11 settembre 2001, 4. La ripresa volitiva, da “Ground zero” la mobilitazione per l’umanità

di Romano Maria Levante

Nel ventennale dal crollo delle Torri Gemelle colpite da 2 aerei di linea lanciati come kamikaze completiamo la rievocazione del tragico evento tratta dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, pubblicando la 4^ e ultima puntata, dopo le 3 uscite in questo sito l’11, 13 e 15 settembre. 2021. L’evento viene seguito “in diretta” da un personaggio del romanzo, il figlio del protagonista, che l’ha veramente vissuto in prima persona. Dopo aver fatto rivivere l’angoscia e lo sconcerto dinanzi a un atto inimmaginabile e così disumano, si è passati all’impegno nei soccorsi e alle prime riflessioni. Ora dalla disperazione si passa alla reazione indignata e orgogliosa che porta alla mobilitazione contro l’infame attacco alla civiltà e alla vita di tutti. Le immagini, a differenza di quelle inserite nelle 3 puntate precedenti, relative alle scene di distruzione delle torri e dell’intera area, fotografano l’assetto attuale, con il memorial “Ground Zero” che ricorda l’evento e tutte le vittime con i loro nomi come in un sacrario, e il grattacielo “”One World Trade Center” , costruito tra il 27 aprile 2006 e il 30 agosto 2012, ideale erede delle Torri Gemelle e dei valori da esse evocati, per questo detto “Freedom Tower”, nel rinnovato contesto urbanistico del “New World Trade Center” ; precedono le luminose visualizzazioni virtuali delle torri che furono elevate a loro memoria. Il grattacielo è alto 1776 piedi, l’anno della dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, 541 metri al pennone e 417 metri al tetto, con 104 piani.

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“Ground Zero” con il “memorial”, sacrario delle vittime

“…E’ rientrato nella sua abitazione dopo una giornata di tregenda. Tutto il giorno e parte della notte è restato nella zona del disastro adoperandosi per dare un aiuto. Con i volontari  ha lavorato a fianco dei vigili del fuoco e dei poliziotti, ha messo a disposizione le proprie capacità organizzative oltre alle mani nude per cercare  tra le rovine.  Ha voluto rendersi utile alla città colpita a morte, ed è fiero di averla aiutata a ricominciare a vivere, a risollevarsi dal baratro in cui è precipitata. Si è impegnato finché le autorità e i corpi municipali, tramortiti dall’immane tragedia, hanno ripreso il controllo. E’ riuscito a parlare con i suoi, li ha tranquillizzati, se può usare questa parola in un  momento simile.

Si distende sul letto. Vorrebbe allontanare la visione sconvolgente della mattina  e lo spettacolo desolante del pomeriggio e della sera. Ha ancora negli occhi l’immagine agghiacciante delle persone che precipitano dall’alto in un volo disperato, delle persone che  escono stravolte dagli edifici in fiamme correndo all’impazzata, dei vigili del fuoco che fanno il percorso inverso cercando di contenere le proporzioni della tragedia, della gente che vaga smarrita e sgomenta non sapendo come rendersi utile, delle imponenti torri prima in fiamme come fumaioli che hanno preso fuoco, poi crollate inesorabilmente una dopo l’altra.

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L’ultima immagine ò quella della notte. Dalle fotoelettriche, sciabolate di luce si proiettano su un paesaggio spettrale, un deserto di rovine sovrastate da una specie di tragica quinta teatrale fatta di un rivestimento sottile come un paravento rimasto miracolosamente in piedi a marcare un’identità cancellata, così precario e irreale da ricordare inquadrature da film dell’orrore, gli sembra di sentirne il sinistro cigolio. Un deserto di morte, brulicante di uomini con le divise fosforescenti alla ricerca del nulla, cioè di tutto. Delle vite annientate, dissolte, polverizzate.Trascorrono inquiete le ore. A poco  a poco riprende contatto con la dimensione umana della vita dopo averne conosciuto da vicino la dimensione disumana.

Il day after di New York inizia con un sole malato, quasi timoroso di aprire un nuovo giorno nell’orrore del massacro delle torri. Massacro di migliaia di esseri umani disintegrati dalle migliaia di tonnellate dei piani superiori che si sono riversati sui piani inferiori travolgendoli e sbriciolandoli in una voragine che li ha inghiottiti.

Le migliaia di tonnellate precipitate a valle col boato delle valanghe erano avvolte  dalla palla di fuoco che ha liquefatto le possenti strutture di acciaio progettate per resistere agli impatti più violenti, dal vento rovinoso del tornado fino all’aereo impazzito.

-Al fuoco dell’inferno non si resiste se si è inermi rispetto alle forze del male e si è abbandonati alla mercé di Satana! Sono espressioni che lo fanno inorridire mentre l formula, tanto sono apocalittiche.

Balza giù dal letto,corre allo specchio. Scruta il proprio viso, ha paura che Satana gli abbia prodotto mutazioni da richiedere l’esorcista. Ripensa al film che gli aveva suscitato una reazione di disgusto e disprezzo, e non ai film catastrofici nei quali erano la natura e l’imponderabile, anche la delinquenza o la cattiveria ad agire, ma entro limiti più contenuti, in un certo senso più umani.

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-Sono state superate le Colonne d’Ercole dell’umanità per sconfinare nel regno dell’orrore senza limiti, senza ragioni! esclama. Inutile  cercare un motivo, per quanto abietto, inutile tentare di capire! E se si fosse trattato di un incubo?

Attaccato a questa ancora di salvezza si avvicina alla finestra della camera. Guarda il cielo di sfuggita, teme di vedere lo skyline mutilato. le sue parole sono un’invocazione.

-Dove sono le torri?  Ecco, se comparissero i due campanili svettanti sulla foresta pietrificata tutto sarebbe risolto. Dio mio, fa il miracolo per l’umanità, non per me, è stata sfregiata la civiltà, distrutta la vita in  modo infame violando i valori più sacri. Non può essere vero. E se ti fossi distratto puoi rimediare. Ora e subito, ci credo, ci conto! L’invocazione termina con una pretesa più che con una preghiera. E’ stato lo sfogo di un momento. Non regge al vaglio della fede oltre che della ragione. La forza del ragionamento torna a farsi strada.

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-Non è possibile semplificare il mistero della vita e della morte, del bene e del male, dell’onnipotenza e dell’onniscienza, e insieme del libero arbitrio dell’uomo che giustifica tante brutture non attribuibili alla volontà divina. E nemmeno spiegare la sconfitta del bene, troppo spesso condannato a soccombere sotto i colpi delle forze del male lasciandoci attoniti e smarriti.

Ritira l’assurda pretesa. Si riscuote. Riesce di nuovo a ragionare.

-Niente ora e subito, non ci conto, non ci credo. L’infamia è opera dell’uomo, l’essere umano ha tirato fuori la parte disumana della sua natura. Non serve scrutare il mio viso, né guardare nel vuoto sperando di vedere le torri intatte, magari avvolte dall’arcobaleno. Bisogna affrontare la realtà e non occorre lo specchio, non ha senso affacciarsi alla finestra.

Peraltro ci vuole poco per vedere e molto per non vedere la colonna di fumo mefiti conche si solleva dal luogo dov’erano le torri. In un’amputazione il dolor persiste nel punto dov’era l’arto mancante, così avviene nella città mutilata dei suoi simboli. E delle vite che si sono disintegrate in un pozzo senza fondo.          

Un’immagine affiora alla sua mente, con il disgusto e il disprezzo per le mutazioni sataniche.

-Rammento che daddy mi raccontò di aver visto un gatto sfrecciare privo della coda troncata dal morso di un coccodrillo, terrorizzato per quella violenza innaturale quasi fosse l’attacco di un alieno. E aggiunse scherzando che il gatto alza la coda quando lo accarezzi per farti capire che è finito il gatto. Voleva sdrammatizzzare, però ottenne l’effetto contrario, l’angoscia di un gatto senza più carezze mi rimase dentro.

Guarda lo skyline senza le torri, un’amputazione innaturale di proporzioni incalcolabili.

-Ecco inquietudine che diventa orrore, l’angoscia che diviene terrore. Come dinanzi all’invasione di alieni spietati, dalle terrificanti sembianze di infernali coccodrilli pronti a chiudere le loro fauci smisurate su migliaia di esseri incolpevoli. All’inquietudine e all’orrore, all’angoscia e al terrore si aggiunge una lacerazione profonda, un dolore lancinante  che non ha eguali, un male insanabile che scava dentro. New York ha subito un’amputazione sanguinaria e assassina, senza le torri resterà mutilata per sempre di qualcosa di unico. Non ci sarà la stessa gioia di vivere nel microcosmo gravitante sulla Plaza dove il lavoro e il divertimento diventavano una festa collettiva. E’ stata depredata delle tante carezze che non si potranno più dare  alle innumerevoli vittime. E delle carezze che non si potranno dre alla “città che on dorme mai” ora che è stata spogliata della sua parte più viva e vitale.

Ha un soprassalto d’orgoglio.

-Non è la fine della civiltà, bensì una tragedia che pone enormi responsabilità. Il mondo non puù soccombere alla più bestiale assenza di umanità, deve reagire!

In Johnny non c’è solo l’idealista, c’è  il manager. Abituato a ribattere colpo su colpo alle azioni dei concorrenti, a tradurre le minacce in opportunità. Glielo raccomandava sin da bambino il pdre che aveva dovuto fare un duro cammino per passare dall’ago al milione, dai sette dollari dello sbarco nel porto di New York al completo benessere. E lo ha affinato nelle scuole di management.

Nelle lezioni sulle strategie aziendali, e poi nelle riunioni all’alta direzione della merchant bank, l’imperativo era quello dello judo, utilizzare contro l’avversario la sua stessa forza. Una civiltà millenaria lo ha insegnato.

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-Che sto proclamando? Non sarò io a elaborare la strategia di difesa. O di offesa. Sì, di offesa, protesta on un fremito di ribellione.

E’ impossibile fermare i propri pensieri, si conosce bene.

-Sarebbe sbagliato concludere che si è giunti alla fine della storia. L’ho pensato per un momento quando le immagini che avevo davanti agli occhi evocavano l’eclissi della civiltà. Finora se n’era parlato per l’appiattimento del mondo sotto la superiorità americana, e non era giusto. Non sarebbe giusto, a maggior ragione, neppure l’opposto: cioè la resa dell’America, e del mondo con essa, alle forze del male.

Allontana dalla mente  i versi che il padre  declamava  nell’affrontare i confronti più difficili, “io sol combatterò, procomberò sol io”.

-Combatteremo tutti, combatteranno tutti. E’ una sfida decisiva, nessuno dovrà sottrarsi. Da una minaccia è necessario cogliere un’opportunità.

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Torna il proposito quasi ossessivo e gli fa trovare la risposta all’interrogativo che lo assilla.

-Che opportunità   trarre dalle fiamme dell’inferno, se non la spinta per reagire con una forza pari alla violenza con cui è stata inferta l’immane ferita? A un’azione spaventosa deve contrapporsi una reazione uguale e contraria. Lo dicono le leggi fisiche, lo insegna la natura. Anche se la primordiale legge del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”, è superata dal progresso e dal messaggio altrettanto antico “nessuno tocchi Caino”, chi ha portato l’inferno a Manhattan non merita pietà. In questa sfida si ridesteranno energie assopite, adagiate nel benessere e nella sicurezza,  per annientare le minacce infernali ovunque si annidino, in modo da ricavare del  bene dal male assoluto. Saranno le forze disumane del male a far recuperare all’umanità la forza intemerata del bene per la mossa di judo vincente.

Emerge un nuovo imperativo, ritrovare lo spirito della frontiera per rianimare un corpo svuotato dalla mancanza di stimoli che ha perduto la voglia di mobilitare tutte le energie per una causa.

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-Altrimenti per cosa mobilitarle? si chiede. Per il super sofisticato modello di automobile dalle centinaia di cavalli di potenza con le sbalorditive diavolerie futuristiche e la megatelevisione satellitare al plasma dai mille canali con l’apertura globale al mondo interattiva e senza confini, per l’onnipotente personal computer  con accesso illimitato  a un’Internet onnisciente e il telefonino ipertecnologico divenuto terminale dalle possibilità sconfinate, per l’avveniristico gadget elettronico e la playstation dalle più fantasmagoriche simulazione computerizzate? O per l’abitazione accessoriata e automatizzata, tecnologica e cablata imposta da una domatica fantasiosa e invasiva , la villa sempre più spettacolare con piscina e contorno di barca da diporto  e le seconde residenze sparse nelle località più attrattive?  E’ la meta del lavoro quotidiano, con l’orario che lascia parte del pomeriggio a disposizione per lo shopping o per rasare il prato, e due giorni di week end sacro e intangibile. Un risultato, quest’ultimo, raggiunto in un’America all’avanguardia della crescita economica per merito dei suoi cittadini, anche se per tanti resta un miraggio. Adesso non basta più, neppure quando l’attività copre l’intera giornata e non lascia spazi riservati per la propria persona.

La giornata lavorativa di Johnny supera le dodici ore, solo a notte fonda può dire di aver finito dopo incontri, riunioni, stesura di relazioni, spesso tra aerei e alberghi. Non vi è sabato e domenica che tenga, il week end non esiste allorché l’impegno è totale e assoluto.

Se domanda se sono aggettivi da usare ancora. O c’è qualcosa in più da fare? Cosa è cambiato?    

-Nel mio impegno manca un elemento decisivo, non mi si chiede di rischiare la vita! esclama. Mentre lo spirito della frontiera unisce il rischio supremo alla mobilitazione totale e assoluta.

Domande assillanti gli affollano la mente.

-Le migliaia di lavoratori e di visitatori delle Twin Towers sapevano di rischiare la vita? Sapevano che li attendeva la fine più orrenda, scomparire nell’eruzione di un vulcano apertosi all’improvviso nel luogo più sicuro non lasciando la minima traccia di loro corpi? I sopravvissuti sapevano di dover riemergere dall’inferno stravolti, coperti di polvere e ferite, increduli della salvezza in un cataclisma che ne ha risparmiato il corpo ma ne ha marcato in modo indelebile lo spirito?   E i passeggeri degli aerei sapevano di poter essere trasformati in missili  a testata umana nella più orribile azione di kamikaze della storia?

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Immediata è la risposta, uno sfogo che nasce dal cuore.

-Ma allora nell’impegno totale deve entrare anche il rischio della vita, come epr il pioniere, come per nonno Giovanni. Nella favola vera vissuta in terra di frontiera nelle miniere dell’Alaska incombeva sempre l’insidia di una frana o di un’inondazione, di un’esplosione o di un cataclisma, di un incidente o di un’imboscata dei rapinatori. Gravi pericoli che si sentiva di affrontare a costo della vita. Sarò degno di lui!

Ha di nuovo il controllo dei pensieri. E dei sentimenti. Con il ricordo del nonno, cuore e ragione si sono saldati. Può ripensare la propria esistenza. Finora ha dedicato le sue giornate alla merchant bank di cui è dirigente. Adesso, al di là dell’insicurezza calata sui grattacieli di Manhattan, è pronto a rischiare la vita sul campo di battaglia. E’ il rischio supremo che accetta in difesa dell’umanità, ne è consapevole.

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La sua analisi è lucida, ha ripreso a ragionare. Da manager e da uomo.

-Si dovrà dare battaglia a chi ha scatenato l’apocalisse, nel segno della civiltà senza confini che l’essere umano ha costruito in una storia millenaria a prezzo di incredibili sofferenze e sacrifici. Civiltà che ha visto aberrazioni inenarrabili segnare nei secoli individui e generazioni, popoli e stati, ma lungo un percorso di faticosa, difficile, e tuttavia innegabile crescita. Non deve venire annullata dalla follia omicida che provoca la strage più orribile e non arretra dinanzi all’inimmaginabile per farci regredire alle angosce più tremende ai momenti più bui. Occorre unire le forze in una mobilitazione alla quale chiamare i cittadini e le nazioni che hanno subito una ferita insanabile nella loro vita. E non sarà più la vita di prima, sprofondata  com’è nell’orrore di ciò che è avvenuto e nel terrore che possa ripetersi, non si sa  ad opera di chi, dove, come, quando e neppure perché.

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Pensa all’angoscia piombata sul mondo, cerca di mantenere la mente fredda.

-E’ un terrore che riporta alle minacce e alle paure ancestrali per i fulmini e i terremoti, gli incendi e le inondazioni, le carestie e le pestilenze, le invasioni dei barbari e le incursioni dei predoni, gli assedi e le guerre, fino all’incubo dell’olocausto nucleare; minacce  e paure affrontate e sconfitte. Questa minaccia è invisibile e può annidarsi in ogni luogo, non viene dalla natura né da nemici dichiarati bensì da spietati terroristi dissimulati tra di noi con sembianze umane pur essendo disumani. La paura è che qualunque aeroplano, tra le molte migliaia che quotidianamente solcano i cieli, potrebbe trasformarsi in una spaventosa bomba umana scagliata da inafferrabili kamikaze su tanti innocenti.

Si ribella l’intero suo essere.

-Non è possibile vivere tutti sotto il ricatto del terrore e dell’orrore, occorre reagire all’unisono  mobilitandosi contro chi ha lanciato la sfida mortale. Si mobilitavano i pionieri del Far West nell’America nascente. Si è mobilitata, dopo Pearl Harbour, l’America divenuta grande e prospera. Si mobiliterà, dopo la nuova Pearl Harbour che ha funestato l’inizio del terzo millennio, l’America superpotenza mondiale insieme alle nazioni del mondo civile!

L’erede delle Torri Gemelle
l”One World Trade Center”, detta “Freedom Tower”

E’ tornato in ufficio. Ha dimenticato la routine quotidiana  e non ha idea di quali siano i suoi impegni, se ha senso continuare ad averne. L’alto dirigente che attendeva la mattina della tragedia per l’iniziativa nel digitale non si è fatto sentire, del resto non avrebbe potuto con ciò che è successo e lui non aveva affatto pensato di cercarlo.  Né ha intenzione di farlo ora, ha ben altro per la testa.

Ancora non si è riavuto. Dov’erano le Twin Towers vede levarsi un fil di fumo che non evoca Madama Butterfly, ma un’esalazione da gigantesco forno crematorio. Volta le spalle alla vetrata, non vuole più guardare fuori.

Deve fare qualcosa. Prende il fascicolo sul digitale rimasto sopra la scrivania, apre l’armadio per rimetterlo a posto. Si accorge che sta ripetendo i movimenti del giorno prima in senso inverso, quasi volesse riportare la realtà al punto di partenza. Rammenta un film nel quale “Superman” con la sua forza aveva fatto girare la terra all’indietro invertendo  il moto di rotazione e annullando quanto avvenuto nel frattempo. La coscienza dell’impossibilità di un tale evento lo deprime ancora di più. Siede dietro la scrivania,  dove il calendario da tavolo è sempre aperto sulla pagina dell’11 settembre, martedì. Deve voltarla subito e voltare pagina anche dentro di sé, tornare al lavoro, alla vita. Lo fa con un gesto rapido, ma non basta.

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Squilla il telefono. Prova sollievo, se questo è lo stato d’animo che si ha nel risollevarsi da una simile angoscia. Il lavoro lo chiama, e non per l’appuntamento saltato il giorno prima. Deve andare nel Michigan, a Detroit, per trattare la partecipazione a un’iniziativa in campo aeronautico promossa da un’impresa leader nel settore. L’incontro non è stato annullato. Tuttavia i voli nazionali degli aerei passeggeri sono bloccati per motivi di sicurezza, i terroristi hanno utilizzato proprio le linee interne.  Si è trovata la soluzione, ed è l’oggetto della telefonata. Nel pomeriggio lo verrà a prendere l’aereo dell’impresa con un volo privato.

Intanto può incontrare i colleghi, riunire i collaboratori, prepararsi per la missione. Non parlano della tragedia del giorno prima. Ognuno sta combattendo la propria battaglia personale per tornare alla vita.  Il lavoro si rivela la cura migliore per sconfiggere l’indicibile angoscia.

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Finalmente va all’aeroporto. Non vede l’ora di ricominciare  a lavorare. Perché significa ricominciare  a vivere. L’aereo “executive” sta atterrando. Un ricordo gli si presenta, una bella immagine illumina la sua mente.

-Mi sembrano tornate le rondini ad annunciare l’arrivo della primavera. E’ la prima rondine ed è troppo presto per parlare di primavera nel cupo inverno  abbattutosi su New York e sul mondo. Comunque è bello avvertirne il soffio.              

Nella splendida giornata di settembre del giorno precedente era calato il gelo di una tragedia oltre ogni limite che aveva mostrato quanto di più disumano possa albergare nell’uomo e quanto di peggio possa capitare  nella vita degli individui e delle nazioni. Ora pensa che il soffio della primavera tornerà sulla città, sulla gente.  Che è la sua città, la sua gente. E’ fiero di farne parte.

Assorto sale i pochi gradini della breve scaletta ed entra nll”executive”. Con la mano sul cuore mormora commosso un’invocazione.

-God bless America!

Questo, ne è sicuro, è il suo nuovo inizio”. 

Fine

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Il “New World Trade Center”

Info

Si tratta della 4^ e ultima parte della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 4^ parte sopra riportata è alle pp. 338-344. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, la 2^ e la 3^ sono uscite il 13 e il 15 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale nostra pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non si tratta più nè di immagini delle Torri Gemelle in fiamme e col pennacchio di fumo, alternate con i vigili del fuoco al lavoro, nè del deserto di detriti e polvere con i vigili come formiche smarrite; ma dell’attuale situazione della zona del World Trade Center: le prime 13 immagini sul “Ground Zero”, tra cui le 3 iniziali fissano i vuoti rimasti dov’erano le torri, le 10 successive mostrano il “sacrario” con tutti i nomi delle vittime, le rose votive e le bandiere, fino alla preghiera di papa Francesco e all’abbraccio commosso dei due giovani; seguono 2 immagini con i fasci di luce virtuali che furono elevati temporaneamente in memoria, e 5 immagini finali sul “New World Trade Center” in cui spicca l'”One World Trade Center”, la risposta orgogliosa alla perdita delle Torri Gemelle, la torre più alta, la 6^ al mondo, chiamata “Freedom Tower” per i valori evocati. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: viator.co, newyorkcity.it, avvenire.it, fattodiritto.it, viaggi-usa.it, settimanenews.it, italiani.it, ilmattino.it, marcotogni.it, today.it, avvenire.it, vaticannews.va, dilei.it, ansa.it, marcotogni.it, newyorkfacile.it, 123rf.it, getyourguide,it, infobuildenergia.it, rainews24.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 3. Dalle Torri Gemelle al deserto di detriti e vittime innocenti

Siamo alla 3^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’infernale cataclisma abbattutosi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 per mano umana, anzi disumana; è tratta anch’essa dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, nel quale si rivive il terribile evento in “diretta” con un personaggio del libro che vi ha partecipato passando dall’angoscia e dalla disperazione, all’impegno nei soccorsi e alla presa di coscienza finale di mobilitarsi anche rischiando la vita contro terroristi che minacciano le nostre civiltà oltre alle nostre vite. In questa puntata, dalla “spada di Damocle” del secondo crollo, poi avvenuto, alla tragica “suspence” degli altri attatcchi, al Pentagono e forse alla Casa Bianca, fino allo sgomento per la perdita di qualcosa di irripetibile e soprattutto al dolore inconsolabile per le vittime innocenti, 2.750 incolpevoli civili, 343 eroici vigili del fuoco. Le immagini mostrano il vuoto lasciato dalle torri crollate, e la devastazione di detriti con i vigili del fuoco come formiche smarrite cui è stato distrutto il nido e che stentano a recuparare una dimensione umana.

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Il deserto di detriti dov’erano le Torri Gemelle

“… Vengono fatti arretrare, il campo di battaglia è percorso incessantemente da vigili del fuoco e da poliziotti sui mezzi di soccorso e a piedi, Paul a poco a poco si riprende, vede un gruppo di colleghi che si sta riorganizzando e vuole raggiungerli. Resiste ai tentativi di fermarlo, si unisce  a loro. Torna a fare il vigile del fuoco di New York in prima linea, e intanto affida Jane alle unità che assistono i sopravvissuti.

Figure coperte di polvere e sangue continuano ad aggirarsi come fantasmi, Ci si prepara  al peggio.

-E’ crollata una delle torri, l’altra ha subito un colpo della stessa entità, ci si rende conto del pericolo? Si chiede Johnny con una stretta al cuore. In questa tragica confusione lo sgomento può prevalere sulla ragione, sull’intelligenza. E non far capire che anche la seconda torre può crollare seguendo la sorte che qualche volta unisce i gemelli fino all’esito funesto.

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Vorrebbe correre a gridarlo a chi presta i soccorsi per fronteggiare gli effetti catastrofici della valanga. Ha fatto una riflessione.

-Per i soccorritori il rischio è altissimo. Il crollo è sopraggiunto trascorsa un’ora dallo scoppio iniziale sulla Torre Nord seguito dopo un quarto d’ora dall’esplosione  sulla Torre Sud. Potrebbe ripetersi da un momento all’altro!

Nel riflettere sul pericolo incombente non pensa che è crollata proprio la Torre Sud, quella colpita dal secondo aereo. Un assurdo nell’assurdo.

Il dilemma angoscioso lo tormenta. Si sente impotente, cerca di reagire.

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-Può essere imminente il crollo dell’altra torre o verificarsi molto più tardi. Oppure non verificarsi mai, s eil gemello resisterà. Ed io cosa posso fare di più? Avvicinarmi no, devo aspetatre.

Rimane immobile, paralizzato nell’attesa. Gli scorrono nella mente immagini recenti, vi si immerge per dimenticare il presente.

-Nell’opuscolo illustrativo erano citati coloro che hanno sfidato le torri, e io ripensavo agli ardimentosi del Niagara dei quali mio padre mi parlava quando ero piccolo trasformando in favole le loro imprese. Per primo un francese ventiquattrenne si spostò diverse volte dalla Torre Nord alla Torre Sud su una fune di quaranta metri stesa a quattrocento metri di altezza, mantenendosi in equilibrio aiutato solo dalla sbarra bilanciata  con le braccia davanti al corpo. Successivamente giovani americani si sono lanciati con il paracadute e l’hanno scalata con le ventose lungo le intercapedini della facciata. Tutto è avvenuto sulla Torre Nord.

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Anche nel Niagara le cascate sono due, ma gli ardimentosi si sono cimentati su quella canadese dell’Horseshoe. Perché penso questo, per cullarmi all’idea che sarebbe sufficiente la Torre Nord? Non si tratta di un organo che subentra all’altro  per il raddoppio di alcune funzioni del corpo umano. Tuttavia, dinanzi all’avvenuta dissoluzione della Torre Sud, è l’ultima speranza a cui aggrapparsi. Sì, spero che almeno la Torre Nord resista, lo spero con il cuore e con l’anima!

Il tempo non passa mai, è la gente che passa spostandosi in un frenetico andirivieni. Johnny non se la sente di muoversi, lo tiene fermo in presentimento.  Chiude gli occhi per scacciarlo, ora le immagini della sua mente diventano liete e festose, immerse nella consueta normalità. E cerca di non pensare che è stata sfregiata in modo irrimediabile dall’azione più infame.

Nella Plaza, dove sono le torri, inizia un itinerario pieno di sorprese. Si attraversa il ponte coperto per raggiungere il World Financial Centre e il palazzo di cristallo del Winter Garden dalla struttura curvilinea che contrasta con la verticalità della vicina Torre Nord, quindi si passeggia sul lungofiume  dell’Hudson fino a Battery Park. Al ritorno si percorre un secondo ponte coperto passando nelle stradine che sfociano in Wall Street per approdare di nuovo al World Trade Center. In un microcosmo di caffè e ristoranti, ritrovi e negozi, boutique e bazar, l’ambiente ideale per curiosare, fare shopping, divertirsi.

-Oddio, sto delirando, tutto è stravolto, sfigurato, la Torre Nord è in fiamme, la Torre Sud non esiste più. Hanno strappato il cuore a un mondo sereno nel quale il lavoro si mscolava al divertimento in una gioia di vivere contagiosa.

Reagisce adoperandosi per aiutare chi si trova nei pressi, anche se non può far altro che mettere in guardia dal rischio incombente. Meglio così che abbandonarsi a un’attesa inerte quanto angosciosa.

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Quasi tre quarti d’ora sono trascorsi dal crollo, li ha vissuti in una sorta di apnea, sostenuto prima dall’ossigeno dei ricordi, ora da una presenza attiva. Ed ecco improvviso il boato, la valanga. Si riproduce la catastrofe, un replay del terrore. Un nuovo inferno si spalanca.

L’onda d’urto non lo coglie di sorpresa con gli altri intorno a lui. Non servono tuffi da “Rambo”, si sono messi al riparo per tempo.

-Quante saranno le vittime? torna a chiedersi. Nel World Trade Center lavorano cinquantamila persone, e ventimila frequentano la zona per i motivi più diversi.  Il numero dei presenti varia a seconda dell’ora. Fortunatamente era presto per lo shopping e la visita alle Torri Gemelle, il microcosmo della Plaza non si era ancora affollato  di gente  e molti impiegati non erano arrivati in ufficio. Quanti saranno stati dentro le torri, ventimila, trentamila? E quanti sono riusciti a venirne fuori prima del crollo?

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Si muove con gli occhi fissi nel vuoto spettrale  riempito di fumo. Dalla bocca gli escono aprole smozzicate.

-Le Twin Towers si sono dissolte, non esistono più, il “Titanic” si è inabissato con i due fumaioli inghiottito dal mare. Cioè dalla terra.

Non riesce a connettere, l’angoscia lo attanaglia. Pensando a coloro che lavoravano nella Torre Nord rivede i volti che ha incontrato nelle riunioni, quelli che ha conosciuto Non si dà pace.

-Con loro avrei dovuto dividere il lavoro, la vita, e ora forse la morte, se non fosse cambiato il programma e le circostanze non mi avessero portato in un altro grattacielo, con il rammarico che era meno prestigioso delle torri!

Finora ha prevalso lo spirito del buon samaritano che aiuta chi ne ha bisogno e non distingue tra gli amici e il prossimo, le persone conosciute e gli estranei. Adesso è assalito dalla preoccupazione per i colleghi dei quali non sa nulla.

Una radio gracida notizie sconvolgenti.

-E’ l’apocalisse! ripete incredulo  ai vicini. Se ho capito bene, un terzo aereo si è schiantato  sul Pentagono seminando terrore e morte, e un quarto apparecchio è scomparso per una missione suicida, si teme addirittura contro al Casa Bianca o il Campidoglio. Il Presidente è in volo per una destinazione ignota. Gli uffici pubblici evacuati, le alte cariche dello Stato condotte in località segrete.  Che ne sarà della convivenza umana se un terrorismo folle e sanguinario può sconvolgere la maggiore potenza mondiale abbattendone i simboli, scompaginando l’esistenza dei suoi cittadini e delle istituzioni, seminando lutti inenarrabili con una orribile strage? Dobbiamo assistere impotenti alla vittoria di Satana e al trionfo delle forze del male?

Quasi fosse il temuto ed esorcizzato da sempre day after, Johnny nell’atroce hour after si aggira alla ricerca dei colleghi come dopo un attacco nucleare- Non ci sono più i due fumaioli e la bocca del vulcano non si staglia nel cielo. Il cumulo di macerie erutta fumo, lava e lapilli, sembra l’entrata dell’inferno. L’inferno newyorkese, peggiore dell’inferno dantesco.

Nella sua peregrinazione riceve notizie che lo confortano.

-I vigili dicono che il primo aereo ha colpito al Torre Nord sopra il novantesimo piano, è stato possibile evacuare dalle scale di emergenza i piani sottostanti dov’erano i suoi colleghi. Mentre per la Torre Sud l’impatto è avvenuto più in basso, tra il sessantesimo e il settantesimo piano, ma lì non ci sono nostri uffici.

Poi avrà riscontri diretti, tutti positivi.

-Si sono salvati venendo giù per centinaia e centinaia di scalini, grazie a Dio! Esclama . Hanno incrociato la colonna di vigili del fuoco che saliva fino a raggiungere il cielo degli eroi. La striscia gialla fosforescente delle divise puntava impavida verso l’alto al richiamo del dovere, la striscia nera  e bianca con le macchie di colore degli abiti e delle camicie rotolava verso il basso dov’era la sospirata salvezza!

Adesso si ferma, per loro non c’è più da preoccuparsi. Per il resto si è in piena emergenza, l’inferno non è finito. Si spalancano nuovi gironi, le fiamme divorano i palazzi vicini alle torri, evacuati appena la tragedia si è manifestata. Anch’essi si sono dimostrati giganti dai piedi di argilla, castelli di carta tra nuvole di fumo nero.  Tre crollano rovinosamente, altri quattro parzialmente, sette vengono gravemente danneggiati e altri sette subiscono danni alle strutture.

Un massacro nell’area di sessantaquattromila metri quadrati del World Trade Center. L’epicentro dello spaventoso terremoto provocato dall’infamia umana è nella Plaza, la spianata di ventimila metri quadri tra le torri con al centro la fontana e la grande scultura sferica di bronzo alta più di otto metri a fare da rilucente contrappunto alal verticalità degli edifici. Un’area più vasta della Piazza San Marco di Venezia, in una zona ricca di richiami culturali e manifestazioni artistiche con mille attrazioni, nel cuore dell’affascinante tour tra il Financial District e Battery Park, l’Hudson e la Statua della Libertà. Vede che la sfera di bronzo, risparmiata dalla distruzione, è rotolata a terra nella polvere, una metafora desolata dei sopravvissuti.

-E le vittime? Si chiede. Le figure  riemerse dall’inferno sono stravolte, lacere, coperte di polvere. Dove saranno i feriti che si possono salvare se si arriva in tempo? Sono sepolti vivi nelle rovine dov’erano le torri? Com’è possibile che non ce ne siano, mentre nell’attentato all’autorimessa sotterranea che uccise sei persone furono più di mille? E com’è possibile che tutti quelli che non sono venuti fuori con le proprie gambe  siano morti, disintegrati dal calore smisurato e dall’immenso peso dei cento piani crollati in una sequenza terrificante? Si deve cercare, cercare, cercare, scavare, scavare, scavare senza sosta anche con le mani nude. Va tentato il tutto per tutto. “Spes contra spem” diceva mio padre per i tentativi disperati.

Un tentativo disperato lo fa impegnando snella spasmodica ricerca di un segno di vita insieme ai vigili del fuoco che mai sono stati colpiti così pesantemente. La freddezza professionale che mostrano nelle missioni pericolose, immortalata nei film catastrofici, ha lasciato il posto a un’umanità sfigurata e smarrita.

Il comandante non potrà lanciare gli ammonimenti con cui il capo dei pompieri nell’”Inferno di cristallo” chiudeva la catastrofe cinematografica, ben più modesta di questa biblica fattasi realtà. E’ tra i caduti, ha voluto condividere la sorte dei suoi uomini gettandosi di nuovo nella bocca dell’inferno dopo esserne uscito per organizzare i soccorsi. Il suo nome è Peter Ganci, un eroe!   Sacrificatosi alla testa dei trecentoquarantatre vigili del fuoco caduti nella tremenda giornata, novello Leonida alle Termopili. Ne ha condiviso la sorte il coraggioso cappellano. Sarà accertato che, come fu per il gesto epico dei trecento spartani, il loro sacrificio ha salvato molte migliaia di persone presenti nelle torri, venticinquemila ne sono uscite incolumi.

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Duemilasettecentocinquanta purtroppo non risponderanno all’appello, si sono dissolte nel nulla: con i loro volti, le loro storie, le loro speranze, i loro sogni, la loro vita. Lasciando un vuoto incolmabile nelle migliaia di famiglie gettate all’improvviso nel lutto e nel dolore nel modo più tragico. Duemilasettecentocinquanta: un numero che esprime la spaventosa misura della tragedia umana, una catstrofe le cui dimensioni fanno venire i brividi.

Erano due torri imponenti, alte quattrocentoquindici metri, con facciate di sessanta metri di lato, centodieci piani, oltre cento ascensori superveloci ciascuna, ventitre express e gli altri locali. Non si vedrà più nel cielo la trapunta delle quarantatremila piccole finestre di cinquantacinque centimetri. I ventimila metri quadri di vetri, che sarebbero bastati per gli infissi di tremilaseicento case, si sono sbriciolati nel disastro. Sono spariti per sempre insieme alla miriade di riquadri delle strutture verticali, più ampi al culmine, e agli archi ogivali della parte più bassa, che all’ingresso ingentilivano la linearità delle forme con una variante delicata dal sapore delle “mille e una notte”. I venti metri di profondità delle fondamenta sino serviti solo a marcare visivamente la voragine scavata nel cuore pulsante della metropoli con il cratere che si è aperto dov’erano le torri.

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Sono i numeri che ne hanno contrassegnato la fama mondiale  oggi rappresentano la misura tangibile dell’immane orrore e dello sgomento dinanzi a una perdita incommensurabile.    

Johnny rivolge un pensiero al progettista, morto nel 1986.

