“Gente d’Abruzzo”, 2. Identità e valori nel “verismo sociale” degli artisti abruzzesi dell”800

di Romano Maria Levante

cultura.inabruzzo.it – 12 gennaio 2011 – Postato in: mostre, pittori

Concludiamo la visita alla mostra “Gente d’Abruzzo – Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo” alla Pinacoteca Comunale di Teramo dal 30 ottobre al 30 marzo 2011, ,con gli artisti dalle cui opere emergono altri modi di esprimere il verismo sociale dopo Teofilo Patini. A lui abbiamo dedicato il primo articolo, insieme a considerazioni collegate all’icona di Antonio Paolucci nella mostra romana “1861 – I pittori del Risorgimento” e all’iniziativa di Vittorio Sgarbi di inserire nel “Padiglione Italia” per il 150° dell’Unità d’Italia artisti di ogni regione.

“I morticelli” 1880, cm 94 x 262

La civiltà silvo-pastorale abruzzese

L’Abruzzo forte e gentile senza le asprezze del verismo di Patini si trova in Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” – altra località vicina a L’Aquila, come Fossa citata per il quadro di Patini ”Un monaco e la sua cella” – composizione del primo quarto dell’800. L’ambiente è colorato e luminoso, tanto che le pecore più lontane sembrano macchie di luce; quelle in primo piano, invece, sono ben delineate come la pastorella di cui sono curati particolari anche graziosi; una certa fatica nel volto, e il paese che sembra chiudere l’orizzonte, sono i soli elementi che introducono qualche durezza in una scena per altri versi serena e bucolica.

Tendenzialmente arcadico è “Il primo bacio” di Pasquale Celommi, 1928 circa, nulla interrompe l’ambiente bucolico dove le pecore ordinate e tranquille brucano l’erba, mentre i due giovani si baciano in un posa settecentesca, con un fondale di alberi delicato e armonioso sotto il cielo terso. Si passa alla natura inclemente in “Tempesta sul gregge” di Tommaso Cascella, 1918, figlio d’arte in una famiglia di grandi artisti. Il cielo diventa corrusco, gli alberi nodosi e contorti, i pastori non più giovani leggiadri ma uomini rudi che si spostano pesantemente, il primo appoggiato a un bastone evoca immagini bibliche, torna in mente Mosè; il gregge non è più fatto di poche pecore impegnate a pascolare serenamente, ma da una massa di ovini agitati alla ricerca di un riparo.

Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” sec. XX, primo quarto, cm 16 x 36

Fin qui pecore e pastori all’aperto, come in “Pastorelli e capretta sul declivio”, di Gennaro della Monica. Invece, nel suo “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso”, 1880 circa, persone e animali, pur all’aperto, si dividono lo spazio per la sosta e l’attesa: è una scena di vita paesana, “La fiera presso Madonna della Grazie” la trasferiscenel campo boario della città di Teramo. Su Isola, come su Teramo, c’è lo sfondo dominante della grande catena montuosa: “Il massiccio del Gran Sasso” si intitola il dipinto di Ernst Schweinfurth che raffigura “il gigante che dorme”.

Troviamo le pecore anche nel chiuso delle stalle, un tema ricorrente nella pittura abruzzese dell’800 come lo era nella vita dei paesi di campagna e di montagna fino a metà del ‘900 ed oltre. A Tiziano Pellicciotti si deve “Pecore e asinelli”, anteriore a quello sopra citato esposto in mostra: gli asini prevalgono nella composizione, sono immobili e si sente la pesantezza del basto, le pecore emergono dall’oscurità come macchie bianche, non c’è la presenza umana, diventano i protagonisti.

Pasquale Celommi “Il primo bacio”, 1928 circa, cm 65 x 111

Lo sono ancora di più nell’“Interno di stalla con caprette” di Filippo Palizzi, sembrano dialogare con l’asinello, liberato questa volta dal basto, in un’atmosfera attraversata da un raggio di luce radente e ravvivata dai fiori rossi che spuntano sul fascio di fieno scuro.

