rotte e del forte afflusso di schiavi come “manodopera servile”.

La trasformazione nel I sec. a. C. dopo la guerra sociale aveva riguardato  Roma, passata da austera città “etrusca”  alla raffinatezza greca di  “polis hellenis”, poi si diffuse nei “municipi” delle zone di conquista del  Mediterraneo . Si manifestò, in particolare, nell’architettura pubblica e privata che rivoluzionò l’assetto urbanistico e i singoli edifici con innovazioni edilizie ed elementi ornamentali come rilievi e statue: si manifestò nei templi e nei fori, nelle mura cittadine  e nei complessi funerari, nei santuari e nelle ville private. 

“Corredo della “tomba dei due guerrieri – Vaso listato’“, III sec. a. C,

In  mostra sono esposti reperti con 5 tipi di testimonianze, per lo più del I sec. a. C., di cui ne citiamo alcuni.

 Gli affreschi:  la ”Rappresentazione di Iside Fortuna e di un giovane nudo con incisione graffita” e “Affresco con anatre appese e antilopi”.

I  rilievi: “con processione funeraria” e  “con suonatrice di cetra da un monumento funebre, e i rilievi votivi ” con il recupero dal mare di una statua di Ercole”e “con figura femminile stante (Arianna o Proserpina)  e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo)”.

Le lastre e le are: 2 lastre di rivestimento “con la contesa di Ercole e Apollo per il tripode delfico” e “con Perseo che offre ad Atena la testa di medusa”, 2 oggetti “colpiti da un fulmine e seppelliti ritualmente”, antico rito di origine etrusca in risposta al segno divino rappresentato dalla caduta del fulmine con il seppellimento, da parte dei sacerdoti, di tutto ciò che ne era stato colpito, e del fulmine stesso identificato in una pietra segnata, con un piccolo tumulo, cerimonia accompagnata da canti funebri, preghiere e dal sacrificio di una pecora”; un’ara “circolare decorata con i Dodici Dei”, al centro Zeus, derivata dal “dodekatheon” di Prassitele per il tempio greco di Artemide Soteira a Megara, e per questo espressione della grande statuaria greca del IV sec. a. C.    

“Stipe votiva della dea Reitia”, IV sec. a. C.

I  vasi: 2 coppe, di cui  una decorata con tralcio vegetale, , un cratere, a calice con anse a volute, un’anfora, una brocca e un’urna con coperchio, un vaso decorativo a forma di leogrifo.

Le statue: dalla “”Triade capitolina” alla “Statua di Apollo lampadoforo”, dalle  6  “Statuette di divinità domestiche ed elementi decorativi da un larario”,  alle 2 “Teste ornate di Atena ed Esculapio”.

Solo teste scolpite figurano nella 9^ sezione della mostra, “Nos sumus Romani. I volti dell’Italia romana”:  un diecina di busti che testimoniano  la tendenza, nel I sec. a. C., da parte dei ceti dirigenti locali e della classe libertina,  a farsi immortalare con il ritratto scultoreo per eternare la propria immagine e trasmettere attraverso questa i valori propri e della famiglia. Oltre ai ritratti “privati” ebbero sviluppo quelli pubblici, di sovrani, filosofi e altri personaggi del mondo ellenistico.

“Sculture frontali da un edificio templare
Frammento di testa maschile (Ercole)”, II sec. a. C..

Un busto è personalizzato: il “Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide”, prima metà del I sec. d. C, il personaggio viene raffigurato dall’espressione ferma e autorevole, il busto è stato rinvenuto in una colonia greca sorta nel 540-53 con il  nome di Elea, patria di Parmenide, in un vasto complesso monumentale, la “Scuola dei medici eleati” di Velia, complesso monumentale dove oltre a queste erma ne furono trovate altre senza testa ma attribuite a dei medici associati nel rito ad Apollo guaritore, lo stesso Parmenide era chiamato “medico e guaritore” simbolo della memoria collettiva evocata dal “sapere antichissimo” di cui era portatore.

 Gli altri busti scultorei che citiamo sono 2 “Ritratti maschili”, 4 “Ritratti femminili” e 1 “Ritratto di intellettuale”.

“Architetture greche in frammenti,” III sec. a. C.

La 10^ e ultima sezione della mostra approda a “Tota Italia. L’Italia unita nel nome di Augusto”, è l’apoteosi della potenza del “princeps”, che si riassume nel giuramento di “Tota Italia” riportato nelle “Res Gestae”, il testamento politico e l’esaltazione delle imprese dell’imperatore. Siamo nel 32 a. C., così gli Italici si schierarono con Ottaviano nel suo scontro vittorioso contro Marco Antonio e Cleopatra tacciati di immoralità e corruzione laddove Augusto in una Italia  a lui alleata diventava il simbolo delle virtù tradizionali: ed effettivamente  la sua azione fu improntata a una severità e austerità di costumi che lo portò a esiliare a Ventotene la figlia Giulia in una villa solitaria che ha preso il suo nome, per punirla di comportamenti contrastanti con i rigorosi principi morali. 

 Lo stesso nome di Augusto richiamava una spiritualità al confine con la divinità, e un sistema di valori che trovava nelle espressioni culturali non solo una chiara testimonianza, ma anche un potente veicolo di propaganda e di diffusione. Così si arrivò all’omologazione culturale di “Tota Italia”  in un processo nel quale venivano mantenute le tradizioni locali in quanto confluite nel più vasto alveo della romanità, che si tradusse nella divisione dell’Italia in “Regiones”.

“Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore (gnoma)”,I sec. a. C-I sec d. C.

Fu questa la riforma amministrativa varata da Augusto nel 7 d. C., all’apertura del nuovo secolo così significativo allorché il processo poteva dirsi compiuto anche  a livello delle istituzioni territoriali. Mentre a Roma, centro dell’Italia unificata,  il principe, pur assommando in sé poteri imperiali, formalmente rese omaggio al Senato e al popolo romano di cui esaltava le origini antiche. 

Viene definita “nuova età dell’oro” perché la diffusione del benessere e dei nuovi modelli di vita seguiva un interminabile periodo di guerre che avevano fiaccato la resistenza di tutti; il nuovo sistema di valori, esaltato anche a livello culturale  dalla propaganda augustea, si manifestava in tanti campi, fino al livello architettonico e decorativo interessando fasce sempre più vaste di popolazione.

“Ara circolare decorata con dodici dei”, seconda metà I sec. a. C.

La stirpe augustea viene evocata con le  teste  scolpite quasi tutte del  I sec. d. C. di Livia, Agrippina Maggiore e Ottavia Minore, manca la testa della figlia Giulia, evidentemente non immortalata avendo disatteso la severità dei costumi del nuovo corso, come si è sopra ricordato; ci sono, invece, le teste di Germanico, Tiberio e Giulio Cesare.   Ma non sono le sole espressioni simboliche: a parte la “Meridiana con rappresentazione dei segni zodiacali”, e la “Meridiana tascabile”, troviamo   il “Rilievo con la rappresentazione di un tempio”  e  due opere che inneggiano ai trionfi di Augusto: il “Rilievo con Vittoria e trofeo” e “L’ala di Vittoria”, sempre del I sec, il primo a.C,, il secondo d. C.. E, per concludere, il “Ritratto di Augusto con il capo velato” , l’immagine del  romano devoto intento a officiare un sacrifico, con il velo della toga, l’abito tradizionale da lui valorizzato, simbolo di purezza morale.

“Tota Italia”  andò a compimento con lui, perciò con questa immagine edificante ci piace chiudere la rievocazione, attraverso la ricostruzione storica e i preziosi reperti in mostra, del lungo processo che portò il “mosaico di popoli” alla romanizzazione valorizzando tradizioni e simboli fusi nel crogiolo della romanità. 

“Ritratto maschile”, seconda metà I sec. d. C.

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com sulla mostra di Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019 per la punizione a Marsia da parte di Apollo nella musica, la mostra di Augusto 9 gennaio 2014, e in www.archeorivista.it “Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, per la punizione a Giulia, la figlia di Augusto. (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli, disponibili, saranno trasferiti su altro sito).

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Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza quasi completa delle 10 sezioni – manca la 1^ – con la 10^, oltre che al termine della sequenza anche all’inizio per dare subito l’immagine-simbolo, “Ritratto di Augusto con il capo velato” fine I sec. a. C.; seguono, “Corredo della ‘tomba dei due guerrieri’- Bacino rituale, podoripter, a figure rosse” III sec. a. C., e “Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico” IV-III sec. a. C.; poi, “Statuetta femminile con velo” IV-III sec. a. C., e “Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano” III sec. a. C.; quindi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus primigenius) “ I sec. a. C.; inoltre, “Rilievo votivo con figura femminile stante (Arianna o Proserpina) e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo)” metà I sec. a. C., e “Ritratto di donna con il capo velato” fine I sec. a. C. – inizio I sec. d. C., età augustea; ancora, “Rilievo con Vittoria e trofeo” I sec. a. C, e continua con la seconda sequenza mancante della 1^ e 3^, “Corredo della “tomba dei due guerrieri – Vaso listato’” III sec. a. C, , e “Stipe votiva della dea Reitia” IV sec. a. C.; prosegue, “Sculture frontali da un edificio templare – Frammento di testa maschile (Ercole)” II sec. a. C., e “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C.; poi, “Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore (gnoma)” I sec. a. C.- I sec. d. C., e “Ara circolare decorata con dodici dei” seconda metà I sec. a. C.; infine, “Ritratto maschile” seconda metà I sec. d. C. e, in chiusura,“L’ala della Vittoria” I sec. d. C.

“L’ala della Vittoria”, I sec. d. C

appositamente

“Tota Italia”, 2. La romanizzazione, riti funerari e lingue, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Continua la  nostra narrazione della mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, svoltasi  alle Scuderie del Quirinale   dal 14  maggio  al  25 luglio 2021 – con esposti oltre 400 antichi reperti del “caleidoscopio” italico unificato da Roma – nel 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dei tempi moderni che coincide con  il 150° di Roma capitale  e con il 75°  anniversario della Repubblica, Dopo la ricostruzione della fase più antica, dal IV al II sec. a. C., passiamo a quella intermedia del II-I sec., fino all’”età dell’oro” augustea, per poi presentare i reperti più antichi esposti in mostra. E’ stata realizzata da Ales S.p.A. con il concorso di oltre 30  Musei e Soprintendenze di Stato con il  contributo dei Musei civici; curatori della mostra, e del  Catalogo  edito da “arte,m”, Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e da  Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano.

“Trono decorato a rilievo”, I sec. a. C;

La ricostruzione storica, di cui abbiamo ricordato  in precedenza le fasi più antiche,  si sposta  al II e I sec. a. C. quando gli italici passarono dall’alleanza con Roma alla ribellione. Come alleati venivano premiati con donazioni da parte dei consoli, Fabrizio Pesando  cita  quelle di Lucio Mummio, console nel 146 a. C. verso i “socii” che lo avevano aiutato a conquistare Corinto nella  Guerra Acaica.

Dalle donazioni ai “socii” italici alle distruzioni dei ribelli nel II-I sec. a. C. 

Testimoniano tali donazioni, iscrizioni  latine e una in “osco”. Altrettanto fece  Scipione in un periodo nel quale oltre a Corinto era stata conquistata Cartagine  e Roma aveva riconosciuto il ruolo degli alleati, come del resto aveva fatto in altre situazioni con la più importante colonia latina in territorio italico, “Fregellae” che forniva addirittura i cavalieri per la guardia del corpo del console.

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“Corredo di una tomba femminile”, III sec. a. C,

Ma anche quando non c’erano alleanze precostituite, i mercanti latini e italici con la penetrazione commerciale portavano nelle terre di conquista costumi e cultura dei romani con i quali si confondevano  anche per la lingua molto simile. In questo senso, nel II sec. a. C. la città di Cuma, dove si parlava in “osco”, chiese di poter  commerciare nella lingua latina che aveva portata internazionale, quindi apriva maggiori possibilità, soprattutto per fronteggiare la concorrenza della vicina colonia romana di Puteoli, chiamata da Lucilio “Delus minor”.

In “osco”, in omaggio alla sua autonomia,  era scritta la “donatio” a favore di Pompei, la città non latina federata con Roma che ne riconobbe il ruolo. In generale, in questi territori si ebbe uno sviluppo economico senza precedenti, evidente tanto nella “publica manificientia” quanto nella “privata luxuria”, come ricorda  Pesando, con particolare riguardo a “Fregllae” e Pompei.

“Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico,” IV sec. a. C.

“Frigellae”  era diventata capofila degli alleati di Roma e la sua crescita impetuosa si manifestava nel moltiplicarsi,  sull’esempio romano, di spazi destinati a cerimonie e istituzioni pubbliche, dal Foro al Comizio, dalla Curia alle Terme, fino ai Templi; mentre le antiche modeste abitazioni private lasciavano il posto a  “domus” con grandi stanze di rappresentanza decorate  con pavimenti musivi.

Ma nel 125 a. C., ribellatasi a Roma perché si vedeva minacciata dalla riforma agraria dei Gracchi, punitiva per gli alleati mentre non venivano accolte le sue richieste di cittadinanza, fu completamente distrutta come era avvenuto per Corinto.

“Statua di Mater con dodici figli,” fine IV sec. a. C.

Pompei  espose la “donatio” del console Mummio nel tempio di Apollo, ristrutturato sull’esempio romano, come per altri edifici, quali il tempio di Giove e la Basilica, il Portico e il Macellum, il Foro Triangolare e il Tempio Dorico. Ma dovette subire la stessa sorte  trent’anni dopo,  per effetto  della Guerra Sociale; dopo l’assedio di Silla del 90-89 a. C., e la capitolazione, divenne colonia romana e nell’’80 si arrivò persino a coprire con l’intonaco la dedica di Memmio quando aveva fatto la “donatio” per riconoscenza. 

Fu soltanto un gesto simbolico, la conquista portò alla confisca di case e terreni, e gli abitanti furono sottomessi al potere di Roma. Lo studioso Pesando  sottolinea come “la Guerra Sociale,  che chiuse  drammaticamente il lungo percorso di alleanza e integrazione  fra Romani e alleati (i ‘socii ’, appunto) fu uno scontro durissimo e atroce, sinistro preludio dei tanti lutti e delle devastazioni che  coinvolsero l’Italia all’epoca  delle guerre civili tra Pompeo e Cesare  prima e successivamente  fra il Divi Filius e Marco Antonio”.  

“Terracotte architettoniche di un edificio templare – – Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.”, II sec. a. C.

Viene citato il caso emblematico dell’”antico santuario federale  e politico dei Sanniti”, Pietrabbondante,  e soprattutto di  Asculum, la moderna Ascoli Piceno dove l’intervento dei Romani  fu ancora più brutale  perché vendicativo dell’uccisione – durante una festa religiosa con la popolazione riunita – del pretore Servilius, mandato dal Senato per scoprire l’origine di una “seditio”: si scatenò dopo un assedio di due anni, con un finale tragico, il comandante si uccise dopo aver fatto uccidere tutti i filo-romani.

“Un cupio dissolvi – conclude Pesando –  che ad Asculum, come in  tante altre città devastate dai conflitti civili, si stemperò solo dopo molti anni, con la faticosa  creazione di un unico, grande soggetto politico e sociale, diviso nelle undici regiones augustee  che rimandavano quasi sempre nei loro nomi al ricordo dei popoli che le avevano abitate”.

“Architetture greche in frammenti”, III sec. a. C.

L’Italia unificata da Roma e prospera con ‘l’età dell’oro“ di Augusto

Da questo finale tragico si passa come per incanto all’”età dell’oro” augustea  in cui rifulge  la “pax romana”, ottenuta e  anzi imposta a prezzo di tante  nequizie, ma tradottasi in un  benessere largamente diffuso con la sublimazione di tutti i motivi di grandezza del Principe. Ne  rievochiamo i principali aspetti con riferimento all’attenta ricostruzione che ne fa  Carmela Capaldi.