L’architetto giapponese che le ideò aveva studiato nelle università di Washington e New York e lavorato nello studio dove, prima degli anni trenta, era stato progettato l’Empire State Building, Minoru Yamasaki, espressione del “melting pot” che dà forza allo spirito di iniziativa degli americani, concepì il progetto nel 1962 ispirandosi, nelle partizioni geometriche, nelle fasce portanti e nelle pareti di vetro, allo stile di Mies van der Rohe e di le Corbusier, e gli diede forma nel 1964 scegliendo tra un centinaio di modelli predisposti per prova. I lavori iniziarono nel 1966, il complesso fu inaugurato nel 1973 ma venne utilizzato fin dal 1971.

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E’ una riflessione che si spinge al di là dei dati da record delle torri, divenute un unicum in dimensioni e tecnologia. Gli torna lo sgomento, per un  po’ stemperato ripensando ai particolari snocciolati dalla memoria.

-Yamasaki attribuiva agli edifici un significato emblematico, ben al di là della pur prestigiosa funzione di ospitare le strutture direzionali del commercio.”Poiché il commercio mondiale significa pace mondiale, il World Trade Center deve diventare la rappresentazione vivente della fede dell’uomo nell’umanità, del suo bisogno di dignità individuale, della sua fiducia nella cooperazione e, tramite quest’ultima, della sua capacità di trovare la grandezza. E’ un simbolo della dedizione dell’uomo alla pace universale”.

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Che siano state le sue parole, in risalto nell’opuscolo informativo,  da far scattare il disegno diabolico? A far prendere a bersaglio della furia distruttiva non solo l’America ma i simboli del bene assoluto, a livello individuale e collettivo, la rappresentazione vivente dei valori della civiltà? La fede  e l’umanità, la dignità e la fiducia, la cooperazione e la grandezza, la pace universale? Se è così, le forze del male sono tanto inesorabili da stroncare ogni possibilità di resistere? Nella lotta tra il bene e il male, mi hanno insegnato, alla fine trionfa sempre il bene. Che accadrà ora?

Il cinema è attento a riprodurre il sentimento diffuso, e nell’hollywoodiano “happy end” di regola il malvagio viene battuto e punito in modo esemplare. 

-Se il malvagio è il male assoluto, se Satana ha rivelato la sua potenza infernale, chi potrà batterlo? si chiede ancora. Se per “King Kong” e “Godzilla”arrampicati sulle Torri Gemelle servivano l armi degli elicotteri, la mitraglia e i fucili, quali armi potranno battere un potenza diabolica?

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Medita la risposta, da manager abituato a reagire alle minacce senza indulgere a leccarsi le ferite. Sta recuperando questa facoltà e insieme l’istinto, sente tornare il coraggio.

-Occorre reagire e lottare, sconfiggere il male  con tutti i mezzi. Sono pronto a rischiare la vita. Del resto, non l’ho rischiata oggi? Nel mio grattacielo che poteva venire ugualmente colpito, e in strafa al primo crollo?

Un pensiero lo assale all’improvviso. Finora ha vissuto il dramma  che si svolgeva sotto i suoi occhi, con l’umanità dolente da aiutare  e i colleghi in pericolo, quasi fosse solo al mondo.

-Ho una famiglia, dentro si me non l’ho dimenticato, ma che potevo fare?  Dove sarà Lina che stamane doveva partire in aereo per raggiungere daddy e mamy in vacanza in Italia? Gli aerei utilizzati dai  maledetti kamikaze sono delle linee interne, nessuno ha parlato delle linee internazionali. Per fortuna dovrebbe essersi imbarcata a Toronto, quindi è escluso che fosse a New York e potesse trovarsi nelle Twin Towers.

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Cessato allarme, ha riflettuto che i genitori sono al paese e la sorella o è in viaggio per l’Italia oppure è ancora in Canada.

-Saranno molto preoccupati, pensa. Chissà se stanno cercando di chiamare? Le linee telefoniche sono saltate, capiranno. Telefonerò appena possibile. Forse stasera, adesso è inutile tentare.

Quando potrà avere la linea, dalla pensione di Pietracamela  con l’insegna dell’”Antica Locanda” riceverà l’abbraccio del padre, che trema di paura sapendo che l’ufficio del figlio è a pochi isolati di distanza dalle torri e vi si reca spesso per incontri e riunioni, l’abbraccio della madre  e della sorella. Lina era salita a Toronto sull’aereo per l’Italia e ora è al paese con i genitori che sono andati  a prenderla all’aeroporto di Pescara”.

Continua...

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Info

Si tratta della 3^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 3^ parte sopra riportata è alle pp. 332-338. La 1^ parte è uscita, su questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni dall’evento, la 2^ il 13, l’ultima seguirà il 17 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non sono più alternate le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e il lugubre pennacchio di fumo con quelle dei vigili del fuoco come nelle 2 puntate precedenti, al posto delle torri ci sono detriti e polvere, e i vigili del fuco sono immersi in questo allucinante deserto di morte come formiche smarrite, nelle ultime 6 immagini tornano nella loro dimensione umana. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: tag43.it, famigliacristiana.it, vanityfair.it, rainews24.it, sportsenators.it, wakeupnews.eu, notizie.tiscali.it, repubblica.it, sanpietroperugia.it, lefotografiechehannofattolastoria.it, ilsole24ore.com, huffingtonpost.it, tpi.it, lettoquotidiano.it, ilsussidiario.it, mondodimisteri.altervista.org, ilgiorno.it, famigliacristiana.it, ildigitale.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

11 settembre 2001, 2. L'”inferno di cristallo” e il crollo, l’angoscia, e gli eroici salvataggi

E’ la 2^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’apocalisse scatenatasi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001: ne celebriamo il triste ventennale riportando la “diretta” vissuta da un personaggio del nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, presente a questo evento terribile con l’angoscia e la disperazione prima, la mobilitazione per rendersi utile poi, fino all’irrefrenabile indignazione contro un atto terroristico che grida vendetta in nome dell’umanità. In questa puntata, dopo l'”inferno di cristallo” nei due grattacieli colpiti a morte, si assiste impotenti al loro crollo, ma anche a scene di grande solidarietà umana che si conclidono con una “pietà” michelangiolesca nata nell’orrore dell’umanità profanata, tra volti sfigurati e indicibili tenerezze. Le immagini mostrano le torri come dei giganteschi fumaioli con i vigili del fuoco impotenti e stremati.

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La palla di fuoco, poi le torri trsformate in funaioli

“…Qui ci sono due aerei. Il secondo la ha visto penetrare nella Torre Sud, un grande aereo, un aereo di linea. Il primo lo ha visto avvicinarsi quando non era ancora successo nulla, un altro grande aereo, un aereo di linea.  Sente i brividi per ciò che è accaduto  e gli è rimasto l’orrore nel vedere figure umane precipitare in un volo straziante. Pensa ai passeggeri dell’aereo.

-Chissà quanti erano a bordo, si saranno accorti del tremendo impatto che stava per ucciderli? E com’è possibile un errore di percorso fino a entrare nella foresta pietrificata dei grattacieli di Manhattan e andare a colpire i più alti, famosi e simbolici, sedi delle maggiori compagnie, con il ristorante al centosettesimo piano della Torre Nord, oltre quattrocento metri di altezza e la  più straordinaria vista panoramica sullo skyline di New York dalle sue finestre sul mondo? Si chiama per questo “Windows on the World”. Potrò provare di nuovo, sopra al mare di luci della città, la sensazione di essere di vedetta sull’albero altissimo di una immensa nave ch avanza tra l’Hudson e l’East River, on in basso le minuscole sagome dei traghetti di Staten Island che  si muovono come lucciole operose? E rivivere l giorno in cui scatta la prenotazione  per la cena dopo un’attesa di mesi scandita  dall’ansia di un’emozione unica? Potrò ammirare ancora le stupende vedute del porto di New York e di Brooklyn dall’”Observation Desk” , la terrazza  belvedere sempre al centosettesimo piano, ma della Torre Sud, con il milione e mezzo di visitatori che vi si affacciano ogni anno? Quanto tempo dovrà passare prima di rivedere le torri intatte  e risplendenti di luce mentre ora sono avvolte dal fumo nero e lambite dalle fiamme, unite nello stesso tragico destino?

La risposta non c’è, si accorge di essersi rifugiato per istinto  nell’errore di volo quindi nei ricordi  per esorcizzare il terribile sospetto degli spietati kamikaze. E tornano i pensieri angosciosi, non si può spiegare l’impossibile combinazione  di due impatti rovinosi a breve distanza, mirati alle due torri.

-Mirati, sono proprio mirati, hanno preso la mira quei maledetti, il secondo ha virato non per evitare bensì per colpire! Perché mi preoccupo così di “Windows on the World” e dell’”Observation Desk” ? si chiede rimproverandosi. Questa tragedia non è solo nelle torri, è principalmente in chi c’era dentro. Li sento tutti miei fratelli.

Non riesce  a farne il conto, migliaia di persone ci lavorano e le visitano, anzi decine di migliaia, sono loro la maggior preoccupazione,sebbene il flusso di gente che si rovescia stravolta dalla zona faccia ritenere che molti si stiano mettendo in salvo.

-E quelli degli ultimi piani? Si domanda atterrito.

Il ricordo dell’”Inferno di cristallo” lo fa sperare, il film si sofferma sulle vittime. Nell’edificante finale risaltano esempi tragici e compassionevoli di altruismo sfortunato e muore il più cattivo; mentre il solito moralismo hollywoodiano punisce due giovani colleghi di ufficio amanti clandestini colpevoli di avere approfittato della festa per appartarsi agli ultimi piani dove restano intrappolati dall’incendio, condannandoli  a una fine orribile, il salto nel vuoto avvolti dalle fiamme.

Ricordando la morte del personaggio negativo del film, causata dalla sua stessa violenza, pensa che nella vita gli eventi spesso contraddicono ogni elementare senso di giustizia e premiano gli immeritevoli. Allontana questa inquietudine.

-Davanti ai  miei occhi c’è un evento incredibile ma vero, e io cerco conforto nella finzione cinematografica! Non è paradossale?

Il paradosso è in ciò che è avvenuto. Al di là dell’immaginabile da non sembrare reale, al punto di apparire più verosimile la vicenda del film. E dire che quando lo vide ritenne esagerato l’incendio di un grattacielo, tanto più nel giorno dell’inaugurazione! Mentre era la circostanza che limitava il pericolo agli invitati alla festa, perché a differenza delle Torri Gemelle i piani inferiori erano vuoti.

– Un momento, il naufragio del “Titanic”, con millecinquecento vittime, non avvenne nel viaggio inaugurale? Allora neppure il film era esagerato. Ma le torri non si inauguravano oggi, ci sono da trent’anni.

Si rimprovera per aver dato un seguito surreale alle proprie divagazioni.

-Che c’entra il “Titanic” con le Twin Towers?

Arriva subito al risposta, una delle torri comincia  a venire giù, l’altra resta in piedi.

– Com’è possibile che di due fumaioli della nave uno si inabissi e l’altro no? E dov’è il mare? pensa fuori di sé. Oddio,quello non è il “Titanic”, l fumaiolo che si inabissa è una delle torri colpite dall’aereo trasformato in missile! 

Il “Titanic” era solo un’associazione di idee divenuta cronaca terrificante. Una torre alta più di quattrocento metri è ingoiata e annientata da un’implosione gigantesca che nessuna legge fisica è in grado di prevedere e forse neppure spiegare!

-E’ come se l’inferno si fosse materializzato all’improvviso in una quieta  tersa mattina di fine estate , “2001, september, 11, Manhattan, New York City, Usa”! In questo modo il cinema americano sottolinea gli eventi.

AAAA

La sua mente continua a rifugiarsi nelle immagini cinematografiche ma  non vi trova conforto, la realtà appare ben più tremenda.

-E dire che da bambino mi impressionavo quando il gigantesco “King Kong” braccato sulle Torri Gemelle che si lanciava dall’una all’altra stringendo nel pugno la terrorizzata Jessica Lange e alla fine precipitava schiantandosi al suolo; di recente si è visto al cinema il mostruoso “Godzilla” che vi si arrampicava stritolando tutto quanto capitava a tiro e poi veniva abbattuto. Mentre ora una torre sta addirittura crollando schiacciata da una forza irresistibile e la torre gemella ha la sommità in fiamme. Altro che l’”Inferno di cristallo”! Nel film il capo dei pompieri riuscì a spegnere l’incendio facendo esplodere i serbatoi posti nella copertura dell’edificio e inondando così la terrazza con una massa d’acqua che diede la salvezza a gran parte degli occupanti, pur rischiando di travolgerli. Qui accade l’inimmaginabile, molto al di là di un film del genere catastrofico”.   

Un boato lo scuote, interrompe i suoi pensieri in tempo  per fargli avvertire il pericolo. Il fumaiolo che si inabissa proietta verso terra la nuvola di fumo compressa al suolo da un potente soffio. E’ la catastrofe!

In un attimo rivede immagini che lo avevano lasciato attonito quattro anni prima. L’operatore televisivo riprese il momento più tragico e spettacolare del terremoto di Assisi del 1997, gli era rimasto impresso nella memoria.

-Sta arrivando la nuvola di polvere e detriti come fu per la Basilica di san Francesco  quando rotolò attraverso la navata centrale portando morte e distruzione, pensa. Allorché crollarono le preziose vele affrescate del soffitto, le pietre  ei calcinacci precipitati al suolo sotto la spinta dell’onda d’urto diventarono una valanga mortale. E dato che la massa di materiali, l’altezza del soffitto, a parte l’incalcolabile perdita sotto l’aspetto artistico, non erano paragonabili alle dimensioni bibliche del crollo della torre, la conclusione è immediata.

-Tutti al riparooo! La valangaaa! Urla a più non posso  e si getta nel varco più vicino, l’entrata di un edificio.

I presenti sono atterriti, non sanno che fare.

-Al riparooo! grida di nuovo affacciandosi alla porta per tirare dentro due ragazzi che si erano fermati a guardare impietriti l’arrivo della valanga prodotta dal grande crollo. La morte passa alla velocità del vento, un vento assassino. Un turbine di polvere accecante con detriti grossi e taglienti, autentiche accette scagliate da una forza spaventosa.

-Sì, l’inferno deve essere così, non è possibile che una torre si ripieghi su se stessa al apri di una candela che si scioglie all’istante. Allora che si può fare se si è scesi all’inferno? Ci vorrebeb mio padre che consoce l’Inferno di Dante, io sto conoscendo l’inferno di Manhattan, osserva sconvolto.

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Ancora una volta si sorprende a rifugiarsi nelle finzioni dinanzi a una realtà che è poco definire sconvolgente. Si è rifugiato nel cinema, adesso nella poesia. Non è il genere che si attaglia alla situazione, lo è la tragedia, più fosca e tetra della più cupa tragedia greca. La tragedia di tante persone che lavoravano nella torre crollata o vi si trovavano per i motivi più diversi.

Gli si riempiono gli occhi di lacrime al pensiero.

-Quanti saranno riusciti a venirne fuori prima che si disintegrasse? I vigili del fuoco che sono saliti per le scale fino ai piani nei quali si è conficcato l’aereo, come nll’”Inferno di cristallo”, dov’erao al momento del crollo? Ora che la torre si è dissolta, cosa ne è stato di loro?

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Si meraviglia della sua reazione, del sentirsi pregare. Non perché non sia credente, tutt’altro. La sua famiglia è profondamente religiosa, e lui va a messa la domenica nella cattedrale di san patrizio. A Toronto e a Palm Beach poteva andar in chiesa più spesso, era stato anche chierichetto, Però non gli era mai capitato di pregare per strada né di assistere a invocazioni disperate.

Riaffiorano alla mente i racconti del padre sui terremoti nel suo paese. Era rimasto impressionato dalle invocazioni al santo protettore  da quella calamità, Sant’Emidio, considerato l’ancora di salvezza.

Nel dramma che  sta vivendo non sa a chi rivolgersi, non c’è un protettore dall’apocalisse. La risposta gli viene dal cuore. Dalle labbra esce la medesima invocazione.

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-Sant’Emidio, Sant’Emidio, Sant’Emidio, aiutaci!

La terra non trema, tre al’aria, la luce. Tremano le vene e i polsi, si dice dinanzi a una situazione molto difficile. Qui non basta, trema l’intero essere.

Il locale dove è riparato è saturo di polvere e fumo, sebbene abbiano chiuso la porta. Si comincia  a tossire, occorre aria fresca ma è impossibile trovarla.

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Ora che la valanga è passata, tornare in strada è il minimo e forse è pure il massimo. Per fortuna hanno impedito di avvicinarsi alle torri. Non che prevedessero il crollo, era una delle normali misure di sicurezza che in altre circostanze venivano criticate perchè risposte inutili e scontate a fatti già esauriti. Questa volta era stata una misura provvidenziale, aveva salvato lui e quelli che accorrevano per prestare aiuto senza pensare al pericolo.

Adesso deve fare qualcosa per le maschere di polvere che escono sfigurate dalla muraglia di fumo. Non ci sono più vigili o poliziotti né barriere  che impediscano di entrare nella zona del disastro. Tuttavia è evidente che non servirebbe, andare oltre, meglio restare ai margini.

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Scene da bombardamento. Richiamano le immagini di tanti film, che credeva eccessive nel descrivere l’orrore delle distruzioni e l’angoscia della popolazione. Sarà che è giovane, cresciuto nel mito dei bombardamenti chirurgici con bombe cosiddette  intelligenti che dovrebbero colpire gli obiettivi militari e risparmiare i civili, sarà che non ha conosciuto la tragedia del Vietnam, le scene che ha dinanzi gli appaiono un’allucinazione.           

-Immagini della realtà così tremende le ho viste solo nelle riprese di attentati che hanno distrutto interi palazzi con decine di morti, spesso all’estero ma anche in America. Ricordo ancora quelle della strage causata dall’autobomba di Oklahoma City che nel 1995 fece centosessantotto vittime! esclama.

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Torna il dubbio angoscioso, l’ipotesi più volte affacciatasi alla sua mente comincia  diventare certezza.

-Che si tratti di un vile attentato?

Un’umanità dolente si riversa dal varco aperto nel fumo e nei detriti. La polvere è mescolata all’aria con i mefitici odori che trasporta, puzza di bruciato, di carburante, di materiali fusi, di quanto un alchimista infernale abbia potuto immettere nel suo lambicco di morte. Tutti uguali nel terrore, una coltre di polvere ne fa maschere tragiche. E’ difficile aiutarli, corrono come impazziti per allontanarsi dalla bocca dell’inferno da cui sono appena usciti.

Si è tolto la giacca, avanza. Le persone arrivano stravolte senza vedere chi si trova sulla loro strada.

-Non è per il freddo che quel giovane ripiegato su se stesso corre a zig zag squassato da brividi, è per lo shock che lo attanaglia, devo aiutarlo! pensa.

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Il giovane lo schiva, impegnato allo spasimo quasi dovesse  evitare i proiettili dei nemici, lo supera, scompare. E’ l’immagine di un campo di battaglia , non di football o di rugby, si corre per la vita e non per il pallone.

-Posso soccorrere  quella donna con gli occhi sbarrati, è ferita, trema, la coprirò on la giacca. Trascina a fatica una gamba, devo sorreggerla! esclama.

La donna scoppia in un pianto dirotto, gli cade tra le braccia, lui tiene stretta la figura minuta che altrimenti  finirebbe a terra. Poca cosa in confronto a ciò che lei ha provato precipitandosi lungo l’interminabile scalinata, in un fiume umano che cercava la salvezza  sforzandosi di mantenere l’ordine e la calma. E incrociava la teoria ininterrotta di vigili del fuoco che saliva per raggiungere la parte alta della torre colpita dall’aereo.

Jane, così dice di chiamarsi, si stringe nella giacca che le ha messo sulle spalle e racconta piangendo di aver visto al morte in faccia quando è caduta per le scale ferendosi a una gamba e stava per essere travolta dalla fiumana di fuggitivi, e di nuovo all’esterno al momento del crollo.

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-Ebbene, i vigili del fuoco mi hanno salvata due volte. Mi hanno protetta dalla massa che scendeva, se non fossero intervenuti sarei stata schiacciata. Noi non potevamo pensare a niente, dovevamo soltanto correre a rotta di collo per centinaia e centinaia di scalini, in un tunnel nero per il fumo accecante in fondo al quale c’era la luce. Solo un miracolo ha potuto far arrestare quel fiume umano per il tempo necessario a rimettermi in piedi  e riprendere la corrente verso la salvezza. Il miracolo del coraggio, della solidarietà, del rispetto per l mia vita rischiando la propria. Sono arrivata all’uscita poco prima dl crollo e devo ancora ai vigili che mi hanno allontanata immediatamente se non sono stata sommersa dalla valanga di detriti.

Adesso deve uscire dall’ottovolante della disperazione.

Si avvicina barcollando un vigile del fuoco con un’espressione di terrore negli occhi che guardano senza vedere.

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-E’ proprio il vigile che mi aveva fermato! Esclama Johnny. Mi ha bloccato mentre volevo accostarmi alle torri, poi è andato sul luogo del disastro.

Una maschera tragica, coperto com’è di polvere e sangue. Lo ha investito di striscio l’onda d’urto del crollo. Ne è riemerso lacero e ferito, in preda a shock. Trema battendo i denti, accartocciato   nel suo metro e novanta. Si accascia.

Lui non sa che fare, continua a tenere la giacca sulla schiena di Jane, non si sente di lasciarla per soccorrerlo. E’ la donna che all’improvviso si alza, va verso il vigile, gli cinge le spalle  cercando di coprirlo; ci riesce perché sembra diventato più minuto di lei. L’uomo è ripiegato su se stesso come per rifugiarsi tra le braccia della madre. Dinanzi a quest’immagine dolente Johnny si ritrae temendo di profanarla. Nella fragile figura femminile che stringe a sé l’uomo colpito nel corpo e nello spirito c’è l’incarnazione della “Pietà”. Con la straordinaria mescolanza di umano e divino che gli ha fatto amare il capolavoro michelangiolesco.

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Paul, il vigile del fuoco, parla con voce tremante.

-Ero a breve distanza dalla torre allorché si è dissolta, quasi volesse conficcarsi nel terreno fino a  scomparire. Non credevo ai  miei occhi, mi chiedevo cosa stesse accadendo. Riscuotermi e gettarmi sulla destra per trovare riparo è stato tutt’uno. Mi ha salvato un tuffo di quelli visti al cinema con “Rambo” che esce incolume dall’esplosione lanciandosi in mezzo a nugoli di schegge tra fiamme e  fumo,polvere e detriti. Quando  mi sono lanciato verso la salvezza, schegge, polvere e detriti erano scagliati ad altezza d’uomo, mentre in alto divampavano le fiamme e il fumo dell’esplosione.

Può ringraziare il suo volo da stuntman se la valanga non lo ha schiacciato. Ora Jane e Paul sono stretti l’una all’altro, con la medesima maschera di polvere e gli occhi che cominciano a rivedere le stelle scacciando l’incubo dei gironi infernali che hanno attraversato. Lei ha potuto esprimere la gratitudine verso i vigili ai quali deve la vita ricambiandone la generosità con il suo gesto spontaneo”.

Continua...

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Info

Si tratta della 2^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 2^ parte sopra riportata è alle pp. 326-332. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, le altre 2 parti seguiranno nei giorni 15 e 17 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che il loro inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria; pertanto, qualora la presente pubblicazione non fosse gradita, le relative immagini verranno subito rimosse su semplice richiesta. Sono alternate le immagini delle torri fumanti con quelle dei vigili del fuoco prodigatisi nelle operazioni di sosccorso, tranne le ultime 5 dedicate solo ai vigili. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: latinatoday.it, focus.it, hellpress.it, cdt.ch, m.famigliacristiana.it, chemusica.it, favusjunior.it, sportellodeidiritti.org, tecnicadellascuola.it, vanityfair.it, panorama.it, ilpost.it, corrieredellosport.it, corriere.it, ansa.it, levocidellanotteforumfree.it, ansa.it, canopo.it, panorama.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 1. L’apocalisse delle Torri Gemelle, in una “diretta” emozionante

di Romano Maria Levante

Quel giorno di vent’anni fa, al momento dell’apocalisse delle Torri Gemelle stavamo scrivendo la prima parte di un romanzo-verità ispirato liberamente a una storia di emigrazione dal nostro paese, Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia. Telefonammo subito al protagonista il cui racconto ci aveva spinto a raccontarne la storia, tornato al paese dall’America per una breve vacanza, perché il figlio lavorava nei grattacieli di Manhattan e temevamo per lui. Nel prosieguo della stesura del romanzo inserimmo l’attacco alle Torri Gemelle vissuto dal figlio che si trovava nella zona i rievocandone i momenti. Nel nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!” a questo evento terribile sono dedicate le pagine da 321 a 344, le riproduciamo testualmente in 4 puntate, pensando di poter risvegliare le emozioni provate allora dinanzi a un evento tragico e disumano. E’ il nostro modo di celebrare 20 anni dopo le vittime con il cordoglio alla loro memoria e gli eroi che si sono battuti contro l’apocalisse rendendo omaggio alla loro dedizione spesso fino al martirio. Le immagini rendono la terribile sequenza che ha investito con una palla di fuoco gli ultimi piani della Torre Nord, l’impatto dell’aereo sulla Torre Sud e l’abnegazione dei vigili del fuoco immolatisi nei soccorsi.

Le Torri Gemelle nel World Trade Center di New York

“E’ trascorsa una calda estate dalla visita del padre. Johnny è arrivato da pochi giorni dopo un breve periodo di ferie, e deve smaltire gli impegni accumulatisi.

Sono appena passate le 8,30, è in ufficio. Gli altri, compresa la segretaria, ancora non sono arrivati.

Incontrerà l’amministratore di una corporation che ha offerto di apertecipare  auna nuova iniziativa, è il suo pane quotidiano. Riguarda un settore di punta, le telecomunicazioni, e un comparto avanzato, il digitale. Manca meno di mezz’ora all’appuntamento fissato per le nove.

Ordina le carte rimaste sul piano della scrivania, accende il computer.

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Ci sono parecchi aspetti da chiarire, si è in fase preliminare. Il digitale è una rivoluzione tecnologica per il mercato, e la liberalizzazione con la caduta dei vincoli antitrust  ha prodotto negli Stati Uniti una corsa alla concentrazione  con lo spostamento di ingenti capitali.

In un quadro così complesso l’iniziativa proposta di realizzare  una rete completamente digitale in fibre ottiche  e gestire un vasto sistema wireless anch’esso  digitale è interessante  quanto delicata. Apre l’armadio chiuso a chiave, la trattativa è riservata e va mantenuto il segreto anche all’interno. Tira fuori il dossier che  gli interessa e lo sfoglia per individuare i punti da approfondire. Verifica che non manchi nulla  per la discussione. Cerca dei documenti, ora ha quanto gli occorre. Richiude l’armadio. Davanti alla vetrata dà un’occhiata distratta all’esterno. Vede sfilare un aereo di linea. Mai era capitato che passasse così vicino.

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Siede dietro la scrivania con un senso di inquietudine, gira meccanicamente la pagina del giorno sul calendario da tavolo. Legge la data, 11 settembre, martedì. Non capisce perché sia turbato, non ne ha motivo, è preparato all’incontro che inizierà dopo un quarto d’ora. Mentre apre il fascicolo e si accinge a richiamare nel monito il relativo “file”, uno scoppio lo fa sobbalzare.

E’ diverso dai rumori che si sentono dai grattacieli di New York, dove non arriva il frastuono del traffico. Non riesce a immaginarne l’origine, non vuole pensare all’aereo sfilato a volo radente. Quasi per esorcizzare l’inquietudine.

-Un rombo di tuono? Si chiede. No, è potente  e insieme sordo, soffocato. E poi non ci sono temporali in vista, l’aria è tersa, il cielo è sereno, il sole luminoso. Come sa esserlo nei mesi di passaggio tra le stagioni, in questo settembre tiepido e dolce.

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-E allora cosa? Torna l’interrogativo. Neppure lo scoppio di una caldaia o l’esplosione di un appartamento invaso dal gas producono un effetto simile. Qui non ci sono caldaie né abitazioni che possono esplodere, ma grattacieli con centrali termiche sicure poste in profondità sotto al basamento.

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

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-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

I rumori della guerra non li conosce, né le esplosioni delle bombe, è un’eventualità ch non considera nemmeno per un attimo.

-Non mi trovo in una sede a rischio di attentati terroristici nel Medio Oriente o in uno dei paesi del terzo  mondo dilaniati dalle guerre intestine dove tutto è possibile in ogni momento! Sono nel centro di Manhattan che è il centro di Nrw York, il centro della grande America. Grande nella potenza militare, oltre che finanziaria ed economica. Nessuno oserebbe e, se lo volesse, non potrebbe giungere fino al cuore del paese, per di più al cuore finanziario.

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Il ricordo dell’autobomba del 1993 non lo preoccupa, perché evidentemente le misure di sicurezza sono state rafforzate, l’area dovrebbe essere blindata.

-L’aereo che ho visto passare vicinissimo non può spiegare lo scoppio, ci mancherebbe! Sbotta sempre più turbato.

Sono pensieri che nel volgere di pochi attimi lo fanno correre alla vetrata per veder quello che non riesce  a capire. Una reazione insolita, non si fa distrarre da suoni, rumori, immagini, ha l’abitudine di concentrarsi sul problema che sta affrontando estraniandosi da ciò che lo circonda.

La sua attenzione ne resta assorbita in  modo tale da non essere attirato  da quanto avviene all’esterno mentre gli altri si accalcano alle finestre.  Anche se gli stormi di uccelli migratori disegnano incredibili arabeschi  resiste alla tentazione di soffermarsi a guardare  fuori. E così per i tramonti più suggestivi.

Questa volta no, è diverso, sente che è diverso. Mai dalle Twin Towers del Worls Trade Center si è vista uscire una nuvola di fumo nero tra gigantesche fiammate  che lambiscono gli ultimi piani. E’ lo spettacolo agghiacciante che li si presenta.

-Non serve che continui a interrogarmi, devo darmi da fare. E subito. Molti nostri uffici sono nella Torre Nord, mi metterò a disposizione dei soccorsi. Non farò come Archimede che alla caduta di Siracusa rimase immerso nelle operazioni di alta matematica tanto che non si accorse dell’assalto finale  alal città. Sono o non sono un vero americano?

Esce dalla stanza, si precipita all’ascensore con i colleghi che incontra. Nessuno sa cosa sia successo. Scendono a terra, corrono verso le torri  con il fiato in gola. Attraversano alcuni isolati, la confusione aumenta  via via che si avvicinano alla zona. E’ un incrociarsi frenetico di gente che cerca di raggiungerle  e di gente che se ne allontana. Le auto dei vigili del fuoco sfrecciano con un ululato lamentoso.

Mai aveva fatto caso al numero dei veicoli antincendio  di New York, ora si rende conto di quanti siano. E’ un accorrere  senza sosta sul luogo del disastro sovrastato da una nuvola di fumo nero che si mu a ondate con un odore acre di bruciato.

Smettono di correre, troppe persone vanno nella direzione opposta. I colleghi rinunciano a proseguire.

 -Non credo che tutti siano così spaventati o egoisti da sottrarsi al dovere di prestare aiuto, ci sarà un motivo! esclama continuando ad andare avanti.

Sono i vigili del fuoco  e i poliziotti ad allontanare dal luogo dell’esplosione . La Torre Nord brucia in alto, oltre alle fiamme impressiona il fumo. Un tremendo Vesuvio con un pennacchio gigantesco, un vulcano in eruzione.

-Anche se è la parte superiore a bruciare emettendo  lava  elapilli, pensa subito, in ogni eruzione  gli effetti si trasmettono a valle con forza distruttiva.

Si riscuote da questo pensiero.

-Chissà cosa sta succedendo, chissà cosa potrà succedere? Forse nulla di più di ciò che vedo. I vigili del fuoo entrano nella torre, salgono a piedi centinaia di gradini per spegnere le fiamme. Del resto, qunado esplose l’autobomba nell’autorimessa  del World Trade Center, venne colpito il basamento e non furono compromessi i piani soprastanti.

Purtroppo non si salvarono sei di coloro che rimasero intrappolati nel sottosuolo prima di esserne tirati fuori coperti di polvere e sangue. I danni dell’incendio verranno contenuti. Non è un vulcano in eruzione, la lava non scende a valle inesorabile.

-E’ stato un aereo! Urlano i tanti che si allontanano.

-Non avvicinatevi!  Ridano poliziotti e vigili del fuoco.

Un aereo? Ricorda di aver letto che un grosso bombardiere B52 finì contro l’Empire State Building  in tempo di guerra, ed erano capitati incidenti del genere in tempi normali on piccoli Cessna. Urti di entità limitata, il grattacielo aveva resistito.

-Le Twin Towers sono progettate  per reggere all’impatto dei giganteschi Jumbo, pensa, e per resistere alla spinta esercitata dal vento che corrisponde a molte volte la più violenta collisione immaginabile.

Queste e altre notizie erano nell’opuscolo informativo con la storia, le caratteristiche e le garanzie di sicurezza consultato nel prepararsi al trasferimento, poi non avvenuto, nella Torre Nord.

-Oddio, mormora paralizzato dalla paura, c’è un aereo lassù che sembra diretto alla Torre Sud. No, sta deviando, si inclina, vira, ci cozza contro lo stesso, si infila nella parte alta, esplode. E’ un’allucinazione, non è possibile, le urla ‘è stato un aereo’ hanno creato immagini così realistiche da apparirmi vere. Non può essere vera la palla di fuoco che avvolge la torre appena colpita, mentre la cima della Torre Nord è coperta dalla nuvola di fumo nero!

Se si trattasse di un’allucinazione? Come per l’esplosione che lo ha fatto scendere in strada  e correre verso le torri senza sapere perché, ma con la consapevolezza che voleva  e doveva farlo?

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Purtroppo non è un’allucinazione l’ondata di fumo nero e di calore, l’aria irrespirabile che ferisce i polmoni, la polvere che sferza il viso. E’ qualcosa di terribilmente vero che lo lascia sgomento, incapace di riflettere e di agire. Sconvolto, fa constatazioni agghiaccianti.

 -Allora c’è stato davvero lo schianto del primo aereo! L’esplosione sulla Torre Nord è stata causata dall’impatto di un aereo. Un grande aereo di linea simile a quello penetrato nella Torre Sud ed esploso sotto i miei occhi.

Eì proprio l’aereo che aveva visto passare a volo radente. I paragoni con gli altri incidenti non reggono più. Si arrende dinanzi alla tremenda realtà.

-Non è possibile che sia una coincidenza, è impensabile un errore umano ripetuto a così breve distanza. Se è impensabile l’errore umano  c’è stata una volontà anch’essa umana. Anzi disumana.

Cerca di scacciare questo pensiero, deve ragionare. Si rende conto che è molto difficile. Ci prova. Li conosceva bene quegli aerei, viaggiava spesso sulle tratte interne e anche sulle linee internazionali.

-Ma adesso, da mezzi di trasporto familiari e sicuri, sono diventati spaventosi missili che hanno colpito gli edifici più cari e simbolici d’America!

Soltanto l’Empire State Building è al loro livello nell’immaginario collettivo e quando il B52 vi si schiantò le Twin Towers non esistevano, con i suoi trecentottanta metri era di gran lunga l’edificio più alto della “grande mela” fin dall’inizio degli anni trenta. L’incidente era stato fortuito, ma non possono essere fortuiti due impatti simmetrici e gemelli al pari delle torri.

-E se non sono fortuiti, si ripete angosciato, cosa può aver trasformato due inoffensivi aerei di linea in kamikaze impazziti lanciati sul cuore dell’America?

Nel volgere di un lampo rivede le scene di routine dei voli aerei. C’è da accomodarsi sulle poltrone, allacciarsi le cinture, ascoltare le istruzioni per l’emergenza ripetute in modo meccanico e seguite in modo altrettanto svogliato dato che non servono, non devono servire, guai se servissero. Scegliere i giornali da sfogliare, guardarsi intorno e scoprire la varietà dei tipi umani scolpita nei compagni di viaggio. Non manca una sbirciatina alle hostess, a volte sono proprio carine. Poi il volo, breve sulla navetta New York-Washington, interminabile sulle linee  intercontinentali, Sempre in un clima di confort e affidabilità.

-Le sciagure aeree creano sgomento nell’opinione pubblica, gli vien fatto di pensare, e per ridimensionarle a poco vale confrontare le statistiche del numero delle vittime con quelle degli incidenti d’auto, tanta è l’emozione suscitata dalla morte simultanea di tutti gli occupanti di un aereo mentre passa inosservato il numero ben più elevato di persone che muoiono sulle strade, a parte gli incidenti alla ribalta perché  spettacolari. Figurarsi una sciagura come questa!

E’ solo un attimo, del resto l’evento catastrofico non riesce neppure a percepirlo, supera l’immaginazione al apri degli ultrasuoni che non si avvertono per quanto sono acuti  e lancinanti al di là della percezione.

-Che sto almanaccando? Si riscuote rimproverandosi. I miei pensieri si sono messi a correre quasi per allontanarsi dalla tragedia. Devo restare presente a me stesso.

 Gli automezzi di soccorso continuano a sfrecciare. Spiccano le casacche fosforescenti dei vigili del fuoco, i poliziotti si sbracciano per contenere il flusso di gente. Non si comprende cosa possa ancora accadere.