L’umanità della gente d’Abruzzo

Ritorna la presenza umana nell’“Interno di stalla con figure” di Giuseppe Palizzi, composizione che rende visivamente un aspetto della vita contadina della “gente d’Abruzzo”: Le caprette saltano verso il ragazzo sulla porta della stalla, la mucca che occupa interamente il primo piano con dietro il vitellino viene munta dalla donna seduta, mentre la luce si riflette sul pelo bianco e sulla testa dall’occhio mansueto, fa pensare a “T’amo, pio bove, e mite un sentimento…”.

Nell’oscurità, invece, “Interno di stalla” di Valerio Laccetti, la luce penetra dalla finestra alta e stretta, dove l’uomo sorregge il bambino affacciato, passa radente sul dorso della mucca con dei riflessi sul pavimento, tenui ma tali da far percepire l’accuratezza dei particolari.

Tommaso Cascella, “Tempesta sul gregge“, 1918, cm 100 x 109,5

Dalla stalla all’abitazione in “Interno con famigliola abruzzese”, dello stesso Laccetti, quasi una miniatura per le piccole dimensioni rispetto agli altri descritti; rappresenta con chiarezza un ambiente povero ma molto vivo e “abitato”, con uno scorcio prospettico sulla sinistra che ne dilata le dimensioni. La scena è caratteristica: c’è la madre con il piccolo sulle ginocchia, il più grandicello gioca seduto a terra sotto lo sguardo interessato del gatto nero, mentre l’adolescente in piedi cuce tra madie e sedie impagliate tipiche delle cucine abruzzesi fino a tempi recenti.

E’ oscura la stalla in cui si svolge “La prima lezione di equitazione”, dipinto nel quale ritroviamo Teofilo Patini, in un verismo addolcito: più che una lezione è una effusione, il bimbo nudo in groppa al cavallo sul quale piove la luce è molto piccolo, lo tiene il padre di cui sono in illuminati i gambali: la luce permette di intravedere la madre che accorre preoccupata, pecore e galline, un maiale e un cavallo con la testa nella mangiatoia. Un vero affresco nella quasi completa oscurità.

Gennaro Della Monica, “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso” 1880 ca, cm 63,5 x 78,5

In piena luce e colori, anche se di tonalità pastello, il dipinto “Intimità”, di Sebastiano Tarquini,tutto in primo piano: composizione del tutto diversa, compatta e piramidale rispetto alla dispersione nell’ambiente della precedente, il gruppo ricorda la Madonna con bambino insieme a santa Elisabetta e san Giovannino. Nessun altro elemento oltre alle loro figure distrae da una scena di grande tenerezza: la donna a sinistra mentre allatta il proprio piccolo si accosta a baciare l’altro che le avvicinano le due donne al suo fianco, la giovane e l’anziana. Il panneggio è molto curato, a sottolineare, pur nella povertà dell’ambiente, che il ruolo della donna è dominante e faticoso, e viene svolto con determinazione e dignità in un realismo attento ai problemi della vita quotidiana.

Un ruolo faticoso, non solo per il lavoro nella casa e nella stalla. Ne fa fede il tema delle “Lavandaie”, declinato da Carlo Patrignani, 1912, in modo solare: siano usciti dal buio delle stalle e dagli interni spesso altrettanto oscuri di certe povere abitazioni, anche se c’è il calore umano a renderle vivibili. Qui siamo “en plein air”, verrebbe di parlare di Arcadia per la nitidezza calligrafica e l’equilibrio della composizione dove terreno e specchio d’acqua, vegetazione leggera e architetture altrettanto armoniose sono l’ambiente ideale per un minuetto, pardon, per inserirvi due figure graziose in costumi tradizionali – forse gli abiti della festa – che sembrano mimare il risciacquare i panni nelle acque guardandosi compiaciute, mentre la terza è coperta e altre due più lontane osservano la scena. Non c’è fatica, ma lirismo e colore, gioventù e bellezza, un Parnaso!

Filippo Palizzi, “Interno di stalla con caprette”, cm 39 x 52

Il “verismo gentile” di Celommi

Com’è diversa ”La lavandaia” di Pasquale Celommi, 1885-1888! Le spalle esprimono la forza fisica, le mani gonfie e arrossate per il troppo lavare la fatica, il viso sorridente l’accettazione del ruolo, l’esibizione del vestito della festa in una intensa rappresentazione quasi fotografica il “verismo gentile, dal tono affabile e coinvolgente”, nella definizione di Mariella Gatta.

