In memoria di Sebastiano Vinci, vittima delle BR

Sono trascorsi 40 anni dalla morte di Sebastiano Vinci, vice-questore a Roma, vittima delle BR il 19 giugno 1981 a 44 anni, e vogliamo ricordarlo, da compagni di scuola e soprattutto da cittadini che si inchinano dinanzi al suo eroismo, ripubblicando il nostro servizio sulla celebrazione del 19 giugno 2009 al Commissariato di Prinmavalle di Roma che Vinci dirigeva nei terribili anni di piombo. Per la sua forte azione di contrasto al terrorismo eversivo entrò nel mirino dei brigatisti che in quattro gli tesero un vile agguato sparando sulla sua auto ferma al semaforo e colpendolo a morte ferendo gravemente l’agente Pacifico Vuotto al volante, per fortuna sopravvissuto. Nel nostro ricordo siamo risaliti agli anni di scuola per trovare le radici del suo intemerato impegno civile in una fomazione in cui, oltre alla scuola, troviamo a sorpresa gli eroi dei fumetti che si battono contro la malavita per far trionfare la legalità e la giustizia. Viene celebrata oggi la triste ricorrenza, ma mentre ogni anno vi è stata una cerimonia ufficiale nel Commissariato di Primavalle, con la partecipazione di Sindaco e Questore di Roma, nel quarantennale viene officiata una messa di suffragio dal Reverendo cappellano della Questura di Roma. Il Liceo classico Delfico-Montauti di Teramo dove compì i suoi studi, ricorda oggi nel proprio sito la sua figura e il suo sacrificio con un profilo dell’antico alunno divenuto eroe. Nel risalire agli anni di scuola riviviamo la commozione e lo sgomento con cui scoprimmo l’eroica fine del nostro compagno; e facciamo rivivere l’emozione di familiari e colleghi unita all’indignazione per i responsabili di quei crimini efferati condannati all’ergastolo. Si celebra anche la fine della lunga latitanza di Marina Petrella, che comandava la colonna BR di Primavalle, e di una dei quattro terroristi componenti del commando assassino, Roberta Cappelli, tra i 9 arrestati di recente in Francia in attesa di una estradizione che si spera non abbia i tempi lunghi e incerti temuti. Al termine ripubblichiamo anche i commenti che nei giorni successivi vennero “postati” da ex compagni di scuola, colleghi e altri, all’articolo riportato di seguito che uscì il 20 giugno 2009 nel sito cultura.inabruzzo.it, col nuovo commento del gennaio 2011 e nostra risposta finale.

Sebastiano Vinci, vittima delle Brigate Rosse,19 giugno 1981

Celebrato a Roma Sebastiano Vinci, vittima nel 1981 delle BR

di Romano Maria Levante

– 20 giugno 2009

Studente a Teramo al “Melchiorre Delfico”, vice-questore a Roma, un eroe borghese

E’ un luogo inconsueto quello in cui ci troviamo nella calda mattinata del 19 giugno 2009, a un passo dall’inizio dell’estate. Siamo nel Commissariato di Primavalle alla periferia nord di Roma dove tra poco, con la partecipazione delle autorità e di un reparto d’onore delle forze dell’ordine già schierato, si celebrerà l’anniversario del sacrificio di Sebastiano Vinci, che dirigeva il commissariato, assassinato dalle Brigate Rosse ventotto anni fa, il 19 giugno del 1981.

I ricordi per noi dell’agente Pacifico Votto

Siamo giunti in anticipo sull’orario della celebrazione delle ore 10 perché il sostituto commissario Isolabella ci ha promesso di rintracciare un agente di allora, cosa non facile dato il tempo trascorso. Non crediamo ai nostri occhi, è andato ben al di là della sua promessa, ci presenta addirittura l’altra vittima designata oltre al vice-questore Vinci, l’agente Pacifico Votto che guidava l’auto il giorno dell’attentato, salvatosi miracolosamente con tante pallottole in corpo.

Lo prendiamo in disparte, il sostituto commissario ci accompagna in una saletta, c’è ancora da attendere. Ne approfittiamo per fargli qualche domanda, ecco le risposte che ci ha dato su quei tempi lontani che sente ancora così vicini sulla sua pelle.

“I ricordi di allora sono tanti”, ci dice, e si vede che ha una gran voglia di parlare, e alla fine capiremo perché. Iniziamo con la figura di Vinci: “Oltre che un dirigente preparato e scrupoloso era un amico dei suoi uomini. La sua porta era sempre aperta per tutti noi che lavoravamo con lui. E anche con la gente del quartiere aveva un ottimo rapporto, da tantissimi era considerato un amico. Sul lavoro era sempre presente, non mancava mai e il suo impegno era sempre massimo”.

Qualche parola sugli antecedenti dell’attentato: “Da parecchio tempo eravamo nell’occhio del ciclone, almeno da molti mesi ci sentivamo seguiti, erano stati trovati in un covo delle Br anche dei numeri di targa delle nostre autovetture, di servizio e private. Davamo fastidio ai terroristi perché il nostro Commissariato era molto impegnato contro le Brigate rosse e i gruppi eversivi neri, oltre che contro la criminalità comune. Hanno scelto quel giorno ma la preparazione è stata molto lunga”.

Il ricordo va subito al tragico momento: “Eravamo appena giunti all’incrocio tra via Battistini e via della Pineta Sacchetti, e ci eravamo fermati al semaforo rosso, accodati a due auto in attesa del verde. Si sono accostate alla nostra macchina quattro persone con dei giornali ripiegati su un braccio, come volessero venderli agli automobilisti, due dalla parte destra e due dalla parte sinistra. In quel momento un tremendo dubbio mi ha attraversato la mente, chiedermi ‘Perché vengono tutti qui e non vanno dalle due auto ferme davanti da noi?’ e dire ad alta voce ‘Attenzione, attenzione…’ è stato tutt’uno. Come prendere la pistola, ma si era affiancata un’auto con una donna e poi hanno cominciato subito a sparare, due contro di me e gli altri due dall’altro lato contro il Vice-questore”.

L‘agente Votto si sente miracolato: “I proiettili mi hanno trapassato il polmone e il fegato, rotto delle costole, graffiato il rene, oltre che colpiti la mano e il braccio”, e mostra segni evidenti. “Sono stato sottoposto a tre difficili interventi chirurgici, mi hanno dichiarato fuori pericolo solo dopo cinquanta giorni. Forse nessuno si è salvato con ferite simili a organi vitali”. Ma non sono quelle del corpo le ferite che sente oggi, bensì altre.
“Aver vissuto un’esperienza simile vuol dire aver perduto la tranquillità, non solo quella personale ma anche quella familiare. Siamo coscienti del rischio che corriamo ad ogni perquisizione, ad ogni inseguimento, ma essere bersaglio di un vile attentato è troppo. Perché lascia i segni per sempre anche su chi è sopravvissuto. Mi sento abbandonato da tutti, forse per il fatto che vivo posso dare fastidio. E poi il poliziotto è solo un numero, gli ex terroristi sono dei personaggi, tutti in libertà ricercati e riveriti. Non è giusto”.

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I funerali di Sebastiano Vinci

Le parole del fratello Aldo Vinci

In questo momento l’altra grande sorpresa, entra il Primo dirigente del Commissariato, il dottor Todaro con Aldo Vinci, il fratello di Sebastiano, appena sbarcato dall’aereo da Palermo, la moglie ha dovuto rinunciare all’ultimo momento per un’indisposizione, altrimenti come in passato ci sarebbe stata anche lei. Un bell’uomo, figura eretta, espressione bonaria ma insieme decisa, una grande somiglianza con il fratello e soprattutto un grande affetto per lui.

ldo è sempre presente alle commemorazioni, a Roma come a Torino, sede di lavoro precedente del Vice-questore, impegnato a ricordarne la memoria e a far sentire la sua voce e la sua protesta quando serve, e avviene spesso. E’ un fiume di parole, dice cose pesanti con un’espressione serena. Come quando ricorda le performance televisive della Petrella che fa boccacce e del compagno Novelli che parla in Tv, terroristi assassini del fratello “ricercati e riveriti” come ci aveva appena detto l’agente Votto. Addirittura Pancelli, altro componente del commando omicida, oltre ad essere in libertà come gli altri si fregia del lavoro in una Onlus che è tra quelle del 5 per mille.

Ha i ricordi molto vivi del processo “Moro-ter” nel quale furono giudicati e condannati gli assassini del fratello, il clima da “kermesse” con gli atteggiamenti strafottenti degli imputati, che ebbero però un sussulto quando lo videro per la sua somiglianza con il fratello. C’era anche Curcio nella gabbia.

“Chi è andato in galera è stato quasi un volontario” dice con “humor” amaro, perché “per una ragione o per l’altra hanno potuto evitarla, addirittura la Petrella ci sta riuscendo anche senza doversi pentire, anzi avendo proclamato di essere irriducibile”.

Riguardo quest’ultima, nel rievocare l’assurdo diniego francese all’estradizione rivendica la sua scelta di non andare all’Eliseo dal presidente Sarkozy con l’Associazione dei familiari delle vittime, non voleva essere preso in giro; scelta rivelatasi giusta non solo per l’inutilità della visita ma perché il presidente francese ebbe un visibile quanto intollerabile moto di stizza rigirandosi sulla sedia, e un gesto di fastidio simile rispetto a una sacrosanta indignazione passava davvero la misura.

Non sono solo amare le parole dette con tono amabile da Aldo Vinci. Il suo volto si illumina quando parla dei riconoscimenti al fratello, la strada intitolata a lui a Roma, l’intitolazione del nuovo Centro polifunzionale della Polizia a Torino per volontà del Questore, anche lui come il fratello Sebastiano con una tale vocazione da fargli lasciare una posizione molto ben remunerata e di prestigio per entrare in Polizia e ricominciare da capo; del questore dott. Faraoni parla con affetto, oltre che con rispetto, la celebrazione a Torino sembrava la “Festa dell’amicizia”, dice, tanto il clima era aperto e confidenziale. Aggiunge che il questore per lui è “quasi il terzo fratello”. E poi la Medaglia d’oro e le attenzioni della Polizia a Roma dove ogni anno l’anniversario viene celebrato dalle autorità con la deposizione della corona dinanzi alla lapide all’ingresso del Commissariato. Non manca mai di esserci con la moglie, ci tiene a precisare, è un modo per sentirsi quel giorno con Sebastiano.

Ma anche qui la sua sincerità, che si unisce alla squisita amabilità, ci fa scoprire un particolare che dà un’altra conferma alle parole dell’agente Votto. Si parla dell’apposizione della lapide diversi anni dopo il tragico evento. “Non fu automatico, dice con un mesto sorriso, un giorno in cui mi sentivo più insofferente del solito rispetto alla rimozione che era stata fatta dell’episodio, ormai ignorato del tutto, ho scritto al Presidente della Repubblica, era Pertini, lamentando che il sacrificio di mio fratello era stato dimenticato. Poco dopo, miracolosamente, ci fu l’apposizione della lapide”. Ed ecco la rivelazione: “Passò del tempo, mi trovavo in Questura parlando di mio fratello quando un funzionario mi fece vedere una lettera scritta dal presidente Pertini in persona, diceva: ‘Il fratello di Sebastiano Vinci ha lamentato l’abbandono della memoria’. Da allora c’è stata la lapide e la memoria non è stata più abbandonata. Ed è stata per noi una vera consolazione”.

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La lapide in memoria del vice-questore Sebastiano Vinci al Commissariato Primavalle di Roma

La cerimonia di commemorazione

Tutti presi dalle parole di Aldo Vinci, veniamo avvertiti che è giunto il momento della cerimonia. Usciamo dalla saletta, è giunto il Questore di Roma dott. Caruso, ci sono le altre autorità: il Presidente del Consiglio comunale di Roma, on. Marco Pomarici in fascia tricolore come delegato del sindaco di Roma Alemanno; il Comandante provinciale dei Carabinieri Tomasone, il Comandante del Gruppo carabinieri Casarsa; per la Guardia di Finanza il col. Razzano in rappresentanza del Comandante De Gennaro; per la Polizia di Stato oltre al Questore Caruso il Vice-questore aggiunto Caggiano e, naturalmente, il dirigente del Commissariato Todaro, con il sostituto Isolabella e gli agenti presenti. Il picchetto d’onore è schierato con la Bandiera tricolore.

La cerimonia è semplice e toccante. L’attenti, lo squillo della tromba, la benedizione del diacono del Commissariato, l’Ass. C. Piccione. Il Questore depone la corona d’alloro davanti alla lapide, due agenti sull’attenti ai lati come scorta d’onore. Siamo tutti compunti, presi dalla solennità del momento, nel ricordo di un eroe borghese, il Vice-questore di Roma del 1981 Sebastiano Vinci.

Al termine abbiamo avvicinato il Questore. Al dott. Caruso non abbiamo posto domande di circostanza, ci ha dato lui il messaggio: “Non ci sono parole adatte per un momento come questo. Ma una cosa si può dire: guai a dimenticare questi fatti, la memoria serve a costruire un futuro migliore”.

Poi la mattinata è proseguita in un intrattenimento delle autorità e dei presenti, il Questore ha parlato lungamente con il dirigente del Commissariato e con tutti gli altri, è stato un incontro amabile con al centro Aldo Vinci; in un clima confidenziale che ha ricordato quello di Torino nella sua descrizione; anche oggi, come nel Centro polifunzionale, sembrava la “Festa dell’Amicizia”.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

Dalla cronaca alla storia

Questa la cronaca attuale di una giornata particolare, che abbiamo voluto descrivere momento per momento. Ma chi era Sebastiano Vinci? Ne raccontiamo la storia, capirete perché siamo qui con una commozione tutta nostra e ve ne renderemo conto.

“A due giorni dalle elezioni: offensiva elettorale delle BR. Quattro ore di sangue a Roma. Ucciso un Vice-questore, ferito l’avvocato di Patrizio Peci”, così il titolo di un quotidiano di sabato 20 giugno 1981. Ed ecco la notizia: “Alle 13,20 di ieri un commando uccide Sebastiano Vinci e ferisce il suo autista. Ore 16,50: terroristi sparano a un rappresentante di una casa editrice. Ore 17: colpito in un agguato il legale De Vita. Pochi minuti dopo un attacco contro la P.S.”. La segnalazione quasi di “routine” nella sala operativa della questura, di “colpi d’arma da fuoco in Via Pineta Sacchetti, angolo via Mattia Battistini” diventa ad un tratto concitata: “E’ uno dei nostri, è uno dei nostri. E’ il dottor Vinci. A tutte le auto, a tutte le auto: attuare il piano di emergenza di primo, secondo e terzo grado”.

E’ il linguaggio di tante avventure degli eroi dei fumetti, di cui Vinci era appassionato nella sua adolescenza trascorsa a Teramo dove la sua famiglia si era trasferita da Palermo al seguito del padre assegnato alla locale Banca d’Italia. Le sue collezioni suscitavano l’invidia di noi compagni di scuola, entrare nella stanza dov’erano pile di “giornalini” in perfetto ordine era come visitare il paese dei balocchi. Però l’invidia era mista a un senso di compatimento perché il fumetto era visto allora come disimpegno se non diseducazione, visione infantile e non coscienza matura della realtà, gli veniva addossata la “colpa” di spegnere la fantasia alimentata invece dalla parola scritta.

39^ Commemorazione, 19 giugno 2020, l’omaggio della sindaca di Roma Virginia Raggi

L’agguato mortale

Torniamo alla notizia giornalistica, illustrata proprio da fumetti disegnati nella prima pagina del “Messaggero”. Nel primo l’attentato al Vice-questore, un’auto ferma per far passare una colonna di autovetture, alle portiere i terroristi che fanno fuoco all’interno. La cronaca: “Due giovani a piedi, che fino a pochi minuti prima vendevano copie di ‘Paese Sera’, si sono avvicinati all’auto impugnando le pistole, una calibro 9 e una ‘357 magnum’, coperte dai giornali. Il Dr. Vinci, raggiunto da proiettili di tipo speciale con enorme potere penetrante, ha abbozzato un tentativo di reazione (la sua pistola è stata trovata sotto il sedile, l’aveva estratta e non aveva fatto in tempo ad usarla). L’agente al volante ha aperto la portiera e si è gettato a terra, ma dall’altro lato erano pronti altri due terroristi che hanno sparato contro di lui. Il commando è poi fuggito a bordo di una 128 di colore blu”.

Ricovero immediato al vicinissimo Policlinico Gemelli. Ancora dalla cronaca: “Per Vinci, colpito da sette proiettili di cui due mortali non c’è nulla da fare, muore dopo pochi minuti. L’autista, l’agente Pacifico Votto, in condizioni gravissime, con polmone, reni e fegato trapassati da un proiettile, viene operato e resta in rianimazione, tra la vita e la morte”. Fortunatamente sopravvive.

38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, l’arrivo delle autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La vocazione

Questo l’epilogo della storia di Sebastiano Vinci, Nello per gli amici e per noi suoi compagni di scuola a Teramo, alle medie e al Liceo-ginnasio “Melchiorre Delfico”. Ma come si era dipanata la sua vita dopo l’infanzia e l’adolescenza vissute nel segno delle magiche avventure degli eroi dei fumetti, suoi personaggi prediletti?

Conseguita la laurea in giurisprudenza era entrato nella Banca Nazionale del Lavoro, dove aveva lavorato undici anni prima di vincere nel 1968 il concorso per vice-commissario di polizia, la sua aspirazione di sempre, come sanno i suoi compagni di allora. Non ebbe dubbi, fece una grande festa con familiari e amici: “Finalmente mi sono liberato di un lavoro oppressivo e faccio la professione che mi è sempre piaciuta. Oggi sono felice”, aveva detto.

Ma qual è stata la molla che gli ha fatto coltivare quest’aspirazione facendogli lasciare, dopo undici anni, il lavoro bancario da tanti ambito, cambiare città e ricominciare da capo per un’attività così esposta e difficile, nelle file della polizia, in prima linea nella lotta alla delinquenza? Quali valori, assimilati nell’adolescenza, lo avevano portato a una inconsueta scelta di vita che lo rendeva felice?

Il ricordo torna alla sua passione per i fumetti, ai personaggi delle “strisce” strenuamente impegnati nella frontiera tra il bene e il male a far trionfare i valori positivi. Una lotta senza quartiere nella quale il bene è destinato a sconfiggere il male, ma attraverso inenarrabili vicissitudini, tremendi pericoli e tanta fatica. Ripensiamo in particolare all’Uomo Mascherato, il suo eroe prediletto, il personaggio da lui più amato. Ebbene, da “giustiziere della giungla” divenne “giustiziere della giungla d’asfalto” delle metropoli, agiva nel Golfo del Bengala ma era richiesto dalle polizie di tutto il mondo ed era sempre pronto ad accorrere dove era necessario affrontare situazioni intricate e pericolose. Andò in America per lottare contro bande criminali, nel mondo violento degli anni ’30, approdò anche in Inghilterra: lui con la polizia da una parte, le bande criminali delle metropoli dall’altra. Sulla frontiera tra il bene e il male irrompeva con la sua forza per far prevalere il bene.

Cominciamo a riflettere sui nostri giudizi di allora, si stringe il cuore nello scoprirne la vocazione.

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38^ Commemorazione, 19 giugno 2019, il raccoglimento delle autorità

La carriera nella Polizia

Abbiamo lasciato Vinci felice alla festa in famiglia per l’ingresso in polizia. Di qui prende avvio una brillante carriera. La parte iniziale a Roma, poi a Modena dove diviene presto Vice-capo della Squadra mobile. Di lì alla questura di Torino, vi resta sette anni, prima come funzionario addetto alla Criminalpol, poi aggregato alla Squadra mobile come dirigente della 1^ Sezione omicidi e rapine; quindi dirige il Commissariato “Barriera Milano” della periferia Nord di Torino.

Finalmente, questa sarà stata la sua esclamazione, il trasferimento a Roma nel 1979. Regge il Commissariato “Monteverde”, ma dopo due mesi i gradi superiori ritenendolo “un poliziotto con la P maiuscola”, come dissero, lo spostarono all’ufficio di gabinetto della Questura come diretto collaboratore del dirigente e infine – proprio infine, purtroppo – gli affidarono il Commissariato “Primavalle”, uno dei più “caldi” della capitale, con il grado di Vice-questore.

Un territorio molto vasto da presidiare disponendo di soli 60 uomini: dalla Pineta Sacchetti e dal quartiere Aurelio fino a Bracciano, Anguillara e Formello, con oltre 800.000 abitanti. E un commissariato di frontiera dove delinquenza comune e criminalità politica s’intrecciavano pericolosamente: spaccio di stupefacenti e rapine, malavita organizzata e racket, e in più un centinaio di autonomi, rivoluzionari violenti contigui al terrorismo, per metà clandestini.

Quasi quotidianamente veniva segnalato alla questura il reperimento di volantini, opuscoli e striscioni eversivi “che ormai – dissero gli agenti – avevano riempito una delle stanze del Commissariato”. Qualche giorno prima dell’agguato un pregiudicato, che non si era fermato a un posto di blocco, era stato colpito a morte dagli agenti del Commissariato nell’inseguimento. Un quadro non meno fosco dell’America degli anni ’30, una “giungla d’asfalto” non meno rovente di quella nella quale si batteva il “giustiziere mascherato” dei suoi fumetti preferiti.

E anche per Vinci la lotta sembrava impari. Il numero di agenti del Commissariato era rimasto lo stesso da trent’anni pur con la crescita esponenziale della popolazione nel territorio e per di più spesso il personale veniva dirottato in altri commissariati. Lui non chiedeva rinforzi ma diceva: “Vi chiedo solo di lasciarmi i miei uomini, non ho bisogno di rinforzi, purché mi lasciate loro”.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, un momento della cerimonia

La sua figura

Non aveva i poteri straordinari del suo eroe, ma tanta umanità unita a una sperimentata professionalità. Così lo hanno ricordato i suoi collaboratori: “Un funzionario colto, deciso, preparato. Qui al commissariato Primavalle si era fatto apprezzare dal personale costruendo un clima di amicizia e collaborazione”.
La sera prima dell’agguato mortale aveva diretto il servizio d’ordine pubblico alla manifestazione del PCI con Berlinguer e Petroselli, che nelle imminenti elezioni amministrative a Roma si contrapponeva a Galloni: Secondo una segnalazione anonima ci sarebbe stato un attentato, ma tutto filò liscio, come lui aveva previsto, e a notte inoltrata poteva cenare tranquillamente con i collaboratori in un’osteria della zona.

Ed ecco un’altra prova della sua umanità, che ci riporta ai banchi di scuola: “Il Commissario Vinci aveva agito con particolare decisione contro le infiltrazioni di gruppi eversivi nelle scuole – raccontò allora il maresciallo capo della squadra giudiziaria – soprattutto al liceo Fermi, ed era riuscito in parte ad arginarle. I muri del quartiere si erano riempiti di minacce contro di lui.” Allorché fu assassinato stava per testimoniare contro un docente del Fermi, accusato di istigare alla violenza; nei giorni precedenti l’udienza era stata rinviata.
Ma allora il nostro compatimento per la sua “mania” per i fumetti, la nostra aria di sufficienza per il disimpegno e la superficialità che questa passione “eccessiva”” sembrava esprimere? Non lo avevamo giudicato male, pur con l’affetto, la simpatia e un po’ d’invidia provata per i frutti proibiti che custodiva nella stanza magica delle sue collezioni di fumetti? Allora…

Il suo sacrificio appare in una luce sempre più umana secondo altre testimonianze: “Non puntava alla spettacolarità dell’azione. Una persona corretta, uno che il suo lavoro lo amava, uno che sapeva affrontare sempre le situazioni nel modo giusto con cautela ma, se occorreva, con decisione”.

Un esempio di questo modo di comportarsi si ebbe quando gli autonomi occuparono un locale dell’Istituto case popolari, non ordinò lo sgombero con la forza, e li convinse ad allontanarsi “usando civiltà e persuasione”, così le cronache; ma non esitò ad arrestarli allorché, credendo che non vi fosse più sorveglianza, tentarono una nuova occupazione.

Nessun piglio da giustiziere, dunque, nessuna imitazione dell’eroe prediletto della sua adolescenza se non nei valori. Ma equilibrio unito a fermezza; e, insieme, forza d’animo e soprattutto serenità. Aveva “passione per il mestiere inteso anche come rapporto con la gente e i suoi problemi”. Elena, la proprietaria del baretto vicino al Commissariato, disse: “Il dottore si faceva voler bene da tutti, era sempre sorridente, pieno di entusiasmo”.

I suoi colleghi di Torino rievocarono così l’ultima visita che fece alla Questura dove aveva lavorato per sette anni, pochi mesi prima dell’agguato: “‘Tutto bene, ragazzi? – disse – Non lamentatevi. Vedeste a Roma, lì non c’è un solo attimo di pace. E pensare che poco tempo fa mi hanno anche minacciato di morte!’. Aveva riso, sicuro e allegro come sempre”. Ricordavano che il suo nome era stato trovato alcuni mesi prima in un covo delle BR nel capoluogo piemontese. Era entrato nel mirino dei terroristi per il lavoro svolto a Torino: citano la scoperta dell’armeria clandestina di un nucleo delle BR, pistole, bombe a mano, candelotti di dinamite, in un alloggio vicino al Commissariato che aveva diretto.

Così “L’Unità” descrisse la sua figura: “Vinci era il simbolo di quella che dovrebbe essere una polizia moderna e democratica, fatta di uomini preparati, consapevoli, soddisfatti di servire le istituzioni democratiche, la collettività. E proprio per questo l’’infaticabile’, come affettuosamente lo chiamavano i colleghi, era odiato non solo dalla malavita ma anche dai terroristi. ‘Attento, Vinci’, si leggeva ancora ieri sera in una via di Primavalle, quartiere tra i più difficili della grande periferia romana. Accanto alla scritta una sigla del terrorismo rosso: MPRO”.

Una morte annunciata, dunque, ma da lui non temuta. Non ha la vettura blindata, non adotta particolari precauzioni nei ritorni quotidiani da Via Maglione dov’è il Commissariato all’abitazione di Via Cecilio Stazio, tragitto che a volte compie su un’auto di servizio, a volte sulla propria autovettura. Ha fiducia nel suo rapporto con la gente, consapevole di svolgere con correttezza oltre che con passione il suo delicato lavoro.

Non lo ha ucciso l’odio personale di delinquenti e terroristi, perché aveva saputo meritare il rispetto di coloro che lo avevano conosciuto, anche se si trovavano al di fuori della legge; lo ha assassinato l’aberrazione criminale degli anni di piombo, che si scatena con cieca virulenza nel giugno angoscioso del 1981 anche contro di lui considerato un simbolo da abbattere.

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37^ Commemorazione, 19 giugno 2018, gli onori militari

Il rispetto degli avversari

Un autonomo di Primavalle, subito dopo la sua morte, disse: “Sono stato in carcere fino a poco tempo fa, ho sfiorato il partito armato, ma questo inutile delitto mi ha aperto gli occhi. Conoscevo Vinci da avversario e, pur considerandolo tale, lo stimavo per come svolgeva il suo lavoro. Ucciderlo è stato un atto gratuito, inconciliabile anche con la più aberrante logica rivoluzionaria”. L’umanità che penetra nel cuore indurito da ideologie deliranti è un miracolo che scaturisce dal sacrificio: “Tutti adesso esprimono la loro esecrazione rituale – continua l’autonomo – io esprimo una condanna sentita e sofferta”.

Non sappiamo se questi propositi siano stati mantenuti. Sappiamo però che altre certezze furono scosse, altri cuori furono toccati.

La moglie di un terrorista condannato a 16 anni nel 1975, sposato in carcere, portò un mazzo di fiori sul feretro ed espresse con coraggio, in televisione, una condanna anch’essa sentita e sofferta e lanciò un appello: “Chi vuol cambiare le cose uccidendo persone, come hanno fatto con il Dr. Vinci, non ha capito niente di come si deve fare per cambiare perché in questo modo non si cambia proprio niente”. Ed ancora: “Le persone che commettono questi omicidi, avessero anche il coraggio di mostrare la faccia. Se vogliono cambiare le cose uccidendo, mostrino la loro faccia. Io sto dicendo queste cose perché uccidere non serve a niente, serve solo a creare panico, paura, a vivere male… sulla morte delle persone non si costruisce niente né di positivo né di negativo, assolutamente niente”.

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36^ Commemorazione, 19 giugno 2017, le autorità, con la sindaca di Roma Virginia Raggi

La sua memoria

Vi fu esecrazione ufficiale con le autorità schierate al completo, il Presidente Pertini in testa, ai funerali di Stato officiati dal Cardinale Poletti nella chiesa di S. Vitale a Roma.

Ma già nei giorni successivi l’attenzione dell’opinione pubblica fu attirata da altri eventi: i risultati delle elezioni amministrative, il nuovo governo presieduto da Spadolini, nuovi crolli in Borsa, gli strascichi della P2, altri scandali, le vicende dei sequestri terroristici, un ricovero d’urgenza in ospedale di papa Wojtila che era tornato il 6 giugno in Vaticano dopo l’attentato che lo aveva ferito gravemente, le polemiche sulla fine di Alfredino Rampi dopo i vani tentativi di salvataggio a Vermicino, e perfino l’arrivo dei bronzi di Riace al Quirinale.
La stampa si limitò a brevi notizie in cronaca sull’andamento delle indagini. Normale, certo. Ma a scorrere oggi i giornali del tempo, fa male vedere che Sebastiano Vinci era dimenticato pochi giorni dopo l’assurdo crimine, dopo l’“esecrazione rituale” delle autorità.

Poi qualcosa si è mosso, e dalle parole del fratello Aldo abbiamo ora capito perché. A Roma fu posta una lapide all’ingresso del Commissariato di Primavalle, gli è stata intitolata una strada del quartiere dove abitava; inoltre, è cronaca recente, gli è stata intitolato il Centro polifunzionale della Polizia a Torino. Ogni anno viene celebrato l’anniversario del 19 giugno con una cerimonia alla quale partecipano le autorità, Questore in testa. La famiglia è rappresentata sempre dal fratello Aldo con la consorte; la moglie di Sebastiano dopo la tragedia entrò in depressione e non si riprese più, si spense dopo un triste andirivieni con l’ospedale.

35^ Commemorazione, 19 giugno 2016, l’omaggio del Vice-questore vicario De Angelis

La riapertura della ferita

Quest’anno l’anniversario si celebra mentre un’autorevole componente del commando assassino, pur condannata e arrestata di recente, si è sottratta alla pena. Segno dei tempi? Forse sì, in tutti i sensi, per il tempo trascorso e per una specie di indulgenza che di fatto si è diffusa dopo l’esecrazione. Ormai sono fuori dal carcere quasi tutti gli autori dei più efferati attentati, e non solo degli anni di piombo, anche di molte stragi mafiose. Dove non sono intervenuti i benefici carcerari ci sono stati i benefici concessi per il pentimento.
Ma né l’uno né l’altro si sono verificati per la responsabile dell’atroce delitto, la brigatista Marina Petrella, a capo del commando costituito dalla colonna Primavalle; non si è pentita né dissociata, è rimasta sulle sue deliranti posizioni. Si è invece verificata un’incredibile concatenazione di eventi nei quali la burocrazia giudiziaria ha prevalso sulla giustizia: un’anomalia perversa, vincente per l’assassina, perdente per le vittime. Abbiamo sentito prima Aldo Vinci, ora diamo la parola ai fatti.

Implicata nel delitto Moro e in altri fatti di sangue, la Petrella fu arrestata ripetutamente, l’anno precedente e l’anno successivo l’attentato a Vinci e rimessa in libertà per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Fu processata nel “Moro-ter” per l’assassinio di Vinci, di cui fu riconosciuta colpevole. Nel corso del lungo procedimento, iniziato circa dieci anni dopo il fatto, fu ancora rimessa in libertà per decorrenza dei termini. Quando dalla Cassazione arrivò nel 2003 la condanna definitiva all’ergastolo non la trovarono più al suo domicilio essendosi rifugiata nella Francia che dava asilo ai terroristi per effetto della “dottrina Mitterand”.
Ha condotto una vita normale fino a quando, decaduta tale dottrina con la fine del governo socialista, e ripresa la collaborazione dei francesi nel perseguire i fuorusciti, è stata individuata e fermata dalla polizia. L’Italia ha chiesto l’estradizione e il presidente Sarkozy in un primo momento ha dato l’assicurazione che sarebbe stata concessa, con la richiesta irrituale al governo italiano di prendere in considerazione il conferimento della grazia per le sue condizioni di salute.

Fino all’ultima beffa, allorché nell’ottobre 2008 l’estradizione è stata addirittura negata motivando il diniego con la motivazione che le condizioni di salute della terrorista sono incompatibili con la detenzione; e ciò per l’intercessione della consorte del presidente francese Carla Bruni a sua volta sollecitata dalla propria sorella che aveva visitato la Petrella in carcere.

Una grottesca “pochade” che ha fatto protestare giustamente le istituzioni italiane. Il capo della polizia Antonio Manganelli, nell’inaugurare a Torino il Centro polifunzionale della polizia intitolato a Vinci, ha contestato “un sistema che dà la certezza della quasi assoluta impunità” e consente alla Petrella “condannata all’ergastolo con l’accusa di essere stato il capo del Commando che uccise proprio Vinci, di non essere estradata versando in uno stato di depressione grave. Noi ne abbiamo preso disciplinatamente atto – ha concluso – ma non senza sommovimenti interni in ciascuno di noi”. E nel dire questo ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena”.

