Gian Luca Rocco, dolente elegia filiale ammonitrice sul Covid

di Romano Maria Levante

Nei giorni in cui ferve il dibattito sulla maggiore o minore incidenza delle restrizioni nelle festività natalizie, la dolente elegia del giornalista Gian Luca Rocco in morte del padre Gian Luigi, apprezzato psichiatra forense ghermito dal Covid a 71 anni, richiama alla meditazione, oltre all’omaggio commosso e alla partecipazione più sentita al suo dolore che diventa dolore di tutti. Dalla meditazione dovrebbe scaturire una ragionevolezza che sembra svanita in molti, mentre mai come in questo caso può essere salvifica.

Gian Luca Rocco con il padre Gian Luigi

L’elegia in prosa del collega Rocco risplende come una meteora luminosa nel buio della ragione che fa allentare il divieto di spostamento tra regioni e comuni – e vorremmo anche nel loro ambito – nei giorni fatidici di Natale e Capodanno per visitare genitori, nonni e persone anziane in modo da non lasciarle sole nelle festività dedicate agli affetti familiari; e soprattutto sta creando un clima nel quale chi pensa di non andare a trovare genitori e nonni per il “principio di precauzione” viene considerato ingrato senza cuore.

Ma è affetto sottoporre le persone fragili per età o patologie a un rischio che può essere mortale ed è comunque drammatico nelle forme gravi anche se non letali, a stare ai racconti dei sopravvissuti? E anche se il clima del Natale o dell’ultimo dell’anno può far prevalere al momento l’affetto sulla precauzione, subito dopo il congedo, con i saluti che culminano negli abbracci, non verrà il tarlo del timore per l’eventuale contagio che toglierà serenità sia all’anziano oggetto dell’affetto, sia ai più giovani che lo hanno nanifestato e non li lascerà nei giorni della pur improbabile ma non impossibile incubazione? E vale più la gioia di un abbraccio momentaneo oppure l’ansia successiva prolungata per giorni del pssibile contagio?

Il dottor Gian Luigi Rocco non si è sottoposto volutamente ad alcun rischio di questo tipo, non avrebbe voluto l’abbraccio del figlio nelle prossime festività, stava molto attento; ma per serietà professionale ha dovuto continuare a frequentare il tribunale come psichiatra forense di alto livello; e il tribunale è stato definito da Giulia Bongiorno – che pur attentissima nella vita personale pensa di esservi stata contagiata dal virus – una delle “zone franche in cui è impossibile difendersi” pur adottando tutte le precauzioni personali.

Sono “zone franche in cui è impossibile difendersi” anche i pranzi natalizi e i cenoni di Capodanno nell’ambito familiare se oltre ai conviventi si aggiungono presenze venute da fuori, sia dello stesso o di altro comune, siano o no aree a maggiore carica epidemica. E la possibilità di ammettervi i familiari più stretti, figli e nipoti, non è dare una “licenza di contagiare”, per non dire peggio, proprio a chi dovrebbe sentirsi ancora più protettivo verso chi è esposto? La ragionevolezza singola dovrebbe sopperire a questa sorta di impazzimento collettivo che rischia di fare dei giorni dedicati alla famiglia una temibile “livella”, ad opera di coloro che alla famiglia sono più legati, le cui vittime sarebbero i loro cari, e non basta fare gli scongiuri. Come ci si può proteggere con i distanziamenti e le mascherine nel pranzo di Natale e nel cenone di fine anno? E anche se fosse possibile, si esprimono così gli affetti familiari senza abbracci nè contatti? Non è meglio manifestare l’affetto a distanza nei vari modi consentiti, fino a una telefonata calda e affettuosa? Accompagnata da un regalo: l’assenza per non far correre un rischio evitable a chi è fragile ed esposto.

Ieri sera – su “La 7” nella trasmissione televisiva “Piazza Pulita” – lo scrittore Stefano Massini ha dedicato la sua settimanale allocuzione televisiva allo “spazio delle emozioni”, sottolineando da par suo come sono mortificate in questo momento critico fino a portare un uomo a sfogarsi di un litigio familiare percorrendo 400 Km a piedi e una donna andando a piangere in modo sommesso in garage per non farne accorgere le proprie bambine. “Stiamo contenendo le emozioni, le freniamo, le blocchiamo come la nostra vita sociale bloccata dal Dpcm. Ma dove ci porterà tutto questo?” Noi che ne abbiamo condiviso spesso le perorazioni, questa volta dobbiamo dare una risposta diversa dalla sua, che ritenendo le emozioni incontenibili spinge di fatto ad allentare restrizioni e cautele. E la troviamo nella appassionata perorazione di Rocco che ha voluto condividere le sue emozioni nate dalla più triste tragedia personale per lanciare un ammonimento.

Riporteremo le sue parole di alto valore umano e civile al termine di questa nostra breve nota introduttiva al suo ricordo espresso in un prosa, ma ispirata e poetica come un’elegia. Intanto vorremmo fare alcune semplici considerazioni. La prima è che tanta preoccupazione per le emozioni “bloccate” non considera che i blocchi in qualche misura deprecati ne hanno “bloccate” ben altre, quelle che ha dovuto patire Rocco nella tragedia della scomparsa del padre. E ben per Massini se ha avuto il virus nella forma più lieve e se l’è cavata in un mese di isolamento da asintomatico, con queste sensazioni declinate all’annuncio: “Ho il Covid: incertezza, attesa e solitudine sono i sentimenti prevalenti”. “Beato lui” – diranno Rocco e i tanti altri colpiti dalla sconvolgentre tragedialui – per questo Massini amplifica le difficoltà della “nostra vita sociale bloccata dal Dpcm” e sottovaluta indirettamente tutto il resto che non ci sentiamo neppure di rievocare.

Ma non viene considerato un altro aspetto, ed è qui la nostra seconda considerazione: il fatto che non si tratta di una condizione permanente, assolutamente insopportabile nella sua persistenza indefinita, cosa che potrebbe portare ad assumere dei rischi altrimenti evitati volentieri se fosse solo temporanea. Ebbene, la perorazione di Massini viene paradossalmente proprio dopo l’annuncio ufficiale – che segue le recenti anticipazioni sui vaccini in via di approvazione – del programma delle vaccinazioni contro il Coronavirus che iniziarebbero poco dopo la fine dei “blocchi” antifestività natalizie e di fine anno. Quindi i contagi ai familiari più cari che si potrebbero diffondere per non “bloccare la vita sociale” e non “contenere le emozioni” natalizie e di fine anno si manifesterebbero nei giorni in cui presumibilmente si comincerà a festaggiare l’uscita dal tunnel verso l’immunità. Torna in mente il finale di “All’Ovest niente di nuovo” con il protagonista colpito da una pallottola all’annuncio festoso della fine della guerra, incautamente si era spinto oltre il bordo della trincea. Chi vorrà fare la stessa fine? L’augurio è che siano pochi, speriamo nessuno.

Si dirà che la solennità natalizia può giustificare questo ed altro, è una ricorrenza sacra legata a una tradizione così radicata che ne ha fatto anche una solennità civile, mentre il fine anno ha il fascino connaturato con il passaggio al futuro con tutte le sue aspettative; di qui i festeggiamenti irrinunciabili. Ne conveniamo, ma in tempo di guerra non ci si è mai sognati di porsi problemi del genere, e il Natale lo si è festeggiato come si poteva, a distanza, con i poveri mezzi di allora, ora moltiplicati a dismisura, del resto si è sempre detto che questa è una guerra, sia pure asimmetrica contro un nemico invisibile. E se l’arma di difesa personale e di offesa al virus è evitare simili situazioni rischiose perchè non utilizzarla fino in fondo? Tanto più che, pur con il rispetto per la tempistica radicata nel costume e nella coscienza di tutti, la ricorrenza non è legata a un evento non ripetibile, al quale non si può mancare di assistere nel momento stesso, come alle apparizioni religiose e ai fenomeni naturali, quali le comete, le eclissi e altri analoghi.

I festeggiamenti con le famiglie riunite “in presenza”, quanto più allargate e affettuose, si possono benissimo rinviare al momento in cui i convenuti e convitati non faranno più correre gravi rischi ai più fragili di loro, e questo momento si intravvede in una prospettiva ravvicinata, i mesi si contano sulle dita di una mano, e neppure tutte. Questo non vuol dire ignorare la ricorrenza tradizionale, tutt’altro, ma viverla in modo diverso e anche intenso: come la “didattica a distanza” il “Natale e il Capodanno a distanza” facendo sentire la presenza in uno dei vari modi virtuali che oggi vivaddio sono possibili. La stessa Chiesa nella sua saggezza millenaria non si è trincerata sulla mezzanotte per la Messa natalizia ma l’ha anticipata di quattro ore proprio perchè l’ora della nascita del Bambino è una convezione per quanto radicata e sempre seguita. E se fosse stata annullata come è avvenuto per tutte le messe nel “lockdown” totale, sarebbe bastato ai fedeli assistere in televisione alla messa del papa nella Basilica di San Pietro, come già avvenuto nei mesi scorsi.

Il procuratore di Genova Francesco Cozzi ha così commentato la morte del compianto Gian Luigi Rocco: “Le persone morte di Covid non sono numeri. Vorrei ricordare questo bravo, grande medico, impegnato come tantissimi suoi colleghi nella professione medica, nel momento in cui si levano preoccupazioni e proteste più sui mancati festeggiamenti per le prossime festività che sulle cautele dirette a contenere la strage che ogni giorno si consuma a causa del Covid”. E ieri si è avuto il record dei decessi in Italia, quasi 1.000 in 24 ore. Abbiamo letto il commento del procuratore dopo aver scritto la nostra nota, precisiamo solo che le cautele di cui parla il dott. Cozzi sono quelle che “bloccano la nostra vita sociale”, per cui doverosamente e maggiormente dovrebbero e devono “bloccarla” in queste festività per i motivi anzidetti.

Ma lasciamo la parola a Gian Luca Rocco, per le sue conclusioni – che seguono con le sue evidenziazioni – prima di riprodurre interamente quella da noi definita “dolente elegia filiale ammonitrice sul Covid 19”:

Però se anche una sola persona che leggerà queste righe, da oggi starà un po’ più attenta, si renderà conto, magari conoscendomi direttamente, che questa malattia esiste e colpisce duro, è spietata con una certa categoria di persone, beh, la sua morte sarà servita a qualcosa in più che riempire una casella di una inutile statistica” . Ed ecco, riportate di seguito, “queste righe” che invita a leggere, con il loro titolo.

di Gian Luca Rocco

“Mio padre senza Covid avrebbe vissuto altri  20 anni. E c’è chi pensa al Natale e allo sci”

Il nostro collega Gian Luca Rocco ricorda così il padre, uno delle 993 vittime di ieri: “Non auguro a nessuno un mese come il nostro. Una discesa allʼinferno senza nessun appiglio al quale aggrapparsi”

Uso questa foto perché è sfuocata, perché siamo noi e soprattutto perché siamo al Tempio, anche conosciuto come Stadio Luigi Ferraris di Genova. Un, anzi IL, campo da calcio, luogo (di provincia, a 5, a 7, polveroso, fangoso) che ci ha visto passare più tempo insieme. Ore, giorni, se li sommiamo, mesi. Oggi sono morte per il Covid-19 993 persone, mai così tante in un giorno. Gian Luigi Rocco era mio padre e, in modo poco originale, è stato uno di quei morti. Aveva 71 anni e, pur non potendolo definire “in forma”, non aveva nulla se non un lieve diabete. Fino al mese scorso, era stato in ospedale solo due volte (al Pronto soccorso per la precisione). La prima perché si era rotto il braccio giocando a calcio e la seconda per dei calcoli alla cistifellea, poi spariti con dieta e tanta plin plin.

Il 3 novembre il tampone è risultato positivo al Covid 19. Aveva il raffreddore da una settimana e perso gusto e olfatto. Il 6 novembre è stato portato al pronto soccorso di San Martino perché la sua saturazione era crollata. Durante la breve degenza, non lo hanno ossigenato, perché l’ossigeno era finito a causa dei troppi accessi. E’ stato 12 ore su di una sedia di un reparto traboccante di pazienti anche messi peggio di lui. Gli hanno fatto l’esame del sangue, una lastra e poi hanno deciso che insomma, non stava così male, nonostante una serie di asterischi vicini alle analisi che anche Pinco Palla dottore di Wikipedia avrebbe storto il naso. Hanno detto che dalla lastra forse c’era una lieve insufficienza respiratoria, ma niente di grave. Lo hanno rimandato a casa alle 20. Alle 20,30 aveva 40 di febbre e non respirava più. L’hanno portato di nuovo via, questa volta verso un altro ospedale. Il 3 dicembre, cioè quell’oggi che ora volge al termine, è morto, da solo, in un reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Galliera di Genova dopo oltre due settimane di rianimazione e altrettante di degenza (sempre da solo) sotto un caschetto cpap che faceva lo stesso rumore, quando cercavamo di parlare, di un sottomarino russo atomico, con tanto di bip. Appena entrato gli hanno fatto una TAC che sentenziava: broncopolmonite interstiziale bilaterale con il 70% dei polmoni compromessi.

L’ultima volta che l’ho sentito, alle 15,30 del giorno in cui è finito in terapia intensiva, abbiamo parlato (faticosamente) di Trump che non accettava il verdetto delle elezioni (la cosa lo preoccupava inspiegabilmente molto) ma soprattutto di Preziosi che non aveva venduto il Genoa. Lui mi ha ricordato che avremmo giocato la domenica alle 18 contro l’Udinese una sfida decisiva per la salvezza (persa, ovviamente).

Mio padre era un papà a volte distratto, ma sempre presente. Ci sentivamo ogni santissimo giorno alle 20 (cioè in realtà esattamente quando io stavo per iniziare a mangiare, manco avesse una webcam sopra di me). Due parole, giusto per ricordarci che c’eravamo sempre, anche a distanza. Abbiamo fatto tante cose insieme, forse più che tanti altri padri e figli. Abbiamo condiviso gioie e tanto dolore, forse più che tanti altri padri e figli. Non ho rimpianti, non li aveva nemmeno lui, ne sono certo.

Mio padre era un medico (ok, uno psichiatra e uno psicoanalista, facciamo finta che fosse anche un vero dottore, dai) preparato e attento. Metteva il suo lavoro al di sopra di ogni cosa. Ho odiato senza conoscerlo, ogni suo singolo paziente, perché senza una faccia e senza una voce, a volte sembrava contare più di me e di mia sorella. Ma crescendo ho capito anche che quella era una parte della sua vita fondamentale, come me e mia sorella. Mio padre era uno psichiatra forense eccezionale, forse uno dei più bravi in Italia. Non ha mai voluto le luci della ribalta. A parte “Un giorno in Procura”, dove non aveva scelta, non è mai finito in tv, nonostante i corteggiamenti serrati di diverse primedonne dei talk show. Diceva che se vai in tv, non segui i pazienti. O fai la soubrette o fai il medico, il clinico. Oggi questo discorso, è valido più che mai.

Mio padre era un marito affettuoso e fortunato. Ha amato due donne con tutto se stesso. Mia madre, morta prematuramente, e poi negli ultimi 19 anni ha avuto la fortuna di trovare un’altra persona con la quale condividere ogni aspetto della sua vita.

Mio padre era un nonno orgoglioso. Non era tanto capace, diciamocelo. Un po’ distratto se vogliamo, non certo il nonno che si metteva a giocare per ore con il o i nipoti, ma Beatrice, Leonardo e Ginevra erano la luce che faceva brillare i suoi occhi. Per tutti e tre aveva una sorta di adorazione cieca, proprio quella che contestava a suo padre quando mio nonno parlava di me o di mia sorella. La legge del contrappasso.

Mio padre era tante altre cose che nemmeno conoscevo. Magari amici, colleghi, persone che lo frequentavano in altre vesti, lo sanno anche meglio di me. Mio padre sarebbe ancora vivo e probabilmente, nonostante una forma scadente e un girovita abbondante, lo sarebbe stato per i prossimi 20 anni se non ci fosse stato e se non si fosse preso il Covid.

Perché mio padre diceva che stava attento, ma riceveva i pazienti. Che metteva la mascherina, ma andava in Tribunale. Che insomma, non poteva stare in casa, aveva cose da fare, persone da vedere. Mio padre non c’è più, ma là fuori ci sono ancora persone che si lamentano perché Natale lo faranno da soli. Perché non possono andare al ristorante, perché non possono inforcare gli sci, perché è tutta una truffa, una dittatura sanitaria orchestrata, tra l’altro, non si sa bene da chi. Bene, pensate che nel 2021 tornerete a fare tutte queste cose con i vostri cari. Mio padre non potrà più. Noi non potremo più.

Scrivo, e se volete condividetelo, anche per questo. Perché una piccola sofferenza oggi (se sofferenza si può chiamare la distanza per un periodo limitato dai propri cari, il rispetto di misure minime di precauzione, l’idea che sia un anno, un periodo particolare), vi può risparmiare una grande sofferenza domani. Non auguro a nessuno un mese come il nostro. Una discesa all’inferno senza nessun appiglio al quale aggrapparsi. L’impossibilità di vedere, salutare, abbracciare il proprio caro. L’attesa di una telefonata per sperare in qualche miglioramento. Seppellirlo sapendolo in un sacco come un soldato in guerra (ironia della sorte, nemmeno aveva fatto il servizio militare), magari vestito con il pigiama sporco con cui è morto.

Non ho rabbia, non ho rancore. Non mi sento nemmeno una persona sfortunata, né posso dire che mio padre lo sia stato. E’ persino riuscito a finire di leggere il libro che suo figlio e sua nuora hanno scritto. Abbiamo avuto tanto, abbiamo dato tanto. Papà non credeva in Dio, al massimo in Freud, ma diceva sempre (parafrasando Epicuro): “Non ho paura della morte, perché dove ci sono io non c’è lei e dove c’è lei, non ci sono io”. Oggi lui non c’è più, e la morte al massimo ce l’ha lasciata un po’ addosso.

Però se anche una sola persona che leggerà queste righe, da oggi starà un po’ più attenta, si renderà conto, magari conoscendomi direttamente, che questa malattia esiste e colpisce duro, è spietata con una certa categoria di persone, beh, la sua morte sarà servita a qualcosa in più che riempire una casella di una inutile statistica.

Info e Photo

Il commosso scritto di Gian Luca Rocco, con l’immagine insieme al padre Gian Luigi in un momento felice prima della tragedia causata dal Covid, è stato tratto dal sito di TGCom24, che si ringrazia.

Renata Rampazzi, “Cruor”, il sangue delle donne nella mostra al museo Bilotti

di  Romano Maria Levante

Nella “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” del 25 novembre 2020, spicca la mostra “Cruor” di Renata Rampazzi, a cura di Claudio Strinati, prevista dal 17 settembre 2020 al 10 gennaio 2021 al museo Carlo Bilotti, all’Arancera di Villa Borghese a Roma, chiuso per coronavirus, in attesa della riapertura. La  mostra spicca pur se non visitabile perché con una iniziativa celebrativa è stato diffuso oggi 25 novembre dal museo sulla pagina Facebook il video di Giorgio Treves sulla genesi e sui significati profondi delle opere esposte sul tema da un’artista che si è battuta  per il mondo femminile  fin dagli anni ‘70. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è organizzata dallo studio dell’artista, i servizi museali sono  a cura di Zètema Progetto Cultura. E’ prevista una Tavola rotonda sul tema con Dacia Maraini e Luciana Castellina, Chiara Valentini e Margaretha Von Trotta, Francesca Medioli e Massimo Ammannati con la partecipazione dell’artista. Catalogo bilingue delle “Edizioni Sabinae”, con testi di Maria Vittoria Marini Ciarelli e Dacia Maraini, Cludio Strinati e l’artista, parte delle vendite sarà devoluta all’Associazione Differenza Donna.   

L’artista nell’installazione

Il sigillo  della  carica interpretativa della Rampazzi  che accomuna le sue opere è un colore, il rosso, come forma espressiva, e il sangue come elemento rappresentativo dotato di forza non solo simbolica. E’ un sangue speciale, come sottolinea  Maria Vittoria Marini Clarelli, quello della violenza e della morte che sgorga dalle ferite,  il “cruor” , distinto dal “sanguis” della vita che circola nel corpo: ma  ”è nel sangue che si diventa donna, moglie, madre”, e non è il “sanguis” perchè “il termine cruor definiva anche il sangue mestruale, quello della deflorazione e quello del parto”, come altrettante ferite. Tutti momenti cruciali della vita, ugualmente cruenti, in cui l’uomo è solo spettatore con il suo “sanguis”, ma può diventare disumano protagonista del femminicidio versando il “cruor” della donna.

Le dimensioni del femminicidio e il contesto familiare 

Ma come si può concepire una simile aberrazione criminale contro quella che viene chiamata “l’altra metà del cielo”, angelicata, destinataria di liriche e serenate, di amori dolci e delicati? Tentiamo di dare una risposta  a questa domanda che non si dovrebbe porre neppure, ma presenta in tutta la sua drammaticità la tragica realtà dei “femminicidi”, parola che fa rabbrividire.  Omicidio non è l’uccisione dell’homo, l’uomo,  a cui deve corrispondere il femminicidio, l’uccisione della donna, ma dell’omo, il proprio simile. Si è voluto creare il termine di genere, femminicidio e non c’è il maschicidio, per la sua inconcepibile ma reale e vasta diffusione, però non si è modificata la sanzione, resta la stessa dell’omicidio anche se la vittima è una donna. Le nuove norme penali che portano questo nome con la qualifica del “codice rosso”, non si riferiscono al momento delittuoso, ma alle  molestie e alle violenze, spesso preludio del reato più grave, con doverose corsie preferenziali  per la necessaria tempestività nella prevenzione e nella repressione.

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“Composizione”, 1977 parte sin.

Qual è la dimensione di un fenomeno così aberrante e  disumano, e quali sono le  sue espressioni criminali?  Rispondere a questa domanda può essere un preludio per l’altra ben più difficile, sulle radici di tale violenza; per poi passare alle opere della Rampazzi che dà corpo artistico alla ribellione contro questo massacro. Perché tale si deve definire l’uccisione di una donna ogni tre giorni in Italia nei primi 10 mesi del 2020, 91 vittime per il 95% ad opera di uomini, altissima percentuale questa quasi costante, è variata solo tra il 90 e il 95% dal 2000.  Con la particolarità che quasi il 90% dell’uccisione delle donne avviene nell’ambito familiare e, al suo interno,  quasi il 70% nel rapporto di  coppia. Le donne assassinate dalla criminalità comune  nei 10 mesi del 2020  sono  state 3, mentre nel 2019 erano state 14, quindi la maggiore esposizione alla violenza all’esterno da parte dei delinquenti di strada come “sesso debole” fisicamente non c’entra affatto, anche se la diminuzione degli assassinii nell’ultimo anno è dovuta al “lockdown”, putroppo più che compensata dall’aumento delle violenze all’interno delle mura domestiche.

“Composizione”, 1977 parte dx.

Sono dati dell’ultimo Rapporto Eures sul femminicidio in Italia,  rilevatori dell’aggravarsi del fenomeno anche quest’anno, dato che nell’ultimo ventennio  l’incidenza nell’ambito familiare è stata del 73,5% e quella all’interno della coppia del 66%, aggravamento peraltro progressivo dal 2000 ad oggi. E’ in forte aumento una circostanza che richiederebbe maggiore attenzione: oggi almeno la metà di questi assassinii è stata preceduta da violenze pregresse, mentre in passato la percentuale era inferiore. Questo dato significativo potrebbe dipendere dallo scarso peso  dato agli allarmi dinanzi a violenze di ogni tipo: psicologiche per il 20%, fisiche per il 18%, le molestie dello  stalking  per il 13%, infine per l’11% violenze note a terzi; soltanto il 4,4% vengono denunciate, quindi non è neppure scarsa efficacia degli interventi delle autorità, ma sottovalutazione o meglio paura di aggravare la situazione con il ricorso alle autorità delle potenziali vittime. Il “lockdown” ha aggravato il fenomeno, come è stato evidenziato rilevando l’aumento dei reati nella convivenza dal 58% del totale nel 2019, al 67,5% nei primi mesi del 2020 fino a superare l’80% nel periodo di chiusura completa nelle abitazioni, per cui tra marzo e giugno “ben 21 delle 26 vittime convivevano con il proprio assassino” mentre è sceso il numero di vittime non conviventi del 28%.

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“Composizione”, 1978

 Ci siamo soffermati su dati inequivocabili che riportano alla famiglia  e alla coppia, dove le donne sono più protette che all’esterno nella normalità; troppo spesso, però, nell’alterazione trascurano i segnali pericolosi delle violenze pregresse, a parte i timori cui abbiamo appena accennato, e su questo si dovrebbe fare leva per combattere la degenerazione insensata della convivenza. Ma  tale situazione deve far riflettere anche  sulla natura umana, in particolare sulla differenza di genere, per ricavarne elementi utili a fini propositivi.

Le radici sociologiche e l’espressione individuale di una violenza aberrante

Partiamo da una prima riflessione: a differenza dei primordi in cui la maggiore forza fisica poteva determinare il divario criminale tra uomo e donna, ora non può essere più questa l’origine: tanti sono i modi subdoli cui si può far ricorso soprattutto nella convivenza e del resto la storia di Sansone e Dalila insegna a quali artifici la donna potrebbe ricorrere, con tanti mezzi di offesa a sua disposizione.

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“Composizione”, 1978

Su quali possano essere i motivi della maggiore aggressività maschile si è interrogata Dacia Maraini nel presentare la mostra. La sensibile scrittrice parte da lontano, dal patriarcato tradizionale quando le donne erano sottomesse in tutti i sensi all’uomo. E non si può che darle piena ragione ripensando che nel nostro paese fino a pochi decenni fa era nel codice penale  il “delitto d’onore” – divenuto “divorzio all’italiana” nel film di Pietro Germi – cioè il femminicidio di coppia quasi depenalizzato, mentre l’”adulterio” della donna era punito dalla legge addirittura con il carcere in base alla prova del “letto caldo”, più di quello maschile che richiedeva una “relazione adulterina”. La scrittrice parla di “una vera azione punitiva da parte di una società dei padri nei riguardi delle nuove figlie” cresciute con l’emancipazione “demolendo le roccaforti dei privilegi patriarcali”, considerando che “per ogni diritto conquistato c’è un privilegio che viene negato”.

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Ferita”, 1979

Questo porterebbe “i più deboli e impauriti” tra  gli uomini a ribellarsi alla perdita della superiorità che sentivano acquisita soprattutto nel rapporto di coppia: “il dominio sulle femmine  della famiglia, la libertà di scelta sessuale, la possibilità di imporre ubbidienza e fedeltà  alla donna che dicono di amare, l’arbitrio della conquista  e della predazione, la solitudine del comando”.  Mentre “l’uomo che guarda con occhi saggi il mondo che cambia si adegua”,  e con la donna affronta i cambiamenti cercando di “governarli per il meglio”, una minoranza di loro “usano la violenza estrema sulle loro donne”; e questo avviene anche in modo virtuale sulla rete, dove “il clima di intolleranza circola anche tra i giovanissimi” e  “monta il rifiuto verso le donne che diventano sempre più autonome e indipendenti”; in particolare con “l’accanimento contro quelle che agiscono, che si fanno riconoscere, che prendono decisioni pubbliche, che dispongono di una qualche forma di potere”.  Sgombriamo il campo da quest’ultima estensione, che appare “ultronea” e non considera che sulla rete si trova di tutto, è generalizzato l’”accanimento” in particolare verso quelli che “dispongono di una qualche forma di potere”, uomini e donne che siano, razzismo compreso.

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Ferita”, 1980

Ma la Maraini ha usato due parole chiave sugli uomini che non accetterebbero l’emancipazione femminile: “i più deboli e indifesi”. Vediamo come interpretare questo riferimento, anche se in modo estensivo e al di là del pensiero della scrittrice,  o comunque traiamone le conseguenze.  Crediamo che non si debba attribuire eccessivo raziocinio ai “più deboli e indifesi” che si macchiano di simili orrendi misfatti collegandoli  alla criminale riaffermazione di un potere che sono consapevoli di avere perduto e vogliono riconquistare con la forza andando contro la storia. Non riaffermano nessun potere ma sanciscono la propria definitiva  impotenza,  quindi avviene proprio l’inverso in quanto non possono sfuggire al potere repressivo dello Stato – spesso addirittura si costituiscono dopo il delitto –  e oltre a cedere  i”privilegi” di cui parla la Maraini devono cedere la propria libertà senza per questo riconquistarne alcuno, l’opposto! 

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Ferita”, 1981

Sarebbe pura demenza un atto pseudo razionale di questo tipo, com’è pura demenza l’atto barbarico e irrazionale compiuto. Che poi ci siano i motivi citati dalla sensibile scrittrice può anche verificarsi in determinati casi, ma in generale non troviamo spiegazioni e giustificazioni razionali a qualcosa che è bestiale, irragionevole e inqualificabile. Perciò è importante avvertire i sintomi nelle violenze pregresse prima che la follia criminale esploda in tutta la sua forza belluina. Non “nobilitiamo” con patenti di sociologia ciò che è uno scoppio di pazzia  di menti malate come avviene nei “deboli e indifesi”! Ma chiediamoci perché sono solo dell’uomo e non anche della donna interrogandoci su ormoni e Dna.

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Ferita”, 1982

Al contrario della naturale maggiore forza data dalla prestanza fisica e dalla massa di muscoli i maschi in generale – e non solo “i deboli e indifesi” citati dalla Maraini – mostrano una maggiore fragilità psichica rispetto alla donna, nella cui matrice genetica  ci sono le risorse fisiologiche e interiori a sostegno della maternità, e queste le danno una forza mentale superiore. Anche nei primordi, mentre il maschio andava a caccia del cibo che si procurava con la forza muscolare unita all’inventiva, la femmina doveva provvedere ai piccoli nella solitudine e nell’insicurezza. Quindi ha rafforzato le sue risorse interiori  già superiori per i motivi naturali anzidetti. Con l’emancipazione ha acquisito una nuova consapevolezza e ulteriori sicurezze, confermandosi ben più solida del maschio dal punto di vista psichico. Di qui l’assenza di maschicidi comparabili ai femminicidi – per usare due termini equivalenti  ugualmente aberranti – mentre potrebbe essere una  conseguenza dell’emancipazione della donna il far valere le proprie ragioni nello stesso modo. 

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“Lacerazioni”, 1980 parte sin.

Non ci sembra contrastare con questa visione il fatto che  il fenomeno della violenza sulle donne fino all’assassinio sia di intensità crescente, come mostrano i dati degli ultimi vent’anni.  Crediamo infatti che non sia collegato alla maggiore emancipazione della donna, ma piuttosto alla continua crescita dei disturbi neurologici e mentali soprattutto nei paesi ad alto reddito, forse in parallelo alla diminuita tensione per le necessità quotidiane che porta alla luce le insicurezze interiori facendole esplodere in patologie. E’ stata evidenziata una stretta relazione tra i disturbi neurologici e  mentali e lo sviluppo, dato che già Freud parlava del “disagio della civiltà” e oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità collega  alla crescita del reddito l’aumento dei disturbi mentali; il fenomeno si spiegherebbe non perché il progresso economico crei tali disturbi, ma perché fa nascere maggiori occasioni in cui possono verificarsi gli squilibri interiori.

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“Lacerazioni”, 1980 parte dx.

Va anche sottolineato che spesso quelli che sono considerati “tratti caratteriali”  ai quali vengono riferiti i comportamenti violenti sottovalutandoli, possono essere invece i sintomi di un disturbo che viene così ignorato, anche perché per ovvie ragioni né i soggetti interessati né i familiari sono disposti  a parlarne. Oltre ai farmaci appositi, c’è la terapia cognitivo-comportamentale per rompere gli schemi distruttivi e sostituirli con qualcosa di positivo. L’Economist avanza questa previsione: “A causa del legame tra sviluppo economico, invecchiamento e malattia mentale i prossimi decenni rischiano di assomigliare a un’età dell’irragionevolezza”. In questa tendenza si può collocare il mostruoso fenomeno del femminicidio che ci sembra vada affrontato anche e soprattutto sul piano sanitario piuttosto che limitarsi a quello sociologico. Soprattutto per mettere in campo una prevenzione efficace che colga i primi segni di violenza come prodromi da non trascurare ma contrastare non solo con doverose misure repressive ma pure curative.

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“Lacerazione”, 1981

I singoli dipinti nelle forme astratte e coinvolgenti tipiche dell’artista

Renata Rampazzi è molto qualificata a dare veste artistica alla ribellione a un fenomeno così aberrante e disumano dato che combatte per la l’emancipazione e la parità delle donne sin dagli anni ’70, e nell’arte esprime la sua denuncia contro la discriminazione: ora la fa direttamente contro il femminicidio!

Pur nella forma astratta dei suoi dipinti ha trovato un modo per rendere percepibile l’oggetto della propria denuncia senza bisogno di interpretazioni sofisticate. E lo ha fatto prendendo come soggetto e oggetto della sua rappresentazione il sangue: il sangue delle donne portato  a livello del sangue dei martiri cristiani, fino allo stesso Cristo, come osserva Claudio Strinati , rifacendosi “a una tradizione antichissima e ricchissima” portata ai giorni nostri “per farsi strumento  di vera  e propria lotta intellettuale e morale in sé e per sé”.  A tal fine sconvolge la sua cifra stilistica, con illustri riferimenti all’”Action Painting”, alla “Pop Art” e alla stessa classicità, trasformando il tema del sangue “nel tema più specifico e molto forte  e coinvolgente della ferita, della lacerazione,  della violazione, verrebbe da dire,  dello spazio figurativo”; in tal modo facendovi irrompere “un elemento di violenta  e  perturbante disarmonia proprio in un contesto che nasce  invece con l’intento di dare bellezza, forma ed equilibrio”.  Ma l’equilibrio l’artista riesce comunque ad assicurarlo “tra la denuncia della vita e la sublimazione dell’arte che assimila ma non dimentica il male”.

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“Rosso”, 1984 parte sin.

Questo equilibrio viene raggiunto con le forme quasi evanescenti descritte così dalla Maraini: “Renata Rampazzi trasforma i corpi di carne in visioni fluttuanti, di tela e nuvole, tela e sogni, i cieli sembrano stillare dall’alto un sangue simbolico, più pesante  e torbido di quello reale, per rivelare lo spessore sordido e terribile delle ferite”.  E la Marini Ciarelli precisa che l’artista “non poteva usare i corpi per stigmatizzare i femminicidi e ha concentrato tutta l’attenzione sul sangue, o meglio sulle sue tracce: le gocce, le macchie, gli aloni, il rapprendersi sulle ferite”. Nessun segno del carnefice, e anche nel riferimento alla vittima, “tutto è sfumato, sbiadito, come se qualcuno avesse cominciato a lavare  quei panni  e li avesse stesi prima di riuscire a renderli di nuovo bianchi”.

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“Rosso”, 1984 parte dx

Anzi in molti dipinti è il bianco a prevalere,  come nelle 3 opere intitolate ”Composizione” : la prima, del 1977, è una grande tela di 2 metri di larghezza in cui il candore della parte centrale è rotto ai due estremi dalle ferite inferte con il rosso che si incupisce fino al marrone scuro nella profondità della lacerazione; nelle due successive, del 1978, larghe poco più della metà,  in una il rosso così incupito occupa il centro ma i suoi rivoli hanno arrossato la parte bianca circostante, nell’altra, sulla destra e in parte a sinistra una macchia nera invade il bianco anch’esso arrossato.

Seguono di poco – a fine anni ’70-inizio anni ’80 – 4 dipinti intitolati “Ferita”:  anche in questi, delle stesse misure delle “Composizioni” di dimensioni minori, il sangue evocativo ugualmente incupito è al centro della tela bianca, in parte appena arrossata.  Negli stessi anni  con le 2 “Lacerazioni“ si approfondiscono di più le ferite, nella forma più elaborata delle “Composizioni”, una delle due richiama quella del 1977, oltre che per la larghezza quasi doppia, per l’analoga collocazione dei tratti cromatici, questa volta più forti con un verde evocativo, ai due estremi della tela. Anche “Rosso” torna alla larghezza doppia, con la differenza che il colore nelle varie tonalità fino all’incupimento dilaga nell’intera superficie, non è più solo una ferita.

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Studi preparatori”, 2018

Dal periodo più lontano, 1970-80 –  che dimostra un impegno artistico sul tema costante e intenso da oltre un quarantennio – si passa agli anni più recenti: nel 2018  troviamo gli “Studi preparatori” per realizzare l’installazione della mostra: strisce larghe 25 cm e alte poco più di un metro, il motivo della ferita è sempre presente, in metà di quelli esposti c’è solo il rosso, negli altri intervengono tinte più scure sfumate.

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Studi preparatori”, 2018

Sono preparatori della straordinaria installazione che rende particolarmente emozionante la visita alla mostra, così descritta da Strinati: C’è  “una specie di cammino marcato nello spazio da una serie di pannelli, fatti  di garze e teli, che sembrano evocare una vera e propria processione, una sfilata di dolenti che accompagnano il visitatore nella visita alla mostra ma sono la mostra stessa”. E lo spiega: “Il visitatore è sollecitato a muoversi come il pellegrino  che va  al Santuario, ma questo è un santuario laico e non ci sono immagini di santi o di martiri”. Ed ecco  cosa vi si trova all’interno: “Ci sono soltanto lacerazioni  e aggregazioni che ci fanno vedere ciò che di fatto non c’è: il dolore, la ferita, il pianto, il grido”. E questo artisticamente è “ tradotto in un’immagine che in ogni caso rappresenta se stessa. Ma quel se stesso è appunto il monito, l’indignazione, la meditazione, tutti coagulati in una essenzialità visiva che dice molto di più di mille descrizioni o perorazioni piene di episodi, aneddoti, dettagli”. In questa rappresentazione laica “non esiste l’episodio o il dettaglio. Esiste con sobrio e solenne vigore l’immagine che evoca senza dire, sollecita senza retorica, commuove senza accumulare una infinità di particolari  precisazioni”.