Altrettanto gentile è il verismo di “Uno sposalizio abruzzese”, sempre di Celommi, 1884-86 circa: tutti i partecipanti sono disposti su una linea orizzontale, quasi si preparassero alla foto di gruppo, in atteggiamenti diversi e molto espressivi a seconda del ruolo, dallo sposo con l’abito di circostanza colorato che guarda intensamente la sposa chiusa nel suo pudore femminile, alla gente festante: l’uomo che sventola il cappello con la mano sugli occhi per ripararsi dal sole e la giovane donna elegante nel suo costume con il velo in testa che porge dei confetti a una bambina la quale solleva la veste per raccoglierli; la ragazza che guarda estasiata la sposa e quella che versa una bevanda nel bicchiere, le figure da parti opposte della donna, forse la madre, che arriva ancora indaffarata e dei bambini che giocano, fino ai suonatori, oltre alla chitarra si riconosce il caratteristico “ddu-botte. C’è festa nella gente e nell’atmosfera, nei colori luminosi con le ombre che si stagliano e nel movimento allegro e discreto.

Giuseppe Palizzi, ““Interno di stalla con figure” cm 90 x 117

La “dinamicità della scena – commenta Paola Di Felice – è sottolineata dalla pennellata fluida che lascia trascorrere lo sguardo come su un’onda in movimento. Il tema ricorda da vicino quadretti tipici della civiltà contadina meridionale”. C’è anche, aggiungiamo noi, tutta la delicatezza del suo “Il primo bacio” citato all’inizio, che ha il dolce sapore dell’Arcadia. La Di Felice conclude che quest’opera esprime “ancora una volta l’amore dell’artista per la sua terra, quel suo bisogno di ‘vero’ che è bisogno irrinunciabile di recupero della propria identità e delle proprie radici”.

Sono dell’abruzzese forte e gentile, e lo abbiamo visto ora; ma anche forte e fiero: “L’operaio politico”, dello stesso Celommi, 1888, ci dà quest’altra faccia della luna, il volto aggrottato e attento, la carica vitale sottolineata dalla luce radente, l’impegno sociale nel giornale che sta leggendo con attenzione e negli altri sul tavolo dov’è poggiato il cappello. “Ne deriva – è ancora la Di Felice – un forte messaggio di rivendicazione sociale che la concentrazione nella lettura dell’umile operaio, mentre affonda il suo sguardo sui caratteri del foglio, sottolinea con forza”. La composizione, nella ricerca dei particolari prima indicati, “connota il gusto per il ‘vero’ dell’artista, rinvia all’interesse di Celommi per le condizioni sociali del soggetto”.

Valerio Laccetti, “Interno con famigliola abruzzese” , cm 30 x 40


Alla stazione”, il cammino della speranza della “gente d’Abruzzo”

La fierezza dell’abruzzese non si traduce soltanto nell’impegno rivendicativo. C’è anche l’orgoglioso rifiuto della condizione di miseria e di povertà, quando la natura avara non dà alternative per rimuoverla. Di qui la valvola dell’emigrazione, che ha visto gli abruzzesi affrontare con coraggio “il “cammino della speranza”; e non per i più vicini paesi europei, ma soprattutto verso le “lontane Americhe”: dove hanno costituito comunità fiorenti, Toronto è chiamata “la seconda città abruzzese dopo Pescara”, per la popolazione che vi risiede originaria dell’Abruzzo.

Ed è noto il carico di amarezze e sofferenze che ha comportato per gli emigrati e le famiglie rimaste nei paesi, quando la lontananza era assenza completa a parte le lettere che si leggevano come quelle dal fronte viste nella citata mostra romana “1861 – I pittori del Risorgimento”. Un esodo biblico se si considera che dal 1876 al 1915 espatriarono dall’Abruzzo circa 600 mila persone, dal 1916 al 1945 quasi 160 mila e dal 1946 al 1976 altre 465 mila, in totale un milione e 200 mila persone da una regione che conta un numero di abitanti di poco superiore. Il “Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana”, aperto da poco più di un anno a Roma alla Gipsoteca del Vittoriano, dà conto di questa epopea con ricchezza di documentazione e immagini suggestive.