Il fratello Aldo Vinci, con dolore misto a rabbia, ha dichiarato nella stessa circostanza a Torino: “Si uccidono poliziotti e carabinieri e poi si fugge all’estero e finisce tutto. Non è giustizia. Non è un messaggio positivo. Lei è fuggita in Francia, dove ha potuto condurre una vita normale, mentre mio fratello è al cimitero crivellato di proiettili solamente perché era al servizio dello Stato”. E con sofferenza ancora maggiore: “Paola, la moglie di mio fratello, quando ha visto Sebastiano crivellato di proiettili al Policlinico Gemelli, ha subìto un tale trauma che non si è più ripresa. È caduta in depressione. Si è trascinata per qualche anno fino a morire in ospedale di crepacuore. Nessuno ha mostrato pietà per lei vedova di un servitore dello Stato. Mio fratello è stato ucciso per il lavoro che faceva”. Poi la conclusione:”Marina Petrella è stata la mandante e l’esecutrice materiale. Lei era a capo della colonna Primavalle delle Brigate Rosse e mio fratello era il dirigente del commissariato di quel quartiere. Ha commesso un reato di sangue: deve rispondere con l’ergastolo”.

Ricordando questi precedenti ripensiamo alle parole dette oggi da Aldo, con una serenità mista alla determinazione di battersi sempre e dovunque per la memoria del fratello Sebastiano. Anche lui ha reclamato l’esigenza della “certezza della pena” per i responsabili di crimini così efferati.

Sostiamo commossi dinanzi alla sua lapide, usciamo dopo averla accarezzata, per noi è tornato ad essere l’antico compagno di scuola appassionato di fumetti, caduto nell’esercizio del dovere. Nella strada vicina, alla fermata dell’autobus chiediamo un’informazione a una signora anziana e le domandiamo se si ricorda del capo del Commissariato di trent’anni fa, Sebastiano Vinci: “Me lo ricordo benissimo, ci dice, non è morto in un conflitto a fuoco ma in un vile agguato, lo hanno aspettato al semaforo i terroristi”. E poi aggiunge: “Dovrebbero ammazzarli tutti quei delinquenti, invece stanno tutti fuori liberi mentre il povero Commissario sta sotto terra…”.

Il Commissariato Primavalle diretto da Vinci, via Luigi Maglione, 9 Roma

L’umanità di un eroe borghese

L’ultima immagine che vogliamo lasciare di Nello – ci piace ora chiamarlo come nell’adolescenza – è familiare ai lettori di fumetti, come le immagini drammatiche di sparatorie ed attentati.

E’ quella di un cane, l’inseparabile compagno che lo accompagnava sempre quando tornava a casa. Così la cronaca dell’epoca: “Illeso il cane che, guaendo, era saltato sulle gambe del Dr. Vinci, come per proteggerlo”. Poi aveva abbaiato furiosamente dal finestrino frantumato ed era infine restato a guaire disperato accanto al corpo del padrone in fin di vita: così lo ricordavano i testimoni, così apparve nelle istantanee pubblicate sui giornali.

Un cane era anche il compagno inseparabile dell’eroe prediletto. Si chiamava “Diavolo” ed era impegnato nelle imprese epiche dell’Uomo Mascherato. Il cane di Nello si chiamava “Ciccio” e la sua presenza contribuiva a creare quel clima familiare che si respirava nel Commissariato, come dissero i suoi collaboratori.

Torniamo alle cronache di allora:“Ed in questo era aiutato anche dal suo inseparabile Ciccio, il cane di razza ‘beagle’ che tutti avevano imparato a conoscere. Dove c’era Ciccio c’era anche Vinci. Ciccio era lì accanto al suo padrone anche ieri mattina sulla Ritmo bianca , seduto sul sedile posteriore coperto di giornali. Mentre gli assassini sparavano”.

Un compagno fedele come quello dell’eroe dei fumetti, ma domestico e mansueto. Del resto, nella sua lotta contro la delinquenza, Nello non aveva le sembianze e i modi del giustiziere, lo abbiamo ricordato, bensì dell’uomo comune. Dell’“eroe borghese” che ogni sera portava a spasso il suo Ciccio e per ciò stesso, dissero i vicini, ispirava serenità quando lo vedevano passare.

Con questa immagine serena vogliamo concludere il ricordo del compagno di scuola nostro e di tanti coetanei teramani. Un ricordo che ci ha fatto ripercorrere un’avventura purtroppo tragica, intrisa di profonda umanità. Le strisce dei fumetti, gli eroi della sua e nostra adolescenza, fanno da sfondo ad una vicenda realmente vissuta che assume ora dimensioni mitiche e valori simbolici.

Una vicenda nella quale spicca la figura di un eroe, un “eroe borghese”. Per noi c’è un motivo in più di rimpianto. L’incomprensione di allora del suo spessore umano nascosto da quella che sembrava una “mania” per i fumetti. Era invece una condivisione profonda dei valori positivi incarnati negli eroi dell’adolescenza; che lo ha portato a una vita di frontiera, fino all’estremo sacrificio.

Come nel romanzo di Fred Uhlmann del 1971, tradotto nel film “L’amico ritrovato” del 1989 – una di quelle storie che non si dimenticano e molti hanno visto certamente – lo abbiamo scoperto purtroppo molto tardi, troppo tardi per dirglielo mentre era in vita. Ma non troppo tardi per rendere omaggio oggi, che è diventato un eroe, a un amico della nostra adolescenza. L’amico ritrovato.

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Il Liceo-ginnasio frquentato da Vinci a Teramo, oggi Liceo classico Delfico-Montuti

Info

L’articolo sopra riportato, con i commenti che seguono, è stato pubblicato il 20 giugno 2009 sul sito”on line” cultura.inabruzzo.it , non più raggiungibile, gli articoli, che sono disponibili, saranno trasferiti su altro sito.

Foto

Dopo le prime due fotografie – una foto tessera di Sebastiano Vinci e una scena dei suoi funerali – abbiamo inserito nell’articolo del 2009 sopra riportato una serie di immagini delle celebrazioni annuali svoltesi negli ultimi cinque ann, con la partecipazione del Questore e della sindaca di Roma Virginia Raggi, davanti alla sua lapide presso il Commissariato Primavalle di Roma, che dirigeva nel 1981, quando fu assassinato nell’agguato terroristico da quattro brigatisti rossi. Tali immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, ma qualora non ne fosse gradita la pubblicazione dai proprietari dei diritti, su semplice loro richiesta provvederemo ad eliminarle, facendo doverosamente presente che sono solo accessorie avendo mero intento illustrativo senza alcuna implicazione di nessun tipo di natura economica o pubblicitaria. I siti, di cui si ringraziano sentitamente i titolari per l’opportunità offerta, sono i seguenti, nell’ordine in cui le rispettive immagini sono nel testo: wikipedia, romalive.org, primapaginanews.it, questura.poliziadi stato.it, lavocedellazio.it, comunediroma.it, ilcaffe.tv, agvilvelino.it , 3 in fila da questura.poliziadi stato.it, le ultime 2 da lecodellitorale.it., facebook.com.

11 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato gennaio 11, 2011 alle 9:29 PM

Sono io a ringraziare Bartolo, che non conosco, per aver ricordato Sebastiano Vinci in questo inizio di 2011 con il suo commento di poche parole quanto mai toccanti. Lo ha “visto arrivare al Commissariato Primavalle e purtroppo anche morire”; rende “onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle”.
Che si può dire di più, c’è memoria e commozione, in questo inizio di anno che riporta in primo piano la sua figura e ha fatto tornare nella prima pagina della nostra rivista anche il ricordo dei tanti i cui commenti precedono nel tempo quello di Bartolo.
Rileggiamo l’orgoglio di Giorgio, che purtroppo non c’è più, di averlo avuto compagno, il rimorso di Franco per non aver saputo battersi contro la barbarie, l’esempio per le giovani generazioni evocato da Luigi, l’impegno di Corrado a raccontarne la storia ai colleghi perché “narrare vuol dire resistere”, la condivisione di Enzo e Domenico, l’appello di Rosanna alla memoria pubblica per il “passato che non passa” nelle parole di Primo Levi.
Giorgio e Fabrizio, Franco e Luigi, Rosanna e io stesso lo ricordiamo avendo condiviso con Sebastiano Vinci, per noi Nello, la frequenza del liceo-ginnasio Melchiorre Delfico di Teramo.
In questo spirito posso dare a tutti una notizia, ringraziando il suo ex collega di commissariato Bartolo per avermene fornito l’occasione con il suo fresco commento di inizio anno.
La possibilità che Nello venga ricordato, come chiede l’ex collega di liceo Rosanna in un gemellaggio ideale con Bartolo, mi è stata confermata in questi giorni dal prof. Roberto Ricci, che si è adoperato al riguardo dopo il mio incontro a questo fine con il preside del Delfico. Soltanto l’avvicendamento al vertice dell’istituto ha creato un rallentamento, la nuova preside sarà sensibile a questa esigenza sentita così intensamente.
Ancora tutto è da definire, ma le premesse poste dal preside precedente ci sono, confidiamo che si traducano nel riconoscimento dovuto a un eroe autentico che sin dall’adolescenza ha sentito nascere l’insopprimibile bisogno di schierarsi dalla parte della giustizia.
In questo la scuola, e quindi il Melchiorre Delfico dove si è formato, ha avuto un ruolo importante, oltre alle sue letture che sembravano infantili, mentre rispondevano a un’esigenza profonda che solo dopo si è compresa appieno, come dimostra la storia della sua vita.
Un grazie ancora a Bartolo per aver ricordato il nostro eroe – un bell’inizio per il nuovo anno – dopo l’omaggio di tanti di noi orgogliosi di averlo avuto come compagno al Melchiorre Delfico.
Questo prestigioso istituto saprà esprimere, a sua volta, l’orgoglio di aver avuto un allievo come Vinci che ha saputo incarnare fino all’estremo sacrificio i più alti valori.

  • Bartolo

Postato gennaio 9, 2011 alle 9:04 PM

Grazie per aver ricordato il mio Dirigente – dott. Sebastiano VINCI. L’ho visto arrivare al Comm.to Primavalle e purtroppo anche morire.
Onore al dr. Vinci Sebastiano, anche a nome di molti ex del Comm.to Primavalle.

  • Rosanna Polidori Iacovoni

Postato agosto 11, 2009 alle 11:52 AM

L’articolo di Romano Levante del giugno 2009, sulla morte del commissario di polizia Sebastiano Vinci ucciso nel 1981 dalle B.R. , ha riproposto inevitabile, a 30 anni circa di distanza, l’immagine dei sentimenti e risentimenti legati ad un fenomeno storico, il terrorismo, che ha segnato in modo irreversibile la società italiana.
Premesso che non ho conosciuto S. Vinci, leggendo la ricostruzione della sua vita sono rimasta colpita dalle coincidenze tra le sedi scolastiche e lavorative del Commissario e le mie: Teramo, Torino e Roma. Teramo: liceo “M. Delfico” che abbiamo frequentato nello stesso periodo. Torino. E infine Roma: quartiere Primavalle. Nel 1981 infatti insegnavo presso una scuola statale di Primavalle. La storia della vita di S. Vinci e la sua morte lo collocano nella lunga lista di cittadini che le B.R, seguendo una precisa strategia, hanno ferocemente eliminato a causa del ruolo e del rigore morale e professionale con il quale lo esercitavano. La memoria pubblica non può chiudere i conti con il passato perché dal passato non si esce, ma si continua a portarselo dietro come un tratto della costruzione della nostra personalità. Primo Levi parlava di un “passato che non passa”. Ma le vittime delle B.R. andrebbero sempre commemorate per collaborare alla ricerca di un superamento della violenza. E i tempi della memoria dovrebbero anche andare del senso di una giustizia “giusta” cosi come R. Levante sottolinea.

  • Domenico Moschetta

Postato agosto 10, 2009 alle 8:01 PM

Articolo ben documentato! congratulazioni

  • Corrado

Postato agosto 6, 2009 alle 7:50 PM

lavoro al Comm.to Primavalle da molti anni, credevo di conoscerla tutta la storia dell’omicidio del Dott. Vinci, invece…. farò in modo di narrare la memoria del Dott. Vinci ai miei colleghi xchè narrare vuol dire resistere.
Sig. Levante, grazie del suo prezioso contributo.

  • Luigi Marini

Postato luglio 21, 2009 alle 8:48 PM

La memoria ed il ricordo di Nello Vinci possono, anzi, devono essere di stimolo alle nostre generazioni ed a quelle future, affinché una vita umana a difesa delle Istituzioni e dello Stato non sia stata sacrificata invano.

  • Franco Tomassini

Postato luglio 15, 2009 alle 4:05 PM

Il sacrificio di Nello Vinci, simile a quello del Commissario Esposito, assassinato a Genova, dove vivo, dalle BR, a quello del Giudice Alessandrini di Pescara, e a quello di tante altre vittime di una follia alla quale assistemmo inermi, impotenti ma, forse, e soprattutto, colpevolmente indifferenti, oggi viene ricordato da Romano Levante con una voce che stimola noi vecchi a frugare nelle nostre coscienze, alla ricerca di qualche salutare rimorso.
Le BR furono le figlie anomale dell’esaltazione di un ’68 infantile, privo di visioni politiche, e, quindi, il naturale sbocco di utopie impossibili. Mentre altri Paesi riuscirono ad assorbire il fenomeno, noi in Italia producemmo una guerra civile che seminò il Paese di morti ammazzati, persone come noi, della nostra età, dei nostri sentimenti.
E noi non facemmo nulla per impedire tutto questo.
L’articolo dell’amico Romano ha fatto rinascere in me un profondo rimorso, quello di non aver saputo oppormi con la dovuta forza a tanta barbarie.

  • Enzo

Postato luglio 12, 2009 alle 5:48 PM

anche se ho un flebile ricordo della vicenda che coinvolse Nello, apprezzo e condivido le considerazioni di Levante

  • Fabrizio Iacovoni

Postato luglio 8, 2009 alle 10:31 AM

Ho letto con attenzione l’articolo di Romano M. Levante la cui onestà intellettuale è nota ne condivido completamente l’analisi sociologica del ns. “Eroe” e le conclusioni per una giustizia più giusta. Spetterebbe alle istituzioni dare un segnale tangibile per ricordare alle generazioni future la nobiltà di questo servitore dello Stato ammazzato barbaramente da una vendetta priva di ideologia.

Fabrizio Iacovoni
Via Luigi Cadorna, 67
64100 TERAMO
Tel. 340 8512341 – 0861 244810

  1. Giorgio Di Pancrazio

Postato luglio 1, 2009 alle 9:32 PM

Sono orgoglioso di aver avuto Nello Vinci compagno al
Liceo Melchiorre Delfico di Teramo.

Auschwitz-Birkenau, 2. La vita e il lavoro, i ricordi dei deportati, alla Casina dei Vailati

Silvia Maksymowicz, la polacca di origine bielorusse deportata ad Auschwitz all’età di 3 anni con la madre – cui Papa Francesco nell’udienza generale del 26 maggio 2021 in Vaticano, ha baciato il braccio sul tatuaggio n. 70072 – si è salvata dal Lager dove è stata cavia dell’infame dott. Josef Mengele nei suoi sciagurati esperimenti genetici; ricorda il dolore e il suo “sguardo da invasato. Mengele era una persona atroce, senza limiti nè scrupoli. Giorno dopo giorno tante persone perdevano la vita sotto le sue mani”. Liliana Segre, deportata con il padre dopo l’arresto mentre cercavano di rifugiarsi in Svizzera, tatuata con il n. 73190, trova la salvezza nel lavoro in fabbrica, aveva solo 13 anni e sopravvisse alla “marcia della morte” all’evacuazione da Auschwitz verso il lager in Germania, dove fu liberata. E’ stata nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018, il riconoscimento più recente è il premio “De Sanctis” , patron Gianni Letta, dell’omonima associazione, 14 aprile 2021.

Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 13 anni, nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018
dal presidente Serrgio Mattarella, nella 1^ seduta della XVIII legislatura,
23 marzo 2018

di Romano Maria Levante

Si conclude il nostro racconto della  mostra “Dall’Italia ad Auschwitz”, inaugurata nel “giorno della memoria” il  21 gennaio 2021,  realizzata dalla Fondazione Museo della Shoah, nella Casina dei Vailati, al Portico d’Ottavia, sulla deportazione degli italiani con documenti, immagini d’epoca e fotografie da album di famiglia di singoli e gruppi la cui vita è stata sconvolta e spesso cancellata dalla follia criminale e disumana della “soluzione finale”. La mostra è a cura di Sara Berger e Marcello Pezzetti, che hanno curato pure il  Catalogo di Gangemi Editore, oltre alle mostre precedenti.  Abbiamo già descritto le prime 3 parti della mostra, dove sono documentate le maniacali e criminali efferatezze del Lager, dalla “selezione” iniziale alla tragica “eliminazione” nelle “camere a gas” fino al “Krematorium”. Quelli che non erano “eliminati” alla selezione venivano destinati al lavoro forzato. Ora terminiamo con la 4^ parte della mostra, “la vita e il lavoro” e “l’evacuazione del complesso. La fine di Auschwitz”. Come prima protagonista e preziosa testimone incontriamo Liliana Segre.

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Birkenau. Ebree ungheresi, appena rapate, vestite male e immatricolate, pronte all’appello, luglio 1944

Liliana Segre fu arrestata l’8 dicembre 1943 col padre mentre cercavano di rifugiarsi in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche, aveva 13 anni. Fu deportata il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione centrale di Milano ad Auschwitz dove giunse il 6 febbraio dopo sette giorni di viaggio. Fu separata subito dal padre che venne “eliminato” il 27 aprile 1944; il 18 maggio furono arrestati i nonni paterni in provincia di Como, “eliminati” nelle camere a gas al loro arrivo ad Auschwitz il 30 giugno. Lei fu assegnata alla fabbrica di munizioni “UnionWerke”della Siemens dove lavorò un anno, superò tre micidiali “selezioni”, in una delle quali perse un’amica di prigionia, e dopo l’evacuazione di Auschwitz sopravvisse alla “marcia della morte” verso la Germania; riacquistò la libertà il 1° maggio 1945 nel campo di Molchow, sottocampo di Ravensbruck, liberato dall’Armata rossa. Su 776 deportati minori di 14 anni fu tra i 25 sopravvissuti.

Jerzy Potrzebowski, Deportati non abili trasferiti ai sottocampi con le camere a gas di Birkenau,1950

Il 19 gennaio 2018 ha ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella la nomina a senatrice a vita, il riconoscimento più recente è il premio “De Sanctis”, patron Gianni Letta, conferitole il 14 aprile 2021. Tiene viva la memoria dell’orrore della Shoah da lei vissuto da adolescente, matricola 75190, anche presentando la proprio testimonianza ai ragazzi nelle scuole. Ha fissato i propri ricordi in una serie di pubblicazioni anche in forma di interviste, e in particolare nei libri autobiografici “Sopravvissuta ad Auschwitz” e“Ho scelto la vita”.

“Ero incapace di qualsiasi specializzazione in qualsiasi campo… mi scelsero per diventare operaia alla fabbrica Union. Dopo la selezione alla stazione, ecco che di nuovo il destino, o il buon Dio, aveva scelto per me la soluzione della vita, perché lavorare al coperto in quel clima e in quelle condizioni fisiche fu una fortuna immensa. Chi lavorava alla fabbrica Union era un gruppo di settecento donne nel turno di giorno e settecento nel turno di notte. La fabbrica non si fermava mai”.  Vedremo dai ricordi di altri internati il lavoro nel Lager.  

Liliana Segre a 13 anni, poco prima della deportazione ad Auschwitz, 1943

La vita e il lavoro

 Com’era, ad “Auschwitz-Birkenau la vita  e il lavoro”  lo spiega con accuratezza la 4° parte dell’esposizione, iniziando con “L’immatricolazione e l’inserimento nel lager dei deportati dall’Italia”. A coloro che superavano la selezione all’arrivo venivano praticata la disinfestazione e la rasatura di capelli e peli, poi doccia e vestiario, quindi l’immatricolazione con cui si assegnava un numero di matricola:  a  tutti gli italiani – ebrei come politici – il numero veniva tatuato  sul braccio,  mentre per quelli di altre provenienze, come l’Ungheria, spesso non si effettuava il tatuaggio. Nel  maggio 1944 per gli ebrei viene differenziata la numerazione facendola precedere, per entrambi i sessi, dalla lettera A, dal mese di luglio per i soli uomini ulteriore numerazione preceduta dalla B.

Jan Komski, Tempo di cena (Obiad) , Auschwitz, 1970-80

E’ stata ricostruita con cura per la mostra l’immatricolazione degli italiani – anche con documenti, elenchi e note di vario genere, espressive della ottusa burocrazia nazista – riportando la provenienza e il numero tatuato dei primi e degli ultimi ebrei immatricolati, come dei primi e ultimi “politici”, quasi a volerne far rivivere l’odissea attraverso queste indicazioni minuziose ma non pedanti perché specchio di un’umanità sofferente. Che appare in tutta la drammaticità nella fotografia di una miriade di donne con il capo rasato dopo l’immatricolazione – e sono quelle “fortunate” perché sfuggite all’eliminazione – e  di alcuni uomini nudi sotto la doccia, anche qui fortunati che si tratti di una vera doccia e non di quelle finte che erogavano il gas mortale. Altrettanto impressionanti i disegni degli internati che anche dopo molti anni ricostruiscono dei momenti nel Lager, con gli appelli e le punizioni, in particolare con le sferzate fino all’impiccagione.

Birkenau, settore BII: Interno di una baracca, con le scritte (tipo “Il lavoro rende liberi”…) “L’onestà è la miglior moneta”, “il parlare è d’argento, il tacere è d’oro”, “Un pidocchio la tua morte”, febbraio 1945

Dopo l’immatricolazione e l’inserimento nel lager,  “Il lavoro dei prigionieri” , che inizialmente veniva visto come una punizione per logorare l’internato, tanto che venivano impiegati anche in lavori inutili quanto faticosi che li portavano alla morte. Finché, verso la fine del 1943,  il lavoro forzaro fu considerato una risorsa per l’industria tedesca a corto di manodopera perché gli adulti abili erano mobilitati nell’esercito. A quel punto divenne importante la produttività e per questo migliorò l’alimentazione e il trattamento.

M.M. (anonimo): Il blocco 12, “della morte”, con gli “incurabili” “selezionati”e uccisi, 1942-44, pastello

Lo ricorda Primo Levi nell’introduzione di “Se questo è un uomo”: “Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz  solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito  di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli”. Ma non venivano sospese quelle di massa degli inabili al lavoro, e il destino degli ebrei era l’eliminazione quando non servivano più. 

Birkenau, settore BIa: Interno di una baracca “per la quarantena maschile”, con le fetide latrine

Una parte degli ebrei italiani lavorarono soprattutto nel campo, dalle “Rampe” per la “selezione”, ai “Kanada” per gli oggetti delle vittime, agli ospedali, ai lavori di costruzione e riparazione delle strade e di  canalizzazione delle acque, fino al trasporto e allo scarico merci. Altri venivano “affittati” alle industrie ubicate ai margini del campo o al suo interno, tra loro Liliana Segre – la senatrice a vita divenuta la memoria vivente dei deportati, premiata per il suo impegno civile- e nomi noti,  Di Veroli, Calò, Pietro Terracina; altri ancora impegnati in 13 “sottocampi”, dei 40 intorno ad Auschwitz, e nel Lager sulle rovine del ghetto di Varsavia.

Alfred Kantor, Scena di fame ((Hungerszene), barile di zuppa, baracca BTb, 1945

Nel lavoro forzato erano impegnati anche i “politici”, le donne venivano per lo più trasferite in altri lager, 169 “politici” italiani che erano giunti da Mathausen nel dicembre 1944, furono impiegati nello smantellamento del campo, ne sopravvissero soltanto 35, gli altri furono stroncati dalle condizioni di vita e di lavoro; gli italiani sono  compresi nell’elenco di 1200 lavoratori  provenienti da vari paesi europei, muratori ed elettricisti, meccanici e saldatori, fabbri e idraulici.

Auschwitz III (Monowitz), Kommando di lavoro, i deportati vanno verso le fabbriche della Buna, 1944

“Selezione” e “sperimentazione” negli ospedali e nelle infermerie

Le immagini sono eloquenti, fotografie degli internati al lavoro, e soprattutto disegni dei sopravvissuti che ne rendono la sofferenza, una documentazione preziosa – come si è detto utilizzata anche in tribunale – che vediamo illustrare anche l’ulteriore barbarie che viene rievocata, “Gli Haftlingskrankenbau, le selezioni interne  e la sperimentazione medica”.

Gli “Haftlingskrankenbau” sono gli ospedali a cui sono adibiti alcuni blocchi, con le “Revier”, infermerie, per il dilagare delle malattie di tutti i tipi e gravità nelle spaventose condizioni ambientali e di lavoro. Nonostante le sollecitazioni a rendere più efficace l’attività lavorativa,  gli ospedali più che nella cura erano impegnati nelle “selezioni interne”, da parte di medici, infermieri e anche SS,  per eliminare gli inabili al lavoro mandandoli nelle camere  a gas; una “Action” per una folle “igiene sociale” della quale i sopravvissuti hanno ricordi angosciosi, lo si vede in molti disegni allucinati.

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Alfred Kantor, Appello dal primo mattino alla tarda notte, a Birkenau, 1945

C’erano anche sperimentazioni – sulla sterilizzazione di massa e l’ereditarietà –  che portavano alla morte, e non si trattava di casi isolati: erano opera di ben 350 medici, e collaboravano gerarchi nazisti, della Wehrmacht, delle SS, perfino esponenti di istituti di ricerca, università e industrie farmaceutiche; e conoscevano questa barbarie anche infermieri, assistenti e amministrativi che  facevano le maniacali registrazioni.

Birkenau, Deportati lavorano per costruire magazzini per le patate, 1943

Vengono indicati i nomi di alcuni criminali “apprendisti stregoni” – non  si possono chiamare medici –  colpevoli di aver usato come cavie alcuni ebrei italiani. Josef Mengele eseguiva esperimenti “antropologici” su bambini e adolescenti presi in “selezione” sulle “rampe” e  internati nei “Kinderblock” loro riservati; come Lidia Maksymowitz di 3 anni citata all’inizio per il bacio del papa. Li aspettava la morte, ne sopravvissero una cinquantina, tra loro due sorelline di Trieste, Andrea e Tatiana Bucci, il cui cugino con 20 bambini  fu spostato in un altro campo, venne iniettata loro la tubercolosi, e furono impiccati il 20 aprile 1945 all’arrivo degli Alleati in un scuola di Amburgo. Si chiude con questo orrore l’infame storia di esperimenti mortali.

Mieczyslaw Koscielniak, Appello nel campo-madre, ad Auschwitz, 1972-73, olio su tela

L’evacuazione  e la liberazione 

L’arrivo degli Alleati non va visto come un “arrivano i nostri” salvifico per tutti, perché ad Auschwitz-Birkenau i liberatori  il 27 gennaio 1945 trovano soltanto 7.000 reclusi, in condizioni tali che dovettero allestire ospedali per curarne oltre 4.500, molti dei quali morirono poco tempo dopo.

E  gli altri? “L’evacuazione del complesso. La fine di Auschwitz” a conclusione della mostra ricostruisce la fase finale della tragica odissea degli internati, preceduta dalla rivolta del 7 ottobre 1944 degli uomini del Sonderkommando cui parteciparono 5 italiani, i fratelli Venezia e Gabbai, Nicolè Sagi che fu ucciso come gran parte dei rivoltosi; i sopravvissuti, cui furono aggiunti i componenti del Abbrusckommando, erano impegnati nel distruggere quanto era compromettente, dai documenti, come gli elenchi dei trasporti, e le strutture, soprattutto le camere a gas e i crematori.   

Auschwitz, Le officine siderurgiche Weichsel-Union-Metallwerke, dove lavorò anche Liliana Segre

Poi un altro evento inenarrabile: lo spostamento di 58.000 internati – metà dei quali dallo “Stammlager” iniziale, e  metà da Birkenau –   ai campi tedeschi più all’interno, quindi ancora fuori dalla portata dei russi che nella loro avanzata erano molto vicini, tanto che vi entrarono dopo soli dieci giorni. Viene definita “marcia della morte” perché massacrante per la fatica e perché la scorta armata falciava in modo spietato chi non ce la faceva e cadeva sfinito, una scia di corpi al margine delle strade ne segnò il percorso. Alcuni riuscirono a fuggire, tra loro sono stati identificati tre italiani, Di Porto, Sagi, Sturm.

Naomi Judkowski, “Punizione durante l’appello”, in ginocchio, a mani alzate, prese a calci, 1945

Quelli che sopravvissero alla fatica e al gelo del gennaio nordico non raggiungevano la salvezza ma un altro lager e molti vi morirono, si trattava di Mathausen, Buchenwald, Dachau  per gli uomini, Ravensbruck e Bergen-Belsen per le donne. E non finisce qui, nella primavera gli stessi furono sottoposti ad altre “marce della morte” quando i liberatori si avvicinavano a quel lager li spostavano ad uno più lontano e così via, in un maniacale accanimento.

Auschwitz, Deportati al lavoro nell’officina DAM (Deutsche Ausrustungswerke) gestita dalle SS

All’orrore senza fine si aggiunge il fatto che erano stati lasciati ad Auschwitz 9.000 internati perché malati, quindi potevano attendere l’arrivo dei sovietici sentendosi in salvo. Invece tornarono le guardie che avevano lasciato il campo “per compiere quest’ultima operazione criminale”, ricordano Berger e Pezzetti: 700 eliminati a colpi di fucile non potendo usare le camere a gas in demolizione.

Si conclude così con un’immagine angosciosa che spegne la gioia della liberazione l’accurata ricostruzione fattuale e fotografica che meritoriamente la mostra propone per non dimenticare, con un altro tassello nel mosaico della memoria che da anni viene costruito da Sara Berger e Marcello Pezzetti con approfondimenti sempre nuovi di una storia che porta ad evocare e rivivere fatti inenarrabili per l’orrore.

Alfred Kantor, Punizione per l’accusa di “ladro di zuppa”, inferta da altri deportati, 1945, disegno

I ricordi con due segni di umanità: la bicicletta e le borsette  

La mostra rievoca la tragedia attraverso le storie personali delle tante vittime con l’agghiacciante calvario che dopo inenarrabili sofferenze ha portato alla morte; storie ancora più coinvolgenti perché accompagnate dalle fotografie da album di famiglia dei momenti felici. Sono in gran numero e accompagnano la documentazione fotografica del Lager e delle sue nequizie, come la accompagnano le testimonianze di alcuni internati italiani.

Con le loro parole vogliamo coronare la rievocazione perché, in aggiunta al resoconto dei fatti nella loro cruda evidenza che abbiamo cercato di riferire, rendono le sofferenze patite dai deportati sulla propria pelle. Riportate in sequenza, come faremo, queste tristi testimonianze suonano come un’elegia dolente che resta nella mente e nel cuore, e serve ancora di più a non dimenticare.

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Auschwitz III (Monoiwitz): Distribuzione della zuppa ai deportati che lavorano nella IG Farben

Il primo testimone è Leopoldo Schonhaut, in una lettera in cui prima di “Cara Licia” ci sono le parole in  tutte maiuscole: “Ho sentito che Mariuccia ha comperato una…..[disegno di lei con una bicicletta dalle ruote contorte]. Ti riporto la tua bicicletta. Non spaventarti non mi sono fatta niente [disegno di una ragazza con le mani nei capelli]”. Si trova a Trieste nel carcere Cotroneo dopo l’arresto a Stresa il 17 dicembre 1943 con l’unica “colpa” di voler andare in Svizzera, ed ecco cosa scrive prima di dire in tutti i particolari come assiste amorevolmente un “povero vecchietto” compagno di cella: “Fino ad ora sono ancora qua ma sento nell’aria che si avvicina l’ora della partenza, giorno per giorno partono convogli, per ora i liberi lavoratori e poi quelli che entrano nei campi di concentramento”. E’ datata “28. 8. 44”; poco dopo, nel settembre, è il suo turno di partire per  Auschwitz, muore dopo sei mesi nel marzo 1945 nel sottocampo di Flossenburg in Baviera.

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Alfred Kantor, “Ragazze con le teste rasate nel campo delle donne. lavoro da uomini con il freddo con vestiti sottili“, 1945, disegno

A Flossenburg viene invece liberato il 23 aprile 1945 Martino Godelli, che era stato arrestato a Fiume il 25 gennaio 1944 e portato a Birkenau il 2 febbraio, morirà a 92 anni nel 2014 in Israele: “Ero diventato un ‘Kanada-Rampa’, quelli che scaricavano la gente, li mettevano in fila, controllavano che non portassero con sé le valige.  Di solito lavoravamo dodici ore, dalla mattina alle sei alla sera alle sei, ma spesso facevamo la notte. Eravamo ‘hundert’, un centinaio per volta. A non era un lavoro come gli altri. Lavoravamo con le SS di fianco, coi cani: botte da orbi per tutti! Il nostro lavoro era una cosa orribile. Dovevamo stare continuamente a contatto con gente che noi sapevamo che andava a morire, ma loro non sapevano. E logicamente noi non gli avremmo detto niente.. I nuovi arrivati stavano tranquilli, tranquilli… si mettevano in fila”. Fino alla nota patetica: “ Uno shock era quando  noi, con le righe, prendevamo le borsette alle donne, dove tenevano, non so, qualche zloty, una fotografia. Noi strappavamo le borsette e le buttavamo lì sul mucchio. Boom… nel mucchio! Rispetto alla vita, una borsetta non è niente, ma per loro…”.

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Birkenau, “Zentralsauna”, la doccia dopo l’immatricolazione, questa volta acqua e non gas,1944

I ricordi dell’arrivo dei deportati sulle “Rampe”

E’ un “Kanada-Rampa” sulla Bahan Rampe anche Nedo Fiano, dal tocco di umanità delle borsette all’orrore della deportazione. Arrestato a Firenze il 6 febbraio 1944, giunge ad Auschwitz da Fossoli il 23 maggio, finché il 26 ottobre sarà trasferito in altri campi fino a Buchenwald, dove è liberato nell’aprile 1945, diventa manager e testimone della Shoah anche con il libro del 2003 “A-5405. Il coraggio di vivere”, muore a 95 anni nel 2020.