E’ preoccupato per i colleghi della merchant bank e di una società finanziaria con cui ha stretti rapporti. Si trovano negli uffici della Torre Nord, al prima ad essere  colpita. Molti lavorano all’ottantesimo piano, sua sede di lavoro nel programma iniziale. Dell’altra finanziaria in tremila sono nei piani sottostanti. Vi è stato spesso e ha vissuto le situazioni più diverse con loro. Incontri brevi e riunioni interminabili. Ricorda l’ubicazione degli uffici, gli spazi comuni, le prescrizioni da seguire in caso di incendio.

-Dove saranno ora? Si troveranno nei punti di raccolta o staranno scendendo per le scale d’emergenza? Oppure…?

Una teoria ininterrotta di vigili del fuoco sta entrando nella Torre Sud, Cerco di arginare la gente che vuole avvicinarsi. Un vigile lo afferra per la giacca e lo blocca ordinandogli  di non varcare il limite oltre il quale c’è pericolo. Gli rimane impressa al figura imponente che si muove con decisione e senza incertezze, il viso fermo e impassibile, lo sguardo severo.

Ubbidisce all’ordine, Due incredibili fumaioli svettano verso il cielo quasi che Manhattan si fosse trasformata in un gigantesca nave. Le fiamme si sprigionano, il fumo è più impressionante del fuoco, nero impenetrabile con folate  che si accavallano come soffiate da un mantice infernale. In strada si diffonde un’aria mefitica.

Assiste impietrito a uno spettacolo agghiacciante. Figure umane si gettano dall’alto per schiantarsi al suolo in un volo disperato, interminabile.

-Oddio, la fine di Icaro! Ma qui non è il sole abbagliante della natura a sciogliere le ali ponendo fine aun volo fantastico nel cielo; è il calore insopportabile dell’incendio che li fa gettare nel vuoto per morire in modo intrepido all’esterno immersi nell’ria fresca del mattino, piuttosto che in modo atroce all’interno divorati dalle fiamme straripanti dell’esplosione.

 Questo pensiero non gli dà conforto, Guarda altrove, non può sostenerne la vista. Meglio fermarsi e tentare di decifrare il caotico via vai  intorno alle torri colpite a morte. Altrimenti torna la disperazione, allontanata per un momento. Chi va nell’area del disastro è un vigile del fuoco o un poliziotto e sa cosa deve fare, chi ne esce coperto di polvere è terrorizzato e sa solo che deve fuggire.

-I sopravvissuti stanno scendendo precipizio decine e decine di piani incrociandosi con i vigili del fuoco che salgono per regolare l’evacuazione e raggiungere l’incendio. Mi ricorda qualcosa  a lieto fine! ripete a se stesso scacciando le immagini più tragiche. Gli viene in mente un film, l’”Inferno di cristallo”. Un quadro simile a quello dinanzi ai sui occhi, i piani alti del grattacielo in fiamme e la terrazza intatta, in grado di accogliere le persone in abito da sera intrappolate nella festa all’ultimo piano. Dalla cima del grattacielo tutti sulla terrazza, che fu collegata  con una teleferica di fortuna presto distrutta anch’essa; mentre era bloccata dal fuoco la via di fuga della discesa lungo la scala d’emergenza  su cui i pompieri salivano senza sosta per cercare di spegnere l’incendio. All’origine delle fiamme un corto circuito causato dal materiale scadente utilizzato per realizzare l’impianto elettrico risparmiando sui costi”.

Continua...

Info

Si tratta della 1^ delle 4 parti della rievocazione, nel ventennale del catastrofico evento. della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 1^ parte sopra riportata è alle pp. 321-326. Le ulteriori 3 parti seguiranno in questo sito nei giorni 13, 15, 17 settembre 2021.

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Le immagini sono state tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che il loro inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria; pertanto qualora la presente pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno subito rimosse su semplice richiesta. Dopo le prime 6 immagini in sequenza delle Torri Gemelle, le successive sono alternate con quelle dei vigili del fuoco che si sono prodigati nelle operazioni di soccorso, 343 di loro sono rimasti vittime. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le immagini, sono i seguenti: delphipages.live.it, it.wikipedia.it, agenpost.it, agora.vox.it, italiani.it, corriere.it, facebook.com, bergamonews.it, ciakmagazine.it, ilfattoquotidiano.it, corriere.it, lacnews24.it, luogocomune.net, alive.it, tg24.sky.it, panorama.it, cittanuova.it, ilgiorno.it, agi.it, globusmagazine.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

La Perdonanza a L’Aquila, ieri e oggi

di Romano Maria Levante

Perdonanza 2021, un evento carico di valori nel segno del Perdono

L’”oggi” della Perdonanza è la grande manifestazione religiosa di larga presa popolare del 29 e 30 agosto 2021 che vince anche la pandemia del  Coronavirus, a stare alle numerose iniziative che fanno corona alla 727esima  edizione  del rito solenne con cui si celebra ogni anno la  “Bolla del Perdono” che papa Celestino V emise il 24 settembre 1294,  tre mesi prima di dimettersi  dall’alto soglio pontifico cui il Conclave  aveva portato in modo del tutto inatteso lui, noto come Pietro da Morrone. Ne abbiamo raccontato la storia nel “ieri” – il nostro resoconto del 2009 che riportiamo di seguito – ma vale la pena di tornarci con l’indignazione che si fa un grave torto a papa Celestino V se si dimentica il grave comportamento del successore, un certo… Bonifacio VIII.

Fu eletto papa eccezionalmente un semplice monaco, e non  un porporato,  per l’inconcludenza del Conclave aperto a Perugia – scelta dopo dissidi se tenerlo a Roma o a Rieti – alla morte  di papa Niccolò IV il 4 aprile 1292 con soli 12 cardinali, ridotti ad 11 per la morte di uno di loro nella peste che fece sospendere il Conclave, e anche alla ripresa era inconcludente. Fino a quando addirittura irruppe nella sala dove era riunito il Sacro Collegio, con il figlio Carlo Martello, il re di Napoli Carlo d’Angiò che attendeva con impazienza il nuovo papa per vedersi avallato il Trattato in discussione con gli Aragonesi dopo che con i “vespri siciliani”  dell’11 marzo 1282 la situazione  andava stabilizzata. Fu respinta subito la sua ingerenza, però c’era stata….

Ora il gesto pur inammissibile del sovrano rendeva più urgente, anzi indifferibile,  l’elezione ma restava insanabile il contrasto tra i sostenitori e i contrari ai Colonna. L’eremita Pietro Angelerio – detto Piero da Morrone dal monte sopra Sulmona in cui si era ritirato – interpretando il malcontento popolare profetizzò “gravi castighi” se la paralisi del Conclave fosse proseguita: allora si pensò di eleggere lui,  il monaco eremita.

L’influente cardinale Benedetto Caetani appoggiò tale soluzione, lui e la Curia pensavano che lo avrebbero manovrato come volevano data  la  totale estraneità di un eremita ai gravi problemi del governo della Chiesa. Fu eletto il 5 luglio, l’annuncio gli fu dato da tre ecclesistici che nell’agosto andarono a incontrarlo nel suo eremo, trovarono “un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità”, con “una rozza tonaca”, ma lui dopo una resistenza iniziale finì per accettare.

Fu incoronato il 28 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, e non si rivelò manovrabile anche perchè Carlo d’Angiò lo prese sotto la sua protezione, anche se interessata, e lui avallò subito il Trattato siciliano, lo nominò “maresciallo del Conclave” e seguì il suo consiglio di spostare la Curia a Napoli, al Castel Nuovo, con una piccola stanza per lui, dove si ritirava a meditare. Oltre alla Bolla del Perdono e al Giubileo con l’indulgenza plenaria aquilana, nominò 13 nuovi cardinali.

Ne seguì l’isolamento che, con i… consigli interessati di Benedetto Caetani, lo portò alle dimissioni il 13 dicembre 1294 motivandole  con “l’umiltà e la debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe [di questa città], al fine di recuperare, con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta…” .

Chissà se il cardinale Caetani, che sembra fosse decisivo nello spingerlo al gesto e di certo nel considerare ammissibili le dimissioni, non abbia pensato di poterne essere il successore – non potendolo manovrare mentre si preparava alla successione, come aveva sperato – come poi avvenne realmente? Lo elessero in un Conclave di soli 10 giorni col nome di Bonifacio VIII, fu incoronato a Roma.  Da qui forse nasce l’ingenerosa invettiva dantesca contro Celestino V, messo tra gli ignavi nell’Antinferno  come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, mentre non fu viltà ma coscienza dei propri limiti dopo aver voluto provare accettando la nomina e prendendo alcune  decisioni importanti.

Così torniamo alla “Bolla del Perdono” con la quale Celestino V istituì il primo vero Giubileo nella storia della Chiesa con indulgenza plenaria a tutti coloro che entrano in grazia di Dio nella basilica aquilana. Bonifacio VIII, che cancellò tutti i provvedimenti di Celestino,   non si sentì di annullarla, e sei anni dopo, nel 1300, fece un proprio Giubileo. Se rispettò questa sua pronuncia, non rispettò la sua persona, per usare un eufemismo, non permettendo che tornasse all’eremo – ritorno che era stato il motivo delle dimissioni – facendolo arrestare dopo che, accortosi che si tramava contro di lui, cercava di fuggire ma fu preso il 16 maggio 1295 e imprigionato nella rocca di Fumone, in un castello del papa suo successore in provincia di Frosinone, e questo per il timore che i francesi ne potessero fare un “antipapa” facendogli poi riprendere il seggio pontificio. Non riuscì a sopportare un carcere duro con ante vessazioni e sofferenze, aveva più di ottant’anni e gli fu fatale.

Sopraggiunse  la morte un anno dopo, il 18 maggio 1296, dopo uno sferzante vaticinio: “Otterrai il papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane”. Dante aveva ragione, Bonifacio VIII aveva meritato il fuoco eterno ma forse più per questo crimine che per le malversazioni sulle indulgenze per le quali, pur in vita, è atteso all’Inferno tra i simoniaci, o per le colpe politiche di cui si parla nel Purgatorio e per quelle religiose che gli imputa San Pietro nel Paradiso. Se Dante si fosse soffermato sulle circostanze del “gran rifiuto” di Celestino V forse le avrebbe riferite ai vili maneggi sin da allora del futuro Bonifacio VIII e non a una sua presunta “viltade”.

Rispetto a tutto questo, un’attenzione speciale andrebbe dedicata alle circostanze della morte del papa-eremita, e alla sua prigionia che fa pensare a quella di Tommaso Campanella, dalla “Città del Sole” alla fetida cella; per lui dall’eremo luminoso nei monti così amati al carcere nel buio della cupa torre. Invece è sceso l’oblio, ma forse è meglio così, l’indignazione sarebbe troppa e non farebbe onorare a dovere la “Bolla del perdono”. E’ venerato come san Pietro Celestino, canonizzato sin dal 5 maggio 1313, si celebra il 19 maggio nel giorno della morte, è patrono di Isernia terra natale, e compatrono dell’Aquila e di Ferentino, di Urbino e del Molise.

La  preparazione spirituale alla giornata dell’indulgenza plenaria avviene con  riti religiosi distinti per dare la  Perdonanza alle diverse categorie: giovani,  lavoratori, religiosi, forze armate, famiglie, malati, confraternite con la veglia dei giovani nella notte che segue l’apertura della Porta Santa.  La Perdonanza è imperniata sul valore del perdono, e forse per questo di Bonifacio VIII non si parla come si dovrebbe, ma come si può perdonare una tale infamia pepetrata da un successore di San Pietro che resta un marchio indelebile anche dopo sette secoli? La celebrazione religiosa si traduce in una festa popolare, all’insegna della perfetta letizia: meditazione e ricreazione.

Quest’anno il direttore artistico della parte musicale è stato il maestro Leonardo De Amicis, noto volto televisivo, nel Teatro del Perdono, davanti alla Basilica di Collemaggio si è avuto  il concerto di Gigi D’Alessio con Arisa e Clementino, mobilitati pure Roby Facchinetti e Irene Grandi, Orietta Berti e Renato Zero, Max Pezzali e Michele Zangrillo, Riccardo Cocciante e Simone Cristicchi con la sua canzone ispirata al 33° Canto del Paradiso: il canto con la musica è l’espressione più intensa dopo la preghiera. Oltre a questi spettacoli musicali, e altri con l’Orchesta Casella dell’Aquila, mostre di arte contemporanea, di pittura e di fotografia, nonché di arte sacra, con i simboli rituali della processione del venerdì santo; appuntamenti culturali – L’Aquila nella cultura ha le sue radici – tra cui il Premio Rotary-Perdonanza 2921 al presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini, e la presentazione della lavorazione del merletto aquilano.

Il “clou” è il corteo in costume nel giorno dell’apertura della Porta Santa alla quale è dedicato,  è stato condizionato dal rischio Covid per cui i  250 figuranti  non sono sfilati ma si sono disposti distanziati ai lati di viale Collemaggio,  ma un piccolo  corteo mobile c’è stato,  quello rituale con le autorità civili (sindaco Biondi dell’Aquila, presidente del Consiglio comunale e della Provincia,  rappresentante del Governo e Prefetto) e soprattutto con tre personaggi tradizionali, impersonati rispettivamente da Marianna Capulli, Federico Santilli e Marina Ciccone:  la Dama della Bolla che ha portato l’astuccio dove da secoli è tenuta la Bolla del Perdono di Celestino V per essere esposta nella giornata di apertura della Basilica per il Giubileo,  il Giovin Signore che ha recato il bastone di ulivo con cui il Cardinale Enrico Feroci ha picchiato sulla Porta Santa per farla aprire e dare avvio all’indulgenza celestiniana, che libera delle conseguenze che restano dei peccati anche se confessati, e la Dama della Croce che ha portato la croce del perdono indossata poi dal cardinale nell’apertura della Porta Santa,  opera dell’artista dell’Aquila Laura Caliendo. L’araldo cittadino ha portato il gonfalone storico dell’Aquila e il sindaco ha letto la Bolla del Perdono all’arrivo all’interno della Basilica di Collemaggio dove è stata celebrata la Santa Messa Stazionale prima dell’apertura la sera del 29 agosto della Porta Santa, che viene chiusa il 30 agosto dopo 24 ore di afflusso di fedeli per ricevere l’indulgenza plenaria.

Questo l’”oggi” della Perdonanza, nel “ieri” spicca la celebrazione nel pieno di un’altra emergenza, quella del terremoto  che il 6 aprile 2009 arrecò una ferita profonda, ancora lungi dall’essere del tutto rimarginata, alla città dell’Aquila.  Allora non ci fu nessuna manifestazione di contorno dell’apertura della Porta Santa dopo la rituale Santa Messa Stazionale di preparazione all’apertura nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio con l’abside scoperchiato per il crollo della copertura, seguimmo la messa  dall’esterno nello spazio antistante traformato in una platea per i fedeli, e poi sfilammo all’interno nel gesto propiziatorio dell’indulgenza.

Nel 2009 c’eravamo, quest’anno non ci è stato possibile per un’emergenza personale, perciò riportiamo la cronaca di 12 anni fa per dare  un’idea di massima della della celebrazione “come eravamo”. E’ il nostro “ieri e oggi” dedicato a un rito così antico e coinvolgente, incluso dal 2019 dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere

di

Romano Maria Levante

– 3 settembre 2009  Postato in: Cultura tradizionale, Culturalia, Storia

L’idea del simbolo della rinascita dopo un viaggio tra miserie e nobiltà dell’essere umano

Non è un “executive summary”, tutt’altro, ci accingiamo a fare un reportage molto particolare, di un pellegrinaggio celestiniano dal quale sono nate riflessioni che riportano in primo piano la figura del grande monaco eremita; e ci hanno fatto pensare al potere salvifico dell’arte. Però l’esigenza profonda, e l’idea che ne è scaturita, dobbiamo esprimerle subito, in apertura; poi se ne vedrà la maturazione nel corso del servizio, fino alla conclusione che ne esplicita ulteriormente il significato.

L’esigenza profonda è di manifestare la volontà di rinascita in termini che riportino all’innocenza primigenia, in modo da volare sopra tutto quanto è avvenuto e ricominciare; l’idea conseguente è che con l’arte si può creare la raffigurazione simbolica di questo ritrovare slancio e innocenza.

E allora un’immagine ci prende all’improvviso, la scultura che rappresentò l’Italia all’Expo’ di Siviglia del 1992, una grande aquila cavalcata da un bimbo felice. La sua forza evocativa ci sembra prorompente, non si perde nei tempi lontani della classicità e non è neppure frutto di correnti artistiche contemporanee. E’ il colpo di genio di un’artista popolare che ha dimostrato cosa sia trovare in sé la forza per sconfiggere il tempo e rinascere in una nuova vita che dalla precedente ricava forza e stimoli e non ripiegamenti sofferti. Non solo, ma è un “pezzo unico” di una produzione scultorea ispirata alla bellezza che con quest’opera ha realizzato qualcosa di superiore, quasi volesse dare alle altre sculture una guida e un’ispirazione suprema.

Il titolo è “Vivere insieme”, opera di Gina Lollobrigida, in una delle sue tante vite di artista: per quest’opera e per le sue doti artistiche il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand la insignì della Legion d’onore e la definì “artista di valore”.

La proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Il nuovo “gran rifiuto” celestiniano”

Un altro “gran rifiuto” celestiniano, a più di 700 anni dal primo e più grande, ha segnato l’inizio del nostro pellegrinaggio ideale. Perché non si può certo paragonare la rinuncia al soglio pontificio con la rinuncia a partecipare a un rito, sia pure così altamente simbolico in un momento come questo per L’Aquila, qual è la “Perdonanza”. Questo rifiuto però, proprio per il momento, le circostanze e il modo in cui si è verificato ha toccato la gente, ha fatto rivivere ancora di più vicende lontanissime nel tempo. Che non furono edificanti, come non lo sono state quelle attuali. E non dalla parte di chi ha fatto il rifiuto, ma di chi lo ha portato a ciò con atteggiamenti discutibili degni di miglior causa.

Nessuna “viltade” ci fu allora, nessuna oggi, piuttosto vicende di spessore incommensurabilmente diverso come lo è il rifiuto, e soprattutto incommensurabilmente diverse per le conseguenze. Ma la storia la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda si ripete in farsa. Così è stato per la “sostituzione”: non per la figura istituzionale e personale del sostituto, autorevole e rispettabile oltre ogni dire, oltre che pienamente legittimata a presenziare in proprio, per la sua opera fattiva e la sua “abruzzesità”; ma perché lo si è svilito a controfigura di chi era tanto atteso e non poteva mancare.

Doveva esserci non solo per il ruolo istituzionale, e non è chi non veda come un Presidente del Consiglio abbia un rango diverso dal proprio sottosegretario, sempre in termini di cerimoniale, e questo conta se la mettiamo sul piano formale.

Se consideriamo invece la sostanza dei fatti pensiamo che il più meritevole di partecipare in prima fila all’abbraccio popolare cittadino a quasi cinque mesi dalla tragedia del sisma fosse chi immediatamente ha capito la gravità e l’importanza di essere presente con una assiduità mai verificatasi finora nei purtroppo ripetuti fenomeni tellurici, dal Friuli all’Irpinia, per non parlare del Belice e di altri luoghi dove ancora attendono; ricordiamo tutti il pronto annullamento del viaggio a Mosca e degli impegni seguenti, la mobilitazione personale, lo spostamento del G8 a L’Aquila per porla al centro del mondo, mossa coraggiosa ai limiti dell’azzardo, i continui viaggi nel capoluogo abruzzese per coordinare, stimolare, controllare che i lavori per la ricostruzione procedano spediti, il rapido avvio di alloggi non proprio di fortuna.

Diciamo questo senza alcun riferimento né allusione politica, i fatti non hanno colore ma lasciano il segno, e non si può ignorare che ci siano stati e il segno sia rimasto. Nel vedere i quartieri che stanno sorgendo a Bazzano, a Coppito, a Castelnuovo è impossibile non attribuirne il merito non politico ma operativo a chi certe cose le sa fare per averle fatte, con altre modalità ma con la stessa carica innovativa. Qui l’innovazione è che non si tratta di “container” ma di palazzine a tre piani, almeno cinque appartamenti a piano, collocate su piattaforme in cemento armato che possono scorrere per assorbire eventuali onde sismiche in stantuffi posti su pilastri che sembrano grosse palafitte.

E non è un volo pindarico parlare di “onda sismica”. Un gentile capitano della locale Polizia provinciale, nel mostrarci la distruzione del piccolo centro storico di Roio, ci ha detto di aver visto l’onda sismica mentre stava all’aperto; sembrava che le case fossero sollevate da un’onda terrestre che poi le ha riportate a terra con sconquasso, un’immagine che ci ha ricordato il disegno di de Chirico “Termopili” del 1937, con un palazzo su un’onda marina. Il genio civile dovrà rivedere i suoi criteri, ci ha detto, i tetti in cemento armato sopra le vecchie murature sono stati deleteri, eppure questo era finora lo standard antisismico adottato in queste zone e non solo.

Sopra tale basamento, le pareti in legno o altro materiale con analoghe caratteristiche antisismiche come ferro e prefabbricato infrangibile, case quindi sicure e indistruttibili. Le abbiamo viste nei tre grandi cantieri, in uno abbiamo contato una ventina di palazzine, con ridenti finestre di diverso colore, sono quasi terminate. Una goccia nel mare? Certo, ma una goccia che si vede; e si sente, lo sentiranno in positivo le famiglie che ci abiteranno e poi, almeno a Coppito, gli universitari che vi risiederanno nel nuovo “campus” previsto nella zona. Un rimedio provvisorio per gli “sfollati” che si tradurrà in un apporto prezioso alla comunità locale quando le loro abitazioni saranno ripristinate.

Dopo aver visto tutto questo, il “gran rifiuto” del 2009 appare ancora più inspiegabile logicamente, mentre lo diventa entrando nella logica della rinuncia celestiniana originata da sottili maneggi.

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La storia di Celestino V tra i maneggi e gli intrighi di ieri

La rinuncia di Celestino V non fu tanto o solo conseguenza di un ripensamento personale quanto di un’intricata situazione più politica che religiosa tutta all’interno della Chiesa di allora e del Collegio cardinalizio, composto da pochi ma potenti prelati, in numero di dodici, tra i quali il decano Latino Malabranca e Benedetto Caetani di una famiglia laziale molto influente. Vale la pena di rievocarla per sommi capi, perché ci sembra molto istruttiva oltre che edificante per il santo eremita.

Morto papa Niccolò IV il 4 aprile 1292, il Conclave non riuscì ad eleggere il successore, anche per un’epidemia di peste che uccise il cardinale francese Cholet, e dopo un anno arrivò a stento ad accordarsi sulla sede, che fu Perugia; la frattura tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali fece prolungare la Sede vacante con crescente malcontento popolare, ma non fu questo l’acceleratore bensì l’intervento di Carlo Martello a Perugia nella sala del Conclave per giungere a una nomina che avrebbe dato l’avallo pontificio all’imminente trattato in corso tra angioini e aragonesi.

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Pur protestando sdegnati per l’indebita irruzione, gli undici cardinali rimasti decisero di accelerare i tempi con una pur faticosa convergenza sul nome proposto dal decano, il monaco eremita Pietro Angeleri da Morrone, noto per la sua vita ascetica e per aver fondato un proprio ordine monastico che aveva difeso al secondo concilio di Lione dove si era recato a piedi nel 1273 lasciando l’eremo dov’era dal 1239, una grotta nel Monte Morrone sopra Sulmona, impedendone lo scioglimento. L’unanimità per una soluzione indilazionabile dopo 27 mesi di sede vacante, tra le attese della gente e delle potenti monarchie, fu raggiunta su di lui come papa di transizione, per la tarda età, quasi ottant’anni, molti a quei tempi, e per l’inesperienza che credevano consentisse di manovrarlo.

Il netto rifiuto iniziale del monaco, raggiunto nella sua grotta sui monti della Maiella da tre vescovi, si trasformò in una riluttante accettazione per dovere di obbedienza. Carlo d’Angiò in persona lo accompagnò a L’Aquila dove aveva convocato il Sacro Collegio e dove fu incoronato nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio. Tra i primi suoi atti, oltre al trasferimento della curia a Napoli, in Castel Nuovo, dove per sé tenne una piccola semplice stanza per pregare e meditare, ci fu l’emissione della Bolla del Perdono con cui fu istituita la “Perdonanza”, il prototipo del Giubileo che fu introdotto in seguito, con indulgenza plenaria a Collemaggio; e il Concistoro del 18 settembre con la nomina di 13 nuovi cardinali, che raddoppiarono il Collegio cardinalizio, tra i quali nessun romano. E chissà che non fu questo uno dei motivi delle vicende successive!

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Ma i maneggi cardinalizi ricominciarono presto a dispiegarsi, questa volta in direzione opposta, dalle pressioni per accettare a quelle per rinunciare, il tutto nel volgere di meno di quattro mesi. Fu Caetani, laziale di Anagni, grande nemico dei Colonna, a preparare la bolla che consentiva l’abdicazione, pensando a se stesso, come aveva pensato a se stesso nel favorire l’elezione del monaco eremita in vista di una sua successione più avanti nel tempo. I tempi stringevano, il nuovo papa poteva consolidarsi con l’appoggio di Carlo D’Angiò su consiglio del quale si era trasferito a Napoli sotto la sua protezione; potevano rafforzarsi le correnti opposte a quelle allora prevalenti.

Papa Celestino V il 13 dicembre 1294 lesse la bolla che contemplava l’abdicazione per gravi motivi e subito dopo pronunciò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio. Bastarono solo undici giorni per eleggere Benedetto Caetani, a 59 anni, che prese il nome di Bonifacio VIII. Dante lo mette all’inferno pur ancora vivente, ma non capisce che Celestino V non fece il “gran rifiuto” per “viltade”, bensì fu vittima del porporato che aggiunse la morte del frate eremita alle sue altre colpe.

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Gli eventi corrono sempre più rapidamente e in modo imprevedibile. Eletto papa, Caetani tira fuori il peggio di sé, come prima era stato astuto e forse infido consigliere ora diventa spietato aguzzino dello stesso soggetto tornato a fare il monaco eremita. Come prima cosa annulla le bolle del predecessore, salvo appropriarsi dell’idea della Perdonanza per farne il Giubileo.

Teme che i cardinali filo-francesi, sostenuti da Carlo d’Angiò, il quale aveva tentato invano di dissuadere Celestino V dal dimettersi, lo rimettessero sul seggio papale con uno scisma; perciò ordina di prenderlo sotto controllo per sottrarlo ai francesi e, dopo che lui tentò la fuga verso oriente, il 16 maggio 1295, cinque mesi dopo la rinuncia al papato, lo fa catturare dal Contestabile del Regno di Napoli e rinchiudere nella rocca di Fumone, in Ciociaria. Il regime carcerario molto severo, con vessazioni di ogni tipo – c’è il mistero di un chiodo nel cranio – tanto più che aveva oltrepassato la soglia di ottant’anni, gli fu fatale, morì nella rocca il 19 maggio 1296, dopo un anno di carcere duro.

La riabilitazione non si fece attendere troppo, la Chiesa commette anche gravi errori, ma ha la forza di riconoscerli nel tempo, spesso biblico e a volte terreno, come nel caso di Celestino V; dopo una vicenda che non fa onore ai protagonisti, anzi li condanna elevando una spanna in alto nell’empireo dei Santi questo autentico martire della Chiesa. L’artefice della completa riabilitazione che portò al riconoscimento della sua santità fu papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII e a lui ostile, il quale canonizzò Celestino nel 1305, e per la spinta della devozione popolare, lo fece traslare dal monastero di Sant’Antonio a Fermentino alla basilica di Collemaggio, sede della sua incoronazione.

Le confuse vicende odierne

Difficile tornare alle miserie dell’attualità dopo la trista grandezza dei misfatti di ieri, ma dobbiamo farlo. Anche oggi si parla di una divisione all’interno della Chiesa in due “partiti”, che non devono eleggere il pontefice ma sono portatori di diverse politiche, e sono agguerriti “mutatis mutandis”.

Tutto questo avrebbe portato ai messaggi inequivocabili che hanno bloccato l’intento esplicitamente enunciato di partecipare. E non intendiamo dire che ci sia stato un complotto sabotatore né qualcosa di riprovevole in assoluto, ma che può diventare disdicevole nello specifico in base alle circostanze.

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Cosa si è verificato, dunque? Le notizie confuse che circolavano tra la gente in attesa dell’arrivo del corteo sul sagrato posteriore della basilica di Santa Maria di Collemaggio parlavano di incompatibilità tra lo status di divorziato e la possibilità di accedere alla Porta santa; circostanza questa che avrebbe bloccato l’intento di partecipare alla sua apertura, il clou della “Perdonanza”, all’illustre “penitente”; si crede sia tale, avendo dichiarato “non sono un santo”, come tutti del resto. Al termine, invece, notizie dirette hanno attribuito lo stop inatteso alla ritorsione delle autorità ecclesiastiche rispetto agli attacchi del giornale di famiglia al direttore del giornale dei Vescovi.

Non vogliamo crederci, ci ha sorpreso anche la cena mancata tra i due grandi protagonisti, considerata un surrogato riparatore rispetto alla partecipazione diretta; meglio che non ci sia stata un’inaccettabile pezza diplomatica ad uno strappo che ha impedito un atto di partecipazione personale con una forte spiritualità; alla “Perdonanza” si partecipa per autentiche, intime motivazioni che attengono al profilo interiore di ciascuno e alla sua sincera immedesimazione.

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Perché la figura di Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere non per propria scelta, ma per maneggi e intrighi, e per questi rimosso, poi arrestato, incarcerato fino a morirne, giganteggia come martire della Chiesa, lo abbiamo detto; precisiamo nel senso di essere stata vittima di uno dei peggiori momenti della grande istituzione, quello che portò al soglio pontificio Bonifacio VIII, il Benedetto Caetani al centro dell’intrigo. Ed è un ricorso storico che il corpo di Aldo Moro, vittima dei nostri tempi, fu trovato nella strada romana dove c’è il palazzo di famiglia, Via Caetani, che inizia in Via delle Botteghe Oscure, che fu sede del PCI, ed è vicina a piazza del Gesù, che fu sede della DC.

Il corteo cittadino e il rito religioso

Questo aleggiava nella mente e nel cuore nell’attesa del grande rito religioso nella spianata dietro la Basilica di Collemaggio, da lui voluta e nella quale fu incoronato, per così dire, papa, e traslato dopo gli anni del martirio e della tumulazione provvisoria in Ciociaria. E dove, in meno di quattro mesi di pontificato, diede vita addirittura al giubileo celestiniano con l’indulgenza plenaria legata al passaggio attraverso la Porta santa attraversata con purezza di cuore e innocenza d’animo.

E’ stato questo il momento finale, culminato nel rito solenne celebrato su un grande palco con il fondale raffigurante la facciata della Basilica. Facevano corona i più alti dignitari, i vescovi con le loro mitrie, i sacerdoti con le loro cotte bianche, la “schola cantorum” con i suoi cori suggestivi che sono stati la persistente colonna sonora, dopo il corteo cittadino con la sfilata nei costumi dell’epoca.

Un serpente variopinto ha attraversato la parte agibile della città, partito da piazza Palazzo per piazza Duomo, poi passato a lato della Villa comunale e quindi approdato a Collemaggio: tutti i colori, tutte le fogge nell’abbigliamento, nobili e paggi, madonne e cavalieri, armigeri con i loro elmi e i loro archi, in un compunto pellegrinaggio. In testa i primi cittadini, della Regione, Provincia e Comune, nonché tanti sindaci e parlamentari, presenti, crediamo, non soltanto per l’istituzione ma anche per se stessi; dopo la pressione di momenti tragici e sconvolgenti ci voleva questo bagno di spiritualità e di riconciliazione, con il mondo della fede, tra la folla di concittadini di tutte le epoche.

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Il rito si svolge con grande solennità, officiante il porporato venuto da Roma, il numero due del Vaticano cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, del quale porta la personale benedizione; lui stesso officiò le tristi esequie alle 300 vittime le cui bare nella grande spianata di Coppito sotto la scritta “Recisa non recedit”sono ancora nei cuori di ognuno.

Alla metà del rito anche il cielo corrusco sembra riflettere le contraddizioni del momento: fulmini e tuoni e insieme un arcobaleno che si apre sulla vallata alle spalle della spianata, punteggiata di paesi e case sparse immersi nel verde quasi fosse una coltre protettiva. Tuoni e fulmini vengono da lontano, dopo quelli di Roma giunti non in senso meteorologico; ma l’arcobaleno è qui, sembra di toccarlo mentre la messa prosegue, altro bel segno. Ed è questo che conta, c’è la partecipazione popolare, c’è la vita, sono lontani i passi felpati nelle anticamere che hanno scandito la vigilia.

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Le brevi parole dell’Arcivescovo di L’Aquila Giuseppe Molinari scuotono l’assemblea. Parla del sisma come di “santa provocazione”, che può rimettere in discussione convincimenti profondi: “E’ difficile la fede nel tempo del terremoto, è difficile la fede per chi ha perduto la casa e forse anche le persone care”. Un brivido corre tra la gente: “E’ una fede difficile ma possibile, ed è l’unica nostra salvezza”.

L’omelia del cardinal Bertone inizia ricordando “quelle scene di sofferenza e di morte”, unite alla “dignità di quelle esequie dinanzi al mondo”. Il tono si fa pastorale: “Gesù crocifisso non vi abbandona, non lascerà senza risposta le vostre domande. La risposta di Dio passa attraverso la solidarietà degli uomini, che non può limitarsi all’emergenza ma deve essere un progetto stabile nel tempo”. E sollecita a “mantenere le promesse che sono state fatte ai cittadini”.

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Ma le parole non riescono a far dimenticare che si è consumato qualcosa di ingiusto per la ricorrenza che dà avvio all’anno celestiniano. Quale avvio poteva essere migliore se al corteo, al rito e all’attraversamento della Porta santa avesse partecipato anche colui che è divenuto il “convitato di pietra”, assente ma da tutti nominato, la cui presenza avrebbe suggellato nel modo giusto un periodo intensamente vissuto da lui stesso in unione con l’intera cittadinanza?

Se non è per l’offesa al direttore del giornale dei vescovi – “ultronea”, direbbero i giuristi, rispetto alla circostanza che con tale questione non ha nulla a che fare ponendosi su un piano ben diverso e superiore – è per qualcosa che sarebbe non meno grave, vale a dire la discriminazione personale in base ad una arbitraria valutazione che nessuno si può arrogare.

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Nel senso che non si può mettere in dubbio la libertà di partecipare all’evento celestiniano con il corteo, il rito fino all’attraversamento della Porta santa; a nessuno è stato chiesto il “passaporto” della santità o della purezza, ad essa si lega l’effetto di indulgenza plenaria legato alle condizioni poste dalla Chiesa, confessione e comunione, non la legittimazione a partecipare, se non andiamo errati e abbiamo capito bene, d’altra parte nessuno si è fermato sulla soglia. Dopo di che l’effetto salvifico è inconoscibile, e chissà se l’innocenza d’animo non possa surrogare positivamente l’atto rituale ora evocato! Questa la riflessione che abbiamo fatto personalmente passando nella Porta santa come tutti gli altri.

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Detto questo, entrare nella Basilica a gruppi di quaranta subito dopo le autorità è stato emozionante. Vedere l’abside completamente scoperchiato, con le macerie rimaste a terra e il cielo aperto al di sopra ha fatto tornare la mente alle più fosche immagini della guerra, che sono quelle dei templi bombardati perché è una violenza fatta allo spirito e al cuore di ognuno, oltre che all’arte, alla storia e alla fede. Poi le colonne tutte strette in “imbraghi” per rinforzarne la tenuta in attesa degli interventi di consolidamento, gli archi sottesi nelle due navate tutti sorretti da incastellature di tubi d’acciaio, sembrava un ferito incerottato e rappezzato con chiodi, ingessature e sostegni artificiali.

Una considerazione ci è venuta spontanea nel vedere distrutta la volta dell’abside, abbiano ripensato alla coraggiosa decisione che fu presa dal soprintendente, all’atto dell’ultimo restauro, di abbattere le voltine barocche nelle lunghe navate della Basilica in modo da riportarla all’austerità originaria, tolti gli orpelli e i fregi che vi erano stati sovrapposti, in un lavoro meritorio che ce la restituì in tutta la sua francescana, o meglio celestiniana, suggestione.

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Furono lasciate queste voltine barocche soltanto nell’abside per mantenere la memoria di come era apparsa per un lungo periodo della sua lunga esistenza quasi millenaria. Forse è un segno del destino che siano crollate, è ora di riportare anche quella parte della basilica alla sua veste originaria, se ne vede la bellezza nei grandi squarci.

Il bimbo felice sulla grande aquila in volo nel futuro

Lasciamo la basilica con nel cuore le emozioni che ci ha dato una “Perdonanza” così particolare, stretta fra contraddizioni anche laceranti – e non sono solo quelle che abbiamo evocato, ma anche i problemi oggettivi che restano aperti – però con un riferimento forte per un nuovo inizio.