Sebastiano Tarquini, “Intimità”, 71 x 100 cm

Non poteva mancare una testimonianza di questa epopea nella mostra sulla “Gente d’Abruzzo” , la troviamo in “Alla Stazione”, di Carlo Patrignani, 1907, con un gruppo in attesa di partire per altri lidi. I pastori seduti in primo piano non hanno smesso le loro tipiche acconciature, sono pensierosi. Invece il folto gruppo di donne è con gli abiti della festa, i costumi popolari abruzzesi; sono sorridenti e vivaci, la luce contribuisce a dare all’insieme vitalità e dinamismo.

Anche qui, come in “L’operaio politico” di Celommi, c’è un forte messaggio, e va sottolineato che maestro di Patrignani fu Patini, “il primo ‘pittore sociale’ dell’Ottocento italiano”. Lo ricorda Monica Minati che conclude: “Su questo evidente e nuovo interesse verso il tema sociale ebbe, inoltre, una qualche ascendenza l’abruzzese Francesco Paolo Michetti (1851-1929), già noto per i soggetti ispirati alla sua terra d’origine, resi attraverso l’adesione alle tematiche del verismo, di evocazione folkloristica e sociale”.

Pasquale Celommi, “La lavandaia”, 1885-88, cm 108 x 65

Il Cenacolo dannunziano nella mostra

Quali siano queste tematiche lo vediamo subito dalla mostra, passando alla seconda delle nostre motivazioni personali: quella legata a D’Annunzio, che figura in un ritratto opera di Francesco Paolo Michetti esposto con altri ritratti dello stesso pittore, grande fotografo: quello dello scultore Barbella, del musicista Tosti e di se stesso; oltre a una scultura che ritrae Gaetano Braga.

Si ricompone nella sala B della Pinacoteca, il Cenacolo di Francavilla, non soltanto con questi ritratti che fanno sentire la presenza dei protagonisti, quasi guardassero dalle pareti, ma soprattutto con le sculture di Barbella e le pitture di Michetti. All’ambientazione mancano le musiche di Tosti e le prose e poesie di D’Annunzio, non sarebbe stato difficile aggiungerle, ma questo avviene solo nelle mostre di arte contemporanea. Del resto crediamo non servisse, nel Cenacolo rinato nella sala con i quadri del pittore e le forme dello scultore, i versi e le parole dannunziane tornavano alla mente e le musiche di Tosti risuonavano nelle orecchie, “’A vucchella” prima tra tutte.

Carlo Patrignani, ” Alla stazione” 1907, cm 56.2 x 75,2

Ricordiamo, dunque, il Cenacolo dannunziano prima di declinare il particolare verismo dell’artista. E’ stato una fucina creativa, con influssi reciproci, la pittura e la scultura dei due artisti citati ispiravano la poesia e la scrittura di D’Annunzio, e viceversa; ci sono descrizioni di vecchi, scritte da D’Annunzio, che nascono da una scultura di Barbella come dalle pitture o fotografie di Michetti. E si legge che D’Annunzio ventenne nel “Canto Novo” si era ispirato al quadro “I morticelli” per descrivere un funerale sulla spiaggia: “Stagna l’azzurra calura” s’intitola il sonetto.

La compresenza e compenetrazione tra le arti che si realizzava nel Cenacolo è stato un lievito per la cultura e ha segnato una strada che andrebbe sempre battuta: l’abolizione degli steccati di genere per un’arte universale che mutui stimoli ed ispirazione dalle forme diverse un cui si presenta; le recenti “Lettere d’amore”, o meglio le “lettere inedite di Gabriele d’Annunzio rilette in forma teatrale da Dacia Maraini” sono un esempio attuale di commistione tra due generi contigui; è vicino al Cenacolo il sodalizio del pittore contemporaneo Maugeri con il poeta Benedetti, i cui frutti soprattutto pittorici abbiamo potuto ammirare nella mostra al Vittoriano di cui abbiamo dato conto di recente; il Cenacolo era innovativo nell’avvicinare generi ritenuti lontani e incomunicabili.