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Studi preparatori”, 2018

L’arte di denuncia di Renata Rampazzi

E’ così intenso tutto  questo da portare  Strinati a interrogarsi sull’arte di denuncia per rispondere che esiste ma l’obiettivo dell’artista è sempre la creazione e, quando riguarda qualcosa da condannare, la sua forza espressiva è tale “da generare forza emotiva e costernazione in chi guarda che vede svelati orrori e miserie altrimenti meno percepibili e comprensibili”.  Ma sempre all’insegna dell’ “armonia e della bellezza” in una contraddizione almeno apparente con una materia di contenuto opposto che nelle opere della  Rampazzi, e in particolare nel percorso della mostra, trova la sua composizione “nel segno significante  che è bello, sovente bellissimo in sé  ma resta carico del residuo di male e di colpa da cui è scaturito”.  Strinati vi vede addirittura una dimostrazione, nell’arte, della filosofia estetica di Kant,  in quanto “fa sì che la denuncia sia veicolata nella forma di una  convincente e vincente immagine. L’immagine che descrive il male non è scaturita dal male ma dalla positività della creazione artistica”. 

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Studi preparatori”, 2018

Non si pensi, però, che  il male venga nascosto nella trasposizione operata dall’arte.  Strinati è molto chiaro, si deve constatare che “la bellezza dunque non edulcora il male ma ci rende conoscibile l’aspetto più profondo di ogni problema”; e questo avviene quasi in chiave psicanalitica perché, “portando alla chiarezza di sé l’individuo, lo mette in condizione di esorcizzare il male che è in lui”, in una specie di catarsi benefica, come quella che Aristotele attribuiva al teatro.

Del resto, l’installazione esposta in mostra può essere vista in una prospettiva teatrale, “in modo tale da portare il visitatore verso quel sentimento di condivisione e quindi di compassione” che è il fine dell’arte. “I personaggi sono i singoli dipinti  e l’azione consiste nel loro accostamento e nell’essere posti in una sequenza   che genera dialogo, dialettico contrasto e composizione finale dei contrari”.

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Studi preparatori”, 2018

Ma non finisce qui: nell’installazione che rappresenta la sublimazione dei dipinti prima citati, “le opere dialogano veramente tra loro, come attori  sulla scena, e proprio da questo dialogo scaturisce una dimensione di armonia e pienezza interiore che è l’approdo  finale di un singolare viaggio nella pittura…”.  Si tratta, in definitiva,   di “una attraversamento di segni che vogliono dire qualcosa di ben preciso  e ci accompagnano fino ad una conclusione”. La conclusione di Strinati: “Benefico e in questo caso ammirevole bersaglio colpito dall’arte.  Doloroso indubbiamente ma rivelatore”.

Un  giudizio simile, da parte di una maestro della critica e della storia dell’arte come Strinati, fa onore a una coerente linea artistica tenuta per mezzo secolo e approdata a questa realizzazione nella quale con l’installazione si dà corpo a questo coinvolgimento emotivo che arriva alla catarsi.

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Studi preparatori”, 2018

Gli “appunti di viaggio” dell’artista nel “labirinto” della mostra

Questo risulta essere negli intendimenti dell’artista, oltre che nella puntuale interpretazione del critico: lo vediamo nei suoi “appunti di viaggio” – il “singolare viaggio nella pittura” con “l’approdo finale” di cui parla Strinati – in cui la Rampazzi  definisce così questa esposizione che le realizzò per la prima volta nel 2018 per la Fondazione Giorgio Cini di Venezia: “Una mostra  che pensavo come un mio atto di denuncia  per scuotere l’indifferenza della gente  e per sensibilizzare chi, uomo o donna, fosse venuto a vederla”.  Con questo intento ambizioso capì subito che non si poteva limitare a dei quadri, pur se shockanti, dato che il visitatore sarebbe rimasto sempre “spettatore esterno”, coinvolto in “un’azione meramente estetica che doveva successivamente fare da tramite verso una presa di coscienza e di rifiuto a posteriori”. 

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Un momento del lavoro per l’installazione

L’artista si mise alla ricerca di una formula  nuova perché “il visitatore vivesse un’esperienza totalizzante  in cui sensi e riflessione fossero coinvolti contemporaneamente”  e  le singole opere “non dovessero solo dialogare tra loro, essere una galleria di esempi”, ma fossero organicamente  inserite in “un’installazione in cui ogni quadro ne fosse una componente”. Come “momenti autonomi, ma allo stesso tempo parti interdipendenti di un complesso più ampio. Organi vitali di un corpo più articolato”.  Doveva trovare “nella tridimensionalità dello spazio” , ciò che “la spatola o la pennellata sulla tela erano la realizzazione bidimensionale della mia denuncia”. Senza rinunciare ai propri quadri, anzi “dovevano essere  tutti lì presenti e avvolgere chi entrava in un labirinto”.

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Un altro momento del lavoro per l’installazione

Come si compone tale labirinto ce lo dice l’artista per prepararci a percorrerlo, e non le è stato semplice realizzarlo. Perché si è trattato “della trasfigurazione dei singoli quadri in altrettanti teli di cinque metri di altezza per un metro di larghezza”, e questo ha comportato l’uso di materiali diversi da quelli consueti che non avendo la necessaria trasparenza alla luce avrebbero spento le emozioni: invece della tela la garza, che ricorda la cura delle ferite con le bende, invece dei colori ad olio mescole e impasti di pigmenti e terre col siero organico come per richiamo “degli umori dei corpi”; inoltre le grandi dimensioni dell’installazione hanno richiesto che dall’estro individuale dell’artista si passasse a un lavoro collettivo tradottosi in una condivisione più ampia. Finché nel dipingere le garze con i pigmenti di nuovo tipo, in una “Action painting” non voluta ma sopravvenuta, “il colore passava attraverso la trama del tessuto   alterando ulteriormente l’idea originale del modello  rispetto a quello che sarebbe stato il risultato finale che dovevo immaginare”. Quindi, “non semplice copiatura in scala, ma imprevedibilità che mi permetteva di seguire l’estro del momento, l’urgenza del gesto e delle sfumature che le grosse pennellesse mi sollecitavano”.

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Il momento finale del lavoro per l’installazione

Seguiamo ancora l’artista nella sua confidenza in cui presenta il risultato: “Non più tanto lacerazioni, ferite, spessori di olio e di grumi come sulle piccole tele, ma sfumature, diluizioni, ombre ‘tracce’…”. Questo sul piano tecnico, sul piano dei contenuti l’evocazione si fa sofferta: “Lo spazio in cui chi entrava si doveva immergere o si sarebbe trovato circondato, non era più quello della brutalità, ma quello di un grande dolore, di una condivisione emozionale, spirituale, mentale ma anche fisica della sofferenza”. Fino alla rivelazione più accorata: “La vittima del femminicidio non era più il corpus  di un’ingiustizia e di un reato, ma un essere umano di sesso femminile che soffre e con cui il visitatore o, purtroppo, ancora di più la visitatrice deve condividere l’orrore della ripulsa  e l’esperienza del patimento”. 

La conclusione ci sembra il migliore sigillo alla mostra  e non solo: “Non più un’arringa e un proclama, ma un dialogo e un conforto”, dal momento che si viene a creare “un’atmosfera avvolgente in cui lasciarsi immergere e trasportare  dall’emozione e dalla commozione”.  Ha scritto queste parole Renata Rampazzi  nei suoi “Appunti di viaggio” il 20 giugno 2020, le ripetiamo anche noi oggi, 25 novembre 2020, annuale “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne“, unendoci con la nostra viva cronaca all’artista che attraverso “Cruor” ne è stata la combattiva e appassionata protagonista.

Il percorso dell’installazione

Info

Museo Bilotti, Arancera di Villa Borghese, Roma, sospesa per il Dpcm del 3 novembre 2020. Per la ripresa, da martedì a venerdì e festivi ore 13-19, sabato 10-19, entrata fino a mezz’ora prima della chiusura. Ingresso gratuito. Tel. 060608. Catalogo “Cruor. Renata Rampazzi”, Edizioni Sabinae, pp. 60, bilingue italiano-inglese, formato 21 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per la Pop Art e l’Action Painting cfr.nostri articoli in www.arteculturaoggi.com, Guggenheim 22, 29 novembre, 11 dicembre 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese dal Catalogo fornito cortesemente – e provvidenzialmente nel regime di lockdown che lo ha reso ancora più necessario per la recensione – dall’ufficio stampa di Maria Bonmassar che si ringrazia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, l’artista nell’installazione; seguono, “Composizione” 1977, parte sin. e parte dx; poi, 2 “Composizione” 1978; quindi 2 Ferite” 1979, 1980; inoltre, altre 2 “Ferite” 1981, 1982; ancora, “Lacerazioni” 1980, parte sin. e parte dx, e altro 1981; continua, “Rosso” 1984, parte sin. e parte dx; poi, 6 “Studi preparatori” 2018; quindi, 3 momenti del lavoro per l’installazione; infine, il percorso dell’installazione e, in chiusura, l’artista mentre prepara i bozzetti.

L’artista mentre prepara i bozzetti.

Franco Bernabè, 5. Le riflessioni del top manager e imprenditore

di  Romano Maria Levante

Si conclude la nostra rievocazione dei momenti culminanti delle tante vicende ricostruite con molta cura e dovizia di particolari nel libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, con le riflessioni che l’autore e protagonista ha tratto da una esperienza che lo ha visto al vertice di grandi imprese nel settore pubblico e privato, in settori strategici per il Paese, alle prese con difficoltà di ogni tipo. Abbiamo ripercorso gli anni nell’Eni, le battaglie per la concentrazione nel “core business” e la privatizzazione, la quotazione in Borsa e la divisionalizzazione, fino alla tempesta di Enimont con l’iceberg corruttivo; e i due passaggi in Telecom, il primo durato poco più di 6 mesi con la sfortunata resistenza all’Opa dei sedicenti “capitani coraggiosi”, il secondo sette anni dopo durato 6 anni alle prese con l’indebitamento cronico e le problematiche della rete complicate dalle autorità regolatorie, fino alle turbolenze della compagine azionaria. L’esperienza nel capitalismo cinese, nel C.d.A. di PetroChina e il “salto di specie” da top manager a imprenditore con iniziative personali di successo in campi innovativi ha concluso la nostra rievocazione. Ora tiriamo le fila cogliendo gli insegnamenti che si possono trarre da questo lungo viaggio attraverso il capitalismo non solo italiano. Sono  le sue riflessioni, non le chiamiamo conclusioni dato che la vicenda professionale di Bernabè continua felicemente, sempre da protagonista.

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Franco Bernabè

La trasformazione del capitalismo

Le sue riflessioni prendono l’avvio dall’annuale “Bilderberg Meeting” svoltosi nel  giugno 2015  nella sede austriaca di  Telfs Buchen, dalla quale ha fatto una deviazione per passare a Innsbruck, dove ha trascorso  l’infanzia; è una delle puntuali partecipazioni ai meeting dopo la prima con Gianni Agnelli, nello “Steering Committee” di cui fa parte dal 1994, è stato assente solo nel 1995, 1997 e 2002.  La ragione che nel 1954 fece nascere i Meeting del “Bilderberg Group” – il dialogo tra America ed Europa sulla sicurezza – è  venuta meno da tempo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica che rappresentava il pericolo da fronteggiare; e sebbene una minaccia sul piano economico venga ora dalla Cina, all’America non interessa più come prima questo dialogo con l’Europa che potrebbe avere interessi opposti ai suoi, basti pensare all’adesione dell’Italia alla “nuova Via della Seta” che ha proiettato delle ombre nei rapporti con gli Stati Uniti.

“Il capitalismo è notevolmente cambiato  nel corso degli ultimi decenni, e non certo per la cospirazione dei Bilderberg”,  osserva alludendo alle farneticanti teorie complottistiche sulle “macchinazioni del capitalismo mondiale” che si consumerebbero nei  meeting annuali. “Contrariamente all’opinione che oggi sembra molto diffusa nelle società occidentali, il capitalismo è cambiato in meglio”.  E cita la crescita economica  e il maggiore benessere a livello globale non solo per  l’aumento  dei redditi che ha riscattato miliardi di persone dalla  miseria più estrema, ma anche  per l’aumento della produttività  che ha equilibrato il tempo del lavoro e quello del resto della vita, mentre il progresso tecnologico ha aperto ai servizi sofisticati e alla  conoscenza. Nello stesso tempo “anche i processi democratici sono stati rafforzati. Oggi esistono nei paesi occidentali strumenti di bilanciamento che impediscono a chi detiene il potere economico di abusarne”.

Nel temporaneo ritorno nella sua Itaca, Bernabé tira le fila, per così dire, di quanto la sua  intensa esperienza manageriale e imprenditoriale gli ha fatto toccare con mano in un periodo in cui la crescita molto accelerata dell’economia mondiale è stata accompagnata da distorsioni e ineguaglianze, da problematicità e limiti, pur con gli evidenti benefici anche a livello sociale su scala globale.

Tra i fattori trainanti cita l’apertura dei mercati e soprattutto la crescita esponenziale degli investimenti esteri generata dalla nuova divisione internazionale del  lavoro verso paesi a basso costo di manodopera  e in grado di adottare prontamente le innovazioni del progresso tecnologico, con i relativi vantaggi sul piano competitivo maggiori del passato. La vastità e rapidità del cambiamento in tutti i campi ha moltiplicato le opportunità ma anche i problemi, la società è stata colta impreparata, la politica inadeguata al suo compito, il disagio è sempre più diffuso.  Nelle imprese, a  differenza delle fasi precedenti, la trasformazione non ha riguardato solo i processi produttivi ma l’intera organizzazione, così l’automazione  ha investito l’apparato impiegatizio, grava sulla fascia intermedia e a bassa qualificazione con effetti deprimenti sulla classe media.

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I maestri: Claudio Napoleoni

A prima vista sembrano problemi limitati, invece non è così perché si è interrotto il meccanismo per cui l’aumento di produttività genera crescita dell’occupazione e del reddito delle famiglie, che spinge in alto i consumi e la domanda aggregata stimolando un nuovo aumento di produttività. Era il  circolo virtuoso indotto dalla produttività rispetto a quello keynesiano del moltiplicatore dei consumi e dell’acceleratore degli investimenti indotto dalla spesa pubblica che è stato abbandonato, salvo ora per l’emergenza Covid.

Come mai è avvenuto questo? La risposta non si fa attendere. Il progresso tecnologico incide per lo più sull’efficienza dei processi e quindi non genera la creazione di nuovi prodotti tali da avere il peso e la diffusione dei beni di massa come sono stati l’automobile e gli elettrodomestici che hanno rivoluzionato e spinto notevolmente i consumi nella prima parte del ‘900. I prodotti innovativi come lo smartphone hanno ridotto i consumi materiali per quelli immateriali, mentre il modo diverso di soddisfare i bisogni, con la forte spinta dell’innovazione tecnologica sulla produttività, ha effetti dirompenti sull’occupazione e sulla domanda di lavoro: così spariranno interi settori e si potrà sentire l’esigenza di forme di reddito universale.

L’esaurimento della forza propulsiva del capitalismo

Questo non vuol dire che il capitalismo è in crisi, anzi lo adottano anche paesi che prima tentavano altre strade. Ma non mostra più la dinamica di epoche passate e la vitalità degli “spiriti animali” che ne sono i protagonisti, non si avverte più la “distruzione creatrice “shumpeteriana. Ne vengono individuati i motivi.

Il primo è il peso delle regole introdotte per correggerne gli eccessi, che possono far esaurire la sua forza propulsiva: sono regole diverse nei vari contesti e particolarmente severe in campo europeo, dove si è creata una complessità tale da richiedere grandi dimensioni aziendali per assorbirne gli oneri eccessivi, e questo ha compromesso anche la competitività di molte imprese europee sul mercato globale.

Ma c’è un secondo importante motivo, “il ruolo pervasivo della finanza”  rispetto al resto, assetto produttivo in testa, e questo lo si è visto in modo plateale nella vicenda Telecom, tutta finanziaria nelle rapaci scorrerie borsistiche.  La spersonalizzazione, il venir meno dell’importanza del fattore umano ha spento la creatività, e non sappiamo se il capitalismo riuscirà a trovare “un giusto bilanciamento tra libertà e regole”; anche per i mercati  finanziari dove, al contrario – aggiungiamo noi – la “deregulation” ha portato a una situazione ingestibile, un “Far west”  che minaccia la vita economica e lo sviluppo dei settori produttivi. Si è formata una “nuova classe” –  ovviamente non quella che Milovan Gilas vide nel mondo comunista coniando il termine  – alla quale appartengono i finanzieri, super ricchi ma non veri imprenditori, classe divenuta dominate nei fatti, mentre la classe operaia ha perduto drasticamente la sua forza e il suo peso.

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I maestri: Bruno de Finetti

I fattori trainanti del capitalismo, “la creazione di valore, la libera circolazione dei capitali e lo Stato minimo” mostrano sempre più i loro limiti nelle mutate condizioni odierne. Vi sono  modi diversi da quello tradizionale di creare valore – l’obiettivo dell’impresa – con il capitale umano, tali da generare reddito al lavoratore. “Forse  i problemi di cui soffriamo oggi sono in parte riconducibili all’aver preteso troppo dai meccanismi di mercato e dai meccanismi di crescita che hanno utilizzato in modo indiscriminato risorse future (da quelle naturali a quelle finanziarie) attraverso l’accumulazione di un eccessivo livello di debito sia nel settore pubblico che in quello privato. Forse paghiamo lo scotto di esserci spinti oltre i limiti consentiti dal sistema capitalistico”. E lo dice chi ha esplorato e sfiorato da vicino tali limiti, con questa conclusione: “Il fatto che alcune delle misure adottate in passato si rivelino oggi parzialmente inefficaci  è un bene se ci indurrà a riflettere per non ripetere gli stessi errori”.

Tra questi errori, i ritardi nelle privatizzazioni, processo che l’Italia  ha avviato tardivamente – e con le  esitazioni interessate di cui abbiamo parlato nell’esperienza Eni, per non ricordare il “nocciolo duro” di Telecom – come in tutta l’Europa continentale  praticandola solo dagli anni ’90, dopo aver constatato i risultati conseguiti dalla svolta privatistica di Reagan negli Usa e della Thatcher in Gran Bretagna.

Ma le privatizzazioni europee non sono state accompagnate dagli altri strumenti della “cassetta degli attrezzi” americana e britannica: l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” – come li chiamavano nel nostro Paese – che vincolano l’iniziativa privata, la riduzione delle imposte finanziata dal contenimento della spesa pubblica assistenziale, con minori tutele pubbliche e maggiori incentivi ai privati per mobilitarne le energie. Si è ridotta la presenza dello Stato nell’economia senza però definire un suo rapporto meno invasivo con l’individuo, a differenza di come si è fatto nel mondo anglosassone dove si è assecondato il recupero dei valori politico-culturali da cui ci si era allontanati con il forte interventismo keynesiano necessario per fronteggiare la dirompente crisi economica che segnò profondamente l’intera società negli anni ’30.

Con questo non nega l’importanza dell’azione pubblica nell’economia, ma deve manifestarsi con strumenti in grado di promuovere progetti che abbiano ricadute sul sistema economico: con il dovuto finanziamento della ricerca e forniture pubbliche mirate, la promozione di tecnologie innovative e l’introduzione di incentivi finanziari e fiscali, in modo da orientare le scelte degli imprenditori. Scelte che non possono essere pubbliche per non perdere il fattore chiave dell’imprenditoria, l’assunzione del rischio che per i privati avviene con un sistema di premi e sanzioni e con processi trasparenti nei riguardi degli investitori; nell’imprenditoria pubblica tali processi sono troppo vincolati dai limiti alla discrezionalità delle scelte, e quando vengono superati si può passare dalla discrezionalità all’arbitrio, come insegna la vicenda Eni.

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L’inizio: la sede dell’Ocse a Parigi

Il capitalismo italiano, “nave senza nocchiero in gran tempesta”

In  Italia tutto ciò si è manifestato con particolare evidenza, il nostro paese “ha subito le trasformazioni che stavano avvenendo nel resto del mondo senza governarle”,  come la finanziarizzazione dell’economia mondiale senza beneficiarne in quanto il risparmio delle famiglie non va nel sistema produttivo nazionale ma soprattutto verso gli impieghi più remunerativi offerti all’estero.

Si può far fronte a tali problemi “con istituzioni radicate in Italia, che conoscano il nostro paese e le sue specificità, e abbiano strategie compatibili con il particolare tessuto produttivo italiano fatto di piccole e medie imprese”, da incentivare “attraverso adeguati strumenti fiscali ad assumersi il rischio di investire in imprese nascenti”. Lo dice Bernabè da imprenditore che ha attivato “start up” di successo.

Inoltre “occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali”, e non è un’ovvietà, nonostante i proclami non avviene. La lezione a livello globale sul ruolo dello Stato vale soprattutto per l’Italia, dove è stato tanto invasivo da far divenire permanenti strutture come l’Iri create per contenere gli effetti della grande depressione degli anni ‘30. Mentre  in un sistema in cui l’innovazione viene stimolata con regole e infrastrutture pubbliche adeguate, “lo Stato svolge una funzione essenziale nel promuovere gli investimenti, non solo nelle infrastrutture e nei servizi, ma anche nella ricerca, nella scuola, nell’Università”. “In questo l’Italia è carente”, è la constatazione che segue, ”occorre un programma di snellimento dell’amministrazione centrale e locale e di semplificazione delle procedure”.   La rivoluzione di Internet e del web mostra come processi e sistemi messi a disposizione da enti pubblici, promossi e sviluppati dai privati, “hanno prodotto le condizioni per una trasformazione radicale dell’economia e del nostro stesso modo di vivere su scala mondiale”. 

Lo  Stato con regole appropriate può “creare incentivi e disincentivi allo sviluppo, favorendo l’innovazione e l’imprenditorialità”,  e può “abbattere i limiti alla libertà d’iniziativa privata in un campo inesplorato” e innovativo, nel quale è in gioco il futuro. Ma non basta: “Uno Stato che voglia favorire l’innovazione dovrà procedere a selezionate operazioni di potatura. Solo incamminandosi su questa strada potrà assicurare alle giovani imprese di crescere e di dare frutti”.  Il termine “potatura”, che richiama  gli insegnamenti della civiltà contadina validi anche nel presente e nel futuro, ci riporta alla sua origine, una famiglia relativamente modesta ma dalle solide radici nella sua terra.    

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La prima grande azienda: la sede della Fiat in Corso Marconi a Torino

Le lezione del capitalismo cinese

Sul  ruolo dello Stato c’è anche “la lezione cinese sul capitalismo”.  In Cina lo Stato è quanto mai invasivo, ma l’industria viene riorganizzata sul modello occidentale separando con la privatizzazione le funzioni pubblicistiche, che restano alle strutture statali, da quelle industriali e commerciali affidate a iimprese in competizione sul mercato. Tra queste PetroChina, per la quale Bernabè ommenta, dopo un numero di mandati da amministratore superiore a quello consentito che peraltro i cinesi volevano prolungare: “La governance di tipo occidentale era entrata a far parte della cultura aziendale e la discussione in consiglio non era più rituale ma entrava nel merito delle singole proposte iscritte all’ordine del giorno”; e non erano temi di poco conto, la discussione sul grande gasdotto d’importazione fu serrata e Bernabè forte dell’esperienza italiana ebbe un ruolo determinante.  Nota però che nella “cultura aziendale” cinese ritrova aspetti non commendevoli: “Le lotte di potere non erano molto diverse da quelle che avevo già vissuto in Eni e sfortunatamente anche gli scandali avevano vari punti in comune”: abbiamo già ricordato la “Tangentopoli cinese”. 

Sul piano generale sottolinea un aspetto senza dubbio positivo: “Nelle economie e nelle società occidentali i cambiamenti sono spesso radicali e si rivelano potenzialmente destabilizzanti, in Cina rispondono  a criteri di prudenza e progressività secondo l’aforisma di Deng Xiaoping: ‘Attraversare il fiume tastando le pietre’”. E lo analizza sulla base dell’esperienza personale: “La Cina ha radici culturali molto antiche che decenni di comunismo non sono riuscite ad espiantare”, per cui le loro dinamiche sociali “risentono dei valori millenari dell’armonia, del rispetto  e del merito di cui è impregnata la cultura cinese, che aborrisce l’instabilità e il disordine nei rapporti sociali”. E’ confortante con un miliardo e mezzo  di abitanti!

Quelle che ci interessano in modo particolare, però, sono le considerazioni che Bernabè ricava sul piano economico: “La Cina è l’esempio di come il capitalismo sia un fenomeno multiforme, straordinariamente capace di adattarsi alle peculiarità dei diversi sistemi economico-sociali da cui è adottato”. Per questo motivo: “Nel plasmarne le caratteristiche intervengono le dinamiche politiche, i rapporti di forza tra le classi sociali, l’articolazione del quadro istituzionale, i meccanismi di regolazione dei mercati”, per cui “non esiste una definizione accettata di capitalismo”. Ma le conclusioni di  Bernabè ne presentano una, come risultato di un’esperienza multiforme nel cuore del capitalismo occidentale e cinese:  “Per qualificarlo è sufficiente  che la proprietà dei mezzi di produzione e del capitale sia distinta dal lavoro salariato”. Con questa precisazione: “Che poi la proprietà appartenga allo Stato, a istituzioni finanziarie o a privati cittadini è del tutto indifferente e l’economia cinese ne è un esempio formidabile”.

La nostra rievocazione dell’odissea di Bernabè nelle acque agitate di “quarant’anni di capitalismo italiano” e non solo,  si chiude qui,  ma non possiamo esimerci da un “flash back” sul personaggio, anzi sulla persona, sempre presente nella storia narrata al di là dell’apparente neutralità di un saggio non asettico. 

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Bernabè con Gianni Agnelli

Dalla  formazione, lo spessore personale del protagonista

Per questo non vorremmo che il nostro  sommario resoconto dei contenuti di un libro che ne ripercorre le vicende in modo quanto mai denso e dettagliato desse l’impressione di una successione di fatti rievocati con la freddezza di una relazione tecnica  in campo economico, industriale e finanziario. Tutt’altro, è una sorta di diario personale che registra fedelmente le iniziative e le azioni del protagonista lasciando spesso percepire – anzi rivivendole a volte esplicitamente – le sue emozioni insieme alle motivazioni recondite. Che riportano alla sua scala di valori con riferimenti alla propria formazione alla quale è dedicata una trentina di pagine, nella prima parte del libro, marcando così l’inizio della sua storia umana e non solo professionale.

Tutto ciò con notazioni quanto mai espressive di un carattere determinato con la consapevolezza della propria visione ideale e la ferma volontà di perseguirla senza esitare dinanzi a scelte anche difficili;  questo atteggiamento, al vertice delle grandi imprese di cui abbiamo parlato,  si tradurrà nella determinazione a far valere i loro interessi non pensando ai propri anche quando questo gli  comportava pesanti rinunce. Del resto, in una delle sue riflessioni finali troviamo che il conflitto di interessi tra le ambizioni del manager e gli interessi dell’impresa è ancora più dannoso di quello per motivi economici perché sfugge ad ogni meccanismo di controllo, per quanto sofisticato possa essere. Questo conflitto non lo troviamo nel suo caso, perché non si ha nel passaggio  dal vertice dell’Eni a quello di Telecom, e nel successivo ritorno al vertice di Telecom, motivati entrambi da una sfida da vincere per l’azienda prima che per se stesso.

Una formazione cosmopolita, dopo l’infanzia a Innsbruck dove frequenta l’asilo e le scuole elementari in una scuola tedesca, la famiglia vi si era trasferita dalla natia Vipiteno per il lavoro del padre mandato alla sottostazione delle Ferrovie italiane nella città austriaca. Nel 1959, a 11 anni, a Torino, dove il padre era voluto rientrare appena liberatosi un posto alle Ferrovie per non far perdere ai due figli le radici italiane; poi al liceo classico con una borsa di studio in America, non se la fa scappare contro il volere dei professori perché il corso non era riconosciuto. Ma fu altamente formativo per i valori di una democrazia basata sul bilanciamento e non solo sulla divisione dei poteri e per la  fede negli ideali, il ruolo delle organizzazioni intermedie e la diversa concezione dei rapporti tra lo Stato e la società civile, l’importanza della solidarietà.

Per le sue voraci letture quattro lingue oltre l’italiano,  il tedesco seconda lingua madre, l’inglese- americano imparato dal vivo,  studiati a scuola il  russo e il francese  che perfezionerà a Parigi quando andrà all’Ocse. Frequenta l’Università nel Laboratorio di economia politica “Cognetti de Martiis”, organizzato sull’esempio dei più prestigiosi istituti – la London School of Economic and Political Science, il Museo sociale di Parigi e i college economici americani – vi si erano formati allievi come Luigi Albertini e Piero Sraffa fino a Luigi Einaudi. Veniva applicato, nella parole di Cognetti, “il rigore teorico, il metodo empirico e gli strumenti analitici delle scienze fisiche anche  a quelle sociali e in particolare all’economia”.

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Bernabè nello “sbarco” nell’Eni

Ebbe come docenti maestri “che avevano un’aura di sacralità” come Firpo e Passerin d’Entreves, Bobbio e Claudio Napoleoni, le cui lezioni “erano ispirate”: dieci anni prima alla Svimez appassionava gli allievi del “Corso di formazione sullo sviluppo economico” con il suo carisma e la sua scienza economica, erano memorabili le sue lezioni sulla “produzione di merci a mezzo di merci” di Piero Sraffa, c’era anche Bruno de Finetti, ma questo è un nostro ricordo personale… Tornando alla rievocazione del libro, “nel ribollire di quegli anni, con la rivolta del Sessantotto che aveva avuto come epicentro le facoltà umanistiche, il Laboratorio era rimasto un’oasi di tranquillità. Eravamo all’incirca trenta frequentanti. C’era un professore per ogni studente. Si collaborava in un clima straordinario”. Tra i compagni di corso giovani promesse la cui carriera sarà prestigiosa, da Gomel futuro direttore in Banca d’Italia a Santagata grande economista, da Siniscalco ministro dopo un passaggio all’Eni a Marsaglia che diverrà un grande banchiere internazionale.   

In quel periodo, tra il 1968  e il 1970, Bernabè collabora con giornali e periodici scrivendo soprattutto sui paesi dell’Est, accedendo direttamente alle fonti per la conoscenza delle lingue, quindi fornendo notizie inedite. Di lì la frequenza dei seminari a Venezia del Ceses, il Centro studi e ricerche sui problemi economici e sociali fondato da Renato Mieli, rientrato in Italia con gli angloamericani, era il “Capitano Merrill” della loro “intelligence” nei paesi occupati. Togliatti gli offrì incarichi importanti nella stampa comunista per le sue capacità, oltre all’ideologia, fondò l’Ansa come cooperativa giornalistica; lo preoccupava il futuro del figlio Paolo, e sappiamo poi qual è stato… Ciononostante il Ceses nacque da un finanziamento della parte avversa, la Confindustria, ma con partecipanti e relatori di ogni orientamento: Franco Mattei direttore generale della Confindustria e  Ferdinando Di Fenizio, Giovanni Sartori e Giuliano  Urbani, Gianfranco Pasquino e Lucio Colletti, Renzo De Felice e Luciano Cafagna, Paolo Spriano e Rosario Romeo, Leo Valiani e Paolo Ungari. Figure che qualificano il suo percorso formativo.

Seguiva anche i corsi del Centro internazionale di matematica estivo di Bruno de Finetti a Orvieto, con partecipanti delle più diverse discipline – economisti e sociologi, politologi e intellettuali – alle quali veniva applicato il rigore matematico. Nel seminario del 1971 “un tema di cui si è tornati a discutere dopo cinquant’anni”, garantire “un reddito minimo per tutti” finanziato da “una perequazione in sede fiscale”; nel 1973 i temi delle abitazioni, del mercato del lavoro, “di ecologia e del rapporto tra produzione e ambiente”, anche questo è quanto mai attuale. Tra i partecipanti, nomi che avranno ruoli importanti come Paolo Savona e Michele Salvati, Fabrizio Onida e Guido Rey, Sergio Steve e Carlo Secchi; nonché Antonio Pedone e Franco Reviglio, di cui era assistente  a Torino, oltre a Federico Caffè, il grande economista.

“Fu a quelle lezioni che conobbi Mario Draghi, con il quale instaurai, negli anni trascorsi al vertice di Eni, un solido rapporto professionale che dura tuttora”. Un insegnamento  dei corsi estivi riguarda la “teoria soggettivistica della probabilità”: secondo De Finetti “la probabilità è il grado di fiducia che un individuo sulla base delle conoscenze a lui disponibili, attribuisce a un evento o a un enunciato, la cui verità o falsità gli sono, per qualche motivo sconosciute”. Chissà quante volte, nella sua odissea manageriale, Bernabè avrà ripensato a queste parole, e quanti stimoli ne avrà tratto! Il Club Turati di Torino gli chiese di organizzare alcuni Convegni di economia, “cosa che feci con grande entusiasmo”, ricorda.  

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Bernabè, il doppio passaggio a Telecom Italia

Laurea di eccellenza nel 1973 all’Università di Torino in Scienze politiche con curriculum economico, dove diventa assistente del prof. Reviglio, poi ricercatore di economia alla Fondazione Luigi Einaudi dal 1973 al 1976, e professore incaricato di Politica economica nella Scuola di Amministrazione industriale dell’Università di Torino nel 1975-76.  

Su queste basi inizia il proprio percorso professionale già di livello, nel 1976 all’Ocse a Parigi dopo aver rifiutato un’offerta alla Fiat volendo avere un’esperienza internazionale. E’ un’altra occasione straordinaria di conoscere personalità di altissimo livello, Parigi “diventa crocevia di incontri” soprattutto per preparare il rapporto Mc Cracken sul mercato del lavoro assegnato al  dipartimento  di cui faceva parte dopo il primo shock petrolifero dell’ottobre 1973 che aveva portato alle stelle i prezzi dell’energia, quindi l’inflazione e, attraverso i meccanismi di indicizzazione, aveva determinato “l’esplosione salariale”; era l’altra emergenza studiata, oltre a quella petrolifera. Membri della Commissione costituita nel 1975,  oltre al coordinatore Mc Cracken che era stato a capo dei consiglieri economici del presidente americano Nixon, c’erano Guido Carli già Governatore della Banca d’Italia, Raymond Barre, l’anno successivo premier del governo francese allorché gli subentrò Robert Marjolin, Herbert Giersch, già presidente del Consiglio di esperti economici del governo tedesco.

“Non potevo sperare in un compito più interessante – commenta oggi Bernabè – Era straordinario assistere alle discussioni di un gruppo così qualificato di esperti  che alla solida cultura economica univano una grande esperienza di gestione dell’economia”. E poi lavorare al rapporto.

La Fiat torna alla carica nel 1978, e questa volta accetta:  entra come direttore studi economici in stretto contatto con Mosconi,  direttore per la pianificazione e il controllo che lo aveva convinto negli incontri in convegni di studio, quindi può approfondire i problemi dell’organizzazione e della  programmazione aziendale; alla direzione finanziaria era entrato Gabriele Galateri di Genola, diventerà A. D. di Fiat nel 2002, lo ritroveremo con Bernabè al vertice di Telecom nel 2007.  E’ la Fiat di Cesare Romiti e di Gianni Agnelli, ne riceverà lezioni preziose. Come le avrà dal periodo durissimo negli anni di piombo, sarà anche nel mirino di “Lotta continua” per i suoi precedenti all’Ocse, come “rappresentante delle tenebrose forze del capitalismo…” e così delirando; poi con la “marcia dei quarantamila” l’ordine tornò in Fiat.

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Bernabè, nel C.d.A. di PetroChina

Imparò molto da quegli anni di crisi acuta seguita dalla massima trasformazione con Romiti, maestro nel gestire le crisi e gli uomini, che lo faceva partecipare alle colazioni di lavoro  con i ministri delle Finanze Reviglio e delle Partecipazioni statali Lombardini, dato che era stato in stretto contatto con loro come assistente all’Università di Torino. Questo gli diede “maggiore visibilità” in Fiat, dove vide all’opera Romiti che tenne duro nella fase più critica del blocco di Mirafiori pe 35 giorni in risposta ai licenziamenti, contro i timori della famiglia Agnelli propensa a cedere, “solo l’Avvocato mantenne la calma e l’equilibrio”.

Ne ricavò l’insegnamento e insieme ammonimento che “un capo deve evitare l’isolamento, ma deve anche accettare la solitudine delle sue decisioni senza condizionamenti, laaciandosi portare solo dall’interesse dell’istituzione che rappresenta”. Si era nell’aprile 1980, premier Cossiga con Reviglio alle Finanze. “Fu in quel periodo che Romiti e l’avvocato Agnelli mi chiesero di collaborare alla stesura dei loro discorsi”. Gianni Agnelli, che aveva vari “ghostwriter”, lo consultava per gli interventi in materia economica: “L’Avvocato mi chiamava, mi intratteneva sull’evento al quale avrebbe dovuto partecipare e discuteva sul taglio del discorso e soprattutto sul messaggio da divulgare. Non cercava mai di imporre le sue idee. Ci si confrontava e si decideva insieme una linea, nel’interesse dell’azienda”. E, particolare gustoso, “gli piaceva condire gli interventi con battute frutto di sue personali riflessioni: soluzioni di grande effetto oltre che di grande intelligenza. Era interessato a far presa sul pubblico”. 