Innanzi  tutto spicca la consapevolezza di Augusto di rappresentare, con il suo principato, il culmine di un processo nel quale la conquista dell’Italia con la formazione dell’impero era avvenuta con la forza militare, ma per merito della corretta amministrazione “Roma era stata in grado di  armonizzare le disuguaglianze  garantendo a  tutti pace, sicurezza e prosperità”.

“Cippo di delimitazione del territorio”, 131 a. C..

Lo dimostravano “la magnificenza dell’architettura pubblica e il lusso della vita privata”,  con ville simili a regge persiane, nelle parole del geografo Strabone, rese possibili dalle disponibilità dei materiali nelle città dell’Etruria, Luni con le sue cave di  marmo, Pisa con le cave di pietra ed il legname.  Nel “Res Gestae” Augusto esalta la gigantesca opera di riassetto urbano, di cui parla anche il “De Architectura” di Vitruvio, fino alla celebre espressione di Svetonio secondo cui Augusto aveva trovato “una città di mattoni e la lasciò di marmo”.

La “magnificentia” urbana era “funzionale – osserva la Capaldi – a quel programma di  di rinnovamento culturale ed etico-religioso che il futuro Principe  intraprese già prima di diventare, con la vittoria di Azio su Marco Antonio e Cleopatra  nel 3 a. C., l’arbitro unico dei destini di Roma”. Un  totale rinnovamento, anzi un potente rilancio, “i valori fondanti del nuovo sistema politico furono Pietas e Virtus, la prima richiama il rispetto delle tradizioni religiose nazionali, con la legittimazione della dinastia nelle sue origini; la seconda  l’orgoglio nazionale legato alle capacità militari e anche qui alle origini troiane della “gens Iulia” con il valore insito nella predestinazione di un futuro ora compiutamente realizzato.

“Il recupero dal mare di una statua di Ercole”, prima metà I sec. a. C.

Non era solo propaganda, anche se non mancava l’accorta trasmissione dei messaggi al popolo con immagini e  toni enfatici;  con la fine della guerra civile  si presentava come “rifondatore della città”,  successore ideale del fondatore capostipite della sua casata, tanto che uno dei  primi atti fu  il restauro del tempio di Giove Feretrio dove Romolo aveva consacrato l’armatura strappata  al nemico Acron che aveva ucciso.. Questo unito a gesti altamente simbolici, come la restituzione nel 28 a. C. dei poteri  eccezionali “al Senato e al Popolo” dopo le vittorie in Illiria, Egitto  e ad Azio, mentre di fatto la sua “auctoritas”  ne faceva l’unico  indiscusso reggitore delle sorti della città. 

I luoghi dove ci si riuniva diventavano teatro della sua esaltazione, lo stesso  Foro appariva come lo “spazio di rappresentanza della gloria del Principe e della sua stirpe” mentre  gli edifici e i monumenti sulle glorie passate “diventano sfondo della gloria recente”. Gli viene dedicato il Tempio del divo Julius, facendolo entrare a far parte,  come era stato per Cesare, della religione di Stato: nasce un Foro a  suo nome, spazio pubblico di esaltazione della “gens Giulia”. Sono molti i modi con cui  si realizza, unendo la realtà alla  mitologia e alla leggenda fino alla favoleggiata “età dell’oro”.

“Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe”, metà I sec. a. C

Nelle decorazioni, come nell’interpretazione dei versi di Virgilio, si manifesta  la storia che dalle rovine di Troia alla fondazione di Roma raggiunge il culmine con Augusto,  età dell’oro preconizzata dalla Sibilla Cumana nel segno, oltre che del benessere, della Virtù e della Giustizia; anche nel rigore dei costumi, come dimostra la sua severità nei confronti della figlia Giulia, segregata per punizione in una villa a Ventotene.  “La condotta del principe, che a Roma promuove culti, restaura  e innalza templi – è sempre la Capaldi – finanzia opere di pubblica utilità e di abbellimento della città, coinvolgendo nella committenza  a vari livelli tutta la comunità, si riflette nell’incremento delel attività edilizie  nelle regioni d’Italia  e nelle provincie dell’Impero”.

In ogni città italica, divenuta romana, sorgono edifici, monumenti e statue  dedicati ad Augusto e alla sua famiglia, o si rinnova il patrimonio edilizio esistente, soprattutto pubblico, con ampio uso di marmo  oppure, se il marmo non è disponibile, di pietra calcarea.  Vanto dell’imperatore era aver fondato 28 colonie  all’insegna del benessere degli abitanti, e di avere donato terre ai veterani rimasti a stabile presidio dei territori occupati.

“Rilievo con raffigurazione di un tempio”, prima metà II sec. d. C,

In  tal modo si crea  una “corrispondenza d’intenti tra  governante  e governati” nel clima molto favorevole di benessere economico e riconquistata pace dopo tante guerre sanguinose, sia all’esterno, sia all’interno con la guerra civile e quella fra i triumviri.  L’”Ara Pacis Augustae”  decisa  il 4 luglio del 13 a.C. (un altro 4 luglio….!) e  “consacrata” nel 9  a. C. “rappresenta la sintesi di quel campionario iconografico  messo in  essere dalla propaganda augustea  per comunicare il messaggio di riconciliazione e rinascita  da cui prendeva forza il nuovo ordine politico”. 

Era riuscito a ricomporre a unità il caleidoscopio e il variegato  mosaico di genti e costumi, nonostante le guerre intestine e le distruzioni punitive, mediante una romanizzazione discreta ma penetrante  e lo proclamava: ma non era propaganda, bensì realtà tangibile e inconfutabile.

“Corredo della “tomba dei due guerrieri’“, III sec. a. C.

La galleria dei reperti, i riti funerari  e le lingue

La storia  che abbiamo brevemente riassunto sulla base dell’accurata ricostruzione fatta per la mostra dagli studiosi citati, a partire da Osanna  e dalla Verger,  si snoda come in un film nelle 10 sezioni della galleria espositiva dei reperti dal IV sec. a. C. all’era di Augusto, a cavallo tra il I a.C. e il I d. C.  Con una 1^  sezione intitolata Tota Italia nella quale sono esposti 3 reperti di quest’ultimo arco di tempo: “Monumento funerario con  fanciulle danzanti” e “Trono decorato a rilievo”  del I sec. a. C, “Altare dedicato a Marte, Venere e Silvano” del I sec. d. C. Sono emblematici per raffinatezza e perfezione  stilistica dei rilievi, il primo funerario, gli altri dedicati uno agli dei, l’altro al sovrano.

Si entra subito nel cuore delle diversità italiche e della  progressiva romanizzazione  nella 2^ sezione sui Riti funerari nei quali le differenze sono marcate: al Nord vigeva la cremazione con raccolta delle ceneri in un’urna, in Etruria la tomba “a camera” richiamava l’abitazione lasciata, al Centro e al Sud  un ricco corredo con gli oggetti più amati che lo accompagnavano nell’al di là, in Magna Grecia simboli che ne attestavano la posizione sociale.

“Stele in lingua osca con cinghiale”, IV sec. a. C.

Una “Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto” apre la galleria, testimoniando le tombe dipinte a Paestum e nel lucano, espressione di un fiorente artigianato: una  donna porge un vaso a un guerriero  a cavallo, siamo nella 1^  metà  del III sec. a. C.; di un secolo  più antica la “Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero”, risale alla 1^ metà del IV sec. a. C., stessa forma di accoglienza con una scena più nitida e di più ampio respiro.

Frequenti  nelle tombe le immagini di armati e armature vere, per lo più pesanti in Etruria e Magna Grecia, leggere  da cavalleria al Sud,  in Lucania, ma anche al Nord nella terra dei Veneti. Le vediamo nel “Corredo della ‘tomba dei due guerrieri’”, sepolti in momenti distinti nella stessa  tomba “a camera” rinvenuta a Lavello,  nella 2^meà del IV sec.: elmo “a bottone” e corazza insieme a un “bacino rituale” a figure rosse con un auriga sul carro trainato da due cavalli, un vaso  con linee istoriate, e soprattutto un vaso e delle brocche a decorazione plastica e policroma

“Ercole in riposo con dedica
a M. Attius Peticius Marsus”, II sec. a. C.

Inoltre facciamo la scoperta del “Corredo di una tomba femminile”. dalla necropoli del “Ricovero di Este”, con un “modello di mobile” istoriato da cavalli al galoppo, e una serie di oggetti di abbigliamento che mostrano come  le donne si adornassero nel III sec. a. C.  Ed ecco una corona con elementi che richiamano forme vegetali e bracciali dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia Corona; poi  componenti di una collana,  fibule e orecchini d’oro,  fino a uno “Specchio a scatola con coperchio decorato a sbalzo”  in cui viene rappresentata Afrodite seminuda con intorno degli Eroti, dalla tomba  a Canosa di Taranto, di una defunta d’alta  classe, dato che oltre alla specchio sono stati trovati un diadema, oggetti d’oro, d’argento  e ceramiche.

Un terzo tipo di corredi funerari era rappresentato dai servizi per banchetto, soprattutto per la carne e il vino che erano le principali componenti del pranzo. Le differenze  anche qui sono notevoli, nei modi con cui si procedeva al pranzo, e nel vasellame utilizzato, tra le forme etrusche e greche, celtiche e italiche. 

“Terracotte architettoniche da un edificio templare”, II sec. a. C. C

Fanno parte del “mosaico di popoli” che oltre negli usi e consuetudini si manifesta con particolare evidenza nelle Lingue, cui è dedicata la 3^ sezione,  che riflettono le diverse culture: si va dall’etrusco all’osco, dall’umbro al venetico,  fino al latino arcaico, con notevoli differenze nell’alfabeto e nella costruzione delle parole,  nella grammatica e nella sintassi.

Ciò si riscontra sia se provengono dallo stesso ceppo  sia da altri, tutte fortemente identitarie fino a  quando  sono state soppiantate dal  latino che divenne la lingua ufficiale; ma non solo  restarono  a lungo nel parlato comune, ma hanno influenzato il  latino classico, evoluzione del latino arcaico, e le lingue moderne sue derivate. 

“Architetture greche in frammenti” III sec. a. C.

Il “mosaico di lingue” è evocato nella mostra dall’esposizione di reperti molto antichi. Spettacolare  la “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico”, detta “Ficoroni” dall’antiquario e primo proprietario, IV sec. a. C., rinvenuta nel 1738  nella necropoli di Colombella a Palestrina, l’antica Praeneste: con due ricchi fregi su un episodio degli Argonauti, scene idi caccia al cinghiale, termina con piedi in bronzo raffiguranti zampe feline che schiacciano una rana, al culmine un gruppo di 3 statuette in bronzo fuso  con Dioniso e satiri.

E’ esposta anche la “Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico” un po’ meno antica, IV-III sec. a. C., rinvenuta nel Santuario italico di Fonte Decima vicino a Cassino, spuntata e piegata come offerta votiva, derivata da modelli celtici,  con una stella di tipo mediterraneo  a otto punte e la scritta affine  quella della cista Ficoroni appena citata con la firma dell’artigiano, dal nome osco, si legge in caratteri capitali “Pomponio”.   

“Statua di Marsia con ceppi da schiavo”, III sec. a. C.

Del IV sec. a. C. la “Stele in lingua osca con cinghiale”, rinvenuta nel 1889  nel santuario del Fondo Patterelli nella zona dell’antica Capua, con inciso il nome osco dell’offerente, un cinghiale e una focaccia che rappresentavano le offerte rituali del santuario.

Più recenti, “Testo giuridico  in lingua etrusca”, II sec. a C.,  da Cortona, vediamo esposte 7 tavolette incise con chiari caratteri in lettere capitali, e “Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco”, del 100 a. C., ritrovato vicino Piacenza nel 1887, testimonianza preziosa del rituale di predizione del futuro dalle viscere degli animali, nel caso il fegato, come organo connesso con l’origine del sangue, quindi della vita.  

Dalle lingue nelle versioni funerarie alle religioni il passo è breve,  si entra sempre di più nell’anima delle popolazioni con le diversità amalgamate nel crogiolo della romanizzazione. Ne parleremo prossimamente dando conto delle ultime 6 sezioni della mostra: i culti e  i contatti col Mediterraneo, le guerre e l’organizzazione del territorio,  il lusso e i volti dell’Italia romana, con il finale sull’Italia “unita” nel nome di Augusto.

“Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre”,
seconda metà I sec. a. C.

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com sulla mostra di Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019 per la punizione a Marsia da parte di Apollo nella musica, la mostra di Augusto 9 gennaio 2014, e www.archeorivista.it “Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, per la punizione a Giulia, la figlia di Augusto. (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli, disponibili, saranno trasferiti su altro sito).

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza completa delle 10 sezioni, “Trono decorato a rilievo” I sec. a. C; seguono, “Corredo di una tomba femminile” III sec. a. C., e “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico” IV sec. a. C.; poi, “Statua di Mater con dodici figli” fine IV sec. a. C., e “Terracotte architettoniche di un edificio templare” II sec. a. C.; quindi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Cippo di delimitazione del territorio” 131 a. C.; inoltre, “Il recupero dal mare di una statua di Ercole” prima metà I sec. a. C., e “Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe” metà I sec. a. C.; ancora, “Rilievo con raffigurazione di un tempio” prima metà II sec. d. C, e continua con la seconda sequenza mancante della 1^ e 9^, “Corredo della “tomba dei due guerrieri’” III sec. a. C, , e “Stele in lingua osca con cinghiale” IV sec. a. C.; prosegue, “Ercole in riposo con dedica a M. Attius Peticius Marsus” II sec. a. C., e “Terracotte architettoniche da un edificio templare– Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.; poi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Statua di Marsia con ceppi da schiavo” III sec. a. C.; infine, “Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre” seconda metà I sec. a. C. e, in chiusura,“Ritratto di Giulio Cesare” inizio I sec. d. C.

“Ritratto di Giulio Cesare”, inizio I sec. d. C.

“Tota Italia” , 1. La grande mostra dell’Unità nazionale, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Si è svolta, alle Scuderie del Quirinale, la mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, celebrativa  del 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dei tempi moderni attraverso la ricostruzione, documentata da un’accurata ricerca storica, di un itinerario epocale  evocato mediante più di 400 reperti dell’antichità che ne segnano lo diverse tappe.  Ricorre anche il 150° di Roma capitale,  legata  alla composizione dell’identità italica dai tempi più antichi,  e il 75°  anniversario della Repubblica,  un tris d’assi che viene calato, per così dire, nella sede espositiva assurta a un livello istituzionale da quando, da pochi anni, è stata affidata ad  Ales S.p.A. del Ministero della Cultura con presidente e A.D. Mario De Simoni.  La mostra, aperta il 14 maggio, si è chiusa il  25 luglio 2021, ma la sua importanza va ben oltre il troppo breve periodo espositivo per la permanente validità della ricostruzione storica e artistica effettuata. Alla realizzazione, con Ales S.p.A.  hanno concorso oltre 30  Musei e Soprintendenze di Stato con il contributo dei Musei civici. E stata curata, come anche il Catalogo edito da “arte,m”, da Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e da  Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano

“Monumento funerario con fanciulle danzanti”, metà I sec. a. C

“Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua”, è la citazione che rappresenta  la prova della compiuta unità nazionale nell’antichità e da il titolo alla mostra, con essa si apre la presentazione del Ministro della Cultura Dario Franceschini che osserva: “Così nelle sue ‘Res Gestae’ Ottaviano Augusto, che con le sue parole attribuiva alla nazione italica la libera scelta di combattere al suo fianco nella guerra civile che lo contrapponeva a Marco Antonio, esprimeva l’idea della totalità dell’Italia”.

Un’unità sostanziale che precede di almeno 3 secoli l’impero augusteo, ma  conclamata soltanto dal divo Augusto “anche ai fini dell’autorappresentazione del Princeps”, osserva il curatore Massimo Osanna.  S ricomponeva, nelle forme e con i protagonisti più diversi, in occasione delle guerre, con e contro Roma,  con la quale pure veniva vantata una contiguità di fronte alla quale  la Città Eterna aveva un atteggiamento mutevole a seconda delle situazioni e convenienze; i  “barbari”, invece, erano i popoli insediati all’esterno, ben diversi dalla “gens italica”.