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Birkenau, La “Zentralsauna” dopo la liberazione delle truppe sovietiche, 1945

Ecco cosa scrive: “Sulla rampa vedo l’arrivo di questi prigionieri nelle condizioni più tragiche: affamati, assetati, stanchi, molti impauriti, quando non terrorizzati. La discesa dai vagoni era come una fiumana, perché questi vagoni venivano aperti tutti insieme da diversi militari: si aprivano e prorompeva questa vita di  gente sofferente, di gente angosciata  e molto spesso di gente quasi morente. Era un rigurgito terribile, terribile: scene strazianti di persone quasi impazzite che uscivano fuori, quasi morte di sete o di fame”.

Wladyslaw Siwek, Selezione di donne a Birkenau, Polonia 1945, acquerello su carta

Dopo l’arrivo, la situazione peggiora, per quanto sembri impossibile:“E poi noi trovavamo i morti sui vagoni, trovavamo gli handicappati che non potevano scendere, c’erano i bambini, c’era tutto un campionario di sofferenza. Gli ufficiali davano comandi secchi e selezionavano chi doveva vivere e chi doveva morire: gli uomini divisi dalle donne, bambini che piangevano, le madri che li stringevano al petto”. E  tutto questo in un crescendo di furia belluina: “Quindi le loro urla, i loro cani, i loro bastoni, le loro fruste e tutti i mezzi possibili per tenerli in ordine  come se fossero stati un gregge di pecore, un gregge di animali. In quei pochi metri quadri si decideva chi doveva entrare nel campo e chi doveva entrare nel forno crematorio”.

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Auschwitz-Birkenau, Cadaveri di ex deportati trovati dinanzi alle baracche, febbraio 1945

Altri particolari sul lavoro alla “Bahan Rampe” lo forniscono tre arrestati a Roma nel marzo-aprile 1944, tradotti da Fossoli ad Auschwitz nel marzo-aprile 1944, sono vissuti rispettivamente 82, 80, 88  anni. Benedetto Viviani ricorda che doveva andare a “prendere i pacchi e portarli al camion. O  a prendere i morti e buttarli sul camion. Facevamo una  settimana de matina e una settimana de notte”.  E Raimondo Di Neris: “’A gente era scesa, andava via, e noi pulivamo, Dio, che trovavo dentro…”. Mentre Angelo Calò va oltre il suo lavoro: “Quando andavo a lavorare sulla Rampa, sapevo quello che succedeva ai bambini e ai malati, allora dicevo alle madri coi bambini: ‘Nicht krank, nicht krank, du gut!’ Strappavo i bambini dalle loro braccia e li davo in mano alle vecchie. Quando potevo parlare, dicevo sempre a tutti: ‘Non datevi malati!’ Ma dovevo stare attento al tenente tedesco che urlava: ‘Sabotage, sabotage!’”.

Janina Tollik, Il vestibolo della morte, cortile del blocco 25 del Frauenlager, con le deportate
da eliminare perchè non sono più in grado di lavorare

I ricordi della “selezione” iniziale e dell’”eliminazione” finale

Come fosse giustificato tutto questo lo dimostra Alberto Sed, anch’egli giunto ad Auschwitz da Fossoli il 23 maggio 1944  dopo l’arresto a Roma due mesi prima, il 23 marzo con la famiglia, sarà poi trasferito in altro lager in Turingia e liberato nell’aprile 1945, vissuto 91 anni, ha scritto “Sono stato un numero”. Ricorda: “Vedevi le facce  delle persone, vedevi gente giovane e a un certo punto dicevi: ‘Perchè  ‘ste cose qui… perché?’ Che bisogno c’era d’ammazzà  i regazzini, così”. E poi pensa: “’Intanto questi  ci vogliono distruggere, ci stanno riuscendo’. Nun c’era niente da fa, nun c’era difesa”. Ed eccone la dimostrazione, vede due tedeschi, e uno di loro  ordina a “un altro del Kommando” con un infante: “Férmete! Il regazzino nun l’appoggiare, ma lancialo dentro il caretto”. Così l’“altro del Kommando”, internato come lui, “ha dovuto prendere il regazzino e buttarlo. ‘Sto regazzino poteva  ave cinque, sette mesi poi  piangeva… Quando questo l’ha buttato, inaspettatamente uno dei due ha tirato fuori la pistola… e c’ha fatto il tiro a segno”.  

Kolin, Repubblica Ceca, Deportati evacuati su vagoni scoperti da Auschwitz verso i lager del Reich dinanzi all’avenzata dei sovietici, 24 gennaio 1945

E chi superava la “selezione”? Jolanda Marchesich, slovena, arrestata con il padre nel giugno 1944, dal carcere Cotroneo di Trieste ad Auschwitz nell’agosto, trasferita a Mathausen dove è stata  liberata il 5 maggio 1945, vissuta 93 anni, racconta: “Ci portarono in una grande camerata. Ma prima ancora ci portarono via tutto. Dovevamo spogliarci, lasciare tutte le nostre cose. Poi ci  rasarono, poi ci diedero la coperta, mentre dietro a noi, dietro le vetrate, c’erano i tedeschi”. E in questa notazione c’è tutto il pudore femminile dinanzi agli aguzzini divenuti “guardoni”. Continua così: “Noi non ci riconoscemmo più. Stavamo strette una all’altra, ma non sapevamo a chi… Poi ci misero in fila per il tatuaggio… Ci tatuarono il numero e da allora diventammo un numero. E questo è il numero sul braccio, 82954”.

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Naomi Judkowski, Infermeria (Revier), appello al matttino “Solo tre morte, le altre vivono ancora” 1945

Passare dal lavoro nella “Kanada Rampe” al “Sonderkommando”, vuol dire passare dal dramma della “selezione” all’orrore dello “sterminio”, dai binari e vagoni alle  camere a gas e forni crematori. Un racconto agghiacciante, pubblicato nel libro  “Sonderkommando Auschwitz”, è di Shlomo Venezia, deportato da Atene ad Auschwitz nell’aprile 1944, vivrà 89 anni. L’inizio della fine, quando dalla Rampa i “selezionati” per l’eliminazione venivano fatti entrare nel cortile del “Krematorium”: “La gente, poi, si immetteva in un atrio,  e si infilavano nella camera a gas. Le prime persone che entravano, di solito le donne, istintivamente si mettevano sotto le bocche delle docce, in attesa che venisse fuori l’acqua. Credevano che arrivava l’acqua, invece continuava e entrare gente, c’era sempre meno spazio. Alla fine  si mischiavano donne, bambini, uomini. Allora cominciavano a dubitare. Cercavano di tornare verso l’ingresso, ma entravano in opera i due tedeschi che stavano all’entrata. Entrato anche l’ultimo, veniva chiusa la porta. Erano stipati come le sardine”.

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Birkenau, Carro con cadaveri in attesa di essere sepolti, febbraio 1945

Ed ecco la fine: “La camera a gas era sotto terra. Sopra c’erano delle botole.  Lì il tedesco apriva la scatola del Zyklon B , erano sassolini. Si metteva la maschera e buttava tutto dentro. Prima di iniziare  a lavorare toccava aspettare un bel po’, una ventina di minuti, anche di più. Venivano accesi  dei ventilatori e di sopra levavamo i coperchi: dovevamo far arieggiare un po’ questa camera, per fare uscire almeno una parte del gas. C’erano i ragazzi addetti a portar fuori i cadaveri. Poi, quando tutto era finito,  entravano dei ragazzi con le pompe per pulire per terra, anche le pareti. I muri venivano ogni volta imbiancati”.

Naomi Judkowski, Evacuazione, da Auschwitz verso Breslavia il 18 gennaio 1945,
a sin, viene ucciso sulla strada chi non riesce a tenere il passo, Varsavia 1945

A questo punto il macabro lavoro, quindi la catena di montaggio dell’orrore: “Il mio compito era quello di tagliare i capelli alle donne, solo alle donne, perché erano quelle che avevano i capelli lunghi e le trecce. E il ‘dentista’, vicino a me, altro non doveva fare che levare via i denti ai cadaveri, denti d’oro, protesi. Poi i corpi venivano portati vicino al montacarichi: lì c’erano due addetti che li prendevano, li buttavano sopra e li facevano salire su, a pianterreno, nella sala dove c’erano i forni crematori”.

Mieczyslaw Koscielniak, Bruciatura di documenti il 18 gennaio 1945, Polonia 1972

I ricordi accorati di chi non è tornato

Nel “Sommerkommande” del “Krematorium”, con Shlomo, il fratello Maurice Venezia, i cugini Dario e Jaacob Gabbai, deportati insieme a lui, salvi per l’evacuazione a Mathausen, poi vissuti  92, 98, 81 anni; e Nicolò Sagi , arrestato a Fiume nel marzo 1944, insieme a madre, moglie e figlio Luigi,  deportato il mese dopo con madre e figlio dalla Risiera di San Saba – solo la moglie vi restò perché cattolica – e ucciso nel lager il 7 ottobre 1944 a 58 anni. Ecco il ricordo accorato del figlio  Luigi Sagi : “Lui era al crematorio IV. Una volta l’ho visto, papà, e quello fu un trauma. Mi chiamarono,  era a metà dell’estate, non so esattamente che giorno: papà aveva corrotto le SS, i Kapos e mi fu concesso di entrare nel blocco 13 per cinque minuti. E lì rividi mio padre. Mi abbracciò. Mi disse: ‘Abbi forza, non pensare a me perché io ho già passato una guerra, quindi io me la caverò. Tu cerca di risparmiare le forze. Tu pensa a te stesso. Fatti coraggio, resisti!’. E mi disse anche: ‘T’aiuterò’. E lo vidi piangere. L’incontro è durato non più di cinque minuti. Non l’ho mai più rivisto. Mi fece giungere di tanto in tanto delle monete d‘oro, poi naturalmente lui morì durante la rivolta del 7 ottobre”.

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Auschwitz, Deportati italiani e sloveni liberati, tra cui la triestina Cirilla Marc, febbraio-marzo 1945

Roberto Benigni in “La vita è bella” , sembra quasi evocare il finale del figlio salvo, anche se di età ben diversa, e il padre morto da martire nella rivolta contro i carnefici.

Altrettanto accorato il ricordo di Giacobbe Modiano, deportato da Rodi nell’estate del 1944, con  i figli Samuel di 14 anni e Lucia di 17 anni, stroncata dagli stenti, nel settembre si consegnò stremato all’infermeria del “Revier” dove fu “selezionato” e poi eliminato. Il figlio Samuel Modiano ne parla così, con riferimento alla morte della sorella che non resistette alle sofferenze del Lager: “Poco tempo dopo è toccato anche a mio papà, che era  un uomo forte, duro. Era un pezzo d’uomo e aveva un carattere forte, però non aveva accettato quella vita. Io e lui dormivamo nello stesso letto, uno vicino all’altro. Mi ricordo qualche carezza che mi faceva, qualche abbraccio, forse per darmi coraggio… poi s’è lasciato andare, non ha reagito come  avevo fatto io. Aveva rifiutato completamente di combattere, non voleva farsi accorgere. Ma io l’avevo capito. E poi non ha accettato la fine di mia sorella… poco tempo dopo se n’è andato”.

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Zbigniew Ofinowski, Marcia di evacuazione, da Auschwitz a 60 Km da Wroclaw, Slesia , Rubnik 1946

Una fine ugualmente dolorosa quella di Vanda Maestro, a soli 25 anni, evocata da Luciana Nissim, entrambe arrestate e deportate da Fossoli con Primo Levi, come abbiamo ricordato al termine del primo articolo citando la cartolina postale da loro firmata e spedita all’amica mentre il treno che li portava ad Auschwitz il 22 febbraio 1944 transitava per Bolzano: “La mia amica Vanda… Andavo a vederla ogni sera. Evidentemente. Vanda è stata una sommersa subito. Le si sono subito gonfiate le gambe, si trascinava a stento, non si lavava, mentre io mi lavavo tutti i giorni. Era un modo di mantenere un minimo di coerenza con se stessi. Era un modo per sopravvivere, sì”.

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Birkenau, Alcuni bambini sopravvissuti escono dalla baracca del BIIe, già “Zigeunerlager”, dopo la liberazione, tra i superstiti le sorelline italiane Andra e Tatiana Bucci, fine gennaio 1945

La situazione precipita: “Quando sono stata trasferita, in settembre, l’ho vista l’ultima volta. Era in un blocco di convalescenza. Me la ricordo tutta rattrappita, stesa per terra, stanca, malandata. Ha detto: ‘Fai bene ad andare via… se avrai una bambina, chiamala Vanda’”. Ed ecco la tragica conclusione: “M’han detto poi che un mese dopo l’hanno selezionata, ma che alcune amiche le hanno dato un sonnifero, così lei si è addormentata, è arrivata addormentata. Ho avuto una bambina che è nata morta. La bambina  che ho avuto si chiamava Vanda”. La Nissim, entrata dopo l’8 settembre nelle file della Resistenza, in un trasferimento verso un lager tedesco era riuscita a fuggire e a nascondersi  in un bosco fino all’arrivo degli americani, è morta a 79 anni.

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Birkenau, Corteo di casse con salme dopo la liberazione verso la fossa ad Auschwitz, 28 febbraio 1945

Conclusioni

E il lavoro? Raffrontiamo il motto all’ingresso di Auschwitz, “ Arbeit Macht Frei”, cioè “Il lavoro rende liberi”, alle parole di Ottaviano Danelon: “Chi moriva per primo? Quello che lavorava. Il lavoro era determinante per l’eliminazione”. E allo sfogo accorato di Luigi Sagi: “ Otto chilometri al giorno per andare  a lavorare, con quella minestra  schifosa, con la diarrea che avevamo, con la febbre tifoidea. Io mi chiedo ancora oggi come ho fatto a tirare avanti. E’ incredibile”.

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Birkenau, Deportati malati, dopo la liberazione vengono trasferiti all’ospedale
allestito nei blocchi dello Stammlager di Auschwitz, marzo 1945

Il sopravvissuto ha usato la parola “incredibile” per la propria resistenza. Ma va riferita a tutto l’orrore documentato nella mostra ed è un eufemismo, perché sembrerebbe inimmaginabile, anche al di là dell’incubo più cupo e allucinato, che tale orrore sia avvenuto. Eppure è avvenuto, e per questo potrebbe tornare. “Il sonno della ragione genera mostri”, è stato detto, e la ragione anche se  ora appare sveglia – e non dovunque – potrebbe riaddormentarsi. Questo verrà  evitato quanto più resterà viva la coscienza dei rischi che torni l’imbarbarimento delle coscienze sempre in agguato. Tanto più che non sempre la storia è maestra di vita, bisogna vigilare perché certe aberrazioni non si ripetano, e rievocarle ricostruendone le modalità criminali e disumane aiuta di certo a scongiurarle.

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Sopravvissuti ad Auschwitz alla frontiera tra Ungheria e Jugoslavia, a dx Paola Cencic, alla sua dx Polda Grunden, dietro loro la sorella di Paola, Rosa Cencic, l’altra sorella Amalia Cencis morta, a sin. Maria Rudolf ed Elena Jarc, agosto 1945

Quindi dobbiamo essere grati agli organizzatori della mostra al Museo della Shoah, ai ricercatori e curatori Sara Berger e Marcello Pezzetti per l’impegno costante nel documentare l’incredibile e l’inimmaginabile dando l’evidenza visiva  che dà sostanza all’ammonimento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”.

Lidia Maksimowics, dopo il bacio di Papa Francesco al tatuaggio 70072 impresso sulla sua schiena, ha lanciato questo appello alle nuove generazioni tramite Vatican News e la Radio Vaticana: “Nelle vostre giovani mani c’è il futuro del mondo. Ascoltate le mie parole, andate a visitare Auschwitz e Birkenau e facciate in modo che non torni mai più questa atrocità. Quella storia non deve più ripetersi”. Perchè, pur se incredibile e inimmaginabile, e aggiungiamo umanamente inconcepibile, “questo è stato”!

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Edoardo Finzi dopo la liberazione da Auschwitz, febbraio-marzo ’45
Se questo è un uomo….

Info

Fondazione Museo della Shoah, Casina dei Vailati,Via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì ore 10-13, sabato chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.68139598. Catalogo “Dall’Italia ad Auschwitz” di Sara Beger e Marcello Pezzetti, Gangemi Editore International, gennaio 2021, pp. 256, formato 17 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e notizie del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli: nel sito www.arteculturaoggi.com sulle mostre alla Casina dei Vailati il 28 ottobre, 2 novembre e 19 aprile 2017, al Vittoriano il 24 novembre 2013, 5 giugno 2014, 1° febbraio 2016; in cultura.inabruzzo.it, sulla cultura ebraica 22 agosto 2009 (l’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli – disponibili – saranno trasferiti su altro sito).

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Edoardo Finzi negli anni ’40, con la sua umanità intangibile
Questo è un uomo…

Foto

Le immagini – tranne quella di chiusura – sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, la Fondazione Museo della Shoah che ce lo ha cortesemnte fornito, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Si sono alternate immagini d’epoca del lager con i disegni dei sopravvissuti, in un film dell’orrore, si riferiscono alla 4^ sezione della mostra. In apertura, Liliana Segre, deportata ad Auschwitz a 13 anni, nominata senatrice a vita il 19 gennaio 2018 dal presidente Sergio Mattarella, nella 1^ seduta della XVIII legislatura 23 marzo 2018; seguono, Birkenau. Ebree ungheresi, appena rapate, vestite male e immatricolate, pronte all’appello, luglio 1944, e Jerzy Potrzebowski, Deportati non abili trasferiti ai sottocampi con le camere a gas di Birkenau,1950; poi, Liliana Segre a 13 anni, poco prima della deportazione ad Auschwitz, 1943, e Jan Komski, Tempo di cena (Obiad) , Auschwitz, 1970-80; quindi, Birkenau, settore BII: Interno di una baracca, con le scritte (tipo “Il lavoro rende liberi”…) “L’onestà è la miglior moneta”, “Il parlare è d’argento, il tacere è d’oro”, “Un pidocchio la tua morte”, febbraio 1945, e M.M. (anonimo): Il blocco 12, “della morte”, con gli “incurabili” “selezionati”e uccisi, 1942-44, pastello; inoltre, Birkenau, settore BIa: Interno di una baracca “per la quarantena maschile”, con le fetide latrine, e Alfred Kantor, Scena di fame (Hungerszene), barile di zuppa, baracca BTb 1945; ancora, Auschwitz III (Monowitz), Kommando di lavoro, i deportati vanno verso le fabbriche della Buna, 1944, e Alfred Kantor, Appello dal primo mattino alla tarda notte, a Birkenau, 1945; continua, Birkenau, Deportati lavorano per costruire magazzini per le patate, 1943, e Mieczyslaw Koscielniak, Appello nel campo-madre, ad Auschwitz, 1972-73, olio su tela; prosegue, Auschwitz, Le officine siderurgiche Weichsel-Union-Metallwerke, dove lavorò anche Liliana Segre, e Naomi Judkowski, “Punizione durante l’appello”, in ginocchio, a mani alzate, prese a calci 1945; poi, Auschwitz, Deportati al lavoro nell’officina DAM (Deutsche Ausrustungswerke) gestita dalle SS, e Alfred Kantor, Punizione per l’accusa di “ladro di zuppa”, inferta da altri deportati 1945, disegno; quindi, Auschwitz III (Monoiwitz): Distribuzione della zuppa ai deportati che lavorano nella IG Farben, e Alfred Kantor, “Ragazze con le teste rasate nel campo delle donne. lavoro da uomini con il freddo con vestiti sottili“, 1945, disegno; inoltre, “Zentralsauna”, doccia dopo l’immatricolazione, questa volta acqua e non gas, e Birkenau, La “Zentralsauna” dopo la liberazione delle truppe sovietiche, 1945; ancora, Wladyslaw Siwek, Selezione di donne a Birkenau, Polonia 1945, acquerello su carta, e Auschwitz-Birkenau, Cadaveri di ex deportati trovati dinanzi alle baracche, febbraio 1945; continua, Janina Tollik, Il vestibolo della morte, cortile del blocco 25 del Frauenlager, con le deportate da eliminare perchè non sono più in grado di lavorare, e Kolin, Repubblica Ceca, Deportati evacuati su vagoni scoperti da Auschwitz verso i lager del Reich dinanzi all’avanzata dei sovietici, 24 gennaio 1945; prosegue, Naomi Judkowski, Infermeria (Revier), appello al matttino “Solo tre morte, le altre vivono ancora” 1945, e Birkenau, Carro con cadaveri in attesa di essere sepolti, febbraio 1945; poi, Naomi Judkowski, Evacuazione, da Auschwitz verso Breslavia il 18 gennaio 1945, a sin, viene ucciso sulla strada chi non riesce a tenere il passo, Varsavia 1945, e Mieczyslaw Koscielniak, Bruciatura di documenti il 18 gennaio 1945, Polonia 1972; quindi, Auschwitz, Deportati italiani e sloveni liberati, tra cui la triestina Cirilla Marc, febbraio-marzo 1945, e Zbigniew Ofinowski, Marcia di evacuazione, da Auschwitz a 60 Km da Wroclaw, Slesia , Rubnik 1946; inoltre, Birkenau, Alcuni bambini sopravvissuti escono dalla baracca del BIIe, già “Zigeunerlager”, dopo la liberazione, tra i superstiti le sorelline italiane Andra e Tatiana Bucci, fine gennaio 1945, e Birkenau, Corteo di casse con salme dopo la liberazione verso la fossa ad Auschwitz, 28 febbraio 1945; ancora, Birkenau, Deportati malati, dopo la liberazione vengono trasferiti all’ospedale allestito nei blocchi dello Stammlager di Auschwitz, marzo 1945; continua, Sopravvissuti ad Auschwitz alla frontiera tra Ungheria e Jugoslavia, a dx Paola Cencic, alla sua dx Polda Grunden, dietro loro la sorella di Paola, Rosa Cencic, l’altra sorella Amalia Cencis morta, a sin. Maria Rudolf ed Elena Jarc, agosto 1945; infine, Edoardo Finzi dopo la liberazione da Auschwitz, febbraio-marzo ’45. Se questo è un uomo…., e Edoardo Finzi negli anni ’40, con la sua umanità intangibilr. Questo è un uomo…; in chiusura, Il commiato tra Papa Francesco e Silvia Maksymowicz, dopo il bacio al tatuaggio di Auschwitz.

Il commiato tra Papa Francesco e Silvia Maksymowicz, dopo il bacio al tatuaggio di Auschwitz

Auschwitz-Birkenau, 1. Il calvario degli italiani deportati, alla Casina dei Vailati

Il bacio di Papa Francesco al tatuaggio di Silvia Maksymowicz, polacca di origine bielorusse, deportata ad Auschwitz all’età di 3 anni con la madre, nell’udienza generale del 26 maggio 2021 in Vaticano, ha riportato tutti alla tragedia della Shoah. Silvia si è salvata ma non ha più trovato la mamma, è stata adottata, e quando l’ha ritrovata da adulta non ha lasciato la famiglia che l’aveva cresciuta, in una somma di sentimenti filiali. Porta tre regali al Papa, per “memoria” un fazzoletto con la P di Polonia, “per preghiera” un rosario con il ricordo del papa polaccoper “speranza” un dipinto con la madre sul cupo binario di Auschwitz-Birkenau. Apriamo così il nostro racconto della mostra che rievoca la via crucis degli italiani in quei luoghi di disumanità e di morte, come in un film in cui le immagini – fotografie reali e disegni angosciosi – sono più eloquenti delle parole.

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Papa Francesco bacia il tatuaggio di Auschwitz sul braccio di Silvia Maksymowicz, 26 maggio 2021

di Romano Maria Levante

La mostra “Dall’Italia ad Auschwitz”, inaugurata nel “giorno della memoria” il  21 gennaio 2021 a cura della Fondazione Museo della Shoah, che l’ha realizzata nel cuore del quartiere romano intorno al Portico d’Ottavia, la Casina dei Vailati, rievoca la deportazione degli italiani esponendo documenti e livide  immagini del lager, e anche moltissime fotografie nei momenti felici dei nostri connazionali deportati spesso in festosi gruppi di famiglia con l’accurata ricostruzione delle loro biografie. Non si tratta, dunque, della rievocazione impersonale di una tragedia, ne viene fuori una storia, personale e collettiva, quanto mai toccante. Curatori della mostra, come di quelle precedenti, e del Catalogo di Gangemi Editore,Sara Berger e Marcello Pezzetti.

Birkenau, Binario 3, a dx, treno con ungheresi, binario 2, a sin. treno già “ripulito”, maggio 1944

Il meritorio ciclo di mostre documentarie sulla inenarrabile tragedia epocale della Shoah  nella sua nuova tappa  analizza con la consueta accuratezza il tremendo itinerario “Dall’Italia ad Auschwitz”, esponendo i  risultati dell’approfondita ricerca che ne è alla base. E lo fa senza esprimere la forte  indignazione, anzi l’esecrazione e la rivolta dinanzi a tale orrendo crimine contro l’umanità con le parole di fuoco che meriterebbe, ma presentando i fatti nella loro evidenza con una documentazione  sconvolgente.

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Auschwitz,, Foto aerea,15^ US Army Air Force, 13 settembre 1944

Sono esposte le fotografie da album di famiglia dei singoli e di interi gruppi familiari non sopravvissuti, come quelle riprese nel lager e reperite per la mostra, fino a una ricca serie di disegni di sopravvissuti che riescono a sopperire all’assenza di immagini d’epoca, alcuni utilizzati come prove nei processi contro gli aguzzini, e ai ricordi  che fanno rivivere le terribili condizioni di vita dei deportati con le angosce di chi ne conosceva il tragico destino e le ingenue attese di chi ne era inconsapevole fuorviato dalla mistificante messa in scena.

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Tarnow, Cracovia, Primo treno con 758 deportati polacchi per Auschwitz, 14 giugno 1940

Dieci sono i temi e momenti  – che corrispondono ad altrettante sezioni nell’allestimento espositivo –  su cui si richiama l’attenzione del visitatore della mostra e del lettore dell’istruttivo Catalogo, a partire dalla descrizione del “Kl Auschwitz”, del quale si ricostruiscono le diverse fasi di un’utilizzazione sempre più criminale.

Il sistema “concentrazionario” Auschwitz-Birkenau

Si inizia con la 1^ parte di una storia che si dipana come un film dalla “suspence” crescente, “Il complesso di Auschwitz-Birkenau”, l’infernale sistema “concentrazionario” formato dal blocco iniziale e dall’aggiunta successiva di un campo di dimensioni molto maggiori e di tanti “sottocampi”.

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Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz. Un treno di deportati all’arrivo, 1940, disegno a tempera

“KL Auschwitz” è la prosecuzione e l’acme della vicenda dei lager tedeschi, “luoghi di detenzione” appositi realizzati dal 1933 per internarvi gli oppositori politici del nazismo, poi estesi a diverse categorie di “asociali”, in una prima fase senza alcun riferimento agli ebrei. Tali lager, alcuni tristemente noti quanto  Auschwitz – come Dacau, Mathausen, Buchenwald – e   i 3 “campi principali” Sachsenhausen, Flossenbug e Ravensbruck, sono entrati in funzione tra il 1933 e il 1939 in una escalation che li fa aggiungere via via mentre il numero di internati “normali”, che il 1° settembre 1939 era di 21.400, era più che raddoppiato in 53.000 a fine 1940.

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Auschwitz, Arrivo di prigioneri di guerra sovietici, autunno 1941

Questo in Germania, poi con l’occupazione della Polonia e l‘intento di “germanizzarla”  vi  furono realizzati campi di internamento, Auschwitz  fu il secondo, aperto il 27 aprile 1940 come campo base, “Stammlager”, ai confini dell’Alta Slesia annessa al Reich. L’intento era di internarvi i membri della resistenza, un mese e mezzo dopo ne arrivarono 728, tra cui alcune diecine di ebrei; in totale,  i non ebrei polacchi internati saranno 150.000, metà non sopravvisse, e 25.000 saranno i prigionieri non ebrei da altri paesi, soprattutto prigionieri di guerra sovietici.  Il campo assumerà varie funzioni nel tempo, di solo transito e di concentramento, lavoro all’interno o smistamento verso aziende,  fino a che la funzione principale diventerà di esecuzione e sterminio.

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Wladyslaw Siwek, Scavo delle fondamenta del blocco 15,1948, disegno a tempera

Nella primavera del 1941 con l’ “Aktion 14f13” prende avvio il criminale progetto di eliminare gli “inabili al lavoro” , l’attuazione inizia ad Auschwitz a luglio con 575 eliminati mediante il gas a Sonnesein perché nel campo non c’erano ancora le camere a gas realizzate a settembre per eliminare, in base al nuovo ”Aktion 14f14”, i prigionieri di guerra sovietici, erano 15.000.  Il complesso “Auschwitz I – Stammlager”  fu potenziato notevolmente aggiungendo al “campo base “ iniziale il campo molto più vasto “Auschwitz II – Birkenau”,  in una prima fase destinato ai prigionieri di guerra sovietici – vi sarà spostata la sezione femminile attivata nella primavera del 1942 – e “Auschwitz III –  Buna Monowitz”,  campo di lavoro per l’industria chimica IG Farben.

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Auschwitz, L’interno del campo,1944

Viene presentata la visione aerea, con nuove mappe assonometriche dell’architetto Peter Siebers, dalle 70 baracche circa del lager originario si passa alle 350 baracche che abbiamo contato nella pianta di Birkenau. Ci sono anche fotografie delle baracche e immagini di deportati, unite a disegni di internati realizzati anni dopo, con una visione  resa lucida dalla memoria di ciò che non si può dimenticare, e lascia l’angoscia nel cuore.

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Birkenau, Foto aerea ,15^ US Army Air Force, 31 maggio 1944

Con “Auschwitz- Birkenau. Lo sterminio sistematico” si comincia a delineare la Shoah: il grande campo di Birkenau fu destinato all’eliminazione degli ebrei appena i prigionieri di guerra sovietici, per i quali era stato progettato nel settembre 1941, furono portati a lavorare nella grande industria. Il 20 gennaio 1942  a Berlino, precisamente a Wannsee, si pianifica la sorte degli ebrei d’Europa, e Auschwitz viene scelta per l’ubicazione  strategica, con il nodo ferroviario e il notevole ampliamento in costruzione; due fattorie di contadini sono adibite a camere a gas (Bunker I e II), con sepoltura e cremazione.

Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz, vigilia di Natale 1940, dipinto a olio su tela

Nei mesi successivi gli ebrei vengono deportati a Birkenau da Slovacchia  e  Francia iniziando a marzo, da Polonia e Reich a  maggio, dall’Olanda a luglio, da Belgio e Croazia ad agosto, da Theresiendstat a ottobre, dalla Norvegia a dicembre; anche le strutture di internamento ed eliminazione di altre località sono attivate. Nel 1943 inizia lo “sterminio sistematico” in quattro giganteschi complessi con spogliatoi, camere a gas, e forni crematori, “Krematorium” da II a V, mentre arrivano a Birkenau ebrei dalla Grecia e dall’Italia; inoltre più  di 23 mila rom e sinti soprattutto dal Reich, vengono raccolti  in un settore speciale e messi a morte.

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Birkenau, Costruzione della Komandantur, 1944

Nell’anno che precede la fine della guerra, il 1944, si ha l’arrivo degli ebrei dall’Ungheria nella “Ungarn-Aktion” e da altre parti d’Europa, l’organizzatore è Adolf Eichman. Tranne gli ebrei dei ghetti polacchi, gli altri credono di andare in campi di lavoro, non pensano allo sterminio. La contabilità di Birkenau è agghiacciante: 1.110.000 internati, dei quali 850.000 uccisi, un’ecatombe! Le immagini iniziali della mostra documentano il campo, con piante, ricostruzioni e fotografie di alcuni momenti.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, primavera-estate 1944

La deportazione degli italiani

Ed ecco l’umanità calpestata e sfregiata nella 2^ parte, La deportazione ebraica e politica dall’Italia ad Auschwitz-Birkenau – I trasporti”: dai luoghi delle retate e del carcere per gli arrestati, ai convogli per le deportazioni fino alla destinazione; oltre alle notizie,  una galleria fotografica degli album di famiglia delle vittime nei momenti lieti, quando nessuno poteva pensare che degli innocenti fossero vittime della deportazione fino alla spietata eliminazion, spesso all’arrivo da un viaggio disastroso, follia nella follia.

Famiglia Gavijon, Roma: da sin., Susanna, Salvatore, la madre Rea Pardo , il padre Sabino, in prima fila, Leone,. Elia, Marco Mordo, unico sopravvissuto ulimo a destra David non deportato, Trieste, 1939

”La deportazione degli ebrei” italiani con l’intervento della nostra polizia inizia sei anni dopo le leggi razziali del 1938  alle quali seguì, nel 1940, l’internamento e non la deportazione, anzi nelle terre di occupazione le nostre autorità proteggevano gli ebrei non consegnandoli ai tedeschi. Era la polizia tedesca che faceva le retate, come quella del 16 ottobre 1943 a Roma; in Friuli-Venezia Giulia continuerà così, gli arrestati passeranno dal carcere di Trieste al campo di transito della Risiera di San Sabba, e di lì in treno ad Auschwitz, con gli ebrei viaggiavano i deportati “politici”, uomini e donne.