Si può ricominciare tornando all’età dell’innocenza perché è scevra dei fardelli che si accumulano e pesano sul cuore con i condizionamenti che recano con sé. Non ci devono essere remore e ritardi nella ricostruzione, l’ammonimento è venuto anche dall’omelia, le nuove “cittadelle” provvisorie ma dignitose prendono corpo, ma quante ce ne vorranno!

E come sarà ben più lunga e faticosa la ricostruzione del centro storico “bombardato”, com’era e dov’era, cioè dove sono oggi le macerie e i palazzi disastrati dal sisma. Un immenso lavoro da compiere e immense risorse da trovare con la solidarietà invocata dal cardinale e, se necessario, con la tassa di scopo che a suo tempo richiese il Sindaco di L’Aquila, oggi commosso lettore della Bolla della Perdonanza di Celestino V.

La ricostruzione del centro storico monumentale è ben più difficile della costruzione di “new town” prefabbricate, è evidente, è una sfida da superare dopo aver vinto quella dell’emergenza.

Ma tutto si può fare se si ricostruisce nella gente la voglia di andare avanti, di crescere. Le popolazioni colpite hanno mostrato grande dignità, anche questo è stato ricordato nell’omelia. Ora non basta più, occorre una mobilitazione di energie del tipo di quella che il Paese riuscì a produrre con la ricostruzione dopo la tragedia bellica.

E allora avviene che tutto il corpo economico e sociale viene preso in una straordinaria palingenesi che sovverte i ritmi usuali, li accelera in modo impensabile, fa bruciare le tappe e raggiungere traguardi che sembrerebbero preclusi. I più rapidi progressi sono avvenuti storicamente dopo eventi distruttivi proprio perché si mobilitano energie nascoste e sorprendenti che non si sapeva neppure di avere. E’ stato così per la stagione del “miracolo economico” italiano e per altri eventi che hanno messo alla frusta le capacità, potrà e dovrà essere così nella tragedia che ha sconvolto L’Aquila.

Un nuovo slancio dovrà percorrere questa terra: il suo simbolo, dalle grandi ali, il nobile profilo e lo sguardo verso l’infinito dovrà essere scolpito in ogni iniziativa come segno di solidità, forza, lungimiranza. Il senso della crescita e della speranza dovrà accompagnare questo simbolo, e ci pare possa essere espresso nel bimbo felice che con la massima rapidità traduce da potenza in atto quanto è in lui, nel suo Dna, nella sua volontà e forza interiore. Aquila e bimbo felice, espressioni di uno stesso anelito di rinascita e di crescita nella fierezza e nella dignità, nell’innocenza primigenia.

Vedere il bimbo felice a cavallo della grande aquila nella scultura che ha rappresentato l’Italia a Siviglia nel 1992 ha materializzato questi nostri pensieri attraverso le vie dell’arte – che sono ben evocate dalla mostra a Coppito delle opere salvate dalla distruzione del terremoto – su come l’arte può esprimere tutto questo con la sua capacità di nobilitare la materia e mobilitare le sensibilità. Trovare che l’opera è della diva nazionale degli anni cinquanta, la quale ha saputo rinascere ad una nuova vita artistica vincendo le ingiurie del tempo alla sua bellezza, è stata una scoperta per noi rivelatrice: si può rinascere e ricrearsi un futuro, basta volerlo e mobilitare il talento, perpetuare la bellezza nell’arte, e lo fanno le sculture della diva divenuta artista.

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Di bellezza ha scritto anche l’Arcivescovo Molinari immedesimandosi in Celestino V fino a mettergli in bocca queste parole: “E la bellezza che non morirà mai. Ricordalo sempre, amatissimo popolo dell’Aquila. E con l’aiuto di questo Dio, Signore del tempo e della storia, riprendi subito il tuo cammino, per una storia nuova, piena di Bellezza e di Speranza”.

La conclusione l’abbiamo posta in apertura, e la ripetiamo ora, al termine. La scultura “Vivere insieme” la proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

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Le immagini riguardano tutte, meno l’ultima, la Perdonanza 2021, anche quelle inserite nell’articolo del 2009, il “ieri”, che sostituiscono le fotografie dell’articolo originario da noi scattate 11 anni fa nell’interno della Basilica di Santa Maria di Collemaggio con i vistosi segno del sisma nel soffitto dell’abside e nelle colonne in una integrazione che abbiamo sentito come vitale e virtuosa. In chiusura, la scultura di Gina Lollobrigida, “Vivere insieme”, nella quale il ragazzo felice in groppa a un’aquila ci sembra incarnare la volontà di riscatto della città. Questi immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Indichiamo di seguito tali siti, precisando che le immagini inserite sono a mero titolo illustrativo, senza alcun intento economico, commerciale o pubblicitario e che, qualora non ne fosse gradita la pubblicazione, verrebbero subito rimosse su semplice richiesta, anche mediante una nota all’articolo. Le immagini mostrano, senza bisogno di didascalie, le varie fasi della celebrazione celestiniana del 2021, dalla Basilica di Santa Maria di Collemaggio e dai cartelli alla presentazione dei partecipanti, al Corteo, ai portatori dei simboli, fino al loro arrivo alla basilica, dalla Porta Santa prima dell’aperura e dopo il rituale battito del Vescovo alla Porta Santacon il bastone portato in corteo, fino a un’immagine dell’interno; infine la “Bolla del perdono” di papa Celestino V e, in chiusura, la scultura “Vivere insieme” di Gina Lollobrigida – citata nell’articolo – che nel bambino felice con le braccia levate al cielo in groppa all’aquila impersona la rinascita della città dalla catastrofe del terremoto del 2009, fin da allora proponemmo che tale scultura, che ha avuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, divenisse simbolo della città. I siti web da cui sono state tratte le immagini sono, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: perdonanza-celestiniana.i, ilcapoluogo.it, abruzzoweb.it, ilcapoluogo.it, ilcentro.it, raicultura.it, rete8.it, turimoitalianonews.it, unesco.beniculturali.it, unesco.beniculturali.it, virtuquotidiane.it, ilcapoluogo.it, comunelaquila.it, ilcentro.it, radiolaquila.it, abruzzonews.eu, ilcentro.it, newstown.it, unesco.beniculturali.it, laquilablog.it, ilmessaggero.it, templarioggi.it, voxmilitiae.it, rete8.it, gds.it, turismoitalianonews.it, laquilablog.it, laquilablog.it, virtuquotidiane.it, laquilablog.it, arteculturaoggi.it.

ll Rebus dell’estate ‘82, quasi 40 anni dopo…

di Romano Maria Levante

Quanto segue lo scrivevamo nel 1982, in una vacanza tra il mare – con gli scogli e la foresta umbra di Pugnochiuso nel promontorio del Gargano e la montagna – con le rocce, i boschi e i prati di Pietracamela nel Gran Sasso d’Italia.Trascorsi quasi 40 anni, dopo la celebrazione nell’articolo di ieri della vittoria all’Europeo 2020 posticipato a causa della pandemia, ripubblichiamo l’articolo di allora nel quale ci sono riflessioni sugli insegnamenti da trarre dalla vittoria valide tuttora, riguardando aspetti che non abbiamo toccato nel nostro precedente articolo in cui abbiamo considerato quelli più evidenti della vittoria attuale. All’articolo che segue è collegato il Rebus enigmistico vero e proprio, la cui soluzione viene lasciata ai lettori che potranno “postarla” nei commenti, considerando che nel testo sono contenuti tutti gli elementi riassunti nel Rebus. In mancanza lo faremo noi tra un mese, sempre nei commenti, ma intanto ci piacerebbe essere preceduti da chi è interessato a cimentarsi in una gara di abilità nel risolvere i giochi enigmistici. Si tratta del “Rebus dell’estate ‘82” , sull’intreccio sport-politica, con le vignette corredate dalle lettere di prammatica: appena dopo il testo dell’articolo, e i due commenti ” del 2010, il Rebus di 68 parole con 78 vignette d’autore in 5 pagine fitte.

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Il Rebus dell’estate ‘82

“E’ il giorno più bello per me e per l’Italia da quando sono Presidente della Repubblica” ha detto Pertini a Madrid l’11 luglio, il giorno della vittoria degli azzurri al Mundial. E, tornato a Roma con i “suoi ragazzi” campioni del mondo, ha ripetuto: “La vostra vittoria mi ha regalato uno dei momenti più belli della mia vita, certo il più bello dei quattro anni tormentati della mia presidenza”.

Dopo meno di un mese, il 7 agosto, sorpreso dall’improvvisa crisi in Val Gardena, osservava amaramente: “Ho avuto un anno movimentato. Invece neppure una settimana mi hanno lasciato in pace. Domani parto per Roma”. Ed il 9, nel dare inizio alle consultazioni, aggiungeva: “Stavo così bene nella mia Selva di Val Gardena, l’ho lasciata con l’angoscia e l’amarezza nell’animo”.

Due “ritorni” a Roma diversi, due atteggiamenti opposti verso i protagonisti delle vicende calcistica e politica che li hanno determinati. Forse l’abisso che li separa – e la vicinanza nel tempo lo fa rimarcare maggiormente – e la loro personificazione in chi incarna il carattere ed i sentimenti più autentici degli italiani, danno una risposta ai tanti perché i sociologi, psicologi, politologi si sono posti dinanzi all’“euforia contagiosa fino all’autoesaltazione collettiva” – per dirla con Ronchey – seguita alla vittoria calcistica.

Non crediamo che ci si debba spingere in interpretazioni sofisticate sui concetti di patria o sul senso di “appartenenza” né che si debba elucubrare troppo sul significato della riscoperta del tricolore. Ha detto Tardelli, uno dei grandi protagonisti del trionfo azzurro, in un’intervista del 14 luglio: “Mi chiedono tutti: che cosa provi ad essere campione del mondo. Dico: niente. Una strana freddezza, una lucidità, un’assenza di emozione. Come se fosse una cosa vecchia, risaputa, come se fosse niente”.

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Prosegue Tardelli: ” Mi chiedono: che cosa significa questo titolo. No, qui c’è da parlare. Che significa l’ho capito. Due giorni di felicità ad un paese infelice. E’ poco, è molto, fate voi. Ho capito questo, riflettendo sulle prime pagine dei giornali politici: c’eravamo noi, le nostre facce, facce con occhi da matti, matti di gioia, al posto dei brigatisti, della scala mobile, degli scandali delle banche, delle crisi di governo, della Polonia, del dollaro, delle guerre. Per due giorni abbiamo spazzato tutte quelle cose brutte, per due giorni anche chi non conosceva il calcio ha parlato d’altro, ha parlato di calcio.

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Ed ha ribadito Paolo Rossi, lui ch’è stato il trionfatore del Mundial, in un’intervista del 4 agosto, quindi ormai a mente fredda: “Cosa ha fatto la Nazionale? Anche presi in mezzo alla tempesta, io e gli altri ci siamo resi conto, con gioia e spavento, che una squadra di calcio può regalare due giorni di felicità a un paese che chiede felicità, perché non ne ha tanta”.

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Del resto, “Italia facci sognare” è stato lo striscione fortunato che da Vigo ha accompagnato l’avventura mondiale. E le vicende della repentina crisi politica hanno confermato che gli italiani hanno colto l’unica occasione di evasione onirica che si è loro offerta, il sogno di un’incredibile coesione nazionale.

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Ha scritto Alberto Ronchey il 13 luglio a proposito delle “regole del gioco” presenti al Mundial e altrove: “Oltre la soddisfazione e l’entusiasmo per i gratificanti spettacoli e gli eccitanti successi sui campi verdi del massimo sport popolare, c’è stato forse un ‘transfert’ liberatorio, un sollievo dal pessimo stato d’animo che ormai prevale nella ‘penisola dove gli italiani vivono disordinatamente accampati’ , originato dalla coscienza di un oscuro divario tra i talenti nazionali e le prolungate frustrazioni di una società sgranata, spesso disorganizzata, piuttosto infelice. Forse la consapevolezza d’una diffusa inefficienza quotidiana come alienazione collettiva s’è scaricata nell’efficienza agonistica, percepita come compensazione simbolica del basso grado di coesione e costruttività comune, inesplicabile e immeritato nell’opinione dei più”.

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Ronchey ne trae le conclusioni: “Perché dunque si vince una gara difficile ma effimera padroneggiando con destrezza le ‘regole del gioco’, mentre si perde in tante altre cose? E perché non sarebbe possibile adottare in tutte quelle altre cose la severa disciplina praticata nel gioco, riconoscendo che ogni opera implica l’accettazione di una qualche severa regola e insieme competenza tecnica, perseveranza, coordinamento, addestramento, con quella fatica che non è ingrata quando viene condotta al suo fine?”

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Lo ha confermato Tardelli nell’intervista citata: “Essere i primi non solo nel calcio. Una parola… No, in fondo non è difficile. Basta essere seri, amici, compatti, basta unirsi e lottare tutti insieme come abbiamo fatto noi a Vigo… Abbiamo insegnato che nel calcio si vince lottando, che è necessario il carattere, la coesione morale, la voglia di soffrire”.

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E non solo nel calcio, ma in qualunque “campo”, anche se non ha il manto erboso e la folla plaudente. Qui viene il difficile, ma non l’impossibile per una società come la nostra. “Su scala nazionale e nelle attività quotidiane – scrive sempre Ronchey – una simile disciplina postula tuttavia l’organizzazione e il ripudio di quella ‘sregolatezza dei particolarismi’ che certo in Italia discende anche da circostanze storiche disgraziate e da incresciose tradizioni, ma che in tempi recenti ha subito l’innesto d’una pervasiva istigazione all’autoindulgenza e alla dissipazione permissiva. Alcune generazioni, fra l’altro, sono state pressoché vampirizzate dalle pedagogie che opponevano un’assoluta libertà ‘ludica’, ossia una giocosità come pretesa naturalità istintiva o persino come sfrenatezza, a ciò che si definiva l’organizzazione ‘repressiva’”.

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Perché riteniamo che non sia impossibile in Italia ciò che altri paesi riescono a realizzare, e non solo nel calcio? Usiamo le parole di Carlo De Benedetti, tratte dalla sua intervista sulle Partecipazioni statali del 18 luglio: “Il recupero, pur in settori e tempi difficilissimi, di aziende come Olivetti, Pirelli e Fiat, dimostra che la tesi che in Italia non è possibile gestire con successo società di grandi dimensioni è una sciocchezza, divulgata da tanti pseudo studiosi ed utili idioti, non dissimile da quella che gli italiani non sanno giocare al calcio per insuperabili limiti razziali. Poi viene fuori questa nuova magnifica gioventù dei Bergomi, dei Tardelli, degli Oriali, e tutte le teorie razziali saltano in aria”.

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Ed ecco cosa la conclusione sulpiano politico ed economico: “Ma bisogna dare spazio ai mille Bearzot che vivono e lavorano silenziosamente in questo magnifico paese. Non perché siano dei geni, ma perché sono dei professionisti veri e quindi sono intellettualmente indipendenti e quindi lavorano seriamente.

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Con un’ultima frecciata alla politica: “Dopo la memorabile partita con la Germania un uomo politico ha commentato alla televisione che sarebbe deleterio se la nazionale di calcio venisse gestita con i criteri della lottizzazione partitica. Ma è altrettanto deleterio che altre attività vengono gestite con i criteri della lottizzazione partitica, e tra queste le partecipazioni statali il cui compito istituzionale non è quello di soddisfare questo o quel signore delle tessere, ma di produrre cose e servizi nel modo più efficiente ed efficace possibile al servizio del paese, al servizio della gente”.

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Ma non sono solo i problemi di impegno costruttivo e solidale – le “regole del gioco” di Ronchey – e di professionalità – il rifiuto della lottizzazione dei partiti di De Benedetti – a condizionare le possibilità della “nazione” Italia. Ci sia consentita – dopo l’ampia carrellata di citazioni che ha inteso riprodurre la corale partecipazione all’evento ed alcuni flash delle riflessioni che ne sono scaturite – un’autocitazione per indicare un altro requisito essenziale che da tempo manca alla nostra classe di governo.

Nel commentare – all’inizio di giugno – la relazione del Governatore della Banca d’Italia su questa rivista, facevamo un parallelo che è stato di buon auspicio per l’avventura della nazionale italiana: “Ben venga che nelle partite ‘non truccate’ della vicenda economica e di quella calcistica se qualcuno fa dei cross – ci riferivamo allusivamente ai ‘cross del Governatore’ – ci sia chi sappia raccoglierli e metterli in rete. E’ una carenza della nostra compagine governativa come della nazionale di calcio che deve essere colmata se si vogliono raggiungere i traguardi sperati: nella competizione del ‘sistema Italia’ con gli altri paesi, come nel Mundial spagnolo. Questo deve essere ormai un imperativo categorico di fronte ai duri impegni che l’Italia deve affrontare”.

E fare un’inconcludente “melina” invece di affrontare i problemi con un’iniziativa audace e decisa alla lunga non paga, come non paga nel gioco del calcio. Dall’Italia di Paolo Rossi è venuto l’esempio di come si può diventare campioni del mondo nel calcio, come dalle iniziative di tante piccole imprese – i “mille Bearzot” di De Benedetti – si è avuta la dimostrazione che si può battere qualsiasi concorrente sul terreno tecnico, produttivo, economico. Ma la classe politica ha fatto quel salto di qualità che altri settori della vita e del costume nazionale hanno dimostrato di poter realizzare?

Il miracoloso recupero della maggioranza e il compromesso sulla scala mobile raggiunti mentre all’aspra vicenda politica e parlamentare facevano da contrappunto le ultime trionfali partite della nazionale, anche sull’onda dei suoi esaltanti successi, avevano evitato la crisi profilatasi agli inizi di luglio; tanto che Pertini, partendo il 31 per la Val Gardena poteva dire: “Parto per le vacanze sereno, è tutto tranquillo”. Ma una settimana dopo – proprio all’indomani del vertice dei segretari della maggioranza concluso con un accordo, anche se tormentato – si è avuta l’inaspettata crisi d’agosto per una sortita dei “franchi tiratori” su un decreto fiscale.

Non è spirato un mese dal trionfo mondiale che la partitocrazia ha dunque dimostrato la sua capacità insuperabile nel fare “autogol” imprevedibili quanto imparabili. C’è voluto il diabolico marchingegno del ritiro della “delegazione” socialista al governo per vanificare la strenua difesa di Pertini alla porta governativa; creando così il precedente paradossale di una crisi extraparlamentare ma nata in Parlamento, quindi sottratta a quei meccanismi di verifica e di responsabilizzazione – sfiducia palese e motivata ecc. – che rappresentavano una sia pure fragile garanzia di governabilità e servivano a riaffermare almeno una parvenza di sovranità del Parlamento dinanzi all’invadenza partitocratica.

Ed anche se, nello stesso mese di agosto, la crisi è stata risolta sulla base del “decalogo istituzionale” di Spadolini, il senso di instabilità e di precarietà è ormai radicato di nuovo nella nazione e si attende solo il prossimo “casus belli” all’interno della maggioranza. Del resto il reincarico è stato subito definito “minestra riscaldata”, anche se con i nuovi ingredienti della riforma istituzionale, i quali, a loro volta, appaiono – come è stato già detto – “aria fritta” e diventano la mina vagante innescata nel nuovo governo, che di nuovo ha solo il nome essendo rimasti composizione e programma economico del tutto immodificati.

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Si è così consumato nel breve spazio dell’estate ’82 l’intreccio entusiasmante tra calcio e grande politica che aveva avuto in Pertini e Spadolini dei protagonisti d’eccezione a fianco della squadra azzurra e che poteva portare ad una rigenerazione della politica così come il calcio ha vissuto la sua trionfale rigenerazione dopo lo scandalo delle “scommesse”; e Dio sa quanti e quali scandali la politica ha da farsi perdonare! Ed è stato subito disilluso Spadolini che aveva tratto auspici per ritrovare anche nel governo “un’intesa collegiale ed un gioco collettivo che sembravano irrimediabilmente smarriti” come era riuscito alla nazionale.

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“Come capitano della squadra di calcio che si chiama governo – aveva detto ricevendo a palazzo Chigi i campioni del mondo – che in questi 40 giorni ha avuto anch’essa alcuni difficili gironi da superare, e che ha ancora molte partite dure da giocare, io vedo, caro Bearzot, caro Zoff, in questa vittoriosa coesione, fatta di comportamenti individuali riservati e determinati, un augurio anche per la mia squadra”.

Invece tutto si è concluso con l’“amarezza e l’angoscia” di Pertini di cui parlavamo all’inizio. Quest’irripetibile occasione, che avrebbe potuto far avvicinare il tricolore anche al mondo della politica, è stata bruciata, l’Italia della politica non fa sognare gli italiani, anzi li risveglia bruscamente ad una ben più misera realtà. E pure se si avranno ancora nuove occasioni per il tripudio del tricolore, ci sarà sempre l’amarezza per il modo brutale con cui il sogno è finito.

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Anche se nulla è perduto per la parte sana del paese che vive e lavora con la serietà delle tradizioni – il tripudio di un popolo e di tricolori in tutti i continenti ha ricordato che siamo in una terra di emigrazione, di sacrifici e di sofferenze – e per la quale la seconda parte dell’augurio di Spadolini certo non andrà dispersa come è invece subito avvenuto per la prima parte: “E questo augurio – ha proseguito il Presidente – vale, cari amici, per tutti gli italiani che lavorano e che studiano e che, dalla vostra impresa davanti a tutto il mondo, hanno tratto anche l’esempio ed il monito della serietà e del sacrificio, esempio e monito che resteranno al di là della felicità di queste notti d’estate”.

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Di questo intreccio tra calcio e politica, in cui le due “squadre” di Bearzot e di Spadolini hanno fatto vivere opposte e sensazionali vicende – dal trionfo sportivo alla crisi politica – nell’indimenticabile e per tanti versi irripetibile estate ’82, proponiamo un’inconsueta visualizzazione enigmistica in cui tutto si mescola e tutto “si tiene” in una “torre di babele” gioiosa e amara: in carattere con il clima estivo, l’eccezionalità degli eventi che abbiamo vissuto, la partecipazione corale, le pazze iniziative di tripudio che ha scatenato la vittoria.

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Del resto, non si può negare che l’estate ’82 per molti versi, calcistici e sportivi, di costume e politici resterà a lungo un rebus: tutto da risolvere. La soluzione del “nostro” rebus, invece, seguirà le classiche regole enigmistiche: è rimandata soltanto “al prossimo numero”.

Romano M. Levante

Pugnochiuso, 11 luglio 1982
Pietracamela, 23 agosto 1982

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Commenti in occasione della ripubblicazione in occasione dei mondiali del 2010:

1 Commento

  1. Marco Ciriello – Vancouver – Columbia Britannica – Canada

Postato giugno 20, 2010 alle 1:40 AM

Ho letto questo articolo poco prima di vedere la partita dell’Italia contro la Nuova Zelanda ai mondiali del 2010.

L’effetto e’ stato estremamente stimolante e la mia mente, nel corso della gara, ha oscillato tra le emozioni che gli eventi mi davano, ed osservazioni razionali sulle caratteristiche socio/culturali di un fenomeno come quello calcistico rispetto a quelle che sono correlate alle attività’politiche.

E’ nobile la domanda sul perché non si possa operare nella vita esprimendo le stesse qualità’, motivazioni che, nel migliore dei casi, guidano le azioni in campo. Ne elenco alcune: la coesione tra i membri di una squadra, il fine comune ultimo, il risultato chiaro (che può’ essere verificato ogni volta), la prestazione dei membri della squadra fatta senza intermediari e direttamente osservabile che, si deve aggiungere, può’ essere giudicata in tempi reali (quindi la possibilità di aggiustamenti sia delle strategie che in eventuale sostituzione dei giocatori). Prima della gara, inoltre, avviene uno studio di un piano d’azione che e’ compiuto da un allenatore, il quale e’ responsabile del risultato e che, in caso di sconfitta, viene licenziato (questione che richiederebbe chiarimenti che vanno al di là’ degli scopi immediate di questo commento). Il tutto e’ osservato dalla stragrande maggioranza dei cittadini i quali, anche se non partecipano direttamente alla preparazione delle strategie, certamente si coinvolgono nella realtà’ calcistica prima, durante e dopo la partite. Questo costante vaglio ed osservazione induce ad una maggiore responsabilizzazione di coloro che prendono le decisioni ultime. In un clima del genere la delusione originata da un risultato negativo non crea pessimismo o frustrazione dovuto al senso d’impotenza derivato dal non poter partecipare, dal continuo subire. Se si commettono errori, si può ricominciare di nuovo. Nel caso della sconfitta si può’ pensare all’incompetenza, all’incapacità’, alla poca destrezza, ma non si pensa alla malafede ed all’intenzione di fare del male agli altri per un proprio tornaconto. In una partita sarebbe illogico operare per se stessi contro il bene comune, perché’ i due fattori coincidono. La vittoria, cioè’ il bene comune, aumenta il valore dei singoli componenti del gruppo: quindi aumenta anche il valore personale.

E la Politica? L’articolo di Romano Maria Levante e’ molto interessante perché’ getta il “seme” che, attraverso riflessioni successive, può’ permetter d’individuare una chiave di lettura dei “malanni sociali e Culturali” la quale indirizzi verso una loro soluzione. Alla fine se, attraverso un’analisi comparativa, si individuassero elementi positivi in alcuni sistemi, la domanda fondamentale sarebbe: come tali elementi o caratteristiche positive possano essere applicate ad altri sistemi che al momento non sono poi così’ ben pensati?

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2. Antonio Caprini

Postato luglio 5, 2010 alle 4:08 PM Propongo di girare il Rebus a tutti i giornalisti sportivi italiani. Finito il tempo di Gianni Brera, anche questo settore del giornalismo lascia molto a desiderare. Si guardi, per citare l’ultimo esempio, alle favorite del Mondiale sudafricano: Brasile e Argentina in pole position. Bene, anzi male. Malissimo oseremmo dire. Il Brasile, anche con Melo (che solo in Italia poteva giocare), ha dimostrato che la sua straordinaria cultura calcistica ha fatto un grande passo indietro: è ferma al Brasile di 20 anni fa. Quanto all’Argentina, resta la prima impressione del giornalista di Repubblica che, alcuni minuti dopo la disfatta con i teutonici tedeschi (auguri!) ha scritto: “E’ solo un’accozzaglia di talenti, senza un gioco”. Ecco cosa fa la politica sportiva: inserisce Maradona come trainer, ben sapendo che in cambio ci saranno sponsor e soldi. Poi, al primo vero big match, ne prendono 4. Dai Maradona, studia e leggi Gianni Brera!

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Il REBUS DELL’ESTATE ’82 in 78 VIGNETTE PER 68 PAROLE

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Info

L’articolo, con annesso il Rebus enigmistico, è stato pubblicato a stampa nel numero di settembre 1982 del mensile di politica, economia e cultura “Realtà del Mezzogiorno” diretto dal prof. Guido Macera; è stato ripubblicato, con riferimento ai Mondiali del 2010, nel sito “on line” “cultura.inabruzzo.it”, non più raggiungibile.

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Le immagini sono state tratte dai siti “on line” – indicati al termine – di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Si precisa che non vi è alcuna finalità di tipo economico nè di natura pubblicitaria, ma un intento meramente illustrativo; qualora, tuttavia, la pubblicazione non fosse gradita, basterà una richiesta del titolare non consenziente – comunicata nella parte dei commenti o in altro modo – e si provvederà subito alla rimozione dell’immagine che verrà indicata. Le prime 15 immagini riguardano i mondiali del 1982 cui si riferisce l’articolo e il Rebus enigmistico; seguono 15 immagini della vittoria nei mondiali del 2006, per completare la rievocazione con l’altro grande successo degli azzurri, concluso il 9 luglio, 2 giorni di differenza – a parte gli anni – rispetto agli altri due successi. In entrambe le sequenze, dopo l’apertura nel momento “clou” con la Coppa levata in alto, scene di esultanza dei calciatori, quindi condivisione della Coppa, fino ai festeggiamenti e alla formazione delle due squadre di azzurri, nella rievocazione del 1982 l’isolito particolare del ritorno in aereo con il presidente Pertini; in chiusura un’immagine simbolo dei tifosi azzurri con il tricolore. Ecco i siti fonte delle immagini – ai cui titolari si rinnova la gratitudine e la disponibilità a eliminare quelle la cui pubblicazione non fosse gradita – nell’ordine in cui le immagini sono inserite nel testo: per il 1982 : tg24.sky.it, calciofanpage.it, corriere.it, ngonews.it, calciofanpage.it, storiefuorigioco.altavista.org, gazzetta.it, curiosando708090.altavista.org, oassport.it, storiedicalcio.altavista.it, it.wikipedia.org, tg24.sky.it, archive.org, gaslinosvalkvwordpass.com, corriere.it; per il 2006 : lastampa.it, calciotoday.it, ildolomiti.it, youmedia.fanpage.it, bighe.net, eurosport.it, tg24.sky.it, vivoperlei.calciomercato.com, tg24.sky.it, ilmessaggero.it, repubblica.it, stylecorriere.it, asromaultras.org, coppadelmondo2006blog.sport.it, gazzetta.it; infine: ipersoap.com.

La “notte magica” dell’11 luglio 2021, il bis dell’11 luglio 1982,,,

di Romano Maria Levante

“Notte magica” questa dell’11 luglio 2021 per la strepitosa vittoria dell’Italia agli Europei di calcio a Londra,  che ci riporta per intensità emotiva e per significati reconditi alla “notte magica” dell’11 luglio 1982  allorché l’Italia tutta festeggiò, come fa ora,  l’altrettanto strepitosa vittoria ai Mondiali di calcio a Madrid.  Manca un anno al quarantennale,  sarà nel 2022 e speriamo di celebrarlo con un risultato altrettanto prestigioso al prossimo mondiale; intanto lo anticipiamo, per così dire, con una “licenza” speculare a quella che, a causa della pandemia, ha posticipato di un anno la manifestazione, che pure mantiene il titolo  di “Europei 2020”. E cosa c’è di meglio di un evento esaltante come quello che abbiamo vissuto per celebrare, insieme alla splendida realtà odierna, il ricordo di un  momento di esultanza popolare, ripetuto solo con la nuova vittoria ai mondiali del 2006?

“Per aspera ad astra”

Dei tanti motivi alla base della strepitosa vittoria agli Europei di calcio alcuni sono diversi dai  successi del passato, sono stati superati difficili ostacoli, per di più del tutto inediti.

Il primo motivo di difficoltà è stata la  “ricostruzione” dalle “macerie” dell’eliminazione dalla fase eliminatoria dei Mondiali del 2018, che neppure il più smodato ottimista avrebbe immaginato sfociasse, soltanto tre  anni dopo, nel trionfo in un Europeo  che quanto a livello, difficoltà e prestigio si avvicina  al Mondiale, in cui si aggiungono, a parità di valore calcistico, le squadre sud-americane; un trofeo, quello dell’Europeo che – a differenza del Mondiale, vinto 4 volte, anche nel 2006 – l’Italia non conquistava da ben 53 anni, con l’unico successo nel 1968!  

L’altra principale difficoltà è stata dover giocare  la finale decisiva in trasferta mentre l’avversario giocava in casa, nello stadio di Wembley a Londra con 59.000 inglesi dei 70.000 spettatori nel grande catino gremito nonostamte la pandemia, in delirio per la squadra di casa; e questo per di più dopo oltre un anno di partite a porte chiuse, o con pochi spettatori come negli ultimi incontri degli Europei, il che significa un impatto emotivo ben superiore alla normale “trasferta”, pur essa sempre incidente sul risultato.

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Nella fase cruciale  dell’eliminazione diretta, si è aggiunto il grave infortunio al calciatore segnalatosi nel girone  iniziale come determinante negli affondi sulla fascia sinistra, che aveva privato la squadra italiana di un elemento fondamentale. Il difensore-attaccante Spinazzola ha assistito alla finale tra i compagni in panchina con la maglia n. 4 e le stampelle che hanno fatto pensare a un Enrico Toti redivivo mentre le protendeva in alto nell’unirsi alla festa dei compagni. All’inizio della partita, il goal a freddo dopo 2 minuti creava un handicap che la rendeva più in salita, una missione ancora più… impossibile.

Il protagonista, con la “sua” squadra, Roberto Mancini

Come è stato possibile raggiungere il massimo risultato  in un situazione così svantaggiata? Da profani non azzardiamo una risposta ma indichiamo dei fatti: la ricostruzione dalle “macerie” ha un nome, Roberto Mancini,  che ha portato al successo la “missione impossibile”. E lo ha fatto, a parte la sperimentata maestria tecnica,  facendo leva sullo spirito di squadra di un gruppo che ha ricostituito dalle fondamenta con anziani fidati e giovani motivati, i quali lo hanno seguito in una coesione ottenuta anche facendo ruotare i componenti nelle partite in modo che tutti si sentissero titolari e nessuno riserva, e caricadoli anche a dovere. A tal fine ha chiamato il suo partner calcistico di una vita, Gianluca Vialli, il quale al carisma sportivo ha aggiunto l’esempio della sua vicenda umana, un ritratto del coraggio che insegna come si deve lottare; e lo slancio con cui si sono stretti in un lungo abbraccio con le lacrime che rigavano i loro volti in un pianto liberatorio è stato il sigillo più alto della nobiltà dei valori condivisi. Un pianto di gioia nella commozione, che li ha ripagati della cocente delusione di 29 anni prima, proprio a Wembley, allorchè la loro squadra, la Sampdoria, fu sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni, allora il pianto fu di delusione e rabbia per il sogno svanito.

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Ed ecco cosa ha detto Vialli alla squadra nella preparazione due giorni prima della partita decisiva, diversi siti nel riportarlo lo hanno definito “il discorso da brividi”. E’ una citazione di Franklin Delano Roosevelt, il presidente-coraggio degli USA in un momento decisivo: “Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze”; e non si è fermato qui, ha concluso: “L’uomo che dedica tutto se stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta”. Dunque non è solo la loro rivincita rispetto a 29 anni prima – la Coppa Europa della Nazionale vinta rispetto alla Coppa dei Campioni della Sampdoria persa – a muovere un simile abbraccio, ma soprattutto la condivisione di un successo cui ha contribuito anche questo appello ai più alti valori umani ben al di là di quelli sportivi.

Per tornare al protagonista primo, Roberto Mancini, va sottolineato lo straordinario attaccamento ai colori nazionali non mostrato allo stesso modo da altri pur grandi allenatori. Basterebbe ricordare che festeggiò la prestigiosa vittoria nella Premier League  da allenatore del Manchester City – ottenuta nei minuti finali dell’ultima partita del campionato britannico – unendosi all’esultanza con il giro del campo avendo al collo vistosamente il tricolore, incurante delle possibili reazioni scioviniste degli inglesi che gremivano gli spalti. E se fu un gesto simbolico, la prova pratica dell’attaccamento ai nostri colori si è avuta con la rinuncia ai molti milioni di euro che gli erano dovuti dalla squadra che allenava, lo Zenit di Mosca, per divenire Commissario tecnico della nostra nazionale: precisamente nel 2018 rinunciò a 24 milioni di euro lordi per i due anni di contratto rimanenti fino al 2020, e a 500 mila euro per la stagione allora in corso, mentre il compenso della FIGC al Commissario tecnico era di 2 milioni di euro. In un mondo di professionisti divenuti mercenari era già un esempio di una ben diversa scala di valori.

Si può capire quali e quante motivazioni ha saputo trasmettere ai suoi giocatori, e lo si è visto dal canto corale dell’inno nazionale, con l’intensità espressa negli occhi e nelle voci.

“Sono felice di avere dato una gioia e una speranza agli italiani dopo un periodo così difficile. Dedico la Coppa a tutti gli italiani, in particolare a quelli che risiedono all’estero. Ancora non siamo consapevoli di quello che abbiamo fatto”, ha detto lui stsso entrando al Quirinale: e non c’è nulla di rituale nell’omaggio, nasce dalla convinzione profonda che sente come una missione, tanto che ha rinnovato fino al 2026 senza lucrare i ben più remunerati incarichi di club, come del resto aveva fatto all’inizio. Si deve dare atto a Billy Costacurta, il superpremiato difensore del Milan, di aver visto giusto quando, incaricato dalla Federazione, è riuscito a portare alla guida della Nazionale, di cui è stato un punto di forza per tanti anni, il più meritevole perchè oltre ad essere vincente ha dimostrato l’attaccamento ai colori dell’Italia.

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I vertici istituzionali agli azzurri: le parole di Mattarella e di Draghi

Anche l’accoglienza al Quirinale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha avuto nulla di rituale, con la gigantografia dell’arco di trionfo dell’esultanza a Wembley e le sue parole a nome di tutti gli italiani che hanno toccato i tasti del riconoscimento sportivo e del valore civile e umano; ha accomunato anche il tennista Berrettini pure se sconfitto – ma unico finalista italiano in 150 anni di storia del torneo di Wimbledon – con l’onore delle armi dal n. 1 del mondo.

“Complimenti – ha detto – siete stati accompagnati, in queste sette partite, dall’affetto degli italiani. Ne siete stati circondati. Li avete ricambiati rappresentando bene l’Italia e rendendo onore allo Sport”, e lo ha spiegato: “Anzitutto per il gioco che avete espresso. Non avete cercato soltanto di vincere, avete vinto esprimendo un magnifico gioco. Questo ha reso onore allo sport naturalmente. E questo è ciò che ha fatto divertire. Anzitutto voi, sicuramente, ma anche tutti quelli che vi guardavano, e non soltanto dall’Italia”.