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“Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero”, prima metà IV sec. a. C.,

Ma l’identità italica non si manifesta solo nell’alleanza in guerra, come quella che sottostava  all’espressione augustea. “Il nome Italia – nota il presidente di Ales Mario De Simoni – cessò di essere un’espressione geografica ma indicò invece una unità politica, amministrativa, giuridica, la penisola chiamata Italia che, pur nel potere centrale riconosciuto nella figura del reggitore, ricomponeva  e saldava il caleidoscopio etnico della Penisola”.  E cita il programma imperiale per i bambini bisognosi, “alimenta Italiae”, come un antesignano del moderno “welfare”, in nome di una condivisione anche a livello sociale  estesa all’intera  Penisola considerata Italia a tutti gli effetti.  Ma sebbene l’unificazione augustea avvenisse nel segno di Roma, veniva mantenuta la divisione regionale con le sue diversità unite nella consapevolezza di un destino comune.

E’  proprio il “caleidoscopio etnico”  evocato da De Simoni, ricomposto unitariamente, ad essere presentato nella mostra  con una accurata ricognizione basata sui fattori identitari che sono strettamente  legati alle culture radicate nel tempo.

“Testo giuridico in lingua eterusca”, II sec. a. C.

Il curatore Osanna sottolinea le difficoltà incontrate per la carenza e tendenziosità delle fonti letterarie, spesso celebrative della funzione civilizzatrice di Roma, quindi tendenti ad oscurare le civiltà autoctone, che spiccano con chiarezza negli antichi reperti risultati rivelatori, pur con le mancanze dovute al “naufragio” di parte della documentazione archeologica più antica. 

Su questi  reperti è costruita la mostra, una suggestiva immersione nell’antico resa possibile  dalla mobilitazione dei nostri musei che – afferma con legittima soddisfazione  De Simoni – “hanno fatto ‘rete’ per poter raccontare, in un momento tanto difficile,  un così significativo periodo della storia del  nostro Paese”  mostrando “una storia e un patrimonio  culturale unico al mondo”.

“Statua di offerente in trono con porcellino”, IV-III sec. a. C.

Le premesse più antiche dell’integrazione di Augusto

E’ una storia delle quale ci sembra necessario o comunque utile dare le principali coordinate in modo da collocarvi poi i reperti delle varie epoche che la documentano.

 Partendo dall’Italia meridionale,  viene individuato l’inizio di un progressivo accorpamento – che da interessato e spesso forzato diventa  naturale e condiviso – nella “deditio” di Capua, che si consegnò a Roma e fu inclusa nel suo territorio allorché era assediata dai Sanniti: siamo nel 343 a. C.  Seguono le colonie latine di Luceria e Venusia, fondate nel 314 e 291 a. C., con i coloni laziali spostati in zone non abitate portandovi costumi e tradizioni, e ulteriori  interventi di Roma nel 285 a. C.  in aiuto di Thurii assediata dai Lucani, fino alla resa,  nel 206 a. C.,  di Taranto che si opponeva alle incursioni romane nel suo territorio, cui seguì la fondazione della colonia latina di Paestum.

“Statua di pugile in riposo”, I sec. a. C.

In termini punitivi,  si verificava l’ampliamento dell’”ager publicus”  romano con le confische pur restando molto territorio agli Italici con i quali fu stretto un “foedus”.  In altre aree  sorgono colonie romane e latine. Benevento e Crotone tra le prime, Thurii e Hipponium tra le seconde, è l’inizio del II sec. a. C., nel 123 a. C. è la volta di Taranto  e Scolatium. 

Ma è con la “guerra sociale” del 90 a. C. che si ha una prima definizione  dell’assetto territoriale,  questa volta con gli Italici non “socii” di Roma, ma insorti contro la sua egemonia, in nome della libertà  chiamarono “Italica”  la loro precaria capitale e coniarono monete con la scritta “Italia” rivendicando la “consanguineità” con Roma, come aveva fatto essa stessa: “Del resto – ricorda Osanna –  già dal III secolo a. C. Roma  nei rapporti con territori esterni alla Penisola aveva utilizzato  il concetto di Italia in senso etnico-culturale, come forma efficace di autorappresentazione”.

“Piatto votivo con raffigiurazione di elefante da guerra”, III sec. a. C.

E precisa: “Si trattava non di una identità sostitutiva che annullava  quella delle genti italiche ma di una sorta di  veste identitaria aggiuntiva  che si affiancava a quella delle varie genti  che componevano la Penisola”. Non era  mera promozione, ma autodifesa per scoraggiare gli Italici ad unirsi ai nemici, come nella 2^ guerra punica  quando tendevano a passare con Annibale perché lo immaginavano vincitore o temevano il dominio  di Roma.   

Alla conclusione della “guerra sociale”  fu concessa la cittadinanza romana  agli “Italici” per cui l’intero territorio divenne “romano”,  aggiungendo alla naturale integrazione sotto l’aspetto geografico quella politica e quella istituzionale. Nacquero i municipi omologando le diverse origini e radici,  romane-latine, italiche e anche greche, in particolare al Sud, terra della Magna Grecia.   

“Tabula con una legge latina, riutilizzata per una legge in lingua osca”, II-I sec. a. C.

Quando  “l’Italia nella sua interezza prestò giuramento per me di sua spontanea volontà” – sono le parole di Augusto della “Res Gestae”  che abbiamo riportato all’inizio  nella citazione testuale del ministro Franceschini – è andato a compimento un processo in atto da tre secoli con fasi alterne: era il 32 a. C. e non fu soltanto la conclusione formale di un fatto sostanziale, bensì un evento  destinato ad avere effetti concreti molto rilevanti.

 Solo con l’età di Augusto, spiega Osanna,  “questo processo di unificazione potrà dirsi pienamente concluso anche da un punto di vista culturale  e il concetto diventerà un formidabile strumento di consenso”. Ed ecco come: “Invocando la diversità degli altri si cementava così l’identità interna di una nazione nata da un mosaico di popoli  e la cultura diventava uno strumento essenziale nella presentazione di questa unità, riconoscibile in tutti i tratti della vita quotidiana… e della religione”,  anche nella “materialità degli oggetti, la monumentalità delle architetture,  le decorazioni scultoree e pittoriche degli spazi di vita”. Unità voleva dire appartenenza e anche riconoscibilità di un tessuto comune, partendo da differenze identitarie, in un arricchimento a vantaggio di tutti.

“Rappresentazione di Iside-Fortuna e di un giovane nudo con iscrizione graffita”, I sec. d. C.

De Simoni ha parlato di “caleidoscopio”, Osanna di “mosaico di realtà”  e definisce  “il panorama etnico e sociale” che si presenta a Roma nella sua progressiva espansione “estremamente disomogeneo”: perciò Roma lo affronta “con strumenti duttili” e “soluzioni diversificate”, per procedere all’integrazione.

Nei territori meridionali, con la sconfitta di Taranto, la penetrazione latina va via via scalzando la “grecità autonoma” con un ridimensionamento del ruolo delle città e il declino nelle necropoli  del modello “democratico”  dell’uniformità delle tombe della classe media  per tombe anche monumentali con ricchi corredi  pervenuti a noi come preziosa testimonianza.  

“Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide”, I metà I sec. d. C.

Nella colonia “Neptunia” e  in “Heracleia” , nelle sue vicinanze,  si hanno esempi significativi dell’inserimento di una nuova comunità  a fianco di quella greca con diverse tradizioni e modelli culturali. L’edilizia, con la spinta delle guerre che vi portavano  il mondo romano, si evolve dal peristilio greco e dal cortile a  grandi ambienti decorati e pavimenti a mosaico, con ampi porticati. Questo avviene per chi si sa adattare alle nuove condizioni, mentre i ceti medi decadono e lo si vede nella riduzione del “municipium” con larghe zone disabitate.

L’antica colonia greca di Poseidonia  diventa colonia latina nel 273 a. C. dopo la trasformazione in centro lucano molto dinamico, anche a Paestum  viene affiancata  “una nuova città nella città”   con la trasformazione dell’impianto viario  e dell’assetto urbanistico, creando spazi per le funzioni pubbliche e i negozi per le attività commerciali. Ai santuari greci ooriginari si aggiungono  quelli per le divinità romane, ad  Athena – a Roma Minerva – si affiancano Giove, Giunone e Apollo. 

“Ritratto di Livia”, fine I sec. a. C.

Lontano dalle radici nella Magna Grecia, nel territorio appenninico poco urbanizzato si tende a concentrare gli insediamenti,  prima sparsi,  in strutture di tipo cittadino sui modelli  coloniali latini. Nei monti della Lucania, invece, gli insediamenti abitativi già nel IV sec. a C. erano andati evolvendo verso strutture accentrate, anche circondate da mura, con la forma delle città, e i luoghi sacri venivano separati dagli altri, nel territorio coltivato sorgevano fattorie con colture anche specializzate.

Questo accadeva fino a quando con le guerre  di Annibale e le guerre sociali il territorio si spopola anche per effetto delle confische che estendevano l’”ager publicus” destinato spesso  a pascolo, ponendo fine a molti insediamenti preesistenti, anche se venivano mantenute le culture specializzate per i ceti più elevati.

“Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto”,
primi decenni III sec. d. C.

Ne è derivato un impoverimento non solo del territorio, ma dell’intero tessuto sociale  tanto che Strabone, riguardo ai Lucani, ha scritto parole inequivocabili all’epoca di Augusto: “Non sussiste più alcuna organizzazione politica comune  a ciascuno di questi popoli,  e i loro costumi particolari, di lingua, di armamento, di vestiario e di altre cose del genere,  sono scomparsi”.

Con la precisazione: “E d’altronde, considerati singolarmente e a parte, questi insediamenti sono praticamente trascurabili”. Commenta Osanna al termine dell’accurata ricostruzione: “Del resto anche negli altri territori, all’epoca di Augusto, si doveva conservare assai poco degli antichi mores.  Un mondo nuovo era cominciato”.

“Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco”, 100 a.C. circa

Lingua, armamenti,  corredi funerari,  dell’ibridazione italica più antica

Sugli antichi “mores”  e sul processo evolutivo  si soffermano altri studiosi nella loro rievocazione storica affiancata a quella del curatore Osanna. L’altra curatrice Stéphane Verger punta la sua attenzione su un evento, la battaglia di Sentino, che fece da catalizzatore, per così dire,  negli equilibri instabili dei popoli italici rispetto a Roma. I Sanniti sconfitti crearono  una coalizione con Etruschi, Umbri e Galli, ma era così precaria che i primi due popoli ne uscirono su pressione dei contingenti romani prima che l’alleanza si concretizzasse.  La presenza, in diverse collocazioni, del “mosaico variegato dei popoli insediato intorno a Roma”, fornisce l’occasione per passare in rassegna le differenze negli aspetti più evidenti della loro presenza nel territorio.

Si confrontavano le più diverse organizzazioni politico-sociali dell’Italia, con le più diverse forme di organizzazione cittadina, accentrata o decentrata di tipo tribale nel territorio; e le diversità più evidenti pur con i segni della contaminazione e dell’omologazione.

“Stipe votiva dlla dea Reita – Statuetta di guerriero a cavallo”, IV sec. a. C

In primo luogo la lingua: “a Sentino, i vari eserciti presenti parlavano una  moltitudine di lingue”, ma sembra non fosse una Torre di Babele perché la più diffusa lingua “osca”, e le lingue  dei Lucani e dei Bretti erano affini, e  anche la lingua latina non era molto diversa, come non lo era quella degli Umbri.   Invece  nell’Italia centrale, particolarmente nel versante adriatico, alla locale lingua italica, affine alle “osche” e umbre, si aggiunge la “lingua indoeuropea allogena” dei Senoni, del tutto diversa, proveniente dai Galli dell’Europa centrale di cui tale popolo faceva parte come gli altri gallici insediatisi al Nord d’Italia  — in particolare Lombardia e Piemonte  dove si parlava un dialetto gallico sin dal VII sec. a. C.- e scesi fino alla zona adriatica.

Nella città di Felsina, i Galli sopraggiunti si fusero con la popolazione locale parlando l’etrusco, la lingua in uso nella futura Bologna da cinque secoli, che risultava molto diffusa oltre che nell’antica Etruria, nei centri etruschi campani, italici e perfino a Roma.   Anche i Celti nel IV sec. a. C., con le unioni  e i contatti  di ogni tipo con quelle autoctone, parlavano l’”osco” e l’umbro, il piceno e il venetico. nei rispettivi territori, come  risultato della convivenza  tra popolazioni  galliche e italiche.

“Terracotte architettoniche di un edificio templare – Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo a palmette alternate”, II sec. a. C.

Sul piano militare, tale contaminazione e ibridazione è confermata  dalle tattiche dei tanti contingenti schierati a Stettino:  diventavano assimilabili nel comportamento dei soldati che si conoscevano e avevano combattuto come alleati e anche come nemici, sebbene in astratto si differenziassero tra “quella romana, ordinata e misurata, e quella sannitica e gallica, confusa e precipitata”.  Gli armamenti italici spesso si ispiravano a forme allogene, come l’elmo etrusco dalla forma dei primi elmi celtici, diffuso largamente in Italia  dal Nord al Sud tra la gran parte dei popoli, dai Liguri e i Galli ai Piceni, Sanniti e Lucani,  fino ai Romani; così per lo scudo e la lancia.

 Nei corredi funerari del Nord e del centro Italia nel IV  e III sec. a. C. lo stesso fenomeno di “ibridazione culturale”: in una tomba nella Felsina una spada celtica di ferro insieme a un elmo etrusco di bronzo, vasellame  etrusco e oggetti delle popolazioni guerriere italiche di allora.

“Rilievo con navi da guerra”, terzo quarto del I sec. a. C.

 Nel corredo della  tomba detta  “Nerka Trostaia” ad Este, gli oggetti rappresentano “tutta la storia e la  topografia culturale dell’Italia pre-romana, dal momento preciso in cui, nell’Italia centrale  e meridionale, Roma comincia  a prendere il sopravvento sui suoi vari avversari”: con elementi di vario tipo greci ed etruschi  insieme ad altri introdotti dai Galli, in particolare nell’abbigliamento.  

L’ibridazione era indotta dai “collegamenti culturali e diplomatici da una parte all’altra dell’Adriatico”, anche tra Taranto e la Magna Grecia fino alla Pianura Padana attraverso il Piceno, evitando così i territori controllati da Roma;  fino a quando,  con la presa di Taranto nel 272 a. C. e l’assoggettamento di Sanniti, Piceni e  Umbri, fondata nel 268 la colonia latina di  Amminium, Roma controllava lo sbocco sull’Adriatico cui era collegata dalla via Flaminia. “A partire dal 220 a. C. – conclude la Verger –  si potevano impostare le tappe dell’ultimo conflitto  con i Galli della Cisalpina, con il quale  si sarebbe conclusa la totale presa di possesso della Penisola”.

“Iscrizione in lingua osca con riferimento
alla viabilità di Pompei”, II sec. a. C.

Siamo nella fase più antica del processo che culminerà nella piena omologazione augustea la quale sarà florida nello sviluppo economico, nella trasformazione urbana nel segno dell’opulenza, e nelle virtù civili oltre che militari, come nell’auto-rappresentazione del Princeps collegata agli antichi valori della più nobile discendenza dal fondatore di Roma. Ma prima ci sarà la fase intermedia, tra il II e il I sec. a. C. nella quale dalle alleanze e condivisioni con Roma si passa alle repressioni per una “pax romana” fondata sull’assoggettamento di popoli peraltro accomunati ormai alla Città eterna nel processo di “ibridizzazione” di cui abbiamo ricordato gli inizi.

Di queste due  ulteriori fasi – romanizzazione forzata del I e II sec. a C. e consacrazione di Augusto – parleremo prossimamente iniziando anche la rassegna dei reperti esposti in mostra che ne danno la documentazione visiva e l’emozione per un contatto così stretto  e diretto con l’antico; rassegna che concluderemo successivamente.    

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“Triade capitolina”, II sec. d. C. “Ritratto femminile” seconda metà I sec. a. C

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra.