Francesco Paolo Michetti, “Ritratto di G. D’Annunzio” , cm 60,5 x 47,5

Nella sala, varie sculture di Barbella esposte vicino ai quadri di Michetti, in un sodalizio che ha portato il secondo a cimentarsi anche con la terracotta, oltre che con i pennelli e la macchina fotografica. Ce ne sono tre, altre cinque sono collocate nella sala C al piano superiore, ma ne parliamo ora considerandole insieme, come se fossero tutte nella sala B dedicata al Cenacolo.

La “personale” di Barbella

Sono sculture di piccole dimensioni ma di grande intensità, anche questa è una sorta di mostra “personale”, di Costantino Barbella, all’interno della mostra collettiva. Nei due “Onomastico del nonno”, 1907, uno in bronzo, l’altro in terracotta, “la scena – sono parole di Bianca De Luca – è resa in maniera molto spontanea e genuina. è un vero idillio di tenerezza”.

Costantino Barbella, “Onomastico del nonno” post 1907, bronzo, h cm 23

Diversi i sentimenti che ispirano “Triste storia” e “Luce nelle tenebre”. Nel primo, di bronzo, tre donne pensierose fino a diventare inespressive, con lunghe tuniche, quasi “le tre grazie” tristi, ricordiamo sempre la piccola dimensione sui 30 centimetri; come triste è “Luce nelle tenebre”, in terracotta, se si considera che la figura rappresentata – modella un busto di donna avendo gli occhi spenti – è in fondo l’immagine dello scultore che stava perdendo del tutto la vista. Misure molto simili quelle di “Montagnolo”, in terracotta, e “Su su (Contadinella con otre di vino)”; in bronzo: nel primo torna la serenità, nel secondo addirittura c’è un movimento giocoso.

Ma è quasi una preparazione alle due più grandi sculture in cui, a nostro avviso, raggiunge una straordinaria forza espressiva: “Rancore”, in terracotta, e “Sogni felici”, in bronzo. In “Rancore” vediamo lei torcere lo straccio che ha in mano con il viso imbronciato, mentre la conca le pende al fianco come un segno distintivo, quasi la spada dei cavalieri e la pistola dei cow boy; lo associamo all’immagine della Contadinella della pasta De Cecco, invece della conca il fascio di spighe, ma siamo influenzati dal fatto che uno dei partecipanti al Cenacolo dannunziano fu Paolo De Cecco.

Costantino Barbella, “Rancore”, terracotta,
h cm 64

Smesso il broncio, sembra della stessa fanciulla l’immagine di “Sogni felici”, scultura di 80 per 50 cm, che la vede abbandonata nel sonno a seno nudo in una posa plastica e sensuale “per aderire, scrive Mariella Gatta, “ai gusti di una committenza sempre più incline a soggetti piacevoli e di puro godimento visivo”. Giudizio centrato, il godimento visivo c’è ed anche nel senso di purezza, tanto la giovane è indifesa e innocente, da guardare e rispettare. Ma suscita essa stessa un sogno proibito, tutti vorrebbero trovarsela al fianco nel risveglio mattutino e mirarne l’espressione felice.

Michetti dalle piccole sculture ai dipinti di verismo folkloristico e sociale

Passare da questa opera per noi spettacolare alle due piccole sculture in terracotta di Francesco Paolo Michetti potrebbe sembrare ardito. Invece “Madre con bimbo” e “Pastorella” suscitano un senso di tenerezza che, su piani diversi, si può accostare a quella con cui si possono guardare i “Sogni felici”: nella prima la tenerezza viene dal caldo abbraccio tra madre e bambino, nell’altra dai dolci lineamenti del viso della pastorella: in effetti c’è un senso pittorico che nasce dalla stessa ragione delle due opere, accondiscendenza per l’amico Barbella da un lato, prova d’autore dall’altro verso chi criticava il suo metodo di servirsi di fotografie e di schizzi per i suoi grandi quadri.

Costantino Barbella, “Sogni felici” , 1900, bronzo, cm 80 x 50 x 40.