Elio Morpurgo, Udine, 1858-1944, senatore dal 1920, ucciso ad Auschvitz aprile 1944

Dopo l’istituzione della Repubblica di Salò –  seguita alla liberazione di Mussolini che era stato arrestato dal re Vittorio Emanuele III e tenuto prigioniero sul Gran Sasso e all’armistizio dell’8 settembre 1943 – la situazione degli ebrei in Italia cambiò radicalmente sulla spinta criminale dei tedeschi occupanti, non più alleati e anche vendicativi: l’Ordinanza del  30 novembre 1943  incaricò la polizia italiana di arrestare gli ebrei, portati prima nei campi provinciali e nelle carceri locali, e di lì  al campo di Fossoli nei pressi di Carpi  in provincia di Modena. La gestione di Fossoli passò ai tedeschi che organizzarono le deportazioni da febbraio ad agosto 1944, quando fu chiuso e la raccolta e il transito furono trasferiti al nuovo campo di Bolzano-Gries.

Famiglia Bondi, Roma: da sin., Benedetto, il padre Leone, Fiorella, Giuseppe, la madre Virginia Piperno,, 1939, deportati il 16 ottobre 1943 con altri 3 figli Elena, Anna, Umberto da 4 ad 11 anni, tutti uccisi all’arrivo a Birkenau il 23 ottobre

Sul viaggio in treno nei carri-bestiame,  Pio Angelo Rigo, catturato in uno scontro con i partigiani il 7 marzo 1944, vissuto fino a 89 anni, in “Il triangolo di Gliwice” così descrive il trasferimento da Auschwitz a Buchenwald dove sarà liberato tre mesi dopo nell’aprile 1945: “Stretti come acciughe, nei momenti di sbandamento dei carri, quelli che  erano al centro, stanchi e deboli, cadevano a terra senza riuscire a rialzarsi, rimanevano soffocati sotto i compagni”.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.- estate 1944, 2^ foto

Ecco la tragica contabilità: dall’Italia furono deportati ad Auschwitz 6.500 ebrei, “di questi 5.578 non fanno ritorno” è la cronaca secca quanto impietosa, sono sopravvissuti soltanto 922.  La retata con deportazione del 16 ottobre 1943 a Roma segnò lo spartiacque perché la “razzia” riguardò non solo gli uomini ma anche le donne e i bambini. Caduta così la maschera ai nazisti,  gli ebrei italiani cercarono rifugio soprattutto nei conventi e negli ospedali: ci furono anche dei delatori, ma molti privati li nascosero rischiando, altri ebrei espatriarono soprattutto in Svizzera o entrarono nella Resistenza. Ricordiamo che tra le forze di liberazione c’era anche una brigata ebraica.

Club Maccabi, Rodi: 3° da sin. Yosef Alcana, pres.idente, tutti deportati e uccisi ad Auschwitz, 1944

Abbiamo già accennato ai “politici” che seguirono la sorte degli ebrei, “La deportazione dei politici” è la successiva stazione della via crucis evocata dalla mostra. Il numero dei  “politici” italiani nel mirino si è moltiplicato dopo l’armistizio dell’8 settembre con l’occupazione dell’alleato divenuto nemico, e l’opposizione agli occupanti in tante forme fino alla resistenza armata. Venivano arrestati dalla polizia tedesca i renitenti alla leva e quelli ritenuti pericolosi per le azioni ostili svolte o che si sospettava svolgessero in modo clandestino, in un clima reso incandescente dagli scioperi operai e dalle varie forme di boicottaggio da parte della popolazione civile, fino alla resistenza armata dei partigiani sempre più numerosi per non cedere ai diktat dell’occupante.

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Famiglia Hasson, Rodi: Nissim con moglie Rachele e figli Fany. Bellina, Fortunata. Haim , solo Bellina sopravvive ad Auschwitz

Di qui le ricorrenti retate e gli arresti spesso per motivi banali come il non rispetto del coprifuoco, o più seri come la borsanera, che comunque non giustificavano il fatto di chiamarli “politici”. Per tutti, in modo indiscriminato, l’arresto e un primo passaggio nelle carceri locali, a disposizione anche della polizia tedesca; poi, almeno una parte nei campi di transito di Fossoli, Bolzano, Risiera di San Sabba per la deportazione nei lager, Auschwitz e gli altri, come i già citati Buchenwald, Dachau, Mathausen. Furono un centinaio i trasporti ferroviari dall’Italia verso quelle destinazioni di sofferenza e di morte.

Guido Passigli con la moglie Virgina Coen, Roma, deportati
il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo ad Auschwitz

Si ricorda la deportazione ad Auschwitz come “politici” di 1.000 donne del Friuli-Venezia Giulia, croate e slave impegnate nella resistenza e di 40 donne scioperanti in Lombardia; 52 uomini giunti da aprile a luglio 1944 e 169  nel dicembre 1944 come “lavoratori specializzati” per smantellare il campo, venivano da altri lager. I deportati italiani “politici” non ebrei sono stati 1.300, donne e uomini, 281 non sono tornati, quota ben minore degli ebrei destinati all’eliminazione totale.

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Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 3^ foto

Nella mostra questo viene documentato in una galleria di volti, figure e gruppi familiari felici – ne abbiamo contato almeno un centinaio – con struggenti lettere, e con le carte dell’ottusa burocrazia nazista, elenchi su elenchi, registrazioni, veri e o propri editti: un contrappunto raggelante tra l’umanità di quei volti sorridenti, di quelle figure dignitose, di quei gruppi uniti nell’affetto, e la bieca disumanità dei nazisti.

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Famiglia Mustacchi, Trieste: Daniele, la moglie Allegra Belleli, i figli Salomone, Rachele, Marco,
Rachele è l’unica sopravvissuta ad Auschwitz

Lo sterminio degli ebrei italiani deportati

Ma è solo la premessa, dopo l’inquadramento sul lager e le deportazioni, già il titolo della 3^ parte, “Auschwitz-Birkenau. Lo sterminio degli ebrei deportati dall’Italia”, evoca l’orrore.

“La ‘selezione iniziale’ . La tragica scelta di chi viene ucciso all’arrivo”  è la fase che segue  quella già descritta dei “trasporti”, all’orrore si aggiunge l’incredulità tanto è infame: dopo il lungo e tormentato viaggio nei carri-bestiame accatastati oltre il limite della sopportazione umana, avveniva  l’eliminazione immediata di quelli ritenuti non utilizzabili nel lavoro coatto: e ne venivano eliminati i due terzi! Con l’aggravante che coloro i quali superavano la “selezione”, se ebrei, sarebbero stati eliminati quando non più utili per il lavoro, così le mamme e i bambini, i deboli e quelli ritenuti troppo anziani, anche se avevano superato solo i 40-45 anni.

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Famiglia Sonnino, Roma, Ida con i figli Samuel Sandro e Mara Cesira, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo a Birkenau con il piccolo Mario, 2 anni, non in foto

Questa folle “selezione” si è svolta per due anni – dalla primavera del 1942 a quella del 1944 –  su una banchina a 800 metri  dal campo di Birkenau: nella follia burocratica aggiunta a quella criminale, veniva definita dai medici, che rinnegavano platealmente il giuramento di Ippocrate,  “servizio sulla Rampa”, la “Judenrampe”; poi, con l’intensificarsi delle deportazioni, fu prolungata la linea ferroviaria per svolgere la selezione all’interno nella nuova “Bahnrampe”. Gli oltre 1.000 ebrei della retata a Roma del 16 ottobre 1943 giunsero il 23 ottobre  e furono “selezionati” sulla “Judenrampe” dal medico tristemente noto, Josef Mengele, e da altri operatori e guardie; sulla “Bahnrampe” il primo trasporto dall’Italia approdò il 23 maggio proveniente da Fossoli.

Famiglia Szòrényi, Fiume: Adolfo con la moglie Vittoria Pick, e i figli Alessandro, Daisy, le figlie da sin. Lea, Arianna, Rosetta, deportati da Risiera di San Saba il 25 giugno 1944, tutti uccisi ad Auschwitz

Gli internati ebrei venivano impiegati anche nei compiti complementari all’infame selezione, dall’ordine e la pulizia della rampa e dei vagoni alla collocazione degli oggetti personali nella “Kanada”, il settore a questo dedicato. Aumentarono da 150 a 700 con l’arrivo degli ebrei ungheresi, tra loro c’erano sei italiani tra cui Nedo Fiano, che sopravvisse, è scomparso nel 2020 a 95 anni. Ci fu anche un arrivo di deportati ebrei dalla Città del Vaticano, “ricevuti” addirittura dal comandante del campo, Rudolf Hoss, per uno sfregio al Papa? La “selezione” era drammatica perché i due terzi degli ebrei deportati venivano eliminati all’arrivo, così per gli italiani fino ad aprile  1944 quando tale percentuale di morte scende, si fa per dire, al 70%  e poi al 60%.

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M.M. (firma), Brrkenau, “Selezione” ebrei deportati sulla Judnramp, 1942-44, disegno a matita-pastello

Dalla “Jundenrampe”, dove si “selezionava” fino alla primavera del 1944, gli ebrei da “eliminare” erano portati sui camion nei luoghi di sterminio; in seguito, dalla “Bahnrampe” dovevano percorrere a piedi un paio di chilometri. Pure a piedi si muovevano quelli  da avviare al lavoro, per raggiungere i luoghi dove venivano immatricolati, le “Saune”, poi li portavano negli alloggi soprattutto a Birkenau. Trattamento ben diverso per i “non ebrei”, i “politici” e i provenienti da altri lager, che non subivano nessuna selezione; e per i “misti”, non di “pura razza ebraica”, o con un matrimonio “misto”, che invece di  essere eliminati, come gli ebrei, se  anziani deboli e bambini, sono accolti nel campo.

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Birkenau, Un Kommando di donne nell'”Effectenlager Kanada II, agosto 1944

Deportati con gli stessi treni e negli stessi vagoni degli ebrei, ma non sono veri ebrei! Le fotografie sulla “selezione” all’arrivo di treni sono impressionanti, così  i volti sorridenti di quelli “selezionati” per la morte,  bambini e donne felici nelle foto dell’album di famiglia scattate e raccolte prima del diluvio….

Dalla “selezione” mortale a “Lo sterminio di massa degli ebrei nelle camere a gas”, il dramma raggiunge l’acme, l’emozione nel rievocarlo il diapason. Le immagini esposte sono agghiaccianti, come i disegni  dei sopravvissuti, con i corpi nudi di donne e bambini nello spogliatoio prima della camera a gas,  e i corpi sempre nudi da Giudizio universale nel “Krematorium” con la fossa comune. Le fotografie  del “Krematorium” e del “Bunker” hanno un sapore sinistro, mentre quelle delle donne ebree ungheresi riprese nel cortile dell’edificio di morte con le teste coperte di panno nero, nella loro serietà e dignità di moriture, sono la nobile espressione di una toccante umanità.  

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Auschwitz, Lavori pr l’edificio dell’immatricolazione dei deportati, inverno 1943-44

I 4 “Krematorium”, con i numeri romani da II  a V, avevano un aspetto esteriore inoffensivo, se così si può definire, il II e III in mattoni rossi , il IV  e V addirittura situato in un bosco di betulle dove gli ebrei da eliminare, inconsapevoli, venivano invitati a “rilassarsi”, per poi “entrare in doccia” riposati, senza sapere che li aspettava il riposo della morte. Neppure all’interno degli edifici si  potevano vedere le installazioni mortali.

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Birkenau, Krematorium IV, a sin. le camere a gas, a dx i forni, aprile 1943

C’erano differenze tra un edificio e l’altro, ma per tutti si può dire che entravano in un grande spogliatoio, addirittura con appendiabiti numerati, una sorta di beffa, nel III e IV venivano fatti spogliare anche nel bosco; poi andavano in locali vastissimi, la “Gaskammer” con le false docce, nel II e III in un salone che poteva contenere 1.500 persone, nel III e IV in tre sale per 1.200 persone; nell’atrio del II e III un montacarichi nascosto  da una tenda per portare i cadaveri al piano superiore, quando il numero  era tanto elevato da superare la possibilità di smaltimento dei corpi nel “Krematorium”, si bruciavano in fosse all’aperto.

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Jam Komski, “Fucilazione”, 1941

Il gas “Zyclon B”, acido cianidrico che si sprigiona con i cristalli all’aria e provoca la morte respirato a 27°, era immesso dal tetto in colonne con le griglie mascherate come fossero colonne portanti. Nel II  e III, 5 forni  a 3 muffole con un camino alto 20 metri; nel IV e V 2 serie di forni a 5 muffole con due camini alti 17 metri.  

Tra maggio e giugno 1944, per l’alto numero di arrivi e relative eliminazioni, fu riattivata la camera a gas del  “Bunker 2”, originariamente una fattoria, quindi anch’essa dall’aspetto inoffensivo.  Gli internati ebrei del “SonderKommando” provvedevano ai cadaveri e alla manutenzione del complesso, erano quasi 900 nell’estate 1944 di cui 5 italiani, Nicolò Sagi, due fratelli Venezia, due fratelli Gabba loro cugini, nel gennaio 1945 riescono a entrare tra gli internati portati a Mathausen, sono liberati nel maggio 1945 e vanno negli Stati Uniti.

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Birkenau, Ebree ungheresi con bambini verso le camere a gas, dietro c’è il Krematorium. maggio 1944

“Lo smistamento dei beni e il saccheggio delle vittime” è un corollario apparentemente scontato, povera cosa rispetto alle camere a gas, invece anche con l’evidenza visiva accresce quell’orrore.  C’è una conferma della burocrazia maniacale dei nazisti nell’accanimento classificatorio e ordinatorio di quanto era “confiscato” appartenendo alle vittime, di entità rilevante dato il loro grande  numero, sebbene potessero portare la minima parte di effetti personali nella deportazione; con relativa immonda speculazione economica su tali beni.

Vi erano dedicati settori appositi,  gli “Effectenlager” – suona come i lager degli… effetti personali –  definiti “Kanada”, il primo di 7 baracche ad Auschwitz I, il secondo di 30 baracche a Birkenau, sinistramente ubicato a fianco del “Krematorium” IV. E una serie di disposizioni ben precise sull’uso della “refurtiva dei ladri”, la demenziale oltre che criminale ultima offesa alle vittime.

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David Olère, Lo spogliatoio del Krematorium III, nude prima della camera a gas, 1946

Alle operazioni di censimento, classificazione, sistemazione e stoccaggio delle povere cose negli “Effektenlager” erano adibiti 1.000 internati tra cui sono stati identificati 12 italiani,  Nedo Fiano e due nomi  ben noti  nel commercio a Roma, Di Veroli e Calò, oltre a due donne, Ida e Stella Macheria.

Ma quali erano questi beni  così copiosi da richiedere un’apposita organizzazione per gestirli? Dalle valigie e dagli zaini alla biancheria di tutti i tipi compresi i piumini, dagli articoli di abbigliamento, come vestiti, pantaloni e scarpe, fino alle pellicce, ad altri oggetti personali, come pettini e occhiali, ombrelli e sciarpe, penne e rasoi, gioielli e orologi, quelli d’oro finivano alle SS. Venivano prelevati dai cadaveri i denti d’oro, destinati alla Reichsbank; dalle rasature delle donne i loro capelli.  C’erano precise quotazioni in una specie di mercato clandestino opera delle SS, 3 marchi per i pantaloni maschili, 6 marchi per una coperta di lana. Nell’imminenza dell’arrivo delle truppe russe questi depositi furono bruciati come altre prove dello sterminio, ma si salvò molto materiale: feriscono le immagini delle molte migliaia di scarpe, anche da bambino.

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Enrico Morpurgo, dopo la liberazione: nato nel 1891, deportato nell’agosto 1944

Ed ecco il ricordo di Ida Macheria, deportata con la sorella Stella da Trieste nel dicembre 1943, poi trasferita  a Ravensbuk, liberate entrambe dopo l’evacuazione: “Il Kommando era composto da trecento ragazze, avevamo tutte il fazzoletto rosso. I capannoni di legno erano pieni zeppi  di roba, montagne, c’erano le grazie di Dio. C’era un capannone solo di coperte, di piumoni, uno di scarpe, uno di valigie, di portafogli, di fotografie. C’erano anche le carrozzelle degli invalidi, gli occhiali, sì, tutto ammucchiato. C’era una grande organizzazione. Su dei tavoli bisognava piegarli e sistemarli: si facevano pacchetti da dieci, venti camicie, venti vestiti, venti blusette, venti gonne,  e poi si legavano con lo spaghetto perché partivano per la Germania. Arrivavano anche gli stracci, soprattutto per i trasporti dai ghetti. Allora quelli erano per i lager. Noi andavamo anche  a prendere la roba ai treni”.

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David Olère, Gli uccisi nelle camere a gas immessi nei forni del Krematorium III, 1945

Qualcosa di maniacale appare evidente in questa cura nel conservare e classificare la “roba” dei deportati destinati all’eliminazione nella follia criminale della “soluzione finale”; e qualcosa di inumano nel plateale  rovesciamento di ogni principio e di ogni valore in quella che in una mostra precedente sulla Shoah a Roma fu chiamata “l’infamia tedesca”.

Primo Levi: “Meditate che questo è stato”

Vediamo esposta la carta d’identità di Primo Levi, e una cartolina postale che riuscì a  mandare all’amica Bianca  Guidetti Serra il  23 febbraio 1944, dalla stazione di Bolzano durante il viaggio della deportazione – c’è scritto “Impostare, per favore” quindi fu affidata a qualcuno di nascosto durante la sosta – a firma “Primo, Vanda,  Luciana”, si tratta di Vanda  Maestro e Luciana Nissin deportate con lui. Al termine del nostro percorso nella mostra riporteremo lo struggente racconto della Nissin, con altri toccanti ricordi. 

David Olère, “SS supervisionano la morte col gas, bunker 2”, 1960-80

Avendo citato Primo Levi, ecco  la dedica che apre il suo libro più celebre, “Se questo è un uomo”: “Voi che vivete sicuri/ Nelle vostre tiepide case/ Voi che trovate tornando a sera/ Il cibo caldo e visi amici:/ Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un sì o per un no/ Considerate se questa è una donna/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo./ Meditate che questo è stato:/ Vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ Stando in casa andando per via,/ Coricandovi alzandovi,/ Ripetetele ai vostri figli”.

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Auschwitz-Birkenau, Occhiali degli ebrei deportati e uccisi, trovati dai sovietici, 1945

Riportiamo anche le parole ammonitrici della Prefazione: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente, si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

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Arianna Szorenyi, La morte a Birkenau, 1948, disegno della bambina nell’orfanotrofio

Tutto è stato documentato meritoriamente dalla Fondazione della Shoah nel lungo ciclo di mostre degli ultimi anni con la minuziosa ricostruzione dei fatti, rievocati con assoluto rigore. Anche questa volta l’ammonimento finale emerge dal racconto secco ed essenziale  che lascia parlare l’evidenza con la forza incontestabile della realtà: al valore storico si unisce l’importanza sul piano educativo e formativo per le giovani generazioni che non potrebbero immaginare come possa determinarsi una simile infamia, incredibile eppure putroppo vera.

A presto la parte “Ad Auschwitz-Birkenau. Vita e lavoro”, con  i ricordi dei deportati sopravvissuti che hanno rievocato la loro terribile esperienza. “All’Inferno e ritorno” per pochi di loro, per gli altri il martirio che assume la luce fulgida dell’eroismo nel nome dell’umanità ferita  a morte.    

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David Olère, Capelli tagliati e denti d’oro asportati nella camera a gas del Krematorium III, 1946

Info

Casina dei Vailati, della Fondazione Museo della Shoah, Via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì ore 10-13, sabato chiuso. Ingresso gratuito. Tel. 06.68139598. Catalogo “Dall’Italia ad Auschwitz” di Sara Beger e Marcello Pezzetti, Gangemi Editore International, gennaio 2021, pp. 256, formato 17 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e notizie del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli: nel sito www.arteculturaoggi.com sulle mostre alla Casina dei Vailati il 28 ottobre, 2 novembre e 19 aprile 2017, al Vittoriano il 24  novembre 2013, 5 giugno 2014, 1° febbraio 2016; in cultura.inabruzzo.it, sulla cultura ebraica 22 agosto 2009 (l’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli – disponibili – saranno trasferiti su altro sito.

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Alfred Kantor, Cadaveri scaricati nella fossa comune, Deggendorf 1045

Foto

Le immagini, tranne quella in apertura, sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, la Fondazione Museo della Shoah che ce lo ha cortesemente fornito, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Per lo più si sono alternate immagini d’epoca del Lager con i disegni dei sopravvissuti, in un film dell’orrore, seguendo l’ordine di citazione nel testo delle varie fasi. In apertura, Papa Francesco bacia il tatuaggio di Auschwitz sul braccio di Silvia Maksymowicz, 26 maggio 2021; seguono, Binario 3, a dx, treno con deportati unheresi, binario 2, a sin. treno già “ripulito” maggio 1944, e Auschwitz, foto aerea, 15^ US Army Air Force, 15 settembre 1944; poi, Tarnow, Cracovia, Primo treno con 758 deportati polacchi per Auschwitz, 14 giugno 1940, e Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz. Un treno di deportati all’arrivo, 1940, disegno a tempera; quindi, Auschwitz, Arrivo di prigioneri di guerra sovietici, autunno 1941, e Wladyslaw Siwek, Scavo delle fondamenta del blocco 15,1948, disegno a tempera; inoltre, Auschwitz, L’interno del campo 1944, e Birkenau, Foto aerea, 15^ US Army Air Force, 31 maggio 1944; ancora, Wladyslaw Siwek, KL Auschwitz, vigilia di Natale 1940, dipinto a olio su tela, e Birkenau, Costruzione della Komandantur 1944; continua, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, primavera-estate 1944, e Famiglia Gavijon, Roma: da sin., Susanna, Salvatore, la madre Rea Pardo , il padre Sabino, in prima fila, Leone, Elia, Marco Mordo, unico sopravvissuto ulimo a destra David non deportato, Trieste 1939; prosegue, Elio Morpurgo, Udine, 1858-1944, senatore dal 1920, ucciso ad Auschvitz aprile 1944, e Famiglia Bondi, Roma: da sin., Benedetto, il padre Leone, Fiorella, Giuseppe, la madre Virginia Piperno, 1939, deportati il 16 ottobre 1943 con altri 3 figli Elena, Anna, Umberto da 4 ad 11 anni , tutti uccisi all’arrivo a Birkenau il 23 ottobre; poi, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 2^ foto, e Club Maccabi, Rodi: 3° da sin. Yosef Alcana, presidente, tutti deportati e uccisi ad Auschwitz, 1944; quindi, Famiglia Hasson, Rodi: Nissim con moglie Rachele e figli Fany. Bellina, Fortunata. Haim , solo Bellina sopravvive ad Auschwitz, e Guido Passigli con la moglie Virgina Coen, Roma, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo ad Auschwitz; inoltre, Birkenau, Bahnrampe, selezione all’arrivo degli ebrei ungheresi, prim.-estate 1944, 3^ foto, e Famiglia Mustacchi, Trieste: Daniele, la moglie Allegra Belleli, i figli Salomone, Rachele, Marco, Rachele è l’unica sopravvissuta ad Auschwitz; ancora, Famiglia Sonnino, Roma, Ida con i figli Samuel Sandro e Mara Cesira, deportati il 16 ottobre 1943, “selezionati” e uccisi all’arrivo a Birkenau con il piccolo Mario, 2 anni, non in foto, e Famiglia Szòrényi, Fiume: Adolfo con la moglie Vittoria Pick, e i figli Alessandro, Daisy, le figlie da sin. Lea, Arianna, Rosetta, deportati da Risiera di San Sabba il 25 giugno 1944, tutti uccisi ad Auschwitz; continua, M.M. (firma), Brrkenau, “selezione” ebrei deportati sulla Judnramp 1942-44, disegno a matita-pastello, e Birkenau, Un Kommando di donne nell'”Effectenlager Kanada II, agosto 1944; prosegue, Auschwitz, Lavori per l’edificio dell’immatricolazione dei deportati, inverno 1943-44, e Birkenau, Krematorium IV, a sin. le camere a gas, a dx i forni, aprile 1943; poi, Jam Komski, “Fucilazione” 1941, e Birkenau, Ebree ungheresi con bambini verso le camere a gas, dietro c’è il Krematorium, maggio 1944; quindi, David Olère, Lo spogliatoio del Krematorium III, nude prima della camera a gas 1946, ed Enrico Morpurgo, dopo la liberazione: nato nel 1891, deportato nell’agosto 1944; inoltre, David Olère, Gli uccisi nelle camere a gas immessi nei forni del Krematorium III 1945, e “SS supervisionano la morte col gas, bunker 2” 1960-80; ancora, Auschwitz-Birkenau, Occhiali degli ebrei deportati e uccisi, trovati dai sovietici 1945, e Arianna Szorenyi, La morte a Birkenau 1948, disegno della bambina nell’orfanotrofio; continua, David Olère, Capelli tagliati e denti d’oro asportati nella camera a gas del Krematorium III 1946, e Alfred Kantor, Cadaveri scaricati nella fossa comune, Deggendorf 1945; in chiusura, David Olère, Le fasi dell’elinimazione, dall’attesa, alla morte in camera a gas, all’asportazione di capelli e denti d’oro, 1960-80, in alto a dx l’autore, componente del “Sonderkommando”, con il proprio numero di matricola, mentre scarica i morti in una bolgia infernale..

David Olère, Le fasi dell’elinimazione, dall’attesa, alla morte in camera a gas, all’asportazione di capelli e denti d’oro, 1960-80, in alto a dx l’autore,
componente del “Sonderkommando”, con il proprio numero di matricola, mentre scarica i morti in una bolgia infernale

Ricordo di Brunitt, caduto sul lavoro

di Romano Maria Levante

Nel 31° anniversario della scomparsa di Bruno  Bartolomei, “Brunitt” per i paesani, avvenuta il 21 maggio 1990, ripubblichiamo il nostro ricordo di allora,  uscito su “Mondo Edile” – trimestrale della Cassa Edile della Provincia di Teramo, n. 11, luglio-settembre 1990, direttore Giuseppe Di Maira – con il titolo “Storia di Brunitt, caduto sul lavoro”.  Lo  sgomento che provammo  per il caro paesano  si è ripetuto  alla recente scomparsa di Luana, ugualmente  vittima  di ingranaggi mortali. Come in “Exodus”  immaginiamo  le due vittime di un destino  ingiusto e spietato idealmente  affiancate, e vogliamo ricordare  Brunitt e Luana come martiri del lavoro accomunati dal loro eroismo.   Al paese dove è nato e ha perso la vita, Pietracamela alla falde del Gran Sasso, gli è stato dedicato il “Largo Bruno Bartolomei”, uno spettacolare belvedere aperto sui luoghi a lui tanto cari.  

Storia di Brunitt, caduto sul lavoro

Non potevi scrivere questa storia a Roma, lontano dai “suoi” luoghi e per di più sui tasti di un computer. Qui invece puoi, con questa vecchia Everest, il cui nome indica la vetta più alta, sì quella che Brunitt ha certamente raggiunto. Non solo puoi ma devi. Del resto tu, e tutti quelli come te, sono forse quelli che di più possono comprenderlo. Lui così esposto su una frontiera così critica, così inerme, così indifeso. Il distacco di persona semplice e saggia non gli è bastato. Lo aveva preservato dalle tante crisi nella sua vita di frontiera. Questa volta l’agguato gli è stato teso da una macchina, nel momento in cui aveva allentato le difese per  aiutare un compagno in pericolo. La sua storia, dunque, che dai “suoi” Prati di Tivo si può leggere con chiarezza. In alcuni momenti rivelatori.

Il momento dell’arte. Nel gruppo del ‘Pastore Bianco” animato dall’artista indimenticabile Guido Montauti, tra i pittori “professionisti” vi è anche lui, Bruno Bartolomei. Lo troviamo alla grande mostra a Roma, con i suoi “guardamacchie”: gambali di pelle di pecora, quasi un marchio di garanzia, un sigillo “doc”  per il manifesto trasgressivo  e provocatorio del pittore Montauti. Soltanto questo, dunque? Anche  questo, certamente, e non è poco. Un pastore “professionista” tra pittori “professionisti” che vogliono mantenere, e gridarlo, quel rapporto con la realtà, la natura,  e qui la montagna ed i suoi cicli immutabili, che l’arte stava perdendo inseguendo avanguardie impazzite. Ma non è soltanto un richiamo di “colore”. E comunque non vuole esserlo. Vuole dare di più. Esprimere quello che non è “scritto” soltanto sui suoi “guardamacchie”; ma che lui sa di avere dentro di sé, e di sapere anche “leggere” da solo, e quindi esprimere. Per gli altri.

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Così Brunitt diventa pittore. Sì, possiamo dirlo, pittore “professionista”. Perché espone i suoi quadri in mostre, piccole e modeste, ma vere. Come veri sono i suoi paesaggi.  Come lui li vede, li legge dentro di sé. Senza pretese di “naive”, perché non è un bambino e con la sua sincerità non esprime un’infanzia lontana, ma un presente maturo, pur se ingenuo e semplice. Li ricordiamo i suoi quadri “adulti” e per ciò veri. La sua gioia genuina nel sapere che eravamo andati a vederli. Ma intanto Brunitt vive un passaggio traumatico. Solo con la sua pittura, dopo la lontana ubriacatura del “gruppo della rinascenza”. Solo con se stesso. Fiducioso però nella sua “natura” che non lo ha mai tradito.

Il momento del lavoro. Anche qui il passaggio traumatico, anzi i diversi passaggi che dovevano avvicinarlo al tragico appuntamento. Dalle interminabili giornate con le “sue” pecore, nei “suoi” prati, sotto i “suoi” monti, scandite dai ritmi secolari, ad altre interminabili giornate: c’erano sempre i “suoi” prati, i “suoi” monti, ma invece delle “sue” pecore, gli sciatori al culmine dello sky-lift più alto. No, non li poteva definire i “suoi” sciatori, anche se  era su, nella postazione più fredda ed esposta, per dare ad essi una mano e una sicurezza. Ma il resto del “suo” mondo c’era tutto. E non lo tradiva. Neppure quando lo “dimenticarono” lassù, in cima  al “Pilone”, sottraendogli, per una disattenzione, gli sci con i quali scendeva  a valle al termine della giornata. Era nei “suoi” prati, nella “sua” montagna.  E soltanto lui poteva trascorrere all’addiaccio una gelida notte d’inverno protetto solo dall’abbraccio della natura. Che con Brunitt non poteva essere inclemente. Ma era una premonizione. L’intrusione della tecnologia nella sua vita semplice e naturale reclamava dei prezzi. Ma come prevedere che sarebbero stati così alti? Non lo furono quelli del lavoro con le bombole del gas. Le portava in spalla come fossero fascine. Regolava la fiamma come attizzava il camino. Il gas non poteva tradirlo. Come lo sky-lift che in fondo portava nei “suoi” prati, sulla “sua” montagna, le nuove “pecore” del turismo di massa.

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Ferrocemento, un nome che riunisce i due grandi nemici della natura. Ma con i quali Brunitt, come tutti quassù,  aveva sempre convissuto. Collepiano ormai da una vita fa parte della natura. E Collepiano, con le sue gallerie, i suoi “pozzi”, è fatto di ferro cemento. Una modernità amica, dunque. Come le bombole che sembrano fascine,  come gli sciatori che sembrano pecore. Brunit resta se stesso. Non ha più tanto tempo per dipingere. Forse neppure per pensare. La sua vita si muove su un binario, come quelli che percorre la “macchina”, la talpa che scava nella “sua” Collepiano. Forse ha ritrovato i suoi ritmi, le sue fantasie.  Forse gli mancano le sue cose. Forse… Vi può essere tutto e il contrario di tutto nei sogni di Brunitt, adesso. Nessuno può saperlo. Tanto meno noi, “naturali” che tornano e poi ripartono. Che vivono gli stessi traumi dello sradicamento forse alla rovescia, in una precarietà di vita, nell’assenza di sogni che “dona” la città, con le sue povere certezze. Povere come le certezze di Brunitt quando è stato stretto dal, ferrocemento.

Il momento della verità. Chissà come ha vissuto l’abbraccio della morte. Anche questo nessuno può saperlo. Perché la sua generosità gli ha fatto superare la frontiera. Lo ha fatto cadere nell’agguato della macchina, che non somiglia più a nessuna delle “sue” cose. Come non fosse nella “sua” Collepiano ma nel deserto tecnologico della “silicon valley”. Non possiamo saperlo ma vogliamo immaginarlo. Come Charlie Chaplin dei “Tempi moderni” lo vediamo inghiottito dalla macchina, percorrerne i terribili meandri. Ma per essere restituito al di là, intatto in tutto il suo essere  e nella sua innocenza, su una vetta tanto, tanto più alta del “suo” Gran Sasso.

Valdés, 2. La galleria delle grandi pitture e sculture, al Palazzo Cipolla

di Romano Maria Levante

Entra nel vivo e si conclude  la nostra narrazione della  mostra a Palazzo Cipolla “Manolo Valdés. Le orme del tempo”  con la visita alla galleria delle 70 opere esposte, 35 pittore e 35 sculture. Aperta il 17 ottobre 2020, per l’emergenza della pandemia è stata chiusa e poi riaperta fino allì’11 luglio 2021  Promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro, presidente Emmanuele F. M. Emanuele,  e realizzata da Poema, amministratore  unico Giovanni Le Rose; ha collaborato Contini Galleria d’Arte”, con il supporto tecnico di “Comediarting”, e di  Arthemisia., E’ curata da Gabriele Simongini, come il Catalogo  bilingue di Manfredi Edizioni con testi suoi e di Kosme de Baranano.