Ma Bernabè desiderava il passaggio all’esperienza operativa dopo l’attività negli studi economici, andare dallo “staff” alla “line”. Il Capo del Personale Fiat lo negò considerandolo bravo per il ruolo che occupava e “troppo buono” per quello a cui aspirava che richiedeva un carattere forte. Evidentemente non conosceva gli uomini, mai errore fu più marchiano, e lo abbiamo visto nelle tempeste di Eni, Telecom e PetroChina. L’errore del dirigente della Fiat  fu provvidenziale per lui, perché nulla poteva trattenerlo quando nel 1983 Reviglio, nominato presidente dell’Eni, gli chiese di seguirlo: era lo sbarco nell’Eni, l’inizio dell’odissea. Sarà di nuovo in Fiat come consigliere di amministrazione dal 2000 al 2002, un altro prestigioso ritorno…

Restano da ricordare i momenti di  distensione, a Berlino davanti alla statua di Marx ed Engels, in bicicletta tra Vienna e Budapest con la moglie, le camminate solitarie nei boschi dell’altipiano della Vigolana presso Trento.  Non erano distensivi i voli sull’aereo aziendale per i “road show” borsistici e  nella spola Roma-Milano, e neppure per gli incontri con i vertici di primari gruppi stranieri; a parte la pittoresca giornata in Siberia, pure legata a un’importante trattativa con i russi, ma alcuni di questi momenti li ‘abbiamo già citati.

Per terminare, dal luglio 2019 Bernabè è presidente di Cellnex, la principale azienda europea di infrastrutture di telecomunicazioni wireless, oltre agli altri incarichi e al proprio “Fb Group”. Così   il cerchio si chiude su una figura  non incline a esposizioni mediatiche ma alla cui discrezione corrisponde uno spessore professionale e umano che non può lasciare indifferenti. Non sappiamo se nella sua Itaca si prepara a una nuova odissea, ma siamo certi che sarebbe pronto ad affrontarla.     

  

Il Fb Group di Bernabè

Info

Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. I primi 4 articoli del presente servizio che si conclude qui sono usciti in questo sito tra il 20 e il 23 novembre 2020.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare visivamente alcuni momenti chiave della vicenda personale e di quella manageriale del protagonista rievocata negli articoli precedenti, a parte l’ultima immagine che lo ritrae nella sua attuale posizione di presidente di Cellnex di cui non si parla nel libro, in un’attualizzazione che abbiamo ritenuto di aggiungere. Neppure le altre immagini sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la gratitudine, sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini  nel testo: businessinsideragfeditorial.it, storep.org., rbolletta.com, fleetblog.it, studiorolla.it, lastampa.it, panorama.it, corriere.it, euromenaenergy.com, bernabe.it, cellnextelecom.com. In apertura, Franco Bernabè, seguono i maestri: Claudio Napoleoni, e Bruno de Finetti; poi, l’inizio: la sede dell’Ocse a Parigi, e la prima grande azienda: la sede della Fiat in Corso Marconi a Torino; quindi, Bernabè con Gianni Agnelli, e Bernabè nello “sbarco” nell’Eni; poi, Bernabè, il doppio passaggio a Telecom Italia, e Bernabè, nel C.d.A. di PetroChina; infine, il Fb Group di Bernabè e, in chiusura, Bernabè presidente Cellnex e l’amministratore delegato Tobias Martines Gimeno.

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Bernabè presidente Cellnex, e l’amministratore delegato Tobias Martines Gimeno

Franco Bernabè, 4. Il ritorno in Telecom, PetroChina e il “salto di specie”

di Romano Maria Levante

In precedenza, seguendo il racconto vasto e documentato del libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo,  abbiamo rievocato i suoi 15 anni  nell’Eni fino al risanamento con la privatizzazione, la quotazione in Borsa e la divisionalizzazione nella posizione di amministratore delegato, in mezzo la tempesta Enimont in piena Tangentopoli con la scoperta del’iceberg corruttivo; poi l’intenso semestre in Telecom con la resistenza sfortunata contro l’armata Brancaleone dei  “capitani coraggiosi” cari a D’Alema, e il naufragio loro e degli epigoni ugualmente speculatori intemerati. Ora una variante aziendale ma in positivo del “rieccolo” tipico della politica: il ritorno di Bernabè al vertice di Telecom, questa volta per restarci 6 anni, dopo il tormentato semestre del primo incarico, fino al nuovo ribaltone azionario. E, in direzione opposta, del tutto innovativa, i 13 anni da amministratore del colosso petrolifero cinese PetroChina, preceduti e seguiti dal “salto di specie”, da top manager a imprenditore.

Franco Bernabè, amministratore delegato Telecom Italia dicembre 2007-aprile 2011
presidente esecutivo aprile 2011-ottobre 2013

Il ritorno in Telecom, l’impegno per la rete

Abbiamo chiuso la rievocazione precedente con le dimissioni  di Marco Tronchetti Provera da presidente di Telecom, preludio  di quella che il libro definisce “l’affannosa ricerca di un socio” per l’uscita definitiva dal gruppo che, dopo 4 anni dall’acquisizione,  nel 2005 aveva raggiunto il massimo di indebitamento con circa 40 miliardi di euro rispetto a un patrimonio netto inferiore a 27 miliardi.  Dopo un approccio con Murdoch e dei negoziati con l’americana At&t e la messicana América Mòvil – presto interrotti per il mito di comodo dell’italinaità, poi rinnegato – la trattativa con Telefonica quale socio industriale in una cordata di Intesa San Paolo e Generali, Mediobanca e Sintonia, sfociata nella “Telco”  che nell’aprile 2007 rilevò interamente  “Olimpia”,  di Pirelli e Benetton, incorporandola, e quindi Telecom dalla stessa controllata.

Occorreva trovare chi si assumesse un compito da far tremare le vene e i polsi, e la società di “cacciatori di teste” Spencer Stuart non ebbe dubbi nel designare Bernabè, che non solo conosceva bene la società per averla guidata, ma aveva lottato per prevenire il grave dissesto provocato poi dai “capitani coraggiosi” e dai loro epigoni, e in precedenza aveva guidato l’Eni per diversi anni con successo pur in condizioni difficili.

Mentre la Spencer Stuart individuava il candidato ideale, la “Telco alla ricerca di un capoazienda” – tramite l’AD di Banca Intesa Corrado Passera, a nome degli altri componenti della compagine creata per rilevare Telecom – lo invitava ad accettare la nomina ad amministratore delegato; poi tornarono alla carica direttamente anche Bazoli, Geronzi, e  Bolloré,  per le banche e Telefonica. Si era nell’ottobre 2007, Vincent Bolloré aveva cercato di contrastare Tronchetti Provera nell’acquisizione del controllo su Telecom, poi ne diventerà primo azionista, tenterà persino di scalare Mediaset, fino a controllare oggi Telecom con “Vivendi”. E’ un mastino delle telecomunicazioni, si era interessato alla Telecom-Tim sin dal 2001 allorchè aveva cercato di competere senza successo con Olivetti per acquisirne il controllo.

Bernabè esitava ad accettare la pur allettante offerta: era impegnato con ottimi risultati nelle società da lui costituite o rilevate nel “salto di specie” da top manager a imprenditore, di cui parleremo più avanti, e avrebbe dovuto dismetterle per i potenziali “conflitti di interesse”; mentre non era certa la solidità della base azionaria di Telecom, un’aggregazione temporanea con visioni diverse tra le banche e Telefonica.

Ed ecco la decisione, anche qui con la motivazione personale che l’ha determinata: “Abbandonare tutto quello che facevo per tornare al vertice di Telecom mi comportava notevoli problemi. Allo stesso tempo, l’idea di concludere un lavoro interrotto così brutalmente sette anni prima mi stimolava. La ragione avrebbe dovuto consigliarmi di rinunciare, ma le emozioni sono spesso un catalizzatore più efficace delle decisioni”. Senz’altro c’era da emozionarsi: “In questo caso prevaleva la voglia di rivincita, l’idea di riuscire dove altri avevano fallito, ma anche il legame con tanti dipendenti e dirigenti che negli anni avevano continuato a scrivermi, raccontandomi la loro sofferenza  per la crisi di una società alla quale erano molto legati”. Inoltre presidente sarebbe stato Gabriele Galateri di Genola, con cui aveva fatto i primi passi in Fiat, e “anche se i nostri profili erano molto simili”, conclude Bernabè, secondo Passera “la combinazione di persone con evidenti affinità professionali rappresentava un punto di forza”.

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Bernabè amministratore delegato di Telecom Italia
con Gabriele Galateri di Gemona presidente

Nella nostra similitudine omerica, “dei remi fece ali al folle volo”, e si rivelò tale, molto più prolungato della brevissima quanto tormentata esperienza precedente e con un contenuto ben diverso. Nel 1999  si era dovuto confrontare con la scalata ostile di finanzieri d’assalto sostenuti dal presidente del Consiglio D’Alema, i cosiddetti “capitali coraggiosi”, e abbiamo detto in precedenza, nel rievocarne la storia,  di quale “coraggio” si trattasse. Si era trovato contro altre massime istituzioni, la  Consob e la Banca d’Italia che ne avevano avallato la scorribanda perniciosa per la società e per il Paese; ora doveva raccogliere i cocci di una società indebitata e dissestata per rilanciarla nel sistema di telecomunicazioni, un’impresa titanica.

Questa volta il campo di battaglia non era solo la finanza, c’era un indebitamento fuori misura, oltretutto dopo le dismissioni operate da Tronchetti Provera di quasi tutto quanto c’era da vendere – e abbiamo visto come ciò avvenne per gli immobili poi riaffittati a Telecom! – che imponeva interventi radicali;  e questi, non essendo disponibili i nuovi azionisti ad aumenti di capitale “per abbattere il debito e far ripartire gli investimenti”, dovevano essere forzatamente a livello industriale, la vocazione primaria di Bernabè.

Ma il promettente piano di  “rilancio graduale, comprimere il debito e aumentare il  flusso di cassa di Telecom riducendone i costi, dosando gli investimenti e tagliando il dividendo” presentato agli investitori “spiazzava coloro che avevano investito in Telecom contando su una robusta cedola” e si trovavano dinanzi al “dimezzamento del dividendo”, inevitabile dopo la politica di dividendi delle gestioni precedenti: “Tra cedole e riserve distribuite il gruppo Telecom tra il 2000 e il 2007 aveva versato ai suoi azionisti 20 miliardi, 15,6 dei quali imputabili alla gestione Tronchetti”  che “per garantire un flusso finanziario sufficiente a sostenere il debito di Olimpia… erogava la quasi totalità degli utili, mentre a livello internazionale il payout (la percentuale di profitti corrisposti in dividendi) superava di poco il 50%”. I soliti speculatori intemerati! 

Era il 7 marzo 2008, la risposta della Borsa al piano di risanamento fu il crollo del titolo, come del resto era avvenuto in Deutsche Telekom  e nelle altre imprese europee di telecomunicazioni; in più c’era stata la caduta del governo con le elezioni anticipate nel gennaio e  incombeva la crisi finanziaria a livello globale che portò a metà settembre al fallimento della Lehman Brothers. “In questo quadro recessivo Telecom aveva cominciato a subire l’erosione dei ricavi e dei margini. Bisognava dunque accelerare sulla riduzione del debito sapendo di non poter contare sugli azionisti e nemmeno sui tempi lunghi di un miglioramento graduale della gestione del programma iniziale”.

La risposta, nelle corde di Bernabè, è un progetto industriale: la “’societarizzazione’ della rete” conferendo l’infrastruttura di accesso e le attività connesse a una società separata, controllata da Telecom, che sarebbe stata apprezzata dagli investitori, in modo che potevano provenirne “le risorse per abbattere il debito e rilanciare gli investimenti”.

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Bernabè presidente esecutivo di Telecom Italia
con Marco Patuano amministratore delegato

Non si trattava di generiche aspettative e neppure di qualcosa di inedito, con l’iniziativa “Open Access” nel febbraio 2008 si era già attuata la  separazione, sia pure parziale, della rete con una struttura autonoma staccata dalle attività commerciali all’interno della divisione  “Technology”. In tal modo si rispondeva alle sollecitazioni delle autorità di regolazione e del governo di “scorporare” le infrastrutture ai fini di una maggiore parità concorrenziale; nel contempo era stata chiesta all’autorità  Agcom la chiusura delle controversie  mediante “cospicue oblazioni”, risolvendo i problemi con il regolatore e avviando rapporti più distesi con i concorrenti che lamentavano la scarsa neutralità del passato da cui si sentivano danneggiati.

I ricavi della progettata “Opac” (dalle iniziali di Open Access) erano stimati in 5 miliardi di euro con un margine operativo lordo del 50% per un valore totale d’impresa di 18 miliardi di euro: il progetto fu presentato al C.d.A. nel settembre 2008 ma incontrò l’opposizione di Telefonica, preoccupata di doverlo replicare nelle sue attività in Spagna, e di Mediobanca che si mostrò contraria alla frammentazione e duplicazione di strutture; anche i concorrenti erano ostili anche se per ragioni diverse temendo che nella nuova società fossero scaricate le inefficienze di Telecom. Perciò il progetto fu ritirato.

Aveva anticipato un’esigenza divenuta sempre più pressante, senonché  l’intervento delle istituzioni pubbliche aveva complicato invece che semplificare la situazione, pur con lo stesso obiettivo: lo scorporo della rete infrastrutturale affidata a una società separata. La Commissione Trasporti e Telecomunicazioni presieduta da Mario Valducci  chiuse l’apposita indagine conoscitiva con la richiesta di una norma che obbligasse alla separazione funzionale della rete. Seguì “il tavolo Romani”, del viceministro con delega alle telecomunicazioni e poi ministro dello Sviluppo Paolo Romani, che si concluse con un memorandum di intenti siglato il 30  novembre 2010  dalle principali società del settore con il quale tra le due alternative poste dal rapporto di Francesco Caio si scartò a sorpresa lo scorporo della rete Telecom e si scelse la costituzione di un’unica rete di accesso ottica di nuova generazione gestita da una società consortile cui i singoli operatori avrebbero dovuto conferire le proprie infrastrutture in fibra, con gran parte degli oneri a carico di Telecom. Intanto nell’aprile 2011 Bernabè da amministratore delegato passa a presidente esecutivo, A.D. diventa Marco Patuano, che aveva nominato all’inizio direttore finanziario facendolo rientrare da Telecom Argentina di cui era direttore generale dopo una carriera nella finanza Telecom.

Bernabè  mette in guardia sull’impraticabilità di tale progetto industriale  per le divergenze tra gli operatori chiamati a parteciparvi sull’architettura di rete e sulle dimensioni dell’investimento; ma soprattutto per l’insostenibilità economica dell’architettura prescelta,  discutibile anche sul piano tecnologico rispetto alle possibilità di  valorizzare l’infrastruttura in rame integrandola con la fibra, ritenuta la migliore soluzione.

Fu anche esplorata la possibilità di far convergere telecomunicazioni e “media”, come richiedeva l’evoluzione in atto nel settore, ipotizzando di conferire Mediaset a Telecom – cosa che avrebbe risolto anche il conflitto di interessi di Berlusconi rendendo Mediaset minoritaria –  ma il progetto non fu neppure discusso per motivi politici, o meglio per sospetti di chissà quale intento; inoltre passava per la modifica della legge Gasparri che impediva di acquisire altre piattaforme a chi era nel settore con oltre il 20%.

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La Commissione Valducci per l’indagine conoscitiva sulle telecomunicazioni

Nel luglio 2012 l’annuncio della Commissaria europea per l’agenda digitale di incentivare gli investimenti nelle nuove reti si aggiunge alla forte dinamica della domanda per ulteriori servizi digitali aperti agli apparecchi connessi alla rete,  come tablet e  smartphone, videogiochi e gli stessi televisori. Ne viene un nuovo impulso all’accelerazione nello sviluppo della rete a banda larga già in atto in Telecom: il libro descrive “il cantiere per l’autostrada digitale” anche negli aspetti tecnici  e nella diffusione raggiunta. 

Ma non mancò l’attenzione ai servizi, sebbene l’interesse alla rete fosse prevalente in tutti gli operatori. Il motivo “per cui non è nata una Google in Europa”  risiede, secondo Bernabè, nel fatto che le imprese di telecomunicazioni assicurano la “garanzia di qualità del servizio, che richiede infrastrutture complesse e costose, mentre il web ruota intorno all’idea di best effort, cioè del migliore sforzo per offrire un servizio prescindendo da un’immediata garanzia di qualità”.  Cita l’impegno per l’Sms multimediale, promosso anche come presidente, dal 2011 al 2013, del “Gsma” – l’organismo che raggruppa gli operatori mondiali di telefonia mobile – superato però dal WhatsApp  che ha conquistato il mercato per tali motivi:  ecco “come hanno fatto due giovani sviluppatori a mettere fuori gioco migliaia di ingegneri di telecomunicazione”.

Poi ci offre uno spaccato umano, al di là della tecnologia, dei suoi “incontri e scontri con i personaggi del web”. Ed ecco i “guru” da lui incontrati, Tim Berners-Lee creatore del world wide web, e Steve Jobs nel Campus Apple di Cupertino con l’allora vice Tim Cook, Eric Schmidt ex presidente di Google a Sankt Moritz e Jeff Bezos fondatore di Amazon, Peter Thiel e Alex Karp fondatori di Palantir Technologies, leader mondiale di “Data analytics”, che analizza informazioni da usare anche nell’intelligence, ripensiamo all’analoga attività di una agenzia della Cia nel film “I tre giorni del Condor”.

E nell’alternativa tra lo scorporo della rete Telecom e la società  consortile per un’unica nuova rete in fibra ottica va dunque avanti quest’ultima che sembrava prescelta? Ebbene no, “Cassa Depositi e Prestiti gioca su due tavoli” ed entra in una società che controllava  Metroweb, la quale aveva un piano di diffondere la fibra, ed “era più che una minaccia, come si vide in seguito con la costituzione di Ope Fiber”. Per questo Bernabè propone “di riconsiderare il progetto di scorporo e di ‘societarizzazione’ dell’infrastruttura, abbandonato tre anni prima”, nel quale sarebbe potuta entrare Cassa Depositi e Prestiti con un aumento di capitale  che avrebbe reso compatibile l’accelerazione degli investimenti con la riduzione del debito. 

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Vincent Bolloré, presidente del gruppo francese ” Vivendi”

Aprile 2013, il progetto viene presentato e approfondito con qualificati “advisor” di grandi banche; il 30 dello stesso mese approvato con la direttiva di dar corso alla  costituzione della nuova società con la Cassa Depositi e Prestiti previe le autorizzazioni regolatorie. Ma “il Cda approva lo scorporo e Agecom lo affonda”, si intitola uno dei paragrafi conclusivi sulla vicenda Telecom bis. “Anche questa volta il progetto era destinato a non partire. Fu però sorprendentemente un atto dell’Autorità di regolazione a provocarne l’abbandono”, e lo fece riducendo le tariffe di accesso alla rete fissa, cosa che paradossalmente rendeva più conveniente ai gestori rispetto alla società consortile un’offerta basata sul diritto di accesso all’infrastruttura  della Telecom che invece a sua volta ne era penalizzata e scoraggiata dall’investire in infrastrutture di nuova generazione. Non ebbe esito il ricorso alla Commissione Europea, la cui pronuncia era solo consultiva, contro l’ “intervento muscolare” dell’Agecom, e anche se il Consiglio di Stato qualche anno dopo darà ragione a Telecom dichiarando illegittima quella decisione di Agecom, la frittata ormai era stata fatta.

Bernabè cerca un investitore che possa sottoscrivere l’aumento di capitale necessario a Telecom, ma gli azionisti di Telco chiedono troppo per cedere parte delle loro quote e il mercato è depresso. Soltanto mediante l’integrazione con Telefonica “italiani e spagnoli avrebbero potuto dar vita, con un progetto di ampio respiro, alla più grande public company mondiale di telecomunicazioni, un’impresa con soci italiani e spagnoli in posizione paritetica e con una struttura di governo condivisa”: interessi complementari non sovrapposti, Telefonica in Spagna e Sudamerica, Telecom in Italia. Ma Mediobanca e Intesa San Paolo  restarono fredde dinanzi alla proposta di Bernabè, Mediobanca poi fu contraria: “Il progetto fu comunque liquidato a mezzo stampa mentre era sul nascere”. Ma si vide molto presto che era stato anticipatore.

A questo punto Bernabè lascia il gruppo, siamo a settembre 2013. Pochi giorni dopo  Telefonica annuncia un accordo per il controllo di “Telco”, quindi di Telecom, e  l’intenzione di  vendere Tim Brasil, la più importante consociata estera sopravvissuta alle dismissioni di Tronchetti Provera. Nel frattempo stava perfezionando  l’acquisto di Portugal Telecom in Vivo per controllare il primo operatore mobile del Brasile, ma l’Autorità delle telecomunicazioni brasiliana condizionò l’approvazione all’abbandono del controllo di Telecom Italia. E allora Telefonica decise di lasciare l’azienda italiana con una operazione che portò al controllo di Telecom il gruppo francese “Vivendi” di Bolloré, che Bernabè aveva interessato, con progetti e trattative prima della sua uscita, in sostituzione dell’integrazione mancata con Telefonica.  Un’altra sua indiscutibile preveggenza frustrata dalle cecità di turno, siano dei governi o dei manager miopi.

Alla fine di questa nuova fase della sua odissea manageriale Bernabè conclude: “Mi sono chiesto spesso dove avrei potuto fare meglio o che cosa avrei dovuto fare diversamente, ma non trovo una risposta che mi soddisfi”. In realtà, una risposta c’è  ed è lui stesso a fornirla: “Riflettendo mi sono convinto che, pur nelle drammatiche vicende che hanno attraversato il mio percorso in Eni lo Stato abbia garantito all’impresa la stabilità necessaria a realizzare un impegnativo programma di recupero, e che invece il mercato, con i suoi traguardi brevi dettati dai vincoli della finanza, lo abbia impedito a Telecom”. E’ così chiaro che qualsiasi commento guasterebbe, tanto più che sono parole di chi si è sempre speso per il mercato, quello vero.

Tornerà nelle telecomunicazioni con la presidenza di Cellnex dal luglio 2019, è la maggiore impresa europea di infrastrutture wireless, il libro non ne parla ma non possiamo tacere l’attualità più viva.

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Palazzo uffici di Telecom Italia

Dalla Cina con amore, nel C.d.A di PetroChina, il colosso petrolifero

Prima del ritorno in Telecom Italia Bernabè inizia un’esperienza quanto mai interessante nel cuore del capitalismo cinese, come membro indipendente nel Consiglio di amministrazione di PetroChina, il colosso petrolifero nato dalla privatizzazione, con una capitalizzazione al debutto alla Borsa di Shangai di 1.000 miliardi di dollari, il doppio di quella di Exxon alla Borsa di New York. Tante similitudini con l’Eni, all’interno del quale aveva già avuto molti contatti con il mondo petrolifero cinese per importanti permessi di ricerca. A partire da un fondatore mitico, come Enrico Mattei in l’Italia Wang  Jinxi in Cina, fino alla privatizzazione, in Cina con lo scorporo dalla China National Petroleum Corporation, la Cnpc. Quando andò in Consiglio di amministrazione la decisione da prendere su un grande gasdotto di importazione, Bernabè si impegnò molto nel sostenerlo, forte dell’esperienza con la rete dei metanodotti italiani che aveva costituito un’infrastruttura strategica per il Paese e una rilevante fonte di reddito per l’azienda Eni.

Fu posto alla presidenza dell’ “Audit Committee”, il “Comitato di controllo interno” con l’impegnativo compito di valutare la congruità degli scambi con la Cnpc e mantenere l’impegno di ridurli assunto con il mercato. Nel Consiglio di amministrazione, insieme a lui, proposto come garante dei grandi investitori internazionali dalla Goldman Sachs – che lo aveva visto all’opera nella quotazione dell’Eni alla Borsa di New York – gli altri due consiglieri indipendenti, Tung Chee-Chen, fratello del governatore di Hong Kong e Wim Jinglian, un noto economista cinese.

Ha occupato per tredici anni, dal 2000 al 2013, tale posizione, ben di più di un osservatorio privilegiato già di per sè molto interessante: una “governance occidentale in un’impresa comunista” regolata da “una lunga lista di norme” sui rapporti con la Cnpc e i conflitti di interesse, le attribuzioni e i rapporti reciproci regolamentati con precisione; ma anche rilevanti operazioni sul mercato con acquisizioni di società in Kazakistan, Egitto, Algeria e altri paesi oltre a grandi progetti interni  per l’estrazione di gas naturale e colossali programmi di importazione di metano  dall’Asia centrale con la West East Gas Pipeline, 8.700 km di metanodotti da Est a Ovest. Ma anche “controlli, nomine e carriere all’ombra del partito” in un grande paese dove le antiche radici e tradizioni superano le motivazioni politiche rappresentando una solida base culturale e ideale che alla fine prevale su quanto si rivela incompatibile con essa.

Da Ulisse a Marco Polo, vediamo il nostro protagonista alle prese con un mondo nuovo, un regime sospettoso che nel 2010 condannerà un geologo americano di origine cinese ad otto anni di prigione “con l’accusa di aver trafugato informazioni segrete sull’industria petrolifera cinese apparentemente costituite  da dati sismici su 30mila pozzi messi in vendita da Cnpc”. Dieci anni prima, all’inizio dell’esperienza di Bernabè, i cinesi erano ancora più sospettosi, dopo vent’anni di capitalismo di Stato : “Mi chiedevo come mai il partito consentisse a un occidentale di accedere a documenti di PetroChina  strettamente riservati e gli lasciasse esprimere liberamente le sue opinioni sulle modalità di gestione della società”.  

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Limpresa petrolifera cinese PetroChina

La risposta la dà di nuovo lui: “Agli inizi era evidente che il governo cinese avesse preso le sue precauzioni. Con la scusa di assistermi per qualsiasi necessità, la società mi aveva messo a disposizione un assistente che veniva a prelevarmi all’aeroporto al mio arrivo dall’Italia, dormiva nel mio stesso albergo e non mi lasciava se non al gate di imbarco al momento della partenza”.  Ma non continuò così, la fiducia fu conquistata sul campo, e la marcatura stretta di impronta comunista cessò: “Con il passare del tempo, venute meno all’apparenza le esigenze di controllo,  l’assistente si limitò ad essere presente solo quando effettivamente serviva”. Come per accompagnarlo “a visitare impianti industriali, e  zone della Cina che probabilmente neanche lui aveva mai visto”. Ne nacque “una relazione umana fatta anche di scambi d’opinione sulla società cinese”. Questa notazione personale dà un sapore speciale alla importante vicenda manageriale.

Non si sarebbe mai aspettato Bernabè di trovare un’altra affinità con l’Eni, di certo indesiderata, “la Tangentopoli cinese” e, data la sua posizione di responsabilità dell’”audit” interno se ne occupò sia dal punto di vista legale sia investendo il management di PetroChina. E anche qui, come era stato all’Eni, in tanti cercarono di ridimensionare i fatti come “episodi isolati in un corpo sostanzialmente sano”. 

Erano implicati l’ex vice-presidente e segretario del Consiglio di amministrazione Li Hualin, il geologo capo Daofu  e un direttore esecutivo, Ran Xinquan; ma soprattutto l’ex presidente di Cnpc e PetroChina, Jiang Jiemin, che aveva lasciato l’incarico e se ne erano addirittura perse le tracce. Competenti delle inchieste negli organismi controllati dal governo sono le Commissioni per le ispezioni della disciplina che poi trasmettono alla magistratura i risultati, mentre per le grandi imprese  di Stato occorre l’autorizzazione preventiva dell’organo politico, il Politburo. In questo caso l’inchiesta era partita proprio dai vertici politici e governativi per colpire Zhou Yongkang, sospettato di aver tentato nel 2012 un colpo di stato con l’ex governatore di una provincia petrolifera.

Risultato: Jang Jiemin viene arrestato il 1° settembre 2013 e nell’ottobre 2015 verrà condannato a 16 anni di carcere per corruzione e abuso di potere. Ma come nell’Eni c’era un “iceberg corruttivo”, anche lì quello scoperto non era un caso isolato, fu portata alla luce “la rete corruttiva di Zhou Yongkang” mediante cessione di giacimenti marginali difficili agli operatori privati che “ne sviluppavano la produzione e poi li cedevano nuovamente a Cnpc lucrando ampie plusvalenze”; è spontanea l’associazione di idee con le vendite di immobili di Telecom poi riaffittati alla stessa, ma forse ancora una volta stiamo “pensando male” e quindi “facciamo peccato….”.  Ondata di arresti, “class action”  per risarcimenti collettivi archiviata in seguito, e azione privata per danni, crollo azionario e successivo più stretto controllo sulle partecipate.

Commenta Bernabè: “Come era avvenuto per Eni, anche nel caso di Petrochina l’effetto dell’inchiesta era stato quello di riportare al centro la capacità di governo sull’intero sistema organizzativo e produttivo dell’azienda”.

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La sede di PetroChina a Pechino

Il “salto di specie”, da top manager a imprenditore   

L’invito a entrare nel Consiglio di amministrazione di PetroChina era arrivato a Bernabè mentre era impegnato a livello imprenditoriale nelle attività che aveva creato o rilevato al termine della prima esperienza in Telecom, scottato dalla brevità  del percorso troncato dalla scalata dei “capitani coraggiosi” e desideroso di un riscatto sul piano personale, anche se non aveva nulla da rimproverarsi: si era battuto fino all’ultimo, sconfitto dai finanzieri d’assalto con l’appoggio di governo e di altre istituzioni.

Una prima iniziativa fu la costituzione il 18 novembre 1999, con un investimento iniziale di 10 miliardi di lire e una propria partecipazione al 10%, insieme a Renato Soru – il creatore di Tiscali che nella bolla speculativa della new economy nel febbraio 2000 capitalizzava quanto la Fiat – di “Andala”, la società di cui assunse la presidenza, per partecipare alla gara sulle frequenze Umts per il radiomobile di nuova generazione. Furono acquisite le migliori competenze specialistiche con l’intento di “dare al cliente nuovi contenuti, andando oltre il servizio voce e i messaggi sms che caratterizzavano in quel momento l’offerta radiomobile”. Inizialmente fecero parte di Andala la Banca Imi e Rothschild, poi la svedese Ericsson, la Cir di Carlo de Benedetti e la Gemina Hdp di Cesare Romiti, insolitamente insieme in un’iniziativa: “Eravamo riusciti a infilare Silvestro nella gabbia di Titti senza che il gatto sbranasse il canarino”.

Per la gara  il governo D’Alema aveva previsto la licitazione privata, e l’Autorità per le comunicazioni il prezzo minimo di 350-500 miliardi di lire per licenza, accessibile anche in previsione di ragionevoli rilanci; ma il successivo governo Amato, sulla base delle più recenti esperienze inglese e tedesca, alzò molto il tiro, ponendosi come obiettivo di incassare per le 5 licenze “non meno di 25mila miliardi di lire”: dunque il prezzo veniva decuplicato e la gara non era più alla portata della compagine creata, pur con soci prestigiosi.

E allora, dopo i primi contatti con Deutsche Telekom, si entra in trattative con la Hutchinson Whampoa, il colosso cinese di Hong Kong interessato alle telecomunicazioni mobili di terza generazione che acquisirà il 51%, di Andala, gli altri soci iniziali restano con varie quote, a Bernabè rimane il 2%. All’asta fu acquisita da parte di Andala una licenza per 6.500 miliardi di lire – “Amato aveva visto giusto sul prezzo delle licenze” – al quale si sarebbe dovuto aggiungere altrettanto capitale per gli investimenti. Erano esborsi insostenibili per gli italiani, quindi uscirono: Andala diviene H3G,  con Hutchinson nel gennaio 2002 all’88% del capitale,  l’attivissima “3”  che si è fusa con Wind nell’attuale “Wind  Tre”. Alla base c’è l’intuizione imprenditoriale di Bernabè con Soru, poi la crescita esponenziale con i cinesi ha portato all’attuale prestigioso operatore.  

Renato Soru, fondatore con Bernabè di “Andala”

“L’esperienza da imprenditore mi entusiasmava – commenta Bernabè – La febbre della new economy, che sembrava così ricca di opportunità aveva contagiato anche me e l’occasione di intraprendere una nuova iniziativa si presentò quasi per caso”: la lettera di un giovane ingegnere, Luca Tomassini,  che aveva lasciato la Telecom per mettersi in proprio dopo la scalata di Colaninno e soci.  “Avviammo un progetto da cui nacque Kelyan, un’azienda tecnologica rivolta soprattutto al mercato delle imprese”, a Orvieto; la società fornisce soluzioni Ict e applicative gestionali orientate alla rete, già nel 2001 fatturava 18 milioni di euro, poi è cresciuta. Il gruppo Kelyan fu ceduto ad altro gruppo nell’ottobre 2009, al suo ritorno in Telecom.  

Ma non finisce qui, nella sua nuova vita da imprenditore in proprio Bernabè, da azionista delle imprese di telecomunicazioni Netscalibur e Telit contribuisce alla loro ristrutturazione e alla successiva riammissione sul mercato, secondo l’impostazione di fondo per la quale quando le prospettive di sviluppo dell’azienda superano gli intendimenti e le possibilità dei proprietari va ceduta a chi può assicurare ad essa le risorse necessarie per sostenerne la crescita e non tenuta a vivacchiare; come per Andala che è divenuta, con la radicale mutazione nella “3”, una delle maggiori reti italiane. Ha attivato una consulenza finanziaria di qualità poi ceduta, per tale impostazione,  alla  Rotschild nella quale ha rivestito il ruolo di  Vicepresidente di “Rotschild Europe” dal 2004 al 2007 realizzando importanti operazioni di M&A su scala europea.  

Le sue attività di imprenditore sono riunite nell’”Fb Group” costituito nel 2000, alla prima uscita da  Telecom: è una holding di “partecipazioni e management company” di un gruppo attivo nel settore della consulenza strategica, dell’Ict e delle energie rinnovabili, inizialmente con un partner ome l’Imi e successivamente Banca Intesa. Vi rientra alla seconda uscita da Telecom, e come “advisor finanziario” dei fondi di “private equity”  Advent e Bain capital contribuisce ad acquisire ICBPI, banca specializzata nei servizi di pagamento creata dalle Banche Popolari, del cui Istituto diventa Presidente il 22 giugno 2016.

Dall’impegno manageriale al massimo livello e imprenditoriale in settori innovativi vengono tratte da Bernabè valutazioni preziose su quarant’anni di capitalismo, e non solo italiano, andando oltre il sottotitolo del libro. Ne parleremo presto concludendo la nostra rievocazione della sua odissea.

La “3”, nata da “Andala”

Info

Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. I primi 3 articoli del presente servizio sono usciti in questo sito dal 20 al 22 novembre, il 5° e ultimo articolo uscirà il 24 novembre 2020.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare figure ben note che hanno recitato un ruolo rilevante nelle vicende rievocate, come sporadici fotogrammi estratti da un film quanto mai affollato di primi attori e comprimari. Non sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la nostra gratitudine, sono, secondo l’inserimento delle immagini nel testo: ilsole24ore.it, ansa324.it, ilsole24ore.it, camera.it. notizietiscali.it, corrierecomunicazioni.it, pinterest.it, worldarchitecturecommunity.org, tiscali.it, borto.net, bernabe.it. In apertura, Franco Bernabè, amministratore delegato Telecom Italia dicembre 2007-aprile 2011, presidente esecutivo aprile 2011-
ottobre 2013
; seguono, Bernabè amministratore delegato di Telecom Italia con Gabriele Galateri di Gemona presidente, e Bernabè presidente esecutivo di Telecom Italia con Marco Patuano amministratore delegato; poi, la Commissione Valducci per l’indagine conoscitiva sulle telecomunicazioni e Vincent Bolloré, presidente del gruppo francese “Vivendi”; quindi, Palazzo uffici di Telecom Italia e l’impresa petrolifera cinese PetroChina; inoltre, la sede di PetroChina a Pechino, e Renato Soru, fondatore con Bernabè di “Andala” ; infine, La “3”, nata da “Andala” e, in chiusura, il Franco Bernabè Group.

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Il Franco Bernabè Group

Franco Bernabè, 3. Il passaggio in Telecom, i “capitani coraggiosi” e i loro epigoni

di Romano Maria Levante

Abbiamo rievocato le fasi culminanti dei 15 anni trascorsi nell’Eni – prima da assistente del Presidente, poi da vice-direttore e direttore centrale, fino a più di 6 anni da amministratore delegato – descritte in modo accurato e particolareggiato nel libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo. E’ un percorso manageriale di successo all’insegna della coerenza e della determinazione a portare fino in fondo le proprie idee nella convinzione di lottare per il bene dell’azienda e per l’interesse pubblico contro gli ostacoli da parte di certa politica e dei manager collusi con essa. Una collusione che ha portato all’affare Enimont, una Tangentopoli all’interno dell’Eni in cui Bernabè ha fatto emergere l’ iceberg corruttivo che si celava dietro una compiacente banca svizzera.  Ora si volta pagina, la storia prosegue con il suo sbarco in Telecom Italia, quanto mai movimentato fin dall’inizio.

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Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia, 20 novembre 1998-25 maggio 1999

In Telecom Italia, tra il “nocciolino duro” e i “capitani coraggiosi”

Come altre importanti svolte nella vita professionale di Bernabè, anche il suo passaggio a Telecom Italia nasce da una circostanza casuale, pur se non estranea all’ambito della sua attività. Siamo nell’ottobre 1998, dopo l’incontro a Londra con gli investitori della 4^ “tranche” del collocamento di azioni Eni a una cena organizzata dal banchiere di Credit Suisse  Andrea Morante, che aveva curato l’offerta per conto del Tesoro; questi gli chiede di ospitarlo nell’aereo aziendale e nel volo di ritorno gli parla della “disastrosa situazione del ‘nocciolino duro’ di Telecom Italia” e della “disperata ricerca di un manager che li portasse fuori dal guado”, poi gli domanda se fosse disponibile a lasciare l’Eni “in tempi molto stretti”. 