Di questi non troviamo “La processione del Corpus Domini” e “La figlia di Iorio”, ma il grande, in tutti i sensi, “I morticelli”, 1880, una processione religiosa anche questa, ma funeraria, con i corpicini dei neonati gemelli portati dietro al sacerdote e la croce con un gruppo variopinto di donne al seguito e dei violini suonati da cinque robusti paesani vestiti di scuro che chiudono il corteo.. Il tutto con sullo sfondo la linea e i colori del mare sotto un cielo terso quasi abbagliante, così commentato da Boito: “La mestizia del quadro somiglia ai rintocchi d’una campana, che suoni a morto. Infatti suona nel quadro una nota, la quale torna spietata e con insistenza: l’azzurro”. Tanto forte da far scrivere a D’Annunzio in una lettera al sodale del Cenacolo Paolo De Cecco, “quell’ebrezza sovrumana d’azzurro mi fa pensare”, e a ispirargli nel citato sonetto di “Canto Nuovo” “Stagna l’azzurra caldura”, che nell’“azzurro intenso di cielo e di mare” vede “la prima manifestazione potente del dolore”.

Dal dolore alla gioia, i neonati prima funerei ora sono un inno alla vita: E’ “Prima nidiata”, non solo il bebè sulla culla ma i pulcini che gli saltellano intorno, il ciclo vitale continua, nei particolari pittorici c’è tanta poesia. Ma la morte si riprenderà la vita nella “Seconda nidiata”, non esposto in mostra, la culla sarà vuota e solo i pulcini continueranno a saltellare, questa volta sulle gambe della madre inginocchiata in lacrime.

Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte sin)

In fondo, nell’anima della “gente d’Abruzzo”, a diretto contatto con le forze della natura anche dure e ostili come nelle montagne più impervie e isolate, il senso della morte e quello della vita sono compresenti, vissuti nella consapevolezza che c’è un disegno e una regola, un ordine: forse quello della poesia di Aleardo Aleardi, dove alla domanda “Che cosa è Dio?”, “Ordine mi risposero le stelle”

C’è vita nello “Studio per mattinata”, il quadro conclusivo della nostra visita alla sezione michettiana: le figure di giovani ragazze che si materializzano indefinite come possono esserlo nei sogni nella pineta sul mare, rivolte a chi guarda ballando e cantando ci fanno pensare a “la vita è bella”, l’ espressione che D’Annunzio scrisse più volte nella stessa pagina della “Licenza” della Leda: la bellezza della vita è nella natura, “una creatura da non abbracciare, da non possedere, …tutta l’aria è volontà e voluttà di vita”. Questo suscita il dipinto che Matilde Serao definì “il canto più alato, più gioioso che il genio italiano abbia innalzato alla luce, alla primavera, alla gioventù”, come ricorda Bianca De Luca, sottolineando che ai suonatori confusi in un macchia scura abbia dato i volti di Barbella e Tosti, De Cecco e se stesso. Questa notazione fa dare al quadro di Michetti il senso della totale identificazione. Manca D’Annunzio, ma è come se lo spettacolo fosse per lui, forse vi si ispirarono le sue parole nelle quali spiega da par suo come e perché “la vita è bella”.

Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte dx)

La dimensione religiosa del verismo sociale

Anche dal Cenacolo dannunziano è venuto un ritratto della “gente d’Abruzzo” che si aggiunge a quello del lavoro duro e sofferto, della forza e della determinazione, della pazienza e della gentilezza. Non abbiamo parlato di un carattere compresente, la religiosità. Ci sono state mostre delle opere religiose, a Roma quella a Montecitorio sull’ “Arte ferita”, e a Castel Sant’Angelo, ne abbiamo parlato a suo tempo; è un campo nel quale l’arte abruzzese ha dato innumerevoli capolavori di pittura e scultura, oltre all’architettura delle sue tante chiese. Si tratta di una terra “nativamente religiosa”, come diceva D’Annunzio che scrisse parole alate per la Chiesa abruzzese.