Manolo Valdés, “La Danza”,1988

Le prine tappe del viaggio espositivo: gli inizi, i ritratti, i nudi e le teste di Matisse

Alcuni dei suoi dipinti più significativi sono ispirati a Velasquez,  in una vicinanza ideale che diventa quasi fisica nella mostra a Roma, “dove il tempio si disintegra” nelle parole di Henry James, e dove  i capolavori del maestro spagnolo –  ai Musei Capitolini, alla Galleria Pallavicini e alla Galleria Doria Panphilij – sembrano dialogare con le opere esposte a Palazzo Cipolla. Per questo il “ritorno” di Valdés a Roma, 25 anni dopo la “personale”del 1995 alla Galleria Il Gabbiano, è meritorio, considerando la lunga assenza dalla città eterna, mentre sono numerose le sue presenze in Italia, dal 1964,  tra Rimini e Reggio Emilia, Correggio e Siena, Milano e Torino. Le più recenti, a Venezia alla Galleria d’Arte Contini la mostra “Manolo Valdés. I dettagli luminosi”; nel 2018 a Pietrasanta, nelle strade e nel Museo dei bozzetti la mostra “Valdés. Poetica della ‘Traduzione’”. 

“Zurbaràn come pretexto”, 1988

L’antologica dell’attuale mostra al Palazzo Cipolla ne fa seguire l’itinerario  artistico in cui si sviluppa il processo che abbiamo delineato –  il tempo come “forza latente” e il “correlativo” nella materia-memoria – in modi diversi e in esemplare coerenza in 6 tappe, dai dipinti più indietro negli anni, dopo l’”Equipo Crònica”, ai ritratti, alle sculture in legno, bronzo ed altri materiali. Caratteristica comune dei dipinti sono le grandi dimensioni,  che rendono spettacolare l’esposizione: quasi tutti  con misure oltre i 150 cm di larghezza e i  2 metri di altezza. 

Perfil con imàgenes de Sonia Delanany I” ,1997

Si inizia con la 1^ tappa,  i “Dipinti del 1984-89”, a partire dai tenebrosi “Caballero antiguo” 1984 e “El Conde Duque de Olivares I” 1989, con in mezzo, nel 1988,  3 dei suoi innovativi “d’aprés”: 2  in tema religioso, “Ribera come pretexto” ispirato al “Martirio di san Felipe” del 1639 di De Ribera, e “Zurbaràn come pretexto” , da “Cristo crocifisso, con un pittore”  di  F. de Zumbaràn, il terzo  di cui parleremo più avanti, “La Danza”   ispirato al celebre quadro di Matisse.

“Retrato sobre fondo verde y beige”, 2007

In questo periodo è  alla ricerca di una nuova espressione artistica che rifletta il tempo in cui vive: si interessa al “Nouveaux Realisme” del critico Pierre Restany, e alla “Nouvelle Figuration” del critico Michel Ragon e poi Gérald Gassiot-Talabot, sorti in contrapposizione alla “Pop Art” americana, sembra però  quest’ultima ad attirarlo per l’evidente ironia. La sua pittura, con riferimenti  al fumetto e al design,  è legata  anche alla “Nuova Figurazione”  italiana con Antonio Recalcati e  Valerio Adami.  “In ognuno di questi casi – nota  Kosme de Baranano – si tratta di artisti che hanno apprezzato l’Informale, rendendo la figura umana protagonista indiscussa  del loro lavoro e sottoponendola ad ogni tipo di sperimentazione”.

Retrato de una dama”, 2014

La figura umana è infatti al centro dei suoi “Ritratti all’italiana” – la 2^ tappa del nostro viaggio espositivo –  che rappresentano una “parafrasi della grande pittura del Rinascimento”. Sono ritratti dipinti anch’essi in tela di iuta, come le opere  prima citate,  con molta  attenzione ai dettagli,  in un’”unione compatta di  luce e colore, di imago e forma, già posta da qualcuno in precedenza, ma da lui trasformata  attraverso parametri specifici”, è sempre de Baramano.. Questo gli consente  di  “sapere cosa si sta facendo e averne il controllo”, sono parole dell’artista. E lo fa partendo dalle opere dei grandi maestri suoi ispiratori, oltre a Velasquez e Matisse,  Rembrandt e  Manet, Tiziano e Raffaello, attraverso la magia che consiste, nota lo studioso citato, “nelle decontestualizzazione  e nella capacità di riattivazione iconica”.

Perfil de  dama con marco”, 2012

Lo vediamo nei ritratti esposti, da “Francesco d’Este” 1991 nel quale il viso dell’originale del 1460 di Van der Weyden è letteralmente cancellato dal bianco materico, a quelli successivi:  in   “Retrato con rostro naranja y azul”  del 1999,  una metà del volto è oscurata totalmente, al pari del “d’aprés” di Matisse dello stesso anno, per gli altri solo parzialmente, anzi la metà del viso è ben distinguibile  negli  occhi e nelle fattezze, accentuata  proprio per il  diverso cromatismo: è evidenziata  dai colori la metà sinistra in “Yvette IV” 2004,   la metà destra  in   “Retrato sobre fondo verde y beige” 2007. Senza la bipartizione né il cromatismo, ma ben definito nel copricapo chiaro e le fattezze distinguibili, “Retrato sobre fondo verde” 2012, mentre   due anni dopo “”Ritratto di una dama”   2014  è un’immagine nobiliare, con il viso bianco al culmine di  una figura dall’abbigliamento regale,  intensa e viva  pur nell’assenza di colore.

“Vivianne III”, 2005

Oltre a questi ritratti frontali abbiamo volti di profilo, come “Retrato de una joven” 1992, rivolto a sinistra, su una veste rossa, la ritroviamo addirittura 20 anni dopo in  “Perfil de  dama con marco” 2012, nel profilo dalla parte opposta, meglio definito. Nel “Perfil con imàgenes de Sonia Delanany I” 1997, invece, il viso è cancellato dal bianco materico come sei anni prima “Francesco d’Este”.

“Odalisca sobre fondo royo”, 2016

E siamo alla 3^ tappa del  viaggio lungo l’itinerario di Valdés, la più intrigante perché con “I nudi e le teste di Matisse” si evoca  la sua   “frequentazione” delle opere dell’artista, prolungata e multiforme, anche dichiarata, sempre su tela di iuta. Intanto nei  ritratti “Retrato en blanco y royo” 1988, e  “Vivianne III” 2005,  ”Rostro tricolor sobre fondo gris” 2006, e  “Odalisca sobre fondo royo” 2016.  Citandolo  nel titolo, “Matisse como pretexto” con l’aggiunta rispettivamente di “com blanco” e “com rosa y espejo”; del 2018,  i volti appaiono ben delineati in un  cromatismo brillante con i dettagli degli occhi, mentre nel precedente  ”Matisse como pretexto” con “Lydia” del 1999, del volto è visibile la metà destra,  l’altra è nera in una composizione bianco-nera schematica ed essenziale. A “Lydia”  nel 2006 anche una scultura lignea del volto iconica,  senza neppure un abbozzo di occhi né di fisionomia.

”Matisse como pretexto Lydia”, 1999

Poi i  nudi, sempre da Matisse: “Desnudo azul” 1995 e “Desnudo I” 2010, in  un forte impasto materico con pennellate in bianco e argento alla Velasquez, figure  che  nello spettacolare   “La Danza”,  del 1988 –  dimensioni record di metri 2,40 x 3,43 –  sono grevi e sembrano impantanate a terra, mentre in quello di Matisse, del 1909, di cui rappresenta il “d’aprés” innovativo, erano leggere e si libravano su una base verde in uno intenso sfondo viola.  Del 1995, oltre al già citato “Desnudo azul” abbiamo “Hommage à Matisse”,  lo dichiara anche nel titolo, 4 pesci rossi dipinti di scuro nell’acquario,  un prisma di vetro con uno sfondo di nuovo viola.

Desnudo I”, 2010 .

De Baranano si chiede come sia riuscito a “reinterpretare” il grande artista: “Come si può cambiare il codice  di  un Matisse: in qualcos’altro? “Com’è possibile dipingerlo diversamente, come se si facesse  la stessa cosa ma in un modo in cui il  suo creatore non  l’avrebbe mai fatta? “ Segue questa  risposta: “Chiaramente Valdès ci riesce attraverso un cambiamento di sintassi, e di codice, che implica un cambio di  morfologia (di scala, di dimensione, e soprattutto di significato)”. Lo spiega lo stesso artista: “Non posso concepire un’opera  come Matisse como pretexto senza il tempo fra lui e me, senza un cambiamento di scala e di materia, senza un’esperienza”. 

“El frasco de perfume”, 1992

Termina il  viaggio espositivo, dai dipinti con oggetti alle sculture in legno, bronzo e altro

L’ultima opera citata introduce alla 4^ tappa dell’itinerario, “I dipinti con oggetti”.  Emerge la curiosità dell’artista, come lui stesso ha dichiarato: “…ogni volta che esco di casa osservo qualunque cosa o persona mi si trovi davanti, come immagini potenzialmente utili”; e, in modo ancora più  diretto, dopo aver detto  “sono come un cacciatore: costantemente in allerta, a prescindere dalla situazione”,  precisa: “I musei, la strada, le immagini in generale forniscono il materiale per le mie opere”.

“Reloj II”, 1998

I musei per i suoi speciali “d’aprés”, il resto anche per gli oggetti. E quali attirano la sua attenzione al punto di essere posti a livello dei ritratti  monumentali?  Nei 10  dipinti  di oggetti esposti, sempre di grandi dimensioni, ne vediamo un piccolo campionario. “Quando comincia a lavorare da solo nel 1982 – osserva  de Baranano – Valdés reindirizza la propria pratica verso la materia… In questo modo vira in direzione di un gesto denso di colore, scegliendo tessuti spessi capaci di assorbire e trattenere, come la tela di juta cucita  e ricoperta”.

White diamond”, 2007

Dopo l’acquario con pesci in  “Hommage a Matisse”,  già citato,  ecco oggetti di vita quotidiana, in parte ispirati alla Pop Art che lo intrigava con la rappresentazione di oggetti veri: la boccetta di profumo “El frasco de perfume” 1992 e la “Cafetera blanca sobre fondo negro”1994, l’orologio “Reloj II” 1998, i  due coni-gelato “Two grey cones” 2006  e il gioiello “White diamond” 2007.  Inoltre la coppia di  vasi ”Vasijas griegas III” 1997 e l’anfora antica “Vasija II” 2006, fino a evocare il mondo di Manet con  la  foglia “Hoja” 1995 e  il trifoglio ”Trébol” 2009. Antonio Saura, un pittore spagnolo, rispetto alle moderne ispirazioni Pop,  e a quelle classiche dall’archeologia all’arte parla di “cannibalismo”  di Valdés  perché vampirizza “sia il passato che il presente, facendoli suoi così da poterli diffondere attraverso di lui”. 

“Vasija II”, 2006

E siamo alle ultime due tappe,  sulla Scultura, nella quale l’”homo faber” con il suo interesse per i materiali, accora di più che per i contenuti, ha modo di realizzarsi compiutamente.  Sin dal 1999 ha elaborato il primo progetto di scultura pubblica per Bilbao. seguito da altri a Valencia con la “Dama de Eiche” – la cui prima versione installata  a New York nel 2002 –  a Madrid nel 2000 con “Menina” di 7 metri, pesante 11 tonnellate,  e poi altre 20  oltre che in Spagna, anche in Germania, Hong Kong e Singapore; nel 2013 sono state esposte a New York nel Giardino Botanico 7 teste giganti, cinque anni prima l’altra opera fu  installata a Central Park,  per il resto collocate nelle rotonde ed in altri luoghi delle città .Le sculture esposte in mostra coprono un arco temporale di 35 anni, dal 1982 al 2017, all’agosto del 1983 con la nascita della figlio Regina l’interesse per la scultura si accresce, opera nei diversi materiali, morbidi come il legno e duri come bronzo e alluminio, un’evoluzione continua.

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“Libreria (4 mòdulos)”, 1996

 Nella 5^ tappa del nostro viaggio troviamo le Sculture in legno,  un materiale che  attirò l’artista sin dalla sua prima formazione, come racconta lui stesso: “Ricordo che quando ero studente avevo un  maestro che realizzava immagini  partendo da legni morbidi, come quello di pino. Ottimi per l’intaglio ma noiosi  alla vista per la loro assenza di policromia”. Quest’ultima negli altri legni consente effetti tridimensionali come da intarsi, mentre il resto  proviene dalla manualità dell’artista e dagli strumenti adoperati. Così “modella”  il legno,  con l’aggiunta di pezzi e della  colla spalmata,  come se lavorasse la  creta.

“El Ciclista (Léger come pretexto)”, 1986

Lo si vede  nella grande “Libreria (4 mòdulos)” 1996 – lunga circa 3,50  m ed alta 2,50 m  – dal legno  variegato scuro,  per la quale utilizza assi leggere che collega con chiodi di legno, nella sua  perizia  artigianale  aggiunta   alla creatività artistica. Il già citato “Lydia” 2006 è invece un monoblocco  per nulla “asettico” ma  “movimentato” da macchie e buchi, come piace all’artista. Percorso da tagli  e fenditure “El Ciclista (Léger come pretexto)” 1986,  ispirato a un quadro di Léger, non quello con un ciclista, ma il quadro con 4 ciclisti di cui uno disteso a terra con un ragazzino su una bicicletta,  e il bambino al collo del ciclista al centro alto come al naturale.

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Menine”, 2009

Mentre in  “Vasijas griegas madera” 1998  il legno dei vasi è liscio, ma con le macchie e i buchi prediletti, anche questa un’opera di dimensioni ragguardevoli, 2 m per 1,20, con circa 30 vasi nello scaffale  di 4 piani. Il legno è molto  più tormentato  con tagli, macchie e fasce di diversa tonalità nei 2 “Reina Marianna”del 1997 e 2001 di dimensioni più che naturali, sono alte m. 1,75-1,80 – è in “Menine” 2009, preceduti  nel 1982 da un’altra “Reina Marianna” in blocchetti di legno e ferro; si ispirano al dipinto  “La reina  Marianna de Austria” di Velasquez del 1652.  “Infanta Margarita”  1993, in tecnica mista su legno, si ispira a sua volta al dipinto di Velasquez con lo stesso soggetto dal vestito azzurro. Ispirata allo stesso artista “Dama a caballo” 2012 , riprodotta anche in bronzo, come vedremo di seguito.

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“Dama a caballo” , 2012

Ritroviamo le  forme arrotondate dell’ampia veste nelle Sculture in bronzo che, insieme a quelle in altri materiali come l’alabastro, l’alluminio e fili di ferro leggeri, sono la 6^ e ultima tappa del viaggio espositivo. Abbiamo 3 “Reina Mariana”  di altezza crescente con il tempo, 33 cm nel   2003,  112 cm nel 2016,  172 cm nel 2019 in ben 10 esemplari, di cui  l’artista dice:  “Le volevo così, senza piedistallo, accessibili, prossime, come un esercito amichevole di Meninas”, chissà se ha pensato a emulare ironicamente l’Armata cinese e poi si è fermato….. Anche per l’”L’Infanta Margherita” ispirata al Velasquez di”Las Meninas” 1656, l’escalation dimensionale,  dall’altezza di 70 cm nel 2000 ai 2 metri del 2005, una crescita molto rapida…

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Reina Mariana”,  2019

L’altro tema  delle sculture in bronzo, e non solo, è quello con il quale,  commenta de Baranano, “riconverte  il ritratto equestre proposto da Donatello e Verrocchio nel Quattrocento”:   il grande “Caballero”  2005 alto quasi 3 metri, reiterato nel 2012 in alluminio alto la metà; e soprattutto la “Dama a caballo” in cui è presente la corrispondenza con Velasquez, la cui struttura compositiva “nelle sue mani (e nel suo pensiero visivo) si trasforma… in scultura monumentale, in totem”. In questo caso il  “Ritratto equestre di Isabella di Borbone” 1635, con la gualdrappa della cavallerizza che scende fino agli zoccoli del cavallo, ispira gli speciali “d’aprés”  di Valdés: ce ne sono 2 sculture statuarie  bronzee del 2012, dell’altezza di 1 metro, seguite da una in albastro del 2014,  alta 1 m e 24 cm, e una in tecnica mista su cartone del 2017, alta 1 metro e mezzo, come quella in legno del 2012 già citata. Con la tecnica mista, nell’opera più recente, del 2017, crea una spessa superficie materica blu come se fosse scolpita.

“Dama a caballo”, 2012

Non solo Matisse e Velasquez e altri maestri, l’ispirazione di “Màcàra IV”2017, sempre in bronzo ma con l’aggiunta di cartoni da discarica, di tipo cubista, viene dall’arte africana per “il liberarsi dalla precisione figurativa e  il porre un accento formale nel miscuglio delle tre dimensioni”, come osserva sempre  de Baranano,  e questo “accentuando gli aspetti  formali e strutturali senza limitarsi all’imitazione materiale”  che ha consentito agli africani di anticipare l’astrattismo; ma c’è anche l’arte orientale, in particolare indiana, ad ispirare Valdés, come in “Double retrato  Al 1”  2017,una sorta di Giano bifronte con i due volti levigati e pensosi.

“Caballero”, 2012

Ma la poliedricità dell’artista va ancora oltre, lo vediamo in due gruppi di opere molto diverse dalle precedenti  e tra  loro, sempre però di grandi dimensioni. Il primo  comprende “Mariposas azales” 2016, in bronzo dipinto, un insolito copricapo floreale la cui idea nacque  “un giorno,  passeggiando in Central Park”, quando vide, lo  ricorda lui stesso, “un gruppo di farfalle che era atterrato sopra  a una scultura”; e l’analogo “Fiore I”  2017, in alabastro e alluminio, con  i materiali,  diversi dai soliti, “dominanti sul contenuto”. Sono alti da 86 cm a 1 m, e  larghi tra 1,60 e oltre 2 m.

“Double retrato  Al 1”, 2017

L’ultimo gruppo è ancora più insolito, i due “Alambres” I e II ”  e “El dibujo como pretexto III” 2016,  sono addirittura in filo di ferro, materiale che dà  leggerezza e rende soprattutto “El dibujo” quasi etereo, fa ripensare alle opere aeree di Calder anche se questa,  come le altre due, è a terra, tutte sono alte oltre  m 1,20 . Che dire?  Il pensiero va a Mondrian che raggiunse la “perfetta armonia” nella progressiva semplificazione verso l’astrazione geometrica, qui  il passo è ancora più lungo, tanto più che alla pesantezza degli altri materiali si associa il gigantismo anche in pittura. 

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“Fiore I”, 2017

 Il “segreto della ricerca” e il “mosaico di frammenti” di Valdés

L’ultima citata è quasi un’astrazione in scultura in cui sembra culminare  l’itinerario artistico di Valdés nel senso delineato  così dal curatore Simongini nelle sue conclusioni: “Il segreto della  ricerca di Valdés sta nel culto della forma purificata di ogni utilità o convenienza, una meta-forma  in metamorfosi che attraversa il tempo storico  e poi ne esce per entrare nel tempo dell’arte”.  Kosme de Buranano:lo vede come   “un mosaico  di centinaia di frammenti, un’immagine che emerge composta dall’accumulo di molte altre: sedimenti di tutte le civiltà e di tutte le epoche”. Per di più, “questo mosaico è realizzato da Valdés con la tecnica del nostro tempo: il gesto materico, la sovversione dell’ironia, il riconoscimento della Storia”. Tutto nel grande artista che ci è stato presentato meritoriamente in questa mostra prestigiosa, che ha elevato lo spirito oltre la pandemia. 

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“Alambres I ”, 2016

Info

Museo di Palazzo Cipolla, via del Corso 320, Roma.  Dal lunedì al venerdì, ore 10-20 (la biglietteria chiude un’ora prima) sabato e domenica chiuso. Ingresso euro 6,00, ridotti euro 3,00 (under 26 e over 65 anni, studenti, forze dell’ordine, giornalisti, apposite convenzioni), gratuito under 6 anni e diversamente abili acompagnati. Tel. 06.9762559 fondazione@fondazioneterzopilastrointernazionale.it Catalogo “Manolo Valdés. Le forme del tempo”, a cura di Gabriele Simongini, Manfredi Edizioni, ottobre 2020, pp. 192, formato 24 x 29, bilingue italiano-inglese; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito ieri 17 aprile 2021. Per gli artisti citati nel testo,  cfr. i nostri articoli: in questo sito, Adami 1°, 2 gennaio 2021, Raffaello 28, 29, 30 agosto 2020,  Ribera 16 giugno 2020 in “Nuovo allestimento ‘600 Palazzo Barberini”;  in www.arteculturaoggi.com, Ribera 30 maggio, 7 giugno 2017 in “Collezioni dei reali di Spagna”,   Matisse 23, 26 maggio 2015, Manet in “D’Orsay” 12 gennaio 2016 e in “Impressionisti e moderni” 11 maggio 2014, Cubisti 16 maggio 2013, Tiziano 10, 15 maggio 2013,  Pop Art in Guggenheim 22, 29 novembre, 11 dicembre 2012,  Mondrian 13, 18 novembre 2012;  in cultura.inabruzzo.it, Arte africana 15, 17 gennaio 2010 ( quest’ultimo sito  non è più raggiungibile, gli articoli, che sono a disposizione, saranno trasferiti su altro sito).  

El dibujo como pretexto III” , 2016

Foto

Le immagini, tutte delle opere di Valdés a parte quella di chiusura con l’artista fotografato nel suo atelier, sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore con i titolari dei diritti nonché la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale che lo ha cortesemente fornito. E’ inserita una selezione di 25 opere delle 6 tappe della galleria espositiva, tutte citate nel presente articolo, come sono citate le altre 25 opere delle stesse tappe, inserite nel 1° articolo di inquadramento generale. In apertura, Manolo Valdés, “La Danza” 1988; seguono, “Zurbaràn come pretexto” 1988, e “Perfil con imàgenes de Sonia Delanany I” 1997; poi, “Retrato sobre fondo verde y beige” 2007, e “Retrato de una dama” 2014; quindi, “Perfil de  dama con marco” 2012, e “Vivianne III” 2005; inoltre, “Odalisca sobre fondo royo” 2016, e ”Matisse como pretexto Lydia” 1999; ancora, “Desnudo I” 2010 , e “El frasco de perfume” 1992; continua, “Reloj II” 1998, e “White diamond” 2007; prosegue, “Vasija II” 2006, e “Libreria (4 mòdulos)” 1996; poi, “El Ciclista (Léger come pretexto)” 1986, e “Menine” 2009; quindi, “Dama a caballo” 2012 legno, e “Reina Mariana”   2019; inoltre “Dama a caballo” 2012 bronzo, e “Caballero” 2012; ancora, “Double retrato  Al 1”  2017, e “Fiore I” 2017; infine, “Alambres I ” e “El dibujo como pretexto III” , 2016; in chiusura, Manolo Valdès da visitatore nel suo atelier.

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Manolo Valdès da visitatore nel suo atelier

Valdés, 1. Il tempo e la materia nei “d’aprés” della memoria, al Palazzo Cipolla

di Romano Maria Levante

Manolo Valdés, “Rheina Mariana”, 1997

La mostra “Manolo Valdés. Le orme del tempo” espone a Palazzo Cipolla circa 70 opere dell’artista spagnolo, tra grandi dipinti e sculture. Il periodo di apertura previsto inizialmente dal 17 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 è stato prorogato per la pandemia, che l’ha costretta  – come  la contemporanea “17^ Quadriennale d’Arte” –  alla chiusura 2 settimane dopo l’apertura e a uno “stop and go” con l’estensione  fino all’11 luglio 2021  Promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele,  realizzata da Poema, amministratore  unico Giovanni Le Rose, con Contini Galleria d’Arte, presidente Stefano Contini,  e il supporto tecnico di “Comediarting”, amministratore unico Francesca Silvestri e di  Arthemisia, presidente Iole Siena, E’ a cura di Gabriele Simongini, come il Catalogo  bilingue di Manfredi Edizioni.

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“Ribera como pretexto”, 1988

La presentazione del presidente  Emanuele

La mostra di Manolo Valdés  si pone come tutte le altre manifestazioni culturali, e non solo,  nel bel mezzo della pandemia. Ma ciò che le dà un significato speciale è il collegamento che  il presidente dell’organismo promotore, Emmanuele F. M. Emanuele,  fa tra questi eventi a ciò che avviene nel paese, non soltanto come doverosa attenzione ma come impegno personale “in un momento storico qual è quello attuale, afflitto dall’emergenza sanitaria e dalla conseguente grave crisi economica e sociale che ha colpito il nostro mondo”; a tali emergenze, aggiunge,“oltre che con interventi significativi di sostegno umanitario verso i più bisognosi, mi prodigo per dare  risposta anche attraverso l’arte  e la cultura”. Il  Premio Montale, conferitogli  nel 2019 come ”uomo dal multiforme ingegno”, poeta e intellettuale, docente e  giurista,  manager e imprenditore, è appunto il prestigioso  riconoscimento “alle innumerevoli attività sociali, economiche, culturali e artistiche da lui gemmate nei Paesi del sud Italia e del bacino del Mediterraneo” con costanza e dedizione.

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“Francesco d’Este”, 1991

  Emanuele  ribadisce il suo ben noto pensiero secondo cui arte e cultura sono “gli unici veri asset del nostro paese, in grado di contribuire ad alleviare la penosa condizione esistenziale in cui si trovano i nostri concittadini”. Il nesso tra problemi umanitari ed economico-sociali da un lato e l’arte  e la cultura come asset fondamentali dall’altro viene declinato oltre che nell’impostazione teorica,  in pratica dato il suo impegno diretto in questi campi. Ricordiamo ancora quando intervenne in ritardo alla presentazione della mostra di Ennio Calabria per i suoi impegni umanitari, e lo stesso accadde nel febbraio dello scorso anno alla maratona poetica “Ritratti di poesia” nell’Auditorium della Conciliazione. Un esempio  il suo, di come l’arte e la cultura possano dare una spinta in più anche per ritrovare quello scatto d’orgoglio che ha sempre fatto risorgere il nostro Paese nelle emergenze, per entrare in sinergia con le iniziative umanitarie, in un  nobile mecenatismo artistico e benefico.

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“Yvette IV”, 2004

In merito all’artista, sottolinea  “l’attitudine ad attingere in maniera del tutto trasparente  e naturale al repertorio artistico del passato per riproporlo in chiave contemporanea”, e in questo trova conferma alla propria  convinzione  “che l’arte è un fluire ininterrotto, un dialogo costante tra i grandi di ieri e di oggi”. Infatti  “l’opera di Valdés è in questo senso  una revisione continua del passato, un mosaico che si compone di centinaia di tessere, una rappresentazione  che nasce dall’accumulazione e dall’appropriazione di tante  altre immagini saldamente entrate nella nostra cultura visiva,  di reminiscenze di tutte le civiltà e di tutti i tempi”. Tutto ciò “lo rende un artista  a tutto tondo, perfetto interprete del nostro tempo e della nostra società”.

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“Retrato sobre fondo verde”, 2012

Il  tempo come “forza latente” e il “correlativo” nella materia-memoria

Dopo aver inquadrato con le parole dell’ideatore e promotore della mostra il suo valore nel momento attuale e il suo significato più alto, entriamo nello specifico per poter passare poi alla galleria espositiva a ragion veduta sul piano dei contenuti e della forma stilistica prescelta. Iniziamo dalle parole dell’artista: “Noi costruiamo su ciò che la storia dell’arte ha messo nelle nostre mani”, cui fa eco  Wind: “Il passato  non viene distrutto dal presente, ma sopravvive in esso come forza latente”.   Storia, passato  e presente,  viene evocata l’azione penetrante del tempo  in un modo del tutto insolito, come è insolito ciò che ne scaturisce nell’opera artistica di Valdés.

“Retrato de una joven”, 1992

Il curatore Gabriele Simongini – che ha curato a dicembre 2018  la mostra di Ennio Calabria “Verso il tempo dell’essere –  torna con “la forma del  tempo”. Definisce Valdés “il giocoliere del tempo lineare disintegrato  e poi trasformato in opere dalla natura ibrida , essendo nuove ed antiche senza soluzione di continuità”,  Nella direzione tracciata da Walter Benjamin: “Il passato esiste ed è al lavoro  appassionatamente nelle cose, in tutte le cose, talvolta come lutto e fantasma che non smette di perseguitarci nel presente”.

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“Retrato en blanco y royo” , 1988

Questo nella vita, e anche nell’arte, “perché in fondo l’arte, la grande arte è sempre contemporanea”.Simongini cita Bergson che  afferma: “La durata è l’incessante progredire del passato che intacca l’avvenire e che, progredendo, si accresce. E poiché si accresce continuamente, il passato  si conserva indefinitamente… l’accumularsi del passato su se stesso continua senza tregua. In realtà il passato si conserva da se stesso, automaticamente.  Esso ci segue, tutt’intero, in ogni momento”.  Parole che sorprendono per il termine “progredire” solitamente riferito al presente proiettato nel futuro, mentre Bergson lo riserva in modo motivato al passato. 

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“Rostro tricolor sobre fondo gris”,2006

Dopo aver posto  queste basi di natura filosofica, il curatore osserva: “Il pittore e scultore spagnolo risponde elegantemente alla tirannia di un sistema dell’arte  basato sul pregiudizio del ‘nuovo ad ogni costo’ dimostrando che il ‘nuovo’ ha radici  originarie  e non banalmente originali”. Ed ecco come: “Con le sue opere egli ha creato una sorta di Macchina artistica del Tempo, capace di ‘tornare’nel passato e di modificarlo, facendo nascere un altro universo e realizzando per via intuitiva un sorprendente parallelismo con la teoria scientifica post-relativistica … che ipotizza due frecce del tempo, una rivolta  verso il futuro e una indirizzata verso il passato”.

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“Matisse como pretexto con blanco”, 2018

Valdés segue entrambe le frecce, una  nella individuazione del “passato” da recuperare attraverso le opere che fa rivivere trasformate,  l’altra nell’orientamento al futuro con la scelta dei materiali e di una forma espressiva necessariamente modificata. Lo dice sottolineando che nel recuperare artisti del passato ci mette la sua arte com’è nel presente, non potrebbe concepire una propria opera riferita a un artista del passato senza considerare il tempo intercorso, che porta a inevitabili cambiamenti. “Dipingere è continuare a sommare, ad accumulare, tutto si mescola”. D’altra parte i “nani sulle spalle dei giganti” non c’erano soltanto nel Medioevo, l’aforisma vale sempre.

“Desnudo azul”,1995

Ed ecco come Simongini parla della “Macchina artistica del Tempo” creata dall’artista: “Valdés cambia profondamente, di volta in volta, l’uso stesso della materia e delle materie, ovvero l’essenza stessa dell’esistenza dell’opera nella processualità  che  l’ha generata”. Lo fa In questo modo: “Nelle stratificazioni a palinsesto che, in particolare nelle opere degli  anni ottanta e della prima metà dei novanta, cancellano i volti e le identità delle figure tratte dalla storia dell’arte, la materia diventa il correlativo oggettivo del tempo e della memoria con il suo accumularsi ininterrotto di ricordi”. E’  la “materia-memoria”di Bergson che Valdés collega all’arte vista nel corso della sua storia “in un circuito spiazzante ma colmo d’intensità. Potremmo dire, forzando un po’ la mano, che nelle sue opere memoria e storia dell’arte si materializzano, letteralmente”. D’altra parte lo stesso Valdés afferma: “Io devo creare qualcosa  in cui i materiali sono dominanti, il soggetto è un pretesto”. Materializzazione versus idealizzazione!

“Hommage a Matisse”,1995

Perché questo avvenga  le sue opere così concepite non sono i “d’aprés” che conosciamo in molti artisti nei quali, a parte l’impronta dell’artista che si è ispirato, si conserva sostanzialmente l’identità  delle opere originarie. Ricordiamo De Chirico, che senza stravolgere l’originale lasciava il proprio segno  nei “d’aprés” che Federico Zeri ha definito “monumenti insigni” e “veri e propri capolavori”. Sono stati un punto fermo e un motivo costante della sua rivisitazione del passato, tanto che  prima della  morte aveva iniziato a ri-dipingere il “Tondo Doni” dalla “Sacra Famiglia” di Michelangelo, per un nuovo “d’aprés” dopo quello della fase iniziale della sua vita artistica. Valdés fa delle trasposizioni di genere, da pittura a scultura, con la “materializzazione”, diventa “homo faber”: sarto nei materiali tessili, falegname nelle opere lignee, fabbro in quelle in bronzo. E questo sin dall’inizio, come De Chirico, da quando aveva vent’anni e iniziava il suo itinerario tra i grandi artisti, soprattutto spagnoli, nei suoi “d’aprés” altamente innovativi, spesso divenuti strumento di denuncia  della dittatura franchista.

“Cafetera bla sobre fondo negro”, 1994

Ma oggi, nel dilagare del digitale con i suoi riflessi  anche nell’arte, l’attrazione esercitata dalle sue opere così fortemente “materiche” – nelle quali sembra vi sia  l’imperfezione che  invita  a toccarle –  fa dire al curatore: “Oggi nell’accelerazione del virtuale, in un mondo piatto,  levigato  e  digitale,  le opere di Valdés permettono invece  di esercitare l’esperienza della materia nella sua imperfezione vitale  e la loro fisicità diventa una risposta forte  alla pervasiva smaterializzazione”. Una fisicità che nelle opere più recenti si apre alla “velocità percettiva dei nostri tempi” mediante inserimento nella tela di pezzi di specchio per rendere con i loro riflessi, il senso della frantumazione del mondo d’oggi, ricondotta a unità  con le linee “spesse e pur saettanti” che li collegano. “Ancora una volta ecco emergere lo scambio di ruoli  fra realtà ed illusione”.