Alla sua istintiva risposta negativa – dopo la quotazione dell’Eni, come amministratore delegato voleva seguirne ancora la crescita –  il banchiere cercò di far leva sull’interesse per una nuova sfida in un settore con la tecnologia in forte evoluzione. Bernabè si era occupato attivamente di telecomunicazioni valorizzando la rete di fibre ottiche che era stata posata in via preventiva sui metanodotti della Snam mediante il conferimento dei diritti di uso ad Albacom; e lo intrigava la proposta anche per i rapidi cambiamenti nel settore rispetto alla lentezza in campo energetico e per il fascino che esercitava una ”public company” privata rispetto a un’impresa pubblica pur privatizzata. Più che il porto sicuro dell’Eni risanato prevalse il”folle volo” di Ulisse, lo “spirito animale” per il rischio personale. Il dado era tratto.

Non valsero a farlo desistere le pressioni perché restasse all’Eni del ministro del Tesoro Carlo Azelio Ciampi e neppure del presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che per dissuaderlo gli prospettò le insidie di un azionariato instabile rispetto alla sicura riconferma al vertice dell’Ente dopo le traversie della trasformazione in S.p.A. Sono i primi di novembre, dopo 15 giorni  entrerà in Telecom; ma già nel gennaio successivo leggerà sulla stampa la prima anticipazione dell’Opa, l’Offerta pubblica di acquisto che la Olivetti, guidata da Roberto Colaninno, intendeva lanciare per la scalata che aveva deciso di compiere.

D’Alema sapeva già qualcosa?  Un dato di fatto è il suo immediato appoggio agli scalatori di Telecom, e  perciò si potrebbe pensare  che abbia sconsigliato Bernabè di andare a dirigerlo conoscendone la tempra e prefigurando la sua resistenza alla scalata; ma “a pensar male si fa peccato”, perciò allontaniamo questo pensiero molesto e senza alcuna prova, infatti non risulta che lo sapesse fino al termine di gennaio.

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Roberto Colaninno, amministratore delegato di Olivetti 1996-99 e Telecom 1999-2001

I tempi, del resto, sono molto stretti, se già all’inizio di febbraio 1999 Bernabè parla delle voci sull’Opa nel C.d.A. di Telecom,  e il 20 febbraio, a soli tre mesi  dall’ingresso nel gruppo, riceve la comunicazione ufficiale dell’Opa sul capitale di Telecom; e viene l’apprezzamento di D’Alema per quelli chiamati i “capitani coraggiosi”, con la critica al “nocciolo duro” del 6,6%  nel quale  la Fiat di Agnelli  aveva  solo lo 0,6% e con quella partecipazione minima  poteva dettare legge sul  grande gruppo strategico per il Paese.

Non si crede ai propri occhi oggi come potessero essere considerati allora “capitani coraggiosi” – anche se D’Alema ha negato di averli chiamati così – da apprezzare e addirittura appoggiare in modo decisivo dietro una “neautralità” di facciata, coloro che con una società lussemburghese, la Bell, controllavano la Olivetti la quale controllava la Tecnost titolare dell’Opa: la Olivetti aveva 1,3 miliardi di euro di fatturato e 18 miliardi di debiti, mentre Telecom aveva 27 miliardi di fatturato  e 8 miliardi di debiti. La formica carica di debiti che si mangia l’elefante leggero come una piuma per poi rovesciargli addosso il suo indebitamento e quello derivante dal finanziamento della scalata da parte della Chase Manhattan, ecco l’italianità!

E si resta sconcertati dinanzi al “fragoroso silenzio di tutto il mondo politico”, opposizione compresa, forse spiazzata dinanzi all’atteggiamento inatteso degli “ex comunisti alla prova del mercato”. Soltanto due voci apertamente dissenzienti, dalle parti opposte dello schieramento politico: l’ex presidente della Bnl, Nerio Nesi, entrato nei Comunisti italiani dopo aver lasciato Rifondazione comunista in polemica con Bertinotti che aveva fatto cadere il governo Prodi sostituito da D’Alema; e Beniamino Andreatta, l’economista DC anticonformista e battagliero. Nesi, “che conosceva bene Olivetti per averci lavorato  molti anni prima”, vede che “Olivetti parte alla carica con gli applausi del governo” e denuncia senza mezze misure che  erano “speculatori internazionali” – altro che “capitani coraggiosi” – e si trattava di “un’operazione contro la Telecom”; Andreatta, apparentemente più benevolo  – forse perché intervistato la domenica successiva all’uscita dalla messa che rende “buoni” almeno sul momento – ma puntando più in alto si domandò “cosa avesse da gioire D’Alema per un’operazione che avrebbe addossato debiti su Telecom, dimezzandone il flusso di cassa disponibile per gli investimenti”, l’allarme lanciato da Bernabè.  Prodi “manifestò in modo più prudente le sue perplessità”, sia perché gli si poteva rinfacciare la debolezza del “nocciolo duro” della privatizzazione da lui governata nel 1997 che si era rivelata quanto mai deludente, sia perché la sua non sembrasse una ritorsione per il modo con cui D’Alema lo aveva sostituito alla presidenza del Consiglio.     

Bernabè anche questa volta si batte con tutte le forze sia pure su un terreno molto diverso da quello nel quale aveva combattuto all’Eni: non più il terreno produttivo ma quello finanziario, e della finanza più lontana dalla vita dell’impresa: quella delle incastellature azionarie  e delle scorribande borsistiche. E’ impressionante seguire la puntuale ricostruzione che fa anche questa volta, quasi minuto per minuto, delle mosse e contromosse di una battaglia per lui inusuale ma per la quale si attrezza rapidamente. Soprattutto dinanzi al “boicottaggio delle contromosse di Telecom”. Da parte dei corsari? No, da parte delle istituzioni.

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Massimo D’Alema, presidente del Consiglio 21.10.98-11.12.99

Nelle motivazioni è coerente con se stesso e denuncia direttamente al governo –  che avrebbe potuto opporsi all’Opa in vari modi, compreso l’uso della “golden share”, una sorta di diritto di veto alla scalata –  il rischio gravissimo dato dall’insostenibile indebitamento che sarebbe gravato su Telecom  per finanziare la scalata speculativa di finanzieri molto indebitati e con scarsissimi capitali: addirittura un terzo di quelli necessari lo avrebbero acquisito vendendo il terzo operatore nazionale, Omnitel e Infostrada a un soggetto estero, il resto sarebbe stato preso a debito. Non era un bel modo di difendere l’italianità e, cosa ben più grave, si  comprometteva un settore strategico per il Paese facendogli venir meno le risorse necessarie ad adeguarne  la struttura produttiva al progresso tecnologico sempre più incalzante.

E’ evidente, date le premesse, che Bernabè va “a muso duro con il presidente  del Consiglio”, sempre D’Alema che, dopo averlo dissuaso a lasciare l’Eni per la Telecom, ora veniva allo scoperto, entrando in palese contraddizione con  la costante avversione della sua parte politica per le operazioni speculative tanto più che questa metteva a repentaglio l’interesse del Paese. Né sarebbe bastato appoggiarla per dare ai comunisti una nuova “verginità” convertendoli al mercato, quasi che in campo ci fosse il mercato nella sua espressione più sana e produttiva, mentre era l’opposto come appariva evidente dai dettagli stessi dell’operazione. Non era il mercato ma la finanza d’assalto con pochissimi capitali propri e incastellature societarie come castelli di carta, buona solo a caricare di debiti le prede e poi ritirarsi senza onore ma con tanti immeritati profitti mentre si affossa la vittima: sono parole nostre, non del libro, è bene precisarlo.

Sono parole di Bernabè, invece, quelle  sull’incontro con D’Alema del 21 febbraio: “Davanti  a lui non riuscii a trattenere la rabbia e la delusione per l’appoggio che il suo governo aveva concesso a un gruppo la cui componente finanziaria di natura speculativa predominava palesemente su quella industriale”. E ancora: “Gli rinfacciai soprattutto il fatto che l’esperimento della creazione di una public company avviato da Prodi e Ciampi non meritava di essere liquidato in modo così brutale”. Fino all’avvertimento rivelatosi profetico: “Gli ricordai inoltre che l’indebitamento finanziario che sarebbe gravato sulla società ne avrebbe pregiudicato le prospettive di sviluppo e che avrei fatto di tutto per oppormi  a un’operazione che consideravo nefasta per Telecom e per il futuro dell’industria italiana”.  D’Alema si difende “negando  di aver dato supporto a Colaninno” ma è negare l’evidenza, a stare ai dati di fatto: “La sua critica al nucleo stabile e ai protagonisti storici del capitalismo italiano, a suo dire incapaci di rischiare, non lasciava dubbi sui suoi orientamenti”. Conclude Bernabè: “Ci lasciammo in un clima di grande freddezza”.

E il giorno dopo, lunedì 22 febbraio, presenta un ricorso urgente contro l’Opa – preparato nel fine settimana con Guido Rossi, esperto di diritto societario e già presidente di Telecom, e con Renzo Costi esperto di diritto  commerciale, già al lavoro prima dell’annuncio ufficiale – incentrato sulle sue  irregolarità formali alla Consob, che “fu costretta ad accogliere gli argomenti di Telecom, ritenendo non valida l’offerta nei termini in cui era stata formulata”; quindi cadevano gli “obblighi di passività” per Telecom, poteva dar corso alle contromisure.  Fu uno shock salutare, seguirono dei ripensamenti, “il tarlo del dubbio s’era insinuato tra i consiglieri di D’Alema”, tra loro l’economista Marcello Messori si era dimesso prendendo “le distanze dall’Opa e dopo aver denunciato l’opacità della catena di controllo Hopa-Bell-Olivetti”. 

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Luigi Spaventa, presidente della Consob 1998-2003

Stop alla scalata, dunque? Neanche per sogno, D’Alema non demorde.  Passano solo tre giorni dal ricorso accolto dalla Consob che giovedì 25 febbraio convoca il suo presidente a Palazzo Chigi – “inusuale convocazione in un  momento cruciale della battaglia” – e lo incontra.  I “capitani coraggiosi” ricevono l’aiuto decisivo: “Il giorno successivo Olivetti trasmise all’Autorità di controllo della Borsa  una comunicazione di Opa riveduta e corretta che ottenne il via libera dalla Consob il 27 febbraio  e segnò l’avvio formale  della procedura di offerta e degli obblighi di passività per il Cda di Telecom”. Riveduta e corretta con autorevoli suggerimenti venuti dopo l’incontro a Palazzo Chigi della domenica precedente? Di certo è un “post hoc”, ma potrebbe sembrare anche un “propter hoc” a chi fosse disposto a “far peccato” con il “pensar male”. Bernabè non è disposto a tanto e si limita ad affermare: “Non si sa se tra l’incontro del 25 e la decisione di autorizzare l’Offerta vi fossero altri nessi oltre quello temporale”; ma non può trattenersi del tutto e aggiunge: “La coincidenza di date fra i due eventi fa sorgere perlomeno il dubbio”. Il libro intitola “le ambiguità della Consob” il relativo paragrafo, ci sembra perlomeno eufemistico e riduttivo.

Non è solo la Consob a schierarsi inaspettatamente dalla parte degli “scalatori”. C’è anche  il ministro dell’Industria che usò l’alibi  dell’italianità dei “capitani coraggiosi” contro l’indolenza  del capitalismo nostrano, come se fosse una giustificazione sufficiente considerado che gruppi esteri non avrebbero potuto avventurarsi agevolmente in un settore strategico protetto anche con lo scudo della “golden share”.

Si trattava di Luigi Spaventa e di Pierluigi Bersani, non potevano deludere D’Alema, il leader dei comunisti alla guida del governo: Bersani storico componente del gruppo dirigente del partito, Spaventa  dal 1976 al 1983  alla Camera eletto nelle liste del PCI  come “indipendente di sinistra” prima di tornare a insegnare, e molto dopo, dal 1998 al 2003, presidente della Consob. Solo la conseguente condiscendenza può spiegare una simile miopia, inconcepibile stando alle loro competenze e alla loro corretetzza.

Bernabè rinuncia al ricosrso al Tar per non portare in sede giudiziaria un problema aziendale, tanto più che “pur essendo un organo indipendente, anche il Tar avrebbe risentito del clima politico favorevole che circondava Colaninno”, inoltre le posizioni di alcuni consiglieri, legati a Mediobanca, non facevano presagire un giudizio equanime. La contromisura adottata, in linea con la sua impostazione manageriale e diremmo culturale, fu  un piano industriale per la crescita di valore nel medio e lungo termine, mediante le dismissioni delle attività estranee al “core business”, che torna anche qui come all’Eni in una evidente coerenza; e l’integrazione tra Telecom Italia e Tim. Lo strumento? Prima si pensò ad un’Offerta pubblica di scambio poi fu trasformata in Offerta pubblica di acquisto da sottoporre all’assemblea. Le finalità erano di natura produttiva per la convergenza tra telefonia fissa e mobile con importanti risvolti finanziari nel rafforzamento della “public company” sganciata dal “nocciolo duro”, già “nocciolino”: e tale rimarrà.

 Si sarebbe avuto ancora più mercato, e si ponevano le basi per superare il “sindacato di controllo”  che con poco più del 6% dominava l’impresa, inoltre ci sarebbe stata la “lezione” che D’Alema voleva dare alle grandi famiglie inerti, gli Agnelli soprattutto. Ma si volle non capire, forse i motivi erano altri, e in questa nuova fase dell’odissea del protagonista, mentre si scatenano gli appetiti,  la politica – e si tratta della sinistra – paradossalmente sta dalla parte degli speculatori d’assalto: il mondo alla rovescia.

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Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia 1993-2005

E non solo la politica nel presidente del Consiglio D’Alema, ma anche la grande finanza con Enrico Cuccia e perfino la Banca d’Italia con Antonio Fazio. Il quale aveva assicurato che “la banca centrale non si sarebbe mai schierata a favore di operazioni aggressive e che avrebbe sostenuto un progetto di crescita industriale di Telecom”; nell’imminenza dell’assemblea – ricorda Bernabè – “aveva rettificato la sua posizione, dicendomi che il fondo avrebbe partecipato, ma che si sarebbe astenuto nel corso della votazione”. Niente di male, ciò che contava era la partecipazione per la validità dell’Assemblea: “Non avevo motivo di dubitare delle sue parole, che rispecchiavano il suo atteggiamento di chiusura nei confronti delle Opa bancarie. Ma anche in questo caso mi sbagliavo”. Più che errore è stata comprensibile fiducia.

Infatti non sembrerebbe possibile un nuovo radicale mutamento di posizione, eppure ci fu, ed è presto detto come: “Fazio fu convocato  a Palazzo Chigi qualche giorno prima dell’assemblea, e nel pomeriggio dello stesso giorno ci arrivò la comunicazione ufficiale che Banca d’Italia  avrebbe disertato l’assise”.  Un nuovo “post hoc” o per chi “fa peccato” ancora un “propter hoc”- dopo quello prima ricordato con il presidente della Consob, e sempre a palazzo Chigi – con D’Alema mobilitato sorprendentemente in prima persona in una materia così tecnica di competenza ministeriale. E’ evidente lo sconcerto di Bernabè a cui aggiungiamo il nostro nello scoprirlo: “Il suo voltafaccia mi colse alla sprovvista. Comprendevo le ragioni di un’astensione dal voto come dichiarazione di neutralità dello Stato. Rifiutavo che lo Stato e Banca d’Italia si esprimessero facendo mancare i propri voti per la regolare costituzione  dell’assemblea”.  

Ma c’è di più, D’Alema incontra anche Enrico Cuccia, l’eminenza grigia di Mediobanca e non solo, in un appartamento di Alfio Marchini, il nipote del costruttore della sede del PCI di via Botteghe oscure: “Si creò qundi un’inedita allenza tra Cuccia, D’Alema e Fazio”, d’altra parte “per Fazio e Cuccia le Opa si pesano, non si contano”, erano contrari a quelle sulle banche, favorevoli a questa su Telecom. Il direttore generale del Tesoro Mario Draghi ancora una volta è dalla parte giusta,  considera la contromisura di Bernabè da approvare nell’assemblea la più’ idonea a  creare valore per l’azionista: la classe non è acqua, lo si vedrà all’opera nella Bce: si erano conosciuti ai seminari estivi di Bruno de Finetti all’inizio del loro percorso.  

Ma cosa avviene al ministero del Tesoro?  L’incredibile, perché nonostante la posizione del  direttore generale, nel momento decisivo  neppure l’azionista Tesoro  si presenta all’assemblea convocata per  approvare le contromisure che avrebbero rintuzzato l’attacco dell’Opa;  quindi l’assemblea va deserta, inerti gli azionisti del “nocciolo duro” e in questo – ma solo in questo – D’Alema aveva ragione, però sarebbero stati ridimensionati con l’integrazione Telecom-Tim che anche finanziariamente avrebbe scongiurato l’Opa se fosse stato possibile portarla in assemblea. Sorprende la posizione di Carlo Azelio Ciampi ministro del Tesoro, non di D’Alema che gratifica i “capitani coraggiosi” dell’attributo  di “rude razza padana” associandoli, sull’altro versante,  alla “rude razza pagana” con cui Tronti aveva definito  il nuovo soggetto sociale, l”operaio-massa”, quasi volesse porre gli speculatori sul piano dei lavoratori. 

Bernabè non molla, fedele alla sua vocazione industriale e non finanziaria-affaristica tenta un rilancio eclatante:  la “business combination” alla pari con Deutsche Telekom, cioé “l’aggregazione delle due aziende in un’unica entità societaria” dato che i tedeschi cercavano un partner per dare dimensioni europee alla loro impresa di telecomunicazioni, e i tentativi fatti  con France Telecom non erano stati sostenuti dal loro management. L’accordo con i tedeschi è presto trovato, cosa di per sé straordinaria, e la condizione posta dal  C.d.A. di Telecom, nel quale c’erano “i pretoriani di Mediobanca”, nell’approvare il progetto di fusione –  un chiarimento del governo tedesco sull’esercizio del proprio diritto di voto nella nuova “holding company” – fu rispettata con l’impegno governativo alla totale privatizzazione. Comunica la sua ricerca di un “cavaliere bianco” per resistere all’Opa, nell'”ultimo faccia a faccia con il capo del governo”, a D’Alema che gli dà questo avvertimento: “Se avessi messo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo non gradito con una compagnia estera, ne avrei pagato le conseguenze”. Nessuna intenzione di Bernabè di “mettere in imbarazzo il governo ma metterlo in condizione di valutare alternative all’Opa, che consideravo una sciagura per la società”. Inutile dire che non bastò, ed ecco abbattersi di nuovo il “niet” di D’Alema: al premier tedesco Schroeder incontrato in quei giorni decisivi in un vertice Nato a Washington disse che  avrebbero riparlato dell’operazione dopo l’Opa, quando era evidente che era la contromisura proprio per opporsi all’Opa alla quale così veniva dato il via libera. Proprio da D’Alema! 

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Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro 1996-97 e 1998-99

E si arriva rapidamente alla conclusione, “l’epilogo era già scritto”: l’Opa ebbe successo, il governo  e l’establishment  erano stati dalla parte di Colaninno che dall’incastellatura azionaria pilotava l’Opa, la “rude razza padana” aveva vinto. “Con l’unica eccezione dell’Imi di Arcuti, che mi appoggiò senza riserva – ricorda amaramente Bernabè – gli altri soci del ‘nocciolo duro’ si ritirarono tutti in buon ordine. Cedettero i loro pacchetti azionari ai ‘capitani coraggiosi’ incassando sostanziose plusvalenze e cercando di far dimenticare le pagine meno edificanti  di questa storia, che avevano contribuito a scrivere. Da parte mia, feci le valige senza polemiche”.

Aggiunge delle parole  che suonano come un messaggio: “Dopo tante prese di posizioni molto decise me ne stetti in silenzio. Non avevo niente da rimpiangere. Non avevo rancori. Non mi importava niente della mia posizione. Così come avevo respinto le imposizioni della politica quando ero in Eni, a maggior ragione non potevo accettarle in una società quasi completamente privata” . E conclude:  “Era valsa la pena battersi, e pazienza se a qualcuno la mia battaglia era sembrata velleitaria. Se l’Opa avesse compromesso il futuro di Telecom, nessuno avrebbe potuto dire che era successo per un mio cedimento, una mia indecisione, una mia scelta”.

Il 25 maggio 1999 Bernabè con il C.d.A. si dimette per lasciare il campo ai nuovi amministratori, sono passati sei mesi  dall’assunzione della carica. Con D’Alema “l’occasione di riprendere il dialogo venne qualche mese più tardi”, quando il presidente del Consiglio lo nomina “rappresentante speciale del governo italiano per la ricostruzione del Kossovo”, a conferma che nulla di personale c’era stato nella vicenda appena conclusa. “Accettai l’incarico pro bono – confida Bernabè – nella consapevolezza che un contributo alla soluzione dei problemi che si erano aperti in Kossovo sarebbe stato di grande aiuto all’azione del governo e allo stesso presidente del Consiglio”. Quindi, nulla di personale neppure da parte sua: “Era il mio modo di testimoniare che la battaglia contro l’Opa non era stata un battaglia contro il governo o contro D’Alema, ma contro un progetto sbagliato che avrebbe danneggiato il Paese”.

Diventa amministratore delegato di Telecom Roberto Colaninno, ma i momentanei vincitori  rivelarono presto la loro vera natura, fu una “vittoria di Pirro” sul piano aziendale anche se fruttò immeritate, indebite plusvalenze nel 2001, quando Colaninno lascerà. Forse poteva dire a se stesso: missione compiuta!

Il fallimento dei  “capitani coraggiosi”, l’armata Brancaleone in ritirata

Si rivelarono profetiche le parole di Bernabè sopra riportate, come tutte quelle spese nella battaglia contro la finanza d’assalto che oltre a rivelarsi inaffidabile, essendo priva di risorse proprie aveva gravato Telecom di un debito insostenibile. La piramide di controllo nella “cascata di società” partiva da Ominiaholding con cui Colaninno era primo azionista della Fingruppo che controllava Hopa, con 150 investitori, molti schermati da finanziarie, la quale controllava la lussemburghese  Bell che controllava Olivetti, che controllava Tecnost, che controllava Telecom con il 51%, e quindi TIM. 

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Mario Draghi, direttore generale del Tesoro 1991-2001

La definizione data – anche se non da D’Alema – di “capitani coraggiosi” era appropriata, ma non nella sua accezione laudativa bensì al contrario: ci voleva “coraggio” per un’Opa da parte di una vera armata Brancaleone,  come ce n’è voluto di “coraggio” da parte del governo a guida comunista per far passare una scorreria all’insegna della più deleteria degenerazione spacciata per mercato; e per di più su un “asset” strategico per il Paese in una fase di profonde innovazioni che richiedevano una visione lungimirante nell’interesse pubblico  e non il cedimento alle scorrerie speculative di tali soggetti.  Il paradosso era che per punire il “nocciolino duro” perché controllava la società con solo il 6,6%, lo si faceva con il “mininocciolino” di Roberto Colaninno con solo l’1,6%, un quarto di quello di Agnelli e soci del sindacato.

Il risultato è scontato: esplode l’indebitamento, dai 27,3 miliardi di lire del 1999 a 38,3 nel 2001, mentre obiettivo dei corsari improvvisati è pilotare i dividendi alla parte più alta della catena di controllo con artifici diabolici che spiazzano anche il governo venendo penalizzato il Tesoro oltre agli azionisti di minoranza, cosa che portò al crollo delle quotazioni in Borsa. Il piano di scissione di Tim da Telecom per lucrare maggiormente fu definito dal “Financial Times” addirittura “una rapina in pieno giorno”, al punto che D’Alema non poté fare a meno di bloccarlo minacciando di usare la “golden share”, mentre all’Opa aveva dato via libera, ma forse si stava accorgendo di essere stato un incauto “apprendista stregone”; “il troppo stroppia”, diciamo ora, non si potevano più superare certi limiti dopo il grave cedimento iniziale.

Non fu bloccata invece la spericolata acquisizione tra agosto e dicembre 2000 del 37% di Seat –  pagata l’equivalente di 6,7 miliardi di euro, mentre tre anni prima il 61% era stato pagato al Tesoro solo 854 milioni di euro – dalla quale gli azionisti di Hopa, immessi prima callidamente in una delle scatole estere detentrici di Seat, lucrarono 151 milioni di euro compensando le perdite in Telecom: un’altra “rapina in pieno giorno” ripetendo l’espressione del “Financial Times”, comunque mascherata e purtroppo riuscita.

Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi, ci insegnavano da piccoli, la Procura di Torino e finalmente la Consob indagano sull’anomalia della costosa acquisizione di Seat,  il centro sinistra perde le elezioni e gli ammiratori dalemiani della “rude razza padana”  lasciano il posto ai berlusconiani incattiviti per l’incursione su Telemontecarlo acquisita da Seat: risultato, la Borsa punisce i titoli Olivetti e Telecom mentre il resto del mercato è in forte rialzo su tutta la linea. 

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Pierluigi Bersani, ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato 1996-99

“Il tracollo delle quotazioni”, da loro inatteso, capovolge le aspettative degli azionisti di Hopa i quali puntavano sulla lievitazione del valore di Bell che controllava Olivetti e quindi Telecom; pertanto con il capofila Gnutti ne escono vendendo Telecom a Marco Tronchetti Provera della Pirelli con Benetton in “Olimpia”, per 7 miliardi di euro. L’armata Brancaleone dei “capitani coraggiosi”  si fece pagare le azioni Olivetti quasi il doppio del valore di borsa mentre l’indebitamento di tale società era lievitato alla cifra stratosferica di 46,8 miliardi di euro,  con una plusvalenza di 1,8 miliardi di euro; il tutto tagliando fuori completamente i piccoli azionisti i quali reagirono abbandonando il titolo che crollò ulteriormente.

Così commenta Bernabè: “Si avverava quanto avevo previsto nel discorso ai dipendenti prima del lancio dell’Opa. Le quotazioni di Olivetti caddero sotto i due euro e quelle di Pirelli si dimezzarono”.  E il “capitano coraggioso” Colaninno?  Anche lui lascia la nave Telecom che rischia di affondare, però con una “robustissima plusvalenza” –  di certo non ottenuta per meriti industriali –  e la  impiega subito nell’acquisizione, da parte della sua Omniaholding, di un consistente patrimonio immobiliare di Telecom: trenta immobili, molti di pregio, in parte riaffittati alla stessa Telecom, sembra a canoni maggiorati rispetto a quelli di mercato, anomalia nell’anomalia.

Ma non è stato il solo a speculare sull’acquisizione degli immobili di Telecom. Lo ha seguito Tronchetti Provera attraverso “Pirelli Real Estate” per il resto del patrimonio immobiliare, operazione non solo negativa economicamente per il prezzo di favore su cui si sono concentrate le polemiche, ma deleteria strategicamente per il pregiudizio arrecato alla rete di telecomunicazioni le cui centrali erano ubicate negli immobili ceduti che contestualmente, anche in questo caso come nel precedente, furono riaffittati con contratti a lunghissimo termine: un leasing per euro 1,9 miliardi rispetto ai ricavi dalla vendita di 4,8 miliardi, solo 2,9 miliardi di minore indebitamento, un affare per Pirelli, una beffa per Telecom.

 “Il problema – osserva Bernabè – fu il vincolo dei contratti d’affitto che rallentò il processo di ammodernamento della rete nei tempi e nei modi richiesti dal progresso tecnologico”. Più precisamente: “Senza il vincolo dei contratti, una parte consistente delle 10.400 centrali Telecom  avrebbe potuto essere chiusa nell’ambito di una  riprogettazione della rete, con consistenti risparmi  di costi di affitto  e di gestione dell’infrastruttura”.  Ed ecco cosa avrebbe potuto fare Telecom senza questa sciagurata ibernazione: “Soprattutto avrebbe dotato per tempo l’Italia di una rete di telecomunicazioni più moderna e performante”. I danneggiati? L’intero Paese, tutti i cittadini, e non solo la società di telecomunicazioni.

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Marco Tronchetti Provera, presidente di Telecom Italia 2001-06

Gli epigoni dei “capitani coraggiosi”

Andiamo avanti in questo museo degli orrori, e non solo degli errori della politica e dell’economia.  Tronchetti Provera, dopo aver ottenuto una riduzione per “eccessiva onerosità”  del prezzo di acquisto delle azioni “Olivetti” crollate sotto il valore nominale di 1 euro – dai 4,175 euro pagati per ognuna quando però erano già  scese a 2,25 euro –  cede 25 società del gruppo Telecom, per lo più estere, incassando 12,8 miliardi di euro. Ma il colpo grosso riguarda la riforma dell’art. 2358 del Codice civile che puntualmente – con una miracolosa combinazione  temporale del tutto casuale, non vogliamo “fare peccato” pensando male  – consentiva il  “leveraged buyout” fino ad allora sempre vietato: cioè l’acquisizione a debito di un’impresa che era forte generatrice di cassa al fine di scaricare su di essa il debito contratto per acquistarla, insomma  il “gioco delle tre carte” proibito agli imbroglioncelli di strada consentito ai grandi finanzieri.  

Così parte la fusione tra Olivetti super indebitata e Telecom generatrice di cassa, si deducono gli interessi passivi e si ottengono sostanziosi crediti di imposta per le perdite pregresse. Con questo effetto che sembra incredibile: Telecom dal 2003 al 2008 paga di imposte, precisamente di Ires, circa 1 miliardo di euro in totale in 6 anni, meno del livello normale di 1,4 miliardi annui a cui torna dal 2009. Tali risparmi d’imposta aumentarono il flusso di cassa per pagare i dividendi di 17,5 miliardi tra il 2000 e il 2006, a vantaggio di Olimpia i cui azionisti furono ripagati dei debiti contratti per l’acquisto di Telecom. “In una certa misura – la conclusione di Bernabè – fu quindi lo Stato  a finanziare il debito che i privati si erano accollati per l’Opa”: operazione, aggiungiamo noi, che lo Stato così danneggiato aveva prima consentito, poi favorito addirittura anche sul piano normativo.

Ma non è finita. Tronchetti Provera lancia un’Opa per cassa di Telecom su Tim per far “risalire i dividendi” verso Olimpia, ma l’indebitamento ben maggiore di quando Bernabè voleva farla per opporsi alla scalata fece sì che Telecom spese invano 13,5 miliardi di euro e alla fine del 2005 il suo indebitamento finanziario totale toccò i 51 miliardi di euro, quello netto i 40 miliardi. I benefici fiscali venivano a cessare, il valore del titolo risultava dimezzato, i dividendi sarebbero stati insufficienti; inoltre nuove regole avrebbero inasprito la concorrenza, ed era nato un contenzioso davanti alle autorità garanti delle telecomunicazioni e del mercato, Agicom e Antitrust, che creava pesanti condizionamenti.

L’incauta proposta di Angelo Rovati, consigliere di Prodi, per risolvere i problemi di Telecom, in un documento che mandò a Tronchetti Provera, venendo dall’uomo di fiducia del nuovo presidente del Consiglio dal maggio 2006, poteva cambiare le carte in tavola. Ma Prodi ne prese subito le distanze, e Bernabè ne dà testimonianza avendolo visto “sconcertato” quando ebbe la notizia durante una cena in Cina in suo onore cui partecipava anche lui, “mi disse di non essere al corrente dell’iniziativa”. Comunque, “il piano Rovati di scorporo della rete fu un insperato aiuto a Tronchetti per distogliere l’attenzione dalle difficoltà in cui versavano Telecom e la controllante Pirelli”. Pressato dagli altri azionisti di Olimpia, cioè la famiglia Benetton, a trovare una soluzione, con le perdite di Pirelli giunte a un miliardo di euro nel 2006, colse la palla al balzo e il 15 settembre dello stesso anno si dimise da presidente. Fu sola la prima mossa.

 “Pirelli-Olimpia nella morsa del debito” non persero tempo, del resto la “gallina dalle uova d’oro” non serviva più, era stata completamente spennata. Il dado era tratto verso l’uscita di Olimpia, si rimescolano le carte, riprende “il valzer degli azionisti” . Poi torna sul ponte di comando di Telecom nel mare in tempesta Franco Bernabè, lo vedremo molto presto. L’odissea continua, volteremo ancora pagina, anzi più pagine.

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Romano Prodi, presidente del Consiglio 18.5.96-21.10.98

Info

Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. I primi 2 articoli del presente servizio sono usciti in questo sito il 20 e 21 novembre, i prossimi 2 articoli usciranno il 23 e 24 novembre 2020.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare figure ben note che hanno recitato un ruolo rilevante nelle vicende rievocate, come sporadici fotogrammi estratti da un film quanto mai affollato di primi attori e comprimari. Non sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la nostra gratitudine, sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini  nel testo: zeusnews.it, biografieonline.it, 3 in it.wikipedia.org, cislpiemonte.it, viperland.it, ilsole24ore.it, ilfattoquotidiano.it, it.wikipedia.org, corriere.it. In apertura, Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia 20 novembre 1998-25 maggio 1999; seguono, Roberto Colaninno, amministratore delegato di Olivetti 1996-99 e Telecom 1999-2001, e Massimo D’Alema, presidente del Consiglio 21.10.98-11.12.99 ; poi, Luigi Spaventa, presidente della Consob 1998-2003, e Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia 1993-2005 ; quindi, Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro 1996-97 e 1998-99, e Mario Draghi, direttore generale del Tesoro 1991-2001; inoltre, Pierluigi Bersani, ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato 1996-99, e Marco Tronchetti Provera, presidente di Telecom Italia 2001-06; infine, Romano Prodi, presidente del Consiglio 18.5.96-21.10.98 e, in chiusura, Enrico Cuccia, di Mediobanca e non solo.

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Enrico Cuccia, di Mediobanca e non solo

Franco Bernabè, 2. Enimont e l’iceberg corruttivo

di Romano Maria Levante

Prosegue la rievocazione di alcune fasi cruciali della vita economica del nostro paese ricostruite nel libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo. L’autore ne è stato protagonista e testimone, e rivela quanto è restato invisibile nel “backstage” coperto alla vista di tutti, anche degli analisti e commentatori più informati, offrendo delle sorprese intriganti in un inedito spaccato economico-politico ravvivato dalle notazioni personali che fanno rivivere quei momenti. Abbiamo ricordato in precedenza “lo sbarco nell’Eni” con le battaglie vittoriose all’insegna del “core business”, della “privatizzazione” e della “divisionalizzazione”, fino al grande exploit in Borsa del Gruppo integrale nelle sue componenti “core”  e risanato. Nel mezzo di queste battaglie la vicenda Enimont e la Tangentopoli in sede Eni, ne parleremo ora e sarà non meno sorprendente e appassionante.

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Il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari a sin., e il presidente della Montedison Raul Gardini a dx

Le premesse di Enimont  

E’ stata una fase molto aspra della lunga “guerra chimica” tra Eni, Montedison e gli altri complessi chimici del paese, alimentata anche dagli incentivi male impiegati dal gruppo pubblico e dai privati. Iniziò con quella che sembrava la pace auspicata, mentre fu una  tregua brevissima trasformata in una battaglia senza quartiere pur se temporanea, conclusa tragicamente sotto il profilo umano: tre suicidi eccellenti, i presidenti di Eni e Montedison, e un direttore del ministero delle Partecipazioni Statali, ecatombe che fa impallidire la sequela di arresti ai più alti livelli dei due gruppi, i vertici delle maggiori  imprese del settore pubblico e privato, rimaste senza guida, risucchiati nei gorghi di Tangentopoli.  A Bernabè, da poco più di un semestre  amministratore delegato dell’Eni, il pesantissimo compito di tenere ferma la barra del timone di un gruppo nell’occhio di un ciclone quanto mai violento e distruttivo. La ripresa televisiva del processo con il grande accusatore Antonio Di Pietro divenuta una vera “star” rimane nella memoria di tutti, con la sfilata di una intera classe politica imputata e condannata per tangenti e finanziamento illecito dei partiti.  

L’amara vicenda ha una premessa lontana nell’acquisizione da parte dell’Eni del controllo di Montedison nel 1968, con una acrobatica scalata azionaria da parte del suo presidente Eugenio Cefis che, dopo avervi mandato Raffaele Girotti come vice-presidente, ne assunse la presidenza nel 1971 lasciando la guida dell’Eni a Girotti e restandovi fino al 1977 allorché si dimise ritenendo la società chimica irrecuperabile. Ma vi sono radici più antiche che risalgono ai “megapoli integrati e la capacità produttiva endemica”  nella corsa agli incentivi di Eni, Montecatini poi fusa con Edison, Sir di Rovelli e altri minori. Di qui inefficienze e perdite abissali, tra i tanti tentativi a vuoto di accordi, con il governo spesso autore di pesanti incursioni.

Nell’Eni la chimica è senza pace, prima con l’Anic, poi con EniChimica divenuta EniChem affidate a Lorenzo Necci, proveniente da una società d’ingegneria e  impiantistica fino a una società operante nelle infrastrutture per operatori pubblici di cui era responsabile per gli aspetti contrattuali. Nella Giunta Eni per il Partito Repubblicano, paracadutato nella chimica nella sfiducia, reciproca,  del management dell’Anic legato alla missione pubblica e diffidente verso il privato, oltre all’attenzione soprattutto impiantistica del primo, alla sostenibilità finanziaria del secondo. Nel libro viene riportata la citazione oraziana di Necci – chiamato “Lorenzo il Magnifico” per il suo modo di combinare cultura e visione strategica, relazioni sociali e gestione del potere –  in volo con Bernabè sull’aereo aziendale sopra il monte Soratte che sembra imponente, pur se alto solo 700 metri, perché isolato, forse un riferimento freudiano di… sapore chimico.

Isolata o meno, la chimica suscitava l’interesse del ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis che premeva per concentrarla in due grandi gruppi, privato e pubblico, e per questo oltre a far tornare Montedison in mani private dopo la scalata dell’Eni, insisteva perché si ricercassero accordi internazionali. Di qui anche “lo strampalato connubio con Armand Hammer” che portò il 1° gennaio 1982 alla joint venture “Enoxy” con la Occidental  che paradossalmente “non apportava competenze specifiche nella chimica ed Eni si addossava il peso di attività carbonifere non prive di aspetti problematici”; ne fu presidente lo stesso Necci, che trascurava i problemi concreti per visioni ambiziose proiettate nel futuro.    