Ha “espresso un ringraziamento a Roberto Mancini” spiegandone i motivi: “La fiducia che ha sempre manifestato sin dall’inizio del suo impegno alla guida della Nazionale; la rivoluzione che ha introdotto nell’impostazione del gioco; l’accurata preparazione di ogni partita, che si è vista per chi avesse un po’ di dimestichezza con il gioco del calcio”.

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Poi l’incontro degli azzurri a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Mario Draghi che ha rivolto loro parole semplici e intense, parole vere. Ha detto “ci avete fatto emozionare, commuovere. gioire, abbracciare”, fotografando così l’interno delle case di tutti gli italiani, essendo preclusi per precauzione rispetto alla pandemia i maxischermi all’aperto. Parlava anche di sè, infatti ha aggiunto: “Io sono stato sempre molto orgoglioso di essere italiano, ma questa volta abbiamo festeggiato insieme la vostra vittoria, e quello di cui ci avete reso orgogliosi è di essere uniti in questa celebrazione in nome dell’Italia”. Non si poteva rendere meglio il passaggio dal piano personale al livello collettivo, anzi al livello nazionale – non della nazionale di calcio ma della Nazione – sensazione che abbiamo provato anche noi come, crediamo, tutti gli italiani.

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Draghi lo ha motivato così: “Lo sport segna la storia delle nazioni, ogni generazione ha i suoi ricordi, ed oggi siete voi ad essere entrati nella Storia”. Ma alla storia si aggiunge la stretta attualità: “Ci avete messo al centro dell’Europa”, e significa tanto, ma tanto, anche in termini molto concreti, sul piano politico, economico e sociale, per oggi e per domani.

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Gaber, Battiato e Cotugno, non sono solo canzonette...

Draghi con la sua confessione aperta e sincera ha risposto alla domanda che poneva Giorgio Gaber nel suo teatro-canzone. Sulla Patria: “Mi scusi presidente/ non è colpa mia/ se quando sento Patria/ non so che cosa sia/… sull’appartenenza : “Mi scusi presidente, se arrivo all’impudenza/ di dire che non sento/ alcuna appartenenza,/ e tranne Garibaldi/ e altri eroi gloriosi/ non vedo alcun motivo/ per essereorgogliosi”… finanche sul calcio: “Mi scusi presidente,/ lo so che non gioite/ se il grido Italia, Italia/ c’è solo alle partite” .

Nelle parole di Draghi la gioia di “questa” partita che ha fatto sentire la Patria, l’appartenenza, il perchè essere orgogliosi. Motivi espressi con passione da Gaber, che concludeva così la sua riflessione accorata: “Io non mi sento italiano/ ma per fortuna o purtroppo/ per fortuna o purtroppo/ per fortuna/ per fortuna lo sono”.

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E gli ha fatto eco Franco Battiato nel finale di “Povera Patria/schiacciata dagli abusi del potere..” con la ripresa volitiva: “non cambierà, non cambierà/ sì che cambierà/ vedrai che cambierà”. Fino all’orgogliosa appertenenza di Toto Cotugno: “Lasciatemi cantare/ perchè ne sono fiero/ sono un italiano/ un italiano vero”.

Qualcuno potrebbe dire con Bennato “sono solo canzonette”, come dell’Europeo “sono solo calci al pallone”, ma Draghi ha già risposto che “lo sport segna la storia delle Nazioni”.

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E sull’appartenenza proviamo lo stesso sentimento che fece dire a Fabrizio Quattrocchi, mentre cercava di toglieva la benda con uno scatto di ribellione prima di essere barbaramente giustiziato da parte dei terroristi iracheni nel 2004: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano”. Abbiamo visto da ogni azzurro “come lotta un italiano” con lo spirito di squadra e la motivazione giusta – “tutti volevano tirare i rigori” ha rivelato Evani, vice di Mancini, “e allora ho capito che avremmo vinto” – e la competizione sportiva è lo specchio della vita, il riferimento obbligato di tante metafore. Quattrocchi ha avuto meritatamente la Medaglia d’oro al valor civile, sugli azzurri sono piovute le giuste onorificenze: di Grand’Ufficiale al presidente della FIGC Gravina e al Commissario tecnico Mancini, di Commendatore al Team manager Oriali e al Capo delegazione Vialli, di Ufficiale al capitano Chiellini, di Cavaliere a tutti gli altri senza eccezioni. Un en plein!

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Il bagno di folla degli azzurri

Il bagno di folla nel Bus scoperto non poteva che essere la conclusione trionfale di un percorso di impegno e sofferenza, di ansie e di speranze, nella “missione impossibile” di vincere gli Europei di calcio, andata a buon fine, e anche quest’ultimo passaggio non è stato scontato. All’inizio il tragitto per Quirinale e Campidoglio è avvenuto su un pullman chiuso, banale nella sua normalità a parte una piccola fascia tricolore, e ciononostante ci sono voluti i motociclisti per aprire il varco tra la folla, 2 chilometri percorsi in mezz’ora.

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A questo punto le restrizioni agli assembramenti hanno dovuto cedere, a Palazzo Chigi è stato accolto il pressante appello di Chiellini e Bonucci, i “leader” dei calciatori, per un apposito Bus scoperto, “lo dobbiamo ai tifosi” ha detto Bonucci. E ha fatto bene la Federcalcio a rispondere piccata all’accusa del Prefetto di aver disatteso il rifiuto dell’autorizzazione chiesto ma non concesso. I giocatori e la delegazione non sarebbero venuti a Roma senza l’invito dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, ma essendo stata comunicata l’ora si era creato inevitabilmente l’assembramento, tanto che il pullman ccperto e chiuso alla vista, facilmente identificato, aveva impiegato mezz’ora a percorrere due chilometri, quindi la frittata era già fatta, coperto o scoperto creava assembramenti nè le forze dell’ordine li potevano impedire; come non avevano impedito gli assembramenti nella notte della vittoria nelle città d’Italia e a Roma, e dov’era il Prefetto? Impegnato a respingere la richiesta della parata sull’apposito Bus scoperto non aveva evitato affatto gli altri assembramenti ugualmente a rischio contagio, ed era inevitabile accogliere la richiesta degli azzurri perchè comunque la gente che aveva invaso il centro nella loro attesa – e non solo i tifosi – si sarebbe stretta ancora intorno al pullman chiuso, come prima delle due cerimonie con i Presidenti , al Quirinale e a Palazzo Chigi, percorso anch’esso ineludibile.

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Così c’è stato il finale in bellezza, per le vie del centro di Roma con il gruppo di calciatori, Commissario tecnico e staff – c’era anche il tennista Berrerttini – a rispondere alla folla brandendo la coppa e partecipando dall’alto del veicolo all’esultanza collettiva. Finale in bellezza, del resto il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, Gabriele Gravina, aveva detto intervenendo al Quirinale: “Siete la grande bellezza, non solo nel gioco, ma nei valori”, citando la coesione e lo spirito di squadra, che è un valore a livello nazionale.

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Ci fermiamo a questi pochi accenni senza entrare minimamente nei valori di fondo, se non con due rapide sottolineature: la prima è che risulta confermata la capacità italica di moltiplicare le energie nelle situazioni di emergenza, ne abbiamo citato alcune sportive, aggiungiamo il contesto generale tormentato dalla pandemia che ha richiesto energie aggiuntive di tutti i tipi; la seconda è  che speriamo sia confermata anche l’incidenza del fenomeno calcistico nella vita della nazione, vita economica compresa, per cui questo risultato potrebbe essere la molla per risalire la china e risorgere anche a livello generale, come si è riusciti a fare per il calcio che rappresenta una stimolante metafora della vita.

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La metafora del calcio

E come metafora il calcio non scherza: dalle piccole vicende dei rigori con i campioni che li sbagliano e, anche quando ne segnano uno decisivo, come Jorginho nella semifinale, sbagliano il secondo altrettanto decisivo nella finale; e con lui Belotti, altro specialista, stessa micidiale alternanza, ed è stato il primo a saltare al collo per gratitudine al portiere Donnarumma che ha rimediato; per non parlare dei due inglesi fatti entrare in modo rocambolesco all’ultimo istante dei supplementari proprio per tirare i rigori e li sbagliano entrambi. Per essere poi investiti da un’ondata di insulti razzisti dei tifosi inglesi sui “social” in contraddizione con l’inginocchiarsi della loro squadra, imitata da quella italiana per “solidarietà”, come nella partita con il Belgio, mentre in quella con la Spagna no, ma c’è stata ugualmente una condivisione, pur se di altro tipo, ” A far l’amore comincia tu…”, musica in omaggio a Raffaella Carrà, intonata durante il riscaldamento prima della partita.

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Si è vista anche la presunzione arrogante degli inglesi che in modo antisportivo si sono tolti la medaglia d’argento dopo che il “loro” pubblico, 59.000 spettatori, aveva lasciato lo stadio in modo miserevole per non assistere alla premiazione con le medaglie d’oro e la Coppa date alla squadra che con umiltà e compattezza li aveva dominati pur con la doccia fredda del goal al 2°minuto. La loro “curva”, dove sono stati battuti i rigori, non è riuscita a intimidire con i fischi assordanti tre azzurri che hanno fatto centro e Gigio Donnarumma, il portiere assurto ad eroe della serata, con le due grandi parate in orizzontale che hanno contribuito al premio di “Migliore giocatore del torneo”, raranente dato a un portiere.

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Fischiare l’inno nazionale italiano da parte del pubblico di ultras inglesi è stato un pessimo inizio, come l’assenza del principe William alla premiazione una pessima conclusione. A caldo tutto si può capire anche se non giustificare, ma in questo caso anche a mente lucida si è scesi nell’irragionevolzza più eclatante: una petizione volta a ripetere la partita per presunti inesistenti favori arbitrali da chi li aveva avuti per il rigore decisivo, anch’esso inesistente, nella semifinale con la Danimarca; e ancora più – data l’autorevolezza della fonte, “The Economist” – la pretesa di annullare la vittoria perchè la squadra italiana è “l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore”: quasi ci fossero le “quote” etniche nel calcio, e non fosse stato per entrare nel gruppo il giovanissimo Kean, e un certo Balotelli non avesse deciso con due goal la semifinale degli Europei contro la Germania il 28 giugno 2012 togliendosi poi la maglia per mostrare i muscoli da culturista.

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Forse i tifosi inglesi non conoscono la canzome “Bisogna saper perdere”, eppure chi l’ha cantata al Festival di San Remo del 1967 funestato dalla morte di Luigi Tenco, con i Rokes, Shel Shapiro, è nato proprio a Londra….Tutto questo aumenta i meriti degli azzurri e accresce la soddisfazione per l’esito vittorioso che ci fa irridere a queste miserie non solo sul piano sportivo. Evocare la “perfida Albione” andrebbe censurato con sdegno, se qualcuno si azzardasse a farlo, ma viene la tentazione di definirla “perfida Brexit”!

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“Per aspera ad astra”, dunque, è anche e soprattutto il tragitto che deve compiere la comunità nazionale con la pandemia non ancora esaurita, sull’esempio e lo stimolo di quanto è avvenuto mirabilmente su un campo così difficile come quello di Wembley. Ed è questo che tutti hanno avvertito riprendendo speranza e fiducia, sentendosi di nuovo comunità e non più le monadi isolate nei forzati “lockdown”: da individui a squadra, da frustrati a vincenti. Con l’orgoglio di aver rappresentato l’Europa, anzi l’Unione Europea, contro… la Brexit e avere prevalso nelle più avverse circostanze ambientali e sportive, sorretti da una determinazione e una fiducia inimmaginabile che tutti hanno sentito trasmettersi lungo i canali misteriosi che legano lo sport, e in particolare quello così popolare come il calcio, alla vita delle nazioni, come ha ricordato lo stesso Draghi.

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Le premesse ci sono perchè questo avvenga, dalla guida sicura del governo di Mario Draghi, alla diversa sensibilità dell’Unione Europea passata finalmente dal patto per l’austerità a un lungimirante patto per la crescita mobilitando risorse ingenti con rigide condizioni perchè non vengano disperse, ma siano destinate a risolvere annosi problemi del Paese in modo da ridare slancio alla nostra economia, competitività alle imprese, sicurezza e migliori prospettive di benessere ai lavoratori e alle famiglie.

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La macchina dei sogni

A questo punto la coincidenza della data 11 luglio, ci fa tornare a quasi quarant’anni fa in un “come eravamo” emozionante quanto eloquente. “Italia facci sognare” si leggeva in uno striscione che dagli spalti accompagnò tutte le partite della nostra nazionale nel mondiale spagnolo del 1982, fino alla vittoria. Particolarmente esaltante perché veniva dopo un digiuno di 44 anni dal Mondiale – 9 anni in meno del “digiuno” attuale dall’Europeo di 53 anni – e portava a tre le vittorie mondiali dopo quelle del 1934 e 1938. Si aggiunse l’interesse per il calcio della “strana coppia” costituita da Pertini presidente della Repubblica, e Spadolini presidente del Consiglio, abbiamo visto l’altra “strana coppia”, altrettanto interessata al calcio, dei presidenti al vertice dello Stato, Mattarella e Draghi.

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Le emozioni e i ricordi della lontana vittoria del 1982 sono stati così intensi che non sono sbiaditi: sul campo l’urlo di Tardelli e la riabilitazione di Paolo Rossi, capocannoniere e trionfatore dopo una penosa squalifica. In tribuna Pertini che non trattiene il tifo pur avendo vicino il re Juan Carlos e non si fa frenare dall’etichetta; brandisce la pipa come una bandiera, e la brandirà nella partita a scopone del volo di ritorno con Enzo Bearzot l’allenatore modesto e vittorioso, e Zoff , dalle mani che innalzavano la coppa immortalate nel francobollo celebrativo e Causio, un “barone” nel momento della felicità sportiva.

Le amarezze e le miserie della politica dimenticate, e ce n’erano, una crisi di governo evitata dal “decalogo istituzionale” di Spadolini, dove si affrontavano i ridotti poteri del presidente del Consiglio da potenziare per dare efficacia all’azione di governo, la riforma della presidenza e dei ministeri, il voto segreto, le norme sul referendum e l’inquirente, l’adeguamento dei regolamenti parlamentari alle limitazioni della legge finanziaria e di bilancio, la responsabilità disciplinare e civile dei giudici irrisolti; i problemi pur altrettanto sentiti del bicameralismo e del sistema elettorale non furono compresi nel “decalogo” , e non furono sciolti quelli che chiamammo i “nodi della matassa”. Molti dei quali restano tutora e impedicono di trovare il bandolo della matassa tanto aggrovigliata.

Il Rebus in vignette enigmistiche della “calda”’estate 1982

Dopo la parentesi “bartaliana” del mondiale 1982 le leggi della malapolitica ripresero il sopravvento Ma oggi, pur tra scontri e divisioni, speriamo nel nuovo effetto “bartaliano”, anche se  l’estate 2021 sul piano politico non ripeterà la lunga estate 1982: nessuno si sente di intralciare seriamente il governo di unità nazionale di Draghi, pur tra inevitabili schermaglie. Del resto è imminente il “semestre bianco” che toglierà la spada di Damocle delle pur altamente improbabili elezioni anticipate, e al termine dei sei mesi la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, che resta un’incognita per la posizione di Draghi, il più qualificato successore di Mattarella, ma nel contempo impegnato a “finire il lavoro” fino alle elezioni del 2023? Accetterà Mattarella di prolungare il proprio mandato?

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Stanno venendo sempre più allo scoperto le fibrillazioni all’interno dei partiti e tra loro in vista delle elezioni politiche del 2023, ma saranno transitorie, mentre dall’economia ci si attende un forte rimbalzo dopo la falcidia dell’ultimo anno e soprattutto una nuova più solida base competitiva con l’impiego oculato delle risorse del “Recovery Found”, pur se l’indebitamento a livelli stratosferici non fa stare tranquilli. Si dovrà dare al nostro debito accresciuto la qualifica di “debito buono” invocata da Draghi con il virtuoso impiego dei capitali  a prestito in progetti che lo ripaghino a dovere trasformando il maggiore debito in una “leva finanziaria” in grado di imprimere uno slancio propulsivo all’economia.

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A parte questo accenno all’oggi, ciò che avvenne dopo il trionfo di Madrid l’11 luglio 1982 lo raccontammo in un articolo su un austero mensile di politica, economia e cultura con al termine la traduzione dell’intreccio tra politica e sport in quella calda estate postmondiale in “Il Rebus dell’estate ‘82” . Riproporremo commento e Rebus domani dopo l’esaltante ’11 luglio 2021. E’ un “come eravamo” nel quale trovammo dei prestigiosi “compagni di squadra”: il grande cartellonista cinematografico e pittore di vaglia (Averardo) Renato Ciriello che, giocandoci con il figlio Stefano, tradusse i nostri elementari schizzi del Rebus sportivo-politico in vignette d’artista; e Guido Macera, l’indimenticabile colto e appassionato direttore della rivista mensile “Realtà del Mezzgiorno”  il quale volle ospitare l’insolito, stravagante fuor d’opera sportivo-enigmistico del suo collaboratore fisso sui temi economici, con la piena disponibilità di uno spirito aperto alle novità, disse proprio così.

L’articolo con il Rebus uscì nel numero di settembre 1982, ovviamente a stampa, poi lo abbiamo ripubblicato “on line” su “cultura.inabruzzo.it” nel 2010  invitando i lettori a risolvere il Rebus di cui non indicammo la soluzione. Non la indicheremo neppure ora, rivolgendo questa volta l’invito di “postare”, nello spazio dei “commenti”, oltre alle eventuali considerazioni sul testo, l’eventuale soluzione per chi intenda cimentarsi in una sfida politico-enigmistica, sulle ali della memoria e, perchè no, anche della nostalgia.

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Il Rebus enigmistico che concludeva allora l’articolo – nel quale ci sono tutti gli elementi tradotti poi in linguaggio enigmistico – con 78 vignette in 5 pagine, era di una frase da 68 parole sull’intreccio sportivo–politico dell’estate 1982. Divertì il presidente Pertini, come ci scrisse il Segretario della Presidenza, e interessò l’on. Gerardo Bianco, che era capogruppo DC e si dichiarò lettore degli articoli di economia dell’autore sulla Rivista, entrambi sono riconoscibili nell’apparato enigmistico e vignettistico del Rebus. E’ un “divertissement” unito all’articolo di approfondimento e di riflessione, e speriamo diverta anche oggi, quasi 40 anni dopo…  A domani, dunque, con “Il Rebus dell’estate 1982”!

Info

L’articolo rievocativo della “notte magica” dell’11 luglio 1982, nel quasi-quarantennale, sarà pubblicato domani 19 luglio 2021, su questo sito, con il Rebus enigmistico di 68 parole con 78 vignette in 5 pagine, dell’artista Renato Ciriello con il figlio Stefano.

Photo

Le immagini sono state tratte dai siti “on line” – indicati al termine – di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Si precisa che non vi è alcuna finalità di tipo economico nè di natura pubblicitaria, ma un intento meramente illustrativo; qualora, tuttavia, la pubblicazione non fosse gradita, basterà una richiesta del titolare non consenziente – comunicata nella parte dei commenti o in altro modo – e si provvederà subito alla rimozione dell’immagine che verrà indicata. Le prime 8 immagini presentano momenti “clou” della vittoria e le 4 successive la visita al Quirinale e a Palazzo Chigi; le 20 che seguono mostrano alternate, in ciascuno dei 5 blocchi in sequenza, immagini dei calciatori esultanti, dei vincitori con la Coppa, dei festeggiamenti popolari, della sfilata sul Bus scoperto. In un crescendo con l’ultima immagine dei calciatori nella esultanza conclusiva preceduta da quella che li vede in una piramide… di esultanza che ricorda l’alzabandiera a Iwo Jima, della Coppa a letto con Chiellini e Bonucci in un appagante rapporto “a trois”, preceduta da quella con la Coppa e il tricolore nelle mani del “maggior” vincitore, il Commissario tecnico Roberto Mancini, dei festeggiamenti con bandiere sempre più inarrestabili, del primo piano sul Bus trionfale preceduta da una simile ripresa laterale, ma nel bagno di folla; fino alle 4 immagini finali con la formazione in campo, il gruppo al completo nella foto ufficiale e in divisa con la Coppa, in chiusura, un’altra foto del festeggiamento della Coppa nel momento “clou” di Wembley. Ecco i siti fonte delle immagini, ai cui titolari si rinnova la gratitudine e la disponibilità a eliminare quelle la cui pubblicazione non fosse gradita, nell’ordine in cui le immagini sono inserite nel testo: genteditalia.org, giornaleditalia.it, leggo.it, ilmessaggero.it, repubblica.it, ilgiornale.it, repubblica.it, vetrinatv.it, adnkronos.it, buttanissima.it, ageparl.eu, tgcom.24.mediaset.it, ilfattoquotidiano.it, dilei.it, corrieredicomo.it, ilgiornaleditalia.it, linkiesta.it, repubblica.it, agi.it, bigodino.it, today.it, corrieredellumbria.it, ciaocomo.it, ilgazzettino.it, corrieredellosport.it, corrieredellosport.it, quitidiano,it, today.it, notizie.it, adnkronos.it, fanpage.it, timgare.it, varesenews.it, ilfattoquotidiano.it, lapiazzaweb.it.

In memoria di Sebastiano Vinci, vittima delle BR

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di Sebastiano Vinci, vice-questore a Roma, vittima delle BR il 19 giugno 1981 a 44 anni, e vogliamo ricordarlo, da compagni di scuola e soprattutto da cittadini che si inchinano dinanzi al suo eroismo, ripubblicando il nostro servizio sulla celebrazione del 19 giugno 2009 al Commissariato di Prinmavalle di Roma che Vinci dirigeva nei terribili anni di piombo. Per la sua forte azione di contrasto al terrorismo eversivo entrò nel mirino dei brigatisti che in quattro gli tesero un vile agguato sparando sulla sua auto ferma al semaforo e colpendolo a morte ferendo gravemente l’agente Pacifico Vuotto al volante, per fortuna sopravvissuto. Nel nostro ricordo siamo risaliti agli anni di scuola per trovare le radici del suo intemerato impegno civile in una formazione in cui, oltre alla scuola, troviamo a sorpresa gli eroi dei fumetti che si battono contro la malavita per far trionfare la legalità e la giustizia. Viene celebrata oggi la triste ricorrenza, ma mentre ogni anno vi è stata una cerimonia ufficiale nel Commissariato di Primavalle, con la partecipazione di Sindaco e Questore di Roma, nel quarantennale, a causa della pandemia, ci si limita ad officiare una messa di suffragio dal Reverendo cappellano della Questura di Roma. Il Liceo classico Delfico-Montauti di Teramo dove compì i suoi studi, ricorda oggi nel proprio sito la sua figura e il suo sacrificio con un profilo dell’antico alunno divenuto eroe. Nel risalire agli anni di scuola riviviamo la commozione e lo sgomento con cui scoprimmo l’eroica fine del nostro compagno; e facciamo rivivere l’emozione di familiari e colleghi unita all’indignazione per i responsabili di quei crimini efferati condannati all’ergastolo. C’è stata di recente la fine della lunga latitanza di Marina Petrella, che comandava la colonna BR di Primavalle, e di Roberta Cappelli, una dei quattro terroristi del commando assassino, condannata all’ergastolo, come la Petrella, anche per l’omicidio del generale dei carabinieri Enrico Galvaligi e dell’agente di polizia Michele Granato, sono tra i 9 arrestati di recente in Francia, finora protetti dalla “dottrina Mitterand”. Ma sull’estradizione e l’esecuzione della pena già sono sorti dubbi e incertezze. Così ne ha parlato Aldo Vinci, fratello di Sebastiano, l’unico rimasto della sua famiglia: “Si dice che sono vecchi. ma pure io sono vecchio, anche più di loro, e da oltre quaranta anni mi è stato portato via un fratello e nessuno ha pagato per questo: siamo tutti invecchiati, solo che noi siamo invecchiati senza che giustizia sia stata fatta. Di conseguenza non provo pena nei confronti di queste persone. Non si può che considerare questa gente una schifezza e di conseguenza come ci si può impietosire davanti all’età avanzata o all’eventuale malattia di qualcuno di questi?”. E ha aggiunto: “Spero che il nostro Governo tiri fuori gli attributi e pretenda che questi tornino, anche se purtroppo tutta questa gran fiducia non la ho. Parlano di due-tre anni e comunque in generale ci credo poco. Quando avverranno i fatti, allora ci crederò, ma fino ad allora non mi fido, anche perché siamo un Paese affetto da bontà costituzionale. O interessi, sia quello che sia. Ci saranno processi, psicologi, certificati di malattia. Rischia di diventare, come sta già diventando, una tragica farsa”. Poi ha ricordato il fratello con parole commosse, nell’articolo che ripubblichiamo ne è delineata la figura dalla fomazione all’approdo nella polizia, l’impegno generoso fino all’estremo sacrificio. Al termine ripubblichiamo anche i commenti che nei giorni successivi vennero “postati” da ex compagni di scuola, colleghi e altri, all’articolo riportato di seguito che uscì il 20 giugno 2009 nel sito cultura.inabruzzo.it, con l’ultimo commento del gennaio 2011 e la nostra risposta finale.

Sebastiano Vinci, vittima delle Brigate Rosse,19 giugno 1981

Celebrato a Roma Sebastiano Vinci, vittima nel 1981 delle BR

di Romano Maria Levante

– 20 giugno 2009

Studente a Teramo al “Melchiorre Delfico”, vice-questore a Roma, un eroe borghese

E’ un luogo inconsueto quello in cui ci troviamo nella calda mattinata del 19 giugno 2009, a un passo dall’inizio dell’estate. Siamo nel Commissariato di Primavalle alla periferia nord di Roma dove tra poco, con la partecipazione delle autorità e di un reparto d’onore delle forze dell’ordine già schierato, si celebrerà l’anniversario del sacrificio di Sebastiano Vinci, che dirigeva il commissariato, assassinato dalle Brigate Rosse ventotto anni fa, il 19 giugno del 1981.

I ricordi per noi dell’agente Pacifico Votto

Siamo giunti in anticipo sull’orario della celebrazione delle ore 10 perché il sostituto commissario Isolabella ci ha promesso di rintracciare un agente di allora, cosa non facile dato il tempo trascorso. Non crediamo ai nostri occhi, è andato ben al di là della sua promessa, ci presenta addirittura l’altra vittima designata oltre al vice-questore Vinci, l’agente Pacifico Votto che guidava l’auto il giorno dell’attentato, salvatosi miracolosamente con tante pallottole in corpo.

Lo prendiamo in disparte, il sostituto commissario ci accompagna in una saletta, c’è ancora da attendere. Ne approfittiamo per fargli qualche domanda, ecco le risposte che ci ha dato su quei tempi lontani che sente ancora così vicini sulla sua pelle.

“I ricordi di allora sono tanti”, ci dice, e si vede che ha una gran voglia di parlare, e alla fine capiremo perché. Iniziamo con la figura di Vinci: “Oltre che un dirigente preparato e scrupoloso era un amico dei suoi uomini. La sua porta era sempre aperta per tutti noi che lavoravamo con lui. E anche con la gente del quartiere aveva un ottimo rapporto, da tantissimi era considerato un amico. Sul lavoro era sempre presente, non mancava mai e il suo impegno era sempre massimo”.

Qualche parola sugli antecedenti dell’attentato: “Da parecchio tempo eravamo nell’occhio del ciclone, almeno da molti mesi ci sentivamo seguiti, erano stati trovati in un covo delle Br anche dei numeri di targa delle nostre autovetture, di servizio e private. Davamo fastidio ai terroristi perché il nostro Commissariato era molto impegnato contro le Brigate rosse e i gruppi eversivi neri, oltre che contro la criminalità comune. Hanno scelto quel giorno ma la preparazione è stata molto lunga”.

Il ricordo va subito al tragico momento: “Eravamo appena giunti all’incrocio tra via Battistini e via della Pineta Sacchetti, e ci eravamo fermati al semaforo rosso, accodati a due auto in attesa del verde. Si sono accostate alla nostra macchina quattro persone con dei giornali ripiegati su un braccio, come volessero venderli agli automobilisti, due dalla parte destra e due dalla parte sinistra. In quel momento un tremendo dubbio mi ha attraversato la mente, chiedermi ‘Perché vengono tutti qui e non vanno dalle due auto ferme davanti da noi?’ e dire ad alta voce ‘Attenzione, attenzione…’ è stato tutt’uno. Come prendere la pistola, ma si era affiancata un’auto con una donna e poi hanno cominciato subito a sparare, due contro di me e gli altri due dall’altro lato contro il Vice-questore”.

L‘agente Votto si sente miracolato: “I proiettili mi hanno trapassato il polmone e il fegato, rotto delle costole, graffiato il rene, oltre che colpiti la mano e il braccio”, e mostra segni evidenti. “Sono stato sottoposto a tre difficili interventi chirurgici, mi hanno dichiarato fuori pericolo solo dopo cinquanta giorni. Forse nessuno si è salvato con ferite simili a organi vitali”. Ma non sono quelle del corpo le ferite che sente oggi, bensì altre.
“Aver vissuto un’esperienza simile vuol dire aver perduto la tranquillità, non solo quella personale ma anche quella familiare. Siamo coscienti del rischio che corriamo ad ogni perquisizione, ad ogni inseguimento, ma essere bersaglio di un vile attentato è troppo. Perché lascia i segni per sempre anche su chi è sopravvissuto. Mi sento abbandonato da tutti, forse per il fatto che vivo posso dare fastidio. E poi il poliziotto è solo un numero, gli ex terroristi sono dei personaggi, tutti in libertà ricercati e riveriti. Non è giusto”.

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I funerali di Sebastiano Vinci

Le parole del fratello Aldo Vinci

In questo momento l’altra grande sorpresa, entra il Primo dirigente del Commissariato, il dottor Todaro con Aldo Vinci, il fratello di Sebastiano, appena sbarcato dall’aereo da Palermo, la moglie ha dovuto rinunciare all’ultimo momento per un’indisposizione, altrimenti come in passato ci sarebbe stata anche lei. Un bell’uomo, figura eretta, espressione bonaria ma insieme decisa, una grande somiglianza con il fratello e soprattutto un grande affetto per lui.

ldo è sempre presente alle commemorazioni, a Roma come a Torino, sede di lavoro precedente del Vice-questore, impegnato a ricordarne la memoria e a far sentire la sua voce e la sua protesta quando serve, e avviene spesso. E’ un fiume di parole, dice cose pesanti con un’espressione serena. Come quando ricorda le performance televisive della Petrella che fa boccacce e del compagno Novelli che parla in Tv, terroristi assassini del fratello “ricercati e riveriti” come ci aveva appena detto l’agente Votto. Addirittura Pancelli, altro componente del commando omicida, oltre ad essere in libertà come gli altri si fregia del lavoro in una Onlus che è tra quelle del 5 per mille.

Ha i ricordi molto vivi del processo “Moro-ter” nel quale furono giudicati e condannati gli assassini del fratello, il clima da “kermesse” con gli atteggiamenti strafottenti degli imputati, che ebbero però un sussulto quando lo videro per la sua somiglianza con il fratello. C’era anche Curcio nella gabbia.

“Chi è andato in galera è stato quasi un volontario” dice con “humor” amaro, perché “per una ragione o per l’altra hanno potuto evitarla, addirittura la Petrella ci sta riuscendo anche senza doversi pentire, anzi avendo proclamato di essere irriducibile”.

Riguardo quest’ultima, nel rievocare l’assurdo diniego francese all’estradizione rivendica la sua scelta di non andare all’Eliseo dal presidente Sarkozy con l’Associazione dei familiari delle vittime, non voleva essere preso in giro; scelta rivelatasi giusta non solo per l’inutilità della visita ma perché il presidente francese ebbe un visibile quanto intollerabile moto di stizza rigirandosi sulla sedia, e un gesto di fastidio simile rispetto a una sacrosanta indignazione passava davvero la misura.

Non sono solo amare le parole dette con tono amabile da Aldo Vinci. Il suo volto si illumina quando parla dei riconoscimenti al fratello, la strada intitolata a lui a Roma, l’intitolazione del nuovo Centro polifunzionale della Polizia a Torino per volontà del Questore, anche lui come il fratello Sebastiano con una tale vocazione da fargli lasciare una posizione molto ben remunerata e di prestigio per entrare in Polizia e ricominciare da capo; del questore dott. Faraoni parla con affetto, oltre che con rispetto, la celebrazione a Torino sembrava la “Festa dell’amicizia”, dice, tanto il clima era aperto e confidenziale. Aggiunge che il questore per lui è “quasi il terzo fratello”. E poi la Medaglia d’oro e le attenzioni della Polizia a Roma dove ogni anno l’anniversario viene celebrato dalle autorità con la deposizione della corona dinanzi alla lapide all’ingresso del Commissariato. Non manca mai di esserci con la moglie, ci tiene a precisare, è un modo per sentirsi quel giorno con Sebastiano.

Ma anche qui la sua sincerità, che si unisce alla squisita amabilità, ci fa scoprire un particolare che dà un’altra conferma alle parole dell’agente Votto. Si parla dell’apposizione della lapide diversi anni dopo il tragico evento. “Non fu automatico, dice con un mesto sorriso, un giorno in cui mi sentivo più insofferente del solito rispetto alla rimozione che era stata fatta dell’episodio, ormai ignorato del tutto, ho scritto al Presidente della Repubblica, era Pertini, lamentando che il sacrificio di mio fratello era stato dimenticato. Poco dopo, miracolosamente, ci fu l’apposizione della lapide”. Ed ecco la rivelazione: “Passò del tempo, mi trovavo in Questura parlando di mio fratello quando un funzionario mi fece vedere una lettera scritta dal presidente Pertini in persona, diceva: ‘Il fratello di Sebastiano Vinci ha lamentato l’abbandono della memoria’. Da allora c’è stata la lapide e la memoria non è stata più abbandonata. Ed è stata per noi una vera consolazione”.

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La lapide in memoria del vice-questore Sebastiano Vinci al Commissariato Primavalle di Roma

La cerimonia di commemorazione

Tutti presi dalle parole di Aldo Vinci, veniamo avvertiti che è giunto il momento della cerimonia. Usciamo dalla saletta, è giunto il Questore di Roma dott. Caruso, ci sono le altre autorità: il Presidente del Consiglio comunale di Roma, on. Marco Pomarici in fascia tricolore come delegato del sindaco di Roma Alemanno; il Comandante provinciale dei Carabinieri Tomasone, il Comandante del Gruppo carabinieri Casarsa; per la Guardia di Finanza il col. Razzano in rappresentanza del Comandante De Gennaro; per la Polizia di Stato oltre al Questore Caruso il Vice-questore aggiunto Caggiano e, naturalmente, il dirigente del Commissariato Todaro, con il sostituto Isolabella e gli agenti presenti. Il picchetto d’onore è schierato con la Bandiera tricolore.

La cerimonia è semplice e toccante. L’attenti, lo squillo della tromba, la benedizione del diacono del Commissariato, l’Ass. C. Piccione. Il Questore depone la corona d’alloro davanti alla lapide, due agenti sull’attenti ai lati come scorta d’onore. Siamo tutti compunti, presi dalla solennità del momento, nel ricordo di un eroe borghese, il Vice-questore di Roma del 1981 Sebastiano Vinci.

Al termine abbiamo avvicinato il Questore. Al dott. Caruso non abbiamo posto domande di circostanza, ci ha dato lui il messaggio: “Non ci sono parole adatte per un momento come questo. Ma una cosa si può dire: guai a dimenticare questi fatti, la memoria serve a costruire un futuro migliore”.

Poi la mattinata è proseguita in un intrattenimento delle autorità e dei presenti, il Questore ha parlato lungamente con il dirigente del Commissariato e con tutti gli altri, è stato un incontro amabile con al centro Aldo Vinci; in un clima confidenziale che ha ricordato quello di Torino nella sua descrizione; anche oggi, come nel Centro polifunzionale, sembrava la “Festa dell’Amicizia”.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

Dalla cronaca alla storia

Questa la cronaca attuale di una giornata particolare, che abbiamo voluto descrivere momento per momento. Ma chi era Sebastiano Vinci? Ne raccontiamo la storia, capirete perché siamo qui con una commozione tutta nostra e ve ne renderemo conto.

“A due giorni dalle elezioni: offensiva elettorale delle BR. Quattro ore di sangue a Roma. Ucciso un Vice-questore, ferito l’avvocato di Patrizio Peci”, così il titolo di un quotidiano di sabato 20 giugno 1981. Ed ecco la notizia: “Alle 13,20 di ieri un commando uccide Sebastiano Vinci e ferisce il suo autista. Ore 16,50: terroristi sparano a un rappresentante di una casa editrice. Ore 17: colpito in un agguato il legale De Vita. Pochi minuti dopo un attacco contro la P.S.”. La segnalazione quasi di “routine” nella sala operativa della questura, di “colpi d’arma da fuoco in Via Pineta Sacchetti, angolo via Mattia Battistini” diventa ad un tratto concitata: “E’ uno dei nostri, è uno dei nostri. E’ il dottor Vinci. A tutte le auto, a tutte le auto: attuare il piano di emergenza di primo, secondo e terzo grado”.