“Two grey cones”, 2006

 Valdés, vita e arte

Ma chi è Valdés, come è maturata un’arte così personale e insolita?  Dalla sua biografia se ne segue il percorso, in un ’impegno inesausto  in campo artistico, particolarmente intenso  nel periodo più tormentato della sua e nostra epoca. Nato a Valencia l’8 marzo 1942, dopo aver frequentato per due anni l’Accademia di Belle Arti,  si dedica totalmente alla pittura, ha soltanto 17 anni. Nel 1962, a 19 anni, presenta all’Esposizione Nazionale di Belle Arti l’opera “Barca”, figurativa nel tema e informale nel materiale, e sono subito evidenti i suoi riferimenti ai grandi artisti spagnoli, in primis Velasquez,  poi Picasso e altri.

“Vasijas griegas III”,1995

E’ molto attivo nel portare avanti le tematiche che gli stanno a cuore nel mondo artistico spagnolo: concorre da giovanissimo a fondare gruppi di artisti con visioni innovative: nel 1964, a 21 anni,  il gruppo “Estampa Popular” che usa anche lo strumento pubblicitario e resta in vita solo un anno;  ma lui non si ferma, nel 1965, dopo aver partecipato con successo al XVI Salone della Giovane Pittura di Parigi, eccolo nel  gruppo “Equipo Crònica”, aperto alla Pop Art e a tematiche nuove, con Solbes e Toledo, che lo lascia  presto;  continua a lavorare con Solbes fino alla sua morte  nel 1981.

“Heya”, 1995

 Ottiene il Premio Nazionale delle Arti Plastiche nel 1983 e la Medaglia d’Oro al Festival Internazionale di Arti Plastiche di Baghdad nel 1986.  Due anni dopo si trasferisce a New York dove nel 1992 apre un grande studio per concentrarsi sulla scultura. Dopo aver rappresentato la Spagna, insieme a Ferrer, alla Biennale di Venezia del 1999, nel 2000 torna nel suo paese, ma continua ad alternare i suoi soggiorni tra Madrid,  dove realizza delle sculture per l’aeroporto internazionale, e New York. Si tengono retrospettive nel 2002  al Guggenheim Museum di Bilbao, e nel 2006  al Museo Reina Sofia;  e tante esposizioni, a Pechino e a San Pietroburgo nel 2008,  a Locarno nel 2019, e ora nel 2020-21 a Roma. Oltre alle sue opere nei grandi  musei, da Parigi a New York, .da Madrid a Berlino, sue sculture sono installate in modo stabile nell’arredo urbano delle  prime tre città ora citate, e di Valencia, Montecarlo e Pietrasanta.

“Lydia”, 2006

Impressionante la sua vitalità a livello internazionale, dal 1965 ad oggi: abbiamo contato un numero impressionante di mostre, personali e collettive, oltre 700, di cui circa  140 negli ultimi 10 anni (50 personali e 90 collettive), 235 tra il 2000  e il 2010 (65 personali e 170 collettive) e oltre 360   nei 35 anni precedenti (165 personali e 200 collettive). La mostra attuale  con le 70 opere esposte è al culmine di un percorso che è riduttivo qualificare come sbalorditivo.  Tanto più se consideriamo la presenza in una ottantina di collezioni pubbliche e una bibliografia con una cinquantina di testi a lui dedicati.  Una ventina i premi e riconoscimenti, il primo del 1965 è italiano, del Comune di Biella.

Vasijas griegas madera”, 1998

La  visione dell’arte nelle sue parole

Lasciamo la parola a  lui stesso per qualificarne  l’itinerario artistico: “Noi costruiamo ciò che la storia dell’arte ha messo nelle nostre mani”, afferma solennemente. Ma poi aggiunge: “essa per me è una magnifica scusa per raccontare altro, per fare un discorso più ampio sulla vita umana”. Così  la pensa senza  fare alcuna concessione alle smanie iconoclaste:  “L’arte di ogni epoca ha sempre elementi del passato, si sussegue ed è una somma permanente”.

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Infanta Margarita”, 1993

Per questo non si deve avere la presunzione  delle avanguardie innovatrici che credono di rifondare l’arte al passo dei tempi cancellando il passato: “Ci sono artisti che  credono che annulleranno  tutto ciò che li precede con la loro opera, ma può darsi che ciò che ci precede annulli tutti noi, tutto è mescolato, niente ha messo fine a niente”. Ma lui, salendo sulle spalle dei giganti del passato, come Velasquez, e andando anche oltre nella classicità, si è posto di certo in una prospettiva che va oltre il tempo.

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“Reina Mariana”, 1992

Il  suo orientamento è chiaro:  “Mi sono abituato a guardare il mondo attraverso  gli occhi della cultura”. E i suoi riferimenti ben precisi: “Per farla breve, osservo, apprezzo, e provo simpatia per una mela dipinta da Cézanne. Mi piace il cielo se assomiglia a un Friedrich e amo i girasoli grazie a Van Gogh”.  Ma va ben oltre: “Osservando un dipinto di Raffaello,  posso dichiarare ‘in questo caso l’artista non ha corso  alcun rischio, perché sapeva come andava fatto, e così è stato”.. E, paragonandosi ai cantanti lirici con i temi di repertorio aggiunge: “M piace affrontare il lavoro con  consapevolezza, sicuro del risultato che voglio ottenere”.

Infanta Margarita”, 2000

 Eccolo  sulle scelte personali: “Amo dire che sono un artista di repertorio, come quei cantanti lirici a cui piace interpretare determinate opere perché le cantano meglio. Le immagini sulle quali torno non si esauriscono mai”. Infatti ne vedremo multipli ripetuti in modo appassionato con varianti. Così ne parla l’artista:”La mia scultura ha molto della mia pittura, mi interessa la matericità”. E spiega:  “Negli ultimi anni la scultura ha assunto un ruolo sempre più importante all’interno della mia produzione. Molte volte nasce da un’idea che ho già  dipinto in precedenza. Altre, accade il contrario. Una scultura può ispirarmi un quadro e viceversa un quadro può trasformarsi in scultura”.  Opera così: “Fatto il volume, percorro topograficamente la superficie, per vedere una piccola macchia, un buco, così come non uso mai una tela bianca, non  sono neanche capace di prendere un blocco e tirarne fuori la scultura. Non potrei pormi davanti a un blocco asettico”.

Caballero”, 2005

Più in generale, ecco cosa dice  sull’evoluzione dell’arte  nel valorizzarne la sedimentazione nel tempo con la modernità: “Dal  XVII secolo ad oggi sono successe molte cose e quelle cose si rispecchiano anche nei miei quadri”. Con una confessione che è un omaggio alla modernità da parte di chi si ispira ai maestri del passato: “Sicuramente non potrei fare una testa che nel Seicento fu dipinta a grandezza naturale e farla diventare alta due metri senza che il Pop mi avesse insegnato a farlo. Con il Pop ho imparato che quelle grandi scale avevano un impatto ma anche altri mi hanno insegnato altre cose”.

“Dama a caballo”, 2014

Altre sue osservazioni sempre su un piano generale, pur  con riflessi personali: “Penso che l’idea di un museo immaginario adottata da diversi artisti sia molto bella”. E  precisa così la sua idea:  “Il mio sarebbe sicuramente molto vario e dal punto di vista di uno storico dell’arte, estremamente incoerente”. Il perché è presto detto: “Nascerebbe dall’arbitrarietà e dagli impulsi emotivi. Mi piacciono nello stesso modo i capolavori della storia dell’arte e le opere che si possono incontrare nei corridoi di un museo”. D’altra parte ha confidato: “I musei, la strada, le immagini in generale, forniscono il materiale per le mie opere”. 

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“Mariposas azules, 2016

Non manca una riflessione su chi osserva e valuta le sue opere: “Non c’è niente che mi renda più felice che sentire diverse interpretazioni della mia arte. E’ bello che ognuno legga un’opera a modo suo e che ne tragga  conclusioni diverse e variegate”. Come il libro dello scrittore, così il dipinto o la scultura dell’artista non sono più di chi li ha creati ma di chi ne diventa osservatore e interprete secondo la propria sensibilità e la propria libera valutazione, la pluralità dei giudizi è un valore.

E con la sua osservazione che introduce alla visita virtuale della mostra,  terminiamo queste note introduttive su un artista così speciale. Prossimamente visiteremo la galleria delle sue opere.

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Juno”, 2013

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Museo di Palazzo Cipolla, via del Corso 320, Roma.  Dal lunedì al venerdì, ore 10-20 (la biglietteria chiude un’ora prima) sabato e domenica chiuso. Ingresso euro 6,00, ridotti euro 3,00 (under 26 e over 65 anni, studenti, forze dell’ordine, giornalisti, apposite convenzioni), gratuito under 6 anni e diversamente abili acompagnati. Tel. 06.9762559 fondazione@fondazioneterzopilastrointernazionale.it Catalogo “Manolo Valdés. Le forme del tempo”, a cura di Gabriele Simongini, Manfredi Edizioni, ottobre 2020, pp. 192, formato 24 x 29, bilingue italiano-inglese;  dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il secondo articolo sulla mostra uscirà in questo sito domani 18 aprile 2021. Per gli artisti e le altre citazioni del testo cfr. i nostri articoli: in questo sito, sulla 17^Quadriennale d’Arte 1, 2, 3, 4, 5 marzo 2021, Ritratti di Poesia 12 marzo 2020, De Chirico   settembre 2019, il  3, 5, 7, 9, 11, 13, 15 – 18, 20, 22 –  25, 27, 29;  in www.arteculturaoggi.com, Premio Montale a Emanuele 14, 20 aprile 2019, Ennio  Calabria 31 dicembre 2018, 4, 10 gennaio 2019,  Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018,  De Chirico 17, 21 dicembre 2016, 1° marzo 2015, 20, 26  giugno, 1° luglio 2013, Cezanne 24, 31 dicembre 2013; in cultur.,inabruzzo,it,  Van Gogh 17, 18 febbraio 2011, De Chirico 8, 10, 11 luglio 2010, 27 agosto, 23 settembre, 22 dicembre (sui d’aprés) 2009, Picasso  4 febbraio 2009; De Chirico in “Metafisica” e “Metaphysical Art” a stampa, n. 11/13 del 2013. L’ultimo sito “on line” citato non è più raggiungibile, gli articoli, che sono a disposizione, saranno trasferiti su altro sito. 

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“Alambres II”, 2016

 

Foto

Le immagini, tutte delle opere di Valdés a parte quella di chiusura con l’artista fotografato nel suo atelier, sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore con i titolari dei diritti nonché la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale che lo ha cortesemente fornito. E’ inserita una selezione di 25 opere delle 6 tappe della galleria espositiva, non citate in questo articolo di inquadramento generale, ma nel secondo articolo nel quale sono inserite altre 25 opere delle stesse tappe artistiche. In apertura, Manolo Valdés, “Rheina Mariana” 1997; seguono, “Ribera como pretexto” 1988, e “Francesco d’Este” 1991; poi, “Yvette IV” 2004, e “Retrato sobre fondo verde” 2012; quindi, “Retrato de una joven” 1992, e “Retrato en blanco y royo” 1988; inoltre, “Rostro tricolor sobre fondo gris” 2006, e “Matisse como pretexto con blanco” 2018; ancora, “Desnudo azul” 1995, e “Hommage a Matisse” 1995; continua, “Cafetera bla sobre fondo negro” 1994, e “Two grey cones” 2006; prosegue, “Vasijas griegas III” 1995, e “Heya” 1995; poi, “Lydia” 2006, e “Vasijas griegas madera” 1998; quindi, “Infanta Margarita” 1993, e “Reina Mariana” 1992; inoltre, “Infanta Margarita” 2000, e “Caballero” 2005; ancora, “Dama a caballo” 2014, e “Mariposas azules 2016; infine, “Juno” 2013, e “Alambres II” 2016; in chiusura, l’artista Manolo Valdés nel suo atelier.

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L’artista Manolo Valdés nel suo atelier.

In memoria di Francesco Pintor

di Romano Maria Levante

Francesco carissimo,

non avrei mai voluto ricevere la telefonata che mi ha sconvolto, sei scomparso, dopo aver raggiunto il culmine come Procuratore Generale della Repubblica di Bologna, e aver poi proseguito come Garante del contribuente dell’Emilia-Romagna. Sono incredulo oltre che attonito, non è possibile, non è giusto, non può essere vero andarsene così il 3 marzo, l’ho saputo oggi nel giorno che mi si dice essere dei tuoi funerali, ci partecipo virtualmente, da Roma. E’ troppo crudele che la sorte ti abbia colpito in modo tanto spietato: perdere tua figlia Chiara vice-prefetto vicario di Modena, mentre combattevi contro un nemico invisibile a fianco della cara Wanda  – colpita anch’essa pesantemente dal Covid, mentre tuo figlio avvocato lo ha avuto in forma più leggera – e dover cedere al morbo spietato quando la “guerra” contro il virus sembrava giunta al termine con le vaccinazioni, come per l’eroe di “All’Ovest niente di nuovo”!

Francesco Pintor, già Procuratore Generale della Repubblica di Bologna

Mai ti avevano piegato i criminali che avevi inchiodato alle loro responsabilità in nome della legge; neppure le temibili organizzazioni eversive le cui minacce avevano portato a blindare le finestre della tua bella abitazione in una zona residenziale della città, mi confidasti il tuo rammarico di averlo dovuto accettare.  Nella mia immancabile telefonata di auguri pasquali dell’aprile scorso, nel pieno della “prima ondata” di pandemia, mi dicesti che con il grande giardino dove potevi passeggiare tranquillo e la via poco frequentata da te percorsa fino all’edicola per prendere il quotidiano  non correvi rischi di contagio, cambiavi marciapiede se vedevi qualcuno avvicinarsi. Aggiungesti che avevi qualche timore per tua figlia le cui funzioni a Modena la esponevano agli inevitabili contatti; non potevi pensare che, dramma nel dramma, ingiustizia nell’ingiustizia, Chiara se ne sarebbe andata alcuni giorni prima di te, e non per il Covid. Di tutto questo non so darmi pace, mi chiedo angosciato perchè è stato possibile. Perché, perché, perché? 

Come superare l’onda di pensieri che mi assale con il cuore in tumulto, che dire in un momento così sconvolgente, quando sembrano cadere le certezze e si è in preda allo sconforto?  Ripiegarsi su sè stessi  e immergersi nei ricordi, fare appello alla memoria quando la realtà diventa insostenibile pensando come sia disumano che chi, come te, si è sempre battuto per la giustizia abbia dovuto subire la massima ingiustizia che il destino potesse comminare. Il mio senso di umanità si ribella a una realtà che purtroppo si impone con la forza dei fatti, ma la mia ragione e il mio sentimento si rifiutano di accettare.

E allora per sconfiggere la morte chiamo a raccolta la vita, la tua vita, Francesco carissimo, che resta in tutto il suo splendore come se ci fossi ancora tu a testimoniarla con la tua presenza viva e vitale. A un certo punto della tua vita ci siamo incontrati, ed è bello ricordarlo per sentirti vicino. 

Dalla Calabria dove sei nato il 25 giugno 1935, eri andato con la  famiglia a 11 anni a Bologna, dove si sono svolti i tuoi studi ed è culminato il tuo prestigioso “cursus honorum”. E a Bologna ti ho incontrato al 2° liceo, venivo nella grande città dalla provincia, avevo frequentato a Teramo il ginnasio e 1° liceo, abbiamo condiviso come compagni di banco i due anni di liceo e la maturità al Liceo-ginnasio Marco Minghetti.

Agli inizi dell’aprile scorso, nell’isolamento ansioso del “lockdown”, il giorno del mio compleanno avevo sentito il bisogno di far rivivere in me le “radici” bolognesi  entrando in contatto con l’Associazione dei Minghettiani, la presidente mi chiese di  scrivere un ricordo, che fu pubblicato nelle “Testimonianze” del loro sito.  Te ne parlai in una telefonata, mi aiutasti anche a ricordare il nome della nostra professoressa di scienze, che inserii nel mio scritto, spero tu  abbia potuto leggere  i miei ricordi, nei quali sei protagonista.  

Citerò testualmente  le parole di allora, non è l’emozione dolorosa di questo momento a suggerirmele, perciò rileggendole la ferita nel mio cuore si addolcisce nella memoria sempre viva. Ecco la parte della “testimonianza” in cui ci sei tu, soffusa di nostalgia cui si aggiunge ora l’amarezza portata dal dolore.

Ricordi comuni degli anni “minghettiani”

“I compagni sono ben presenti, questa volta sono il mio animo e il mio cuore ad essere investiti dalla marea di ricordi. Tra tutti Francesco Pintor, e non perché nella sua ‘escalation’ professionale sia assurto al massimo livello nella sua città, Procuratore generale della corte d’appello di Bologna, quanto perché fu lui, compagno di banco in quei due anni di liceo, a introdurre inizialmente il timido nuovo arrivato che si sentiva sperduto; mi recavo a trovarlo a casa con la sua famiglia, il padre colonnello dell’esercito, la colleganza divenne presto stretta amicizia, e così è rimasta.

“Ricordo quando andavo a vedere le gare studentesche allo Stadio, lui partecipava alle corse podistiche di resistenza, ma ricordo ben più nitidamente quando, forse mezzo secolo dopo, per un paio d’anni sono andato appositamente da Roma a Bologna per assistere alle inaugurazioni dell’Anno giudiziario che lo vedevano protagonista. Sempre con il suo piglio disincantato fuori da ogni conformismo, evidente all’inizio del solenne intervento quando, insofferente dell’ermellino, toglieva dal capo l’austero tocco scuotendo la massa dei capelli ribelli come una volta. Non ho dimenticato lo sguardo ‘assassino’ scambiato da lui, nella 3^ liceo, con una nostra compagna, Wanda Pasini, la più brava della classe in prima fila nel banco centrale, mentre io e Francesco eravamo al secondo banco nella fila laterale sinistra; di lì nacque un amore manifestatosi nel loro felice matrimonio, mi intrigava di aver colto il momento magico della prima scintilla.

“Un ricordo lieto, quando nel periodo in cui era membro del Consiglio Superiore della Magistratura ebbi il grande piacere di averlo a cena da me a Roma, si presentò con un bel mazzo di fiori per mia moglie; poi, nel giorno in cui l’ombra oscura dell’assassinio di Bachelet si proiettò sul CSM, gli telefonai a Bologna per rassicurarmi sulla sua incolumità, lo feci anche allo scoppio della bomba alla stazione, con lui e con i miei parenti in città, mia zia doveva prendere il treno in quei giorni.

“Francesco creò anche la saldatura dei ‘minghettiani’ con i ‘teramani’: nella vita professionale si incontrò con uno dei miei più cari compagni del 1° liceo a Teramo, Renato, che mi aveva raggiunto negli anni universitari a Bologna, era diventato anche vigile urbano motociclista, lo ricordo sulla sua moto scintillante nell’elegante divisa, mi sentivo piccolo piccolo sulla mia modesta Vespa. Dopo averlo saputo, sono andato più volte a Bologna per partecipare alle loro cene mensili con i colleghi, tanto era il legame affettivo; pochi anni fa Francesco mi ha dato la triste notizia della sua scomparsa nella telefonata di auguri pasquali, la successiva era per Renato, è stato un duro colpo. L’altro più caro compagno teramano a Bologna era Giorgio, molti anni dopo mi farà superare due problemi editoriali, l’ho già ricordato; stavamo spesso insieme, da dieci anni se n’è andato pure lui…

“Alla vista rasserenante di una serie di fotografie ‘d’epoca’ allontano questi pensieri: ecco la mia laurea con la corona d’alloro in testa e la festa delle matricole con il berretto universitario, è sempre con me Francesco, c’è l’impronta minghettiana, le ho messe vicino alla mia scrivania.

“Un’ulteriore immagine minghettiana che mi assale mi riporta alla recita del 3° anno, all’insegna del “dimetilchetone trinitotoluolo”, le astruse formule chimiche messe da noi alla berlina, io fui ‘immerso’ in pigiama rosa nel pentolone come novello esploratore arrostito dai selvaggi, i compagni saltellando mi lasciarono nel proscenio in tutta la mia timidezza ancora più indifesa”. Tra loro c’era, naturalmente, il compagno di banco  Francesco.

“Ma irrompe una nuova immagine collegata ad un evento successivo di segno ben diverso. Riguarda il pomeriggio in cui, dopo la lezione di ginnastica, con un gruppo di compagni – sempre l’amico del cuore Francesco Pintor e ricordo anche Lello Limarzi, più grande ed ‘esperto’ di noi – andai in Via Valdonica, davanti a una di quelle “case” ancora aperte; io non salii e neppure altri di noi, mi è rimasta impressa quella via oscura dai piccoli portici maleodoranti, da antica suburra. Qualche anno fa ho rivisto in TV via Valdonica in una luce opposta, facciate e portici restaurati nel colore del cotto, la luminosità calda in contrasto con l’oscurità interiore calata su quella via con l’assassinio di Marco Biagi, una tragedia dolorosa che si sostituiva alla maliziosa memoria di allora.”

Il tuo “cursus honorum”, un’escalation appassionata 

Sono ricordi lontani  che tornano in questo momento,  tristi e dolci insieme, perché  da quegli anni prende avvio l’”escalation” che ti ha portato, Francesco carissimo,  ai vertici della magistratura nella tua Bologna.

Inizia dalla tua  laurea in Giurisprudenza  nell’Università  di Bologna nel 1958, discutendo una tesi di diritto processuale civile con il prof. Tito Carnicini, anch’io in Giurisprudenza discussi  la tesi con il prof. Federico Caffè in economia politica, e da allora le nostre strade si divisero verso itinerari diversi; il tuo nel segno del Diritto come espressione della tua coscienza civile e del tuo culto della legalità.

Dopo l’ abilitazione alla professione forense nel 1960  il tuo ingresso in magistratura come uditore giudiziario impegnato  nel tirocinio presso gli uffici giudiziari bolognesi, il Tribunale, la Procura, la Pretura. Poi hai operato nel territorio, Pretore a Rovigo, a Mantova ad Imola.

Dalla Pretura sei passato  alla Procura, come Sostituto procuratore della Repubblica nella Procura di Bologna, quindi  di nuovo funzioni giurisdizionali nel Tribunale di Bologna come Giudice nella 1^ sezione penale, dopo Giudice effettivo nella Corte d’assise, e applicato all’Ufficio di istruzione dei processi penali, non è mancata neppure un’esperienza alla 1^ sezione civile.

Nel 1982  l’importante tua nomina a Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Bologna. Tra i tanti  procedimenti  in cui hai profuso il tuo impegno appassionato  ne ricordo tre, di particolare rilievo, che ti hanno visto in vesti diverse: come giudice in Corte d’assise   per i  cosiddetti “fatti di Argelato”, l’omicidio di un brigadiere dei carabinieri nel corso di una rapina al locale zuccherificio; come pubblico ministero per la strage del treno “Italicus” e  per l’omicidio del magistrato Mario Amato; il terzo che mi torna alla mente è per sequestro di persona a fini di estorsione con uccisione del sequestrato.

Alla fine degli anni ’80 la tua nomina per la nuova funzione introdotta nell’ordinamento  di Procuratore della Repubblica presso la Pretura Circondariale di Bologna, ricordo che mi parlasti di questo ruolo insolito. Finché, nel 1997, nominato  Avvocato Generale nella  Procura generale della Repubblica,  ti sei  avvicinato  al culmine che hai raggiunto nel 2001 con  l’incarico direttivo di Procuratore Generale della Repubblica per il distretto dell’Emilia Romagna. Lo sei stato per otto anni, fino alla pensione dell’aprile 2009, e ho  ricordato prima quando venivo da Roma per assistere all’inaugurazione dell’anno giudiziario, felice e orgoglioso che a celebrarla fosse il mio antico compagno di banco. Mio figlio Alberto mi ricorda quando venimmo a trovarti a casa a Bologna all’inizio del nostro viaggio in Europa dopo la sua maturità.

Ma non è tutto qui il tuo “cursus honorum” giudiziario, sei stato anche componente effettivo del Consiglio Giudiziario presso la Corte di appello di Bologna per due bienni dal 1971 al 1975, e soprattutto membro del Consiglio Superiore della Magistratura per quasi 5 anni, del 18 dicembre 1976 al 9 luglio 1981; erano gli “anni di piombo”, fu assassinato dalle BR il vice presidente del CSM   Bachelet, cui subentrò Conso, ne erano presidenti i capi dello Stato  Leone e poi Pertini. In quel periodo sei venuto a casa mia a Roma,  l’ho ricordato nella testimonianza ai nostri compagni Minghettiani.

Hai fatto parte, oltre che della 3^ Commissione referente del CSM, della Commissione ministeriale per la riforma organica dell’ordinamento giudiziario istituita nel 1982 e della Commissione ministeriale per le attività di formazione e aggiornamento professionale in vista dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale istituita nel 1987.

Con l’andata in pensione nel 2009  non ti sei fermato, tutt’altro: ed ecco senza soluzione di continuità la nomina con decreto della Commissione Regionale Tributaria a  Presidente dell’Ufficio del Garante del Contribuente per l’Emilia Romagna, inizialmente  per il quadriennio 2009 –2013, poi hai continuato. Me ne parlavi con la soddisfazione di poter affrontare di nuovo direttamente le questioni giuridiche che ti appassionavano dopo anni in cui l’alto livello raggiunto comportava soprattutto funzioni di coordinamento; quando con i tagli governativi non potevi più contare sui due magistrati facenti parte del tuo ufficio il lavoro divenne ancora più gravoso e ti preoccupava.  

Sembrerebbe completo l’arco della tua attività instancabile all’insegna del diritto e per la  legalità, ma  c’è dell’altro ancora, e riguarda la condivisione di quanto acquisito con  la tua passione, la tua energia e determinazione. Lo hai fatto su incarico del Consiglio Superiore della Magistratura con le tue dotte relazioni negli  incontri di studio  riservati ai magistrati; lo hai fatto anche  come docente nella sede di Bologna della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione nei corsi di formazione per funzionari del ministero della Giustizia, sull’ “Ordinamento giudiziario”, e per  funzionari alla Corte dei Conti sui  “Reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione”. E hai svolto  numerosi seminari di studio nel corso di “Ordinamento e deontologia giudiziaria” della Scuola di specializzazione per le professioni forensi “E. Redenti” dell’Università degli studi di Bologna in vari anni accademici. La partecipazione da relatore a numerosi convegni  soprattutto in materia giuridica e medico-legale fino alle serate del “Martedì di San Domenico”  organizzate dal Centro domenicano a Bologna sono altre tessere del tuo straordinario mosaico professionale.

Ecco come ti sei espresso il 30 aprile 2009, nell’ultima giornata in magistratura prima della pensione, ed è stata l’unica intervista che hai concesso – al giornale bolognese “Il Resto del Carlino” – nei 47 anni di intensa attività, in un riserbo esemplare, ulteriore specchio della tua serietà. “Il mio sogno, fin da piccolo, era di fare il magistrato. Mio padre era militare, mio nonno avvocato, in famiglia c’erano zii magistrati. Sono riuscito a coronare questo sogno e il bilancio per me è positivo. Di ciò che ho fatto non cambierei nulla”.

“Quella del magistrato  – dicevi all’intervistatore – è una funzione altissima, che richiede però grandi sacrifici. Sapesse quanto travaglio. Dover operare una scelta in tanti processi, senza essere sicuro della verità. Ma questo è il dovere del giudice. L’importante è poter andare a riposare, la sera, senza che la coscienza rimorda. Poter chiudere gli occhi sapendo di aver fatto il proprio dovere, in assoluta buona fede”. E lo hai fatto quando li hai chiusi l’ultima volta per sempre sapendo che hai continuato a fare il tuo dovere come Garante dei diritti del contribuente oltre che da cittadino e padre di famiglia, della tua bella famiglia.  

Hai ricordato i momenti più difficili, con l’angoscia degli “anni di piombo”: quando ti precipitasti in Via Valdonica dove  era stato assassinato Marco Biagi, mentre partecipavi a un incontro ai “Martedì di San Domenico”;  e quando fosti tra i primi ad accorrere dopo l’omicidio del vicepresidente Bachelet negli anni del CSM. E i momenti fonte per te di soddisfazioni, come la soluzione di casi intricati di omicidi efferati.

Di quell’intervista voglio sottolineare infine la tua risposta alla domanda se consiglieresti a un giovane di diventare magistrato: “Gli direi di farlo, purché ci si approcci con passione. Questo non è come qualunque altro lavoro. Va fatto con sentimento, passione, senso di responsabilità e grandissima umiltà. Ai giovani dico di non scoraggiarsi, di non avere paura, e di farsi guidare sempre da scienza e coscienza”. Aggiungesti anche: “Servono forze nuove, giovani, che sono la linfa necessaria per un ricambio generazionale”.

Le tue doti professionali e umane, nel ricordo della nuova generazione di magistrati

Nel  rievocare tutto questo, sento un profondo rammarico: non averti seguito nelle  fasi esaltanti del tuo prestigioso  itinerario professionale  operando in un campo ben diverso – l’economia e la pianificazione aziendale a livello dirigenziale sul piano professionale, il giornalismo economico e poi culturale sul piano personale – e non poterne quindi cogliere di volta in volta gli elementi qualificanti nei quali rifulge la tua personalità. Mi dicesti che leggevi i trattati di “Logica” per affinare gli strumenti di analisi e valutazione, ma parlavi poco della tua attività forse per non mettermi in imbarazzo essendo la mia tanto lontana dalla tua. Perciò mi affido alle parole di tre magistrati della nuova generazione – le “forze nuove, giovani” che hai definito “la linfa necessaria per un ricambio generazionale” – i quali invece hanno avuto la fortuna di seguirti e mostrano l’alta considerazione e la devozione che sento di provare anch’io, pur su altre basi.

Il magistrato Carlo Coco  ricorda  le tue  “elevatissime doti professionali e umane” che “hanno onorato l’istituzione cui apparteniamo e sono state di esempio per una generazione di colleghi dell’Emilia-Romagna”, e sintetizza  in una parola il suo “commosso ricordo: autorevolezza. Era questo il messaggio che ogni giovane magistrato ha ricevuto“ da te, “ e dall’esempio di tale autorevolezza discendeva  per noi una sicura motivazione a svolgere le nostre funzioni con serietà, impegno, sacrificio, ferma determinazione  e tuttavia, sempre, con umiltà”; sono le doti che anche negli anni liceali rifulgevano, unite a un atteggiamento disincantato sempre volto a sdrammatizzare, ricordo che ti esibivi nei passi di danza di Gene Kelly nel tuo personale “Cantando sotto la pioggia”. Coco sottolinea che la tua “dedizione allo Stato e ai cittadini”  si è manifestata , oltre che nell’attività giurisdizionale e nella guida degli uffici,  “anche con l’impegno  di altissimo profilo profuso nella rappresentanza istituzionale della Magistratura” nel CSM e nell’ANM; nel quale hai operato “in modo cristallino,  con assoluta imparzialità, profondo senso delle istituzioni  e intima convinzione dell’importanza della rappresentanza unitaria della Magistratura”.  Conclude in modo accorato:  “Riposa in pace, Francesco (solo ora posso darti del tu)”.

Marco D’Orazi, magistrato “figlio d’arte”, si lascia andare ai ricordi d’infanzia quando nelle vacanze accompagnava  il padre tuo collega nelle camminate con te in montagna dove “brontolando” imparava “la disciplina del ‘never explain never complain’ (‘vi riposerete quando arriveremo al rifugio’), il senso di responsabilità… la bellezza di raggiungere uno scopo comune”. E non solo, via via imparava “una lezione preziosa” che lo ha accompagnato  nella “vita, professionale e non”, cioè  “il senso del servizio alla Repubblica, l’equilibro personale che è alla base di ogni  buon magistrato, il prendere sul serio il proprio lavoro senza  personalismi”. D’Orazio ha rievocato,  carissimo Francesco,  che nella cena del tuo pensionamento dicesti che “il diritto e il lavoro erano una parte essenziale dell’’essere Pintor’”e che avresti continuato così, “così è stato”. Ricorda anche che la tua amata Chiara era tra i figli piccoli che come lui accompagnavano i padri magistrati nelle camminate educative prima evocate, e forse alla sua prematura scomparsa non ha retto una “fibra fortissima come la tua”, la tragedia nella tragedia.  Dopo l’accorato “tu” di Coco l’altrettanto accorato “lei” di D’Orazio: “Ai grandi si dà del lei, ci dicevano. Dunque la saluto, caro Procuratore, le sia lieve la terra!”.

L’ultimo ricordo di magistrati della nuova generazione che voglio citare è di Marco Forte, lo ringrazio per aver dato queste testimonianze a una persona sua amica a me vicina che me le ha premurosamente trasmesse: anche lui “figlio d’arte” partecipava da bambino alle camminate…  educative ricordate da D’Orazi,  e ricorda “con nostalgia quando da inesperto uditore giudiziario mi  rivolgevo al procuratore della Circondariale con l’imbarazzo del figlio del collega ed amico di una vita”. Ma aggiunge un episodio che  va al di là di ogni altro giudizio per descrivere la tua più profonda sensibilità: “Tra i tanti ricordi ci sarà sempre quello  di una fredda mattina all’Ospedale Maggiore dove per primo ti precipitasti per dare l’estremo saluto  a mio padre, scusandoti con noi figli per averci quasi anticipati, mostrando  ancora una volta quel tratto di umanità fuori dal comune che ti ha sempre contraddistinto”.  Mi sono permesso di volgere al tu invece della terza persona il ricordo di te che ha Marco Forte, ancora con “l’imbarazzo del figlio del collega ed amico di una vita”,  è così intenso il suo messaggio che ho voluto accomunarlo al mio. Inizia così: “Un profondo dolore, anche pensando alla tragedia della recentissima perdita di Chiara, toglie tutte le parole  per ricordare un grande Uomo e Magistrato”; e dopo la rievocazione del triste momento in cui deste l’estremo saluto al padre, termina con  un  commosso: “Grazie di tutto Sig. Procuratore!”

“Amor omnia vincit”!