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza completa delle 10 sezioni, “Monumento funerario con fanciulle danzanti” metà I sec. a. C; seguono, “Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero” prima metà IV sec. a. C., e “Testo giuridico in lingua eterusca” II sec. a. C.; poi, “Statua di offerente in trono con porcellino” IV-III sec. a. C., e “Statua di pugile in riposo” I sec. a. C.; quindi, “Piatto votivo con raffigiurazione di elefante da guerra” III sec. a. C., e “Tabula con una legge latina, riutilizzata per una legge in lingua osca” II-I sec. a. C; inoltre, “Rappresentazione di Iside-Fortuna e di un giovane nudo con iscrizione graffita” I sec. d. C.; ancora, “Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide” I metà I sec. d.C., e “Ritratto di Livia” fine I sec. a. C.; continua con una nuova sequenza, mancano la 1^ e 10^ sezione, “Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto” primi decenni III sec. d. C. e “Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco” 100 a.C. circa; prosegue, “Stipe votiva dlla dea Reita – Statuetta di guerriero a cavallo” IV sec. a. C., e “Terracotte architettoniche di un edificio templare– Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo a palmette alternate”, II sec. a. C.; poi, “Rilievo con navi da guerra” terzo quarto del I sec. a. C., e “Iscrizione in lingua osca con riferimento alla viabilità di Pompei” II sec. a. C.; infine, “Triade capitolina” II sec. d. C. e, in chiusura,“Ritratto femminile” seconda metà I sec. a. C.

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Ritratto femminile” , seconda metà I sec. a. C

11 settembre 2001, 4. La ripresa volitiva, da “Ground zero” la mobilitazione per l’umanità

di Romano Maria Levante

Nel ventennale dal crollo delle Torri Gemelle colpite da 2 aerei di linea lanciati come kamikaze completiamo la rievocazione del tragico evento tratta dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, pubblicando la 4^ e ultima puntata, dopo le 3 uscite in questo sito l’11, 13 e 15 settembre. 2021. L’evento viene seguito “in diretta” da un personaggio del romanzo, il figlio del protagonista, che l’ha veramente vissuto in prima persona. Dopo aver fatto rivivere l’angoscia e lo sconcerto dinanzi a un atto inimmaginabile e così disumano, si è passati all’impegno nei soccorsi e alle prime riflessioni. Ora dalla disperazione si passa alla reazione indignata e orgogliosa che porta alla mobilitazione contro l’infame attacco alla civiltà e alla vita di tutti. Le immagini, a differenza di quelle inserite nelle 3 puntate precedenti, relative alle scene di distruzione delle torri e dell’intera area, fotografano l’assetto attuale, con il memorial “Ground Zero” che ricorda l’evento e tutte le vittime con i loro nomi come in un sacrario, e il grattacielo “”One World Trade Center” , costruito tra il 27 aprile 2006 e il 30 agosto 2012, ideale erede delle Torri Gemelle e dei valori da esse evocati, per questo detto “Freedom Tower”, nel rinnovato contesto urbanistico del “New World Trade Center” ; precedono le luminose visualizzazioni virtuali delle torri che furono elevate a loro memoria. Il grattacielo è alto 1776 piedi, l’anno della dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, 541 metri al pennone e 417 metri al tetto, con 104 piani.

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“Ground Zero” con il “memorial”, sacrario delle vittime

“…E’ rientrato nella sua abitazione dopo una giornata di tregenda. Tutto il giorno e parte della notte è restato nella zona del disastro adoperandosi per dare un aiuto. Con i volontari  ha lavorato a fianco dei vigili del fuoco e dei poliziotti, ha messo a disposizione le proprie capacità organizzative oltre alle mani nude per cercare  tra le rovine.  Ha voluto rendersi utile alla città colpita a morte, ed è fiero di averla aiutata a ricominciare a vivere, a risollevarsi dal baratro in cui è precipitata. Si è impegnato finché le autorità e i corpi municipali, tramortiti dall’immane tragedia, hanno ripreso il controllo. E’ riuscito a parlare con i suoi, li ha tranquillizzati, se può usare questa parola in un  momento simile.

Si distende sul letto. Vorrebbe allontanare la visione sconvolgente della mattina  e lo spettacolo desolante del pomeriggio e della sera. Ha ancora negli occhi l’immagine agghiacciante delle persone che precipitano dall’alto in un volo disperato, delle persone che  escono stravolte dagli edifici in fiamme correndo all’impazzata, dei vigili del fuoco che fanno il percorso inverso cercando di contenere le proporzioni della tragedia, della gente che vaga smarrita e sgomenta non sapendo come rendersi utile, delle imponenti torri prima in fiamme come fumaioli che hanno preso fuoco, poi crollate inesorabilmente una dopo l’altra.

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L’ultima immagine ò quella della notte. Dalle fotoelettriche, sciabolate di luce si proiettano su un paesaggio spettrale, un deserto di rovine sovrastate da una specie di tragica quinta teatrale fatta di un rivestimento sottile come un paravento rimasto miracolosamente in piedi a marcare un’identità cancellata, così precario e irreale da ricordare inquadrature da film dell’orrore, gli sembra di sentirne il sinistro cigolio. Un deserto di morte, brulicante di uomini con le divise fosforescenti alla ricerca del nulla, cioè di tutto. Delle vite annientate, dissolte, polverizzate.Trascorrono inquiete le ore. A poco  a poco riprende contatto con la dimensione umana della vita dopo averne conosciuto da vicino la dimensione disumana.

Il day after di New York inizia con un sole malato, quasi timoroso di aprire un nuovo giorno nell’orrore del massacro delle torri. Massacro di migliaia di esseri umani disintegrati dalle migliaia di tonnellate dei piani superiori che si sono riversati sui piani inferiori travolgendoli e sbriciolandoli in una voragine che li ha inghiottiti.

Le migliaia di tonnellate precipitate a valle col boato delle valanghe erano avvolte  dalla palla di fuoco che ha liquefatto le possenti strutture di acciaio progettate per resistere agli impatti più violenti, dal vento rovinoso del tornado fino all’aereo impazzito.

-Al fuoco dell’inferno non si resiste se si è inermi rispetto alle forze del male e si è abbandonati alla mercé di Satana! Sono espressioni che lo fanno inorridire mentre l formula, tanto sono apocalittiche.

Balza giù dal letto,corre allo specchio. Scruta il proprio viso, ha paura che Satana gli abbia prodotto mutazioni da richiedere l’esorcista. Ripensa al film che gli aveva suscitato una reazione di disgusto e disprezzo, e non ai film catastrofici nei quali erano la natura e l’imponderabile, anche la delinquenza o la cattiveria ad agire, ma entro limiti più contenuti, in un certo senso più umani.

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-Sono state superate le Colonne d’Ercole dell’umanità per sconfinare nel regno dell’orrore senza limiti, senza ragioni! esclama. Inutile  cercare un motivo, per quanto abietto, inutile tentare di capire! E se si fosse trattato di un incubo?

Attaccato a questa ancora di salvezza si avvicina alla finestra della camera. Guarda il cielo di sfuggita, teme di vedere lo skyline mutilato. le sue parole sono un’invocazione.

-Dove sono le torri?  Ecco, se comparissero i due campanili svettanti sulla foresta pietrificata tutto sarebbe risolto. Dio mio, fa il miracolo per l’umanità, non per me, è stata sfregiata la civiltà, distrutta la vita in  modo infame violando i valori più sacri. Non può essere vero. E se ti fossi distratto puoi rimediare. Ora e subito, ci credo, ci conto! L’invocazione termina con una pretesa più che con una preghiera. E’ stato lo sfogo di un momento. Non regge al vaglio della fede oltre che della ragione. La forza del ragionamento torna a farsi strada.

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-Non è possibile semplificare il mistero della vita e della morte, del bene e del male, dell’onnipotenza e dell’onniscienza, e insieme del libero arbitrio dell’uomo che giustifica tante brutture non attribuibili alla volontà divina. E nemmeno spiegare la sconfitta del bene, troppo spesso condannato a soccombere sotto i colpi delle forze del male lasciandoci attoniti e smarriti.

Ritira l’assurda pretesa. Si riscuote. Riesce di nuovo a ragionare.

-Niente ora e subito, non ci conto, non ci credo. L’infamia è opera dell’uomo, l’essere umano ha tirato fuori la parte disumana della sua natura. Non serve scrutare il mio viso, né guardare nel vuoto sperando di vedere le torri intatte, magari avvolte dall’arcobaleno. Bisogna affrontare la realtà e non occorre lo specchio, non ha senso affacciarsi alla finestra.

Peraltro ci vuole poco per vedere e molto per non vedere la colonna di fumo mefiti conche si solleva dal luogo dov’erano le torri. In un’amputazione il dolor persiste nel punto dov’era l’arto mancante, così avviene nella città mutilata dei suoi simboli. E delle vite che si sono disintegrate in un pozzo senza fondo.          

Un’immagine affiora alla sua mente, con il disgusto e il disprezzo per le mutazioni sataniche.

-Rammento che daddy mi raccontò di aver visto un gatto sfrecciare privo della coda troncata dal morso di un coccodrillo, terrorizzato per quella violenza innaturale quasi fosse l’attacco di un alieno. E aggiunse scherzando che il gatto alza la coda quando lo accarezzi per farti capire che è finito il gatto. Voleva sdrammatizzzare, però ottenne l’effetto contrario, l’angoscia di un gatto senza più carezze mi rimase dentro.

Guarda lo skyline senza le torri, un’amputazione innaturale di proporzioni incalcolabili.

-Ecco inquietudine che diventa orrore, l’angoscia che diviene terrore. Come dinanzi all’invasione di alieni spietati, dalle terrificanti sembianze di infernali coccodrilli pronti a chiudere le loro fauci smisurate su migliaia di esseri incolpevoli. All’inquietudine e all’orrore, all’angoscia e al terrore si aggiunge una lacerazione profonda, un dolore lancinante  che non ha eguali, un male insanabile che scava dentro. New York ha subito un’amputazione sanguinaria e assassina, senza le torri resterà mutilata per sempre di qualcosa di unico. Non ci sarà la stessa gioia di vivere nel microcosmo gravitante sulla Plaza dove il lavoro e il divertimento diventavano una festa collettiva. E’ stata depredata delle tante carezze che non si potranno più dare  alle innumerevoli vittime. E delle carezze che non si potranno dre alla “città che on dorme mai” ora che è stata spogliata della sua parte più viva e vitale.

Ha un soprassalto d’orgoglio.

-Non è la fine della civiltà, bensì una tragedia che pone enormi responsabilità. Il mondo non puù soccombere alla più bestiale assenza di umanità, deve reagire!

In Johnny non c’è solo l’idealista, c’è  il manager. Abituato a ribattere colpo su colpo alle azioni dei concorrenti, a tradurre le minacce in opportunità. Glielo raccomandava sin da bambino il pdre che aveva dovuto fare un duro cammino per passare dall’ago al milione, dai sette dollari dello sbarco nel porto di New York al completo benessere. E lo ha affinato nelle scuole di management.

Nelle lezioni sulle strategie aziendali, e poi nelle riunioni all’alta direzione della merchant bank, l’imperativo era quello dello judo, utilizzare contro l’avversario la sua stessa forza. Una civiltà millenaria lo ha insegnato.

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-Che sto proclamando? Non sarò io a elaborare la strategia di difesa. O di offesa. Sì, di offesa, protesta on un fremito di ribellione.

E’ impossibile fermare i propri pensieri, si conosce bene.

-Sarebbe sbagliato concludere che si è giunti alla fine della storia. L’ho pensato per un momento quando le immagini che avevo davanti agli occhi evocavano l’eclissi della civiltà. Finora se n’era parlato per l’appiattimento del mondo sotto la superiorità americana, e non era giusto. Non sarebbe giusto, a maggior ragione, neppure l’opposto: cioè la resa dell’America, e del mondo con essa, alle forze del male.

Allontana dalla mente  i versi che il padre  declamava  nell’affrontare i confronti più difficili, “io sol combatterò, procomberò sol io”.

-Combatteremo tutti, combatteranno tutti. E’ una sfida decisiva, nessuno dovrà sottrarsi. Da una minaccia è necessario cogliere un’opportunità.

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Torna il proposito quasi ossessivo e gli fa trovare la risposta all’interrogativo che lo assilla.

-Che opportunità   trarre dalle fiamme dell’inferno, se non la spinta per reagire con una forza pari alla violenza con cui è stata inferta l’immane ferita? A un’azione spaventosa deve contrapporsi una reazione uguale e contraria. Lo dicono le leggi fisiche, lo insegna la natura. Anche se la primordiale legge del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”, è superata dal progresso e dal messaggio altrettanto antico “nessuno tocchi Caino”, chi ha portato l’inferno a Manhattan non merita pietà. In questa sfida si ridesteranno energie assopite, adagiate nel benessere e nella sicurezza,  per annientare le minacce infernali ovunque si annidino, in modo da ricavare del  bene dal male assoluto. Saranno le forze disumane del male a far recuperare all’umanità la forza intemerata del bene per la mossa di judo vincente.

Emerge un nuovo imperativo, ritrovare lo spirito della frontiera per rianimare un corpo svuotato dalla mancanza di stimoli che ha perduto la voglia di mobilitare tutte le energie per una causa.

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-Altrimenti per cosa mobilitarle? si chiede. Per il super sofisticato modello di automobile dalle centinaia di cavalli di potenza con le sbalorditive diavolerie futuristiche e la megatelevisione satellitare al plasma dai mille canali con l’apertura globale al mondo interattiva e senza confini, per l’onnipotente personal computer  con accesso illimitato  a un’Internet onnisciente e il telefonino ipertecnologico divenuto terminale dalle possibilità sconfinate, per l’avveniristico gadget elettronico e la playstation dalle più fantasmagoriche simulazione computerizzate? O per l’abitazione accessoriata e automatizzata, tecnologica e cablata imposta da una domatica fantasiosa e invasiva , la villa sempre più spettacolare con piscina e contorno di barca da diporto  e le seconde residenze sparse nelle località più attrattive?  E’ la meta del lavoro quotidiano, con l’orario che lascia parte del pomeriggio a disposizione per lo shopping o per rasare il prato, e due giorni di week end sacro e intangibile. Un risultato, quest’ultimo, raggiunto in un’America all’avanguardia della crescita economica per merito dei suoi cittadini, anche se per tanti resta un miraggio. Adesso non basta più, neppure quando l’attività copre l’intera giornata e non lascia spazi riservati per la propria persona.

La giornata lavorativa di Johnny supera le dodici ore, solo a notte fonda può dire di aver finito dopo incontri, riunioni, stesura di relazioni, spesso tra aerei e alberghi. Non vi è sabato e domenica che tenga, il week end non esiste allorché l’impegno è totale e assoluto.

Se domanda se sono aggettivi da usare ancora. O c’è qualcosa in più da fare? Cosa è cambiato?    

-Nel mio impegno manca un elemento decisivo, non mi si chiede di rischiare la vita! esclama. Mentre lo spirito della frontiera unisce il rischio supremo alla mobilitazione totale e assoluta.

Domande assillanti gli affollano la mente.

-Le migliaia di lavoratori e di visitatori delle Twin Towers sapevano di rischiare la vita? Sapevano che li attendeva la fine più orrenda, scomparire nell’eruzione di un vulcano apertosi all’improvviso nel luogo più sicuro non lasciando la minima traccia di loro corpi? I sopravvissuti sapevano di dover riemergere dall’inferno stravolti, coperti di polvere e ferite, increduli della salvezza in un cataclisma che ne ha risparmiato il corpo ma ne ha marcato in modo indelebile lo spirito?   E i passeggeri degli aerei sapevano di poter essere trasformati in missili  a testata umana nella più orribile azione di kamikaze della storia?

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Immediata è la risposta, uno sfogo che nasce dal cuore.

-Ma allora nell’impegno totale deve entrare anche il rischio della vita, come epr il pioniere, come per nonno Giovanni. Nella favola vera vissuta in terra di frontiera nelle miniere dell’Alaska incombeva sempre l’insidia di una frana o di un’inondazione, di un’esplosione o di un cataclisma, di un incidente o di un’imboscata dei rapinatori. Gravi pericoli che si sentiva di affrontare a costo della vita. Sarò degno di lui!