E’ il linguaggio di tante avventure degli eroi dei fumetti, di cui Vinci era appassionato nella sua adolescenza trascorsa a Teramo dove la sua famiglia si era trasferita da Palermo al seguito del padre assegnato alla locale Banca d’Italia. Le sue collezioni suscitavano l’invidia di noi compagni di scuola, entrare nella stanza dov’erano pile di “giornalini” in perfetto ordine era come visitare il paese dei balocchi. Però l’invidia era mista a un senso di compatimento perché il fumetto era visto allora come disimpegno se non diseducazione, visione infantile e non coscienza matura della realtà, gli veniva addossata la “colpa” di spegnere la fantasia alimentata invece dalla parola scritta.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’omaggio della sindaca di Roma Virginia Raggi

L’agguato mortale

Torniamo alla notizia giornalistica, illustrata proprio da fumetti disegnati nella prima pagina del “Messaggero”. Nel primo l’attentato al Vice-questore, un’auto ferma per far passare una colonna di autovetture, alle portiere i terroristi che fanno fuoco all’interno. La cronaca: “Due giovani a piedi, che fino a pochi minuti prima vendevano copie di ‘Paese Sera’, si sono avvicinati all’auto impugnando le pistole, una calibro 9 e una ‘357 magnum’, coperte dai giornali. Il Dr. Vinci, raggiunto da proiettili di tipo speciale con enorme potere penetrante, ha abbozzato un tentativo di reazione (la sua pistola è stata trovata sotto il sedile, l’aveva estratta e non aveva fatto in tempo ad usarla). L’agente al volante ha aperto la portiera e si è gettato a terra, ma dall’altro lato erano pronti altri due terroristi che hanno sparato contro di lui. Il commando è poi fuggito a bordo di una 128 di colore blu”.

Ricovero immediato al vicinissimo Policlinico Gemelli. Ancora dalla cronaca: “Per Vinci, colpito da sette proiettili di cui due mortali non c’è nulla da fare, muore dopo pochi minuti. L’autista, l’agente Pacifico Votto, in condizioni gravissime, con polmone, reni e fegato trapassati da un proiettile, viene operato e resta in rianimazione, tra la vita e la morte”. Fortunatamente sopravvive.

38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La vocazione

Questo l’epilogo della storia di Sebastiano Vinci, Nello per gli amici e per noi suoi compagni di scuola a Teramo, alle medie e al Liceo-ginnasio “Melchiorre Delfico”. Ma come si era dipanata la sua vita dopo l’infanzia e l’adolescenza vissute nel segno delle magiche avventure degli eroi dei fumetti, suoi personaggi prediletti?

Conseguita la laurea in giurisprudenza era entrato nella Banca Nazionale del Lavoro, dove aveva lavorato undici anni prima di vincere nel 1968 il concorso per vice-commissario di polizia, la sua aspirazione di sempre, come sanno i suoi compagni di allora. Non ebbe dubbi, fece una grande festa con familiari e amici: “Finalmente mi sono liberato di un lavoro oppressivo e faccio la professione che mi è sempre piaciuta. Oggi sono felice”, aveva detto.

Ma qual è stata la molla che gli ha fatto coltivare quest’aspirazione facendogli lasciare, dopo undici anni, il lavoro bancario da tanti ambito, cambiare città e ricominciare da capo per un’attività così esposta e difficile, nelle file della polizia, in prima linea nella lotta alla delinquenza? Quali valori, assimilati nell’adolescenza, lo avevano portato a una inconsueta scelta di vita che lo rendeva felice?

Il ricordo torna alla sua passione per i fumetti, ai personaggi delle “strisce” strenuamente impegnati nella frontiera tra il bene e il male a far trionfare i valori positivi. Una lotta senza quartiere nella quale il bene è destinato a sconfiggere il male, ma attraverso inenarrabili vicissitudini, tremendi pericoli e tanta fatica. Ripensiamo in particolare all’Uomo Mascherato, il suo eroe prediletto, il personaggio da lui più amato. Ebbene, da “giustiziere della giungla” divenne “giustiziere della giungla d’asfalto” delle metropoli, agiva nel Golfo del Bengala ma era richiesto dalle polizie di tutto il mondo ed era sempre pronto ad accorrere dove era necessario affrontare situazioni intricate e pericolose. Andò in America per lottare contro bande criminali, nel mondo violento degli anni ’30, approdò anche in Inghilterra: lui con la polizia da una parte, le bande criminali delle metropoli dall’altra. Sulla frontiera tra il bene e il male irrompeva con la sua forza per far prevalere il bene.

Cominciamo a riflettere sui nostri giudizi di allora, si stringe il cuore nello scoprirne la vocazione.

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38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, il raccoglimento delle autorità

La carriera nella Polizia

Abbiamo lasciato Vinci felice alla festa in famiglia per l’ingresso in polizia. Di qui prende avvio una brillante carriera. La parte iniziale a Roma, poi a Modena dove diviene presto Vice-capo della Squadra mobile. Di lì alla questura di Torino, vi resta sette anni, prima come funzionario addetto alla Criminalpol, poi aggregato alla Squadra mobile come dirigente della 1^ Sezione omicidi e rapine; quindi dirige il Commissariato “Barriera Milano” della periferia Nord di Torino.

Finalmente, questa sarà stata la sua esclamazione, il trasferimento a Roma nel 1979. Regge il Commissariato “Monteverde”, ma dopo due mesi i gradi superiori ritenendolo “un poliziotto con la P maiuscola”, come dissero, lo spostarono all’ufficio di gabinetto della Questura come diretto collaboratore del dirigente e infine – proprio infine, purtroppo – gli affidarono il Commissariato “Primavalle”, uno dei più “caldi” della capitale, con il grado di Vice-questore.

Un territorio molto vasto da presidiare disponendo di soli 60 uomini: dalla Pineta Sacchetti e dal quartiere Aurelio fino a Bracciano, Anguillara e Formello, con oltre 800.000 abitanti. E un commissariato di frontiera dove delinquenza comune e criminalità politica s’intrecciavano pericolosamente: spaccio di stupefacenti e rapine, malavita organizzata e racket, e in più un centinaio di autonomi, rivoluzionari violenti contigui al terrorismo, per metà clandestini.

Quasi quotidianamente veniva segnalato alla questura il reperimento di volantini, opuscoli e striscioni eversivi “che ormai – dissero gli agenti – avevano riempito una delle stanze del Commissariato”. Qualche giorno prima dell’agguato un pregiudicato, che non si era fermato a un posto di blocco, era stato colpito a morte dagli agenti del Commissariato nell’inseguimento. Un quadro non meno fosco dell’America degli anni ’30, una “giungla d’asfalto” non meno rovente di quella nella quale si batteva il “giustiziere mascherato” dei suoi fumetti preferiti.

E anche per Vinci la lotta sembrava impari. Il numero di agenti del Commissariato era rimasto lo stesso da trent’anni pur con la crescita esponenziale della popolazione nel territorio e per di più spesso il personale veniva dirottato in altri commissariati. Lui non chiedeva rinforzi ma diceva: “Vi chiedo solo di lasciarmi i miei uomini, non ho bisogno di rinforzi, purché mi lasciate loro”.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, un momento della cerimonia

La sua figura

Non aveva i poteri straordinari del suo eroe, ma tanta umanità unita a una sperimentata professionalità. Così lo hanno ricordato i suoi collaboratori: “Un funzionario colto, deciso, preparato. Qui al commissariato Primavalle si era fatto apprezzare dal personale costruendo un clima di amicizia e collaborazione”.
La sera prima dell’agguato mortale aveva diretto il servizio d’ordine pubblico alla manifestazione del PCI con Berlinguer e Petroselli, che nelle imminenti elezioni amministrative a Roma si contrapponeva a Galloni: Secondo una segnalazione anonima ci sarebbe stato un attentato, ma tutto filò liscio, come lui aveva previsto, e a notte inoltrata poteva cenare tranquillamente con i collaboratori in un’osteria della zona.

Ed ecco un’altra prova della sua umanità, che ci riporta ai banchi di scuola: “Il Commissario Vinci aveva agito con particolare decisione contro le infiltrazioni di gruppi eversivi nelle scuole – raccontò allora il maresciallo capo della squadra giudiziaria – soprattutto al liceo Fermi, ed era riuscito in parte ad arginarle. I muri del quartiere si erano riempiti di minacce contro di lui.” Allorché fu assassinato stava per testimoniare contro un docente del Fermi, accusato di istigare alla violenza; nei giorni precedenti l’udienza era stata rinviata.
Ma allora il nostro compatimento per la sua “mania” per i fumetti, la nostra aria di sufficienza per il disimpegno e la superficialità che questa passione “eccessiva”” sembrava esprimere? Non lo avevamo giudicato male, pur con l’affetto, la simpatia e un po’ d’invidia provata per i frutti proibiti che custodiva nella stanza magica delle sue collezioni di fumetti? Allora…

Il suo sacrificio appare in una luce sempre più umana secondo altre testimonianze: “Non puntava alla spettacolarità dell’azione. Una persona corretta, uno che il suo lavoro lo amava, uno che sapeva affrontare sempre le situazioni nel modo giusto con cautela ma, se occorreva, con decisione”.

Un esempio di questo modo di comportarsi si ebbe quando gli autonomi occuparono un locale dell’Istituto case popolari, non ordinò lo sgombero con la forza, e li convinse ad allontanarsi “usando civiltà e persuasione”, così le cronache; ma non esitò ad arrestarli allorché, credendo che non vi fosse più sorveglianza, tentarono una nuova occupazione.

Nessun piglio da giustiziere, dunque, nessuna imitazione dell’eroe prediletto della sua adolescenza se non nei valori. Ma equilibrio unito a fermezza; e, insieme, forza d’animo e soprattutto serenità. Aveva “passione per il mestiere inteso anche come rapporto con la gente e i suoi problemi”. Elena, la proprietaria del baretto vicino al Commissariato, disse: “Il dottore si faceva voler bene da tutti, era sempre sorridente, pieno di entusiasmo”.

I suoi colleghi di Torino rievocarono così l’ultima visita che fece alla Questura dove aveva lavorato per sette anni, pochi mesi prima dell’agguato: “‘Tutto bene, ragazzi? – disse – Non lamentatevi. Vedeste a Roma, lì non c’è un solo attimo di pace. E pensare che poco tempo fa mi hanno anche minacciato di morte!’. Aveva riso, sicuro e allegro come sempre”. Ricordavano che il suo nome era stato trovato alcuni mesi prima in un covo delle BR nel capoluogo piemontese. Era entrato nel mirino dei terroristi per il lavoro svolto a Torino: citano la scoperta dell’armeria clandestina di un nucleo delle BR, pistole, bombe a mano, candelotti di dinamite, in un alloggio vicino al Commissariato che aveva diretto.

Così “L’Unità” descrisse la sua figura: “Vinci era il simbolo di quella che dovrebbe essere una polizia moderna e democratica, fatta di uomini preparati, consapevoli, soddisfatti di servire le istituzioni democratiche, la collettività. E proprio per questo l’’infaticabile’, come affettuosamente lo chiamavano i colleghi, era odiato non solo dalla malavita ma anche dai terroristi. ‘Attento, Vinci’, si leggeva ancora ieri sera in una via di Primavalle, quartiere tra i più difficili della grande periferia romana. Accanto alla scritta una sigla del terrorismo rosso: MPRO”.

Una morte annunciata, dunque, ma da lui non temuta. Non ha la vettura blindata, non adotta particolari precauzioni nei ritorni quotidiani da Via Maglione dov’è il Commissariato all’abitazione di Via Cecilio Stazio, tragitto che a volte compie su un’auto di servizio, a volte sulla propria autovettura. Ha fiducia nel suo rapporto con la gente, consapevole di svolgere con correttezza oltre che con passione il suo delicato lavoro.

Non lo ha ucciso l’odio personale di delinquenti e terroristi, perché aveva saputo meritare il rispetto di coloro che lo avevano conosciuto, anche se si trovavano al di fuori della legge; lo ha assassinato l’aberrazione criminale degli anni di piombo, che si scatena con cieca virulenza nel giugno angoscioso del 1981 anche contro di lui considerato un simbolo da abbattere.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, gli onori militari

Il rispetto degli avversari

Un autonomo di Primavalle, subito dopo la sua morte, disse: “Sono stato in carcere fino a poco tempo fa, ho sfiorato il partito armato, ma questo inutile delitto mi ha aperto gli occhi. Conoscevo Vinci da avversario e, pur considerandolo tale, lo stimavo per come svolgeva il suo lavoro. Ucciderlo è stato un atto gratuito, inconciliabile anche con la più aberrante logica rivoluzionaria”. L’umanità che penetra nel cuore indurito da ideologie deliranti è un miracolo che scaturisce dal sacrificio: “Tutti adesso esprimono la loro esecrazione rituale – continua l’autonomo – io esprimo una condanna sentita e sofferta”.

Non sappiamo se questi propositi siano stati mantenuti. Sappiamo però che altre certezze furono scosse, altri cuori furono toccati.

La moglie di un terrorista condannato a 16 anni nel 1975, sposato in carcere, portò un mazzo di fiori sul feretro ed espresse con coraggio, in televisione, una condanna anch’essa sentita e sofferta e lanciò un appello: “Chi vuol cambiare le cose uccidendo persone, come hanno fatto con il Dr. Vinci, non ha capito niente di come si deve fare per cambiare perché in questo modo non si cambia proprio niente”. Ed ancora: “Le persone che commettono questi omicidi, avessero anche il coraggio di mostrare la faccia. Se vogliono cambiare le cose uccidendo, mostrino la loro faccia. Io sto dicendo queste cose perché uccidere non serve a niente, serve solo a creare panico, paura, a vivere male… sulla morte delle persone non si costruisce niente né di positivo né di negativo, assolutamente niente”.

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36^ Commemorazione, 19 giugno 2017, le autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La sua memoria

Vi fu esecrazione ufficiale con le autorità schierate al completo, il Presidente Pertini in testa, ai funerali di Stato officiati dal Cardinale Poletti nella chiesa di S. Vitale a Roma.

Ma già nei giorni successivi l’attenzione dell’opinione pubblica fu attirata da altri eventi: i risultati delle elezioni amministrative, il nuovo governo presieduto da Spadolini, nuovi crolli in Borsa, gli strascichi della P2, altri scandali, le vicende dei sequestri terroristici, un ricovero d’urgenza in ospedale di papa Wojtila che era tornato il 6 giugno in Vaticano dopo l’attentato che lo aveva ferito gravemente, le polemiche sulla fine di Alfredino Rampi dopo i vani tentativi di salvataggio a Vermicino, e perfino l’arrivo dei bronzi di Riace al Quirinale.
La stampa si limitò a brevi notizie in cronaca sull’andamento delle indagini. Normale, certo. Ma a scorrere oggi i giornali del tempo, fa male vedere che Sebastiano Vinci era dimenticato pochi giorni dopo l’assurdo crimine, dopo l’“esecrazione rituale” delle autorità.

Poi qualcosa si è mosso, e dalle parole del fratello Aldo abbiamo ora capito perché. A Roma fu posta una lapide all’ingresso del Commissariato di Primavalle, gli è stata intitolata una strada del quartiere dove abitava; inoltre, è cronaca recente, gli è stata intitolato il Centro polifunzionale della Polizia a Torino. Ogni anno viene celebrato l’anniversario del 19 giugno con una cerimonia alla quale partecipano le autorità, Questore in testa. La famiglia è rappresentata sempre dal fratello Aldo con la consorte; la moglie di Sebastiano dopo la tragedia entrò in depressione e non si riprese più, si spense dopo un triste andirivieni con l’ospedale.

35^ Commemorazione, 19 giugno 2016, l’omaggio del Vice-questore vicario De Angelis

La riapertura della ferita

Quest’anno l’anniversario si celebra mentre un’autorevole componente del commando assassino, pur condannata e arrestata di recente, si è sottratta alla pena. Segno dei tempi? Forse sì, in tutti i sensi, per il tempo trascorso e per una specie di indulgenza che di fatto si è diffusa dopo l’esecrazione. Ormai sono fuori dal carcere quasi tutti gli autori dei più efferati attentati, e non solo degli anni di piombo, anche di molte stragi mafiose. Dove non sono intervenuti i benefici carcerari ci sono stati i benefici concessi per il pentimento.
Ma né l’uno né l’altro si sono verificati per la responsabile dell’atroce delitto, la brigatista Marina Petrella, a capo del commando costituito dalla colonna Primavalle; non si è pentita né dissociata, è rimasta sulle sue deliranti posizioni. Si è invece verificata un’incredibile concatenazione di eventi nei quali la burocrazia giudiziaria ha prevalso sulla giustizia: un’anomalia perversa, vincente per l’assassina, perdente per le vittime. Abbiamo sentito prima Aldo Vinci, ora diamo la parola ai fatti.

Implicata nel delitto Moro e in altri fatti di sangue, la Petrella fu arrestata ripetutamente, l’anno precedente e l’anno successivo l’attentato a Vinci e rimessa in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Fu processata nel “Moro-ter” per l’assassinio di Vinci, di cui fu riconosciuta colpevole. Nel corso del lungo procedimento, iniziato circa dieci anni dopo il fatto, fu ancora rimessa in libertà per decorrenza dei termini. Quando dalla Cassazione arrivò nel 2003 la condanna definitiva all’ergastolo non la trovarono più al suo domicilio essendosi rifugiata nella Francia che dava asilo ai terroristi per effetto della “dottrina Mitterand”.
Ha condotto una vita normale fino a quando, decaduta tale dottrina con la fine del governo socialista, e ripresa la collaborazione dei francesi nel perseguire i fuorusciti, è stata individuata e fermata dalla polizia. L’Italia ha chiesto l’estradizione e il presidente Sarkozy in un primo momento ha dato l’assicurazione che sarebbe stata concessa, con la richiesta irrituale al governo italiano di prendere in considerazione il conferimento della grazia per le sue condizioni di salute.

Fino all’ultima beffa, allorché nell’ottobre 2008 l’estradizione è stata addirittura negata motivando il diniego con la motivazione che le condizioni di salute della terrorista sono incompatibili con la detenzione; e ciò per l’intercessione della consorte del presidente francese Carla Bruni a sua volta sollecitata dalla propria sorella che aveva visitato la Petrella in carcere.

Una grottesca “pochade” che ha fatto protestare giustamente le istituzioni italiane. Il capo della polizia Antonio Manganelli, nell’inaugurare a Torino il Centro polifunzionale della polizia intitolato a Vinci, ha contestato “un sistema che dà la certezza della quasi assoluta impunità” e consente alla Petrella “condannata all’ergastolo con l’accusa di essere stato il capo del Commando che uccise proprio Vinci, di non essere estradata versando in uno stato di depressione grave. Noi ne abbiamo preso disciplinatamente atto – ha concluso – ma non senza sommovimenti interni in ciascuno di noi”. E nel dire questo ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena”.

Il fratello Aldo Vinci, con dolore misto a rabbia, ha dichiarato nella stessa circostanza a Torino: “Si uccidono poliziotti e carabinieri e poi si fugge all’estero e finisce tutto. Non è giustizia. Non è un messaggio positivo. Lei è fuggita in Francia, dove ha potuto condurre una vita normale, mentre mio fratello è al cimitero crivellato di proiettili solamente perché era al servizio dello Stato”. E con sofferenza ancora maggiore: “Paola, la moglie di mio fratello, quando ha visto Sebastiano crivellato di proiettili al Policlinico Gemelli, ha subìto un tale trauma che non si è più ripresa. È caduta in depressione. Si è trascinata per qualche anno fino a morire in ospedale di crepacuore. Nessuno ha mostrato pietà per lei vedova di un servitore dello Stato. Mio fratello è stato ucciso per il lavoro che faceva”. Poi la conclusione:”Marina Petrella è stata la mandante e l’esecutrice materiale. Lei era a capo della colonna Primavalle delle Brigate Rosse e mio fratello era il dirigente del commissariato di quel quartiere. Ha commesso un reato di sangue: deve rispondere con l’ergastolo”.

Ricordando questi precedenti ripensiamo alle parole dette oggi da Aldo, con una serenità mista alla determinazione di battersi sempre e dovunque per la memoria del fratello Sebastiano. Anche lui ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena” per i responsabili di crimini così efferati.

Sostiamo commossi dinanzi alla sua lapide, usciamo dopo averla accarezzata, per noi è tornato ad essere l’antico compagno di scuola appassionato di fumetti, caduto nell’esercizio del dovere. Nella strada vicina, alla fermata dell’autobus chiediamo un’informazione a una signora anziana e le domandiamo se si ricorda del capo del Commissariato di trent’anni fa, Sebastiano Vinci: “Me lo ricordo benissimo, ci dice, non è morto in un conflitto a fuoco ma in un vile agguato, lo hanno aspettato al semaforo i terroristi”. E poi aggiunge: “Dovrebbero ammazzarli tutti quei delinquenti, invece stanno tutti fuori liberi mentre il povero Commissario sta sotto terra…”.

Il Commissariato Primavalle diretto da Vinci, via Luigi Maglione, 9 Roma

L’umanità di un eroe borghese

L’ultima immagine che vogliamo lasciare di Nello – ci piace ora chiamarlo come nell’adolescenza – è familiare ai lettori di fumetti, come le immagini drammatiche di sparatorie ed attentati.

E’ quella di un cane, l’inseparabile compagno che lo accompagnava sempre quando tornava a casa. Così la cronaca dell’epoca: “Illeso il cane che, guaendo, era saltato sulle gambe del Dr. Vinci, come per proteggerlo”. Poi aveva abbaiato furiosamente dal finestrino frantumato ed era infine restato a guaire disperato accanto al corpo del padrone in fin di vita: così lo ricordavano i testimoni, così apparve nelle istantanee pubblicate sui giornali.

Un cane era anche il compagno inseparabile dell’eroe prediletto. Si chiamava “Diavolo” ed era impegnato nelle imprese epiche dell’Uomo Mascherato. Il cane di Nello si chiamava “Ciccio” e la sua presenza contribuiva a creare quel clima familiare che si respirava nel Commissariato, come dissero i suoi collaboratori.

Torniamo alle cronache di allora:“Ed in questo era aiutato anche dal suo inseparabile Ciccio, il cane di razza ‘beagle’ che tutti avevano imparato a conoscere. Dove c’era Ciccio c’era anche Vinci. Ciccio era lì accanto al suo padrone anche ieri mattina sulla Ritmo bianca , seduto sul sedile posteriore coperto di giornali. Mentre gli assassini sparavano”.

Un compagno fedele come quello dell’eroe dei fumetti, ma domestico e mansueto. Del resto, nella sua lotta contro la delinquenza, Nello non aveva le sembianze e i modi del giustiziere, lo abbiamo ricordato, bensì dell’uomo comune. Dell’“eroe borghese” che ogni sera portava a spasso il suo Ciccio e per ciò stesso, dissero i vicini, ispirava serenità quando lo vedevano passare.

Con questa immagine serena vogliamo concludere il ricordo del compagno di scuola nostro e di tanti coetanei teramani. Un ricordo che ci ha fatto ripercorrere un’avventura purtroppo tragica, intrisa di profonda umanità. Le strisce dei fumetti, gli eroi della sua e nostra adolescenza, fanno da sfondo ad una vicenda realmente vissuta che assume ora dimensioni mitiche e valori simbolici.

Una vicenda nella quale spicca la figura di un eroe, un “eroe borghese”. Per noi c’è un motivo in più di rimpianto. L’incomprensione di allora del suo spessore umano nascosto da quella che sembrava una “mania” per i fumetti. Era invece una condivisione profonda dei valori positivi incarnati negli eroi dell’adolescenza; che lo ha portato a una vita di frontiera, fino all’estremo sacrificio.

Come nel romanzo di Fred Uhlmann del 1971, tradotto nel film “L’amico ritrovato” del 1989 – una di quelle storie che non si dimenticano e molti hanno visto certamente – lo abbiamo scoperto purtroppo molto tardi, troppo tardi per dirglielo mentre era in vita. Ma non troppo tardi per rendere omaggio oggi, che è diventato un eroe, a un amico della nostra adolescenza. L’amico ritrovato.

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Il Liceo-ginnasio frquentato da Vinci a Teramo, oggi Liceo classico Delfico-Montuti

Info

L’articolo sopra riportato, con i commenti che seguono, è stato pubblicato il 20 giugno 2009 sul sito”on line” cultura.inabruzzo.it , non più raggiungibile, gli articoli, che sono disponibili, saranno trasferiti su altro sito.

Foto

Dopo le prime due fotografie – una foto tessera di Sebastiano Vinci e una scena dei suoi funerali – abbiamo inserito nell’articolo del 2009 sopra riportato una serie di immagini delle celebrazioni annuali svoltesi negli ultimi cinque ann, con la partecipazione del Questore e della sindaca di Roma Virginia Raggi, davanti alla sua lapide presso il Commissariato Primavalle di Roma, che dirigeva nel 1981, quando fu assassinato nell’agguato terroristico da quattro brigatisti rossi. Tali immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, ma qualora non ne fosse gradita la pubblicazione dai proprietari dei diritti, su semplice loro richiesta provvederemo ad eliminarle, facendo doverosamente presente che sono solo accessorie avendo mero intento illustrativo senza alcuna implicazione di nessun tipo di natura economica o pubblicitaria. I siti, di cui si ringraziano sentitamente i titolari per l’opportunità offerta, sono i seguenti, nell’ordine in cui le rispettive immagini sono nel testo: wikipedia, romalive.org, primapaginanews.it, questura.poliziadi stato.it, lavocedellazio.it, comunediroma.it, ilcaffe.tv, agvilvelino.it , 3 in fila da questura.poliziadi stato.it, le ultime 2 da lecodellitorale.it., facebook.com.

11 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato gennaio 11, 2011 alle 9:29 PM

Sono io a ringraziare Bartolo, che non conosco, per aver ricordato Sebastiano Vinci in questo inizio di 2011 con il suo commento di poche parole quanto mai toccanti. Lo ha “visto arrivare al Commissariato Primavalle e purtroppo anche morire”; rende “onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle”.
Che si può dire di più, c’è memoria e commozione, in questo inizio di anno che riporta in primo piano la sua figura e ha fatto tornare nella prima pagina della nostra rivista anche il ricordo dei tanti i cui commenti precedono nel tempo quello di Bartolo.
Rileggiamo l’orgoglio di Giorgio, che purtroppo non c’è più, di averlo avuto compagno, il rimorso di Franco per non aver saputo battersi contro la barbarie, l’esempio per le giovani generazioni evocato da Luigi, l’impegno di Corrado a raccontarne la storia ai colleghi perché “narrare vuol dire resistere”, la condivisione di Enzo e Domenico, l’appello di Rosanna alla memoria pubblica per il “passato che non passa” nelle parole di Primo Levi.
Giorgio e Fabrizio, Franco e Luigi, Rosanna e io stesso lo ricordiamo avendo condiviso con Sebastiano Vinci, per noi Nello, la frequenza del liceo-ginnasio Melchiorre Delfico di Teramo.
In questo spirito posso dare a tutti una notizia, ringraziando il suo ex collega di commissariato Bartolo per avermene fornito l’occasione con il suo fresco commento di inizio anno.
La possibilità che Nello venga ricordato, come chiede l’ex collega di liceo Rosanna in un gemellaggio ideale con Bartolo, mi è stata confermata in questi giorni dal prof. Roberto Ricci, che si è adoperato al riguardo dopo il mio incontro a questo fine con il preside del Delfico. Soltanto l’avvicendamento al vertice dell’istituto ha creato un rallentamento, la nuova preside sarà sensibile a questa esigenza sentita così intensamente.
Ancora tutto è da definire, ma le premesse poste dal preside precedente ci sono, confidiamo che si traducano nel riconoscimento dovuto a un eroe autentico che sin dall’adolescenza ha sentito nascere l’insopprimibile bisogno di schierarsi dalla parte della giustizia.
In questo la scuola, e quindi il Melchiorre Delfico dove si è formato, ha avuto un ruolo importante, oltre alle sue letture che sembravano infantili, mentre rispondevano a un’esigenza profonda che solo dopo si è compresa appieno, come dimostra la storia della sua vita.
Un grazie ancora a Bartolo per aver ricordato il nostro eroe – un bell’inizio per il nuovo anno – dopo l’omaggio di tanti di noi orgogliosi di averlo avuto come compagno al Melchiorre Delfico.
Questo prestigioso istituto saprà esprimere, a sua volta, l’orgoglio di aver avuto un allievo come Vinci che ha saputo incarnare fino all’estremo sacrificio i più alti valori.

  • Bartolo

Postato gennaio 9, 2011 alle 9:04 PM

Grazie per aver ricordato il mio Dirigente – dott. Sebastiano VINCI. L’ho visto arrivare al Comm.to Primavalle e purtroppo anche morire.
Onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle.

  • Rosanna Polidori Iacovoni

Postato agosto 11, 2009 alle 11:52 AM

L’articolo di Romano Levante del giugno 2009, sulla morte del commissario di polizia Sebastiano Vinci ucciso nel 1981 dalle B.R. , ha riproposto inevitabile, a 30 anni circa di distanza, l’immagine dei sentimenti e risentimenti legati ad un fenomeno storico, il terrorismo, che ha segnato in modo irreversibile la società italiana.
Premesso che non ho conosciuto S. Vinci, leggendo la ricostruzione della sua vita sono rimasta colpita dalle coincidenze tra le sedi scolastiche e lavorative del Commissario e le mie: Teramo, Torino e Roma. Teramo: liceo “M. Delfico” che abbiamo frequentato nello stesso periodo. Torino. E infine Roma: quartiere Primavalle. Nel 1981 infatti insegnavo presso una scuola statale di Primavalle. La storia della vita di S. Vinci e la sua morte lo collocano nella lunga lista di cittadini che le B.R, seguendo una precisa strategia, hanno ferocemente eliminato a causa del ruolo e del rigore morale e professionale con il quale lo esercitavano. La memoria pubblica non può chiudere i conti con il passato perché dal passato non si esce, ma si continua a portarselo dietro come un tratto della costruzione della nostra personalità. Primo Levi parlava di un “passato che non passa”. Ma le vittime delle B.R. andrebbero sempre commemorate per collaborare alla ricerca di un superamento della violenza. E i tempi della memoria dovrebbero anche andare del senso di una giustizia “giusta” cosi come R. Levante sottolinea.

  • Domenico Moschetta

Postato agosto 10, 2009 alle 8:01 PM

Articolo ben documentato! congratulazioni

  • Corrado

Postato agosto 6, 2009 alle 7:50 PM

lavoro al Comm.to Primavalle da molti anni, credevo di conoscerla tutta la storia dell’omicidio del Dott. Vinci, invece…. farò in modo di narrare la memoria del Dott. Vinci ai miei colleghi xchè narrare vuol dire resistere.
Sig. Levante, grazie del suo prezioso contributo.

  • Luigi Marini

Postato luglio 21, 2009 alle 8:48 PM

La memoria ed il ricordo di Nello Vinci possono, anzi, devono essere di stimolo alle nostre generazioni ed a quelle future, affinché una vita umana a difesa delle Istituzioni e dello Stato non sia stata sacrificata invano.

  • Franco Tomassini

Postato luglio 15, 2009 alle 4:05 PM

Il sacrificio di Nello Vinci, simile a quello del Commissario Esposito, assassinato a Genova, dove vivo, dalle BR, a quello del Giudice Alessandrini di Pescara, e a quello di tante altre vittime di una follia alla quale assistemmo inermi, impotenti ma, forse, e soprattutto, colpevolmente indifferenti, oggi viene ricordato da Romano Levante con una voce che stimola noi vecchi a frugare nelle nostre coscienze, alla ricerca di qualche salutare rimorso.
Le BR furono le figlie anomale dell’esaltazione di un ’68 infantile, privo di visioni politiche, e, quindi, il naturale sbocco di utopie impossibili. Mentre altri Paesi riuscirono ad assorbire il fenomeno, noi in Italia producemmo una guerra civile che seminò il Paese di morti ammazzati, persone come noi, della nostra età, dei nostri sentimenti.
E noi non facemmo nulla per impedire tutto questo.
L’articolo dell’amico Romano ha fatto rinascere in me un profondo rimorso, quello di non aver saputo oppormi con la dovuta forza a tanta barbarie.

  • Enzo

Postato luglio 12, 2009 alle 5:48 PM

anche se ho un flebile ricordo della vicenda che coinvolse Nello, apprezzo e condivido le considerazioni di Levante

  • Fabrizio Iacovoni

Postato luglio 8, 2009 alle 10:31 AM

Ho letto con attenzione l’articolo di Romano M. Levante la cui onestà intellettuale è nota ne condivido completamente l’analisi sociologica del ns. “Eroe” e le conclusioni per una giustizia più giusta. Spetterebbe alle istituzioni dare un segnale tangibile per ricordare alle generazioni future la nobiltà di questo servitore dello Stato ammazzato barbaramente da una vendetta priva di ideologia.

Fabrizio Iacovoni
Via Luigi Cadorna, 67
64100 TERAMO
Tel. 340 8512341 – 0861 244810

  1. Giorgio Di Pancrazio

Postato luglio 1, 2009 alle 9:32 PM

Sono orgoglioso di aver avuto Nello Vinci compagno al
Liceo Melchiorre Delfico di Teramo.

Auschwitz-Birkenau, 2. La vita e il lavoro, i ricordi dei deportati, alla Casina dei Vailati

Silvia Maksymowicz, la polacca di origine bielorusse deportata ad Auschwitz all’età di 3 anni con la madre – cui Papa Francesco nell’udienza generale del 26 maggio 2021 in Vaticano, ha baciato il braccio sul tatuaggio n. 70072 – si è salvata dal Lager dove è stata cavia dell’infame dott. Josef Mengele nei suoi sciagurati esperimenti genetici; ricorda il dolore e il suo “sguardo da invasato. Mengele era una persona atroce, senza limiti nè scrupoli. Giorno dopo giorno tante persone perdevano la vita sotto le sue mani”. Liliana Segre, deportata con il padre dopo l’arresto mentre cercavano di rifugiarsi in Svizzera, tatuata con il n. 73190, trova la salvezza nel lavoro in fabbrica, aveva solo 13 anni e sopravvisse alla “marcia della morte” all’evacuazione da Auschwitz verso il lager in Germania, dove fu liberata. E’ stata nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018, il riconoscimento più recente è il premio “De Sanctis” , patron Gianni Letta, dell’omonima associazione, 14 aprile 2021.

Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 13 anni, nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018
dal presidente Serrgio Mattarella, nella 1^ seduta della XVIII legislatura,
23 marzo 2018

di Romano Maria Levante

Si conclude il nostro racconto della  mostra “Dall’Italia ad Auschwitz”, inaugurata nel “giorno della memoria” il  21 gennaio 2021,  realizzata dalla Fondazione Museo della Shoah, nella Casina dei Vailati, al Portico d’Ottavia, sulla deportazione degli italiani con documenti, immagini d’epoca e fotografie da album di famiglia di singoli e gruppi la cui vita è stata sconvolta e spesso cancellata dalla follia criminale e disumana della “soluzione finale”. La mostra è a cura di Sara Berger e Marcello Pezzetti, che hanno curato pure il  Catalogo di Gangemi Editore, oltre alle mostre precedenti.  Abbiamo già descritto le prime 3 parti della mostra, dove sono documentate le maniacali e criminali efferatezze del Lager, dalla “selezione” iniziale alla tragica “eliminazione” nelle “camere a gas” fino al “Krematorium”. Quelli che non erano “eliminati” alla selezione venivano destinati al lavoro forzato. Ora terminiamo con la 4^ parte della mostra, “la vita e il lavoro” e “l’evacuazione del complesso. La fine di Auschwitz”. Come prima protagonista e preziosa testimone incontriamo Liliana Segre.

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Birkenau. Ebree ungheresi, appena rapate, vestite male e immatricolate, pronte all’appello, luglio 1944

Liliana Segre fu arrestata l’8 dicembre 1943 col padre mentre cercavano di rifugiarsi in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche, aveva 13 anni. Fu deportata il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione centrale di Milano ad Auschwitz dove giunse il 6 febbraio dopo sette giorni di viaggio. Fu separata subito dal padre che venne “eliminato” il 27 aprile 1944; il 18 maggio furono arrestati i nonni paterni in provincia di Como, “eliminati” nelle camere a gas al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno. Lei fu assegnata alla fabbrica di munizioni “UnionWerke”della Siemens dove lavorò un anno, superò tre micidiali “selezioni”, in una delle quali perse un’amica di prigionia, e dopo l’evacuazione di Auschwitz sopravvisse alla “marcia della morte” verso la Germania; riacquistò la libertà il 1° maggio 1945 nel campo di Molchow, sottocampo di Ravensbruck, liberato dall’Armata rossa. Su 776 deportati minori di 14 anni fu tra i 25 sopravvissuti.