Mi unisco anch’io al  ringraziamento del magistrato Marco Forte, dopo essermi immedesimato in queste rievocazioni del tanto e del troppo che si sottrae ai miei ricordi diretti. In campo giudiziario ho condiviso con te, sul nostro comune banco liceale, l’emozione alla condanna di Giovannino Guareschi per il “Ta pum del cecchino”, e al suo orgoglioso “No, niente appello”, fino alla reclusione con la toccante vignetta che lo mostra sulla via del carcere mentre saluta con le parole: “Ci appelliam solo alla Storia/ nè si offusca il nostro onore/ se la via della vittoria/ mi conduce a San Vittore”. Ricordi? era l’aprile 1954, l’anno della maturità. Parecchi  anni fa ti ho fatto  avere un voluminoso fascicolo con tutti gli articoli e le vignette sul tema nel  “Candido” di cui ho conservato le annate, e in seguito gli articoli che ho pubblicato sulla vicenda che ci prese intimamente, la seguimmo insieme con passione. Fin da allora il tuo senso della giustizia e della legalità, insieme alla tua profonda umanità,  era incrollabile; poi lo hai messo in pratica con ferma determinazione, e i riconoscimenti della nuova generazione di magistrati che ti vede come esempio luminoso devono darti la soddisfazione che quanto hai seminato ha dato e continua a dare i suoi frutti.

In questo senso, come nel finale di “Furore” di Steimbeck, ci sarà sempre la tua presenza virtuale allorchè saranno in gioco i valori in cui hai creduto e per i quali hai operato nei luoghi in cui hai svolto con fermezza e spirito di umanità in una dedizione appassionata il tuo alto servizio alla giustizia e alla legalità. Da studenti, per il tuo modo di fare disinvolto e coinvolgente, entusiasta e deciso, ti identificavo con Frank Sinatra di “Da qui all’eternità”, il film cult che vedemmo allora: ebbene ora l’hai raggiunta!

E’ arrivato il momento di salutarti,  Francesco carissimo, mi accorgo che, come al tuo più giovane collega Forte, la tragedia che ti ha colpito e ci ha sconvolti toglie a me tutte le parole.  Non resta che fare appello alla fede, per trovare consolazione in quello che nell’al di là potrà compensarti di quanto hai profuso nella tua vita esemplare, e le poche citazioni che ne ho potuto fare sono di per sé  già molto espressive.

Per  la  tua carissima Wanda – la quale deve essere aiutata a trovare la forza per reagire a una tale doppia  insostenibile tragedia dopo aver lottato anche lei in terapia intensiva – temo che noi potremo fare ben poco pur con la nostra affettuosa vicinanza. Sarai tu che dall’alto saprai aiutarla consolandola con la tua presenza amorevole, invisibile ma non meno viva di quella che vi ha uniti in un sentimento iniziato dai banchi del liceo e protrattosi con tanta appassionata intensità nella vostra lunga vita d’amore. “Amor omnia vincit”!     

Un’altra immagine di Francesco Pintor nella veste di Procuratore Generale
foto Michele Nucci

D’Annunzio, 6. I dibattiti sulla fede, una conclusione

Ripubblichiamo l’articolo conclusivo, dopo i 5 precedenti usciti dal 12 al 16 marzo 2021, già pubblicato sul sito www.arteculturaoggi.com nel 150° anniversario della nascita il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013.

di Romano Maria Levante

Termina la nostra rievocazione dei rapporti di D’Annunzio con il potere, passata dal potere politico al potere religioso e a quello spirituale, inoltrandoci nel “mistero” della sua religiosità fino alla fede: il “D’Annunzio credente”. Abbiamo analizzato una vasta serie di “indizi”  a “carico” e a “discarico” in una sorta di “processo  a D’Annunzio”,  cercando di penetrare nel suo profilo interiore, anche con due testimonianze d’epoca rivelatrici: una raccolta da noi, l’altra di Nicodemi. Ora, sulla base dei dibattiti svoltisi in materia mezzo secolo fa, prima del silenzio, e di giudizi autorevoli  giungiamo alle conclusioni, invitando la Chiesa, nel 150° dalla sua nascita, a rivedere le proprie posizioni alla luce degli elementi emersi, come ha fatto meritoriamente con Galileo Galilei.

La conclusione della prima lettera di D’Annunzio a Ines Pradella, 31 (gennaio) 1930

I riscontri nei dibattiti di fine anni ’50 e ‘60

Il problema della religiosità di D’Annunzio si pone in termini diversi rispetto ad ogni altro grande personaggio, termini riassunti nella parola “mistero”; e proprio per questo, paradossalmente, è stato dibattuto come non mai a dispetto della sua volontà di sottrarsi ad ogni intollerabile invasione della sua sfera personale in un campo così delicato fino alla cappa di silenzio dell’ultimo mezzo secolo.

Vi furono, tra la fine degli  anni ’50 e gli anni ’60, dei dibattiti in particolare sulla “Collana di studi dannunziani” diretta da Regard e Gatti a base di saggi dai titoli inequivocabili come “D’Annunzio credente” (Mario Nanteli) al quale rispose “D’Annunzio credente?!” (Nino Regard),  “D’Annunzio e la Fede” (Curzia Ferrari”), “D’Annunzio e il mistero” (Giuseppe Pecci).

Nanteli rivela una circostanza in cui il Poeta avrebbe dichiarato la propria fede in Dio, lo ricorda in ginocchio con i legionari in preghiera a Drenova nella campagna fiumana e cita i brani di trasporto mistico della “Contemplazione della morte” e delle “Faville del maglio” nonché quelli di “In morte di un capolavoro” e conclude: “Dio… avrà certamente avuto pietà del nostro grande prodigo. Egli ha tenuto a fare una dichiarazione sincera quando affermò di avere sempre creduto in Dio”.

Ma è molto severo dal punto di vista morale, ponendo l’accento sugli “eccessi della carne, l’unica veramente colpevole di una fede senza le opere”, per cui si espone alla replica di mons. Manlio Maini sulla profondità del concetto di fede.

Anche Mario Zanchetti nel suo “Sensualismo e naturismo dannunziano” è particolarmente severo sull’immoralità del Poeta come logica conseguenza della sua sfrenata sensualità, tuttavia afferma: “D’Annunzio non solo non si rassegnò mai d’essere un sensuale, ma tentò disperatamente e sempre di liberarsi della sua sensualità”. Poi aggiunge:”E se egli non poté essere, come avrebbe voluto, uno spirituale, la sua opera acquistò, sia pure indirettamente e negativamente, valore e carattere di spiritualità. Perché è spiritualità il senso di stanchezza e di disgusto che gli dà la coscienza della sua sensualità, è spiritualità quel tendere continuamente alla purificazione, anche se la natura è così forte da impedirglielo”. E infine: “La spiritualità, che non poté entrare direttamente nelle sue opere, vi entrò indirettamente, sotto forma di tormentosa insoddisfazione e di ansia”.

La replica di Nanteli è diretta: “Parlare, come fa lo Zanchetti, di un misticismo dannunziano, è ozioso… la sua fede in Dio non ha nulla a che vedere con forme ‘autentiche o fasulle’ di misticismo… Misticismo in D’Annunzio? Ma non c’è ombra di esso né nella vita né nelle sue opere. Fatica sprecata quella di cercare un misticismo in D’Annunzio. Viceversa, la fede in Dio, senza misticismo e senza mistica, si può trovare in lui anche senza le opere”.

Stanza delle Reliquie, altare con reliquiari e simboli 

Curzia Ferrari, dopo un approfondito excursus sulla vita e sulle opere, ragiona così: “D’Annunzio non fu un ateo classicheggiante come il Carducci o un bestemmiatore come il Nietzsche, ma un ‘credente infedele’, capace di ‘amare’ ed anche di aspirare ad ‘accettare, praticare, servire’, qualità che renderebbero fattivi e attivi il suo culto e la professione di fede… perciò vien fatto di concludere che già molto egli amasse il suo Dio, non avrebbe avuto che a seguirlo, ma in lui pure, come nella gran parte degli uomini, la volontà ebbe parvenza di ramoscello spezzato nella tempesta”.

Regard dichiara che non vuol farsi influenzare dalla vita peccaminosa, mentre poi è questo l’elemento negativo di fondo su cui si basa il suo giudizio; e non si accontenta neppure del rispetto di D’Annunzio per la figura di Gesù affermando: “Dinanzi a Gesù (mai dinanzi a Dio!) D’Annunzio si pose come dinanzi ad un uomo da pari a pari, anzi addirittura con atteggiamento prevenuto, spavaldo, aggressivo: il che dimostra che egli non ebbe affatto animo, disposizione e volontà di credente”; e cita in negativo Il Vangelo secondo l’Avversario e la Contemplazione della morte senza peraltro marcare il carattere autobiografico e maturo del secondo, ricco di elementi spirituali con l’accostamento alla fede, rispetto a quello letterario e giovanile del primo, che era trasgressivo.

Parimenti dall’analisi delle opere l’autore trae una vasta messe di elementi di religiosità che definisce “incisi fuggevoli, frasi staccate, mere interiezioni, locuzioni ambigue, enunciazioni retoriche, frasi d’uso comune, costrutti fumosi, atteggiamenti esteriori” dichiarando “non valgono, non provano, non giovano”; mentre non si può negare che considerando unitariamente l’intero “corpus” di opere si ricava un vastissimo patrimonio di elementi religiosi che, anche nella loro cadenza temporale, danno un orientamento preciso sull’itinerario spirituale del Poeta.

Se le opere puramente letterarie risentono dell’indole dei personaggi, non sempre riconducibile all’autore, quelle autobiografiche sono una fonte inesauribile di sfoghi sinceri, di confessioni coraggiose, di introspezioni sofferte, che spesso culminano in slanci mistici inequivocabili.

Regard è coerente nella svalutazione dei segni di religiosità mostrati nei fatti, in particolare “anche l’atto materiale dell’inginocchiarsi è sempre e soltanto una manifestazione esteriore, se pure di non trascurabile importanza, quando non sia determinato e accompagnato da una commossa ragione interiore, spontanea e misticamente attiva che suggerisca anche quell’atto altrimenti – di per se stesso – non significante e, comunque, non probativo di una fede profondamente sentita e praticata”.

Ma proprio per questo gli altri segni della vita e delle opere vanno valutati unitariamente in modo che gli indizi convergenti assumano valore di prova; e le contraddizioni, le cadute, gli abbandoni stanno a dimostrare una maturazione, un processo interiore svoltosi  senza arretramenti su un terreno psicologico di alta spiritualità.

A questo si dedica Giuseppe Pecci con una minuziosa analisi della religiosità di D’Annunzio vista attraverso le opere letterarie che – pur lasciando aperto il “mistero”  –  ne evidenzia la straordinaria ricchezza. L’elemento religioso ha accompagnato tutta la sua produzione, sin dai primissimi scritti, pur permeati di panismo e decadentismo, in un’epoca materialista con i riflessi del romanticismo, allorché si diceva che l’unico scrittore cattolico fosse Manzoni. Ma è subentrata presto una sincera ricerca religiosa, quasi come reazione all’ateismo, anche se doveva fare i conti con la cultura imperante; lo sottolinea lui stesso nel vantarsi di aver creato, nonostante tutto, il dramma sacro.

I motivi dello scetticismo di Regard sulla religiosità dannunziana si basano su due considerazioni molto discutibili. La prima è che per spiriti eletti come D’Annunzio e Foscolo “è di sommo interesse accertare la loro posizione nel mondo dello spirito; ma attraverso una indagine diligente esigente industriosa, precisa, rigorosissima”, che però, aggiungiamo, non deve pretendere l’odore di santità piuttosto che la semplice fede richiesta per “stabilire se fossero credenti dei Carneadi qualsiasi”; perché a questo paradosso si giunge con la svalutazione sistematica di qualunque segno, atteggiamento, espressione, confessione positiva perché ritenuti insufficienti.

La seconda considerazione è che non c’è stata una repentina crisi di coscienza – come in Manzoni, Papini, Malaparte – ad attestare “un profondo ripiegamento dell’uomo su se stesso, quasi per un catartico riscatto da una precedente vita d’errore e di peccato, o per una subitanea illuminazione dello spirito…”; anche Zanchetti dice che non si è avuta quella conclusione che, al di là dello stesso pentimento, “può essere il primo passo verso la conversione, ma da solo non basta. Bisogna andare più oltre: giungere cioè al ravvedimento”. Altrimenti “che cosa autorizza a riconoscere nel D’Annunzio la fede del credente se ravvedimento non ci fu?”.

Una prima risposta a questo interrogativo e agli altri sopra accennati la dà padre Spiazzi: “…Se Papini, alla fine della vita, poté attribuirsi la ‘felicità dell’infelice’, non si dovrà riconoscere in D’Annunzio l’infelicità del Dioniso confutato e sconfitto? E in questa umana catastrofe non si sarà fatta strada la nostalgia del bene, il bisogno di Dio?”. Una seconda risposta viene da Carlo Bo: “Non gli sarebbe stato difficile operare una trasformazione, fare almeno quella ‘confessio oris’ rompendo gli indugi. Ma accade sovente a chi è ricco di fantasia, soprattutto a chi è padrone assoluto della parola, di provare un senso di smarrimento e di entrare in un dominio di pudore e di riserbo.

Una terza risposta proviamo a darla noi: non si è avuta la pubblica crisi di coscienza di altri illustri convertiti perché, come dice lui stesso, una fede religiosa l’ha sempre avuta, assorbita dalla sua terra, non solo nelle motivazioni ideali ma anche nei riti;e perché vi erano evidenti difficoltà ad assumere il ruolo pubblico di convertito.

Stanza delle Reliquie, le ‘immagini di tutte le credenze’, e, in alto, angeli e santi

Alcuni giudizi autorevoli

Ma torniamo al tema di fondo del D’Annunzio credente per concludere riportando alcuni giudizi autorevoli, improntati alla cautela ma indubbiamente aperti ad una valutazione positiva.

Piero Bargellini così si esprime: “Egli, come tutti gli uomini, come tutti i santi, ha cercato la felicità. E l’ha cercata, come la più parte degli uomini, nelle creature. Ma le creature sono vestite della felicità, come son vestite dell’amore: non sono né la felicità né l’amore. Immagini di bene, non bene”.  Per  concludere: “Chi può aver dato a D’Annunzio, se non il Cristianesimo, l’ansia di rinnovamento ch’egli esprime con le parole: ‘E’ necessario che io faccia luogo in me a ciò che sorgerà da quel risveglio'”, il risveglio della fede evocato nella Contemplazione della morte; lo stesso Bargellini, nel sottolineare che “come è stato attratto e respinto dalla morte, è stato attratto e respinto da Cristo” ricorda: “Non rare sono le dichiarazioni che hanno il sigillo intatto dell’anima cristiana”.

Francesco Flora dà un giudizio molto raffinato: “Un anelito di nuova morale, nella scontentezza dei limiti cristiani, risentiti e ricreati in noi quale intima legge del bene e del peccato, della gioia e del pentimento, del vero e del falso, tende ad un equilibrio tra l’anima e il corpo e vorremmo dire, se non fosse audace, ad una sintesi svelata di ellenismo eroico e di cristianesimo; una sintesi svelata degli estremi del senso come bellezza e dell’anima come coscienza di purificazione; una meta nuova e non quella che è nel comune moto della vita, pel quale nel nostro cristianesimo è già passata gran parte dell’ellenismo, come nella nostra spiritualità è filtrata tanta parte della carnalità primigenia.” Riferendosi più direttamente all’artista così conclude: “Ma l’al di là dannunziano, anche se il Poeta voglia illudersi che ciò non sia, è tutto di questo fisico mondo: coincide con la fede che non sa riconoscere altro mondo se non questo eterno della vita umana. Per lui lo spirito è la carne… la vita e la morte non sono che luci di questa carnalità che in lui coincide con la parola”.

Per Carlo Bo “D’Annunzio si è limitato a provocare la potenza misteriosa, il Dio, oppure ha modificato con gli anni il senso della corsa e alla fine ha potuto dare un nome a quell’ideale competitore, all’uomo segreto del confronto finale? D’Annunzio ha sentito la voce del Commendatore di pietra o la sua storia si è limitata alla preparazione della tragedia, si è arrestata sull’orlo della provocazione, ma prima dell’appuntamento fatale? Se sapessimo questo… sapremmo dire che nome aveva il suo Dio. Su questo terreno minato è difficile procedere con qualche speranza di successo”.

Stanza del Lebbroso, con il ‘letto delle due età’

Da Curzia Ferrari un giudizio positivo: “Gabriele brancica nel buio e in ogni forma terrestre e umana e comunque esteriore, ovunque la bellezza (ma quanto caduca) trionfa e gli sorride in un perfetto equilibrio di colori e dimensioni. Ma il suo Dio è pure il nostro, è quello di sua madre e della sua gente; tant’è ch’egli mai s’immaginò una divinità vera e operante aureolata di altri attributi che non fossero quelli di Cristo e della sua passione”.

Così conclude padre Spiazzi una complessa valutazione degli atteggiamenti e dei comportamenti: “Certo, Gabriele d’Annunzio non è un credente nel senso di un’adesione di pensiero e di vita alla rivelazione cristiana… Ma si può porre il problema di una sua fede, o almeno di una sua religiosità, nel senso di riconoscimento e accettazione di un assoluto trascendente, principio dell’essere e della vita, fine di ogni cosa, ragione di ogni bellezza e di ogni amore, mistero di ogni mistero e verità, di ogni verità: appunto quella che si chiama e si percepisce quasi istintivamente come realtà divina”.

L’“Enciclopedia cattolica”  denuncia l'”indulgere alla rappresentazione dell’immoralità”  nella sua produzione letteraria  definita “tanto lontana, nel suo contenuto, dall’ideologia e dall’etica cristiana”; nel  sottolineare che “si trovano nelle opere del D’A episodi e figure e riti sacri, ma sono assunti a pretesto creativo e si risolvono talora in profanazione e bestemmia” deve tuttavia ammettere “che non fanno, comunque, dimenticare quel reprimere diurno, a ‘denti serrati’, per paura di perdersi, qualche affioramento di preghiera a Cristo, il ‘bellissimo nemico’”. E  gli dà questo riconoscimento: “Ma seppe anche procedere oltre l’estetismo edonizzante e la vanagloria politica dell’egocentrismo tentando un’offerta di sé che, dove non si risolveva in autolatria, insisteva in una Macerazione quasi ascetica… il vertice di questa parabola è nella poesia del ‘Notturno’: la vita che, risolta in parola, si cercava nell’ombra e, alla luce, si dissolveva in polvere”.

A questi commenti elaborati e prestigiosi vogliamo accostare la glossa lapidaria che un ignoto lettore della copia del Libro segreto consultabile presso la Biblioteca Nazionale di Roma ha apposto dove il Poeta dà una suggestiva descrizione di se stesso prima e dopo la morte: “Venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo la mia morte… Sino alla terza ora. Dopo, spezzate il gesso; troncate i polsi del formatore. Tacete, senza inginocchiarvi. non attendete alcun segno dal nulla”. Ebbene, la glossa anonima a margine dice: “Attendetevi tutti i segni dal Tutto”. Che sia questo il suo messaggio, la soluzione dell’enigma che D’Annunzio ha voluto lasciare fornendone la traccia quasi come in un crittogramma? D’Annunzio che scrive: “Se l’Italia m’è un enigma, non io sono un enigma per l’Italia?”. E poi: “Non voglio essere compreso. Nulla temo, ma sol temo di non essere incompreso”. E ammonisce: “La interpretazione di me diventa grossolana e goffa anche negli uomini più gentili e sottili…”.

Stanza del Lebbroso, S. Francesco abbraccia il Lebbroso con il volto di D’Annunzio

Conclusione

Facciamo tesoro dell’ammonimento e non abbiamo la presunzione di sfidare la profezia consegnata dall’Orbo veggente a Nicodemi: “Chi mai oggi e nei secoli, potrà indovinare quel che di me ho io voluto nascondere?”. La nostra ricerca ha manifestato una netta propensione per D’Annunzio credente basata sull’accurata verifica delle prove a carico e a discarico nel vero e proprio processo condotto con dovizia di circostanze, prove e testimonianze. Pur non avendo dubbi al riguardo, concludiamo con le stesse parole con cui più di quindici anni fa terminava il nostro ben più ampio e argomentato libro-inchiesta “D’Annunzio, l’uomo del Vittoriale”: “Ebbene, crediamo che l’interrogativo resti aperto. Ma abbiamo l’umiltà, e insieme l’orgoglio, di averlo riproposto”.

Termina così la nostra celebrazione del 150°  anniversario della nascita di D’Annunzio, che ha preso l’avvio con la rievocazione dei rapporti tra arte e potere attraverso la sua vita tra il patriottismo e l’impegno politico, dalla prima guerra mondiale all’impresa di Fiume, fino all’azione svolta prima della Marcia su Roma per un “governo di pacificazione nazionale” nel 1922.

Dai rapporti con il potere politico siamo passati a quelli con il potere religioso, in particolare all’accanimento della gerarchia ecclesiastica che mise all’indice per ben 4 volte le sue opere per il temuto “contagio delle giovani generazioni” con la sua letteratura sensuale-mistica. Mentre rispetto al potere spirituale, non solo ebbe grande attenzione, ma una adesione fino alla fede in Cristo.

Questo tema, che abbiamo sollevato nel 1997  con il nostro libro-inchiesta e reiterato nel 2009, subito dopo il 70°anniversario della morte, torniamo a riproporlo nel 150° anniversario della nascita, sperando che questa volta vi sia qualche eco. Abbiamo fornito, a diversi livelli di analisi e di sintesi, una massa di elementi per una valutazione serena, in grado almeno di aprire un dibattito al quale la Chiesa non dovrebbe restare estranea. E’ chiamata, anzi, a pronunciarsi dinanzi alle posizioni di suoi esponenti che hanno manifestato un’attenzione finora assente nella gerarchia.

Ci attendiamo che voglia dire finalmente la sua, come ha fatto con Galileo ritrattando le posizioni persecutorie in un’autocritica che le fa onore. E se un’attenta, acuta riflessione sul profilo interiore di D’Annunzio nel suo innegabile accostamento alla Fede modificherà l’atteggiamento basato sugli aspetti esteriori della sua vita, sarà una nuova conquista di un’Istituzione millenaria che deve saper tornare sui propri giudizi senza remore anche questa volta, per mantenersi al passo dei tempi.

Info

L’analisi dettagliata e documentata da citazioni e testimonianze d’epoca è contenuta nel libro inchiesta: Romano M. Levante, “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda Editrice, Colledara (Te), 1998, pp.530, in particolare la parte terza, “Il mistero”, sulla religiosità, pp. 293-470; la parte prima è su “L’ambiente”, il Vittoriale, pp. 15-118; la parte seconda su “Il personaggio”, pp. 119-293. Seguono le “lettere inedite” in facsimile d’autografo, pp. 472-514 e Bibliografia più Indice dei nomi, pp. 515-527. Ciascuna delle tre parti inizia con la testimonianza, prosegue con l’approfondimento, si conclude con il colloquio di riscontro; in  ognuna c’è un ampio corredo di immagini.I primi cinque articoli, dei sei del servizio, sono usciti,  in questo sito, il 12, 14, 16, 18 e 20 marzo 2013, ognuno con 6 immagini.  Cfr. intervista di Anna Manna a Romano Maria Levante, l’11 marzo 2013, in  http://www.100.newslibri.it/,  dal titolo “Gabriele d’Annunzio, il poeta della perenne inquietudine. A 150 anni dalla nascita”.

Foto

Le immagini sono tratte dal volume sopracitato dell’autore (pp. 82-104, 472-96), quelle delle Stanze del Vittoriale furono riprese appositamente per il volume da Ezio Bellot con l’autorizzazione della presidenza della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani”, cui si rinnovano i ringraziamenti. In apertura, La conclusione della prima lettera di D’Annunzio a Ines Pradella, 31 (gennaio) 1930; seguono, Stanza delle Reliquie, altare con reliquiari e simboli e Stanza delle Reliquie, le ‘immagini di tutte le credenze’, e, in alto, angeli e santi;poi Stanza del Lebbroso, in fondo il ‘letto delle due età’ e il quadro S. Francesco abbraccia il Lebbroso, il Lebbroso ha le sembianze di D’Annunzio: in chiusura,  L’ultima lettera di D’Annunzio a Fiammetta con l‘accorato indirizzo della busta, 23 (gennaio) 1937. 

L’ultima lettera di D’Annunzio a Fiammetta con l‘accorato indirizzo, 23 (gennaio) 1937

 

D’Annunzio, 5. Una testimonianza rivelatrice

di Romano Maria Levante

Ripubblichiamo il 5° articolo – dopo i primi 4 usciti dal 12 al 15 marzo 2021, ultimo 16 marzo – pubblicato sul sito www.arteculturaoggi.com nel 150° anniversario della nascita il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013.

La nostra rievocazione dei rapporti di Gabriele d’Annunzio con il potere, è passata dal potere politico al potere religioso: la gerarchia ecclesiastica accanitasi con 4 condanne all’Indice dei libri proibiti e un vero boicottaggio. Poi siamo entrati nel campo del potere spirituale, cioè nella sua adesione alla fede, e abbiamo citato una serie di indizi al riguardo, come l’attaccamento per religiosi ai bassi livelli della gerarchia, come i frati di Barbarano e il parroco di Gardone, e altro, fino ai funerali in chiesa perché “quell’anima andava verso Dio”. Proseguiamo con due testimonianze d’epoca, la modella che posò per le sante dipinte nella Stanza del Lebbroso, e un suo confidente.

Gli ‘affreschi’  di Guido Cadorin con le Sante donne, visione d’insieme del soffitto

La testimonianza rivelatrice della modella della Stanza del Lebbroso

Ogni indagine che si rispetti comprende prove testimoniali e la nostra non fa eccezione. Anzi possiamo avvalerci di una supertestimone, la modella degli affreschi della Stanza del Lebbroso, la più intima e carica di simboli del Vittoriale, che ha dato corpo ai dipinti del pittore Guido Cadorin raffiguranti Santa Elisabetta d’Ungheria e Sibilla di Fiandra – due delle sante donne dipinte nel soffitto che dovevano assisterlo simbolicamente nella solitudine della vecchiaia – e la Maddalena che asciuga i piedi a Gesù nel quadro sull’architrave della porta. Le rivelazioni della modella sulle confidenze del Poeta in merito alla propria religiosità sono eloquenti e inequivocabili.

“La religione entrava spesso nelle nostre conversazioni – ci ha detto Ines Pradella, la Fiammetta di D’Annunzio – e forse anche la mia fede fu uno dei motivi per i quali si rafforzò l’identificazione con le Sante donne per le quali ero stata la modella, che mi legò a quella che lui vide come una missione di assistenza del Lebbroso, e in ultimo del Moribondo, come mi scrisse”. La chiamò Fiammetta come vezzeggiativo di Fiamma dalla trasposizione del suo nome Ines nel latino Ignis, fuoco.

Da qui un flusso di ricordi, cominciando dalla divisione ideale che l’artista aveva fatto della propria  abitazione: “Mi diceva che non si dovevano mai confondere le cose sacre con quelle profane, sentiva di andare dalla parte profana alla parte sacra quando attraversava una porticina bassa da lui immaginata come confine. Perciò si chinava, anzi si inchinava esclamando: ‘Io non son degno’ e poi sollevava le braccia. Mi spiegò che la porta era dell’altezza di san Francesco”.

La testimone ricorda che  san Francesco era al centro dei suoi pensieri, e nominava spesso santa Caterina e san Sebastiano. Santa Caterina era una delle cinque sante donne che con san Francesco gli erano apparse nella visione che fece dipingere dal pittore Cadorin  nel soffitto della Stanza del Lebbroso, dando a due di esse il volto della giovane che diventerà Fiammetta. Il “Martirio di san Sebastiano”  è l’opera sacra in cui nel 1911 espresse il suo trasporto per un santo in cui si identificava: perché, ricorda la nostra testimone, “mi diceva che aveva avuto il coraggio di dire quello che doveva dire, sopportando anche il martirio. ‘Io nella mia Stanza del Lebbroso sono il san Sebastiano’, aggiungeva, ‘ho avuto anch’io il coraggio di affrontare tutti senza paura. Per questo lo metto nella mia stanza, lo ammiro”. Che non vi fosse acrimonia nelle sue parole lo dimostrano le conclusioni che traeva dalla sua sofferta esperienza: “Voltare le spalle ai maldicenti, al ‘basso mondo’ ed elevarsi sopra le stelle”.

Le confidava di aver fatto la ricerca di sant’Agostino e di essere giunto alla stessa conclusione di un’entità divina, trascendente, “Super nos”, alla quale fare riferimento: “La Verità, il Paradiso, ripeteva, sono  ‘molto più su, sopra le stelle, dove si svela un grande amore'”. Andava al cuore del Cristianesimo: “Solo Cristo è morto per noi e solo per lui vi è stata la Resurrezione. Nessuno è più grande del nostro Gesù crocifisso perché nessuno ama più di uno che dà la vita. E nelle altre religioni non vi è nessuno che ha dato la vita come Cristo . Buddha mica ha dato la vita per noi!”.

“Elisabetta d’Ungheria”, ‘affresco’modella Ines Pradella

ricordi della confidente sono precisi. Le diceva che “tutte le religioni attestano la vita eterna ma solo la nostra è quella vera”. Nonostante la presenza di statue di Buddha al Vittoriale, diceva che non c’era nulla di vero nelle concezioni buddhiste, “la reincarnazione non esiste”:  e ciò è espresso plasticamente nella Stanza delle Reliquie dove al culmine delle divinità orientali vi è la Madonna cattolica, circondata da angeli e santi. “Il mio Dio – erano le sue parole – mi ha dato tutto  e mi ha fatto mortale, mi ha dato  un’anima assetata, un desiderio ardente per cose non di quaggiù”.

Ne aveva piena fiducia e non timore, perché era certo che “veniamo salvati dalla grazia, un dono di Dio che non dipende dalle opere”. Le opere buone, per lui, sono un di più che ciascuno deve fare per aggiungerle alla grazia divina, “ma nessuno si vanti”, e questa concezione è coerente con il suo motto generoso “Io ho quel che ho donato”.  “Non gli ho mai sentito nominare l’Inferno -precisa la testimone –  mentre parlava volentieri del Paradiso”.

Citava le espressioni bibliche sui doni di Dio che si manifestano anche nella vita. “‘Quando sarai nelle tribolazioni – queste le sue parole nei ricordi della testimone –   eleva la tua mente a Dio. Dio ti ascolterà, ti tirerà fuori dalle difficoltà, e tu lo glorificherai’. E aggiungeva: ‘La gloria di Dio è l’uomo vivente, e non quelli che sono andati nell’aldilà i quali, non essendoci più, non possono glorificarlo sulla terra. Ma sperava anche nella resurrezione”.

Si entra sempre di più nel Cristianesimo  a partire dai racconti di D’Annunzio, che la identificava con le “sante in assistenza di Lebbroso”, in particolare santa Elisabetta d’Ungheria. “Lo attirava la figura della Maddalenae ne parlava spesso. Citava più volte l’episodio della donna che bagnò i piedi di Cristo  con le sue lacrime, li cosparse di olii odorosi e li asciugò con i suoi lunghi capelli: ‘come i tuoi’, mi diceva, collegando il racconto  al quadro di Cristo e della Maddalena con i capelli che le coprono il viso”; quadro per il quale aveva posato lei stessa, e Guido Cadorin l’aveva ritratta così per nasconderne il volto che aveva già dato a santa Elisabetta d’Ungheria e Sibilla di Fiandra.

Citava le parole “molto sarà perdonato a chi molto avrà amato”  e la Maddalena, proprio perché aveva amato molto il Signore manifestandogli così la sua fede, “meritava di essere perdonata dei suoi peccati. La fede l’aveva salvata”.  Vi si può trovare la visione autobiografica da peccatore.

Ricordava gli episodi evangelici e le parabole, come la Samaritana e l’Emorroissa che toccando Gesù si sentì guarita, la festa delle Capanne e il discorso della Montagna, fino alla Maddalena. Un’immagine ben diversa, possiamo aggiungere, da quella risultante dalle Parabole dissacranti del Vangelo secondo l’Avversario e dagli altri scritti giovanili considerati come prova di irreligiosità sconfinante con la blasfemia, ma che lui stesso definì semplici esercizi stilistici senza intenzione antireligiosa.

“Sibilla di Fiandra”, ‘affresco’, modella Ines Pradella

Chiamava Gesù “divino salvatore” e non aveva paura perché, diceva, “la carità del mio personale salvatore supera tutto” ; e aggiungeva rivolto alla confidente: “Io ho un personale salvatore come pure lo hai tu”.

Dalle rivelazioni della modella emerge come fosse profonda questa  religiosità fino alla fede: “Aveva fiducia e non timore – ci ha detto la testimone – perché era certo che la salvezza viene dalla grazia, un dono di Dio che non dipende dalle opere”. Spiegava che “Gesù è morto sulla croce per ciascuno di noi, nella sua bontà infinita ha perdonato tutti, livellando passato, presente e futuro; la vita eterna esiste, si deve aver fede nella grandezza di Dio e nell’immortalità”. Anche qui ci sovviene un riferimento al Vittoriale, dove c’è il Corridoio della Via Crucis con alle pareti le quattordici stazioni del Calvario; e si trovano tanti oggetti sacri e immagini di culto incompatibili con una visione atea o soltanto agnostica, pur nell’estetismo senza limiti dell’immaginifico.

La testimonianza di Fiammetta consente di dare una spiegazione sia a queste confidenze che le faceva sia agli atteggiamenti esteriori del Poeta spesso contrastanti con il suo intimo sentire: “Mi diceva sempre che la mia presenza lo avvicinava ancora di più alla religione della sua terra e di sua madre, religione che sentiva intimamente propria, al di là dell’osservanza esteriore e ripeteva le parole: ‘Fiammetta, tieni viva la tua fiamma che risplenda nella notte’, riferendole alla fiamma della fede di cui gli parlavo, ed anche all’iscrizione che spicca nella Stanza del Lebbroso, ‘Foco ho meco eterno’. Con me si sentiva del tutto a suo agio perché la mia semplicità gli consentiva di parlare di argomenti religiosi senza il timore, dal quale era assillato, che si cercasse di ‘convertirlo'”.