Ha di nuovo il controllo dei pensieri. E dei sentimenti. Con il ricordo del nonno, cuore e ragione si sono saldati. Può ripensare la propria esistenza. Finora ha dedicato le sue giornate alla merchant bank di cui è dirigente. Adesso, al di là dell’insicurezza calata sui grattacieli di Manhattan, è pronto a rischiare la vita sul campo di battaglia. E’ il rischio supremo che accetta in difesa dell’umanità, ne è consapevole.

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La sua analisi è lucida, ha ripreso a ragionare. Da manager e da uomo.

-Si dovrà dare battaglia a chi ha scatenato l’apocalisse, nel segno della civiltà senza confini che l’essere umano ha costruito in una storia millenaria a prezzo di incredibili sofferenze e sacrifici. Civiltà che ha visto aberrazioni inenarrabili segnare nei secoli individui e generazioni, popoli e stati, ma lungo un percorso di faticosa, difficile, e tuttavia innegabile crescita. Non deve venire annullata dalla follia omicida che provoca la strage più orribile e non arretra dinanzi all’inimmaginabile per farci regredire alle angosce più tremende ai momenti più bui. Occorre unire le forze in una mobilitazione alla quale chiamare i cittadini e le nazioni che hanno subito una ferita insanabile nella loro vita. E non sarà più la vita di prima, sprofondata  com’è nell’orrore di ciò che è avvenuto e nel terrore che possa ripetersi, non si sa  ad opera di chi, dove, come, quando e neppure perché.

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Pensa all’angoscia piombata sul mondo, cerca di mantenere la mente fredda.

-E’ un terrore che riporta alle minacce e alle paure ancestrali per i fulmini e i terremoti, gli incendi e le inondazioni, le carestie e le pestilenze, le invasioni dei barbari e le incursioni dei predoni, gli assedi e le guerre, fino all’incubo dell’olocausto nucleare; minacce  e paure affrontate e sconfitte. Questa minaccia è invisibile e può annidarsi in ogni luogo, non viene dalla natura né da nemici dichiarati bensì da spietati terroristi dissimulati tra di noi con sembianze umane pur essendo disumani. La paura è che qualunque aeroplano, tra le molte migliaia che quotidianamente solcano i cieli, potrebbe trasformarsi in una spaventosa bomba umana scagliata da inafferrabili kamikaze su tanti innocenti.

Si ribella l’intero suo essere.

-Non è possibile vivere tutti sotto il ricatto del terrore e dell’orrore, occorre reagire all’unisono  mobilitandosi contro chi ha lanciato la sfida mortale. Si mobilitavano i pionieri del Far West nell’America nascente. Si è mobilitata, dopo Pearl Harbour, l’America divenuta grande e prospera. Si mobiliterà, dopo la nuova Pearl Harbour che ha funestato l’inizio del terzo millennio, l’America superpotenza mondiale insieme alle nazioni del mondo civile!

L’erede delle Torri Gemelle
l”One World Trade Center”, detta “Freedom Tower”

E’ tornato in ufficio. Ha dimenticato la routine quotidiana  e non ha idea di quali siano i suoi impegni, se ha senso continuare ad averne. L’alto dirigente che attendeva la mattina della tragedia per l’iniziativa nel digitale non si è fatto sentire, del resto non avrebbe potuto con ciò che è successo e lui non aveva affatto pensato di cercarlo.  Né ha intenzione di farlo ora, ha ben altro per la testa.

Ancora non si è riavuto. Dov’erano le Twin Towers vede levarsi un fil di fumo che non evoca Madama Butterfly, ma un’esalazione da gigantesco forno crematorio. Volta le spalle alla vetrata, non vuole più guardare fuori.

Deve fare qualcosa. Prende il fascicolo sul digitale rimasto sopra la scrivania, apre l’armadio per rimetterlo a posto. Si accorge che sta ripetendo i movimenti del giorno prima in senso inverso, quasi volesse riportare la realtà al punto di partenza. Rammenta un film nel quale “Superman” con la sua forza aveva fatto girare la terra all’indietro invertendo  il moto di rotazione e annullando quanto avvenuto nel frattempo. La coscienza dell’impossibilità di un tale evento lo deprime ancora di più. Siede dietro la scrivania,  dove il calendario da tavolo è sempre aperto sulla pagina dell’11 settembre, martedì. Deve voltarla subito e voltare pagina anche dentro di sé, tornare al lavoro, alla vita. Lo fa con un gesto rapido, ma non basta.

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Squilla il telefono. Prova sollievo, se questo è lo stato d’animo che si ha nel risollevarsi da una simile angoscia. Il lavoro lo chiama, e non per l’appuntamento saltato il giorno prima. Deve andare nel Michigan, a Detroit, per trattare la partecipazione a un’iniziativa in campo aeronautico promossa da un’impresa leader nel settore. L’incontro non è stato annullato. Tuttavia i voli nazionali degli aerei passeggeri sono bloccati per motivi di sicurezza, i terroristi hanno utilizzato proprio le linee interne.  Si è trovata la soluzione, ed è l’oggetto della telefonata. Nel pomeriggio lo verrà a prendere l’aereo dell’impresa con un volo privato.

Intanto può incontrare i colleghi, riunire i collaboratori, prepararsi per la missione. Non parlano della tragedia del giorno prima. Ognuno sta combattendo la propria battaglia personale per tornare alla vita.  Il lavoro si rivela la cura migliore per sconfiggere l’indicibile angoscia.

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Finalmente va all’aeroporto. Non vede l’ora di ricominciare  a lavorare. Perché significa ricominciare  a vivere. L’aereo “executive” sta atterrando. Un ricordo gli si presenta, una bella immagine illumina la sua mente.

-Mi sembrano tornate le rondini ad annunciare l’arrivo della primavera. E’ la prima rondine ed è troppo presto per parlare di primavera nel cupo inverno  abbattutosi su New York e sul mondo. Comunque è bello avvertirne il soffio.              

Nella splendida giornata di settembre del giorno precedente era calato il gelo di una tragedia oltre ogni limite che aveva mostrato quanto di più disumano possa albergare nell’uomo e quanto di peggio possa capitare  nella vita degli individui e delle nazioni. Ora pensa che il soffio della primavera tornerà sulla città, sulla gente.  Che è la sua città, la sua gente. E’ fiero di farne parte.

Assorto sale i pochi gradini della breve scaletta ed entra nll”executive”. Con la mano sul cuore mormora commosso un’invocazione.

-God bless America!

Questo, ne è sicuro, è il suo nuovo inizio”. 

Fine

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Il “New World Trade Center”

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Si tratta della 4^ e ultima parte della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 4^ parte sopra riportata è alle pp. 338-344. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, la 2^ e la 3^ sono uscite il 13 e il 15 settembre.

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Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale nostra pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non si tratta più nè di immagini delle Torri Gemelle in fiamme e col pennacchio di fumo, alternate con i vigili del fuoco al lavoro, nè del deserto di detriti e polvere con i vigili come formiche smarrite; ma dell’attuale situazione della zona del World Trade Center: le prime 13 immagini sul “Ground Zero”, tra cui le 3 iniziali fissano i vuoti rimasti dov’erano le torri, le 10 successive mostrano il “sacrario” con tutti i nomi delle vittime, le rose votive e le bandiere, fino alla preghiera di papa Francesco e all’abbraccio commosso dei due giovani; seguono 2 immagini con i fasci di luce virtuali che furono elevati temporaneamente in memoria, e 5 immagini finali sul “New World Trade Center” in cui spicca l'”One World Trade Center”, la risposta orgogliosa alla perdita delle Torri Gemelle, la torre più alta, la 6^ al mondo, chiamata “Freedom Tower” per i valori evocati. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: viator.co, newyorkcity.it, avvenire.it, fattodiritto.it, viaggi-usa.it, settimanenews.it, italiani.it, ilmattino.it, marcotogni.it, today.it, avvenire.it, vaticannews.va, dilei.it, ansa.it, marcotogni.it, newyorkfacile.it, 123rf.it, getyourguide,it, infobuildenergia.it, rainews24.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 3. Dalle Torri Gemelle al deserto di detriti e vittime innocenti

Siamo alla 3^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’infernale cataclisma abbattutosi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 per mano umana, anzi disumana; è tratta anch’essa dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, nel quale si rivive il terribile evento in “diretta” con un personaggio del libro che vi ha partecipato passando dall’angoscia e dalla disperazione, all’impegno nei soccorsi e alla presa di coscienza finale di mobilitarsi anche rischiando la vita contro terroristi che minacciano le nostre civiltà oltre alle nostre vite. In questa puntata, dalla “spada di Damocle” del secondo crollo, poi avvenuto, alla tragica “suspence” degli altri attatcchi, al Pentagono e forse alla Casa Bianca, fino allo sgomento per la perdita di qualcosa di irripetibile e soprattutto al dolore inconsolabile per le vittime innocenti, 2.750 incolpevoli civili, 343 eroici vigili del fuoco. Le immagini mostrano il vuoto lasciato dalle torri crollate, e la devastazione di detriti con i vigili del fuoco come formiche smarrite cui è stato distrutto il nido e che stentano a recuparare una dimensione umana.

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Il deserto di detriti dov’erano le Torri Gemelle

“… Vengono fatti arretrare, il campo di battaglia è percorso incessantemente da vigili del fuoco e da poliziotti sui mezzi di soccorso e a piedi, Paul a poco a poco si riprende, vede un gruppo di colleghi che si sta riorganizzando e vuole raggiungerli. Resiste ai tentativi di fermarlo, si unisce  a loro. Torna a fare il vigile del fuoco di New York in prima linea, e intanto affida Jane alle unità che assistono i sopravvissuti.

Figure coperte di polvere e sangue continuano ad aggirarsi come fantasmi, Ci si prepara  al peggio.

-E’ crollata una delle torri, l’altra ha subito un colpo della stessa entità, ci si rende conto del pericolo? Si chiede Johnny con una stretta al cuore. In questa tragica confusione lo sgomento può prevalere sulla ragione, sull’intelligenza. E non far capire che anche la seconda torre può crollare seguendo la sorte che qualche volta unisce i gemelli fino all’esito funesto.

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Vorrebbe correre a gridarlo a chi presta i soccorsi per fronteggiare gli effetti catastrofici della valanga. Ha fatto una riflessione.

-Per i soccorritori il rischio è altissimo. Il crollo è sopraggiunto trascorsa un’ora dallo scoppio iniziale sulla Torre Nord seguito dopo un quarto d’ora dall’esplosione  sulla Torre Sud. Potrebbe ripetersi da un momento all’altro!

Nel riflettere sul pericolo incombente non pensa che è crollata proprio la Torre Sud, quella colpita dal secondo aereo. Un assurdo nell’assurdo.

Il dilemma angoscioso lo tormenta. Si sente impotente, cerca di reagire.

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-Può essere imminente il crollo dell’altra torre o verificarsi molto più tardi. Oppure non verificarsi mai, s eil gemello resisterà. Ed io cosa posso fare di più? Avvicinarmi no, devo aspetatre.

Rimane immobile, paralizzato nell’attesa. Gli scorrono nella mente immagini recenti, vi si immerge per dimenticare il presente.

-Nell’opuscolo illustrativo erano citati coloro che hanno sfidato le torri, e io ripensavo agli ardimentosi del Niagara dei quali mio padre mi parlava quando ero piccolo trasformando in favole le loro imprese. Per primo un francese ventiquattrenne si spostò diverse volte dalla Torre Nord alla Torre Sud su una fune di quaranta metri stesa a quattrocento metri di altezza, mantenendosi in equilibrio aiutato solo dalla sbarra bilanciata  con le braccia davanti al corpo. Successivamente giovani americani si sono lanciati con il paracadute e l’hanno scalata con le ventose lungo le intercapedini della facciata. Tutto è avvenuto sulla Torre Nord.

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Anche nel Niagara le cascate sono due, ma gli ardimentosi si sono cimentati su quella canadese dell’Horseshoe. Perché penso questo, per cullarmi all’idea che sarebbe sufficiente la Torre Nord? Non si tratta di un organo che subentra all’altro  per il raddoppio di alcune funzioni del corpo umano. Tuttavia, dinanzi all’avvenuta dissoluzione della Torre Sud, è l’ultima speranza a cui aggrapparsi. Sì, spero che almeno la Torre Nord resista, lo spero con il cuore e con l’anima!

Il tempo non passa mai, è la gente che passa spostandosi in un frenetico andirivieni. Johnny non se la sente di muoversi, lo tiene fermo in presentimento.  Chiude gli occhi per scacciarlo, ora le immagini della sua mente diventano liete e festose, immerse nella consueta normalità. E cerca di non pensare che è stata sfregiata in modo irrimediabile dall’azione più infame.

Nella Plaza, dove sono le torri, inizia un itinerario pieno di sorprese. Si attraversa il ponte coperto per raggiungere il World Financial Centre e il palazzo di cristallo del Winter Garden dalla struttura curvilinea che contrasta con la verticalità della vicina Torre Nord, quindi si passeggia sul lungofiume  dell’Hudson fino a Battery Park. Al ritorno si percorre un secondo ponte coperto passando nelle stradine che sfociano in Wall Street per approdare di nuovo al World Trade Center. In un microcosmo di caffè e ristoranti, ritrovi e negozi, boutique e bazar, l’ambiente ideale per curiosare, fare shopping, divertirsi.

-Oddio, sto delirando, tutto è stravolto, sfigurato, la Torre Nord è in fiamme, la Torre Sud non esiste più. Hanno strappato il cuore a un mondo sereno nel quale il lavoro si mscolava al divertimento in una gioia di vivere contagiosa.

Reagisce adoperandosi per aiutare chi si trova nei pressi, anche se non può far altro che mettere in guardia dal rischio incombente. Meglio così che abbandonarsi a un’attesa inerte quanto angosciosa.

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Quasi tre quarti d’ora sono trascorsi dal crollo, li ha vissuti in una sorta di apnea, sostenuto prima dall’ossigeno dei ricordi, ora da una presenza attiva. Ed ecco improvviso il boato, la valanga. Si riproduce la catastrofe, un replay del terrore. Un nuovo inferno si spalanca.

L’onda d’urto non lo coglie di sorpresa con gli altri intorno a lui. Non servono tuffi da “Rambo”, si sono messi al riparo per tempo.

-Quante saranno le vittime? torna a chiedersi. Nel World Trade Center lavorano cinquantamila persone, e ventimila frequentano la zona per i motivi più diversi.  Il numero dei presenti varia a seconda dell’ora. Fortunatamente era presto per lo shopping e la visita alle Torri Gemelle, il microcosmo della Plaza non si era ancora affollato  di gente  e molti impiegati non erano arrivati in ufficio. Quanti saranno stati dentro le torri, ventimila, trentamila? E quanti sono riusciti a venirne fuori prima del crollo?

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Si muove con gli occhi fissi nel vuoto spettrale  riempito di fumo. Dalla bocca gli escono aprole smozzicate.

-Le Twin Towers si sono dissolte, non esistono più, il “Titanic” si è inabissato con i due fumaioli inghiottito dal mare. Cioè dalla terra.

Non riesce a connettere, l’angoscia lo attanaglia. Pensando a coloro che lavoravano nella Torre Nord rivede i volti che ha incontrato nelle riunioni, quelli che ha conosciuto Non si dà pace.

-Con loro avrei dovuto dividere il lavoro, la vita, e ora forse la morte, se non fosse cambiato il programma e le circostanze non mi avessero portato in un altro grattacielo, con il rammarico che era meno prestigioso delle torri!

Finora ha prevalso lo spirito del buon samaritano che aiuta chi ne ha bisogno e non distingue tra gli amici e il prossimo, le persone conosciute e gli estranei. Adesso è assalito dalla preoccupazione per i colleghi dei quali non sa nulla.

Una radio gracida notizie sconvolgenti.