Jerzy Potrzebowski, Deportati non abili trasferiti ai sottocampi con le camere a gas di Birkenau,1950

Il 19 gennaio 2018 ha ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nomina a senatrice a vita, il riconoscimento più recente è il premio “De Sanctis”, patron Gianni Letta, conferitole il 14 aprile 2021. Tiene viva la memoria dell’orrore della Shoah da lei vissuto da adolescente, matricola 75190, anche presentando la proprio testimonianza ai ragazzi nelle scuole. Ha fissato i propri ricordi in una serie di pubblicazioni anche in forma di interviste, e in particolare nei libri autobiografici “Sopravvissuta ad Auschwitz” e“Ho scelto la vita”.

“Ero incapace di qualsiasi specializzazione in qualsiasi campo… mi scelsero per diventare operaia alla fabbrica Union. Dopo la selezione alla stazione, ecco che di nuovo il destino, o il buon Dio, aveva scelto per me la soluzione della vita, perché lavorare al coperto in quel clima e in quelle condizioni fisiche fu una fortuna immensa. Chi lavorava alla fabbrica Union era un gruppo di settecento donne nel turno di giorno e settecento nel turno di notte. La fabbrica non si fermava mai”.  Vedremo dai ricordi di altri internati il lavoro nel Lager.  

Liliana Segre a 13 anni, poco prima della deportazione ad Auschwitz, 1943

La vita e il lavoro

 Com’era, ad “Auschwitz-Birkenau la vita  e il lavoro”  lo spiega con accuratezza la 4° parte dell’esposizione, iniziando con “L’immatricolazione e l’inserimento nel lager dei deportati dall’Italia”. A coloro che superavano la selezione all’arrivo venivano praticata la disinfestazione e la rasatura di capelli e peli, poi doccia e vestiario, quindi l’immatricolazione con cui si assegnava un numero di matricola:  a  tutti gli italiani – ebrei come politici – il numero veniva tatuato  sul braccio,  mentre per quelli di altre provenienze, come l’Ungheria, spesso non si effettuava il tatuaggio. Nel  maggio 1944 per gli ebrei viene differenziata la numerazione facendola precedere, per entrambi i sessi, dalla lettera A, dal mese di luglio per i soli uomini ulteriore numerazione preceduta dalla B.

Jan Komski, Tempo di cena (Obiad) , Auschwitz, 1970-80

E’ stata ricostruita con cura per la mostra l’immatricolazione degli italiani – anche con documenti, elenchi e note di vario genere, espressive della ottusa burocrazia nazista – riportando la provenienza e il numero tatuato dei primi e degli ultimi ebrei immatricolati, come dei primi e ultimi “politici”, quasi a volerne far rivivere l’odissea attraverso queste indicazioni minuziose ma non pedanti perché specchio di un’umanità sofferente. Che appare in tutta la drammaticità nella fotografia di una miriade di donne con il capo rasato dopo l’immatricolazione – e sono quelle “fortunate” perché sfuggite all’eliminazione – e  di alcuni uomini nudi sotto la doccia, anche qui fortunati che si tratti di una vera doccia e non di quelle finte che erogavano il gas mortale. Altrettanto impressionanti i disegni degli internati che anche dopo molti anni ricostruiscono dei momenti nel Lager, con gli appelli e le punizioni, in particolare con le sferzate fino all’impiccagione.

Birkenau, settore BII: Interno di una baracca, con le scritte (tipo “Il lavoro rende liberi”…) “L’onestà è la miglior moneta”, “il parlare è d’argento, il tacere è d’oro”, “Un pidocchio la tua morte”, febbraio 1945

Dopo l’immatricolazione e l’inserimento nel lager,  “Il lavoro dei prigionieri” , che inizialmente veniva visto come una punizione per logorare l’internato, tanto che venivano impiegati anche in lavori inutili quanto faticosi che li portavano alla morte. Finché, verso la fine del 1943,  il lavoro forzaro fu considerato una risorsa per l’industria tedesca a corto di manodopera perché gli adulti abili erano mobilitati nell’esercito. A quel punto divenne importante la produttività e per questo migliorò l’alimentazione e il trattamento.

M.M. (anonimo): Il blocco 12, “della morte”, con gli “incurabili” “selezionati”e uccisi, 1942-44, pastello

Lo ricorda Primo Levi nell’introduzione di “Se questo è un uomo”: “Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz  solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito  di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli”. Ma non venivano sospese quelle di massa degli inabili al lavoro, e il destino degli ebrei era l’eliminazione quando non servivano più. 

Birkenau, settore BIa: Interno di una baracca “per la quarantena maschile”, con le fetide latrine

Una parte degli ebrei italiani lavorarono soprattutto nel campo, dalle “Rampe” per la “selezione”, ai “Kanada” per gli oggetti delle vittime, agli ospedali, ai lavori di costruzione e riparazione delle strade e di  canalizzazione delle acque, fino al trasporto e allo scarico merci. Altri venivano “affittati” alle industrie ubicate ai margini del campo o al suo interno, tra loro Liliana Segre – la senatrice a vita divenuta la memoria vivente dei deportati, premiata per il suo impegno civile- e nomi noti,  Di Veroli, Calò, Pietro Terracina; altri ancora impegnati in 13 “sottocampi”, dei 40 intorno ad Auschwitz, e nel Lager sulle rovine del ghetto di Varsavia.

Alfred Kantor, Scena di fame ((Hungerszene), barile di zuppa, baracca BTb, 1945

Nel lavoro forzato erano impegnati anche i “politici”, le donne venivano per lo più trasferite in altri lager, 169 “politici” italiani che erano giunti da Mathausen nel dicembre 1944, furono impiegati nello smantellamento del campo, ne sopravvissero soltanto 35, gli altri furono stroncati dalle condizioni di vita e di lavoro; gli italiani sono  compresi nell’elenco di 1200 lavoratori  provenienti da vari paesi europei, muratori ed elettricisti, meccanici e saldatori, fabbri e idraulici.

Auschwitz III (Monowitz), Kommando di lavoro, i deportati vanno verso le fabbriche della Buna, 1944

“Selezione” e “sperimentazione” negli ospedali e nelle infermerie

Le immagini sono eloquenti, fotografie degli internati al lavoro, e soprattutto disegni dei sopravvissuti che ne rendono la sofferenza, una documentazione preziosa – come si è detto utilizzata anche in tribunale – che vediamo illustrare anche l’ulteriore barbarie che viene rievocata, “Gli Haftlingskrankenbau, le selezioni interne  e la sperimentazione medica”.

Gli “Haftlingskrankenbau” sono gli ospedali a cui sono adibiti alcuni blocchi, con le “Revier”, infermerie, per il dilagare delle malattie di tutti i tipi e gravità nelle spaventose condizioni ambientali e di lavoro. Nonostante le sollecitazioni a rendere più efficace l’attività lavorativa,  gli ospedali più che nella cura erano impegnati nelle “selezioni interne”, da parte di medici, infermieri e anche SS,  per eliminare gli inabili al lavoro mandandoli nelle camere  a gas; una “Action” per una folle “igiene sociale” della quale i sopravvissuti hanno ricordi angosciosi, lo si vede in molti disegni allucinati.

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Alfred Kantor, Appello dal primo mattino alla tarda notte, a Birkenau, 1945

C’erano anche sperimentazioni – sulla sterilizzazione di massa e l’ereditarietà –  che portavano alla morte, e non si trattava di casi isolati: erano opera di ben 350 medici, e collaboravano gerarchi nazisti, della Wehrmacht, delle SS, perfino esponenti di istituti di ricerca, università e industrie farmaceutiche; e conoscevano questa barbarie anche infermieri, assistenti e amministrativi che  facevano le maniacali registrazioni.

Birkenau, Deportati lavorano per costruire magazzini per le patate, 1943

Vengono indicati i nomi di alcuni criminali “apprendisti stregoni” – non  si possono chiamare medici –  colpevoli di aver usato come cavie alcuni ebrei italiani. Josef Mengele eseguiva esperimenti “antropologici” su bambini e adolescenti presi in “selezione” sulle “rampe” e  internati nei “Kinderblock” loro riservati; come Lidia Maksymowitz di 3 anni citata all’inizio per il bacio del papa. Li aspettava la morte, ne sopravvissero una cinquantina, tra loro due sorelline di Trieste, Andrea e Tatiana Bucci, il cui cugino con 20 bambini  fu spostato in un altro campo, venne iniettata loro la tubercolosi, e furono impiccati il 20 aprile 1945 all’arrivo degli Alleati in un scuola di Amburgo. Si chiude con questo orrore l’infame storia di esperimenti mortali.

Mieczyslaw Koscielniak, Appello nel campo-madre, ad Auschwitz, 1972-73, olio su tela

L’evacuazione  e la liberazione 

L’arrivo degli Alleati non va visto come un “arrivano i nostri” salvifico per tutti, perché ad Auschwitz-Birkenau i liberatori  il 27 gennaio 1945 trovano soltanto 7.000 reclusi, in condizioni tali che dovettero allestire ospedali per curarne oltre 4.500, molti dei quali morirono poco tempo dopo.

E  gli altri? “L’evacuazione del complesso. La fine di Auschwitz” a conclusione della mostra ricostruisce la fase finale della tragica odissea degli internati, preceduta dalla rivolta del 7 ottobre 1944 degli uomini del Sonderkommando cui parteciparono 5 italiani, i fratelli Venezia e Gabbai, Nicolè Sagi che fu ucciso come gran parte dei rivoltosi; i sopravvissuti, cui furono aggiunti i componenti del Abbrusckommando, erano impegnati nel distruggere quanto era compromettente, dai documenti, come gli elenchi dei trasporti, e le strutture, soprattutto le camere a gas e i crematori.   

Auschwitz, Le officine siderurgiche Weichsel-Union-Metallwerke, dove lavorò anche Liliana Segre

Poi un altro evento inenarrabile: lo spostamento di 58.000 internati – metà dei quali dallo “Stammlager” iniziale, e  metà da Birkenau –   ai campi tedeschi più all’interno, quindi ancora fuori dalla portata dei russi che nella loro avanzata erano molto vicini, tanto che vi entrarono dopo soli dieci giorni. Viene definita “marcia della morte” perché massacrante per la fatica e perché la scorta armata falciava in modo spietato chi non ce la faceva e cadeva sfinito, una scia di corpi al margine delle strade ne segnò il percorso. Alcuni riuscirono a fuggire, tra loro sono stati identificati tre italiani, Di Porto, Sagi, Sturm.

Naomi Judkowski, “Punizione durante l’appello”, in ginocchio, a mani alzate, prese a calci, 1945

Quelli che sopravvissero alla fatica e al gelo del gennaio nordico non raggiungevano la salvezza ma un altro lager e molti vi morirono, si trattava di Mathausen, Buchenwald, Dachau  per gli uomini, Ravensbruck e Bergen-Belsen per le donne. E non finisce qui, nella primavera gli stessi furono sottoposti ad altre “marce della morte” quando i liberatori si avvicinavano a quel lager li spostavano ad uno più lontano e così via, in un maniacale accanimento.

Auschwitz, Deportati al lavoro nell’officina DAM (Deutsche Ausrustungswerke) gestita dalle SS

All’orrore senza fine si aggiunge il fatto che erano stati lasciati ad Auschwitz 9.000 internati perché malati, quindi potevano attendere l’arrivo dei sovietici sentendosi in salvo. Invece tornarono le guardie che avevano lasciato il campo “per compiere quest’ultima operazione criminale”, ricordano Berger e Pezzetti: 700 eliminati a colpi di fucile non potendo usare le camere a gas in demolizione.

Si conclude così con un’immagine angosciosa che spegne la gioia della liberazione l’accurata ricostruzione fattuale e fotografica che meritoriamente la mostra propone per non dimenticare, con un altro tassello nel mosaico della memoria che da anni viene costruito da Sara Berger e Marcello Pezzetti con approfondimenti sempre nuovi di una storia che porta ad evocare e rivivere fatti inenarrabili per l’orrore.

Alfred Kantor, Punizione per l’accusa di “ladro di zuppa”, inferta da altri deportati, 1945, disegno

I ricordi con due segni di umanità: la bicicletta e le borsette  

La mostra rievoca la tragedia attraverso le storie personali delle tante vittime con l’agghiacciante calvario che dopo inenarrabili sofferenze ha portato alla morte; storie ancora più coinvolgenti perché accompagnate dalle fotografie da album di famiglia dei momenti felici. Sono in gran numero e accompagnano la documentazione fotografica del Lager e delle sue nequizie, come la accompagnano le testimonianze di alcuni internati italiani.

Con le loro parole vogliamo coronare la rievocazione perché, in aggiunta al resoconto dei fatti nella loro cruda evidenza che abbiamo cercato di riferire, rendono le sofferenze patite dai deportati sulla propria pelle. Riportate in sequenza, come faremo, queste tristi testimonianze suonano come un’elegia dolente che resta nella mente e nel cuore, e serve ancora di più a non dimenticare.

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Auschwitz III (Monoiwitz): Distribuzione della zuppa ai deportati che lavorano nella IG Farben

Il primo testimone è Leopoldo Schonhaut, in una lettera in cui prima di “Cara Licia” ci sono le parole in  tutte maiuscole: “Ho sentito che Mariuccia ha comperato una…..[disegno di lei con una bicicletta dalle ruote contorte]. Ti riporto la tua bicicletta. Non spaventarti non mi sono fatta niente [disegno di una ragazza con le mani nei capelli]”. Si trova a Trieste nel carcere Cotroneo dopo l’arresto a Stresa il 17 dicembre 1943 con l’unica “colpa” di voler andare in Svizzera, ed ecco cosa scrive prima di dire in tutti i particolari come assiste amorevolmente un “povero vecchietto” compagno di cella: “Fino ad ora sono ancora qua ma sento nell’aria che si avvicina l’ora della partenza, giorno per giorno partono convogli, per ora i liberi lavoratori e poi quelli che entrano nei campi di concentramento”. E’ datata “28. 8. 44”; poco dopo, nel settembre, è il suo turno di partire per  Auschwitz, muore dopo sei mesi nel marzo 1945 nel sottocampo di Flossenburg in Baviera.

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Alfred Kantor, “Ragazze con le teste rasate nel campo delle donne. lavoro da uomini con il freddo con vestiti sottili“, 1945, disegno

A Flossenburg viene invece liberato il 23 aprile 1945 Martino Godelli, che era stato arrestato a Fiume il 25 gennaio 1944 e portato a Birkenau il 2 febbraio, morirà a 92 anni nel 2014 in Israele: “Ero diventato un ‘Kanada-Rampa’, quelli che scaricavano la gente, li mettevano in fila, controllavano che non portassero con sé le valige.  Di solito lavoravamo dodici ore, dalla mattina alle sei alla sera alle sei, ma spesso facevamo la notte. Eravamo ‘hundert’, un centinaio per volta. A non era un lavoro come gli altri. Lavoravamo con le SS di fianco, coi cani: botte da orbi per tutti! Il nostro lavoro era una cosa orribile. Dovevamo stare continuamente a contatto con gente che noi sapevamo che andava a morire, ma loro non sapevano. E logicamente noi non gli avremmo detto niente.. I nuovi arrivati stavano tranquilli, tranquilli… si mettevano in fila”. Fino alla nota patetica: “ Uno shock era quando  noi, con le righe, prendevamo le borsette alle donne, dove tenevano, non so, qualche zloty, una fotografia. Noi strappavamo le borsette e le buttavamo lì sul mucchio. Boom… nel mucchio! Rispetto alla vita, una borsetta non è niente, ma per loro…”.

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Birkenau, “Zentralsauna”, la doccia dopo l’immatricolazione, questa volta acqua e non gas,1944

I ricordi dell’arrivo dei deportati sulle “Rampe”

E’ un “Kanada-Rampa” sulla Bahan Rampe anche Nedo Fiano, dal tocco di umanità delle borsette all’orrore della deportazione. Arrestato a Firenze il 6 febbraio 1944, giunge ad Auschwitz da Fossoli il 23 maggio, finché il 26 ottobre sarà trasferito in altri campi fino a Buchenwald, dove è liberato nell’aprile 1945, diventa manager e testimone della Shoah anche con il libro del 2003 “A-5405. Il coraggio di vivere”, muore a 95 anni nel 2020.

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Birkenau, La “Zentralsauna” dopo la liberazione delle truppe sovietiche, 1945

Ecco cosa scrive: “Sulla rampa vedo l’arrivo di questi prigionieri nelle condizioni più tragiche: affamati, assetati, stanchi, molti impauriti, quando non terrorizzati. La discesa dai vagoni era come una fiumana, perché questi vagoni venivano aperti tutti insieme da diversi militari: si aprivano e prorompeva questa vita di  gente sofferente, di gente angosciata  e molto spesso di gente quasi morente. Era un rigurgito terribile, terribile: scene strazianti di persone quasi impazzite che uscivano fuori, quasi morte di sete o di fame”.

Wladyslaw Siwek, Selezione di donne a Birkenau, Polonia 1945, acquerello su carta

Dopo l’arrivo, la situazione peggiora, per quanto sembri impossibile:“E poi noi trovavamo i morti sui vagoni, trovavamo gli handicappati che non potevano scendere, c’erano i bambini, c’era tutto un campionario di sofferenza. Gli ufficiali davano comandi secchi e selezionavano chi doveva vivere e chi doveva morire: gli uomini divisi dalle donne, bambini che piangevano, le madri che li stringevano al petto”. E  tutto questo in un crescendo di furia belluina: “Quindi le loro urla, i loro cani, i loro bastoni, le loro fruste e tutti i mezzi possibili per tenerli in ordine  come se fossero stati un gregge di pecore, un gregge di animali. In quei pochi metri quadri si decideva chi doveva entrare nel campo e chi doveva entrare nel forno crematorio”.

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Auschwitz-Birkenau, Cadaveri di ex deportati trovati dinanzi alle baracche, febbraio 1945

Altri particolari sul lavoro alla “Bahan Rampe” lo forniscono tre arrestati a Roma nel marzo-aprile 1944, tradotti da Fossoli ad Auschwitz nel marzo-aprile 1944, sono vissuti rispettivamente 82, 80, 88  anni. Benedetto Viviani ricorda che doveva andare a “prendere i pacchi e portarli al camion. O  a prendere i morti e buttarli sul camion. Facevamo una  settimana de matina e una settimana de notte”.  E Raimondo Di Neris: “’A gente era scesa, andava via, e noi pulivamo, Dio, che trovavo dentro…”. Mentre Angelo Calò va oltre il suo lavoro: “Quando andavo a lavorare sulla Rampa, sapevo quello che succedeva ai bambini e ai malati, allora dicevo alle madri coi bambini: ‘Nicht krank, nicht krank, du gut!’ Strappavo i bambini dalle loro braccia e li davo in mano alle vecchie. Quando potevo parlare, dicevo sempre a tutti: ‘Non datevi malati!’ Ma dovevo stare attento al tenente tedesco che urlava: ‘Sabotage, sabotage!’”.

Janina Tollik, Il vestibolo della morte, cortile del blocco 25 del Frauenlager, con le deportate
da eliminare perchè non sono più in grado di lavorare

I ricordi della “selezione” iniziale e dell’”eliminazione” finale

Come fosse giustificato tutto questo lo dimostra Alberto Sed, anch’egli giunto ad Auschwitz da Fossoli il 23 maggio 1944  dopo l’arresto a Roma due mesi prima, il 23 marzo con la famiglia, sarà poi trasferito in altro lager in Turingia e liberato nell’aprile 1945, vissuto 91 anni, ha scritto “Sono stato un numero”. Ricorda: “Vedevi le facce  delle persone, vedevi gente giovane e a un certo punto dicevi: ‘Perchè  ‘ste cose qui… perché?’ Che bisogno c’era d’ammazzà  i regazzini, così”. E poi pensa: “’Intanto questi  ci vogliono distruggere, ci stanno riuscendo’. Nun c’era niente da fa, nun c’era difesa”. Ed eccone la dimostrazione, vede due tedeschi, e uno di loro  ordina a “un altro del Kommando” con un infante: “Férmete! Il regazzino nun l’appoggiare, ma lancialo dentro il caretto”. Così l’“altro del Kommando”, internato come lui, “ha dovuto prendere il regazzino e buttarlo. ‘Sto regazzino poteva  ave cinque, sette mesi poi  piangeva… Quando questo l’ha buttato, inaspettatamente uno dei due ha tirato fuori la pistola… e c’ha fatto il tiro a segno”.  

Kolin, Repubblica Ceca, Deportati evacuati su vagoni scoperti da Auschwitz verso i lager del Reich dinanzi all’avenzata dei sovietici, 24 gennaio 1945

E chi superava la “selezione”? Jolanda Marchesich, slovena, arrestata con il padre nel giugno 1944, dal carcere Cotroneo di Trieste ad Auschwitz nell’agosto, trasferita a Mathausen dove è stata  liberata il 5 maggio 1945, vissuta 93 anni, racconta: “Ci portarono in una grande camerata. Ma prima ancora ci portarono via tutto. Dovevamo spogliarci, lasciare tutte le nostre cose. Poi ci  rasarono, poi ci diedero la coperta, mentre dietro a noi, dietro le vetrate, c’erano i tedeschi”. E in questa notazione c’è tutto il pudore femminile dinanzi agli aguzzini divenuti “guardoni”. Continua così: “Noi non ci riconoscemmo più. Stavamo strette una all’altra, ma non sapevamo a chi… Poi ci misero in fila per il tatuaggio… Ci tatuarono il numero e da allora diventammo un numero. E questo è il numero sul braccio, 82954”.

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Naomi Judkowski, Infermeria (Revier), appello al matttino “Solo tre morte, le altre vivono ancora” 1945

Passare dal lavoro nella “Kanada Rampe” al “Sonderkommando”, vuol dire passare dal dramma della “selezione” all’orrore dello “sterminio”, dai binari e vagoni alle  camere a gas e forni crematori. Un racconto agghiacciante, pubblicato nel libro  “Sonderkommando Auschwitz”, è di Shlomo Venezia, deportato da Atene ad Auschwitz nell’aprile 1944, vivrà 89 anni. L’inizio della fine, quando dalla Rampa i “selezionati” per l’eliminazione venivano fatti entrare nel cortile del “Krematorium”: “La gente, poi, si immetteva in un atrio,  e si infilavano nella camera a gas. Le prime persone che entravano, di solito le donne, istintivamente si mettevano sotto le bocche delle docce, in attesa che venisse fuori l’acqua. Credevano che arrivava l’acqua, invece continuava e entrare gente, c’era sempre meno spazio. Alla fine  si mischiavano donne, bambini, uomini. Allora cominciavano a dubitare. Cercavano di tornare verso l’ingresso, ma entravano in opera i due tedeschi che stavano all’entrata. Entrato anche l’ultimo, veniva chiusa la porta. Erano stipati come le sardine”.

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Birkenau, Carro con cadaveri in attesa di essere sepolti, febbraio 1945

Ed ecco la fine: “La camera a gas era sotto terra. Sopra c’erano delle botole.  Lì il tedesco apriva la scatola del Zyklon B , erano sassolini. Si metteva la maschera e buttava tutto dentro. Prima di iniziare  a lavorare toccava aspettare un bel po’, una ventina di minuti, anche di più. Venivano accesi  dei ventilatori e di sopra levavamo i coperchi: dovevamo far arieggiare un po’ questa camera, per fare uscire almeno una parte del gas. C’erano i ragazzi addetti a portar fuori i cadaveri. Poi, quando tutto era finito,  entravano dei ragazzi con le pompe per pulire per terra, anche le pareti. I muri venivano ogni volta imbiancati”.

Naomi Judkowski, Evacuazione, da Auschwitz verso Breslavia il 18 gennaio 1945,
a sin, viene ucciso sulla strada chi non riesce a tenere il passo, Varsavia 1945

A questo punto il macabro lavoro, quindi la catena di montaggio dell’orrore: “Il mio compito era quello di tagliare i capelli alle donne, solo alle donne, perché erano quelle che avevano i capelli lunghi e le trecce. E il ‘dentista’, vicino a me, altro non doveva fare che levare via i denti ai cadaveri, denti d’oro, protesi. Poi i corpi venivano portati vicino al montacarichi: lì c’erano due addetti che li prendevano, li buttavano sopra e li facevano salire su, a pianterreno, nella sala dove c’erano i forni crematori”.

Mieczyslaw Koscielniak, Bruciatura di documenti il 18 gennaio 1945, Polonia 1972

I ricordi accorati di chi non è tornato

Nel “Sommerkommande” del “Krematorium”, con Shlomo, il fratello Maurice Venezia, i cugini Dario e Jaacob Gabbai, deportati insieme a lui, salvi per l’evacuazione a Mathausen, poi vissuti  92, 98, 81 anni; e Nicolò Sagi , arrestato a Fiume nel marzo 1944, insieme a madre, moglie e figlio Luigi,  deportato il mese dopo con madre e figlio dalla Risiera di San Saba – solo la moglie vi restò perché cattolica – e ucciso nel lager il 7 ottobre 1944 a 58 anni. Ecco il ricordo accorato del figlio  Luigi Sagi : “Lui era al crematorio IV. Una volta l’ho visto, papà, e quello fu un trauma. Mi chiamarono,  era a metà dell’estate, non so esattamente che giorno: papà aveva corrotto le SS, i Kapos e mi fu concesso di entrare nel blocco 13 per cinque minuti. E lì rividi mio padre. Mi abbracciò. Mi disse: ‘Abbi forza, non pensare a me perché io ho già passato una guerra, quindi io me la caverò. Tu cerca di risparmiare le forze. Tu pensa a te stesso. Fatti coraggio, resisti!’. E mi disse anche: ‘T’aiuterò’. E lo vidi piangere. L’incontro è durato non più di cinque minuti. Non l’ho mai più rivisto. Mi fece giungere di tanto in tanto delle monete d‘oro, poi naturalmente lui morì durante la rivolta del 7 ottobre”.

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Auschwitz, Deportati italiani e sloveni liberati, tra cui la triestina Cirilla Marc, febbraio-marzo 1945

Roberto Benigni in “La vita è bella” , sembra quasi evocare il finale del figlio salvo, anche se di età ben diversa, e il padre morto da martire nella rivolta contro i carnefici.

Altrettanto accorato il ricordo di Giacobbe Modiano, deportato da Rodi nell’estate del 1944, con  i figli Samuel di 14 anni e Lucia di 17 anni, stroncata dagli stenti, nel settembre si consegnò stremato all’infermeria del “Revier” dove fu “selezionato” e poi eliminato. Il figlio Samuel Modiano ne parla così, con riferimento alla morte della sorella che non resistette alle sofferenze del Lager: “Poco tempo dopo è toccato anche a mio papà, che era  un uomo forte, duro. Era un pezzo d’uomo e aveva un carattere forte, però non aveva accettato quella vita. Io e lui dormivamo nello stesso letto, uno vicino all’altro. Mi ricordo qualche carezza che mi faceva, qualche abbraccio, forse per darmi coraggio… poi s’è lasciato andare, non ha reagito come  avevo fatto io. Aveva rifiutato completamente di combattere, non voleva farsi accorgere. Ma io l’avevo capito. E poi non ha accettato la fine di mia sorella… poco tempo dopo se n’è andato”.

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Zbigniew Ofinowski, Marcia di evacuazione, da Auschwitz a 60 Km da Wroclaw, Slesia , Rubnik 1946

Una fine ugualmente dolorosa quella di Vanda Maestro, a soli 25 anni, evocata da Luciana Nissim, entrambe arrestate e deportate da Fossoli con Primo Levi, come abbiamo ricordato al termine del primo articolo citando la cartolina postale da loro firmata e spedita all’amica mentre il treno che li portava ad Auschwitz il 22 febbraio 1944 transitava per Bolzano: “La mia amica Vanda… Andavo a vederla ogni sera. Evidentemente. Vanda è stata una sommersa subito. Le si sono subito gonfiate le gambe, si trascinava a stento, non si lavava, mentre io mi lavavo tutti i giorni. Era un modo di mantenere un minimo di coerenza con se stessi. Era un modo per sopravvivere, sì”.

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Birkenau, Alcuni bambini sopravvissuti escono dalla baracca del BIIe, già “Zigeunerlager”, dopo la liberazione, tra i superstiti le sorelline italiane Andra e Tatiana Bucci, fine gennaio 1945

La situazione precipita: “Quando sono stata trasferita, in settembre, l’ho vista l’ultima volta. Era in un blocco di convalescenza. Me la ricordo tutta rattrappita, stesa per terra, stanca, malandata. Ha detto: ‘Fai bene ad andare via… se avrai una bambina, chiamala Vanda’”. Ed ecco la tragica conclusione: “M’han detto poi che un mese dopo l’hanno selezionata, ma che alcune amiche le hanno dato un sonnifero, così lei si è addormentata, è arrivata addormentata. Ho avuto una bambina che è nata morta. La bambina  che ho avuto si chiamava Vanda”. La Nissim, entrata dopo l’8 settembre nelle file della Resistenza, in un trasferimento verso un lager tedesco era riuscita a fuggire e a nascondersi  in un bosco fino all’arrivo degli americani, è morta a 79 anni.

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Birkenau, Corteo di casse con salme dopo la liberazione verso la fossa ad Auschwitz, 28 febbraio 1945

Conclusioni

E il lavoro? Raffrontiamo il motto all’ingresso di Auschwitz, “ Arbeit Macht Frei”, cioè “Il lavoro rende liberi”, alle parole di Ottaviano Danelon: “Chi moriva per primo? Quello che lavorava. Il lavoro era determinante per l’eliminazione”. E allo sfogo accorato di Luigi Sagi: “ Otto chilometri al giorno per andare  a lavorare, con quella minestra  schifosa, con la diarrea che avevamo, con la febbre tifoidea. Io mi chiedo ancora oggi come ho fatto a tirare avanti. E’ incredibile”.

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Birkenau, Deportati malati, dopo la liberazione vengono trasferiti all’ospedale
allestito nei blocchi dello Stammlager di Auschwitz, marzo 1945

Il sopravvissuto ha usato la parola “incredibile” per la propria resistenza. Ma va riferita a tutto l’orrore documentato nella mostra ed è un eufemismo, perché sembrerebbe inimmaginabile, anche al di là dell’incubo più cupo e allucinato, che tale orrore sia avvenuto. Eppure è avvenuto, e per questo potrebbe tornare. “Il sonno della ragione genera mostri”, è stato detto, e la ragione anche se  ora appare sveglia – e non dovunque – potrebbe riaddormentarsi. Questo verrà  evitato quanto più resterà viva la coscienza dei rischi che torni l’imbarbarimento delle coscienze sempre in agguato. Tanto più che non sempre la storia è maestra di vita, bisogna vigilare perché certe aberrazioni non si ripetano, e rievocarle ricostruendone le modalità criminali e disumane aiuta di certo a scongiurarle.

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Sopravvissuti ad Auschwitz alla frontiera tra Ungheria e Jugoslavia, a dx Paola Cencic, alla sua dx Polda Grunden, dietro loro la sorella di Paola, Rosa Cencic, l’altra sorella Amalia Cencis morta, a sin. Maria Rudolf ed Elena Jarc, agosto 1945

Quindi dobbiamo essere grati agli organizzatori della mostra al Museo della Shoah, ai ricercatori e curatori Sara Berger e Marcello Pezzetti per l’impegno costante nel documentare l’incredibile e l’inimmaginabile dando l’evidenza visiva  che dà sostanza all’ammonimento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”.

Lidia Maksimowics, dopo il bacio di Papa Francesco al tatuaggio 70072 impresso sulla sua schiena, ha lanciato questo appello alle nuove generazioni tramite Vatican News e la Radio Vaticana: “Nelle vostre giovani mani c’è il futuro del mondo. Ascoltate le mie parole, andate a visitare Auschwitz e Birkenau e facciate in modo che non torni mai più questa atrocità. Quella storia non deve più ripetersi”. Perchè, pur se incredibile e inimmaginabile, e aggiungiamo umanamente inconcepibile, “questo è stato”!

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Edoardo Finzi dopo la liberazione da Auschwitz, febbraio-marzo ’45
Se questo è un uomo….

Info

Fondazione Museo della Shoah, Casina dei Vailati,Via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì ore 10-13, sabato chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.68139598. Catalogo “Dall’Italia ad Auschwitz” di Sara Beger e Marcello Pezzetti, Gangemi Editore International, gennaio 2021, pp. 256, formato 17 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e notizie del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli: nel sito www.arteculturaoggi.com sulle mostre alla Casina dei Vailati il 28 ottobre, 2 novembre e 19 aprile 2017, al Vittoriano il 24 novembre 2013, 5 giugno 2014, 1° febbraio 2016; in cultura.inabruzzo.it, sulla cultura ebraica 22 agosto 2009 (l’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli – disponibili – saranno trasferiti su altro sito).

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Edoardo Finzi negli anni ’40, con la sua umanità intangibile
Questo è un uomo…

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Le immagini – tranne quella di chiusura – sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, la Fondazione Museo della Shoah che ce lo ha cortesemnte fornito, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Si sono alternate immagini d’epoca del lager con i disegni dei sopravvissuti, in un film dell’orrore, si riferiscono alla 4^ sezione della mostra. In apertura, Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 13 anni, nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018 dal presidente Sergio Mattarella, nella 1^ seduta della XVIII legislatura 23 marzo 2018; seguono, Birkenau. Ebree ungheresi, appena rapate, vestite male e immatricolate, pronte all’appello, luglio 1944, e Jerzy Potrzebowski, Deportati non abili trasferiti ai sottocampi con le camere a gas di Birkenau,1950; poi, Liliana Segre a 13 anni, poco prima della deportazione ad Auschwitz, 1943, e Jan Komski, Tempo di cena (Obiad) , Auschwitz, 1970-80; quindi, Birkenau, settore BII: Interno di una baracca, con le scritte (tipo “Il lavoro rende liberi”…) “L’onestà è la miglior moneta”, “Il parlare è d’argento, il tacere è d’oro”, “Un pidocchio la tua morte”, febbraio 1945, e M.M. (anonimo): Il blocco 12, “della morte”, con gli “incurabili” “selezionati”e uccisi, 1942-44, pastello; inoltre, Birkenau, settore BIa: Interno di una baracca “per la quarantena maschile”, con le fetide latrine, e Alfred Kantor, Scena di fame (Hungerszene), barile di zuppa, baracca BTb 1945; ancora, Auschwitz III (Monowitz), Kommando di lavoro, i deportati vanno verso le fabbriche della Buna, 1944, e Alfred Kantor, Appello dal primo mattino alla tarda notte, a Birkenau, 1945; continua, Birkenau, Deportati lavorano per costruire magazzini per le patate, 1943, e Mieczyslaw Koscielniak, Appello nel campo-madre, ad Auschwitz, 1972-73, olio su tela; prosegue, Auschwitz, Le officine siderurgiche Weichsel-Union-Metallwerke, dove lavorò anche Liliana Segre, e Naomi Judkowski, “Punizione durante l’appello”, in ginocchio, a mani alzate, prese a calci 1945; poi, Auschwitz, Deportati al lavoro nell’officina DAM (Deutsche Ausrustungswerke) gestita dalle SS, e Alfred Kantor, Punizione per l’accusa di “ladro di zuppa”, inferta da altri deportati 1945, disegno; quindi, Auschwitz III (Monoiwitz): Distribuzione della zuppa ai deportati che lavorano nella IG Farben, e Alfred Kantor, “Ragazze con le teste rasate nel campo delle donne. lavoro da uomini con il freddo con vestiti sottili“, 1945, disegno; inoltre, “Zentralsauna”, doccia dopo l’immatricolazione, questa volta acqua e non gas, e Birkenau, La “Zentralsauna” dopo la liberazione delle truppe sovietiche, 1945; ancora, Wladyslaw Siwek, Selezione di donne a Birkenau, Polonia 1945, acquerello su carta, e Auschwitz-Birkenau, Cadaveri di ex deportati trovati dinanzi alle baracche, febbraio 1945; continua, Janina Tollik, Il vestibolo della morte, cortile del blocco 25 del Frauenlager, con le deportate da eliminare perchè non sono più in grado di lavorare, e Kolin, Repubblica Ceca, Deportati evacuati su vagoni scoperti da Auschwitz verso i lager del Reich dinanzi all’avanzata dei sovietici, 24 gennaio 1945; prosegue, Naomi Judkowski, Infermeria (Revier), appello al matttino “Solo tre morte, le altre vivono ancora” 1945, e Birkenau, Carro con cadaveri in attesa di essere sepolti, febbraio 1945; poi, Naomi Judkowski, Evacuazione, da Auschwitz verso Breslavia il 18 gennaio 1945, a sin, viene ucciso sulla strada chi non riesce a tenere il passo, Varsavia 1945, e Mieczyslaw Koscielniak, Bruciatura di documenti il 18 gennaio 1945, Polonia 1972; quindi, Auschwitz, Deportati italiani e sloveni liberati, tra cui la triestina Cirilla Marc, febbraio-marzo 1945, e Zbigniew Ofinowski, Marcia di evacuazione, da Auschwitz a 60 Km da Wroclaw, Slesia , Rubnik 1946; inoltre, Birkenau, Alcuni bambini sopravvissuti escono dalla baracca del BIIe, già “Zigeunerlager”, dopo la liberazione, tra i superstiti le sorelline italiane Andra e Tatiana Bucci, fine gennaio 1945, e Birkenau, Corteo di casse con salme dopo la liberazione verso la fossa ad Auschwitz, 28 febbraio 1945; ancora, Birkenau, Deportati malati, dopo la liberazione vengono trasferiti all’ospedale allestito nei blocchi dello Stammlager di Auschwitz, marzo 1945; continua, Sopravvissuti ad Auschwitz alla frontiera tra Ungheria e Jugoslavia, a dx Paola Cencic, alla sua dx Polda Grunden, dietro loro la sorella di Paola, Rosa Cencic, l’altra sorella Amalia Cencis morta, a sin. Maria Rudolf ed Elena Jarc, agosto 1945; infine, Edoardo Finzi dopo la liberazione da Auschwitz, febbraio-marzo ’45. Se questo è un uomo…., e Edoardo Finzi negli anni ’40, con la sua umanità intangibilr. Questo è un uomo…; in chiusura, Il commiato tra Papa Francesco e Silvia Maksymowicz, dopo il bacio al tatuaggio di Auschwitz.