La testimone va ancora oltre nei suoi ricordi: “Mi confidava che la sua immagine di grande peccatore e di superuomo al di sopra di ogni vincolo e legame non si confaceva ad un’osservanza religiosa convenzionale e bigotta, alla quale sarebbe stato tenuto pubblicamente come credente. Aggiungeva che non tollerava nuove intromissioni dopo le tante che aveva dovuto sopportare e soprattutto non permetteva che altri penetrassero nella sfera più riposta dei suoi sentimenti”.

Qui possiamo trovare, in un certo senso, la base di tante incomprensioni sull’autentica posizione dell’artista in campo religioso. La sua vita da superuomo, al di là del bene e del male che irrideva la morale comune, era agli antipodi dalla vita religiosa come veniva concepita; mentre  vi erano aperture sia verso i religiosi – come i frati di Barbarano e il parroco di Gardone don Fava – sia verso momenti elevati di ispirazione cristiana che alimentavano i tentativi di conversione ricusati.

E questo, riteniamo, non perché disdegnasse parlare di religione – e le rivelazioni di Fiammetta sono lì a provarlo- quanto per il suo irriducibile rifiuto a svelarsi, a scoprirsi, che così esprime nel Libro segreto: “Il mio inumano piacere nell’esser disconosciuto e nell’adoprarsi a esser disconosciuto. Forse lo conosco io solo, sinceramente io solo so assaporarlo e di continuo rinnovellarlo. Io attendo quanto più ho fretta, più mi contengo quanto più sono impetuoso, più scuro quando sono più lucente. Più mi spengo quanto sono più ardente: soffoco le faville, non il fuoco addentro”. Ma nonostante tutto, di queste faville espressione di un’intima religiosità che sconfina nella fede ne ha sparse molte nella vita e negli scritti autobiografici. Abbiamo cercato di raccoglierle per condurre i necessari riscontri obiettivi al racconto della supertestimone, come in ogni indagine che si rispetti.

“Cristo e la Maddalena”, quadro, modelli Ines Pradella e Gian Carlo Maroni

Una testimonianza d’epoca decisiva

A questo punto ci sembra possano assumere un peso decisivo, come riscontro,  le “Testimonianze sulla vita inimitabile di Gabriele d’Annunzio” di Giorgio Nicodemi che riporta le confidenze fattegli direttamente dall’artista: “La Chiesa non mi volle capire… La mia Fede fu tutta diritta, di conquista in conquista spirituale compì il suo cammino. Io non veggo la mia esistenza ora se non come una linea senza deviazioni”. E ancora: “Non cercai il mio vantaggio mai; piccole e grandi, le mie azioni furono un mezzo per dare, come me stesso, il Dio che portavo in me”.

Riguardo alla fede cristiana così il Poeta prosegue: “Pensa ai mezzi di cui si valse il Figliuolo di Maria: stette lontano da tutti; quando si presentò non ebbe se non parole perfette di vita. L’eco delle sue parole, quella che ci è giunta negli Evangeli, appare a noi sublime; ma pensa a ciò che dovettero essere nella sua voce divina le parabole, il discorso delle beatitudini, le brevi parole che risplendono nella prosa semplice di Marco e di Matteo, e immagina quanta potenza d’arte era in lui”.

In un’altra circostanza disse sempre a Nicodemi: “Chi non crede non è degno di vivere. Credere e vivere sono due atti che si identificano. Il primo atto è all’origine di ogni forza spirituale, il secondo è soltanto la coscienza del primo”. Poi aggiunse: “Sai tu ora che cosa è credere? E’ vivere in Dio, essere nelle forze del Creato, forza che muove tutte le cose. Finché credi sei vivo; se dimentichi questo sei morto, anche se la tua esistenza perdura, anche se tutti i giorni il sole ti illumina … il credere e il vivere sono atti di Fede, e per essi ogni uomo è il ‘Templum Dei vivi’ – ‘Regnum dei intra vos’ dice il Cristo; ed afferma così la divinità reale dell’uomo”.

Alla domanda di Nicodemi se pregasse diede questa risposta: “Sempre, quando l’anima è in pena o in solitudine. L’invocazione a Dio è nel mio spirito stesso. Forse, non so pentirmi del male che faccio a me stesso, e penso che da me stesso venga il bene che spero di fare agli altri. Ma – è sempre l’artista che parla – in me è la Fede, quella Fede stessa che fu di mia madre. Ella ebbe la santità vera, le virtù che fanno corona alla fede: io ebbi con la Fede il potere di dominare il male con l’Arte, e tutto quello che toccai divenne virtù”.

Crediamo che sarebbe difficile trovare riscontri oggettivi alle rivelazioni della nostra testimone più efficaci di questa testimonianza d’epoca così esplicita ed eloquente. Ma se vogliamo un riscontro autentico anche a questa testimonianza possiamo citare dal secondo libro delle Faville del maglio – le faville che ha seminato e abbiamo cercato di raccogliere – il capitolo intitolato significativamente “Dell’amore e della morte e del miracolo”, dove rievoca la preghiera alla quale si affidò mentre assisteva Alessandra Di Rudinì, la sua “Nike”, gravemente malata. Eccone alcune espressioni.

“Credo nel miracolo. Credo nella preghiera? Una buona sorella mi aveva scritto: – Non dubito che la vostra anima sia capace di una preghiera sincera. Vi sovviene delle parole di Cristo? ‘Quel che voi domanderete al Padre nel nome mio vi sarà dato’. Seguite il consiglio divino, e son persuasa che ne proverete la virtù”. Il Poeta non esita: ‘Nel nome mio…’ penso che questo significhi: ‘Nel nome della bontà, dell’Amore’. Domandai nel nome della Volontà, e mi fu dato; nel nome della Volontà d’amore, e mi fu risposto. Con una miracolosa trasfusione di vita, io vinsi la morte… E io, pieno di meraviglia sacra e di speranza sovrumana, mi inginocchiai

“Fiammetta”, Ines Pradella, negli anni del Vittoriale

Altri indizi convergenti

Non è possibile, nello spazio contenuto di questa nota, ripercorrere l’accurata analisi a suo tempo condotta sul “mistero” della religiosità di D’Annunzio per rendere espliciti tutti gli argomenti che militano per il riconoscimento del “D’Annunzio credente”. Tanti altri sono i temi che entrano in gioco, primo tra essi quello della sensualità visto non in termini di immoralità, come sbrigativamente è stato fatto, ma nel confronto tra lo spirito e la carne, la “lotta con l’Angiolo”, insomma, per la quale il Poeta si richiamava anche al Buonarroti; poi il tema della bontà e del dolore, e quello epico nel quale la religiosità ha un posto importante con le continue commistioni e contaminazioni, dalle Preghiere alle pagine dense di spiritualità dove compare anche l’ostia come simbolo altissimo.

Negli anni del Vittoriale, quando la malattia e la vecchiezza diventano incombenti e lo riempiono di angoscia, tutti questi fattori diventano sempre più convergenti verso una religiosità piena confinante con la Fede. Per questo la testimonianza della modella degli affreschi della Stanza del Lebbroso assume un ruolo determinante: non solo riguarda soprattutto il 1936, anno al quale si riferiscono tutte le lettere di D’Annunzio (per cinquanta pagine a lei e venti a suoi familiari) tranne le prime due del 1930 e l’ultima del gennaio 1937; ma impersona il simbolo delle Sante donne che dovevano assisterlo, quindi le sue confidenze avevano questa spinta che spiega l’apertura sui temi religiosi.

“Tu sei Maria di Magdala, Elisabetta dì Ungheria e non so quale altra santa in assistenza di lebbrosi. Io sono lebbroso, e quasi santo” le scrive nella prima lettera (31 gennaio 1930); “Nella Stanza del Lebbroso Maria di Magdala è scomparsa, ed è scomparsa Elisabetta d’Ungheria! C’è un buco nero nell’architrave e un altro, più nero, nel soffitto! Ho paura” (La Canderola, febbraio 1930); fino all’ultima lettera indirizzata “A Ines, a Fiammetta, all’Assistente del Moribondo”: “La melanconia della separazione è più dura dopo la rinunzia necessaria. Grazie grazie, amica mia dolce. Grazie di tutto. Non dimenticherò e rimpiangerò. Ariel” (23 gennaio 1937, a poco più di un anno dalla morte).

Nelle lettere si riversa “la nera tristezza” e l’angoscia che lo soffocano in una “coltre di cenere”, insieme all’anelito a esserne sollevato aggrappandosi al conforto datole dalla giovane confidente, che da Santa in assistenza al Lebbroso dipinta nel soffitto si era materializzata vicina a lui.; nella stanza c’è anche il quadro con san Francesco che abbraccia il Lebbroso, con le sembianze di D’Annunzio, l’orbo veggente, altro segno dell’assistenza da lui ricercata in figure e simboli sacri.

Il tema della religiosità in D’Annunzio non possiamo esaurirlo con queste testimonianze alle quali annettiamo un valore rilevante: quella che abbiamo portato è stata inedita e significativa perché all’interno del mondo misterioso e simbolico degli anni del Vittoriale nei quali venivano al pettine della coscienza i nodi di una vita da “superuomo” al di là del bene e del male. E ci sembra che siano stati sciolti con l’apertura alla fede della sua terra e della sua “madre santa”.

Ci torneremo prossimamente dando conto del dibattito di fine anni ’50 e anni ‘60, prima che cadesse una cappa di silenzio da noi rimossa senza  poter percepire gli echi e le risposte attese.

Info

L’analisi dettagliata e documentata da citazioni e testimonianze d’epoca è contenuta nel libro inchiesta: Romano M. Levante, “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda Editrice, Colledara (Te), 1998, pp. 530, in particolare la parte terza, “Il mistero”, sulla religiosità, pp. 293-470;  oltre alla parte prima, “L’ambiente”, il Vittoriale, pp. 15-118,e la seconda, “Il personaggio”, pp. 119-293. Seguono le “lettere inedite” in facsimile d’autografo, pp. 472-514 e Bibliografia più Indice dei nomi, pp. 515-527. Ciascuna delle tre parti inizia con la testimonianza, prosegue con l’approfondimento, si conclude con il colloquio di riscontro; in  ognuna c’è un ampio corredo di immagini.I primi 4 articoli, dei sei del servizio, sono  usciti, in questo sito,  il 12, 14, 16, 18, 20 marzo 2013, ognuno con 6 immagini, il 6° e ultimo uscirà il 22 marzo. Cfr., inoltre, l’intervista di Anna Manna a Romano Maria Levante in http://www.100.newslibri.it/,  l’11 marzo 2013, dal titolo “Gabriele d’Annunzio, il poeta della perenne inquietudine. A 150 anni dalla nascita”.

Foto 

Le immagini sono tratte dal volume sopracitato dell’autore (pp. 272-280), quelle delle Stanze del Vittoriale furono riprese appositamente per il volume da Ezio Bellot con l’autorizzazione della presidenza della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani”, cui si rinnovano i ringraziamenti. In apertura: Gli ‘affreschi’  di Guido Cadorin con le Sante donne, visione d’insieme del soffitto; seguono “Elisabetta d’Ungheria”, ‘affresco’, modella Ines Pradella e “Sibilla di Fiandra”, ‘affresco’, modella Ines Pradella;  poi, “Cristo e la Maddalena”, quadro, modelli Gian Carlo Maroni e Ines Pradella, Fiammetta, Ines Pradella, negli anni del Vittoriale; in chiusura, Ines Pradella, la nostra testimone. 

Ines Pradella, la nostra testimone

D’Annunzio, 4. Il potere religioso e quello spirituale

di Romano Maria Levante

Ripubblichiamo il 4° articolo, dopo i primi 3 usciti dal 12 al 14 marzo 2021, mentre gli ultimi 2 usciranno il 16 e 17 marzo, tutti già pubblicati sul sito www.arteculturaoggi.com nel 150° anniversario della nascita il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013.

Sui rapporti di Gabriele d’Annunzio con il potere religioso abbiamo già ricordato la condanna per ben quattro volte all’Indice dei Libri proibiti di tutte le sue opere con un particolare accanimento che ebbe due momenti “clou”: il  divieto al “Martirio di san Sebastiano”  nel febbraio 2011 al solo annuncio, precedendo l’Indice e prima addirittura che fosse rappresentato; la condanna all’Indice del “Solus ad Solam” dopo la morte dell’artista. Lo chiamiamo così e non Poeta o Comandante perché la nostra rievocazione nel 150° della sua nascita avviene nell’ottica dei rapporti tra arte e potere. Proseguiamo il ricordo con l’atteggiamento verso il mondo ecclesiastico e i simboli del Cristianesimo, per circoscrivere la contrapposizione ed evidenziare la sua adesione.

A Drenova, 1° agosto 1920

Nel suo libro su “Gabriele d’Annunzio e l’Indice dei libri proibiti . Da Leone XIII a Pio XI”, Ferdinando Gerra parla di “vera crociata antidannunziana”, per cui è interessante – sempre nell’ottica dei rapporti tra artista e potere –  ricordare l’aspra reazione, che non si fece attendere dopo la seconda condanna; mentre per la prima, intervenuta con Pio X, a firma del cardinale Della Volpe, abbiamo riportato  la dolente risposta del febbraio 2011 al divieto del “Martirio di san Sebastiano”, che l’aveva preceduta e forse originata, sull’intensa religiosità dell’opera. In quest’occasione D’Annunzio aveva detto  anche: “Ai tempi di Leone XIII non ho mai avuto il più lieve conflitto con la Chiesa. Leone XIII era il più fine umanista e per molti anni mi ha protetto”. 

In “Ne laedat cantus”  faceva dell’ironia sulla “persecuzione clericale” che gli aveva preparato “dinanzi al teatro la catasta  di Arnaldo congegnata con più improba ira”, aggiungendo: “Non è certo che  on sieno domattina scomunicati anco i meravigliosi  intagli… e avori e bronzi senza numero nel non purgato Museo Cristiano”.  Rincarava la dose  rinfacciando a Pio XI di aver custodito da cardinale, nella Biblioteca Ambrosiana, “il pallore de’ capelli di Lucrezia Borgia”. Fu ironico anche nel 1927 nei cartoncini con la scritta: “Dal giorno 11 di questo giugno al giorno di Ognissanti resterà chiuso nella sua Officina  dove il suo diurno e notturno lavoro non potrà essere interrotto se non dall’infallibilissima Congregazione dell’Indice con  anticipati fulmini”.

Come nei film sui penitenziari famigerati, nei titoli di coda ci sono le notizie o le immagini della chiusura intervenuta quasi a marcarne il fallimento, così per l’Indice dei libri proibiti c’è stata l’abolizione con il Motu proprio  del 7 dicembre 1965, che ha fissato nuove norme per la Congregazione della dottrina della fede, subentrata alla temuta Congregazione del Sant’Uffizio.  A sancire questa vittoria dell’arte sul potere è stato Paolo VI, successore ideale di Paolo V che nel suo pontificato, sebbene contrario al metodo copernicano, fu benevolo con Galileo, il quale racconta l’invito che vivesse “con l’animo riposato” e che “(vivente lui) io potevo esser sicuro”. Si limitò all’ammonizione, mentre Urbano VIII lo processò con relativa condanna e richiesta di abiura.

L’atteggiamento verso la Chiesa non clericale

Se vi fu un’aspra reazione alla gerarchia clericale, ben diverso fu l’atteggiamento verso il mondo della chiesa che sentiva vicino alla sua sensibilità e che non era certo “potere religioso”.

La sua predilezione per i frati di Barbarano e la sua vicinanza al parroco di Gardone don Fava, con il quale era prodigo di offerte, sono ben note, ma possono essere ritenute espressione di animo generoso piuttosto che di religiosità. Però attese la visita del vescovo di Brescia monsignor Tredici nella parrocchia con grande ansia e scrisse al parroco: “Sento già l’aura dell’Angelo che dalla tua bontà fu mandato a custodire la mia casa tanto triste”; né fece gesti scaramantici come quelli che lo portavano ad evitare il numero tredici anche nella numerazione delle pagine. Si era a un anno dalla morte, con il senno del poi la scaramanzia serviva eccome! Sei mesi dopo venne chiamato al Vittoriale don Riboldi dei domenicani di Milano “per conversazioni di salute e di anima”.

Particolarmente toccante l’ultima visita ai frati di Barbarano quasi presagisse la fine prossima, che giunse inattesa la sera del 1° marzo 1938 alle ore 8 e 5 minuti. Don Fava nel chiedere al Vescovo l’autorizzazione per il funerale religioso, prontamente concessa da Roma, assicurò che “da quando aveva conosciuto D’Annunzio, questi aveva mostrato di volgersi alla Chiesa. ‘Quell’anima avanzava verso Dio'”. Lui stesso gli aveva dato l’assoluzione “sub conditione”, l’Estrema Unzione e l’indulgenza plenaria e disse: “Io corsi al Vittoriale ‘chiamato'”.

A Cosàla, nel cimitero dinanzi ai caduti delle due parti, 2 gennaio 1921

Non va sottovalutato il significato degli affreschi delle sante che dovevano assisterlo nella solitudine nel soffitto della “Stanza del Lebbroso”,  santa Elisabetta d’Ungheria e Sibilla di Fiandra, Giuditta di Polonia e Odila d’Alsazia fino a santa Caterina, scelte per la loro assistenza ai lebbrosi con un straordinaria competenza dato che alcune non sono citate nelle apposite fonti.   

La stessa Chiesa, pur nella sua intransigenza, non poteva ignorare questi  e altri  segni di attenzione per la religione e i religiosi. Il suo amore per San Francesco era straordinario, tradotto in un francescanesimo devoto che si esprime nei comportamenti e negli scritti. In uno dei “Taccuini”, nel 1917,  si trova la celebre espressione in cui lo definisce “Il più santo degli Italiani, il più italiano dei Santi”,  sentiva che la sua personalità, come scrive Curzia Ferrari, “spogliata di certi attributi divini, si rifà in lui terrena, quasi umanamente eroica, più accessibile alla  mente dell’uomo”.  Secondo Regard lo attirava  perché il santo “ha scontato di persona – in umiltà e sottomissione – la sua conversione, la bruciante sua conversione all’apostolato”,  in una sorta di identificazione espressa nel motto “Io ho quel che ho donato”.  Era affascinato dagli aspetti esteriori ma ne sentiva anche il dramma interiore: nella visita al roveto incarna le tentazioni  nel percorso tormentato del fiumicello Tescio,  con le parole ispirate in nei “Taccuini” del 1887 e nelle “Faville del maglio”: “E questo fiume – conclude – è quanto di più umano  e più vicino a me io trovi in tutto il paesaggio”.

Voleva scrivere un’opera mistica ed eroica per il settimo centenario della morte del Santo, “La Vergine e la Città”, una lauda drammatica in forme moderne su santa Chiara di cui aveva definito il contenuto sulla base di antichi testi sacri, lo ha ricordato l’allora sindaco di Assisi Arnaldo Fortini nel suo “D’Annunzio e il francescanesimo”. Particolarmente toccante la cronaca dei “Taccuini”  dei giorni 22 settembre-4 ottobre 1917 in cui rievoca il volo su Cattaro con accenti ispirati rivolti a san Francesco a cui rivolge “la più infiammata preghiera”, fino a immaginare che darà “del suo cappuccio un’ala”. Nel volo sentirà di trovarsi “nel ‘Terzo Luogo’ al di là della vita e al di là della morte” fino ad esclamare: “Ecco il luogo altissimo, ecco il luogo profondissimo dove ci abito, ecco il luogo segreto mistico ed ardente, dove ci respiro”.

Ebbe vivo interesse per san Gabriele dell’Addolorata, assisiate dal nome Francesco Possenti morto giovanissimo che diventerà patrono d’Abruzzo, da lui chiamato “lu Checchino nostro abruzzese”. Il destino volle che la notizia della morte di D’Annunzio piombasse sulle celebrazioni del centenario della nascita del santo a Isola del Gran Sasso con Fortini, sindaco di Assisi. E non mancò la ricerca di Padre Pio, l’attesa dello “spiritual dono” della Provvidenza per un “incontro col mirabil uomo”, che non avvenne, o avvenne solo virtualmente, nonostante la volontà dei protagonisti; una vicenda misteriosa, una missiva che un messo doveva recapitare e ne fu impedito, riapparsa dopo decenni.

Il funerale religioso, immortalato da eloquenti immagini con i preti e chierichetti in cotta bianca in testa al corteo diretto verso la chiesa e il crocifisso sulla bara, non ci sarebbe potuto essere se l’artista lo avesse escluso. E’ vero che aveva detto a un amico di Salò tre mesi prima della morte: “Ho orrore di pensare prima ai miei funerali. Ma credi che debba proprio ammettere la pretaglia che mi ha condannato e diffamato per tutta la vita dietro la mia salma?” Tuttavia le disposizioni date a Maroni sono chiare, come riferisce D’Aroma: “Sono stato battezzato. E tu sai quello che devi fare”.

Le esequie di D’Annunzio,  (3 marzo 1938). Il feretro con il crocifisso seguito
dalla moglie Maria Hardouin di Gallese , dai figli Mario e Gabriellino, e da Mussolini

Non furono più esplicite perché voleva evitare che il confronto tra arte e potere religioso ponesse condizioni inaccettabili per lui, come artista e come uomo; certamente don Fava non andava confuso con la “pretaglia”; mentre nei riti funebri aveva reso sempre onore e rispetto in occasione della morte dei commilitoni e così nelle cerimonie religiose in generale. Ricorda Ugo Ojetti quanto  il cardinale Costantini gli aveva confidato, che D’Annunzio, in una funzione di suffragio per la propria madre, “genuflesso ha seguito la messa sopra un messale, sulla messa dei morti che… è la più semplice e la più bella e la più antica delle nostre messe”; il suo attendente Romagnoli  ha detto che, entrando in chiesa, si faceva sempre il segno della croce; e quando fu trasferita la salma di Giovanni Randaccio nella basilica di Aquileia, “ascoltò la messa inginocchiato per tutto il tempo”.

Il suo rito funebre a Gardone fece dire ad Ojetti: “D’Annunzio in chiesa, benedetto con l’aspersorio e l’incensiere, davanti alla croce di Gesù: ecco l’altra novità inaspettata e questa ci annunciava l’eterna pace”. D’altra parte i momenti di raccoglimento più intenso, davanti ai caduti di Fiume o davanti al feretro dei suoi più cari avieri commilitoni, morti da eroi, lo trovano sempre in ginocchio, manifestazione nella quale può esserci molto di più che il semplice rispetto.

Le faville di religiosità seminate da D’Annunzio sono dunque numerose, insieme ad altrettante manifestazioni di segno opposto: la condotta “immorale” che gli veniva contestata e, negli scritti, la letteratura sensuale-mistica ritenuta corruttrice dei giovani per il grande ascendente che aveva su di loro. Francesco Flora, critico di lui in età matura, scrisse che “deve avere il segno intimidatore della grandezza un uomo che ha fatto impallidire d’attesa i giovani rapiti da lui, e noi con essi, e il ricordo ci riempie di appassionata nostalgia”. Tutto questo concorse alla messa all’Indice da parte della Congregazione del Sant’Uffizio per ben quattro volte, di cui abbiamo già parlato, ma senza che fosse scomunicato l’uomo e anche questo merita di essere sottolineato.

Passando dal potere religioso a quello che potremmo definire potere spirituale, cioè la forza del messaggio soprannaturale e salvifico il discorso si fa ben più complesso.

Non crediamo che queste possano essere considerate prove sufficienti di una sua autentica credenza che andasse oltre la generica spiritualità o la religiosità legata all’esaltazione panica, con il “dio della natura”, o eroica, con il “dio degli eserciti”. Per quest’ultima ci sono le pagine sulla missione aerea alla bocche di Cattaro affidata alla protezione di San Francesco e tutta percorsa da richiami religiosi fino alla percezione, nel momento del pericolo, del “terzo luogo”, una plaga tra la vita e la morte dove raggiunge un’altissima spiritualità;  come quando si trova “sull’orlo della vita nell’accezione di Dante” con riferimenti inequivocabili all’al di là e al destino ultimo dell’uomo.

Va operata una precisa delimitazione – raccomandava mons. Manlio Maini nel 1957 – tra “spiragli di vita religiosa in un segreto capitolo di vita” e la credenza che avrebbe assorbito dalla sua terra, così definita: “Questa credenza si può dire fede quando si attiene alle linee precise di una Religione (nel nostro caso della religione cattolica), linee di Verità e di Precetti. Troppe e troppo gravi cose sono chiamate dunque in causa dal concetto di Fede”. Ma nel 1965 padre Raimondo Spiazzi poteva affermare che “si può porre il problema di una sua fede, o almeno di una sua religiosità, nel senso di riconoscimento e accettazione di un assoluto trascendente, quella che si chiama e si percepisce quasi istintivamente come realtà divina”.

Il corteo funebre con i sacerdoti sosta sulla nave Puglia

E nel 1991 padre Ferdinando Castelli di “Civiltà cattolica”, pur partendo da un giudizio molto severo dell'”incontro di D’Annunzio col bellissimo nemico” in opere giovanili trasgressive se non blasfeme, resta colpito da una sua “vecchia preghiera, vergata a 23 anni, che è nello stesso tempo confessione e pentimento” e si chiede, dinanzi al “ferale taedium vitae” dell’uomo chiuso nel Vittoriale, se in prossimità della morte “ebbe il tempo e la grazia di ripetere qualcuna di quelle parole così vivide di umiltà e di speranza”.

Scriveva Giuseppe Pecci nel 1969, nel suo “D’Annunzio e il mistero”, che era lungi da lui “l’idea di fare del D’Annunzio, anche vecchio, anche negli ultimi tormentati giorni, un asceta o un santo e nemmeno un cristiano convinto”. E concludeva che egli “portò con sé il suo mistero” ponendo l’ interrogativo: “Possiamo però pietosamente chiederci se, in definitiva, abbia prevalso in lui, negli ultimi istanti, la dura lucidità del suo cervello o il cristiano respiro di sua madre”, che egli chiamava “la mia madre santa”.

Piero Bargellini, nel sottolineare “il tormento della sua anima” affermava: “Che il goditore pagano abbia incontrato il Cristo, è un fatto per me certissimo. Ma non è detto che un incontro o una nostalgia siano sufficienti a fare un cristiano. Che il D’Annunzio abbia lottato con l’Angiolo è, sempre secondo me, dimostrabile. Quale sia stato l’esito della lotta resta un mistero che l’uomo s’è portato nella morte. E’, del resto, il mistero di tutti gli uomini”.

Questi due autori ponevano con forza l’ interrogativo sulla sua religiosità e sul suo approdo finale. Il dilemma di Pecci richiama la lettera scritta dall’artista il 25 marzo 1937, un anno prima della morte, a Maroni, il suo braccio destro al Vittoriale, nella quale si confidava così: “In uno dei miei libri io mi dicevo ‘mistico senza Dio’, ma col passar degli anni mi sono riconosciuto – pur contro la lucidità del mio cervello – sempre più inclinato a un misticismo visionario e più segretamente trepido al soffio del Soprannaturale”. E concludeva: “Ormai da venti anni io vivo nel respiro di mia madre vivente e presente e, come più gli anni passano, più la presenza diventa reale e attiva”. La risposta autentica la dà lo stesso D’Annunzio in un altro scritto: “E oggi ritrovo le impronte delle ginocchia materne… nella solitudine del mio muto eroismo da cui dovrò dipartirmi…  E nell’una e nell’altra impronta oggi ritrovo il pensiero che condurrà la mia devozione e il pensiero che mi salverà l’anima”. Parole eloquenti che tuttavia non sono risolutrici del mistero.

Nel 150° dalla sua nascita vogliamo riproporre – partendo dai rapporti tra l’artista  e il  potere religioso,  che diviene potere spirituale – l’interrogativo sul D’Annunzio credente dando una risposta, motivata e speriamo appropriata, in una sorta di “processo” con prove precise e verificabili: un processo non a D’Annunzio ma a coloro che hanno fatto prevalere altri aspetti più evidenti e superficiali rispetto alla sua profonda spiritualità che si traduce in religiosità e fede.

Il corteo funebre esce dal Vittoriale per il funerale religioso nella chiesa di S. Nicolò

Una chiave interpretativa nel libro-confessione

In fondo, una chiave per interpretare tante esitazioni ed incertezze nel percorso spirituale di D’Annunzio si può trovare nel libro-confessione “Contemplazione della morte” dove – dinanzi all’agonia di Adolphe Bermond, il fervido credente proprietario dello chalet di Arcachon dove soggiornava – manifesta il bisogno di “accendere l’altra lampada”, quella della fede, “ma senza spegnere la prima”, quella della poesia che si nutre dei forti richiami della natura umana: cioè della carne in perenne lotta con lo spirito, in quella che lui chiamava “la lotta dell’Angiolo”. Ma è proprio “la forza ascendente e molteplice”, la “sostanza rinnovellata per alimentare la divinità futura” che gli fa superare il dilemma tra accendere la nuova lampada e spegnere quella antica: in questa, anzi, ha “rifuso un più ricco olio perché riardesse”.

Nella “Contemplazione della morte” la religiosità autentica espressa senza remore veniva a scontrarsi con l’osservanza esteriore e con le sue regole, perciò era portato a distinguere nettamente i vari piani: continuava nelle opere e nella vita a manifestare la vitalità della sua natura ma senza dimenticare la matrice religiosa della sua terra (“sono di una terra nativamente religiosa”) e di se stesso. Come si riscontra in altre opere autobiografiche dinanzi alle quali si rimane sbalorditi per la straordinaria ricchezza interiore che sfiora la religiosità e spesso si avvicina alla fede.

Pecci fa un’accurata analisi della sua produzione letteraria sin dalle opere giovanili e ne emerge un’evoluzione costante verso forme di spiritualità religiosa che si lasciano alle spalle le forme espressive e i contenuti del decadentismo in un’epoca materialistica in cui perduravano i riflessi del romanticismo. Si vede come dall’atteggiarsi irridente della prima fase si passa a una visione più serena fino agli atteggiamenti profondamente religiosi dell’ultimo periodo, quello “notturno”.

Negli scritti autobiografici è animato da religiosità autentica e si potrebbe riportare una serie lunghissima di espressioni, ambientazioni, citazioni bibliche anche se spesso questi contenuti sono stati fraintesi alla ricerca accanita di una vena pagana. Mentre si trattava di eccessi passionali dovuti alla sua natura che non lo allontanava, nonostante tutto, dal richiamo religioso.

L’assimilazione della morale cristiana alla castità faceva sì che tutti gli altri aspetti positivi della sua vita fossero oscurati da quel pregiudizio. Ed è probabile che fu questo motivo ad allontanarlo da una decisione chiara in materia di fede, per il timore di sentirsi chiedersi di abiurare a ciò che era stato ed era, nella vita e nell’opera artistica (“spegnere l’altra lampada”), come avvenne allorché cercò di incontrare il Papa. “Quante volte ho tentato di morire perché gli uomini non più mi giudicassero – scrisse ad Antonio Bruers, “il dotto bibliotecario” del Vittoriale – Quanti giudici! Quanti giudici! Ci sarà anche un convegno di vermi giudicanti sul mio cadavere?”.

In questo quadro variegato di indizi, dove però le luci prevalgono sulle ombre, una parola risolutiva crediamo possa venire dalle testimonianze dirette “ex ore suo”. Ne parleremo prossimamente. 

Info

L’analisi dettagliata e documentata da citazioni e testimonianze d’epoca è contenuta nel libro inchiesta: Romano M. Levante, “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”, Andromeda Editrice, Colledara (Te), 1998, pp.530, in particolare la parte terza, “Il mistero”, sulla religiosità, pp. 293-470; la parte prima è su “L’ambiente”, il Vittoriale, pp. 15-118; la parte seconda  su “Il personaggio”, pp. 119-293.  Seguono le “lettere inedite” in facsimile d’autografo, pp. 472-514 e Bibliografia più Indice dei nomi, pp. 515-527. Ciascuna delle tre parti inizia con la testimonianza, prosegue con l’approfondimento, si conclude con il colloquio di riscontro; in  ognuna c’è un ampio corredo di immagini.I primi  tre articoli, dei sei del servizio, sono usciti, in questo sito, il 12, 14 e 16 marzo, gli ultimi due usciranno il 20 e 22 marzo 2013, tutti con 6 immagini ciascuno. Cfr. intervista di Anna Manna a Romano Maria Levante, l’11 marzo 2013,  in http://www.100.newslibri.it/, dal titolo “Gabriele d’Annunzio, il poeta della perenne inquietudine. A 150 anni dalla nascita”.

Foto 

Le immagini sono foto d’epoca prese dal volume sopracitato dell’autore (pp. 272-280) che le ebbe dalla presidenza della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani”, cui si rinnovano i ringraziamenti. In apertura: A  Drenova il 1° agosto 1920 ; seguono  Al cimitero di Cosàla dinanzi ai caduti delle due parti il 2 gennaio 1921 e  Le esequie (3 marzo 1938). Il feretro con il crocifisso seguito dalla moglia Maria Hardouin di Gallese , dai figli Mario e Gabriellino, da Mussolini, poi  Il corteo funebre con i sacerdoti sosta sulla nave Puglia e  Il corteo esce dal Vittoriale per il funerale religioso nella chiesa di S. Nicolò;   in chiusura, “Un mistero che l’uomo s’è portato nella morte” (P. Bargellini).

“Un mistero che l’uomo s’è portato nella morte” (P. Bargellini)