-E’ l’apocalisse! ripete incredulo  ai vicini. Se ho capito bene, un terzo aereo si è schiantato  sul Pentagono seminando terrore e morte, e un quarto apparecchio è scomparso per una missione suicida, si teme addirittura contro al Casa Bianca o il Campidoglio. Il Presidente è in volo per una destinazione ignota. Gli uffici pubblici evacuati, le alte cariche dello Stato condotte in località segrete.  Che ne sarà della convivenza umana se un terrorismo folle e sanguinario può sconvolgere la maggiore potenza mondiale abbattendone i simboli, scompaginando l’esistenza dei suoi cittadini e delle istituzioni, seminando lutti inenarrabili con una orribile strage? Dobbiamo assistere impotenti alla vittoria di Satana e al trionfo delle forze del male?

Quasi fosse il temuto ed esorcizzato da sempre day after, Johnny nell’atroce hour after si aggira alla ricerca dei colleghi come dopo un attacco nucleare- Non ci sono più i due fumaioli e la bocca del vulcano non si staglia nel cielo. Il cumulo di macerie erutta fumo, lava e lapilli, sembra l’entrata dell’inferno. L’inferno newyorkese, peggiore dell’inferno dantesco.

Nella sua peregrinazione riceve notizie che lo confortano.

-I vigili dicono che il primo aereo ha colpito al Torre Nord sopra il novantesimo piano, è stato possibile evacuare dalle scale di emergenza i piani sottostanti dov’erano i suoi colleghi. Mentre per la Torre Sud l’impatto è avvenuto più in basso, tra il sessantesimo e il settantesimo piano, ma lì non ci sono nostri uffici.

Poi avrà riscontri diretti, tutti positivi.

-Si sono salvati venendo giù per centinaia e centinaia di scalini, grazie a Dio! Esclama . Hanno incrociato la colonna di vigili del fuoco che saliva fino a raggiungere il cielo degli eroi. La striscia gialla fosforescente delle divise puntava impavida verso l’alto al richiamo del dovere, la striscia nera  e bianca con le macchie di colore degli abiti e delle camicie rotolava verso il basso dov’era la sospirata salvezza!

Adesso si ferma, per loro non c’è più da preoccuparsi. Per il resto si è in piena emergenza, l’inferno non è finito. Si spalancano nuovi gironi, le fiamme divorano i palazzi vicini alle torri, evacuati appena la tragedia si è manifestata. Anch’essi si sono dimostrati giganti dai piedi di argilla, castelli di carta tra nuvole di fumo nero.  Tre crollano rovinosamente, altri quattro parzialmente, sette vengono gravemente danneggiati e altri sette subiscono danni alle strutture.

Un massacro nell’area di sessantaquattromila metri quadrati del World Trade Center. L’epicentro dello spaventoso terremoto provocato dall’infamia umana è nella Plaza, la spianata di ventimila metri quadri tra le torri con al centro la fontana e la grande scultura sferica di bronzo alta più di otto metri a fare da rilucente contrappunto alal verticalità degli edifici. Un’area più vasta della Piazza San Marco di Venezia, in una zona ricca di richiami culturali e manifestazioni artistiche con mille attrazioni, nel cuore dell’affascinante tour tra il Financial District e Battery Park, l’Hudson e la Statua della Libertà. Vede che la sfera di bronzo, risparmiata dalla distruzione, è rotolata a terra nella polvere, una metafora desolata dei sopravvissuti.

-E le vittime? Si chiede. Le figure  riemerse dall’inferno sono stravolte, lacere, coperte di polvere. Dove saranno i feriti che si possono salvare se si arriva in tempo? Sono sepolti vivi nelle rovine dov’erano le torri? Com’è possibile che non ce ne siano, mentre nell’attentato all’autorimessa sotterranea che uccise sei persone furono più di mille? E com’è possibile che tutti quelli che non sono venuti fuori con le proprie gambe  siano morti, disintegrati dal calore smisurato e dall’immenso peso dei cento piani crollati in una sequenza terrificante? Si deve cercare, cercare, cercare, scavare, scavare, scavare senza sosta anche con le mani nude. Va tentato il tutto per tutto. “Spes contra spem” diceva mio padre per i tentativi disperati.

Un tentativo disperato lo fa impegnando snella spasmodica ricerca di un segno di vita insieme ai vigili del fuoco che mai sono stati colpiti così pesantemente. La freddezza professionale che mostrano nelle missioni pericolose, immortalata nei film catastrofici, ha lasciato il posto a un’umanità sfigurata e smarrita.

Il comandante non potrà lanciare gli ammonimenti con cui il capo dei pompieri nell’”Inferno di cristallo” chiudeva la catastrofe cinematografica, ben più modesta di questa biblica fattasi realtà. E’ tra i caduti, ha voluto condividere la sorte dei suoi uomini gettandosi di nuovo nella bocca dell’inferno dopo esserne uscito per organizzare i soccorsi. Il suo nome è Peter Ganci, un eroe!   Sacrificatosi alla testa dei trecentoquarantatre vigili del fuoco caduti nella tremenda giornata, novello Leonida alle Termopili. Ne ha condiviso la sorte il coraggioso cappellano. Sarà accertato che, come fu per il gesto epico dei trecento spartani, il loro sacrificio ha salvato molte migliaia di persone presenti nelle torri, venticinquemila ne sono uscite incolumi.

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Duemilasettecentocinquanta purtroppo non risponderanno all’appello, si sono dissolte nel nulla: con i loro volti, le loro storie, le loro speranze, i loro sogni, la loro vita. Lasciando un vuoto incolmabile nelle migliaia di famiglie gettate all’improvviso nel lutto e nel dolore nel modo più tragico. Duemilasettecentocinquanta: un numero che esprime la spaventosa misura della tragedia umana, una catstrofe le cui dimensioni fanno venire i brividi.

Erano due torri imponenti, alte quattrocentoquindici metri, con facciate di sessanta metri di lato, centodieci piani, oltre cento ascensori superveloci ciascuna, ventitre express e gli altri locali. Non si vedrà più nel cielo la trapunta delle quarantatremila piccole finestre di cinquantacinque centimetri. I ventimila metri quadri di vetri, che sarebbero bastati per gli infissi di tremilaseicento case, si sono sbriciolati nel disastro. Sono spariti per sempre insieme alla miriade di riquadri delle strutture verticali, più ampi al culmine, e agli archi ogivali della parte più bassa, che all’ingresso ingentilivano la linearità delle forme con una variante delicata dal sapore delle “mille e una notte”. I venti metri di profondità delle fondamenta sino serviti solo a marcare visivamente la voragine scavata nel cuore pulsante della metropoli con il cratere che si è aperto dov’erano le torri.

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Sono i numeri che ne hanno contrassegnato la fama mondiale  oggi rappresentano la misura tangibile dell’immane orrore e dello sgomento dinanzi a una perdita incommensurabile.    

Johnny rivolge un pensiero al progettista, morto nel 1986.

L’architetto giapponese che le ideò aveva studiato nelle università di Washington e New York e lavorato nello studio dove, prima degli anni trenta, era stato progettato l’Empire State Building, Minoru Yamasaki, espressione del “melting pot” che dà forza allo spirito di iniziativa degli americani, concepì il progetto nel 1962 ispirandosi, nelle partizioni geometriche, nelle fasce portanti e nelle pareti di vetro, allo stile di Mies van der Rohe e di le Corbusier, e gli diede forma nel 1964 scegliendo tra un centinaio di modelli predisposti per prova. I lavori iniziarono nel 1966, il complesso fu inaugurato nel 1973 ma venne utilizzato fin dal 1971.

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E’ una riflessione che si spinge al di là dei dati da record delle torri, divenute un unicum in dimensioni e tecnologia. Gli torna lo sgomento, per un  po’ stemperato ripensando ai particolari snocciolati dalla memoria.

-Yamasaki attribuiva agli edifici un significato emblematico, ben al di là della pur prestigiosa funzione di ospitare le strutture direzionali del commercio.”Poiché il commercio mondiale significa pace mondiale, il World Trade Center deve diventare la rappresentazione vivente della fede dell’uomo nell’umanità, del suo bisogno di dignità individuale, della sua fiducia nella cooperazione e, tramite quest’ultima, della sua capacità di trovare la grandezza. E’ un simbolo della dedizione dell’uomo alla pace universale”.

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Che siano state le sue parole, in risalto nell’opuscolo informativo,  da far scattare il disegno diabolico? A far prendere a bersaglio della furia distruttiva non solo l’America ma i simboli del bene assoluto, a livello individuale e collettivo, la rappresentazione vivente dei valori della civiltà? La fede  e l’umanità, la dignità e la fiducia, la cooperazione e la grandezza, la pace universale? Se è così, le forze del male sono tanto inesorabili da stroncare ogni possibilità di resistere? Nella lotta tra il bene e il male, mi hanno insegnato, alla fine trionfa sempre il bene. Che accadrà ora?

Il cinema è attento a riprodurre il sentimento diffuso, e nell’hollywoodiano “happy end” di regola il malvagio viene battuto e punito in modo esemplare. 

-Se il malvagio è il male assoluto, se Satana ha rivelato la sua potenza infernale, chi potrà batterlo? si chiede ancora. Se per “King Kong” e “Godzilla”arrampicati sulle Torri Gemelle servivano l armi degli elicotteri, la mitraglia e i fucili, quali armi potranno battere un potenza diabolica?

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Medita la risposta, da manager abituato a reagire alle minacce senza indulgere a leccarsi le ferite. Sta recuperando questa facoltà e insieme l’istinto, sente tornare il coraggio.

-Occorre reagire e lottare, sconfiggere il male  con tutti i mezzi. Sono pronto a rischiare la vita. Del resto, non l’ho rischiata oggi? Nel mio grattacielo che poteva venire ugualmente colpito, e in strafa al primo crollo?

Un pensiero lo assale all’improvviso. Finora ha vissuto il dramma  che si svolgeva sotto i suoi occhi, con l’umanità dolente da aiutare  e i colleghi in pericolo, quasi fosse solo al mondo.

-Ho una famiglia, dentro si me non l’ho dimenticato, ma che potevo fare?  Dove sarà Lina che stamane doveva partire in aereo per raggiungere daddy e mamy in vacanza in Italia? Gli aerei utilizzati dai  maledetti kamikaze sono delle linee interne, nessuno ha parlato delle linee internazionali. Per fortuna dovrebbe essersi imbarcata a Toronto, quindi è escluso che fosse a New York e potesse trovarsi nelle Twin Towers.

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Cessato allarme, ha riflettuto che i genitori sono al paese e la sorella o è in viaggio per l’Italia oppure è ancora in Canada.

-Saranno molto preoccupati, pensa. Chissà se stanno cercando di chiamare? Le linee telefoniche sono saltate, capiranno. Telefonerò appena possibile. Forse stasera, adesso è inutile tentare.

Quando potrà avere la linea, dalla pensione di Pietracamela  con l’insegna dell’”Antica Locanda” riceverà l’abbraccio del padre, che trema di paura sapendo che l’ufficio del figlio è a pochi isolati di distanza dalle torri e vi si reca spesso per incontri e riunioni, l’abbraccio della madre  e della sorella. Lina era salita a Toronto sull’aereo per l’Italia e ora è al paese con i genitori che sono andati  a prenderla all’aeroporto di Pescara”.

Continua...

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Si tratta della 3^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 3^ parte sopra riportata è alle pp. 332-338. La 1^ parte è uscita, su questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni dall’evento, la 2^ il 13, l’ultima seguirà il 17 settembre.

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Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non sono più alternate le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e il lugubre pennacchio di fumo con quelle dei vigili del fuoco come nelle 2 puntate precedenti, al posto delle torri ci sono detriti e polvere, e i vigili del fuco sono immersi in questo allucinante deserto di morte come formiche smarrite, nelle ultime 6 immagini tornano nella loro dimensione umana. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: tag43.it, famigliacristiana.it, vanityfair.it, rainews24.it, sportsenators.it, wakeupnews.eu, notizie.tiscali.it, repubblica.it, sanpietroperugia.it, lefotografiechehannofattolastoria.it, ilsole24ore.com, huffingtonpost.it, tpi.it, lettoquotidiano.it, ilsussidiario.it, mondodimisteri.altervista.org, ilgiorno.it, famigliacristiana.it, ildigitale.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

11 settembre 2001, 2. L'”inferno di cristallo” e il crollo, l’angoscia, e gli eroici salvataggi

E’ la 2^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’apocalisse scatenatasi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001: ne celebriamo il triste ventennale riportando la “diretta” vissuta da un personaggio del nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, presente a questo evento terribile con l’angoscia e la disperazione prima, la mobilitazione per rendersi utile poi, fino all’irrefrenabile indignazione contro un atto terroristico che grida vendetta in nome dell’umanità. In questa puntata, dopo l'”inferno di cristallo” nei due grattacieli colpiti a morte, si assiste impotenti al loro crollo, ma anche a scene di grande solidarietà umana che si conclidono con una “pietà” michelangiolesca nata nell’orrore dell’umanità profanata, tra volti sfigurati e indicibili tenerezze. Le immagini mostrano le torri come dei giganteschi fumaioli con i vigili del fuoco impotenti e stremati.

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La palla di fuoco, poi le torri trsformate in funaioli

“…Qui ci sono due aerei. Il secondo la ha visto penetrare nella Torre Sud, un grande aereo, un aereo di linea. Il primo lo ha visto avvicinarsi quando non era ancora successo nulla, un altro grande aereo, un aereo di linea.  Sente i brividi per ciò che è accaduto  e gli è rimasto l’orrore nel vedere figure umane precipitare in un volo straziante. Pensa ai passeggeri dell’aereo.

-Chissà quanti erano a bordo, si saranno accorti del tremendo impatto che stava per ucciderli? E com’è possibile un errore di percorso fino a entrare nella foresta pietrificata dei grattacieli di Manhattan e andare a colpire i più alti, famosi e simbolici, sedi delle maggiori compagnie, con il ristorante al centosettesimo piano della Torre Nord, oltre quattrocento metri di altezza e la  più straordinaria vista panoramica sullo skyline di New York dalle sue finestre sul mondo? Si chiama per questo “Windows on the World”. Potrò provare di nuovo, sopra al mare di luci della città, la sensazione di essere di vedetta sull’albero altissimo di una immensa nave ch avanza tra l’Hudson e l’East River, on in basso le minuscole sagome dei traghetti di Staten Island che  si muovono come lucciole operose? E rivivere l giorno in cui scatta la prenotazione  per la cena dopo un’attesa di mesi scandita  dall’ansia di un’emozione unica? Potrò ammirare ancora le stupende vedute del porto di New York e di Brooklyn dall’”Observation Desk” , la terrazza  belvedere sempre al centosettesimo piano, ma della Torre Sud, con il milione e mezzo di visitatori che vi si affacciano ogni anno? Quanto tempo dovrà passare prima di rivedere le torri intatte  e risplendenti di luce mentre ora sono avvolte dal fumo nero e lambite dalle fiamme, unite nello stesso tragico destino?

La risposta non c’è, si accorge di essersi rifugiato per istinto  nell’errore di volo quindi nei ricordi  per esorcizzare il terribile sospetto degli spietati kamikaze. E tornano i pensieri angosciosi, non si può spiegare l’impossibile combinazione  di due impatti rovinosi a breve distanza, mirati alle due torri.

-Mirati, sono proprio mirati, hanno preso la mira quei maledetti, il secondo ha virato non per evitare bensì per colpire! Perché mi preoccupo così di “Windows on the World” e dell’”Observation Desk” ? si chiede rimproverandosi. Questa tragedia non è solo nelle torri, è principalmente in chi c’era dentro. Li sento tutti miei fratelli.

Non riesce  a farne il conto, migliaia di persone ci lavorano e le visitano, anzi decine di migliaia, sono loro la maggior preoccupazione,sebbene il flusso di gente che si rovescia stravolta dalla zona faccia ritenere che molti si stiano mettendo in salvo.

-E quelli degli ultimi piani? Si domanda atterrito.