L’Eni  si muoveva su “un doppio binario”, continuava nella ricerca di accordi  con Montedison per la razionalizzazione reciproca; e questo, insieme ai  problemi crescenti dello “strampalato connubio” con un personaggio rivelatosi “furbo di tre cotte” contribuì al naufragio di Enoxy, chiusa alla fine del 1982 dal presidente dell’Eni Umberto Colombo rilevando l’intera “Enoxy chimica” a costi esorbitanti. Era stato destabilizzante per il vertice, in quella fase si dimisero due presidenti dell’Eni, Alberto Grandi  e Colombo, e il commissario Enrico Gandolfi nominato dal governo; i dirigenti manifestarono davanti a Palazzo Chigi.

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Gianni De Michelis
ministro delle Partecipazioni Statali 1980-83

Colombo, uno scienziato oltre che manager, dopo tale epilogo tornò all’Enea da dove era venuto, “De Michelis era riuscito a liquidare due presidenti e tre commissari straordinari di Eni, mentre il gruppo si dibatteva tra mille difficoltà”. In quei tormentati frangenti, “nella divisione dei ruoli tra operatore pubblico e  operatore privato, voluta dal governo, i benefici erano andati tutti a Montedison”. Ed ecco alcuni di essi: “Ora poteva contare su un portafoglio industriale più razionale e su una struttura finanziaria più bilanciata”.

A questo punto “l’arrivo di Reviglio fu un sollievo per tutti. Non era un manager ma come ministro aveva dato buona prova di sé e aveva dimostrato di non essere succube della politica. Il problema di Eni in quella fase era di  contenere le intemperanze di De Michelis  che all’interno del gruppo era odiato  e temuto”.

Alfa e omega di Enimont

Bernabè rappresenta l’Eni nella commissione istituita nel 1987 tra Eni, EniChem e Montedison dopo lunghe trattative iniziate nel 1983 per un percorso di razionalizzazione attraverso l’ottimizzazione reciproca con scambio di impianti complementari. La commissione si pose subito l’obiettivo più ambizioso di costituire un’entità societaria congiunta tra Eni e Montedison con il conferimento delle produzioni chimiche: nella petrolchimica era più forte l’Eni, nella chimica secondaria la Montedison. Bernabè si mostrava in disaccordo con tale prospettiva e non mancava di mettere in guardia il presidente Reviglio sulle controindicazioni a livello industriale e finanziario, proponendo in alternativa una razionalizzazione reciproca più limitata, da realizzare molto agevolmente attraverso semplici scambi di partecipazioni.

La spinta di Necci – presidente di EniChem, dopo esserlo stato di EniChimica succeduta ad Anic – con il sostegno di Cuccia, prevalse nel negoziato protrattosi per sei mesi: il 15 dicembre 1988 venne firmata la convenzione con cui Eni e Montedison  si impegnavano a mantenere la pariteticità per tre anni in un sindacato di blocco nella attesa collocazione in Borsa; era prevista la partecipazione di terzi al capitale in misura non inferiore al 15%, ma non avrebbero dovuto compromettere la pariteticità a garanzia delle due parti.  Nasce così Enimont, presidente Necci, amministratore delegato Sergio Cragnotti per Montedison, e nel settembre del 1989  la quotazione ha successo, mentre nel sesto governo Andreotti, succeduto a De Mita, il nuovo ministro Fracanzani nomina Gabriele Cagliari presidente dell’Eni al posto di Reviglio.

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Franco Reviglio, presidente dell’Eni 1983-89

Cagliari, divenuto presidente, “viola i patti cedendo il controllo del Cda a Gardini”. Come? Scettico sulla pariteticità e fautore della gestione  privatistica, non contrasta il voltafaccia di Montedison che, in spregio alla pariteticità, utilizza i “terzi” Varasi, Verner e Prudential Bache per il suo disegno egemonico con la loro acquisizione dell’ 11% in Borsa, per conquistare la maggioranza  nel Consiglio di amministrazione; e a nulla vale la tardiva retromarcia di Cagliari che cerca di bloccare l’assemblea e di convocare il Consiglio. L’Eni chiedeva che i nuovi membri avessero il gradimento delle due parti, ma  Necci  si era dimesso e non poteva convocarlo, e Cragnotti di parte Montedison ovviamente non ne aveva interesse nè intenzione.  

“Oltre al danno la beffa” per l’Eni, perché  la maggioranza frutto del colpo di mano viene subito messa  a frutto  deliberando un  aumento di capitale per 10 mila miliardi di lire al quale l’Eni doveva contribuire con 4 mila miliardi freschi, mentre Montedison lo faceva liberandosi di attività sgradite, come  Himont e Ausimont.  Per sfuggire alla trappola, nel Consiglio di amministrazione di cui è membro, Bernabè si oppone condizionando l’accettazione dell’Eni al doveroso ripristino della  pariteticità; e nei mesi in cui le assemblee convocate vanno deserte, avanza “l’ipotesi di una scalata a Ferfin”, la società dei Ferruzzi che controllava Montedison come operazione meno costosa che acquisire la quota Montedison in Enimont.

Continua lo stallo finché il 5 settembre 1990 il governo, attraverso il nuovo ministro delle Partecipazioni Statali Franco Piga succeduto a Fracanzani,  intervenne esautorando irritualmente gli organi decisionali dell’Eni con l’imposizione di una clausola accostata, per le sue modalità spericolate, alla roulette russa, “la trovata del patto del cow boy”: l’Eni doveva fissare il prezzo di acquisto del proprio 40% da parte di Montedison e se la stessa rifiutava era obbligato ad acquistarne l’altro 40% a quello stesso prezzo, così l’acquirente avrebbe avuto l’80% della società, il resto ai terzi azionisti. “Il gruppo di valutazione fissa la forchetta del prezzo” tra 2.650 e 2.850 miliardi di lire, finchè la Giunta il 18 novembre 1990 lo determina in via definitiva in 2.805 miliardi, superiore alla media tra valore minimo e massimo, pari a 2.750 miliardi.

Dunque  55 miliardi “regalati”, considerando che il presidente Cagliari, il vicepresidente Alberto Grotti e “la Giunta esecutiva tifa per l’acquisto”.  Infatti Gardini rifiuta, e quando il ministro Piga riceve la telefonata con la notizia esclama “lo devo bastonare!”,  mentre  Grotti  esclamerà a sua volta dopo  l’acquisto, “Gardini lo abbiamo mandato in mare nella sua barca!”, non è nel libro ma lo sappiamo fin da allora.

Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni 1989-93

Alla base di questo epilogo l’intromissione del governo nella controversia aziendale imponendo un meccanismo per lo meno stravagante, e penalizzante “a conti fatti” – ci viene di utilizzare il titolo del libro –  sul quale la Corte dei Conti nel 1991 affermò come più che dare indirizzi, direttive o vigilare, il governo avesse svolto una mediazione, una sovrapposizione che confondendo ruoli e responsabilità aveva suggerito “alla parte privata di rivolgersi agli interlocutori pubblici secondo le proprie ritenute convenienze”. Questo il commento di Bernabè: “Ciò che la Corte dei Conti non poteva sapere all’epoca era il prezzo della mediazione pagata da Montedison per rivolgersi ‘agli interlocutori pubblici’: 150 miliardi di lire distribuiti a pioggia  a partiti, uomini politici e manager. Ciò che passerà alla storia come ‘tangente Enimont’”.

Enimont  nel mezzo di Tangentopoli, la tempesta giudiziaria

Si abbatte sul gruppo Eni  una tempesta giudiziaria devastante, a partire da “quel drammatico marzo 1993”: il 9 marzo prima dell’alba va in carcere il suo presidente, il 10 e 11 anche i presidenti di Agip, Snam e Saipem,  l’intero gruppo decapitato dei vertici, dalla holding alle società energetiche e di ingegneria e servizi. Bernabè, che da poco più di un semestre ne è l’amministratore delegato, nella stessa mattinata del 9 marzo riunisce il personale di Roma nell’auditorium del palazzo uffici dell’Eur, l’indomani quello di Milano nell’auditorium di Sn Donato Milanese; sono  centinaia di dirigenti e impiegati frastornati per quanto stava accadendo e preoccupati anche per le perquisizioni della Guardia di Finanza che seminavano interrogativi e inquietudini di essere coinvolti. “Un discorso di circostanza, per rincuorare gli animi non sarebbe servito a niente”, ricorda. Pensò subito che doveva mettere il dito nella piaga in modo impietoso.

Cosa disse in una situazione così drammatica?  Il discorso di Franco Bernabè, “nomina  consequentia rerum”, è quanto mai franco, del resto  “occorreva guardare in faccia la realtà e reagire”. Sono le sue parole di oggi, ed ecco come si espresse: “Dissi che da quei drammatici eventi dovevamo trarre la forza e il coraggio per trasformare l’intero gruppo, che bisognava dare un taglio al malsano rapporto con la politica e che dovevamo riappropriarci del nostro destino professionale  e di quello dell’azienda”.

L’effetto sul personale fu questo: “La mia presenza e le mie parole contribuirono ad allentare la tensione, ma ricevetti anche molte critiche”.  Era ritenuto normale, fin dai tempi di Mattei, il finanziamento ai partiti – di cui si era servito come si prende un taxi, si paga  e poi si scende, aggiungiamo noi citando le parole del fondatore dell’Eni –  mentre, spiega oggi Bernabè, “io pensavo invece che proprio  il rapporto con i partiti  aveva creato una grave distorsione, soprattutto dei meccanismi di selezione delle persone”; e se si fossero troncate le loro interferenze “si sarebbero potute aprire nuove opportunità di crescita individuale basate sul merito”. Non un generico richiamo alla correttezza ma una nuova prospettiva per l’azienda e per i singoli.

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Raul Gardini, presidente della Momtedison 1987-91

 “Volevo che tutti ne fossero consapevoli”, osserva, con questa notazione personale: “Per me cominciava comunque un periodo durissimo. Portavo sulle spalle tutto il peso e la responsabilità  dei problemi economico-finanziari dell’Eni  e della sua compromessa credibilità internazionale per il coinvolgimento in Tangentopoli”. Poi, aprendosi  ancora di più: “Per un mese non riuscii che a dormire poche ore per notte. Giravo incessantemente  da una società all’altra per tamponare le emergenze e rassicurare una dirigenza confusa e disorientata”.

Seguì una serie di condanne, ma prima vi fu il tragico evento del suicidio del presidente Cagliari, dopo quattro mesi di carcere nella morsa di pesanti accuse inserite nel contesto corruttivo a livello partitico di Tangentopoli. A febbraio, quindi poco prima della “retata” tra i presidenti del gruppo Eni, l’inchiesta “Mani pulite” aveva portato alle dimissioni di Craxi da segretario del Partito Socialista e di Martelli da vice-segretario e ministro della Giustizia del governo Amato; erano stati arrestati Enzo Carra, portavoce  di Arnaldo Forlani e nelle imprese, in particolare nella Fiat, Mattioli stretto collaboratore di Romiti che era al vertice e, soltanto inquisito senza arresto, Mosconi, amministratore delegato di Fiat Impresit.   

Il vasto coinvolgimento in Tangentopoli  non può essere tradotto nel “mal comune mezzo gaudio”, ma di certo non faceva sentire soli alle prese con la giustizia coloro che subivano il passaggio pur traumatico dagli “altari” del potere alla “polvere” del carcere. Sorprese il tragico epilogo per il presidente Cagliari perché da fonti vicine alla famiglia risultava – e chi era all’interno dell’Eni lo ricorda – come nel carcere fosse divenuto un riferimento preciso e benvoluto dai reclusi che gli si rivolgevano per aiuti e consigli, il compagno di cella gli preparava i pasti ed era a sua disposizione. Inoltre il fatto che in prigione c’erano anche i  presidenti delle principali società caposettore del gruppo avrebbe potuto  alleggerire il peso della sua reclusione.

Si disse che il carcere era divenuto insopportabile quando il PM diede parere negativo alla richiesta di scarcerazione e si aggiunsero drammi e problemi familiari; in una lettera alla famiglia “da aprire al mio ritorno” lo aveva definito “serraglio per animali senza teste e anima”, delineando uno scenario da stato giustizialista e autoritario con la conclusione “Io non ci voglio essere”, che fu vista come volontà suicida.

Lorenzo Necci, presidente di Enimont, prima di EniChimica ed Enoxy, poi di EniChem

Però i dubbi che sorsero sulle circostanze del suicidio – e non sono nel libro – si rafforzarono dinanzi agli altri due eventi tragici altrettanto misteriosi, i suicidi del presidente di Montedison Gardini  e del direttore del ministero delle Partecipazioni Statali Sergio Castellari, anch’essi sproporzionati, almeno in apparenza, per personaggi non certo alle prime armi.  Ma le ipotesi complottiste non hanno trovato conferma nelle indagini, il libro non ne parla, i dubbi sono tornati alla memoria senza dare ad essi un valore particolare.

Bernabè ricorda così il momento più triste: “Andai al suo funerale a Milano per esprimere le mie condoglianze alla moglie e ai figli. Ero angosciato. Non riuscivo a dire una parola. Difficile capire le ragioni della sua complessa vicenda umana. L’ambizione lo aveva spinto ad accettare un sistema  che aveva finito per travolgerlo, e l’orgoglio gli aveva impedito di dissociarsi da quel sistema anche quando non c’era più alcuna ragione per sostenerlo. Per questo non aveva potuto beneficiare del trattamento che invece era stato riservato  ad altri inquisiti di Mani pulite e aveva pagato un prezzo personale enorme”. Il più elevato, la sua stessa vita. “Siamo agli epigoni di un sistema sconfitto; un sistema che io non ho certamente contribuito a instaurare ma che, purtroppo, ho accettato…”, le amare parole di Cagliari in un’altra lettera alla famiglia.

Dalla  “pietas” si torna alla dura realtà di allora.  Presidenti ed alti dirigenti arrestati o indagati, la vitale prosecuzione dell’attività operativa da assicurare,  management  largamente da ricostituire senza poter dare giudizi di colpevolezza con le indagini ancora in corso. Come fare? Bernabè proprio per assoluto garantismo chiede che tutti, indagati e non, rimettano il mandato al fine di poter valutare il rapporto di fiducia con ognuno, ma non ottiene il risultato sperato: l’attesa che i partiti con un’amnistia cancellassero il reato di finanziamento illecito li faceva restare al loro posto senza dimettersi perché passasse “la nuttata”. 

Allora a mali estremi,  estremi rimedi: i direttori dell’Eni presenti nei Consigli di amministrazione delle società del Gruppo condividendo la linea dell’amministratore delegato accettano di dimettersi loro facendo decadere i rispettivi Consigli  in cui rappresentavano la maggioranza. La sorte degli indagati era segnata, furono rimossi dalla carica e poi ci fu la risoluzione del rapporto di lavoro, dovettero lasciare il Gruppo.  Al loro posto scelse manager non collusi con la politica, anzi con la parte peggiore: pulizia era stata fatta.

La parte immersa dell’iceberg corruttivo

O meglio si pensava che pulizia fosse stata fatta, ma era solo la parte visibile dell’iceberg corruttivo venuta allo scoperto con la “tangente Enimont”. C’era la parte immersa di cui non si sospettava neppure l’esistenza, finchè un fatto occasionale mise Bernabè sulla pista giusta tre anni dopo la conclusione di Enimont: la lettura sulla stampa quotidiana, nel 1996, delle intercettazioni di Pierfrancesco Pacini Battaglia. Si trattava del banchiere che nel 1993, all’inizio di “Mani pulite”,  aveva confessato al PM Antonio Di Pietro – dietro promessa di non essere arrestato – di aver gestito 500 miliardi di lire che le società dell’Eni detenevano nella sua  banca svizzera “Karfinco”  per  pagare gli intermediari internazionali e i partiti politici italiani. 

Sergio Cragnotti, amministratore delegato di Enimont

Cosa aveva attirato l’attenzione di Bernabè nelle parole di Pacini Battaglia? Dichiarava di pagare di persona somme di denaro dell’ordine di 100 milioni di lire l’uno, ad alcuni presidenti di caposettore che tre anni prima erano stati rimossi dalle loro cariche. Ma dal momento che erano stati anche allontanati dall’Eni non potevano essere ricompense per favori che potevano elargire indebitamente, e la spiegazione possibile non sembrava che una: alla Karfinco, dove finiva una parte della provvista delle società per pagamenti  clandestini, dovevano esistere conti personali dei dirigenti che avevano avuto cariche di vertice. Ma non si trattava soltanto del malaffare passato, bensì di qualcosa che riguardava l’oggi, anzi il domani, e Bernabè personalmente: “Pacini e i suoi amici si preparavano a rimettere le mani sull’azienda”. 

Ricorda che “il faccendiere sosteneva con un’espressione colorita di avere in serbo ‘ottantamila affari con il gruppo’, per i quali la mia presenza e il mio operato erano d’ostacolo”; e  parlando con un ex deputato DC Pacini Battaglia gli diceva, riferendosi a Bernabè, di levarlo di mezzo: “Sono pronto con gli affari in mano”, era la promessa  in cambio della rimozione, dato che era imminente il rinnovo delle cariche. Non a caso campagne giornalistiche e politiche sostenevano che andavano cambiati i vertici dell’Eni. Il lieto fine: la riconferma ad amministratore delegato dal governo uscente di Dini e l’avvento al governo di Prodi, con il quale oltretutto Bernabè aveva un ottimo rapporto dai tempi della Fiat e di Prodi presidente dell’Iri.

Alle telefonate di Pacini Battaglia erano seguite intercettazioni anche ambientali della Guardia di Finanza  che avevano ricostruito il quadro d’insieme: “Da quel quadro emergeva che il sistema scoperchiato tre anni prima dai magistrati di Milano aveva continuato a riprodursi, che i dirigenti di Eni cacciati da me non avevano avuto conseguenze patrimoniali dalle loro disavventure giudiziarie e che c’era una folta rappresentanza di soggetti pronti a tornare in affari alla  spalle dell’Eni”. Che dire? Si resta senza parole dinanzi alla “ fiduciaria occulta del management Eni”, quello colluso  e corrotto: una sorta di verminaio resistente alla pur eclatante disinfestazione compiuta nel recente passato, che era ancora in attività.

Bernabè  nel seguire le piste del malaffare si rivolge, oltre che alla Procura di Milano,  anche a Carla del Ponte, della Procura svizzera, la stessa cui nelle indagini di mafia ricorse Giovanni Falcone, in base al principio “follow the money” che viene applicato questa volta per il malaffare dei manager infedeli.   Un  mondo sotterraneo – si direbbe oggi, con linguaggio mafioso,  “il mondo di sotto” – che la vicenda Enimont non aveva scoperchiato del tutto, e  avrebbe continuato ad agire senza l’intuizione di Bernabè legata a Pacini Battaglia e alla sua Karfinco che diede avvio ad indagini interne ed esterne alla 007.  

I colpi di coda non mancarono da parte di Pacini Battaglia  che fece insinuazioni “de relato” sullo stesso Bernabè, coprendosi  con Grotti, che si coprì a sua volta con Necci, e lui con il giornalista Modolo, il quale fece cadere ogni accusa  della “macchina del fango” messa in azione. Si fece ricorso perfino alla occulta manipolazione dei verbali della Giunta ribaltando artatamente con false correzioni  le dichiarazioni di Bernabè messe a verbale nella sorda lotta interna per “farlo fuori”, tanto aveva rotto le uova nel paniere e distrutto lo stesso paniere del sistema di corruttela interno.

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Franco Piga, ministro delle Partecipazioni Statali
27 luglio-26 dicembre 1990

Possiamo definirlo un effetto collaterale della tempesta giudiziaria che si abbatte  sull’Eni  a partire da “quel drammatico marzo 1993” nel quale – ricordiamo ancora il fatto così eclatante –  con il presidente della holding andarono in carcere i presidenti delle principali società caposettore. Seguì una serie di condanne, il contesto corruttivo a livello partitico ebbe così piena e puntuale conferma in sede giudiziaria.   

L’odissea di Bernabè tra le procure è  defatigante, per usare un eufemismo. A  parte gli inevitabili sospetti nel clima di Tangentopoli su chi si è rivelato una “rara avis”  nel contesto quanto mai inquinato, era  indubbiamente “informato dei fatti” che si svolgevano nell’Eni, anche se non delle malversazioni che facevano parte del “mondo di sotto”. Il libro parla diffusamente delle inchieste  tra le procure di Roma e Milano, La Spezia e Perugia, viene chiamato ripetutamente per fornire gli elementi a sua conoscenza.

A Roma inizia con un interrogatorio di 12 ore  il 4 febbraio 1993, un mese dopo ci saranno gli arresti eccellenti che abbiamo  già sottolineato.  Si ripercorrono seguendo l’accurata rievocazione del libro anche quei momenti iniziali, confusi e  incomprensibili allora, più chiari dopo, inequivocabili adesso. Come i tentativi di incardinare il procedimento a Roma, perché non ci sarebbero stati problemi per gli inquisiti. Magistrati compiacenti?  Alcuni segni Bernabè  li aveva già percepiti, poi le inchieste giudiziarie di Perugia, competente per i procedimenti  sui magistrati romani,  lo confermarono con delle condanne.

Vittima incolpevole  Sergio Castellari, il direttore del ministero delle Partecipazioni statali con cui Bernabè si incontrava per i programmi di investimento dell’Eni prima che andasse in pensione, e racconta come si lamentasse  “con le lacrime agli occhi dell’accanimento”  contro di lui del PM romano. “Non capiva perché lo volesse a tutti i costi arrestare quando era noto che nella vicenda Enimont non aveva avuto alcun ruolo. Gli dissi che doveva avere fiducia: la verità sarebbe venuta a galla e ne sarebbe uscito a testa alta”. Poi l’amara conclusione: “Ma evidentemente l’eccessiva pressione mediatica lo aveva schiacciato, umanamente  e moralmente. Forse fu proprio questo accanimento vissuto come ingiustizia a spingerlo al suicidio”.  

Risultò poi che la richiesta di arresto di Castellari serviva a radicare l’inchiesta a Roma sottraendola ai magistrati milanesi di Mani pulite, “un atto  di grande cinismo”, diremmo di perfidia disumana, legato  a un “disegno sottile”: deviare l’inchiesta facendola indirizzare essenzialmente sulla valutazione  di Enimont, ben sapendo che la perizia era blindata e non costituiva reato il fatto che nella Giunta, pur se su pressione di determinati componenti, si fosse scelto un prezzo vicino al massimo della forchetta indicata dai valutatori.

Pierfrancesco Pacini Battaglia, della banca svizzera Karfinco

Invece  “il reato lo aveva commesso chi aveva preso tangenti per consentire a Gardini e ai suoi alleati – Varasi, Vernes e Prudential Bache –  di realizzare benefici non dovuti”. E’ stata poi una consolazione ancora più amara il rinvio a giudizio di quel PM romano  “per aver compiuto atti contrari al suo dovere di magistrato in quanto stabilmente retribuito perché ponesse le sue pubbliche funzioni al servizio degli interessi di Danesi e Pacini Battaglia”. Parole come marchio d’infamia.

Ma le vie della corruzione sono infinite: “Dall’inchiesta emerse che Eni aveva deliberato di versare l’importo al venditore in anticipo rispetto al closing. Parliamo di 2.805 miliardi di lire, una cifra che generava per Montedison 700  milioni di lire al giorno di interessi bancari”. 

E non basta: “Ma emerse un fatto ancora più grave. Eni aveva speso altri 1.360 miliardi per emettere un prestito obbligazionario da scambiare con i titoli Enimont in possesso delle minoranze azionarie”; e chi aveva un peso rilevante tra tali minoranze?  Guarda caso, proprio Varasi, Verner e Prudential Bache “i quali avevano acquistato l’11% di Enimont nell’interesse di Gardini e in violazione degli accordi  con Eni”; e dietro le apparenze di una normale manovra societaria risultò che “lo scambio tra azioni e obbligazioni avesse l’unico scopo di riconoscere loro lo stesso prezzo per azione pagato da Eni a Montedison (comprensivo di premio di maggioranza)“, che era nella fascia alta mentre Bernabè aveva sostenuto la fascia intermedia, esclusa quella minima perché poteva sembrare una svendita della chimica pubblica se Montedison avesse deciso di acquistare Enimont invece di rinunciare, nello sciagurato  “patto del cowboy” di cui abbiamo già parlato.  Chi “pensò male” c’indovinò, tangenti miliardarie alla base di tali operazioni.

Il 2 dicembre 1998 l’ultima testimonianza di Bernabè, alla Procura di Perugia. “Erano trascorse due settimane dalla mia uscita da Eni”, ricorda, e conclude: “Avevo traghettato Eni fuori dalla tempesta giudiziaria, l’avevo risanata  e rilanciata,  portandola in Borsa, avevo respinto gli attacchi furiosi di chi s’era arricchito alle sue spalle, avevo dovuto combattere in totale solitudine per sette anni,  e tanto mi bastava”. 

Una nuova sfida lo attende, quella di Telecom Italia, al contrario di quella nell’Eni sarà tanto breve quanto aspra: sempre la politica ma anche la mala finanza in campo, in un collusione perniciosa. Faremo la conoscenza dei sedicenti “capitani coraggiosi”, corsari dediti alla speculazione senza scrupoli nell’impensabile condivisione da parte di chi doveva essere il loro più acerrimo avversario: il leader del comunismo italiano,  “pro tempore” presidente del Consiglio, che invece appoggiò in tutti i modi la loro scorreria. Parleremo presto di questa nuova tappa di un’odissea sempre più coinvolgente.

Polo chimico della Montedison a Ferrara

Info

Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. Il primo articolo del presente servizio è uscito in questo sito il 20 novembre, i prossimi 3 articoli usciranno tra il 22 e il 24 novembre 2020.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare figure ben note che hanno recitato un ruolo rilevante nelle vicende rievocate, come sporadici fotogrammi estratti da un film quanto mai affollato di primi attori e comprimari. Non sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la nostra gratitudine, sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: lavocedinewyork.com, it.wikipedia.org, archiviostoricoeni.it, it.wikipedia.it, pinterest.it, repubblica.it, pucinella291forumfree.it.,wilkipedia.org, lavocedelelvoci.it, arpattoscana.it, ilrestodelcarlino.it In apertura, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari a sin., e il presidente della Montedison Raul Gardini a dx; seguono, Gianni De Michelis ministro delle Partecipazioni Statali 1980-83, e Franco Reviglio, presidente dell’Eni 1983-89; poi, Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni 1989-93, e Raul Gardini, presidente della Momtedison 1987-91; quindi, Lorenzo Necci, presidente di Enimont, prima di EniChimica ed Enoxy, poi di EniChem, e Sergio Cragnotti, amministratore delegato di Enimont; inoltre, Franco Piga, ministro delle Partecipazioni Statali 27 luglio-26 dicembre 1990, e Pierfrancesco Pacini Battaglia, della banca svizzera Karfinco; infine, Polo chimico della Montedison a Ferrara e, in chiusura, Polo chimico dell’Eni a Ravenna.

Polo chimico dell’Eni a Ravenna

Franco Bernabè, 1. L’odissea nelle grandi imprese, lo sbarco nell’Eni

di Romano Maria Levante

Il libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo – giornalista economico molto qualificato, autore di saggi ben documentati sulle grandi imprese italiane negli intrecci tra industria, finanza e politica – alza il velo che ha coperto vicende cruciali del nostro sistema economico. Tali vicende hanno investito due delle maggiori imprese del settore pubblico e privato, o meglio privatizzato, dove Bernabè ha ricoperto il massimo vertice, impegnandosi in battaglie  decisive contro i  maneggi della  politica  e la cecità spesso interessata di manager collusi con essa.  Ma oltre al rutilante palcoscenico è il “dietro le quinte” che rende preziosa la rievocazione, e i risvolti umani la fanno in certi tratti coinvolgente, mentre la forma narrativa fa sì che la lettura sia appassionante.    

La copertina del libro di Franco Bernabè

Cominciamo dal titolo del  libro dove si trova la chiave delle  350 pagine fittissime  in una parola  molto semplice: “Fatti”, ma non come participio legato a “conti”, bensì come sostantivo. Perché i fatti ne sono al centro, nella loro evidenza, non le opinioni e le interpretazioni come nelle  comuni analisi economiche  e sociali  che, pur riferendosi ad eventi determinati, li semplificano limitandosi all’essenziale: quello che conta per loro sono le considerazioni che ne derivano, e spesso sono hegeliani, “tanto peggio per la realtà”.

Qui invece contano i fatti, e solo i fatti, evocati con precisione e dovizia di particolari che potrebbero sembrare eccessivi se non si riflettesse che il diavolo si annida nei dettagli, come si dice. E se ne incontrano tanti di  “diavoli” nel racconto preciso e documentato di chi si è trovato spesso al loro cospetto: l’autore del libro, che ne è stato protagonista con la sua evidente caratura morale e la forte tempra personale.  

E’ una odissea nella quale ha resistito per l’energia e la capacità datagli dalla formazione cosmopolita e dai  valori in nome dei quali si è battuto con la forza di essere nel giusto. Ci sono anche i “conti”, ma soprattutto i “fatti”,  in una rievocazione incalzante  che lascia avvinti nel seguirla, come ci è successo non riuscendo a staccarcene fino a notte fonda. Perché tutti pensiamo di conoscere quei fatti, anche se da lontano, quindi sentiamo di voler rivivere vicende passate non dimenticate che hanno agitato il nostro Paese perché  riguardanti gangli vitali dell’economia nei rapporti con il sistema politico e con l’assetto sociale.  

Ma anche se sembra di averli vissuti in qualche modo, nel leggere l’accurata  ricostruzione  del libro ci si accorge di aver percepito solo le manifestazioni esteriori di eventi i cui retroscena sono  inimmaginabili,  e svelano intrecci impensati che vanno ben oltre ciò che si poteva pensare nel viluppo spesso perverso tra politica e grandi imprese, tanto più quelle strategiche che operano in settori vitali per il Paese.  

E se al centro della narrazione ci sono i “fatti”  che vengono messi a nudo e riportati  nella loro realtà misconosciuta, ben diversa dalle apparenze aprendoci gli  inviolati “sancta sanctorum”,  il protagonista mette a nudo anche se stesso, la propria vita, le proprie reazioni più intime dinanzi a eventi che hanno posto a dura prova le sue risorse intellettuali e professionali, e soprattutto quelle umane.  C’è  voluta una energia recondita, mobilitata per resistere alle forze avverse coalizzate  nel segno di obliqui interessi politici o economici – anche personali, nel senso  più deteriore del termine –  e per trovare soluzioni a livello manageriale cercando di farle prevalere  nell’interesse generale, da tutti sbandierato ma troppe volte tradito.

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Franco Bernabè

Non è possibile dar “conto” adeguatamente di un percorso personale e collettivo che si snoda negli anni  in una rievocazione minuto per minuto di ciò che si agitava dietro le quinte di tante affermazioni di facciata; oltre ai “fatti” ci sono i nomi, chiaramente indicati, nel bene e nel male, nomi celebrati nella politica, nell’economia  e nel management, con le parti di segno opposto che hanno recitato nelle vicende narrate.

A una vera narrazione si assiste, nella quale non mancano notazioni ambientali, dalle prime righe con la statua di Marx ed Engels nella visita a Berlino  poco dopo la caduta del Muro – significativamente posta nella copertina del libro con la scritta sottostante “Siamo innocenti”, forse a marcare un loro rimorso postumo – al prosieguo con l’aereo aziendale che porta il protagonista nei “road show”  dei mercati finanziari nel mondo o anche semplicemente da Roma a Milano sorvolando luoghi evocativi come il monte Soratte, e con circostanze come il pranzo a base di pesce congelato difficile da mangiare, e il “rimedio” a cena con una minestra di barbabietola rossa  in una remota zona della Siberia;  sono parentesi gustose in una storia dominata dalle questioni aziendali che sono complesse, ma vengono semplificate nelle loro componenti essenziali, anzi cruciali, facendo leva sui passaggi chiave, anche i più intricati e scomodi.  

Trattandosi di una cavalcata da cavaliere antico nei panni dell’uomo d’azienda moderno, qualcuno senza dubbio potrebbe vedervi un’autopromozione, se non autoesaltazione. Ma anche in questa valutazione soccorre la parola chiave, i “fatti”  che  dimostrano i risultati nelle battaglie vinte e in quelle perse, che hanno pur esse lasciato il segno dei valori in nome dei quali sono state combattute, e lo hanno visto rialzarsi e rilanciare. A questo riguardo dai fatti si passa  ai numeri, ai “conti”, come recita il titolo, ma i “fatti”  e i “conti”  accuratamente citati non sono tutti, riguardano la fase manageriale, sia pure ai più alti livelli, del suo percorso professionale; nel libro è solo accennato il “salto di specie”,  da top manager a imprenditore, con le società del “Fb Group” operanti nei campi più avanzati e, ciliegina sulla  torta, il settore artistico con la presidenza di prestigiose sedi espositive, dalla Biennale di Venezia  al “Mart”  di Trento e Rovereto, dalle  “Scuderie del Quirinale” e “Palazzo delle Esposizioni” alla “Quadriennale di Roma” di cui è tuttora presidente onorario. E ci si ferma prima del recente nuovo incarico alla presidenza di Cellnex.

A parte queste nostre notazioni “ultronee”, per così dire, rispetto al libro, tentiamo di seguire il percorso che viene rievocato, articolato e dettagliato fino ai minimi particolari. Cercheremo di evidenziare ciò che ci ha colpito maggiormente  dell’azione svolta  dal protagonista trovatosi nel cuore del capitalismo italiano al vertice dei maggiori gruppi del settore pubblico e privato, Eni e Telecom Italia, fino all’esperienza in PetroChina, il cuore del capitalismo cinese.  Concluderemo  con le valutazioni che trae dalla sua diretta esperienza: solo 17 pagine delle 350 complessive, a conferma che, come abbiamo detto in apertura, il titolo “a conti fatti”  consente una lettura palindroma alla rovescia, “i fatti contano”. E il libro lo dimostra.

Il “cursus honorum” in campo culturale

Ma prima di rievocare gli aspetti  salienti  della sua lunga odissea manageriale,  un sito come il nostro non può non sottolineare il suo “cursus honorum” in campo culturale:  le posizioni di vertice, cui si è appena accennato,  ricoperte “pro bono” nei  grandi centri artistici ed espositivi che ne qualificano ulteriormente la figura, a partire dalla presidenza della Biennale di Venezia dal 2001 al 2003.

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Bernabè presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo nel 2014, con alla sua sin.
Emmanuele F.M. Emanuele presidente dal 2009 al 2012, e vice presidente nel 2007-2008

Il libro accenna soltanto al Mart di Trento e Rovereto, museo di arte moderna e contemporanea di cui è stato Presidente per dieci anni, dal 2004 al 2014,  rafforzandone l’immagine di eccellenza, con la media di visitatori di 200.000 all’anno nel primo quinquennio fino ad oltre 280.000 nel 2009.

Lascia questo incarico nel 2014, allorché viene chiamato alla presidenza dell’Azienda Speciale Palaexpo del Comune di Roma,  con le sedi espositive di Palazzo delle Esposizioni e delle Scuderie del Quirinale – prima del recente passaggio ad Ales del MiBACT –  più la Casa del Jazz. Incarico prestigioso ricoperto, ci piace ricordarlo, dal 2009 al 2012 da Emmanuele F. M. Emanuele, dalla finanza all’ impegno nell’arte nella Fondazione Roma con in più le realizzazioni benefiche, e all’impegno personale nella cultura anche con le sue poesie. Delle mostre realizzate da Bernabè nel 2014, anno di sua presidenza, ricordiamo al Palazzo Esposizioni su Pasolini,  Cerveteri e Meteoriti, alle Scuderie del Quirinale su Frida Kahlo e Memling.

Alle sue dimissioni dall’Azienda Speciale Palaexpo con l’intero Consiglio all’inizio del 2015 per il venir meno dei finanziamenti attesi che avrebbe dequalificato le prestigiose sedi romane – e questo è avvenuto effettivamente per il Palazzo delle Esposizioni restato all’azienda – viene nominato  presidente della Quadriennale di Roma, per la promozione dell’arte contemporanea, dal ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini, e realizza  nel 2016 l’esposizione della Quadriennale d’arte “Altri tempi altri miti”, dopo che nel 2012  non c’era stata, ripristinando la continuità  espositiva ogni 4 anni con  una nuova impostazione: 11 giovani curatori con 10 percorsi tematici intriganti per 150 opere esposte.  E avvia  programmi impegnativi per dare sostegni concreti agli artisti italiani all’estero finanziando le sedi espositive straniere che sono incentivate a presentarli nelle loro mostre, e per promuovere la loro formazione artistica con “workshop” a livello internazionale in varie sedi in Italia.

Nello stesso 2016 la nomina a presidente della Commissione italiana per l’Unesco, con il compito di favorire conoscenza ed esecuzione in Italia dei programmi della sezione delle Nazioni Unite per la cultura. 

Ed ora la sua odissea manageriale, che si dipana in una continuità molto movimentata – e non è un ossimoro – con fasi di imprenditorialità in proprio in campi innovativi all’inizio del nuovo millennio, quello che chiameremo “il salto di specie”. Dunque ci apprestiamo a seguirlo nel suo lungo viaggio, consapevoli che la nostra rievocazione, pur sommaria e incompleta,  sarà comunque alquanto estesa perché tante sono le rivelazioni che fanno scoprire un retroterra nascosto e un sottofondo ben diverso da quanto è venuto alla superficie, in un “carotaggio” esplorativo mirato che associamo a quello in campo petrolifero.

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La presentazione nel 2016 della “16^ Quadriennale d’arte” con gli 11 curatori, al centro
il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini tra il presidente della
Quadriennale di Roma Bernabè alla sua dx, e il commissario Palaexpo Innocenzo Cipolletta alla sin.