Il “verismo sociale” non va considerato al di fuori dell’ispirazione religiosa sebbene i suoi motivi siano molto terreni. In mostra non è assente, ci sono i due dipinti di Teofilo Patini, ancora lui!, su “San Carlo Borromeo tra gli appestati” : un piccolo “studio preparatorio”“ riprodotto in grandi dimensioni nel “bozzetto” di 170 per 90 centimetri circa, il dipinto finale è dal 1888 nel Duomo dell’Aquila. Nel saluto del giorno dell’inaugurazione l’arcivescovo Vicentini fece un parallelo con il “trittico sociale” sempre di Patini che abbiamo commentato nel primo articolo, dicendo: “Usato con lo stesso pennello a ritrarre scene sociali… ora si è trovato a dipingere una sventura che non gli veniva dalla mano dell’uomo, ma da quella di Dio e che perciò solamente da Dio poteva aspettare il conforto”. Inoltre “le piaghe sociali gli avevano suggerito argomenti di dolorosa realtà”. Tale la scena con il moribondo a torso nudo riverso in primo piano circondato dagli appestati mentre i dignitari in secondo piano portano un polittico; al centro il Santo che implora la misericordia divina ricorda ci Pio XII nel volto, nella figura e nell’atteggiamento ieratico a braccia larghe verso il cielo.

Francesco Paolo Michetti, “Studio per ‘Mattinata’”, cm 67,5 x 128

Sta per terminare la visita, uscendo sul Ballatoio ci soffermiamo davanti alle due grandi sculture di Raffaello Pagliaccetti, alte circa un metro. Il gesso del 1885 “Figura di giovane demente” o “Lo scemo con le mani incrociate” evoca una realtà dei paesi che veniva vista con comprensione ma anche indifferenza; qui c’è una drammaticità da maschera tragica, Paola Di Felice parla di “una smorfia che si traduce in ghigno di dolore urlato all’umanità tutta”, ogni fibra del corpo appare tesa e contorta, è una rappresentazione “senza indulgenza, con un verismo crudo, brutale”.

L’opposto “La cieca orfanella abruzzese”, del 1879, in terracotta, una figura malinconica e dolente, dalla tristezza antica nonostante la giovane età: le pupille spente, un “rassegnato abbandono”, il volto con dei fremiti che rivelano “l’inquietudine di un’anima”. Mentre ci accingevamo ad aggiungere a tali parole il richiamo alle Madonne religiose, quasi fosse angelicata dalla sofferenza, abbiamo visto che chi le ha scritte, sempre la Di Felice, va oltre definendola “novella ‘Madonna in cenci’” realizzando così la saldatura tra verismo sociale e motivi religiosi.

Raffaello Pagliaccetti, “La cieca orfanella abruzzese” 1879, terracotta dipinta a olio, cm 92 x 48 x 75

In questi motivi possiamo trovare – al di là del preminente motivo fideistico – qualcosa di consolatorio, che aiuta a superare le miserie e le ristrettezze di una vita difficile, rese dal “verismo sociale” di cui abbiamo visto tante espressioni. Due immagini ci portano a questa considerazione. La prima è il tondo ceramico di Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila”, tre giovani donne in costume abruzzese scendono lungo l’ampio scalone che parte dalla facciata monumentale, altre figure salgono, in un ambiente solenne e insieme familiare, come il clima di serenità che lo pervade. Ancora più espressiva l’altra opera, dell’autore si conoscono solo le iniziali, B.S. (anonimo), “Aquila in festa a piazza del Duomo”, un’esplosione di fuochi di artificio nel cielo notturno con la facciata illuminata su una folla partecipe, immersa nel buio iluminato da festoni e da altri segni di festa. L’anonimato dell’autore, fine XIX secolo, la rende quanto mai significativa, quasi un sigillo simbolico di come lo spirito religioso possa trascinare la gente d’Abruzzo in manifetazioni di vitalità collettiva che fanno dimenticare le tante sofferenze individuali.

Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila” , ceramica, diam. cm 37

Tanti identikit un’unica identità della “Gente d’Abruzzo”

Tanti identikit per un’unica identità: ne abbiamo parlato a lungo e non è il caso di ricapitolare. Alla dimensione civile e paesana declinata nei suoi molteplici momenti e aspetti, duri per l’inclemenza della vita e della natura ma alleggeriti dalla grazia e dalla leggerezza, si è aggiunta la dimensione religiosa del verismo sociale, fino alla sua trasposizione laica in un’identificazione superiore.