Il ricordo dell’”Inferno di cristallo” lo fa sperare, il film si sofferma sulle vittime. Nell’edificante finale risaltano esempi tragici e compassionevoli di altruismo sfortunato e muore il più cattivo; mentre il solito moralismo hollywoodiano punisce due giovani colleghi di ufficio amanti clandestini colpevoli di avere approfittato della festa per appartarsi agli ultimi piani dove restano intrappolati dall’incendio, condannandoli  a una fine orribile, il salto nel vuoto avvolti dalle fiamme.

Ricordando la morte del personaggio negativo del film, causata dalla sua stessa violenza, pensa che nella vita gli eventi spesso contraddicono ogni elementare senso di giustizia e premiano gli immeritevoli. Allontana questa inquietudine.

-Davanti ai  miei occhi c’è un evento incredibile ma vero, e io cerco conforto nella finzione cinematografica! Non è paradossale?

Il paradosso è in ciò che è avvenuto. Al di là dell’immaginabile da non sembrare reale, al punto di apparire più verosimile la vicenda del film. E dire che quando lo vide ritenne esagerato l’incendio di un grattacielo, tanto più nel giorno dell’inaugurazione! Mentre era la circostanza che limitava il pericolo agli invitati alla festa, perché a differenza delle Torri Gemelle i piani inferiori erano vuoti.

– Un momento, il naufragio del “Titanic”, con millecinquecento vittime, non avvenne nel viaggio inaugurale? Allora neppure il film era esagerato. Ma le torri non si inauguravano oggi, ci sono da trent’anni.

Si rimprovera per aver dato un seguito surreale alle proprie divagazioni.

-Che c’entra il “Titanic” con le Twin Towers?

Arriva subito al risposta, una delle torri comincia  a venire giù, l’altra resta in piedi.

– Com’è possibile che di due fumaioli della nave uno si inabissi e l’altro no? E dov’è il mare? pensa fuori di sé. Oddio,quello non è il “Titanic”, l fumaiolo che si inabissa è una delle torri colpite dall’aereo trasformato in missile! 

Il “Titanic” era solo un’associazione di idee divenuta cronaca terrificante. Una torre alta più di quattrocento metri è ingoiata e annientata da un’implosione gigantesca che nessuna legge fisica è in grado di prevedere e forse neppure spiegare!

-E’ come se l’inferno si fosse materializzato all’improvviso in una quieta  tersa mattina di fine estate , “2001, september, 11, Manhattan, New York City, Usa”! In questo modo il cinema americano sottolinea gli eventi.

AAAA

La sua mente continua a rifugiarsi nelle immagini cinematografiche ma  non vi trova conforto, la realtà appare ben più tremenda.

-E dire che da bambino mi impressionavo quando il gigantesco “King Kong” braccato sulle Torri Gemelle che si lanciava dall’una all’altra stringendo nel pugno la terrorizzata Jessica Lange e alla fine precipitava schiantandosi al suolo; di recente si è visto al cinema il mostruoso “Godzilla” che vi si arrampicava stritolando tutto quanto capitava a tiro e poi veniva abbattuto. Mentre ora una torre sta addirittura crollando schiacciata da una forza irresistibile e la torre gemella ha la sommità in fiamme. Altro che l’”Inferno di cristallo”! Nel film il capo dei pompieri riuscì a spegnere l’incendio facendo esplodere i serbatoi posti nella copertura dell’edificio e inondando così la terrazza con una massa d’acqua che diede la salvezza a gran parte degli occupanti, pur rischiando di travolgerli. Qui accade l’inimmaginabile, molto al di là di un film del genere catastrofico”.   

Un boato lo scuote, interrompe i suoi pensieri in tempo  per fargli avvertire il pericolo. Il fumaiolo che si inabissa proietta verso terra la nuvola di fumo compressa al suolo da un potente soffio. E’ la catastrofe!

In un attimo rivede immagini che lo avevano lasciato attonito quattro anni prima. L’operatore televisivo riprese il momento più tragico e spettacolare del terremoto di Assisi del 1997, gli era rimasto impresso nella memoria.

-Sta arrivando la nuvola di polvere e detriti come fu per la Basilica di san Francesco  quando rotolò attraverso la navata centrale portando morte e distruzione, pensa. Allorché crollarono le preziose vele affrescate del soffitto, le pietre  ei calcinacci precipitati al suolo sotto la spinta dell’onda d’urto diventarono una valanga mortale. E dato che la massa di materiali, l’altezza del soffitto, a parte l’incalcolabile perdita sotto l’aspetto artistico, non erano paragonabili alle dimensioni bibliche del crollo della torre, la conclusione è immediata.

-Tutti al riparooo! La valangaaa! Urla a più non posso  e si getta nel varco più vicino, l’entrata di un edificio.

I presenti sono atterriti, non sanno che fare.

-Al riparooo! grida di nuovo affacciandosi alla porta per tirare dentro due ragazzi che si erano fermati a guardare impietriti l’arrivo della valanga prodotta dal grande crollo. La morte passa alla velocità del vento, un vento assassino. Un turbine di polvere accecante con detriti grossi e taglienti, autentiche accette scagliate da una forza spaventosa.

-Sì, l’inferno deve essere così, non è possibile che una torre si ripieghi su se stessa al apri di una candela che si scioglie all’istante. Allora che si può fare se si è scesi all’inferno? Ci vorrebeb mio padre che consoce l’Inferno di Dante, io sto conoscendo l’inferno di Manhattan, osserva sconvolto.

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Ancora una volta si sorprende a rifugiarsi nelle finzioni dinanzi a una realtà che è poco definire sconvolgente. Si è rifugiato nel cinema, adesso nella poesia. Non è il genere che si attaglia alla situazione, lo è la tragedia, più fosca e tetra della più cupa tragedia greca. La tragedia di tante persone che lavoravano nella torre crollata o vi si trovavano per i motivi più diversi.

Gli si riempiono gli occhi di lacrime al pensiero.

-Quanti saranno riusciti a venirne fuori prima che si disintegrasse? I vigili del fuoco che sono saliti per le scale fino ai piani nei quali si è conficcato l’aereo, come nll’”Inferno di cristallo”, dov’erao al momento del crollo? Ora che la torre si è dissolta, cosa ne è stato di loro?

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Si meraviglia della sua reazione, del sentirsi pregare. Non perché non sia credente, tutt’altro. La sua famiglia è profondamente religiosa, e lui va a messa la domenica nella cattedrale di san patrizio. A Toronto e a Palm Beach poteva andar in chiesa più spesso, era stato anche chierichetto, Però non gli era mai capitato di pregare per strada né di assistere a invocazioni disperate.

Riaffiorano alla mente i racconti del padre sui terremoti nel suo paese. Era rimasto impressionato dalle invocazioni al santo protettore  da quella calamità, Sant’Emidio, considerato l’ancora di salvezza.

Nel dramma che  sta vivendo non sa a chi rivolgersi, non c’è un protettore dall’apocalisse. La risposta gli viene dal cuore. Dalle labbra esce la medesima invocazione.

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-Sant’Emidio, Sant’Emidio, Sant’Emidio, aiutaci!

La terra non trema, tre al’aria, la luce. Tremano le vene e i polsi, si dice dinanzi a una situazione molto difficile. Qui non basta, trema l’intero essere.

Il locale dove è riparato è saturo di polvere e fumo, sebbene abbiano chiuso la porta. Si comincia  a tossire, occorre aria fresca ma è impossibile trovarla.

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Ora che la valanga è passata, tornare in strada è il minimo e forse è pure il massimo. Per fortuna hanno impedito di avvicinarsi alle torri. Non che prevedessero il crollo, era una delle normali misure di sicurezza che in altre circostanze venivano criticate perchè risposte inutili e scontate a fatti già esauriti. Questa volta era stata una misura provvidenziale, aveva salvato lui e quelli che accorrevano per prestare aiuto senza pensare al pericolo.

Adesso deve fare qualcosa per le maschere di polvere che escono sfigurate dalla muraglia di fumo. Non ci sono più vigili o poliziotti né barriere  che impediscano di entrare nella zona del disastro. Tuttavia è evidente che non servirebbe, andare oltre, meglio restare ai margini.

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Scene da bombardamento. Richiamano le immagini di tanti film, che credeva eccessive nel descrivere l’orrore delle distruzioni e l’angoscia della popolazione. Sarà che è giovane, cresciuto nel mito dei bombardamenti chirurgici con bombe cosiddette  intelligenti che dovrebbero colpire gli obiettivi militari e risparmiare i civili, sarà che non ha conosciuto la tragedia del Vietnam, le scene che ha dinanzi gli appaiono un’allucinazione.           

-Immagini della realtà così tremende le ho viste solo nelle riprese di attentati che hanno distrutto interi palazzi con decine di morti, spesso all’estero ma anche in America. Ricordo ancora quelle della strage causata dall’autobomba di Oklahoma City che nel 1995 fece centosessantotto vittime! esclama.

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Torna il dubbio angoscioso, l’ipotesi più volte affacciatasi alla sua mente comincia  diventare certezza.

-Che si tratti di un vile attentato?

Un’umanità dolente si riversa dal varco aperto nel fumo e nei detriti. La polvere è mescolata all’aria con i mefitici odori che trasporta, puzza di bruciato, di carburante, di materiali fusi, di quanto un alchimista infernale abbia potuto immettere nel suo lambicco di morte. Tutti uguali nel terrore, una coltre di polvere ne fa maschere tragiche. E’ difficile aiutarli, corrono come impazziti per allontanarsi dalla bocca dell’inferno da cui sono appena usciti.

Si è tolto la giacca, avanza. Le persone arrivano stravolte senza vedere chi si trova sulla loro strada.

-Non è per il freddo che quel giovane ripiegato su se stesso corre a zig zag squassato da brividi, è per lo shock che lo attanaglia, devo aiutarlo! pensa.

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Il giovane lo schiva, impegnato allo spasimo quasi dovesse  evitare i proiettili dei nemici, lo supera, scompare. E’ l’immagine di un campo di battaglia , non di football o di rugby, si corre per la vita e non per il pallone.

-Posso soccorrere  quella donna con gli occhi sbarrati, è ferita, trema, la coprirò on la giacca. Trascina a fatica una gamba, devo sorreggerla! esclama.

La donna scoppia in un pianto dirotto, gli cade tra le braccia, lui tiene stretta la figura minuta che altrimenti  finirebbe a terra. Poca cosa in confronto a ciò che lei ha provato precipitandosi lungo l’interminabile scalinata, in un fiume umano che cercava la salvezza  sforzandosi di mantenere l’ordine e la calma. E incrociava la teoria ininterrotta di vigili del fuoco che saliva per raggiungere la parte alta della torre colpita dall’aereo.

Jane, così dice di chiamarsi, si stringe nella giacca che le ha messo sulle spalle e racconta piangendo di aver visto al morte in faccia quando è caduta per le scale ferendosi a una gamba e stava per essere travolta dalla fiumana di fuggitivi, e di nuovo all’esterno al momento del crollo.

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-Ebbene, i vigili del fuoco mi hanno salvata due volte. Mi hanno protetta dalla massa che scendeva, se non fossero intervenuti sarei stata schiacciata. Noi non potevamo pensare a niente, dovevamo soltanto correre a rotta di collo per centinaia e centinaia di scalini, in un tunnel nero per il fumo accecante in fondo al quale c’era la luce. Solo un miracolo ha potuto far arrestare quel fiume umano per il tempo necessario a rimettermi in piedi  e riprendere la corrente verso la salvezza. Il miracolo del coraggio, della solidarietà, del rispetto per l mia vita rischiando la propria. Sono arrivata all’uscita poco prima dl crollo e devo ancora ai vigili che mi hanno allontanata immediatamente se non sono stata sommersa dalla valanga di detriti.

Adesso deve uscire dall’ottovolante della disperazione.

Si avvicina barcollando un vigile del fuoco con un’espressione di terrore negli occhi che guardano senza vedere.

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-E’ proprio il vigile che mi aveva fermato! Esclama Johnny. Mi ha bloccato mentre volevo accostarmi alle torri, poi è andato sul luogo del disastro.

Una maschera tragica, coperto com’è di polvere e sangue. Lo ha investito di striscio l’onda d’urto del crollo. Ne è riemerso lacero e ferito, in preda a shock. Trema battendo i denti, accartocciato   nel suo metro e novanta. Si accascia.

Lui non sa che fare, continua a tenere la giacca sulla schiena di Jane, non si sente di lasciarla per soccorrerlo. E’ la donna che all’improvviso si alza, va verso il vigile, gli cinge le spalle  cercando di coprirlo; ci riesce perché sembra diventato più minuto di lei. L’uomo è ripiegato su se stesso come per rifugiarsi tra le braccia della madre. Dinanzi a quest’immagine dolente Johnny si ritrae temendo di profanarla. Nella fragile figura femminile che stringe a sé l’uomo colpito nel corpo e nello spirito c’è l’incarnazione della “Pietà”. Con la straordinaria mescolanza di umano e divino che gli ha fatto amare il capolavoro michelangiolesco.

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Paul, il vigile del fuoco, parla con voce tremante.

-Ero a breve distanza dalla torre allorché si è dissolta, quasi volesse conficcarsi nel terreno fino a  scomparire. Non credevo ai  miei occhi, mi chiedevo cosa stesse accadendo. Riscuotermi e gettarmi sulla destra per trovare riparo è stato tutt’uno. Mi ha salvato un tuffo di quelli visti al cinema con “Rambo” che esce incolume dall’esplosione lanciandosi in mezzo a nugoli di schegge tra fiamme e  fumo,polvere e detriti. Quando  mi sono lanciato verso la salvezza, schegge, polvere e detriti erano scagliati ad altezza d’uomo, mentre in alto divampavano le fiamme e il fumo dell’esplosione.

Può ringraziare il suo volo da stuntman se la valanga non lo ha schiacciato. Ora Jane e Paul sono stretti l’una all’altro, con la medesima maschera di polvere e gli occhi che cominciano a rivedere le stelle scacciando l’incubo dei gironi infernali che hanno attraversato. Lei ha potuto esprimere la gratitudine verso i vigili ai quali deve la vita ricambiandone la generosità con il suo gesto spontaneo”.

Continua...

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Info

Si tratta della 2^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 2^ parte sopra riportata è alle pp. 326-332. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, le altre 2 parti seguiranno nei giorni 15 e 17 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che il loro inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria; pertanto, qualora la presente pubblicazione non fosse gradita, le relative immagini verranno subito rimosse su semplice richiesta. Sono alternate le immagini delle torri fumanti con quelle dei vigili del fuoco prodigatisi nelle operazioni di sosccorso, tranne le ultime 5 dedicate solo ai vigili. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: latinatoday.it, focus.it, hellpress.it, cdt.ch, m.famigliacristiana.it, chemusica.it, favusjunior.it, sportellodeidiritti.org, tecnicadellascuola.it, vanityfair.it, panorama.it, ilpost.it, corrieredellosport.it, corriere.it, ansa.it, levocidellanotteforumfree.it, ansa.it, canopo.it, panorama.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 1. L’apocalisse delle Torri Gemelle, in una “diretta” emozionante

di Romano Maria Levante

Quel giorno di vent’anni fa, al momento dell’apocalisse delle Torri Gemelle stavamo scrivendo la prima parte di un romanzo-verità ispirato liberamente a una storia di emigrazione dal nostro paese, Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia. Telefonammo subito al protagonista il cui racconto ci aveva spinto a raccontarne la storia, tornato al paese dall’America per una breve vacanza, perché il figlio lavorava nei grattacieli di Manhattan e temevamo per lui. Nel prosieguo della stesura del romanzo inserimmo l’attacco alle Torri Gemelle vissuto dal figlio che si trovava nella zona i rievocandone i momenti. Nel nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!” a questo evento terribile sono dedicate le pagine da 321 a 344, le riproduciamo testualmente in 4 puntate, pensando di poter risvegliare le emozioni provate allora dinanzi a un evento tragico e disumano. E’ il nostro modo di celebrare 20 anni dopo le vittime con il cordoglio alla loro memoria e gli eroi che si sono battuti contro l’apocalisse rendendo omaggio alla loro dedizione spesso fino al martirio. Le immagini rendono la terribile sequenza che ha investito con una palla di fuoco gli ultimi piani della Torre Nord, l’impatto dell’aereo sulla Torre Sud e l’abnegazione dei vigili del fuoco immolatisi nei soccorsi.