Nell’industria pubblica, l’Eni: “core business”, “privatizzazione”, “divisionalizzazione” 

Che cosa colpisce di più nella vicenda dell’Eni con cui inizia l’odissea del nostro protagonista, dopo averne seguito sommariamente il “cursus honorum” in campo artistico-culturale?  Rimane impressa la determinazione di un manager con un carattere cosmopolita – scuola tedesca e innesto formativo americano – e all’inizio esperienze internazionali di rilievo, all’Ocse a Parigi, e aziendali, nella Fiat di Agnelli e Romiti, entrato come assistente del nuovo presidente, Franco Reviglio – professore universitario contiguo alla politica per vicinanza ideale, non “prestato” ad essa –  con  idee innovative che riesce a far prevalere sui tanti ostacoli posti da politici e manager in buona fede o collusi da amministratore delegato per sei anni. La funzione era di “coordinatore dell’attività di presidenza”, l’equivalente del “capo di gabineto” da ministro.

Da assistente al vertice alla “discesa” nella struttura di Programmazione, come vice-direttore, poi direttore per programmazione, controllo e sviluppo, nella pronta immedesimazione  con i complessi problemi e le prospettive di un gruppo molto particolare: di natura pubblica ma operante sul mercato secondo le sue regole però senza adottarne fino in fondo gli strumenti, in una specie di ossimoro penalizzante.

Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, era stato sordo alla politica che chiedeva la liquidazione dell’Agip, fino a usare i partiti per i suoi intendimenti di dare al Paese una pur relativa autonomia e voce in capitolo nel campo energetico ritenuto decisivo per lo sviluppo economico e il progresso sociale, ben al di là delle limitate risorse nazionali di idrocarburi strumentalmente enfatizzate per raggiungere il suo scopo. E nella sua impostazione aveva concepito l’ente più come una struttura in grado di dare corpo con professionalità alle proprie idee che come holding industriale dotata di sistemi efficaci di programmazione e controllo.

Bernabè  ha completato il superamento di questa situazione – già in atto dopo la costituzione delle direzioni dei Piani quinquennali e delle Strategie – impegnando la Giunta esecutiva, una sorta di “ircocervo” legato ai partiti politici che ne designavano i membri, nelle periodiche valutazioni dell’andamento economico delle diverse attività con rigorose analisi di controllo gestionale. Attività inquadrate in società caposettore con gli organi societari previsti dal Codice civile, che dipendevano dalla holding soprattutto per il meccanismo di autorizzazione degli investimenti ad opera del ministero delle Partecipazioni Statali cui ogni anno l’Eni trasmetteva la Relazione programmatica in base alla quale veniva conferito il Fondo di dotazione riferito al 20% degli investimenti; una sorta di formula magica con deboli motivazioni economiche per un’impresa operante sul mercato, che rendeva il gruppo ancora più soggetto al volere dei politici. E Bernabè, quando diventò direttore programmazione, controllo  e sviluppo, fece sì che il presidente Reviglio  vi rinunciasse, un “sacrificio” considerato necessario nella comune ricerca dell’autonomia dalla politica.

A parte quest’ultima significativa circostanza, il meccanismo autorizzativo  allontanava dalle logiche del mercato in cui si doveva competere perché, coinvolgendo il ministero competente, svuotava la holding di un potere cogente, pur se l’organizzazione delle sue strutture resa sempre più rigorosa – con funzioni professionalmente dedicate alla programmazione e controllo settoriale e generale nel loro collegamento con quelle delle società  – dava comunque dei risultati: era senz’altro di più della mera “moral suasion”.

Giulio Andreotti, presidente del Consiglio 23.7.89- 13.4.91

Già Mattei  aveva puntato sulla professionalità della sua squadra, ma poi era stata superata la pur altamente qualificata  segreteria tecnica – c’erano personalità come Cassese e Fuà, Ruffolo e Spaventa, per citarne alcune – approdando alla fine, pur gradualmente, a una forma moderna di programmazione che in base al quadro generale fissava, in una coerente visione di medio termine, obiettivi e strategie, interventi e azioni, risorse e risultati, fino agli appositi indicatori, e con il controllo gestionale e strategico dell’intero ciclo. In questo contesto gli investimenti non andavano più presentati – quindi valutati e approvati – in modo isolato nella loro entità tecnica e produttiva, come in passato, ma in relazione al contributo che davano a tre livelli crescenti di rilevanza strategica, identificati nel mantenimento, razionalizzazione, sviluppo; e inoltre con ciascuno di essi a tre livelli, basso, medio, alto a seconda della loro rilevanza operativa ed entità. Il tutto in un quadro di controllo semplice ma efficace, valido nel contempo sotto il profilo strategico ed operativo.

L’autonomia delle società caposettore, però, toglieva forza al sistema di programmazione, per cui più che i programmi riveduti nella scadenza annuale, restavano prevalenti i singoli investimenti senza una coerente integrazione: “pochi, maledetti e subito”, anzi molti da approvare da parte delle Partecipazioni statali.

Non era superata un’altra eredità di Mattei, la  diversificazione “lungo la catena del valore” che aveva portato il fondatore a creare i Motel Agip – oltre alle stazioni di servizio, che furono definite  “cattedrali nel deserto”  con  i successivi “Big Bon” commerciali  –  e a sottoporsi al salvataggio del Nuovo Pignone in una delle sue poche acquiescenze alla politica nei panni del visionario sindaco di Firenze Giorgio La Pira, azienda riconvertita a meccanica funzionale per il Gruppo in una sorta di diversificazione indotta.  

Di qui la “polisettorialità” del Gruppo, il “mantra” dell’Eni prima dell’ingresso di Bernabè, il quale vi sostituì la logica della concentrazione nel “core business”,  che suonava allora come rivoluzionaria perché si era esteso a dismisura il campo della diversificazione, motivata dai collegamenti produttivi ma spesso a copertura di salvataggi:  collegamenti effettivi in Snamprogetti e Saipem legate al ciclo degli idrocarburi, e anche nella petrolchimica, solo apparenti nella chimica secondaria come nel  tessile della Lanerossi e nelle caldaie a gas della Savio. Poi l’accollo dell’Egam, dalle aziende minerarie in stato fallimentare, ne era stato l’inevitabile corollario con perdite crescenti  che assorbivamo gli utili provenienti dalla produzione petrolifera e soprattutto dal gas naturale prodotto e di importazione a contratti di particolare favore.  

In questa situazione, puntare alla concentrazione sul “core business” voleva dire disboscare una foresta sterminata di partecipazioni, con settori diversificati distribuiti in un nugolo di 300 aziende. Ebbene, Bernabè c’è riuscito, lavorandoci già da vice direttore e poi da direttore, e potendo concretizzarlo nella posizione di vertice di amministratore delegato, raggiunta nel 1991 nel corso di un’odissea inenarrabile.

Giuliano Amato
presidente del Consiglio 28.6.92-29.4.93

Come sia stato possibile un simile risultato, che risale ad un quarto di secolo fa, il libro lo descrive nei più minuti particolari che riguardano non solo le vicende, ma anche gli interlocutori politici e manageriali:  quelli che si sono pervicacemente opposti  con le rispettive motivazioni, non sempre disinteressate, e quelli i quali hanno assecondato positivamente un  processo che oggi sembra inevitabile e  indiscutibile, ma non lo era nel quadro economico e industriale e nei rapporti con la politica di allora.

A questo punto alla parola magica “core business” se n’è aggiunta un’altra, “privatizzazione”, ma non è stato solo Bernabè a promuoverla, bensì addirittura la politica governativa di fronte  alla gravissima crisi valutaria che richiedeva la mobilitazione delle risorse pubbliche per arginare il pesantissimo deficit divenuto insostenibile pena l’uscita dal Sistema monetario europeo con catastrofiche conseguenze. 

Privatizzazione, in Borsa come Eni risanato, e divisionalizzazione 

Bernabè, però, ha coniugato “privatizzazione” a “core business”  – e  poi seguirà la trasformazione “multidivisionale” – con un’operazione magistrale nella quale ha resistito ai pervicaci tentativi di depotenziarla ricorrendo a una serie di azioni successive che rintuzzavano le tante manovre messe in atto soprattutto per mantenere le mani sulle “galline dalle uova d’oro”: erano le principali caposettore, Agip e Snam, che tanti volevano privatizzare separatamente, privando il gruppo Eni della sostenibilità data dai loro rilevanti utili e per di più compromettendo l’integrazione con le altre attività funzionali al ciclo degli idrocarburi. Non si trattava  da parte dei politici di resistenza a rinunciare alla  “polisettorialità” che era il “mantra” dell’Eni finché Bernabè lo ha contrastato sostituendolo con quello del  “core business”; ma di ben altro e non commendevole, anche se qualcuno dei suoi oppositori in buona fede c’era comunque.

E qui la battaglia per Bernabè si è fatta dura, e ha dimostrato non solo di essere un duro pure lui ma anche di saper aggirare gli ostacoli quando si erano fatti insormontabili. Ed era insormontabile la disposizione imperativa del presidente del Consiglio e del ministro del Tesoro di quotare l’Agip, magari con la Snam,   e non l’Eni nelle sue interconnessioni funzionali, lasciando il resto in un limbo senza futuro.

Ma andiamo per  flash,  citiamo i momenti chiave di una storia rievocata in 50 pagine fitte di circostanze e di nomi, in una interminabile partita a scacchi con la politica scandita da una serie di colpi di scena:  il traguardo da raggiungere era quello cui si intitola il capitolo: “La grande trasformazione”.

Carlo Azelio Ciampi, presidente del Consiglio 29.4.93-11.5.94

Trasformazione di che cosa? Di “un ente occupato militarmente dalla politica” con “difensori a oltranza dello status quo”, che si opponevano alla linea di Bernabè – nominato presidente del  “Comitato per la trasformazione dell’Eni” – sostenendo l’impossibilità della privatizzazione per motivi economici e ragioni istituzionali legati alle funzioni pubbliche e alla  esclusiva di esplorazione e produzione nella Valle Padana, anche con il sostegno della magistratura contabile, alle cui argomentazioni formali Bernabè contrapponeva elementi concreti, come la sempre minore rilevanza dei giacimenti nazionali in via di esaurimento.

Un primo arroccamento dei politici e del management colluso con essi avvenne su un Eni che volevano fosse trasformato non in S.p.A. di diritto privato ma in un’ipotetica Società di interesse nazionale.  E questo in base ad argomentazioni pretestuose, anche se apparentemente ragionevoli, di natura economica e perfino costituzionale. Sarebbero cessati i  privilegi connessi alla natura pubblicistica con l’ingresso dei privati, al quale inoltre era ostativa la natura pubblica dell’Ente: una tenaglia  alla quale – secondo i suoi interessati sostenitori – ci si poteva sottrarre soltanto con la formula di Società di interesse nazionale che avrebbe consentito di superare positivamente il carattere di Ente pubblico economico senza rinunciare ai privilegi e senza incontrare gli ostacoli posti anche dalla Corte Costituzionale.

Su questa linea il vice presidente Alberto Grotti si opponeva al documento presentato in Giunta da Bernabè per una S.p.A. che “si sarebbe potuta configurare nel medio-lungo termine come public company a proprietà largamente diffusa”, quasi “da portavoce ai presidenti di Agip e Snam “  e contrapponendo alla visione di Bernabè un  Eni nella forma di Società di interesse nazionale dalla quale non si sarebbero dovute scorporare le funzioni pubbliche e con le due principali società energetiche come sub-holding, una specie di Iri; appoggiava questo disegno conservatore, sostenuto dalla “vecchia guardia del gruppo”,  che svuotava di fatto la privatizzazione, anche il ministro del Bilancio Cirino Pomicino.

La proposta di Bernabè non trascurava le problematiche economiche né quelle giuridiche e costituzionali. Per le prime contavano i fatti, con il forte ridimensionamento dei vantaggi derivanti dall’esclusiva per esplorazione e produzione in Valle Padana, ormai si trattava di entità marginali e si poteva agevolmente rinunciare; per le seconde valeva la legge con cui due anni prima, nel 1990, Giuliano Amato, ministro del Tesoro nel governo Andreotti “aveva decretato che gli enti pubblici potessero essere trasformati in S.p.A. di diritto privato”, era la legge Amato-Carli.

Ci fu anche “il lavoro di sponda con Draghi” il quale, afferma Bernabè, “all’epoca direttore generale del Tesoro, sulla trasformazione delle partecipazioni statali la pensava come me”. In particolare, “Draghi, come consigliere d’amministrazione di Eni mi diede un importante assist. Il 4 maggio scrisse a Cagliari [il presidente dell’Eni di allora, N.d.R.] per complimentarsi del lavoro del Comitato da me presieduto, sottolineando in particolare l’esigenza di ridurre le prerogative pubbliche dell’ente”.

Silvio Berlusconi
presidente del Consiglio 11.5.1994-17.1.1995

Il colpo di grazia ai tentativi interessati di politici e manager collusi di mantenere le mani sulle due “galline dalle uova d’oro”  fu dato dal decreto emanato nel luglio 1992 da Giuliano Amato, da pochi giorni presidente del Consiglio dopo Andreotti, con la trasformazione, avente effetto immediato, degli  enti pubblici in S.p.A.  possedute dal Tesoro e sottoposte al Codice civile: Franco Bernabè, allora direttore centrale, fu nominato amministratore delegato dell’Eni all’inizio del mese successivo, il 3 agosto 1992.  

Era stato raggiunto, con la ferma opposizione alla Società di interesse nazionale,  il risultato che si prefiggeva come presidente dell’apposito  comitato: “La necessità che  il processo di privatizzazione portasse all’abrogazione  non solo ‘dei controlli direttamente collegati all’attuale sistema a partecipazione statale, ma anche di quel vasto reticolo di norme che si traducono in pesanti oneri non compatibili con il funzionamento di una Spa’”;  sono le parole di un suo documento del 20 febbraio 1992 in cui sosteneva che “’momento determinante del processo di trasformazione in Spa’ avrebbe dovuto essere il progetto industriale di gruppo: un piano di rottura con il passato”. E’ il mercato, bellezza… sembra ricordare ai suoi contraddittori interessati.

Tagliato il nodo gordiano con la repentina quanto benefica decisione governativa di dar vita alle nuove S.p.A. – incredibile nei bizantinismi della politica e di certo management – sembrava un percorso in discesa. Invece venivano posti nuovi ostacoli.  La semplice privatizzazione dell’Eni – alleggerito delle attività  in perdita estranee al “core business” per accrescerne l’appetibilità  per il mercato e il ricavato per il Tesoro –  conseguenza scontata della trasformazione in S.p.A., tornava in alto mare, “il governo ordina: si quotino Agip e Snam” e non l’Eni, per i motivi più o meno confessabili ampiamente rievocati nel libro. Come sono rievocate le contromisure di Bernabè contro “il partito della secessione”: la “Super-Agip” – con tutte le attività connesse al ciclo degli idrocarburi – “una mossa per prendere tempo” a aggirare l’imperio di quotare solo le due “galline dalle uova d’oro”, una sorta di “ego te baptizo piscem” di antica memoria.

Ma è solo l’inizio, gli ostacoli  interessati, in particolare dei presidenti di Agip e Snam e dei politici che li sostengono, si moltiplicano,  anche sulla dismissione delle attività estranee al “core business”, la Nuovo Pignone per prima, poi Savio, Agip Coal, Nuova Samim e imprese marginali;  per la chimica, che costituiva il maggiore problema, doveva restare solo la petrolchimica nel disegno di risanamento e rilancio del gruppo. Cade il governo Amato  e  con il governo Ciampi la stessa direttiva, quotare l’Agip  non l’Eni, e per bloccare la contromisura di Bernabè con la “Super-Agip” si muovono persino i francesi dell’Elf,  in un’operazione di disturbo che aveva dietro i loro servizi segreti; ma Bernabè li conosceva essendo stato chiamato da Cossiga nella Commissione per la riforma di quelli italiani, quindi sapeva come difendersi. 

Da Ciampi a Berlusconi non cambia la musica, anzi parte “il centrodestra all’attacco”, finché  avviene un fatto nuovo e per certi versi sorprendente: siamo nel giugno 1994, il governo accelera sulle privatizzazioni e insieme a Enel, Ina e Stet potrà quotare la “Super-Agip”, lo specchietto per le allodole confezionato da Bernabè. Ma lui, saldamente nella posizione di amministratore delegato, invece di accelerare cerca di rallentare, e con il nuovo ministro del Tesoro Lamberto Dini ci riesce, in modo da completare la ristrutturazione e il  risanamento che porterà a fine 1994 un incasso di 5.500 miliardi di lire con la dismissione di 125 società, la riduzione del debito di 5 mila miliardi e del personale di 37.000 addetti.

Lamberto Dini, presidente del Consiglio 17.1.95-18.5.96

Nell’autunno dello stesso 1994 alla Commissione attività produttive della Camera  esce allo scoperto e pone come alternativa preferibile alla “Super-Agip” la quotazione dell’intera  Eni S.p.A. risanata: l’azzardo riesce, ne parla anche con Berlusconi che lo inserisce in un documento, ma gli atti ufficiali sono ancora per la Super-Agip.  Cade il suo governo, subentra come presidente Dini, e nel marzo 1995 in un incontro a porte chiuse all’”Aspen Institute” sulle privatizzazioni con il nuovo premier, Bernabè illustrò i successi nella ristrutturazione che avrebbero consentito di portare in Borsa l’intero Eni così riorganizzato: tutti assentirono, anche Dini pur non escludendo la possibilità di quotazioni parziali. Finché il 10 maggio 1995 il decreto del presidente Dini con i ministri Clò e Masera fissò le procedure di privatizzazione dell’intero gruppo, e a seguire il C.d.A. adottò finalmente il nome Eni S.p.A: così “il cane a sei zampe va in Borsa”.  

Inizia “la volata in Borsa”, in corrispondenza dei risultati economici molto positivi: nel 1994 il  risultato operativo sale a 7.500 miliardi di lire dai 4.300 del 1992, l’utile netto a 3.251 miliardi rispetto ai 2.800 dell’anno precedente, nel 1995 raggiunge i 4.270 miliardi,  mentre l’indebitamento finanziario, cresciuto di 9.000 miliardi tra il 1989 e il 1992, scende di 5.000 miliardi nel biennio successivo; il margine operativo lordo nel 1995 raggiunge i 16.905 miliardi dopo i 13.613 dell’anno precedente.  A livello settoriale  “la soddisfazione maggiore proveniva dalla chimica, che chiudeva il 1994 con una perdita residua dovuta esclusivamente a oneri straordinari di ristrutturazione. Per il 1995 stimavamo un ritorno all’utile”. Non solo,  ma dismesse le attività non petrolchimiche la sua incidenza sul totale era scesa al 18% con la prospettiva di ridursi al 13%, avvicinandosi alla quota del 10% nelle grandi multinazionali petrolifere.

Con questi risultati l’Eni era diventata nel mondo la quarta società per utile netto, preceduta solo da Shell, Exxon e BP, ma seguita dalle grandi Amoco, Chevron e Mobil. Non era più la Cenerentola rispetto alle “7 sorelle”! Nei  5 collocamenti sul mercato lo Stato incasserà 24 miliardi di euro, passando dal 100% al 35%, mentre il valore azionario si raddoppierà rispetto a quello della prima emisione: successo su tutta la linea.

Le “7 sorelle”, però, come le altre compagnie multinazionali, hanno una struttura divisionale, e così doveva diventare l’Eni per superare l’anomalia costituita dalle caposettore, società  separate all’interno della holding, che non era una finanziaria di mere partecipazioni come l’Iri, ma  doveva diventare operativa. Un altro grande lavoro con tanti ostacoli finché di fatto  le caposettore sono state trasformate in divisioni dell’Eni , l’Agip S.p.A. incorporata è diventata la divisione “Upstream”, l’Agip Petroli “Downstream”, la Snam “Gas & Power”.”Tutti i poteri all’amministratore delegato” nell’Eni riorganizzato, da Bernabè ottenuti con un magistrale “fatto compiuto”, al presidente l’individuazione e proposta di progetti integrati strategici.

Siamo nel luglio 1997, l’Eni assume finalmente l’assetto societario di una moderna compagnia petrolifera dopo tante battaglie. Ma non abbiamo evocato la battaglia più aspra e  travagliata, dove oltre al più diretto concorrente, il maggiore gruppo chimico privato, e al governo, entra in campo la magistratura, quella nell’Enimont: si è svolta nel breve arco di un anno, tra il 1989 e il 1990, dopo una prima fase dal 1987,  durante le  battaglie  per la concentrazione nel “core business”  e  la “privatizzazione”.  E ha fatto venire alla luce un iceberg corruttivo all’interno dell’Eni, la cui eliminazione ha completato il risanamento economico con un risanamento morale altrettanto importante non solo per il nostro più grande gruppo energetico ma anche per la società civile e per il Paese. Ne parleremo presto, l’odissea continua.

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Il 2 ° Palazzo uffici dell’Eni a Milano, San Donato Milanese

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Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. Gli altri 4 articoli del presente servizio usciranno in questo sito dal 21 al 24 novembre 2020. Per le mostre citate della presidenza di Bernabè nell’Azienda speciale Palaexpo, cfr. i nostri articoli in www.arteculturaoggi.com nel 2014: al Palazzo Esposizioni, su Pasolini 27 maggio e 5 giugno, Cerveteri 8 giugno e 6 luglio, Meteoriti 5 ottobre, alle Scuderie del Quirinale su Frida Kahlo 24 marzo, 12 e 16 aprile, Memling 8 e 10 dicembre; per la mostra della “16^ Quadriennale d’arte di Roma” del 2016 “Altri tempi, altri miti”, 5 articoli il 16 giugno e dal 24 al 27 ottobre 2016 ripubblicati in questo sito dal 21 al 25 luglio 2020, insieme a due articoli di presentazione della mostra della “17^ Quadriennale d’arte di Roma” del 2020, “Fuori”, usciti sempre in questo sito il 1° e il 29 novembre 2019.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare figure ben note che hanno recitato un ruolo rilevante nelle vicende rievocate, come sporadici fotogrammi estratti da un film quanto mai affollato di primi attori e comprimari. Non sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la nostra più viva gratitudine, sono it.wikipedia.org, per le immagini dalla 5^ alla 10^, festivaltecnologia.it per la 2^ immagine, formiche.net la 3^, luomoeilpaesaggioblogspot.it per l’11^ e ultima; la 1^ riprende la copertina del libro, la 4^ è tratta dai nostri articoli sulla “Quadriennale d’arte” del 2016 sopra citati. In apertura, la copertina del libro di Franco Bernabè; seguono, Franco Bernabè e Bernabè presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo nel 2014, con alla sua sin. Emmanuele F.M. Emanuele presidente dal 2009 al 2012, e vice presidente nel 2007-2008; poi, la presentazione nel 2016 della “16^ Quadriennale d’arte” con gli 11 curatori, al centro il ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini tra il presidente della Quadriennale di Roma Bernabè alla sua dx, e il commissario Palaexpo Innocenzo Cipolletta alla sua sin., e Giulio Andreotti, presidente del Consiglio 23.7.89- 13.4.91; quindi, Giuliano Amato presidente del Consiglio 28.6.92-29.4.93 , e Carlo Azelio Ciampi presidente del Consiglio 29.4.93-11.5.94; inoltre, Silvio Berlusconi presidente del Consiglio 11.5.1994-17.1.1995 , e Lamberto Dini presidente del Consiglio 17.1.95-18.5.96; infine, il 2 ° Palazzo uffici dell’Eni a Milano, San Donato Milanese, e il Palazzo uffici dell’Eni a Roma Eur.

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Il Palazzo uffici dell’Eni a Roma Eur

Eduardo Ioele, dal nulla all’infinito, nello spazio di Dio

di Romano Maria Levante

Non è solo un modo di ricordare, nel trigesimo dalla sua scomparsa, l’antico collega  e amico di sempre Eduardo Ioele parlando della sua ricerca volta ad esplorare i “grandi  interrogativi universali” che le anime sensibili come la sua si pongono da sempre: “Che cosa è la materia, da dove viene la vita, chi siamo noi piccoli esseri dotati di coscienza, da dove veniamo e dove andiamo, siamo soli e, infine,  siamo emersi in questo sconfinato contenitore cosmico per un puro accidente o siamo inseriti in un grande progetto?”. Sono le sue parole che introducono il libro nel quale ha condensato  “decenni di studi, ricerche e riflessioni”,  a latere dell’attività  professionale nel più grande gruppo energetico nazionale,  dopo averne esternato i risultati nelle conferenze in sedi qualificate:  Eduardo Ioele, “Fra il nulla e l’infinito. Lo spazio di Dio”  è la sua  opera che portiamo  all’attenzione oggi non solo come nostro personale omaggio alla sua memoria, ma anche come prezioso contributo,  valido tuttora,  alla comprensione dei grandi misteri dell’Universo; parla anche dei “buchi neri” – ed è di questi giorni il Premio Nobel a tre scienziati che li hanno studiati – accennando perfino ai “buchi bianchi”. E tra i misteri dell’Universo il più coinvolgente è il mistero della vita, esplorato alla luce delle prospettive offerte dal pensiero scientifico e dalla fede religiosa.

La copertina del libro di Eduardo Ioele

Eduardo Ioele, l’indimenticabile Dino per chi scrive e per gli altri amici, introduce la sua accurata ricerca ricordando gli atteggiamenti più comuni,  derivanti dalla scelta fra tre alternative: “Accettare serenamente i principi  e le ‘verità’ della fede che c’è stata trasmessa, preferire un comodo agnosticismo non facendoci  carico del problema, abbracciare il materialismo e il positivismo  più rigorosi e attribuire l’universo e la vita al caso”. Ebbene, lui rifiuta tali comode semplificazioni per la scelta più difficile: “Personalmente continuo a pensare che una risposta bisogna pur sempre cercarla, anche sapendo che sarà in ogni caso difficile approdare a una conclusione definitiva”.

In questa ricerca  di una vita intendiamo seguirlo, immergendoci nella rilettura del suo libro proprio nel giorno delle sue esequie, per sentirci vicini all’amico e sentirlo vicino a noi in questo viaggio nella sua esplorazione appassionata. Ma proprio  la sacralità del momento in cui avviene la celebrazione nella quale ci immedesimiamo mentre leggiamo e scriviamo,  ci porta a limitarci a pochi accenni sull’’analisi pur attenta e rivelatrice dei misteri dell’infinitamente grande, il cosmo, e dell’infinitamente piccolo, l’atomo e le particelle, per farci accompagnare dall’amico nel volo verso l’infinito con approdo nello “spazio di Dio”.

L’inizio della prima delle 10 terne illustrative dei temi trattati dal libro di Eduardo Ioele: l’infinitamente piccolo dell’atomo, l’indinitamente garnde del cosmo con i pianeti,
“lo spazio di Dio” con le immagini di Dio creatore

L’infinito

Dobbiamo premettere che non c’è improvvisazione nelle sue conclusioni, del resto la propria formazione scientifica e la stessa attività professionale tecnicamente rigorosa non glielo avrebbero  consentito. Per questo  suo rigore intellettuale parte da un’attenta ricostruzione di quanto acquisito nel pensiero universale dai filosofi dell’antica Grecia, passando per la fisica classica rinascimentale fino alle conquiste del ventesimo secolo.  Su queste solide basi approfondisce la visione sull’origine dell’universo, sulla natura e la composizione dei corpi celesti, fino a  delineare il destino ultimo del mondo nelle concezioni scientifiche più avanzate.  Ed è da qui che spicca il volo verso l’infinito entrando in una dimensione trascendente pur se legata alle evidenze della scienza, dimensione che non può essere ignorata quando la scienza non riesce a dare delle risposte, e implicitamente nella sua dichiarata impotenza fa approdare alla fede.

L’infinito è nella mente di Ioele, il nostro Dino, fino a contrapporre al pensiero di Blaise Pascal, “il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa”, il proprio: “Il mare  e il cielo si fondono all’orizzonte, ma l’uno è nell’immensità, l’altro nell’infinito”,  non ne è spaventato ma ammirato, la sua non è solo una precisazione, è una sublimazione.  E di Pascal  evidenzia il pensiero che ha ispirato il titolo del libro, e colloca l’uomo “fra il nulla e l’infinito”: “Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto con l’infinito, un tutto in confronto al nulla, qualcosa di mezzo tra il nulla e il tutto”.

Non evita i passaggi più ardui, nell’infinitamente grande, il cosmo, esplora “i paradossi dell’infinito” secondo cui sia l'”infinito spaziale” che l'”infinito temporale” postulerebbero che ogni parte dell’universo sarebbe infinita, “compresi noi stessi” e ogni evento sarebbe eterno mentre invece il tempo scorre dinanzi a noi. E gli “enigmi del finito” , che porrebbero il problema “su come finisce l’universo e cosa ci sia oltre, cioè all’idea di un confine cosmico”, mentre invece l’universo è in continua espansione. ma prima del “finito” in un universo ipotetico c’è il finito dell'”infinitamente piccolo”.

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L’infinitamente piccolo

Esplorando l’infinitamente piccolo entra “nel cuore dell’atomo”, partendo dall’antica Grecia, con Talete, Democrito e Lucippo, fondatori della teoria atomistica; per saltare al 17° secolo, con l’anglo-irlandese Boyle e il francese Lavoisier, uno dei padri della chimica che confermò l’esistenza degli atomi, “il suo grande genio non gli evitò di finire ghigliottinato a soli 51 anni, dopo un processo sommario a seguito di false accuse”, ricorda anaramente Ioele. E poi la scoperta del “peso atomico” da parte dell’inglese Dalton, cui seguì la Tavola periodica degli elementi in base al peso atomico del russo Mendeleiev, la scoperta che il calore è provocato dall’agitazione degli atomi del trio scozzese-austriaco-statunitense Maxwell, Bolzmann, Gibbs; e l’atomo ha componenti che verranno chiamate elettroni da parte dell’inglese Thomson, mentre l’inglese Rutherford premio Nobel per la chimica trovò sperimentalmente la struttura planetaria dell’atomo con il protone al centro e gli elettroni ruotanti intorno a tale nucleo. Fino al nuovo modello di atomo, per il quale ebbe il premio Nobel, del danese Bohr che sviluppò le intuizioni dei fisici Plank ed Einstein “sulla duplice natura di onda e di particella dell’energia” dell’atomo.

Con Plank la rivoluzione della meccanica quantistica e con Einstein della relatività, in processi scientifici descritti analiticamente da Ioele il quale approfondisce con la sua competenza unita a grande capacità divulgativa i “principi quantistici e relativistici” con “le imprevedibili stranezze della meccanica quantistica” fino alle “particelle elementari e le forze che le governano”, approdando ai “suoni, luci e colori”.

E’ una ricostruzione appassionante la sua, in cui non possiamo seguirlo, con le “costanti della natura” fino alla “ricerca di una teoria del tutto”, come sulla “macchina del tempo” della quale non manca di parlare rievocando le intuizioni di Godel, basate sulla relatività di Einstein di cui era amico e collaboratore, l’ideazione di Tipler basata sul campo gravitazionale, e di Weeler con l’ingresso nei sui “buchi neri”, fino all’italiano Regge con la macchina biologica fondata sull’antimateria dell’americano Feynman.

Ioele mette in guardia dalle false illusioni generate da film fantascientifici anche nell’ipotesi avveniristica del viaggio nel tempo: “Per evitare paradossi storici, un nostro ipotetico ritorno al passato dovrebbe vederci unicamente quali osservatori che non interferiscono nelle vicende e che non sono percepiti dai cittadini dell’epoca visitata”. E conclude: “A questo punto forse è meglio chiudere il rubinetto della fantasia e lasciare che il tempo prosegua nel suo normale decorrere, lasciandoci il presente come unica possibilità”.

L’infinitamente grande

L’immersione nell’”infinitamente grande”  porta alla nascita del cosmo e al suo “destino ultimo”, con le rappresentazioni cosmologiche dopo il “Big Bang” e le varie teorie, da quella “inflazionistica”  all’ “universo oscillante”, fino al “destino delle stelle”, con le “nane”, le “pulsar”  e  i “buchi neri”, la “materia oscura” e  l’”antimateria”.  Tutto in chiave prettamente scientifica,  nella accurata ricostruzione di quanto la mente razionale dei ricercatori di ogni tempo ha potuto scoprire al di fuori di ogni semplificazione fideistica. 

Sono venute tante risposte, ma non “tutte” le risposte. Ed è emerso soprattutto l’ordine che regna nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo. Un ordine che non può venire dal “caso” da cui non sarebbe potuto nascere un universo come il nostro, regolato da precise leggi. La teoria del “multiverso” – cioè di molti universi, anzi un numero infinito di universi, e non solo il nostro che pure ci appare infinito –  darebbe una risposta, nel senso che tra infiniti universi  emersi dal “caos cosmico”  uno, il nostro, sarebbe  uscito perfetto.  Analizza attentamente questa teoria, che pure  ha un illustre precedente nell’ “infinità di mondi” di Epicuro, sia pure in accezione più limitata,  e laicamente critica il “rasoio di Ockam” secondo cui “la natura nelle sue scelte opta sempre per la soluzione più economica”.

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Il “multiverso” andrebbe contro tale principio di economicità ipotizzando l’esistenza di un numero illimitato  di universi al fine di pervenire a quello perfetto.  Ma non sempre, commenta Eduardo, questo principio in natura è rispettato, in particolare nella “prosecuzione della specie”  viene sprecato un numero enorme di fattori riproduttivi. Pur con questa precisazione che conferma un’obiettività senza partito preso, conclude così: “In ogni caso, ipotizzare l’esistenza di un numero sconfinato (forse infinito) di universi insensati per giustificare l’unico buono dovrebbe apparire un’enormità anche al più accanito anticreazionista”. Dove l’aggettivo “insensati” ammonisce a non perdere il buon senso e non farsi prendere da vertigine pseudoscientifica, una cosa è lo “spreco” di uova e spermatozoi, peraltro tutti “buoni”, un’altra lo “spreco” di universi, solo uno dei quali  buono, commentiamo in modo irriverente per i “multiversisti”.

Il passaggio dalla scienza alla fede

Ed eccoci alla parte  che maggiormente ci interessa, in questo momento particolare di intensa meditazione. Abbiamo premesso un sommario “excursus” per dare un’idea della ricerca approfondita che ne è alla base.  Il passaggio “dalla scienza alla fede” è introdotto da due citazioni:  “Il caso puro è, non meno del determinismo, una negazione della realtà e della nostra esigenza di capire il mondo” ; “Interrogarsi su un significato, questo è lo zoccolo duro della vita”. Sono parole di Ilya Prigogine e di Anna Carelli, significative dell’orientamento ideale di Ioele il quale dinanzi alla freddezza dell’analisi scientifica, che pure riporta con  rispetto e fiducia,  sente di dover ricercare qualcosa di più, “più alto e più oltre” secondo un motto di D’Annunzio, se ci è consentito aggiungere questa personale citazione cui siamo particolarmente affezionati.

E andare “più alto e più oltre” significa riconoscere i limiti della scienza  quando la ragione non ottiene  le risposte che cerca nell’immanente attraverso l’osservazione, la ricerca  e la sperimentazione che pure consente di svelare molti segreti del mondo reale. Limiti che non vengono meno con l’evolversi anche tumultuoso del pensiero scientifico, anzi si accentuano perché  con il progredire della conoscenza sorgono interrogativi sempre nuovi  e alle risposte ottenute si aggiungono ulteriori domande ancora più difficili da soddisfare. Gli stessi scienziati, ad esempio il fisico italiano Regge e l’americano  Dyson, hanno riconosciuto che “ogni scoperta scientifica alla fine crea più problemi di quelli che risolve”, facendo eco ad affermazioni di scrittori come Goethe secondo cui “il progredire della conoscenza  accresceva i dubbi”, e di filosofi come Norberto Bobbio con il suo socratico “più sappiamo e più sappiamo di non sapere”.

Sembra,  inoltre, che alla scienza siano “preclusi obiettivi finalistici, teleologici, che vengono rimandati al pensiero filosofico e teologico”, in un percorso che Ioele descrive così: “La fede, pur partendo dal pensiero,  sembra collocata ai confini della ragione, ed oltre; essa persegue obiettivi finalistici e percorre una via irrazionale, attribuendo a una ‘Causa Prima’  l’origine e il fine di tutte le cose”.

Ed ecco come si manifesta: “Appare come se la ragione, di fronte all’incomprensibilità di fondo dell’immanente, abbia postulato  il trascendente che colloca il ‘mistero’  in una dimensione non accessibile alla ragione stessa. La fede, dunque, sembra iniziare dove la ragione non arriva”: è un confine mobile, di natura “soggettiva”,  che si sposta sempre in avanti con il progredire della conoscenza per cui, invece di avvicinarsi, la “verità assoluta” sembra allontanarsene di continuo. “Più allarghiamo le nostre conoscenze e più il mistero che ci circonda sembra infittirsi, lasciando sempre aperto lo spazio della fede”.

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Dalla ragione alla fede, la ricerca di Dio

Il filosofo dell’esistenzialismo Kierkegard diceva: “La fede  comincia proprio là dove il pensiero finisce”, mentre Bobbio cerca di resistere a questo inevitabile passaggio quando la ragione lascia irrisolti i grandi interrogativi dell’esistenza: “Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima se non per fede… la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere”.

A questa resa del filosofo, Ioele contrappone la propria  orgogliosa reazione: “Perché la ragione dovrebbe  sentirsi umiliata in assenza di una risposta razionale al tutto?  Siamo certi di voler sapere la verità assoluta?” E aderisce al pensiero di Seneca: “Il mondo sarebbe ben piccola cosa se in esso tutto il mondo non trovasse materia per le sue ricerche”.  

Di qui la ricerca di Dio, prima su base razionale, partendo dalle speculazioni filosofiche sull’essere superiore. A cominciare dal sopra citato fisico Dyson  che dice: “Non faccio una netta divisione fra mente e Dio. Dio è ciò che la mente diventa quando ha oltrepassato la scala della nostra convinzione…”.   Fino alla risposta del robot intelligente immaginato da Lem in “Golem IV”, il quale dà questo responso dopo aver esplorato l’intero scibile umano: “L’Universo è un’incomprensibilità totalmente visibile e Dio è un’incomprensibilitù nascosta postulata per spiegare l’incomprensibilità visibile”.