Il commiato tra Papa Francesco e Silvia Maksymowicz, dopo il bacio al tatuaggio di Auschwitz

Auschwitz-Birkenau, 1. Il calvario degli italiani deportati, alla Casina dei Vailati

Il bacio di Papa Francesco al braccio sinistro con il tatuaggio di Silvia Maksymowicz, polacca di origine bielorusse, deportata ad Auschwitz all’età di 3 anni con la madre, nell’udienza generale del 26 maggio 2021 in Vaticano, ha riportato tutti alla tragedia della Shoah. Silvia si è salvata ma non ha più trovato la mamma, è stata adottata, e quando l’ha ritrovata da adulta non ha lasciato la famiglia che l’aveva cresciuta, in una somma di sentimenti filiali. Porta tre regali al Papa, per “memoria” un fazzoletto con la P di Polonia, “per preghiera” un rosario con il ricordo del papa polaccoper “speranza” un dipinto con la madre sul cupo binario di Auschwitz-Birkenau. Apriamo così il nostro racconto della mostra che rievoca la via crucis degli italiani in quei luoghi di disumanità e di morte, come in un film in cui le immagini – fotografie reali e disegni angosciosi – sono più eloquenti delle parole.

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Papa Francesco bacia il tatuaggio di Auschwitz sul braccio di Silvia Maksymowicz, 26 maggio 2021

di Romano Maria Levante

La mostra “Dall’Italia ad Auschwitz”, inaugurata nel “giorno della memoria” il  21 gennaio 2021 a cura della Fondazione Museo della Shoah, che l’ha realizzata nel cuore del quartiere romano intorno al Portico d’Ottavia, la Casina dei Vailati, rievoca la deportazione degli italiani esponendo documenti e livide  immagini del lager, e anche moltissime fotografie nei momenti felici dei nostri connazionali deportati spesso in festosi gruppi di famiglia con l’accurata ricostruzione delle loro biografie. Non si tratta, dunque, della rievocazione impersonale di una tragedia, ne viene fuori una storia, personale e collettiva, quanto mai toccante. Curatori della mostra, come di quelle precedenti, e del Catalogo di Gangemi Editore,Sara Berger e Marcello Pezzetti.

Birkenau, Binario 3, a dx, treno con ungheresi, binario 2, a sin. treno già “ripulito”, maggio 1944

Il meritorio ciclo di mostre documentarie sulla inenarrabile tragedia epocale della Shoah  nella sua nuova tappa  analizza con la consueta accuratezza il tremendo itinerario “Dall’Italia ad Auschwitz”, esponendo i  risultati dell’approfondita ricerca che ne è alla base. E lo fa senza esprimere la forte  indignazione, anzi l’esecrazione e la rivolta dinanzi a tale orrendo crimine contro l’umanità con le parole di fuoco che meriterebbe, ma presentando i fatti nella loro evidenza con una documentazione  sconvolgente.

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Auschwitz,, Foto aerea,15^ US Army Air Force, 13 settembre 1944

Sono esposte le fotografie da album di famiglia dei singoli e di interi gruppi familiari non sopravvissuti, come quelle riprese nel lager e reperite per la mostra, fino a una ricca serie di disegni di sopravvissuti che riescono a sopperire all’assenza di immagini d’epoca, alcuni utilizzati come prove nei processi contro gli aguzzini, e ai ricordi  che fanno rivivere le terribili condizioni di vita dei deportati con le angosce di chi ne conosceva il tragico destino e le ingenue attese di chi ne era inconsapevole fuorviato dalla mistificante messa in scena.

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Tarnow, Cracovia, Primo treno con 758 deportati polacchi per Auschwitz, 14 giugno 1940

Dieci sono i temi e momenti  – che corrispondono ad altrettante sezioni nell’allestimento espositivo –  su cui si richiama l’attenzione del visitatore della mostra e del lettore dell’istruttivo Catalogo, a partire dalla descrizione del “Kl Auschwitz”, del quale si ricostruiscono le diverse fasi di un’utilizzazione sempre più criminale.

Il sistema “concentrazionario” Auschwitz-Birkenau

Si inizia con la 1^ parte di una storia che si dipana come un film dalla “suspence” crescente, “Il complesso di Auschwitz-Birkenau”, l’infernale sistema “concentrazionario” formato dal blocco iniziale e dall’aggiunta successiva di un campo di dimensioni molto maggiori e di tanti “sottocampi”.

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Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz. Un treno di deportati all’arrivo, 1940, disegno a tempera

“KL Auschwitz” è la prosecuzione e l’acme della vicenda dei lager tedeschi, “luoghi di detenzione” appositi realizzati dal 1933 per internarvi gli oppositori politici del nazismo, poi estesi a diverse categorie di “asociali”, in una prima fase senza alcun riferimento agli ebrei. Tali lager, alcuni tristemente noti quanto  Auschwitz – come Dacau, Mathausen, Buchenwald – e   i 3 “campi principali” Sachsenhausen, Flossenbug e Ravensbruck, sono entrati in funzione tra il 1933 e il 1939 in una escalation che li fa aggiungere via via mentre il numero di internati “normali”, che il 1° settembre 1939 era di 21.400, era più che raddoppiato in 53.000 a fine 1940.

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Auschwitz, Arrivo di prigioneri di guerra sovietici, autunno 1941

Questo in Germania, poi con l’occupazione della Polonia e l‘intento di “germanizzarla”  vi  furono realizzati campi di internamento, Auschwitz  fu il secondo, aperto il 27 aprile 1940 come campo base, “Stammlager”, ai confini dell’Alta Slesia annessa al Reich. L’intento era di internarvi i membri della resistenza, un mese e mezzo dopo ne arrivarono 728, tra cui alcune diecine di ebrei; in totale,  i non ebrei polacchi internati saranno 150.000, metà non sopravvisse, e 25.000 saranno i prigionieri non ebrei da altri paesi, soprattutto prigionieri di guerra sovietici.  Il campo assumerà varie funzioni nel tempo, di solo transito e di concentramento, lavoro all’interno o smistamento verso aziende,  fino a che la funzione principale diventerà di esecuzione e sterminio.

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Wladyslaw Siwek, Scavo delle fondamenta del blocco 15,1948, disegno a tempera

Nella primavera del 1941 con l’ “Aktion 14f13” prende avvio il criminale progetto di eliminare gli “inabili al lavoro” , l’attuazione inizia ad Auschwitz a luglio con 575 eliminati mediante il gas a Sonnesein perché nel campo non c’erano ancora le camere a gas realizzate a settembre per eliminare, in base al nuovo ”Aktion 14f14”, i prigionieri di guerra sovietici, erano 15.000.  Il complesso “Auschwitz I – Stammlager”  fu potenziato notevolmente aggiungendo al “campo base “ iniziale il campo molto più vasto “Auschwitz II – Birkenau”,  in una prima fase destinato ai prigionieri di guerra sovietici – vi sarà spostata la sezione femminile attivata nella primavera del 1942 – e “Auschwitz III –  Buna Monowitz”,  campo di lavoro per l’industria chimica IG Farben.

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Auschwitz, L’interno del campo,1944

Viene presentata la visione aerea, con nuove mappe assonometriche dell’architetto Peter Siebers, dalle 70 baracche circa del lager originario si passa alle 350 baracche che abbiamo contato nella pianta di Birkenau. Ci sono anche fotografie delle baracche e immagini di deportati, unite a disegni di internati realizzati anni dopo, con una visione  resa lucida dalla memoria di ciò che non si può dimenticare, e lascia l’angoscia nel cuore.

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Birkenau, Foto aerea ,15^ US Army Air Force, 31 maggio 1944

Con “Auschwitz- Birkenau. Lo sterminio sistematico” si comincia a delineare la Shoah: il grande campo di Birkenau fu destinato all’eliminazione degli ebrei appena i prigionieri di guerra sovietici, per i quali era stato progettato nel settembre 1941, furono portati a lavorare nella grande industria. Il 20 gennaio 1942  a Berlino, precisamente a Wannsee, si pianifica la sorte degli ebrei d’Europa, e Auschwitz viene scelta per l’ubicazione  strategica, con il nodo ferroviario e il notevole ampliamento in costruzione; due fattorie di contadini sono adibite a camere a gas (Bunker I e II), con sepoltura e cremazione.

Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz, vigilia di Natale 1940, dipinto a olio su tela

Nei mesi successivi gli ebrei vengono deportati a Birkenau da Slovacchia  e  Francia iniziando a marzo, da Polonia e Reich a  maggio, dall’Olanda a luglio, da Belgio e Croazia ad agosto, da Theresiendstat a ottobre, dalla Norvegia a dicembre; anche le strutture di internamento ed eliminazione di altre località sono attivate. Nel 1943 inizia lo “sterminio sistematico” in quattro giganteschi complessi con spogliatoi, camere a gas, e forni crematori, “Krematorium” da II a V, mentre arrivano a Birkenau ebrei dalla Grecia e dall’Italia; inoltre più  di 23 mila rom e sinti soprattutto dal Reich, vengono raccolti  in un settore speciale e messi a morte.

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Birkenau, Costruzione della Komandantur, 1944

Nell’anno che precede la fine della guerra, il 1944, si ha l’arrivo degli ebrei dall’Ungheria nella “Ungarn-Aktion” e da altre parti d’Europa, l’organizzatore è Adolf Eichman. Tranne gli ebrei dei ghetti polacchi, gli altri credono di andare in campi di lavoro, non pensano allo sterminio. La contabilità di Birkenau è agghiacciante: 1.110.000 internati, dei quali 850.000 uccisi, un’ecatombe! Le immagini iniziali della mostra documentano il campo, con piante, ricostruzioni e fotografie di alcuni momenti.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, primavera-estate 1944

La deportazione degli italiani

Ed ecco l’umanità calpestata e sfregiata nella 2^ parte, La deportazione ebraica e politica dall’Italia ad Auschwitz-Birkenau – I trasporti”: dai luoghi delle retate e del carcere per gli arrestati, ai convogli per le deportazioni fino alla destinazione; oltre alle notizie,  una galleria fotografica degli album di famiglia delle vittime nei momenti lieti, quando nessuno poteva pensare che degli innocenti fossero vittime della deportazione fino alla spietata eliminazion, spesso all’arrivo da un viaggio disastroso, follia nella follia.

Famiglia Gavijon, Roma: da sin., Susanna, Salvatore, la madre Rea Pardo , il padre Sabino, in prima fila, Leone,. Elia, Marco Mordo, unico sopravvissuto ulimo a destra David non deportato, Trieste, 1939

”La deportazione degli ebrei” italiani con l’intervento della nostra polizia inizia sei anni dopo le leggi razziali del 1938  alle quali seguì, nel 1940, l’internamento e non la deportazione, anzi nelle terre di occupazione le nostre autorità proteggevano gli ebrei non consegnandoli ai tedeschi. Era la polizia tedesca che faceva le retate, come quella del 16 ottobre 1943 a Roma; in Friuli-Venezia Giulia continuerà così, gli arrestati passeranno dal carcere di Trieste al campo di transito della Risiera di San Sabba, e di lì in treno ad Auschwitz, con gli ebrei viaggiavano i deportati “politici”, uomini e donne.

Elio Morpurgo, Udine, 1858-1944, senatore dal 1920, ucciso ad Auschvitz aprile 1944

Dopo l’istituzione della Repubblica di Salò –  seguita alla liberazione di Mussolini che era stato arrestato dal re Vittorio Emanuele III e tenuto prigioniero sul Gran Sasso e all’armistizio dell’8 settembre 1943 – la situazione degli ebrei in Italia cambiò radicalmente sulla spinta criminale dei tedeschi occupanti, non più alleati e anche vendicativi: l’Ordinanza del  30 novembre 1943  incaricò la polizia italiana di arrestare gli ebrei, portati prima nei campi provinciali e nelle carceri locali, e di lì  al campo di Fossoli nei pressi di Carpi  in provincia di Modena. La gestione di Fossoli passò ai tedeschi che organizzarono le deportazioni da febbraio ad agosto 1944, quando fu chiuso e la raccolta e il transito furono trasferiti al nuovo campo di Bolzano-Gries.

Famiglia Bondi, Roma: da sin., Benedetto, il padre Leone, Fiorella, Giuseppe, la madre Virginia Piperno,, 1939, deportati il 16 ottobre 1943 con altri 3 figli Elena, Anna, Umberto da 4 ad 11 anni, tutti uccisi all’arrivo a Birkenau il 23 ottobre

Sul viaggio in treno nei carri-bestiame,  Pio Angelo Rigo, catturato in uno scontro con i partigiani il 7 marzo 1944, vissuto fino a 89 anni, in “Il triangolo di Gliwice” così descrive il trasferimento da Auschwitz a Buchenwald dove sarà liberato tre mesi dopo nell’aprile 1945: “Stretti come acciughe, nei momenti di sbandamento dei carri, quelli che  erano al centro, stanchi e deboli, cadevano a terra senza riuscire a rialzarsi, rimanevano soffocati sotto i compagni”.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.- estate 1944, 2^ foto

Ecco la tragica contabilità: dall’Italia furono deportati ad Auschwitz 6.500 ebrei, “di questi 5.578 non fanno ritorno” è la cronaca secca quanto impietosa, sono sopravvissuti soltanto 922.  La retata con deportazione del 16 ottobre 1943 a Roma segnò lo spartiacque perché la “razzia” riguardò non solo gli uomini ma anche le donne e i bambini. Caduta così la maschera ai nazisti,  gli ebrei italiani cercarono rifugio soprattutto nei conventi e negli ospedali: ci furono anche dei delatori, ma molti privati li nascosero rischiando, altri ebrei espatriarono soprattutto in Svizzera o entrarono nella Resistenza. Ricordiamo che tra le forze di liberazione c’era anche una brigata ebraica.

Club Maccabi, Rodi: 3° da sin. Yosef Alcana, pres.idente, tutti deportati e uccisi ad Auschwitz, 1944

Abbiamo già accennato ai “politici” che seguirono la sorte degli ebrei, “La deportazione dei politici” è la successiva stazione della via crucis evocata dalla mostra. Il numero dei  “politici” italiani nel mirino si è moltiplicato dopo l’armistizio dell’8 settembre con l’occupazione dell’alleato divenuto nemico, e l’opposizione agli occupanti in tante forme fino alla resistenza armata. Venivano arrestati dalla polizia tedesca i renitenti alla leva e quelli ritenuti pericolosi per le azioni ostili svolte o che si sospettava svolgessero in modo clandestino, in un clima reso incandescente dagli scioperi operai e dalle varie forme di boicottaggio da parte della popolazione civile, fino alla resistenza armata dei partigiani sempre più numerosi per non cedere ai diktat dell’occupante.

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Famiglia Hasson, Rodi: Nissim con moglie Rachele e figli Fany. Bellina, Fortunata. Haim , solo Bellina sopravvive ad Auschwitz

Di qui le ricorrenti retate e gli arresti spesso per motivi banali come il non rispetto del coprifuoco, o più seri come la borsanera, che comunque non giustificavano il fatto di chiamarli “politici”. Per tutti, in modo indiscriminato, l’arresto e un primo passaggio nelle carceri locali, a disposizione anche della polizia tedesca; poi, almeno una parte nei campi di transito di Fossoli, Bolzano, Risiera di San Sabba per la deportazione nei lager, Auschwitz e gli altri, come i già citati Buchenwald, Dachau, Mathausen. Furono un centinaio i trasporti ferroviari dall’Italia verso quelle destinazioni di sofferenza e di morte.

Guido Passigli con la moglie Virgina Coen, Roma, deportati
il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo ad Auschwitz

Si ricorda la deportazione ad Auschwitz come “politici” di 1.000 donne del Friuli-Venezia Giulia, croate e slave impegnate nella resistenza e di 40 donne scioperanti in Lombardia; 52 uomini giunti da aprile a luglio 1944 e 169  nel dicembre 1944 come “lavoratori specializzati” per smantellare il campo, venivano da altri lager. I deportati italiani “politici” non ebrei sono stati 1.300, donne e uomini, 281 non sono tornati, quota ben minore degli ebrei destinati all’eliminazione totale.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 3^ foto

Nella mostra questo viene documentato in una galleria di volti, figure e gruppi familiari felici – ne abbiamo contato almeno un centinaio – con struggenti lettere, e con le carte dell’ottusa burocrazia nazista, elenchi su elenchi, registrazioni, veri e o propri editti: un contrappunto raggelante tra l’umanità di quei volti sorridenti, di quelle figure dignitose, di quei gruppi uniti nell’affetto, e la bieca disumanità dei nazisti.

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Famiglia Mustacchi, Trieste: Daniele, la moglie Allegra Belleli, i figli Salomone, Rachele, Marco,
Rachele è l’unica sopravvissuta ad Auschwitz

Lo sterminio degli ebrei italiani deportati

Ma è solo la premessa, dopo l’inquadramento sul lager e le deportazioni, già il titolo della 3^ parte, “Auschwitz-Birkenau. Lo sterminio degli ebrei deportati dall’Italia”, evoca l’orrore.

“La ‘selezione iniziale’ . La tragica scelta di chi viene ucciso all’arrivo”  è la fase che segue  quella già descritta dei “trasporti”, all’orrore si aggiunge l’incredulità tanto è infame: dopo il lungo e tormentato viaggio nei carri-bestiame accatastati oltre il limite della sopportazione umana, avveniva  l’eliminazione immediata di quelli ritenuti non utilizzabili nel lavoro coatto: e ne venivano eliminati i due terzi! Con l’aggravante che coloro i quali superavano la “selezione”, se ebrei, sarebbero stati eliminati quando non più utili per il lavoro, così le mamme e i bambini, i deboli e quelli ritenuti troppo anziani, anche se avevano superato solo i 40-45 anni.

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Famiglia Sonnino, Roma, Ida con i figli Samuel Sandro e Mara Cesira, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo a Birkenau con il piccolo Mario, 2 anni, non in foto

Questa folle “selezione” si è svolta per due anni – dalla primavera del 1942 a quella del 1944 –  su una banchina a 800 metri  dal campo di Birkenau: nella follia burocratica aggiunta a quella criminale, veniva definita dai medici, che rinnegavano platealmente il giuramento di Ippocrate,  “servizio sulla Rampa”, la “Judenrampe”; poi, con l’intensificarsi delle deportazioni, fu prolungata la linea ferroviaria per svolgere la selezione all’interno nella nuova “Bahnrampe”. Gli oltre 1.000 ebrei della retata a Roma del 16 ottobre 1943 giunsero il 23 ottobre  e furono “selezionati” sulla “Judenrampe” dal medico tristemente noto, Josef Mengele, e da altri operatori e guardie; sulla “Bahnrampe” il primo trasporto dall’Italia approdò il 23 maggio proveniente da Fossoli.

Famiglia Szòrényi, Fiume: Adolfo con la moglie Vittoria Pick, e i figli Alessandro, Daisy, le figlie da sin. Lea, Arianna, Rosetta, deportati da Risiera di San Saba il 25 giugno 1944, tutti uccisi ad Auschwitz

Gli internati ebrei venivano impiegati anche nei compiti complementari all’infame selezione, dall’ordine e la pulizia della rampa e dei vagoni alla collocazione degli oggetti personali nella “Kanada”, il settore a questo dedicato. Aumentarono da 150 a 700 con l’arrivo degli ebrei ungheresi, tra loro c’erano sei italiani tra cui Nedo Fiano, che sopravvisse, è scomparso nel 2020 a 95 anni. Ci fu anche un arrivo di deportati ebrei dalla Città del Vaticano, “ricevuti” addirittura dal comandante del campo, Rudolf Hoss, per uno sfregio al Papa? La “selezione” era drammatica perché i due terzi degli ebrei deportati venivano eliminati all’arrivo, così per gli italiani fino ad aprile  1944 quando tale percentuale di morte scende, si fa per dire, al 70%  e poi al 60%.

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M.M. (firma), Brrkenau, “Selezione” ebrei deportati sulla Judnramp, 1942-44, disegno a matita-pastello

Dalla “Jundenrampe”, dove si “selezionava” fino alla primavera del 1944, gli ebrei da “eliminare” erano portati sui camion nei luoghi di sterminio; in seguito, dalla “Bahnrampe” dovevano percorrere a piedi un paio di chilometri. Pure a piedi si muovevano quelli  da avviare al lavoro, per raggiungere i luoghi dove venivano immatricolati, le “Saune”, poi li portavano negli alloggi soprattutto a Birkenau. Trattamento ben diverso per i “non ebrei”, i “politici” e i provenienti da altri lager, che non subivano nessuna selezione; e per i “misti”, non di “pura razza ebraica”, o con un matrimonio “misto”, che invece di  essere eliminati, come gli ebrei, se  anziani deboli e bambini, sono accolti nel campo.

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Birkenau, Un Kommando di donne nell'”Effectenlager Kanada II, agosto 1944

Deportati con gli stessi treni e negli stessi vagoni degli ebrei, ma non sono veri ebrei! Le fotografie sulla “selezione” all’arrivo di treni sono impressionanti, così  i volti sorridenti di quelli “selezionati” per la morte,  bambini e donne felici nelle foto dell’album di famiglia scattate e raccolte prima del diluvio….

Dalla “selezione” mortale a “Lo sterminio di massa degli ebrei nelle camere a gas”, il dramma raggiunge l’acme, l’emozione nel rievocarlo il diapason. Le immagini esposte sono agghiaccianti, come i disegni  dei sopravvissuti, con i corpi nudi di donne e bambini nello spogliatoio prima della camera a gas,  e i corpi sempre nudi da Giudizio universale nel “Krematorium” con la fossa comune. Le fotografie  del “Krematorium” e del “Bunker” hanno un sapore sinistro, mentre quelle delle donne ebree ungheresi riprese nel cortile dell’edificio di morte con le teste coperte di panno nero, nella loro serietà e dignità di moriture, sono la nobile espressione di una toccante umanità.  

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Auschwitz, Lavori pr l’edificio dell’immatricolazione dei deportati, inverno 1943-44

I 4 “Krematorium”, con i numeri romani da II  a V, avevano un aspetto esteriore inoffensivo, se così si può definire, il II e III in mattoni rossi , il IV  e V addirittura situato in un bosco di betulle dove gli ebrei da eliminare, inconsapevoli, venivano invitati a “rilassarsi”, per poi “entrare in doccia” riposati, senza sapere che li aspettava il riposo della morte. Neppure all’interno degli edifici si  potevano vedere le installazioni mortali.

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Birkenau, Krematorium IV, a sin. le camere a gas, a dx i forni, aprile 1943

C’erano differenze tra un edificio e l’altro, ma per tutti si può dire che entravano in un grande spogliatoio, addirittura con appendiabiti numerati, una sorta di beffa, nel III e IV venivano fatti spogliare anche nel bosco; poi andavano in locali vastissimi, la “Gaskammer” con le false docce, nel II e III in un salone che poteva contenere 1.500 persone, nel III e IV in tre sale per 1.200 persone; nell’atrio del II e III un montacarichi nascosto  da una tenda per portare i cadaveri al piano superiore, quando il numero  era tanto elevato da superare la possibilità di smaltimento dei corpi nel “Krematorium”, si bruciavano in fosse all’aperto.

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Jam Komski, “Fucilazione”, 1941

Il gas “Zyclon B”, acido cianidrico che si sprigiona con i cristalli all’aria e provoca la morte respirato a 27°, era immesso dal tetto in colonne con le griglie mascherate come fossero colonne portanti. Nel II  e III, 5 forni  a 3 muffole con un camino alto 20 metri; nel IV e V 2 serie di forni a 5 muffole con due camini alti 17 metri.  

Tra maggio e giugno 1944, per l’alto numero di arrivi e relative eliminazioni, fu riattivata la camera a gas del  “Bunker 2”, originariamente una fattoria, quindi anch’essa dall’aspetto inoffensivo.  Gli internati ebrei del “SonderKommando” provvedevano ai cadaveri e alla manutenzione del complesso, erano quasi 900 nell’estate 1944 di cui 5 italiani, Nicolò Sagi, due fratelli Venezia, due fratelli Gabba loro cugini, nel gennaio 1945 riescono a entrare tra gli internati portati a Mathausen, sono liberati nel maggio 1945 e vanno negli Stati Uniti.

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Birkenau, Ebree ungheresi con bambini verso le camere a gas, dietro c’è il Krematorium. maggio 1944

“Lo smistamento dei beni e il saccheggio delle vittime” è un corollario apparentemente scontato, povera cosa rispetto alle camere a gas, invece anche con l’evidenza visiva accresce quell’orrore.  C’è una conferma della burocrazia maniacale dei nazisti nell’accanimento classificatorio e ordinatorio di quanto era “confiscato” appartenendo alle vittime, di entità rilevante dato il loro grande  numero, sebbene potessero portare la minima parte di effetti personali nella deportazione; con relativa immonda speculazione economica su tali beni.

Vi erano dedicati settori appositi,  gli “Effectenlager” – suona come i lager degli… effetti personali –  definiti “Kanada”, il primo di 7 baracche ad Auschwitz I, il secondo di 30 baracche a Birkenau, sinistramente ubicato a fianco del “Krematorium” IV. E una serie di disposizioni ben precise sull’uso della “refurtiva dei ladri”, la demenziale oltre che criminale ultima offesa alle vittime.

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David Olère, Lo spogliatoio del Krematorium III, nude prima della camera a gas, 1946

Alle operazioni di censimento, classificazione, sistemazione e stoccaggio delle povere cose negli “Effektenlager” erano adibiti 1.000 internati tra cui sono stati identificati 12 italiani,  Nedo Fiano e due nomi  ben noti  nel commercio a Roma, Di Veroli e Calò, oltre a due donne, Ida e Stella Macheria.

Ma quali erano questi beni  così copiosi da richiedere un’apposita organizzazione per gestirli? Dalle valigie e dagli zaini alla biancheria di tutti i tipi compresi i piumini, dagli articoli di abbigliamento, come vestiti, pantaloni e scarpe, fino alle pellicce, ad altri oggetti personali, come pettini e occhiali, ombrelli e sciarpe, penne e rasoi, gioielli e orologi, quelli d’oro finivano alle SS. Venivano prelevati dai cadaveri i denti d’oro, destinati alla Reichsbank; dalle rasature delle donne i loro capelli.  C’erano precise quotazioni in una specie di mercato clandestino opera delle SS, 3 marchi per i pantaloni maschili, 6 marchi per una coperta di lana. Nell’imminenza dell’arrivo delle truppe russe questi depositi furono bruciati come altre prove dello sterminio, ma si salvò molto materiale: feriscono le immagini delle molte migliaia di scarpe, anche da bambino.

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Enrico Morpurgo, dopo la liberazione: nato nel 1891, deportato nell’agosto 1944

Ed ecco il ricordo di Ida Macheria, deportata con la sorella Stella da Trieste nel dicembre 1943, poi trasferita  a Ravensbuk, liberate entrambe dopo l’evacuazione: “Il Kommando era composto da trecento ragazze, avevamo tutte il fazzoletto rosso. I capannoni di legno erano pieni zeppi  di roba, montagne, c’erano le grazie di Dio. C’era un capannone solo di coperte, di piumoni, uno di scarpe, uno di valigie, di portafogli, di fotografie. C’erano anche le carrozzelle degli invalidi, gli occhiali, sì, tutto ammucchiato. C’era una grande organizzazione. Su dei tavoli bisognava piegarli e sistemarli: si facevano pacchetti da dieci, venti camicie, venti vestiti, venti blusette, venti gonne,  e poi si legavano con lo spaghetto perché partivano per la Germania. Arrivavano anche gli stracci, soprattutto per i trasporti dai ghetti. Allora quelli erano per i lager. Noi andavamo anche  a prendere la roba ai treni”.

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David Olère, Gli uccisi nelle camere a gas immessi nei forni del Krematorium III, 1945

Qualcosa di maniacale appare evidente in questa cura nel conservare e classificare la “roba” dei deportati destinati all’eliminazione nella follia criminale della “soluzione finale”; e qualcosa di inumano nel plateale  rovesciamento di ogni principio e di ogni valore in quella che in una mostra precedente sulla Shoah a Roma fu chiamata “l’infamia tedesca”.

Primo Levi: “Meditate che questo è stato”

Vediamo esposta la carta d’identità di Primo Levi, e una cartolina postale che riuscì a  mandare all’amica Bianca  Guidetti Serra il  23 febbraio 1944, dalla stazione di Bolzano durante il viaggio della deportazione – c’è scritto “Impostare, per favore” quindi fu affidata a qualcuno di nascosto durante la sosta – a firma “Primo, Vanda,  Luciana”, si tratta di Vanda  Maestro e Luciana Nissin deportate con lui. Al termine del nostro percorso nella mostra riporteremo lo struggente racconto della Nissin, con altri toccanti ricordi. 

David Olère, “SS supervisionano la morte col gas, bunker 2”, 1960-80

Avendo citato Primo Levi, ecco  la dedica che apre il suo libro più celebre, “Se questo è un uomo”: “Voi che vivete sicuri/ Nelle vostre tiepide case/ Voi che trovate tornando a sera/ Il cibo caldo e visi amici:/ Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un sì o per un no/ Considerate se questa è una donna/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo./ Meditate che questo è stato:/ Vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ Stando in casa andando per via,/ Coricandovi alzandovi,/ Ripetetele ai vostri figli”.

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Auschwitz-Birkenau, Occhiali degli ebrei deportati e uccisi, trovati dai sovietici, 1945

Riportiamo anche le parole ammonitrici della Prefazione: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente, si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

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Arianna Szorenyi, La morte a Birkenau, 1948, disegno della bambina nell’orfanotrofio

Tutto è stato documentato meritoriamente dalla Fondazione della Shoah nel lungo ciclo di mostre degli ultimi anni con la minuziosa ricostruzione dei fatti, rievocati con assoluto rigore. Anche questa volta l’ammonimento finale emerge dal racconto secco ed essenziale  che lascia parlare l’evidenza con la forza incontestabile della realtà: al valore storico si unisce l’importanza sul piano educativo e formativo per le giovani generazioni che non potrebbero immaginare come possa determinarsi una simile infamia, incredibile eppure putroppo vera.

A presto la parte “Ad Auschwitz-Birkenau. Vita e lavoro”, con  i ricordi dei deportati sopravvissuti che hanno rievocato la loro terribile esperienza. “All’Inferno e ritorno” per pochi di loro, per gli altri il martirio che assume la luce fulgida dell’eroismo nel nome dell’umanità ferita  a morte.    

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David Olère, Capelli tagliati e denti d’oro asportati nella camera a gas del Krematorium III, 1946

Info

Casina dei Vailati, della Fondazione Museo della Shoah, Via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì ore 10-13, sabato chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.68139598. Catalogo “Dall’Italia ad Auschwitz” di Sara Beger e Marcello Pezzetti, Gangemi Editore International, gennaio 2021, pp. 256, formato 17 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e notizie del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli: nel sito www.arteculturaoggi.com sulle mostre alla Casina dei Vailati il 28 ottobre, 2 novembre e 19 aprile 2017, al Vittoriano il 24  novembre 2013, 5 giugno 2014, 1° febbraio 2016; in cultura.inabruzzo.it, sulla cultura ebraica 22 agosto 2009 (l’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli – disponibili – saranno trasferiti su altro sito.

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Alfred Kantor, Cadaveri scaricati nella fossa comune, Deggendorf 1045

Foto

Le immagini, tranne quella in apertura, sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, la Fondazione Museo della Shoah che ce lo ha cortesemente fornito, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Per lo più si sono alternate immagini d’epoca del Lager con i disegni dei sopravvissuti, in un film dell’orrore, seguendo l’ordine di citazione nel testo delle varie fasi. In apertura, Papa Francesco bacia il tatuaggio di Auschwitz sul braccio di Silvia Maksymowicz, 26 maggio 2021; seguono, Binario 3, a dx, treno con deportati unheresi, binario 2, a sin. treno già “ripulito” maggio 1944, e Auschwitz, foto aerea, 15^ US Army Air Force, 15 settembre 1944; poi, Tarnow, Cracovia, Primo treno con 758 deportati polacchi per Auschwitz, 14 giugno 1940, e Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz. Un treno di deportati all’arrivo, 1940, disegno a tempera; quindi, Auschwitz, Arrivo di prigioneri di guerra sovietici, autunno 1941, e Wladyslaw Siwek, Scavo delle fondamenta del blocco 15,1948, disegno a tempera; inoltre, Auschwitz, L’interno del campo 1944, e Birkenau, Foto aerea, 15^ US Army Air Force, 31 maggio 1944; ancora, Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz, vigilia di Natale 1940, dipinto a olio su tela, e Birkenau, Costruzione della Komandantur 1944; continua, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, primavera-estate 1944, e Famiglia Gavijon, Roma: da sin., Susanna, Salvatore, la madre Rea Pardo , il padre Sabino, in prima fila, Leone, Elia, Marco Mordo, unico sopravvissuto ulimo a destra David non deportato, Trieste 1939; prosegue, Elio Morpurgo, Udine, 1858-1944, senatore dal 1920, ucciso ad Auschvitz aprile 1944, e Famiglia Bondi, Roma: da sin., Benedetto, il padre Leone, Fiorella, Giuseppe, la madre Virginia Piperno, 1939, deportati il 16 ottobre 1943 con altri 3 figli Elena, Anna, Umberto da 4 ad 11 anni , tutti uccisi all’arrivo a Birkenau il 23 ottobre; poi, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 2^ foto, e Club Maccabi, Rodi: 3° da sin. Yosef Alcana, presidente, tutti deportati e uccisi ad Auschwitz, 1944; quindi, Famiglia Hasson, Rodi: Nissim con moglie Rachele e figli Fany. Bellina, Fortunata. Haim , solo Bellina sopravvive ad Auschwitz, e Guido Passigli con la moglie Virgina Coen, Roma, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo ad Auschwitz; inoltre, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 3^ foto, e Famiglia Mustacchi, Trieste: Daniele, la moglie Allegra Belleli, i figli Salomone, Rachele, Marco, Rachele è l’unica sopravvissuta ad Auschwitz; ancora, Famiglia Sonnino, Roma, Ida con i figli Samuel Sandro e Mara Cesira, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo a Birkenau con il piccolo Mario, 2 anni, non in foto, e Famiglia Szòrényi, Fiume: Adolfo con la moglie Vittoria Pick, e i figli Alessandro, Daisy, le figlie da sin. Lea, Arianna, Rosetta, deportati da Risiera di San Sabba il 25 giugno 1944, tutti uccisi ad Auschwitz; continua, M.M. (firma), Brrkenau, “selezione” ebrei deportati sulla Judnramp 1942-44, disegno a matita-pastello, e Birkenau, Un Kommando di donne nell'”Effectenlager Kanada II, agosto 1944; prosegue, Auschwitz, Lavori per l’edificio dell’immatricolazione dei deportati, inverno 1943-44, e Birkenau, Krematorium IV, a sin. le camere a gas, a dx i forni, aprile 1943; poi, Jam Komski, “Fucilazione” 1941, e Birkenau, Ebree ungheresi con bambini verso le camere a gas, dietro c’è il Krematorium, maggio 1944; quindi, David Olère, Lo spogliatoio del Krematorium III, nude prima della camera a gas 1946, ed Enrico Morpurgo, dopo la liberazione: nato nel 1891, deportato nell’agosto 1944; inoltre, David Olère, Gli uccisi nelle camere a gas immessi nei forni del Krematorium III 1945, e “SS supervisionano la morte col gas, bunker 2” 1960-80; ancora, Auschwitz-Birkenau, Occhiali degli ebrei deportati e uccisi, trovati dai sovietici 1945, e Arianna Szorenyi, La morte a Birkenau 1948, disegno della bambina nell’orfanotrofio; continua, David Olère, Capelli tagliati e denti d’oro asportati nella camera a gas del Krematorium III 1946, e Alfred Kantor, Cadaveri scaricati nella fossa comune, Deggendorf 1945; in chiusura, David Olère, Le fasi dell’elinimazione, dall’attesa, alla morte in camera a gas, all’asportazione di capelli e denti d’oro, 1960-80, in alto a dx l’autore, componente del “Sonderkommando”, con il proprio numero di matricola, mentre scarica i morti in una bolgia infernale..

David Olère, Le fasi dell’elinimazione, dall’attesa, alla morte in camera a gas, all’asportazione di capelli e denti d’oro, 1960-80, in alto a dx l’autore,
componente del “Sonderkommando”, con il proprio numero di matricola, mentre scarica i morti in una bolgia infernale