Le Torri Gemelle nel World Trade Center di New York

“E’ trascorsa una calda estate dalla visita del padre. Johnny è arrivato da pochi giorni dopo un breve periodo di ferie, e deve smaltire gli impegni accumulatisi.

Sono appena passate le 8,30, è in ufficio. Gli altri, compresa la segretaria, ancora non sono arrivati.

Incontrerà l’amministratore di una corporation che ha offerto di apertecipare  auna nuova iniziativa, è il suo pane quotidiano. Riguarda un settore di punta, le telecomunicazioni, e un comparto avanzato, il digitale. Manca meno di mezz’ora all’appuntamento fissato per le nove.

Ordina le carte rimaste sul piano della scrivania, accende il computer.

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Ci sono parecchi aspetti da chiarire, si è in fase preliminare. Il digitale è una rivoluzione tecnologica per il mercato, e la liberalizzazione con la caduta dei vincoli antitrust  ha prodotto negli Stati Uniti una corsa alla concentrazione  con lo spostamento di ingenti capitali.

In un quadro così complesso l’iniziativa proposta di realizzare  una rete completamente digitale in fibre ottiche  e gestire un vasto sistema wireless anch’esso  digitale è interessante  quanto delicata. Apre l’armadio chiuso a chiave, la trattativa è riservata e va mantenuto il segreto anche all’interno. Tira fuori il dossier che  gli interessa e lo sfoglia per individuare i punti da approfondire. Verifica che non manchi nulla  per la discussione. Cerca dei documenti, ora ha quanto gli occorre. Richiude l’armadio. Davanti alla vetrata dà un’occhiata distratta all’esterno. Vede sfilare un aereo di linea. Mai era capitato che passasse così vicino.

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Siede dietro la scrivania con un senso di inquietudine, gira meccanicamente la pagina del giorno sul calendario da tavolo. Legge la data, 11 settembre, martedì. Non capisce perché sia turbato, non ne ha motivo, è preparato all’incontro che inizierà dopo un quarto d’ora. Mentre apre il fascicolo e si accinge a richiamare nel monito il relativo “file”, uno scoppio lo fa sobbalzare.

E’ diverso dai rumori che si sentono dai grattacieli di New York, dove non arriva il frastuono del traffico. Non riesce a immaginarne l’origine, non vuole pensare all’aereo sfilato a volo radente. Quasi per esorcizzare l’inquietudine.

-Un rombo di tuono? Si chiede. No, è potente  e insieme sordo, soffocato. E poi non ci sono temporali in vista, l’aria è tersa, il cielo è sereno, il sole luminoso. Come sa esserlo nei mesi di passaggio tra le stagioni, in questo settembre tiepido e dolce.

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-E allora cosa? Torna l’interrogativo. Neppure lo scoppio di una caldaia o l’esplosione di un appartamento invaso dal gas producono un effetto simile. Qui non ci sono caldaie né abitazioni che possono esplodere, ma grattacieli con centrali termiche sicure poste in profondità sotto al basamento.

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

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-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

I rumori della guerra non li conosce, né le esplosioni delle bombe, è un’eventualità ch non considera nemmeno per un attimo.

-Non mi trovo in una sede a rischio di attentati terroristici nel Medio Oriente o in uno dei paesi del terzo  mondo dilaniati dalle guerre intestine dove tutto è possibile in ogni momento! Sono nel centro di Manhattan che è il centro di Nrw York, il centro della grande America. Grande nella potenza militare, oltre che finanziaria ed economica. Nessuno oserebbe e, se lo volesse, non potrebbe giungere fino al cuore del paese, per di più al cuore finanziario.

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Il ricordo dell’autobomba del 1993 non lo preoccupa, perché evidentemente le misure di sicurezza sono state rafforzate, l’area dovrebbe essere blindata.

-L’aereo che ho visto passare vicinissimo non può spiegare lo scoppio, ci mancherebbe! Sbotta sempre più turbato.

Sono pensieri che nel volgere di pochi attimi lo fanno correre alla vetrata per veder quello che non riesce  a capire. Una reazione insolita, non si fa distrarre da suoni, rumori, immagini, ha l’abitudine di concentrarsi sul problema che sta affrontando estraniandosi da ciò che lo circonda.

La sua attenzione ne resta assorbita in  modo tale da non essere attirato  da quanto avviene all’esterno mentre gli altri si accalcano alle finestre.  Anche se gli stormi di uccelli migratori disegnano incredibili arabeschi  resiste alla tentazione di soffermarsi a guardare  fuori. E così per i tramonti più suggestivi.

Questa volta no, è diverso, sente che è diverso. Mai dalle Twin Towers del Worls Trade Center si è vista uscire una nuvola di fumo nero tra gigantesche fiammate  che lambiscono gli ultimi piani. E’ lo spettacolo agghiacciante che li si presenta.

-Non serve che continui a interrogarmi, devo darmi da fare. E subito. Molti nostri uffici sono nella Torre Nord, mi metterò a disposizione dei soccorsi. Non farò come Archimede che alla caduta di Siracusa rimase immerso nelle operazioni di alta matematica tanto che non si accorse dell’assalto finale  alal città. Sono o non sono un vero americano?

Esce dalla stanza, si precipita all’ascensore con i colleghi che incontra. Nessuno sa cosa sia successo. Scendono a terra, corrono verso le torri  con il fiato in gola. Attraversano alcuni isolati, la confusione aumenta  via via che si avvicinano alla zona. E’ un incrociarsi frenetico di gente che cerca di raggiungerle  e di gente che se ne allontana. Le auto dei vigili del fuoco sfrecciano con un ululato lamentoso.

Mai aveva fatto caso al numero dei veicoli antincendio  di New York, ora si rende conto di quanti siano. E’ un accorrere  senza sosta sul luogo del disastro sovrastato da una nuvola di fumo nero che si mu a ondate con un odore acre di bruciato.

Smettono di correre, troppe persone vanno nella direzione opposta. I colleghi rinunciano a proseguire.

 -Non credo che tutti siano così spaventati o egoisti da sottrarsi al dovere di prestare aiuto, ci sarà un motivo! esclama continuando ad andare avanti.

Sono i vigili del fuoco  e i poliziotti ad allontanare dal luogo dell’esplosione . La Torre Nord brucia in alto, oltre alle fiamme impressiona il fumo. Un tremendo Vesuvio con un pennacchio gigantesco, un vulcano in eruzione.

-Anche se è la parte superiore a bruciare emettendo  lava  elapilli, pensa subito, in ogni eruzione  gli effetti si trasmettono a valle con forza distruttiva.

Si riscuote da questo pensiero.

-Chissà cosa sta succedendo, chissà cosa potrà succedere? Forse nulla di più di ciò che vedo. I vigili del fuoo entrano nella torre, salgono a piedi centinaia di gradini per spegnere le fiamme. Del resto, qunado esplose l’autobomba nell’autorimessa  del World Trade Center, venne colpito il basamento e non furono compromessi i piani soprastanti.

Purtroppo non si salvarono sei di coloro che rimasero intrappolati nel sottosuolo prima di esserne tirati fuori coperti di polvere e sangue. I danni dell’incendio verranno contenuti. Non è un vulcano in eruzione, la lava non scende a valle inesorabile.

-E’ stato un aereo! Urlano i tanti che si allontanano.

-Non avvicinatevi!  Ridano poliziotti e vigili del fuoco.

Un aereo? Ricorda di aver letto che un grosso bombardiere B52 finì contro l’Empire State Building  in tempo di guerra, ed erano capitati incidenti del genere in tempi normali on piccoli Cessna. Urti di entità limitata, il grattacielo aveva resistito.

-Le Twin Towers sono progettate  per reggere all’impatto dei giganteschi Jumbo, pensa, e per resistere alla spinta esercitata dal vento che corrisponde a molte volte la più violenta collisione immaginabile.

Queste e altre notizie erano nell’opuscolo informativo con la storia, le caratteristiche e le garanzie di sicurezza consultato nel prepararsi al trasferimento, poi non avvenuto, nella Torre Nord.

-Oddio, mormora paralizzato dalla paura, c’è un aereo lassù che sembra diretto alla Torre Sud. No, sta deviando, si inclina, vira, ci cozza contro lo stesso, si infila nella parte alta, esplode. E’ un’allucinazione, non è possibile, le urla ‘è stato un aereo’ hanno creato immagini così realistiche da apparirmi vere. Non può essere vera la palla di fuoco che avvolge la torre appena colpita, mentre la cima della Torre Nord è coperta dalla nuvola di fumo nero!

Se si trattasse di un’allucinazione? Come per l’esplosione che lo ha fatto scendere in strada  e correre verso le torri senza sapere perché, ma con la consapevolezza che voleva  e doveva farlo?

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Purtroppo non è un’allucinazione l’ondata di fumo nero e di calore, l’aria irrespirabile che ferisce i polmoni, la polvere che sferza il viso. E’ qualcosa di terribilmente vero che lo lascia sgomento, incapace di riflettere e di agire. Sconvolto, fa constatazioni agghiaccianti.

 -Allora c’è stato davvero lo schianto del primo aereo! L’esplosione sulla Torre Nord è stata causata dall’impatto di un aereo. Un grande aereo di linea simile a quello penetrato nella Torre Sud ed esploso sotto i miei occhi.

Eì proprio l’aereo che aveva visto passare a volo radente. I paragoni con gli altri incidenti non reggono più. Si arrende dinanzi alla tremenda realtà.

-Non è possibile che sia una coincidenza, è impensabile un errore umano ripetuto a così breve distanza. Se è impensabile l’errore umano  c’è stata una volontà anch’essa umana. Anzi disumana.

Cerca di scacciare questo pensiero, deve ragionare. Si rende conto che è molto difficile. Ci prova. Li conosceva bene quegli aerei, viaggiava spesso sulle tratte interne e anche sulle linee internazionali.

-Ma adesso, da mezzi di trasporto familiari e sicuri, sono diventati spaventosi missili che hanno colpito gli edifici più cari e simbolici d’America!

Soltanto l’Empire State Building è al loro livello nell’immaginario collettivo e quando il B52 vi si schiantò le Twin Towers non esistevano, con i suoi trecentottanta metri era di gran lunga l’edificio più alto della “grande mela” fin dall’inizio degli anni trenta. L’incidente era stato fortuito, ma non possono essere fortuiti due impatti simmetrici e gemelli al pari delle torri.

-E se non sono fortuiti, si ripete angosciato, cosa può aver trasformato due inoffensivi aerei di linea in kamikaze impazziti lanciati sul cuore dell’America?

Nel volgere di un lampo rivede le scene di routine dei voli aerei. C’è da accomodarsi sulle poltrone, allacciarsi le cinture, ascoltare le istruzioni per l’emergenza ripetute in modo meccanico e seguite in modo altrettanto svogliato dato che non servono, non devono servire, guai se servissero. Scegliere i giornali da sfogliare, guardarsi intorno e scoprire la varietà dei tipi umani scolpita nei compagni di viaggio. Non manca una sbirciatina alle hostess, a volte sono proprio carine. Poi il volo, breve sulla navetta New York-Washington, interminabile sulle linee  intercontinentali, Sempre in un clima di confort e affidabilità.

-Le sciagure aeree creano sgomento nell’opinione pubblica, gli vien fatto di pensare, e per ridimensionarle a poco vale confrontare le statistiche del numero delle vittime con quelle degli incidenti d’auto, tanta è l’emozione suscitata dalla morte simultanea di tutti gli occupanti di un aereo mentre passa inosservato il numero ben più elevato di persone che muoiono sulle strade, a parte gli incidenti alla ribalta perché  spettacolari. Figurarsi una sciagura come questa!

E’ solo un attimo, del resto l’evento catastrofico non riesce neppure a percepirlo, supera l’immaginazione al apri degli ultrasuoni che non si avvertono per quanto sono acuti  e lancinanti al di là della percezione.

-Che sto almanaccando? Si riscuote rimproverandosi. I miei pensieri si sono messi a correre quasi per allontanarsi dalla tragedia. Devo restare presente a me stesso.

 Gli automezzi di soccorso continuano a sfrecciare. Spiccano le casacche fosforescenti dei vigili del fuoco, i poliziotti si sbracciano per contenere il flusso di gente. Non si comprende cosa possa ancora accadere.

E’ preoccupato per i colleghi della merchant bank e di una società finanziaria con cui ha stretti rapporti. Si trovano negli uffici della Torre Nord, al prima ad essere  colpita. Molti lavorano all’ottantesimo piano, sua sede di lavoro nel programma iniziale. Dell’altra finanziaria in tremila sono nei piani sottostanti. Vi è stato spesso e ha vissuto le situazioni più diverse con loro. Incontri brevi e riunioni interminabili. Ricorda l’ubicazione degli uffici, gli spazi comuni, le prescrizioni da seguire in caso di incendio.

-Dove saranno ora? Si troveranno nei punti di raccolta o staranno scendendo per le scale d’emergenza? Oppure…?

Una teoria ininterrotta di vigili del fuoco sta entrando nella Torre Sud, Cerco di arginare la gente che vuole avvicinarsi. Un vigile lo afferra per la giacca e lo blocca ordinandogli  di non varcare il limite oltre il quale c’è pericolo. Gli rimane impressa al figura imponente che si muove con decisione e senza incertezze, il viso fermo e impassibile, lo sguardo severo.

Ubbidisce all’ordine, Due incredibili fumaioli svettano verso il cielo quasi che Manhattan si fosse trasformata in un gigantesca nave. Le fiamme si sprigionano, il fumo è più impressionante del fuoco, nero impenetrabile con folate  che si accavallano come soffiate da un mantice infernale. In strada si diffonde un’aria mefitica.

Assiste impietrito a uno spettacolo agghiacciante. Figure umane si gettano dall’alto per schiantarsi al suolo in un volo disperato, interminabile.

-Oddio, la fine di Icaro! Ma qui non è il sole abbagliante della natura a sciogliere le ali ponendo fine aun volo fantastico nel cielo; è il calore insopportabile dell’incendio che li fa gettare nel vuoto per morire in modo intrepido all’esterno immersi nell’ria fresca del mattino, piuttosto che in modo atroce all’interno divorati dalle fiamme straripanti dell’esplosione.

 Questo pensiero non gli dà conforto, Guarda altrove, non può sostenerne la vista. Meglio fermarsi e tentare di decifrare il caotico via vai  intorno alle torri colpite a morte. Altrimenti torna la disperazione, allontanata per un momento. Chi va nell’area del disastro è un vigile del fuoco o un poliziotto e sa cosa deve fare, chi ne esce coperto di polvere è terrorizzato e sa solo che deve fuggire.

-I sopravvissuti stanno scendendo precipizio decine e decine di piani incrociandosi con i vigili del fuoco che salgono per regolare l’evacuazione e raggiungere l’incendio. Mi ricorda qualcosa  a lieto fine! ripete a se stesso scacciando le immagini più tragiche. Gli viene in mente un film, l’”Inferno di cristallo”. Un quadro simile a quello dinanzi ai sui occhi, i piani alti del grattacielo in fiamme e la terrazza intatta, in grado di accogliere le persone in abito da sera intrappolate nella festa all’ultimo piano. Dalla cima del grattacielo tutti sulla terrazza, che fu collegata  con una teleferica di fortuna presto distrutta anch’essa; mentre era bloccata dal fuoco la via di fuga della discesa lungo la scala d’emergenza  su cui i pompieri salivano senza sosta per cercare di spegnere l’incendio. All’origine delle fiamme un corto circuito causato dal materiale scadente utilizzato per realizzare l’impianto elettrico risparmiando sui costi”.

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Info

Si tratta della 1^ delle 4 parti della rievocazione, nel ventennale del catastrofico evento. della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 1^ parte sopra riportata è alle pp. 321-326. Le ulteriori 3 parti seguiranno in questo sito nei giorni 13, 15, 17 settembre 2021.

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