Incomprensibilità che non spaventa Ioele, il quale come sempre fa precedere le sue conclusioni da uno scandaglio in profondità ed estensione che risale  all’avvento della coscienza nell’uomo primitivo alla ricerca di spiegazioni sugli eventi che lo circondano, trovate nelle divinità, miti, mitologie.  Poi il grande Platone, con il mondo “passeggero, effimero e illusorio” dell’esperienza e la realtà vera, “collocata in un mondo trascendente, di idee o forme immutabili, perfette e astratte che è il regno dell’Essere puro, inaccessibile ai nostri sensi”; lo segue Aristotele, con il “primo motore immobile” , il suo Dio “non è creatore” ma oggetto di perfezione cui tendono tutte le cose, così “non può che contemplare se stesso”.

A un certo punto  nella storia millenaria irrompe il Cristianesimo, la cui concezione di Dio creatore  dal nulla di tutte le cose fornisce  una risposta ferma  e convinta ai dilemmi esistenziali irrisolti, il tutto spiegato nelle Sacre Scritture da far rispettare anche con i fulmini dell’Inquisizione. Poi le carte si rimescolano con l’ingresso della scienza, che in un primo tempo assume il compito di rendere manifesto il piano razionale di Dio, con le leggi della fisica viste come prodotto di una mente suprema, tanto che viene considerata una branca della teologia.  Ma  poi  lo spirito di ricerca, con l’osservazione sapiente dei fenomeni naturali,  prende il sopravvento, la rivoluzione copernicana abbatte il sistema tolemaico della centralità della terra, mentre la legge di gravità nel tenere in equilibrio l’universo con il sole e la luna, le stelle e i pianeti, sembra sostituire  la legge divina, di conseguenza si comincia a contestare “il ruolo  e lo spazio del Creatore”.  

Materialismo e positivismo con la negazione di Dio

La perfezione delle leggi naturali che vengono rivelate  progressivamente ma di continuo dalla scienza non è più  ricondotta a una mente superiore, ma a principi meccanicistici e deterministici come quelli di Laplace  che risponde a Napoleone di non aver bisogno  di immaginare Dio, perché “tutto  era determinato in anticipo, e quindi il futuro era contenuto nel passato e nel presente”. Testualmente: “Per un intelletto che a un dato momento conoscesse tutte le forze che animano la Natura… nulla potrebbe essere incerto e il futuro, così come il presente, sarebbero presenti ai suoi occhi”,  In altri termini, commenta Ioele la citazione, “l’idea di Dio sarebbe sostituita con l’idea di natura  e quindi la legge divina con quella di legge naturale”. Intanto la  concezione evoluzionista di  Darwin  definiva la specie umana come risultato della selezione naturale togliendo ogni riferimento all’atto creativo che la faceva risalire alla volontà di Dio.

Seguono, in un crescendo ateistico, il “materialismo” che considera illusione la trascendenza, il “riduzionismo” che riconduce tutto all’istinto, e il “positivismo”  per cui “Dio è un’ipotesi inutile”. Anzi, per Marx, “la fede è qualcosa di peggio della sola illusione o inutilità: essa è dannosa per l’uomo come una malattia che va combattuta e debellata”, e la religione “è l’oppio del popolo”.

Al coro ateista si uniscono Camus e Sartre nel nome della libertà dell’uomo, per la quale “gli dei  non hanno più alcun potere su di lui”, e Nietsche  che proclama la morte di Dio e afferma: “Il concetto di creazione non è per niente definibile né realistico; non è che una parola che proviene dai tempi della superstizione”.  Freud addirittura  definisce la fede come una “nevrosi ossessiva universale”.

Ioele non si ferma qui nell’esplorazione, questa volta non nel mondo naturale ma nelle concezioni materialistiche. Cita Bertrand Russel, secondo cui  “l’origine dell’uomo, il suo sviluppo, le sue speranze e i suoi timori, i suoi amori e le sue convinzioni, non siano altro che  il risultato di configurazioni accidentali di atomi”; e il fisico teorico americano Weinberg che  si muove sulla scia di Russel  nel ritenere la vita umana “il risultato più o meno curioso di una catena di eventi accidentali” e l’universo “senza scopo”.  Fino al biologo francese Monod, direttore dell’Istituto Pasteur e nel 1965 Premio Nobel per la medicina e la fisiologia, il quale “rifiuta la concezione finalistica del mondo e dell’uomo e il suo obiettivo è quello di eliminare qualsiasi tentazione vitalistica e teistica della scienza, spiegando il regno della vita e del cosmo senza alcun ricorso  al trascendente e all’immateriale”, nelle sue parole “l’uomo ormai sapeva di essere solo nell’immensità da cui era emerso per caso”.

Gli scienziati aperti alla trascendenza

Ma poi “arrivano i nostri”, gli scienziati che specularmente  hanno posizioni diverse, e in base a una visione non meccanicistica ma aperta alla vita e ai suoi significati non negano la trascendenza. Il biologo belga De Duve rappresenta l’universo “non come uno scherzo cosmico, bensì come un’entità dotata di significato, fatta in modo da generare la vita e la mente in grado di discernere la verità, di apprezzare la bellezza, di  sentire amore, di desiderare il bene, definire il male, sperimentare il mistero”, e si sente come Ioele nel riassumerne il pensiero con queste parole lo senta vicino. Poi i filosofi, il britannico Popper il cui “realismo metafisico” lo allontana da Marx e Freud, il tedesco Heidegger il cui approccio metafisico dopo il materialismo fa sì che “invoca Dio come unica speranza di salvezza”, mentre l’inglese Wittgenstein  scrive che “il senso della vita possiamo chiamarlo Dio” e lo spiega dicendo: “Credere in Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono più tutto… il senso del mondo deve essere fuori di esso”.

Questi orientamenti vengono  confermati dai capisaldi  della “nuova scienza”, sempre più consolidati in antitesi al determinismo,  nella consapevolezza che “i principi della fisica classica non descrivevano in modo corretto il mondo reale, ma solo quello percepibile”, oltre il quale “c’è un mondo invisibile che la nuova fisica rende finalmente comprensibile”.  A questo ha contribuito molto la relatività di Einstein  che nello svelare i misteri della natura ne ha sottolineato il carattere imponderabile e impenetrabile avvicinandosi a una concezione religiosa di tipo panteista, “la sua idea di Dio è la presenza di una razionalità suprema che si rivela nell’universo incomprensibile”. E vi ha contribuito anche Godel, il logico statunitense il cui teorema matematico portava  alla “sconcertante conclusione che la ragione umana ha dei limiti e che non le è permesso di accedere a una verità ultima, ‘assoluta’”.

Così commenta Ioele queste citazioni da lui presentate, dopo le tante altre,  con certosina accuratezza: “In un periodo storico caratterizzato da false sicurezze e che vedeva  l’affermarsi di correnti filosofiche e scientiste profondamente atee, il limite posto da Godel al pensiero razionale , riapre ‘lo spazio di Dio’”. Un problema, quello del Creatore, che  i filosofi teologi risolvono con i loro principi di certezza metafisica, gli scienziati con le concezioni probabilistiche sul “grande Progettista”, dalla cui volontà nascerebbe il tutto, e non dal caos primordiale. Lo vedono non in chiave mistica  ma come spiegazione dell’armonia della natura, della perfezione delle sue leggi e della finalità dell’universo. Per gli astronomi Dio è la “causa prima della perfezione del mondo”, in particolare per Copernico  è “il supremo architetto”, e per Keplero il “supremo geometra” , per Brahe “il supremo legislatore”,  per Galileo “l’intelletto  matematico” e per Newton il “creatore ordinato e finalistico” .

Analogamente  per i grandi scienziati moderni, per Planck Dio è “intelligenza ideale” e per Einstein la  “razionalità suprema” di cui abbiamo parlato. Gli scienziati contemporanei vanno ancora oltre, con l’americano Dyson  entra in campo la coscienza , che porta alla ragione e gli fa sostenere come “la conoscenza scientifica debba integrarsi  con un ‘pizzico’ di fede”; mentre l’inglese Davies,  nel constatare che “l’universo fisico è costruito con un’ingegnosità così sorprendente”, cerca “un livello più profondo di spiegazione”, e conclude: “Se si desidera chiamare questo livello Dio è una questione di gusto e di definizione”. Fino a Zichichi il quale considera  la scienza “come un dono di Dio” e sostiene che “la scienza e la fede sono espressione dei due componenti di cui siamo fatti: l’immanente e il trascendente”. Vediamo altri scienziati cimentati in complesse ricostruzioni dell’universo: secondo il tedesco Plichta  non c’è casualità ma un ordine nel quale “si evidenza l’intelligenza di fondo dell’universo, e quindi l’esistenza di Dio”;  mentre il già citato Tipler addirittura “descrive con grandi dettagli una teoria fisica, a suo avviso sperimentabile, di un Dio onnipresente, onnisciente e onnipotente”, che ci farà risorgere fino al Paradiso, a tal fine si basa sul “Punto Omega” del francese Teilhard de Chardin, che sarebbe “la comunione con Dio”.

La vita nell’Universo e la sua organizzazione, il problema del male

Dopo il suo “excursus” colto e  approfondito  nel pensiero filosofico e scientifico, Ioele esplora  temi molto elevati come la necessità della vita, nata  nel cosmo secondo alcuni come l’irlandese Berkely quale finalità dell’Universo, secondo altri come lo statunitense Coman quale tendenza della materia. Un tema così vasto  porta negli spazi cosmici sconfinati  nei quali non possiamo addentrarci, come invece fa l’autore nella sua inesausta e appassionata ricerca.

Al problema della vita nell’Universo è collegato quello della sua organizzazione,  nel contesto probabilistico e non più meccanicistico della scienza moderna, sul quale Ioele conclude che è “una sapiente miscela di ordine e caos” nella descrizione del già citato fisico Prigogine “equidistante” tra due rappresentazioni opposte:  “Quella di un mondo deterministico e quella di un mondo arbitrario soggetto al solo caso”.  

Il concetto di libertà  e di libero arbitrio che ne discende viene così enunciato da Ioele: “La nuova visione porta a un Legislatore universale che affida le sue leggi a una Natura munita di una propria libertà d’azione”. La visione si allarga: “La libertà della natura si manifesta nelle meraviglie che ci circondano, nella straordinaria biodiversità, nei fantastici paesaggi, nella fantasmagoria dei colori, dei suoni, degli odori, dei sapori e tanto altro”. A chi è destinato tutto questo? “Fra le creature viventi, l’uomo appare quella dotata del maggior grado di libertà e ciò lo rende in buona parte arbitro del proprio destino”.         

Si avverte l’apprezzamento di Ioele per le cose belle della vita, che sono tali perché c’è la libertà, e possono giustificare anche il male. ‘L’esistenza del male, la cui spiegazione nell’ottica creazionista è quanto mai ardua, viene da lui analizzata, non fermandosi a ciò che dice Bobbio il quale non vi trova “nessuna giustificazione”, con un’accorata evocazione delle grandi tragedie personali e collettive  che a prima vista sembrerebbero incompatibili con l’esistenza di Dio. Ma ecco la sua spiegazione: “Dalla libertà della natura e dall’imprevedibilità delle cose sembra che origini il male. Allora il male è parte del tutto ed è ineliminabile? Dobbiamo accettarlo e basta?”. 

Restiamo senza fiato in attesa della risposta a tale interrogativo cruciale: “L’unica  risposta possibile  è che l’eliminazione del male per legge naturale (o per legge divina) avrebbe come conseguenza inevitabile la privazione della libertà, ossia del ‘libero arbitrio’ trasformando la natura e tutti i suoi attori in semplici automi”. Per concludere: “L’interesse della natura non è nella sicurezza degli eventi, come il puntuale sorgere e tramontare dl Sole, ma nell’imprevedibilità degli eventi e nella stupefacente varietà degli scenari che essa propone”.  A questa visione collega la considerazione che “ancora più amaro è angosciante appare il male che deriva dall’uomo, dal suo libero arbitrio, la violenza della ragione, consapevole  del male che arreca”, fino ad affermare: “La sofferenza estrema, ancor più quella innocente, può far perdere la fede al più convinto dei credenti, così come al contrario, anche il non credente può trovare conforto e rifugio dalla sofferenza proprio abbracciando la fede”.   

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La ricerca di Dio

A questo punto entra nel vivo la “ricerca di Dio”  basata sempre sull’approfondimento culturale che Ioele porta avanti con la solita accuratezza da ricercatore unita a passione autentica e umanità profonda. Risale addirittura ad Agostino di Ippona, con la “’prova filosofica e psicologica’ basata sull’istinto che porta l’uomo a Dio” e ad Anselmo d’Aosta che nell’anno mille lo ha seguito  con la dimostrazione “a posteriori” dell’esistenza di Dio  basata sulla perfezione dell’universo, e la dimostrazione “a priori”  secondo cui all’idea di  massima perfezione non può non seguire la realtà altrimenti non sarebbe massima, è la “prova ontologica”  nella definizione di Kant. Invece Tommaso d’Aquino a tale semplificazione sostituisce  cinque “prove cosmologiche”, cioè movimento e causalità,  contingenza, gerarchia per gradi  e ordine, quest’ultimo in particolare “conduce a un’intelligenza creatrice”. Ci torna in mente la poesia  di Aleardo Aleardi della nostra infanzia, dove alla domanda “che cosa è Dio?”, “ordine rispondono le stelle”, comprendiamo perché ci colpì tanto sin da allora.

La ricerca di Dio prosegue senza sosta, Blaise Pascal considera la fede una “scommessa” soggettiva,  di assoluta convenienza, un dono che si può accettare soprattutto se si segue “la ragione del cuore piuttosto che la ragione della ragione”; nelle parole del filosofo-scienziato “è il cuore che sente Dio, e non la ragione… Dio sensibile al cuore, non alla ragione”.  In epoca contemporanea il filosofo francese Bergson “trovò la sua prova dell’esistenza di Dio non accessibile alla ragione umana proprio nella testimonianza dei mistici, nel loro slancio verso l’alto”. E la scienza ha dato la  prova dell’improbabilità assoluta dell’opera del caso, ritenuta infinitesima dal fisico teorico Simolin che l’ha misurata in duecentoventinove zeri dopo il decimale. “Tale probabilità – commenta Ioele – è talmente piccola da rendere la comprensione dell’evento casuale non meno problematica di quella richiesta dal disegno divino”. Simolin ha elaborato al riguardo la teoria dei “multiversi” di cui abbiamo già parlato, gli infiniti universi dei quali uno, il nostro, sarebbe venuto perfetto, teoria che nega qualsiasi trascendenza adottata dall’italiana Margherita Hack  

Ioele dà una risposta come sempre puntuale: “Riflettendo bene, però, anche in quest’ipotesi è sotteso un indirizzo teleologico: appare una natura ‘intelligente’ che prova infinite volte allo scopo di pervenire in ogni caso a un risultato che generi l’ordine, la vita, l’intelligenza e la coscienza”. Mentre resta aperto “il problema del punto zero con tutti i suoi risvolti, anche metafisici”.  Da questa immersione nel pensiero di secoli  trae la seguente considerazione finale: “In conclusione, sia il ‘caso’ che il  ‘disegno provvidenziale divino’ sono ipotesi non dimostrabili  razionalmente. Con riferimento al pensiero di Blaise Pascal, la scelta tra l’una e l’altra posizione sembra appartenere più alla ragione del cuore’ che alla ‘ragione della ragione’”.  Ma  aggiunge in modo significativo: se l’origine fosse il caso “dovremmo inevitabilmente accettare l’amara conclusione che siamo privi di una vera finalità”, e in assenza di uno scopo perderebbero di significato “i sentimenti di amore e di odio, l’armonia dei colori, il piacere dei sensi…”.

E anche il ben noto filosofo del nostro tempo Paolo Flores d’Arcais, pur nella sua visione atea, deve ammettere: “Non c’è solo il tutto o il nulla fra cui scegliere, infatti. C’è il qualcosa. C’è il finito… Perché o Dio o il nulla’ Semmai, o Dio o il finito”, cioè l’esistenza stessa.   Ma Ioele replica: “Il senso del finito ha certamente una sua logica, ma è pur certo una visione che sfocia nel nulla”, toglie ogni speranza dinanzi ai mali del mondo, “e lascia l’uomo solo con se stesso e con i problemi della vita”, per esclamare infine: “Accanto a questa possibile risposta, emerge la visione religiosa che affida il tutto a un mistero supremo che, pur partendo dal pensiero, sta oltre la nostra stessa ragione”. Con il sigillo finale: “Questa ipotesi, piena di speranza, in fondo non appare meno credibile di quella opposta, ritenuta razionale, del ‘dio caso’”. 

Questa  la scelta definitiva di Ioele? Forse, ma  in precedenza ha mostrato di apprezzare il fatto che la “verità assoluta” è irraggiungibile perché “il raggiungimento del traguardo finale’ ci priverebbe del grande stimolo che induce alla ricerca, allo sviluppo e al progresso e che dà un senso e uno scopo alla vita”.  Anzi ha affermato chiaramente che “l’acquisizione della verità assoluta potrebbe essere devastante  per la nostra visione filosofica e teleologica dell’esistenza”. Perfino “se un’Entità suprema si rivelasse, fugando ogni dubbio sull’origine trascendente di ogni cosa, l’umanità potrebbe perdere ogni interesse per il mondo materiale  ed essere portata  a uno sterile misticismo, diventando schiava del suo Dio”.

La  sua visione è illuminante e, in qualche modo spiazzante: “Una conclusione infine sembra emergere, e, con un gioco di parole, possiamo dire che la conclusione è che ‘non c’è una vera conclusione’. La verità assoluta, se c’è, si colloca oltre i confini della nostra ragione e tale preclusione, in fondo, sembra la migliore strategia della natura: essa non appare per niente casuale ed è alla base della libertà di tutti noi”.  Una prospettiva di grande apertura nel nome della libertà, dunque: “In quest’ottica, la fede è una speranza che nasce anche dai limiti della ragione umana e che si nutre nel dubbio”.  Fede e speranza, dunque,  con una terza virtù cardinale, la libertà! E’ questo l’approdo del lungo viaggio di Ioele, lì lo portano le ragioni del cuore dopo aver fatto tanto appello alle ragioni dell’intelletto nel suo appassionato itinerario culturale.

Termina così la nostra rievocazione della sua approfondita ricerca condotta con la passione che lo ha accompagnato in tutta la vita  per i grandi misteri dell’universo e dell’esistenza  da lui affrontati con la forza dell’intelletto e la spinta di una volontà indomabile e inappagata, senza però mettere a tacere il cuore.

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Un ricordo personale di Ioele, l’amico Dino

Vogliamo concludere con una nota strettamente personale, rievocando la visita che facemmo insieme alla mostra “Astri e particelle” al Palazzo Esposizioni” nel 2010, due anni dopo la pubblicazione del suo libro. E la rievochiamo riportando dei passaggi della nostra recensione sulla mostra pubblicata allora, con la citazione testuale delle parole riguardanti l’amico Dino che ci accompagnava, nella loro immediatezza.

“E’ un mondo che non vediamo ma dalle cui regole siamo dominati, riassunto nel titolo “Tra il nulla e l’infinito”, Edizioni Ripostes, Salerno 2008, 192 pagine fitte dove si trova anche una sintetica storia della scienza e si arriva a quello che viene definito nel sottotitolo “lo spazio di Dio”, e spiega come non solo la fede, ma anche la scienza oltre alla filosofia possono portare fino al Creatore.  Ebbene, l’autore Eduardo Ioele che era con noi, ha definito la mostra ‘straordinaria, meravigliosa’ ed è stato uno spettacolo nello spettacolo vederlo dinanzi alla pioggia, anzi al tornado, di sollecitazioni visive e uditive, come uno scrittore – e nel libro avvincente come un romanzo dimostra di esserlo – che vede tradotta in film la propria fatica e gioisce nel sentire prendere vita e assumere una consistenza reale personaggi e vicende che aveva soltanto descritto. Tanto più trattandosi dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo, di per sé non rappresentabili, ma qui raffigurati ed evocati con straordinari effetti di forte suggestione”. Continua così:

L’inizio dell’ultima delle 10 terne illustrative dei temi trattati dal libro di Eduardo Ioele: l’infinitamente piccolo dell’atomo, l’indinitamente garnde del cosmo con i pianeti,
“lo spazio di Dio” con le immagini di Dio creatore

“Dinanzi all’uomo di scienza entusiasta come un bambino nel paese dei balocchi il cronista si trova disarmato, fidava nelle sue spiegazioni, si trova dinanzi ai suoi entusiasmi: ci sottoponiamo insieme alla ‘pioggia cosmica’, ci facciamo fotografare dalla macchina cosmica che spedisce subito le immagini alle nostre caselle elettroniche, entriamo nella grande sfera planetaria dove ci sono le voci degli scienziati e dove l’esperto Ioele ritrova le sue profonde speculazioni filosofiche e scientifiche. Perché nel mondo in cui ci troviamo filosofia e scienza sono strettamente intrecciate e a loro si unisce la religione, in un affascinante viluppo che cerchiamo di sbrogliare mentre viaggiamo nello spazio. E sbrogliare questo viluppo vuol dire non soltanto gettare lo sguardo sui misteri del cosmo e dell’atomo, ma anche penetrare nei propri interrogativi esistenziali, aprire l’animo e la mente”. Poi le parole sull’amico con cui concludevamo:

“Dinanzi alle ‘macchine del tempo’ l’esperto Ioele ci dice che le macchine così chiamate sono state ‘progettate’ dalla scienza e non solo dalla fantascienza; potrebbero veramente riportare all’indietro attuando i principi della relatività einsteiniana che collega spazio-tempo ed energia-materia, solo se si riuscisse a far viaggiare la persona alla velocità della luce; l’attuale impossibilità è dovuta all’assenza di propellenti e materiali adatti, non alla incompatibilità in astratto con le leggi naturali. Non gli facciamo più domande. Siamo immersi in pensieri intimi e profondi: sull’infinitamente piccolo e infinitamente grande che è in noi, nella nostra vita. E non possiamo non pensare, sulla base di un sentimento del tutto personale, a quello che Ioele chiama ‘lo spazio di Dio’”.

Queste parole scritte dieci anni fa riecheggiano tra i ricordi dell’amico Dino che ci ha lasciati. Aggiungiamo che nello “spazio di Dio” è arrivato, con la sua dolorosa scomparsa, lasciandoci una consolazione:  che ha toccato il culmine della inesausta ricerca che lo ha appassionato in tutto il corso della sua vita, ed è entrato in contatto con la “verità assoluta” ritenuta irraggiungibile. Ora siamo certi, caro Dino, che l’hai raggiunta!

Info

Eduardo Ioele, “Fra il nulla e l’infinito. Lo spazio di Dio”, Rispostes 2008, pp.192, dal libro sono tratte le citazioni del testo. Il nostro ricordo dell’autore è uscito in questo sito, “In mamoria di Eduardo Ioele” , il 16 settembre 2020, giorno dei suoi funerali. Per il libro cfr. i nostri articoli su due mostre in cui è citato: in cultura.inabruzzo.it  sulla mostra “Astri e particelle” 12 febbraio 2010, dall’articolo è tratto il brano riportato al termine con la rievocazione della nostra visita  alla mostra insieme all’autore;  inoltre in www.arteculturaoggi.com  sulla mostra “Numeri. Da zero all’infinito”  23, 26 aprile 2015, dal sottotitolo che riecheggia il titolo del libro. Sui temi trattati nel libro cfr., in questo sito, “Human”, 20 giugno 2020 ripubblicato dal sito precedente www.arteculturaoggi.com dove era uscito senza immagini il 17 maggio 2018; in www.arteculturaoggi.com, “Dna” 17 marzo 2017, “Meteoriti” 5 ottobre 2016; in archeorivista.it, “Homo sapiens” 7 gennaio 2012; nel sito cultura.inabruzzo.it, “Darwin” 29 aprile 2009. Su D’Annunzio, citato incidentalmente nel testo, cfr. i nostri articoli in www.arteculturaoggi.com il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013. I due siti precedenti, cultura.inabruzzo.it e archeorivista.it non sono più raggiungibili, gli articoli, disponibili a richiesta, saranno trasferiti su altro sito.

Dalla Cappella Sistina la creazione di Adamo

Foto

Le immagini non fanno parte del libro, che non ne contiene e – a parte quella della copertina in apertura, e la fotografia del suo autore in chiusura, fornita dalla figlia Maria Ioele che ringraziamo – sono state inserite per illustrare i tre ambiti su cui si sofferma l’accurata ricerca dell’autore: l’infinitamente piccolo con gli atomi, l’infinitamente grande del cosmo con i pianeti, e “lo spazio di Dio” con Dio creatore. Le relative immagini sono in 10 terne successive, ciascuna con un’immagine dell’atomo, dei pianeti, e di Dio creatore; si precisa che hanno finalità meramente illustrative senza alcun intento di altro tipo, tanto meno intento economico, commerciale o pubblicitario.  Sono state tratte da siti web di dominio pubblico, si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta, pronti ad eliminarle su semplice richiesta se la loro pubblicazione non fosse gradita. I siti, cui va il nostro grazie, sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini nelle 10 terne con atomi, pianeti e Dio creatore in ognuna: Terna 1 – skuola.net, lofficina.eu, sabinopaciolla.com; Terna 2 – festacienzafilosofia.it, gds.it, utopia.it ; Terna 3 – focustec.it, tecnoandroid.it, gliscritti.it; Terna 4 – imparalachimica.it, ilfaronline.it, cercarelafede.it; Terna 5 – studenti.it, laltragenesi.it, focusjunior.it; Terna 6 – beat5.it, bluplanetheart.it, paolotescione.altervista.org; Terna 7 – chimicare.org, it.wilkipedia.org, paolotescione.altervista.org; Terna 8 – focusjumior.it, techeveryeye.it, guidasogni.it; Terna 9, penultima – ripetizioni.skuola.net, nextime.it, culturacattolica.it; Terna 10 – wired.it, uccmline.it, itquote.it; infine, dalla Cappella Sistina la creazione di Adamo, e in chiusura l’ autore del libro Eduardo Ioele, per gli amici Dino. 

L’autore del libro Eduardo Ioele, per gli amici Dino

In memoria di Eduardo Ioele

di Romano Maria Levante

Se n’è andato il 13 settembre 2020 Eduardo Iole, per gli amici Dino, dopo una vita professionale intensa e qualificata nel nostro maggiore gruppo energetico e non solo, autore del libro “Fra il nulla e l’infinito. Lo spazio di Dio”, Ripostes 2008. Lo abbiamo citato a suo tempo nelle nostre recensioni sulla mostra “Astri e particelle”, che visitammo con lui al Palazzo delle Esposizioni nel 2010, e “Numeri, da zero all’infinito” nel 2015 il cui sottotitolo riecheggiava quello del suo libro. La lettera in sua memoria l’abbiamo scritta appena avuta notizia della sua scomparsa, inattesa e dolorosa per chi, come chi scrive, lo ha avuto come sodale e amico e la pubblichiamo il giorno del suo funerale, il 16 settembre nella chiesa di Sn Saturnino a Roma.

Carissimo Dino, amico di una vita,

questa non me la dovevi fare, non ce la dovevi fare, anche se hai confermato la tua discrezione,  te ne sei andato in punta di piedi, nel sonno, l’ho saputo per la  sollecitudine di tua figlia Maria, che conoscendo la nostra vicinanza per averti sentito parlare di me molte volte mi ha mandato un WhatsApp.  L’ho visto per caso perché  whats up non mi si apre normalmente e vengono messaggi di sconosciuti, poi  non avevo registrato il tuo numero come tanti altri nella rubrica, ho sperato che fosse un altro Dino e la data di “mercoledì 11”  riguardasse un altro mesee un’altra persona, ma poi purtroppo è stata corretta “alle ore 11”. La ricerca del tuo numero e la successiva telefonata ha fatto cadere quelle speranze, e mi ha presentato nella voce gentile di Maria ciò che non avrei mai voluto sentire. Le nuove forme di comunicazione, come Facebook, mi hanno fatto scoprire tante date di compleanno, con l’invito a fare gli auguri, non mi sarei mai aspettato che whats up mi facesse scoprire quanto non avrei mai voluto ascoltare.

Il pensiero va alla tua vitalità, con un fisico che ammiravo per il vigore che esprimeva nella tua tradizionale magrezza così invidiata  e così rara nell’avanzare degli anni, ai tuoi interessi culturali rivolti a quanto di più grande ci sia, l’universo sconfinato, e a quanto di più piccolo, i segreti dell’atomo; interessi espressi nelle tue conferenze e tradotti in un libro che ho ripreso stamane, con tutte le sottolineature a matita della mia lettura attenta di allora, lo citai  nel mio servizio sulla mostra “Da zero all’infinito” al Palazzo delle Esposizioni. Ricordi? Andammo insieme a visitare la  mostra,  proprio per questa corrispondenza nei titoli ti feci conoscere un addetto stampa della sede espositiva cui donasti il tuo libro, mi sembra che ti diede il catalogo.   

Ma ci sono state altre mostre cui ti ho invitato e abbiamo visto insieme, era un impegno che mi ero preso, non sei potuto venire a un paio di mostre perché eri a Santa Severa; alla mostra su Raffaello  non ti ho invitato perché non ci sono andato neppure io,  per il timore del Coronavirus, pensavo di inviarti la “recensione a distanza” che sto ultimando in base al Catalogo e altre notizie, te la manderò nei prossimi giorni appena l’avrò pubblicata.   Ricorderai che avevo pensato a una tua conferenza congiunta con Roberto Betti, grande cultore di astronomia che aveva parlato a un incontro culturale anche con proiezioni cosmologiche al quale andai.  Poi  non se n’è fatto nulla ma avevo pensato anche a questo e mi sono rammaricato che il progetto non si è realizzato.

Sei  l’antico collega con cui sono rimasto in contatto stabile e frequente, parlavamo di Giuseppe Sfligiotti con cui eravamo in contatto più sporadico, recentemente  il contatto con lui è diventato più intenso dopo il suo commento a miei articoli sul coronavirus e su Gina Lollobrigida artista; l’altro è Peppino Benevolo, lo chiamerò tra poco, anche in lui si affolleranno i ricordi. Dovevamo incontrarci insieme a qualche mostra, poi è sfumato per impegni di qualcuno di voi due.

L’onda di ricordi mi assale anche se non immagino di non poterti sentire ancora, non poterti incontrare più, mi conforta che sei nella dimensione che hai esplorato con tanta passione  nella quale ogni incontro è possibile, e questo deve confortarmi e confortare i tuoi cari.  Del resto i ricordi sono impalpabili  sempre  e per tutti,  non si possono rivivere quei momenti, eppure sono vivi nella mente e nel cuore.

Ripenso agli anni di lavoro all’ENI, ci confrontavamo sugli investimenti e sui programmi, tu con una competenza settoriale, io con il quadro generale, delle volte andavamo a giocare a tennis con Carlo Baliva, che faceva parte del mio ufficio, imparentato con te, giocavamo in tre,  mi sembra anche con piccoli tornei  tra noi; andai anche a Casperia a trovare Carlo con mio suocero appassionato di funghi, ne colse di sconosciuti  che assaggiava  la sera prima di cucinarli il giorno dopo se la piccola quantità, per mio suocero inoffensiva, non gli aveva dato disturbi, che rischio!

Ma poi i presepi!  Ti inviai il mio articolo su una mostra di presepi e le foto del mio presepio  due anni fa e anche l’anno scorso, ti scrivevo che ne parlavo nel mio romanzo “Rolando e i suoi fratelli. L’America!”, le apprezzasti e mi mandasti  quelle del tuo presepio in legno, bellissimo, che facevi “per le tue figlie”,  fu una grande bella sorpresa per me.

E’  solo uno scampolo delle immagini che mi si affollano alla mente, sono tante nelle  quali spicca la tua figura,  non riesco a immaginarti ora diverso da come ti ho sempre visto e sentito. D’altra parte ti sei addormentato come ogni sera avviene a ciascuno di noi, e di certo nessuno ci vede nel sonno ma ci ricorda nella nostra presenza attiva, viva e vitale, così è per me in questo momento e sarà sempre così.

Ma per  te, caro Dino, c’è qualcosa di più di quanto riguarda i comuni mortali, c’è  l’altra dimensione cui accennavo all’inizio,  nella quale sei immerso ora, ma vi sei stato immerso sempre con la tua passione oltre che con il tuo interesse culturale.  “Fra il nulla e l’infinito”  sei asceso all’infinito, dal “nulla” del nostro mondo, e stai trovando le risposte  ai tanti dilemmi che hai  spiegato a tutti nella tua ricerca inesausta di conoscere l’inconoscibile trovando sempre nuovi enigmi ogni volta che ne decifravi qualcuno. Ti immagino esplorare ancora, interrogare, investigare, vicino come sei ora alla  fonte di tutto, con il tuo spirito aperto e assetato di conoscenza. 

Il tuo spirito scientifico ti ha portato non ad allontanarti, ma ad accostarti ancora di più alla fede come fatto razionale e ineludibile che sovrasta la scienza senza negarla, per questo hai introdotto le tue conclusioni con le parole di Don Luigi Giussani,  fervente e attivo, e non solo contemplativo: “Riconoscere Dio non è un problema né di scienza né di sensibilità estetica e neanche di filosofia come tale. E’ un problema di libertà”. E con la tua libertà di ricercatore, alle domande  che ti poni al termine della tua ricerca su “che cosa è l’universo, da dove viene, è finito o infinito, è eterno o non eterno il tempo è reale o è un’illusione?… “ ,  fino a “perché c’è qualcosa anziché il nulla?”, rispondi  con altre domande: “Ci sarà mai una risposta razionale e definitiva a queste domande estreme e ad altre  ancora? C’è una risposta assoluta?”. 

Proprio perché la risposta a questi dilemmi  non può essere positiva, concludi che “è lecito credere che per i limiti obiettivi della ragione stessa non si chiuderà mai lo spazio di Dio”.  Su  quello che definisci “il punto più ostico”, cioè “come conciliare la razionalità del pensiero scientifico con l’ipotesi del trascendente” esprimi questo tuo pensiero: “Forse non è possibile e presumibilmente dovremo accontentarci della constatazione che l’uno non può escludere l’altro”. In questo “dovremo accontentarci” c’è tutto il rammarico del ricercatore appassionato  che non vorrebbe fermarsi ma anche la serena consapevolezza che non può andare avanti.

Ebbene, adesso, Dino carissimo, non dovrai più “accontentarti”, potrai andare avanti.  Ricorda quanto hai scritto: “Dato che lo spazio del trascendente si colloca ai limiti della conoscenza – limiti, a quanto pare,  tracciati dalle stesse leggi naturali – dobbiamo dedurre che la ricerca di Dio vada oltre i confini della ragione”. E ricorda che hai scritto anche “come” vada fatta all’interno di quei limiti: “Seguendo la ragione del cuore anziché la ragione della ragione, come diceva Pascal? Anche ma non solo”.  Lo spieghi  indicando i “segni, per quanto possibile razionali, dell’esistenza del grande progetto’”,  che enumeri con la tua accuratezza  scientifica.

 Hai contrastato perfino il grande filosofo Norberto Bobbio  allorché dice “senza aver trovato una risposta alle domande ultime (perché l’essere  e non piuttosto il nulla?)  la mia intelligenza è umiliata. Umiliata. E io accetto questa umiliazione”. Gli hai contrapposto il tuo orgoglioso: “Perché la ragione dovrebbe  sentirsi umiliata in assenza di una risposta razionale al tutto?  Siamo certi di voler sapere la verità assoluta?” E aderisci al pensiero di Seneca: “Il mondo sarebbe ben piccola cosa se in esso tutto il mondo non trovasse materia per le sue ricerche”.   

Le tue ricerche sono state inesauste, inesauribili,  e umilmente ma non “umiliato”, ti sei avvicinato a quella “verità assoluta”  pur ritenendola irraggiungibile, citando anche Efeso che nel V secolo avanti Cristo diceva: “La natura trascendente ama nascondersi”. Tu hai cercato  “il Dio che si nasconde dietro l’universo” , pur con ritrosia  e discrezione, e lo spieghi con chiarezza: “Appare alla nostra mente come se qualcosa – che possiamo chiamare ‘Natura’  – fosse consapevole che l’acquisizione della verità ultima e assoluta, il raggiungimento del ‘traguardo finale’, ci priverebbe del grande stimolo che induce alla ricerca, allo sviluppo e al progresso e che dà un senso e uno scopo alla vita”.

Ha dato un senso, e che senso!, alla tua vita, insieme all’amore per le tue figlie e la tua famiglia.  Una ricerca, la tua, nella consapevolezza che “la verità assoluta, se c’è, si colloca oltre i confini della nostra ragione e tale preclusione, in fondo, sarebbe la migliore strategia della Natura”. Per questo concludi: “In quest’ottica, la fede è una speranza che nasce anche dai limiti della ragione umana e che si nutre nel dubbio”.

Ebbene, in te  e per te, ora la “speranza” diventa realtà,  cadono  i “limiti della ragione umana”, il “dubbio” si trasforma in certezza.  Perché  salendo “dal nulla all’infinito” hai raggiunto quello che profeticamente avevi posto come sottotitolo alla tua appassionata ricerca:  “Lo spazio di Dio”.  Non so in che modo, ma sono sicuro che lo farai,  sono certo che mi renderai e ci renderai partecipi di quanto riuscirai a toccare con mano, il tuo è ben più di un “testamento spirituale”.

E questo perché, ne sono altrettanto sicuro – e anche le tue figlie dovranno esserlo – la tua ricerca continua nella dimensione iperurania e la “verità assoluta” non potrà sfuggirti. Questo pensiero mi consola e deve consolare tutte le tue persone care:  passare “dal nulla all’infinito”  vuol dire entrare nell’altra dimensione che hai tanto esplorato, una sublimazione magica . E’ rassicurante sapere che una persona cara  ci guardi di lassù, dallo “spazio di Dio”.

Con questo pensiero che lenisce il nostro dolore e addolcisce la nostra tristezza un saluto, carissimo Dino, che non è un addio, perché resti con noi e dentro di noi, hai tante risposte da darci ora che  sei giunto lassù,   hai raggiunto ciò che ti sembrava irraggiungibile, continuerai a ricercare mentre riposi in pace. Ciao, carissimo Dino, amico da una vita, sodale indimenticabile, persona di grande qualità e squisita sensibilità!

Romano

Raffaello, 3. I grandi capolavori, con i papi Giulio II e Leone X, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

 Entriamo ancora di più nel vivo della narrazione di “Raffaello  1520-1483”, la mostra alle Scuderie del Quirinale, riaperta il 2 giugno fino al 30 agosto 2020,  che espone i dipinti del Maestro,  studi preparatori e disegni sull’arte antica, l’architettura, la scultura. Realizzata da Ales S.p.A., con le Gallerie degli Uffizi, la Galleria Borghese, i Musei Vaticani,  il Parco Archeologico del Colosseo, curata da Marzia Faletti e Matteo Lafranconi, con Francesco P. Di Teodoro e Vincenzo Farinella, e la presidente del Comitato scientifico Sylvia Ferino-Padgen.  Notevole impegno organizzativo con 53 prestatori, i Musei vaticani,  i principali musei italiani ed esteri, in Europa e negli USA.  Catalogo monumentale di Skira, le Scuderie del Quirinale e le  Gallerie degli Uffizi  a cura dei curatori della mostra, con  saggi, immagini e ampie schede llustrative.

Raffaello, “Ritratto del papa Giulio II”, ante 1512

Entrare nel vivo della narrazione significa dare precisi riferimenti temporali e artistici a quanto ci ha colpito del mondo di Raffaello, con la sua formazione e le prime manifestazioni pittoriche nelle quali le “citazioni” di altri artisti erano sempre nel segno di una straordinaria attenzione al ‘400 e all’arte antica. Si tratta di un eclettismo che non aveva mai riferimenti univoci ma dai singoli prendeva elementi particolari poi rielaborati in una contaminazione artistica personalissima  frutto del suo grande talento.

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Studio di nudo per ‘la “Disputa del Ssacranento'” , 1509

Dopo il periodo iniziale a Urbino e quello fiorentino di cui abbiamo detto nel nostro precedente articolo, l’esplosione nel periodo romano alla corte dei Papi, prima Giulio II,  con inizio nel 1508, poi Leone X con inizio nel 1513.    Una nuova “escalation”, con papa Leone X Raffaello era impegnato in una vasta serie di iniziative per i auoi stretti rapporti con l’intera corte papale oltre che per le ricerche antiquarie e gli studi di architettura, mentre con papa Giulio II era legato soltanto al pontefice. Per questo motivo, sin dal ‘700 si è ritenuto che le opere realizzate con Leone X sono meno sicure nella piena attribuzione al Maestro rispetto alla sua bottega rispetto a quelle realizzate per Giulio II certamente tutte di propria mano.  

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La Madonna della ‘Disputa del Sscranento'”, 1509

Raphael Mengs nel 1843-44  scrisse che se ne rendeva conto chiunque “confrontasse le opere eseguite da Raffaello sotto Giulio II  con quelle dell’epoca di Leone X”.  E la presidente del Comitato scientifico  Sylvia Ferino-Pagden  scrive che “per questo motivo la Stanza della Segnatura e quella di Eliodoro insieme alla pale d’altare  eseguite durante il Papato di Giulio II, come la Madonna Sistina  e la Madonna di Foligno, erano e sono tuttora considerate il culmine dell’arte di Raffaello e del Rinascimento in generale, nel loro equilibrio tra l’elevato contenuto spirituale e la perfetta armonia del vocabolario visivo”.

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Studio per la “Disputa del Ssacranento’ e un sonetto”, 1509-11

Un culmine nei grandi affreschi per Giulio II, e nelle prime Madonne

Il primo pontefice, che vediamo raffigurato nel “Ritratto di papa Giulio II” 1512, era al centro dei più grandi eventi artistici: la basilica di San Pietro affidata al Bramante e i dipinti della Cappella Sistina a Michelangelo, e poi gli affreschi delle Stanze a Raffaello. Così ne parla Achim Gnam: “Il papa lo pose dinanzi a sfide sempre più ardite, che portarono l’artista a superare se stesso. Per Michelangelo, il cui carattere ostinato era troppo simile al proprio, Giulio nutrì sempre grande rispetto e profonda ammirazione. Ma quando pensava a Raffaello, uomo molto più affabile, che aveva creato per lui capolavori di squisita armonia e bellezza, il suo cuore si riempiva di gratitudine, di gioia, di amore”.

Immergiamoci, dunque, in questo periodo d’oro dell’arte di Raffaello, iniziando a considerare le opere appena citate facendo presente che gli affreschi non possono essere esposti in mostra per motivi evidenti, mentre i disegni e le altre realizzazione riguardano altri soggetti della sua arte.

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Testa di Musa” , 1509-11

Cominciamo dall’affresco commissionatogli nell’autunno 1508 da papa Giulio II per la “Stanza della Segnatura”– allora sua biblioteca privata, sarà chiamata così in seguito – in un periodo in cui il pontefice era  impegnato in complesse operazioni politiche e militari per sventare le minacce degli eserciti francese, spagnolo e tedesco, e per recuperare i territori sottratti alla Chiesa dalla Repubblica di Venezia. Nonostante questi pressanti impegni, il suo “fine senso del bello”, osserva lo studioso, non gli faceva trascurare  ambiziosi  progetti artistici, come le decorazioni affidate a Lorenzo Lotto e  Perugino, Luca Signorelli e il Bramantino. Ebbene, Giulio II fu così colpito dall’affresco realizzato – pagato il 13 gennaio 1509 – da  affidagli altri 3 affreschi per tale stanza addirittura facendo eliminare le opere dipinte dagli altri artisti. Raffaello mantenne la volta  su fondo oro aggiungendo quattro tondi con figure allegoriche femminili e dei quadrati agli angoli che richiamavano le “facoltà” universitarie e medievali cui erano dedicati gli affreschi sulle quattro pareti: teologia e filosofia, giurisprudenza e poesia, in linea con l’utilizzazione della stanza.

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“Testa di Musa”, 1509-11

 Nel primo affresco, Disputa del  Sacramento”,   venerato  da teologi ed eruditi, membri di ordini religiosi ed ecclesiastici, ci sono anche Tommaso d’Aquino e san Bonaventura, Dante e papa Sisto IV con i padri della Chiesa, al centro Cristo,  Maria  e i santi  con la santissima Trinità fino a Dio. L’allegoria richiama visivamente il legame del mondo terreno con il mondo divino: nei disegni preparatori, uno dei quali esposto, la sfera terrena e quella ultraterrena sono separate  nettamente, mentre nell’affresco sono compenetrate, si sente l’influsso leonardesco.

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“Alessandro Magno fa deporre i libri di Omero nello scrigno di Dario” , 1513-14

Con il secondo affresco,  “La Scuola di Atene”, sono rappresentate allegoricamente attraverso figure eminenti nei rispettivi campi, le sette arti liberali e le discipline scientifiche, quelle logico- linguistiche, la  grammatica, la retorica, la dialettica; si vedono Archimede e Zoroastro, Socrate, Platone e Aristotele, nel “tempio della filosofia” anche due divinità, Apollo per la musica, Minerva per la saggezza.  Inseriti in un imponente complesso architettonico, questi eminenti personaggi simbolici occupano spazi distinti, segno della libertà di esprimere le proprie idee. 

“Studio per un soldato con ascia”, 1512-13

Troviamo Apollo anche nel terzo affresco, il ”Parnaso”, non isolato come nel precedente, ma circondato dalle  Muse di cui è guida e dai maggiori poeti dell’antichità  e  dell’epoca di cui è protettore,  tra i quali Omero e Virgilio,  Dante, Petrarca e Boccaccio, fino a Saffo, disposti a ghirlanda sopra una finestra che dà sul Monte Vaticano chiamato “mons Apollinis” perché vi si adorava Apollo. Il Parnaso era l’equivalente del paradiso terrestre: umano e divino sono compenetrati perchè sono le Muse ultraterrene, in pose aggraziate, ad ispirare i poeti.

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“Studio per due soldati accovacciati”, 1512-13

Il quarto affresco è laParete della Giustizia”, anche qui umano e divino collegati attraverso il diritto civile e il diritto ecclesiastico con Triboniano che consegna a Giustiniano le “Pandette”, e san Raimondo di Penafort che consegna le “decretali” a papa Gregorio IX, dal volto di Giulio II.  Nella lunetta in alto  vi sono le allegorie della Fortezza, Prudenza e Temperanza, per formare le quattro virtù cardinali insieme alla Giustizia cui è dedicata la parete. I corpi rivelano l’influsso dei dipinti di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, visti da Raffaello prima che fossero disvelati il 14 agosto 1511; con  la scoperta degli “eroi dello spirito” prese  il posto di Leonardo  come riferimento ideale.

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“Ritratto di Tommaso Inghirani detto ‘Fedra’”, 1510-12

In quei giorni, nel luglio 2011,  Raffaello ebbe l’incarico di affrescare le pareti della sala delle udienze del papa, la “Stanza di Eliodoro”, in mostra sono esposti dei disegni preparatori. Non più temi allegorici ma scene storiche su eventi del pontificato di Giulio II che minacciavano la vita della Chiesa, con le pressioni esterne e le incertezze interne cui il papa reagiva vittoriosamente grazie alla  protezione divina. Quindi maggiore drammaticità,  rispetto al distacco dei temi filosofico-letterari nella “Stanza della Segnatura”, ottenuta anche con chiaroscuri più intensi e colori più forti.

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“Madonna d’Alba”, 1510

Nella prima parete affrescata c’è la “Cacciata di Eliodoro dal tempio” 1511, con il ministro Eliodoro gettato a terra dai guerrieri celesti, il Sommo sacerdote e il papa  sulla portantina, i cui portatori hanno il volto di Raffaello e dell’incisore Raimondi  che faceva stampe dai suoi disegni. Sul retro del foglio con il disegno preparatorio,  un altro disegno con lo studio per l’affresco della “Messa di Bolsena” sul dogma della  “transustanziazione”,  con Giulio II inginocchiato e  partecipe all’evento del sacerdote che dubitava e si ricredette al sangue sgorgato  dall’ostia. Il successivo affresco nella parete sud con “La visione del settimo sigillo” 1512 raffigura Giulio II inginocchiato e Giovanni Evangelista che scrive, rispettivamente sulla sinistra e sulla destra di una composizione dominata dalle imponenti figure poste al centro che si librano in alto nell’aria.

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“Madonna d’Alba” 1510

Nella parete opposta  la “Liberazione di san Pietro” 1512,  che Achim Gnam definisce “un unicum nella storia dell’arte” con la luce divina dell’Angelo che spezza le catene in una composizione in cui la drammatica sequenza è raffigurata in tre parti distinte strettamente compenetrate. Il Papa il 22 giugno 1512  era andato a ringraziare il santo per l’avvenuta liberazione dai francesi ottenuta con l’aiuto divino.

L’Incontro tra Leone Magno e Attila”  è l’ultimo affresco della stanza,  la cacciata dei francesi viene celebrata ricordando il ritiro degli Unni per il coraggio con cui il Papa affronta il loro capo Attila, lo si vede con la tiara pontificia su un cavallo bianco in testa ai religiosi dinanzi ai fanti e ai cavalieri nemici scalpitanti; mentre in un disegno preparatorio esposto è sulla sedia gestatoria davanti a un corteo tranquillo a fronte dell’esercito barbaro impetuoso e in un disegno successivo, della bottega, è sullo sfondo con il suo gruppo mentre i barbari  sono in primo piano in un confusione espressa plasticamente con Attila che indietreggia accecato dalla luce divina dinnazi a due “miles christani” armati di spada. “Gareggia con le scene di battaglia di Leonardo e Michelangelo”, commenta Achim Gnam.  

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Madonna dell’Impannata”,1511

Oltre a queste importantissime committenze papali, che lo assorbivano molto, ne aveva altre esterne alla corte pontificia, soprattutto da Agostino Chigi, che peraltro aveva  stretti rapporti con Giulio II di cui era stato finanziatore ed era disposto ad attendere che fosse libero dagli impegni papali perchè potesse lavorare per lui. Le Sibille e gli angeli”  nella Cappella Chigi in Santa Maria della Pace  richiamano nella loro danza le Muse del “Parnaso”;  non realizzò la pala d’altare ma la cupola fu decorata dal mosaicista veneziano Luigi De Pace su suoi disegni,  abbiamo inoltre disegni per una Assunzione” e un “San Sebastiano”. Si impegnò per Agostino Chigi  oltre che  nella cappella anche nella villa sul lungotevere, Villa Farnesina, con il Trionfo di Galatea” 1512,  la cui figura si ispira alla “Leda” di Leonardo: “La dialettica tra la ninfa che aspira all’amore divino e i suoi seguaci che preferiscono abbandonarsi ai piaceri terreni esprime un’idea centrale della filosofia platonica”, osserva Achim  Gnam citando  Thoenes.

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“Mosè inginocchiato davanti al roveto ardente” ,1514

Una vasta serie di disegni preparatori, tra il 1509 e il 1513,  esposti in mostra,  fa entrare nel fervore artistico con al culmine la realizzazione degli affreschi. Sono, per la   “Disputa del Sacramento”, il “Gruppo inferiore”  loStudio di nudo”,  “La Madonna della disputa del Sacramento” e “Studi  con un sonetto”, uno dei cinque suoi sonetti autografi conservati; per il “Parnaso”  due “Teste di Musa” e “Apollo che suona la viola”, “Studi di figure” e “Studi di panneggio”. Poi per figure allegoriche ed evocative  come la “Teologia” e per la spettacolare composizione già citata “La visione del settimo sigillo”,  “Lucrezia”,  “Studio per una Sibilla”, e Alessandro Magno fa deporre i libri di Omero nello scrigno di Dario”, cui fa eco artistica “La dottrina delle due spade”; figure e armati, “Uomo barbuto con veste drappeggiata  e giovane nudo che porta dei libri” (recto) e “Studi di figure” (verso),“Studio per un soldato con ascia” e “Studio per due soldati accovacciati”, e immagini religiose, Studio per Gesù Bambino”  eStudio per la ‘Discesa di Gesù al Limbo’”, “Morte e incoronazione di Maria” e “Incoronazione della Vergine” ,“Due studi di mezze figure virili e due angeli volanti”. Fino  allo “Studio per una Madonna”e  per la “Madonna  col Bambino, sant’Elisabetta e un’altra santa” , per laMadonna d’Alba” e la “Madonna del Pesce”.

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Studio per la predica di san Paolo agli Ateniesi”; 1514-15

Dai disegni ai dipinti, preparano all’epopea religiosa i ritratti, l’effigie di un “Cardinale” 1510, il “Ritratto di Tommaso Inghirami  detto ‘Fedra’” 1510-12 – umanista prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana –  e il “Ritratto di Giulio II”  1511-12, donato dal papa alla  basilica di Santa Maria del Popolo, esposto dopo la sua morte, nei giorni festivi di fronte alla “Madonna di Loreto”. Così  finalmente facciamo la conoscenza delle celeberrime Madonne di Raffaello di questo periodo, per vari committenti: sono del 1510 la “Madonna d’Alba”, del 1511 la “Madonna dell’Impannata”, la “Madonna Aldobrandini”, e la “Madonna del Diadema blu”, del 1511-12  la “Madonna di Loreto”, del 1512 la “Madonna del Pesce”  e la “Madonna di Foligno”, del 1512-13 la “Madonna Sistina”.  

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“Pesca miracolosa”, 1515

Le figure hanno atteggiamenti molto diversi, accomunati dal giudizio che  Achim Gnam dedica all’ultima, la “Madonna Sistina”:  “Con il loro carattere monumentale, le figure hanno una presenza subitanea; si insinuano nella vita reale dell’osservatore, che però percepisce  la scena come una visione… la visione dell’immagine tocca nel profondo l’animo di chi guarda, diventando un’esperienza personale di fede”.

Con Leone X, un altro culmine insuperato dell’artista sublime

Le Madonne citate, alcune  esposte in mostra, sembrerebbero il massimo dell’arte anche di un grandissimo maestro come Raffaello. Sono state dipinte tra i 27 e i 30 anni, quindi nella prima fase di una parabola artistica che  si concluse solo sette anni dopo, nel 1520, con la sua prematura scomparsa. Ma in quei sette anni la sua attività divenne ancora più intensa, con il nuovo papa Leone X succeduto a Giulio II.

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“Studio per Mercurio e Psiche nel ‘Concilio degli  dei’”, 1517

Su questo periodo la presidente del Comitato scientifico Sylvia Ferino-Pagden, osserva che le opere che ne fanno parte, pur  riguardando la fase finale della sua parabola artistica, dato che si svolgono tra i 30 e i 37 anni di età, non possono essere accostate alle ultime opere di Tiziano, Michelangelo, Monet, vissuti molto a lungo, ai quali noi aggiungiamo Guttuso.  Nemmeno  la “Trasfigurazione”, che la morte gli impedì di terminare,  reca i segni premonitori di una fine del tutto inattesa. La mostra “Late Raphael/El ultimo Rafael”, con “Raphael, Le dernières années” ha contribuito  a  far considerare “opera tarda”  quella realizzata in questo periodo, mentre la  Ferino-Pagden meritoriamente la definisce “’opera dell’epoca di Leone X’ o ‘opera leonina’ tout court , restituendo così un po’ di energia giovanile a questo artista, drasticamente sottratto alla vita a soli 37 anni”.  

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“Studio per Venere e Amore davanti a Giove, 1517

E aggiunge che la  “Stanza della Segnatura” e “La stanza di Eliodoro” , come le Madonne  eseguite durante il papato di Giulio II,  “erano e sono tuttora considerate il culmine dell’arte di Raffaello e del Rinascimento in generale, nel loro equilibrio tra l’elevato contenuto spirituale e la perfetta armonia del vocabolario visivo”. Ma poi precisa: “Realisticamente parlando, tuttavia, sono le opere eseguite negli anni del pontificato di Leone X,  caratterizzate da una ‘perfetta fusione delle forme classiche  con i contenuti cristiani’, che non solo determineranno la fama postuma dell’Urbinate, ma plasmeranno il linguaggio formale del resto del Cinquecento e dei secoli successivi in tutta Europa”.

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“Il sogno di Giacobbe”, 1517-18

Per le “forme classiche”  si ispirava ai monumenti e alle  statue, alle sculture e ai rilievi, alle monete e ai documenti scritti, oltre che ai dipinti dell’antichità,  che aveva sotto gli occhi a Roma, “per il loro valore, funzione, forma e messaggio … per sperimentare nuove strategie narrative  e forme compositive”,  in aggiunta  ai modelli di Michelangelo e all’arte di  Leonardo conosciuta già a Firenze: “La somma di tutte queste esperienze lo porta ad approfondire ulteriormente la sua indagine dell’animo umano  in un crescendo ispirato al chiaroscuro leonardiano, culminato in dipinti emozionanti come la “Trasfigurazione”.

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“Madonna seduta in atto di prendere tra le braccia,
studio separato del busto della Madonna“, 1518

Va ricordato che, a differenza del periodo con Giulio II, in cui era rimasto abbastanza isolato nel suo rapporto esclusivo con il pontefice, e con Agostino Chigi, con Leone X si trovò  a stretto contatto con la corte papale ben diversamente orientata. Il  nuovo papa era figlio di Lorenzo il Magnifico, cioè figlio d’arte, per così dire, nella consuetudine con artisti  e con le collezioni di arte e di opere antiche del padre che aveva fatto di Firenze il maggiore centro culturale promuovendo le diverse discipline artistiche e musicali, filosofiche e letterarie. L’intento del nuovo pontefice era di seguirne l’illustre esempio trasformando la corte papale in un cenacolo culturale – un “think thank” come lo chiama in termini moderni la  Ferino-Pagden – del quale facevano parte umanisti e poeti come  Pietro Bembo e Tommaso Inghirani detto ‘Fedra’, al quale dedicò il ritratto prima citato, Baldassarre Castiglioni che abbiamo già incontrato,  poeti e collezionisti, architetti come i Sangallo,  e tanti pittori.

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Studio di figure per l’allegoria della Carità”, 1519-20

“Questa fucina di ingegni – commenta la studiosa – trovò in Raffaello il catalizzatore ideale. La sua curiosità creativa, unita a una geniale rapidità di giudizio  e al desiderio di mettere a frutto tutte le nuove possibilità che si aprivano in questo ‘biotopo’ intellettuale, liberò nella sua mente un’immensa energia inventiva che si irradiava  in ogni direzione finendo di coinvolgere tutta la corte”.  Ne derivò una pioggia di committenze anche in architettura e scultura, ma soprattutto in pittura; in parte incompiute per la morte prematura, “ a dimostrazione del piacere di sperimentare con il quale accoglieva ogni nuovo incarico o si metteva all’opera su progetti da lui stesso ideati e proposti”.       

I risultati non potevano che essere straordinari, la mostra ne presenta un campionario, spigoleremo fior da fiore per darne un’idea sia pure forzatamente sommaria e del tutto inadeguata. La bellezza delle sue opere è tale “ch’intender non lo può chi non la prova”, cioè chi non la  vede direttamente nella straordinaria galleria espositiva offerta all’ammirazione dei visitatori: l’associazione di idee del verso petrarchesco ci viene ispirata dalla associazione che di Raffaello viene fatta con Petrarca.

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“Papa con libro dentro una nicchia e altre figure”,1519-20

Apriamo la nostra rassegna delle perle artistiche di questa fase culminante esposte in mostra con una serie di disegni che citiamo in ordine cronologico. Del  1514, in pietra nera “Modello per l’estasi di santa Cecilia”,  di cui vedremo il dipinto, in carboncino “Mosè inginocchiato davanti al roveto ardente”, in pietra rossa “Allegoria della Fede”;  1514-15, in pietra rossa Studio per la predica di san Paolo agli Ateniesi”; 1515, in penna e inchiostro “Pesca miracolosa”; 1516, in pietra rossa “Venere e Amore”;  1516-17, in pietra nera, pietra rossa, pennello, inchiostro “Dio Padre con i simboli degli evangelisti”1517,  in pietra rossa “Studio per Mercurio e Psiche nel ‘Concilio degli  dei’” e  Studio per Psiche che presenta  a Venere il vaso di Proserpina”, “Studio per Venere e Amore davanti a Giove” e “Studio per Bacco che mesce il vino”.

Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi”, 1518

Seguono, 1516-18,  in pietra nera Studio per la ‘Cacciata dal Paradiso terrestre’”,  “Studio per ‘Abramo  e i tre angeli’” “Studio per ‘Giacobbe e le figlie di Labano al pozzo”,  in penna e inchiostro Studio per la ‘Divisione della Terra promessa’”, in pietra rossa “Studio per la  ‘Sacra Famiglia’ detta ‘Petite Sainte Famille’”; 1517-18, in pietra rossa“Studio per san Giovanni Battista” e “Il sogno di Giacobbe”, tre “Studi per la ‘Sacra Famiglia di Francesco I”, un “Bambino con le braccia protese”, una “Giovane donna seduta con le braccia tese verso un fanciullo” , una “Madonna seduta in atto di prendere tra le braccia, studio separato del busto della Madonna”,  tutti 1518; in pietra nera “Tarquinio e Lucrezia”; 1519-20, in pietra nera  “Studio di nudo che scaglia  una pietra”, e “Studio di figure per l’allegoria della Carità” per la “Sala di Costantino”, per la quale anche, in penna e inchiostro “Papa con libro dentro una nicchia e altre figure”, in  carboncino”Studio  per la Vergine della ‘Deesis con i santi Paolo e Caterina d’Alessandria’”con  il  Busto di giovane donna velata; 1520, con Giulio Romano, Lapidazione di santo Stefano”,  in cui collega sfera divina e umana.

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 “Ritratto del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena” ,1516-17

E’ una carrellata di composizioni e figure singole, con particolare attenzione ai corpi soggetti a varie influenze nella successione degli anni, spesso in contaminazione con diverse derivazioni dato che si ispirava a singoli dettagli di diversi artisti o reperti sublimandoli nella sua personale sintesi artistica.  Seguiva il criterio –  già inculcatogli dal padre artista e letterato –  di ispirarsi a  più modelli invece che a uno solo anche se eminente, espresso per l’attività letteraria nella lettera di Angelo Poliziano all’amico Cortese in cui respinge l’appunto di non essere abbastanza ciceroniano rivendicando la propria libertà espressiva; lo si trova anche nella lettera prima attribuita a Raffaello, in seguito a Baldassar Castiglione, ora a  Dolce, in cui si parla  della ricerca dovunque di ciò che si può trovare di più bello e adeguato per la singola narrazione.

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“Ritratto di ragazzo”, 1513-16

Così  la Ferino-Pagden commenta questa fase conclusiva: “La pittura di Raffaello diventa più versatile, più varia, ancora più intensamente volta alla  visualizzazione più appropriata del soggetto. La sua visione del creato si fa più universale e i suoi paesaggi includono ora un maggior numero di esemplari della flora e della fauna, scene notturne , rovine, bagliori lontani, come pure a dettagli  di genere di matrice neerlandese. Le azioni si fanno più eloquenti, più drammatiche. La gestualità e la mimica vengono sempre più finemente diversificate”.

Ed eccone gli effetti: “Questo approfondimento in tutti i campi della pittura ha condotto alla formulazione del grande stile classico che ha dato a Raffaello un’autorevolezza unica”. Una formula vincente, dunque: “Il suo successo risiede nel fatto che i gesti, le posture e le espressioni dei personaggi sono mutuati dai modelli antichi, di cui l’artista esplora l’intera gamma di imitazioni ed emulazioni possibili, dalla citazione puntuale alla totale assimilazione”. Ma il tutto inglobato nella visione personalissima del genio.

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“Madonna del Divino Amore”, 1516

I disegni sopra citati danno un’idea  del lavoro  preparatorio con il quale imitazioni, emulazioni e citazioni venivano preparate accuratamente a livello grafico con vari strumenti e materiali. Poi si passa ai dipinti a olio, oltre agli affreschi, in cui tutto assume forma compiuta a livelli eccelsi.

Dopo il già ricordato “Ritratto di Giulio II”, ieratico nel suo seggio con le dita inanellate,  sei-sette anni dopo ecco il “Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi” 1518, significativamente non da solo ma con parte della corte papale con cui Raffaello aveva uno stretto rapporto, le dita senza anelli, ma con una lente, una campanella e un messale miniato, in posa dinamica. Come all’epoca di Giulio II avevamo il “Ritratto di Tommaso Inghirami  detto ‘Fedra’”, citato in precedenza, ora il  Ritratto del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena”   1516-17. Altre figure maschili, “Ritratto di ragazzo” 1513-16 e il tondo “Ritratto di Valerio Belli” 1517.

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Visitazione”, 1516-17

I dipinti  in tema religioso mostrano una notevole varietà compositiva. Nella “Madonna del Divino Amore” 1516  i due volti femminili ravvicinati, quello purissimo della Vergine e l’altro di Elisabetta con i segni del tempo,  sono rivolti ai due bambini, Gesù e il piccolo Giovanni Battista,  in un suggestivo contrappunto, e così nella “Madonna del cardinal Bibbiena” 1516-18, nella “Madonna della Gatta”   e nella “Sacra Famiglia (La Perla)” entrambe 1518-20. Chissà se  questo accostamento suggerì a Caravaggio  i due volti femminili, giovane  e vecchio, parimente  contrapposti nel suo “Giuditta e Oloferne”?

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“Madonna della Rosa” , 1518-20

Nella “Visitazione” 1516-17, lo stesso pudore del capo reclinato, questa volta con gli occhi abbassati, in un contesto ambientale ricco e movimentato da figure lontane e in volo. Poi nella “Madonna della Rosa”  e nella “Madonna della Quercia”, entrambe 1518-20, lo stesso sguardo rivolto ai due bambini che giocano, ma vicino al suo viso  non più il volto femminile attempato ma un volto maschile che emerge dal buio nel primo, con uno sfondo aperto all’orizzonte nel secondo.

Oltre alle  Madonne predilette, troviamo altri soggetti nella temperie artistica terminale, anche se – ripetiamo – non qualificabile come “tarda” avendo dai 33 ai 37 anni:  l’“Estasi di santa Cecilia (santa Cecilia con i santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena)” 1518, è una composizione quanto mai complessa, con le cinque figure in piedi al centro, sormontate da una nuvola di angeli, mentre davanti a loro a terra vi sono diversi strumenti musicali; eccezionale che gli sguardi vadano tutti in direzioni diverse, in alto e in basso, davanti, a destra e a sinistra.  

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“Estasi di santa Cecilia (santa Cecilia con i santi
Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena)”, 1518,
disegno preparatorio

Come è complessa la composizione precedente, l’“Andata al Calvario (Spasimo di Sicilia)” 1514-16”.  Al contrario, “San Giovanni Battista” 1518, dedicato al  santo patrono di Firenze ed eponimo del papa,  è una figura forte, pur nell’adolescenza, lo sguardo fisso in avanti, il braccio destro alzato davanti a una roccia scura con uno piccolo squarcio di orizzonte.  L’inserimento del paesaggio rimanda a Leonardo, il cui san Giovanni Battista sorrideva mentre qui è serio e ammonitore,  la posa richiama il “Laocoonte”, e il busto in torsione quello del “Toro Gaddi” o di Giona, dalla statua per la Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo. La Ferino-Pagden, nel fare tali rinvii, commenta: “Questa antitesi tra il senso cristiano della missione e  il canone di bellezza classico, resa in una strana atmosfera crepuscolare, fungerà da modello per le numerose versioni del modello realizzate da Caravaggio”.

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Estasi di santa Cecilia (santa Cecilia con i santi
Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena)”, 1518

Emerge dall’oscurità nella sua luminosità abbagliante una delle opere terminali, nella quale è come se “La  Velata” 1512-13 oltre al velo avesse fatto cadere le vesti: ha la mano sul seno come nel “Ritratto di giovane donna”  1518-20 (con Giulio Romano) nella quale è coperto dalle vesti, mentre nel “Ritratto di donna nei panni di Venere” il seno che la mano protegge pudicamente è scoperto. Si tratta della celeberrima “Fornarina” 1519-20, lo sguado è fermo e sicuro, come nelle altre due opere appena citate, un atteggiamento ben diverso dalle Madonne che esprimono abbandono e contemplazione. Con questo sguardo che resta impresso nel visitatore si chiude la nostra galleria rievocativa del sommo artista. Lo vediamo nella maturità nel particolare dell’ “Autoritratto con un amico” del 1518-19, in cui si ritrae com’era pochi mesi prima della morte, raffrontandolo idealmente all’ “Autoritratto” a 23-25 anni messo in apertura.

Siamo al culmine dell’arte del grande Raffaello, che “di anni trentasette finì la vita, giunto a sì alto segno, che a più sublime non poteva poggiare”, come scriveva nel 1550 Lomazzo citato dalla Ferino-Pogden  che significativamente commenta: “Mi sia consentita una domanda per così dire ’controfattuale’  nell’anno in cui celebriamo i cinquecento anni dalla morte del grande Urbinate; se Raffaello fosse vissuto altri cinquant’anni, come per esempio Michelangelo, e avesse perseverato – eticamente ed esteticamente – nel suo spirito ottimistico ed entusiasta e nella sua fede nella bellezza del creato, superando anche il Sacco e i conflitti religiosi, come ci potremmo immaginare la sua vera ‘opera tarda’?”.  

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“San Giovanni Battista”, 1518

Eike D. Schmidt, che dirige le Gallerie degli Uffizi, ha dato una risposta su ciò che lo avrebbe aiutato dinanzi “all’urgere dei tempi”: “La forza della memoria, la consapevolezza dell’eredità del passato e la responsabilità nei confronti di esso, insieme a un’indomita tensione progettuale verso il futuro”. Ma resta, in tutta la sua portata, l’interrogativo posto dalla Ferino-Pogden sull’evoluzione artistica che avrebbe potuto avere l’ancora giovane Raffaello in un’ulteriore maturazione sostenuta dal suo spirito aperto alla bellezza.

Facciamo nostra tale domanda assillante a coronamento dell’emozionante immersione nella sua arte così coinvolgente. C’è il detto “ai posteri l’ardua sentenza”, ma ci sentiamo impari dinanzi a una tale sfida. Quindi è destinato a restare senza risposta  l’interrogativo di cosa avrebbe dato nell’oltre mezzo secolo che aveva davanti ai suoi 37 anni, l’età in cui fu sottratto prematuramente alla vita e all’arte. Ma ciò che ci ha lasciato nel suo breve itinerario terreno non è una meteora, risplenderà per sempre di una luce imperitura.

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“La  Velata”, 1512-13

Info

Scuderie del Quirinale,  via XXIV Maggio 16, Roma. Da domenica a giovedì,  ore 10,00-20,00 venerdì e sabato ore 10,00-22,30 ingresso consentito fino a un’ora dalla chiusura. Per far fronte al gran numero di prenotazioni ampliando la ricettività nel rispetto del condizionamento delle presenze, dal 19 agosto ore 8-23, con prolungamento speciale della chiusura dal 24 al 27 agosto all’una di notte, e nel week end finale del 28-30 agosto apertura ininterrotta h 24 dalle ore 8 di mattina. Prenotazione on line, termoscanner e igienizzazioni mani, distanze, presenze contingentate. Ingresso e audioguida inclusa: intero euro 15, ridotto euro 13 per under 26, insegnanti, gruppi, forze dell’ordine, invalidi parziali, euro 2 per under 18, guide, tessera ICOM, dipendenti MiBAC, gratuito per under 6, invalidi totali. Tel.  06.81100256. www.scuderie.it. Catalogo: “Raffaello 1520-1483”, a cura di Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con Francesco P. Di Teodoro, Vincenzo Farinella, la presidente del Comitato scientifico Sylvia Ferino-Pagden, Skira, Scuderie del Qirinale, Gallerie degli Uffizi, marzo 2020, pp. 550, formato 24 x 28: dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo.  I precedenti due articoli sulla mostra sono usciti in questo sito il 28 e 29 agosto 2020. Per le citazioni del testo cfr. i nostri articoli: in questo sito, su Leonardo, 6 giugno 2019; in www.arteculturaoggi.com, su Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019, Guttuso 14, 26, 30 luglio 2018, 16 ottobre 2017, 22 settembre, 2, 4 ottobre 2016, 25, 30 gennaio 2013, Impressionisti  9 gennaio 2018, 12,18, 27 gennaio, 5 febbraio 2016, Caravaggio  25 maggio, 6 giugno 2016,  Caravaggio, Carracci e seguaci, 5, 7, 9 febbraio 2013,   Tiziano 10, 15 maggio 2013; in cultura.inabruzzo.it, Leonardo e Michelangelo 6 febbraio 2012,  Leonardo  23 febbraio 2011, 11 gennaio 2010,  6 luglio,  30 settembre 2009, Lotto 2, 12 giugno 2011,  Dante,  2 articoli 9 luglio 2011, Monet 27, 29 giugno 2010,  Caravaggio  26 luglio,  8, 11 giugno, 23 febbraio 2010, Caravaggio e Bacon  21, 22, 23  gennaio 2010; in fotografia.guidaconsumatore.it  Caravaggio  13 aprile 2011(i due ultimi siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasferiti su altro sito, sono intanto disponibili).

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“Fornarina”, 1519-20

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Le immagini, tutte di opere di Raffaello, la gran parte prese dal Catalogo, sono inserite nell’ordine di citazione nel testo, mentre per “La scuola di Atene” e “Il Parnaso”, “La cacciata di Eliodoro dal tempio” e “Il trionfo di Galatea” commentate in questo articolo, le immagini sono riportate nel primo articolo dove sono citate come presentazione. Si ringraziano Federica Salzano di Comin&Partners, che cortesemente ha fornito 20 immagini e il Catalogo, con i titolari dei diritti e l’Editore, per l’opportunità offerta. In apertura, “Ritratto del papa Giulio II” ante 1512; seguono, “Studio di nudo per ‘la “Disputa del Ssacranento'” , e “La Madonna della ‘Disputa del Sscranento'” 1509; poi, “Studio per la “Disputa del Ssacranento’ e un sonetto” e “Testa di Musa” 1509-11; quindi, altra ““Testa di Musa” 1509-11 e “Alessandro Magno fa deporre i libri di Omero nello scrigno di Dario” 1513-14; inoltre, “Studio per un soldato con ascia” , e “Studio per due soldati accovacciati” 1512-13; ancora, “Ritratto di Tommaso Inghirani detto ‘Fedra’” 1510-12, e “Madonna d’Alba” 1510, disegno preparatorio e opera; continua, “Madonna dell’Impannata” 1511, e “Mosè inginocchiato davanti al roveto ardente” 1514; prosegue, “Studio per la predica di san Paolo agli Ateniesi” 1514-15, e “Pesca miracolosa” 1515; seguono, “Studio per Mercurio e Psiche nel ‘Concilio degli  dei’” e “Studio per Venere e Amore davanti a Giove” 1517; poi, “Il sogno di Giacobbe” 1517-18, e “Madonna seduta in atto di prendere tra le braccia, studio separato del busto della Madonna1518; quindi, “Studio di figure per l’allegoria della Carità” e “Papa con libro dentro una nicchia e altre figure”  1519-20; inoltre, “Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi” 1518, e  “Ritratto del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena” 1516-17; ancora, “Ritratto di ragazzo” 1513-16, e “Madonna del Divino Amore” 1516; continua, “Visitazione” 1516-17, e “Madonna della Rosa”  1518-20; prosegue, “Estasi di santa Cecilia (santa Cecilia con i santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena)” 1518, disegno preparatorio e opera, e “San Giovanni Battista” 1518; infine, “La  Velata” 1512-13, e la “Fornarina” 1519-20; in chiusura, “Autoritratto con amico” 1518-19, l”Autoritratto.

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“Autoritratto con amico” 1518-19, l”Autoritratto