Una dimensione, questa della “gente d’Abruzzo”, che merita di essere celebrata nel 150° dell’Unità d’Italia, insieme con quella delle altre genti del nostro paese, in un federalismo nazionale che nella consapevolezza delle proprie radici territoriali e umane trovi nuovi motivi di riaffermazione orgogliosa in un tessuto unitario rafforzato e valorizzato nelle sue componenti.

Ad Antonio Paolucci e a Vittorio Sgarbi, che nei diversi ambiti di elevato prestigio hanno colto come la dimensione artistica sia importante nelle riflessioni indotte dall’anniversario, va la proposta formulata all’inizio, che con la visita alla mostra si è arricchita di motivi legati a forti sentimenti.

B.S. (anonimo), “Aquila in festa a Piazza del Duomo” fine sec. XIX, cm 63,5 x 78,5

Info

Pinacoteca Comunale di Teramo, Viale Bovio. 3. Catalogo “Gente d’Abruzzo – Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo”, a cura di Pierluigi Silvan, Scienze e lettere, 2010, pp. 216, formato 24x 28. Il primo articolo, con il quadro generale e Teofilo Patini, è uscito il 10 gennaio 2011 sempre in cultura.inabruzzo.it . Per le mostre citate cfr. i nostri articoli usciti in tale sito: “1861, i pittori del Risorgimento”, 2 articoli l’ 8 gennaio 2011, e “Padiglione Italia” 26 maggio 2011, “Maugeri al Vittoriano con benedetti: il pittore e il poeta” 22, 24 giugno 2010, e “Sos arte dall”Abruzzo, a Roma una grande mostra per non dimenticare” 12 aprile 2010 (il sito non è più raggiungibile, gli articoli vengono trasferiti su questo sito).

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Le immagini sono state tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, cm 94 x 262, firmato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo; seguono, Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” sec. XX, primo quarto, cm 16 x 36, firmato, Pratola Peligna, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Banca di Credito Cooperativo, e Pasquale Celommi, “Il primo bacio” 1928, cm 65 x 111, firmato, Teramo, Collezione privata; poi, Tommaso Cascella “Tempesta sul gregge” 1918, cm 100 x 109,5, firmato e datato, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella, proprietà della Provincia di Chieti, e Gennaro Della Monica, “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso” 1880 ca, cm 63,5 x 78,5, Teramo, Collezioni d’Arte della Banca di Credito Cooperativo; quindi, Filippo Palizzi, “Interno di stalla con caprette” cm 39 x 52, Pescocostanzo, L’Aquila, Collezione privata, e Giuseppe Palizzi, ““Interno di stalla con figure” cm 90 x 117, Pescocostanzo, L’Aquila, Collezione privata; inoltre, Valerio Laccetti, “Interno con famigliola abruzzese” , cm 30 x 40, Sulmona, Collezione privata, e Sabatino Tarquini, “Intimità” , cm 71 x 100, L’Aquila, Collezioni d’Arte del Municipio; ancora, Pasquale Celommi, “La lavandaia” 1885-88, cm 108 x 65, firmato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo, e Carlo Patrignani, ” Alla stazione” 1907, cm 56.2 x 75,2, firmato e datato, L’Aquila, Collezione Pecorelli; continua, Francesco Paolo Michetti, “Ritratto di G. D’Annunzio” , cm 60,5 x 47,5, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella; poi, Costantino Barbella, “Onomastico del nonno” post 1907, bronzo, h cm 23, firmato, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella, “Rancore”, terracotta, h cm 64, firmato, Teramo, Collezione privata, “Sogni felici” , 1900, bronzo, cm 80 x 50 x 40, firmato e datato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo in deposito da collezione privata; quindi, Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte sin), particolare (parte dx), e “Studio per ‘Mattinata’”, cm 67,5 x 128, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella; infine, Raffaello Pagliaccetti, “La cieca orfanella abruzzese” 1879, terracotta dipinta a olio, cm 92 x 48 x 75, firmata, Teramo, Pinacoteca civica, e Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila” , ceramica, diam. cm 37, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio della Provincia; in chiusura, B.S. (anonimo), “Aquila in festa a Piazza del Duomo” fine sec. XIX, cm 63,5 x 78,5, siglato, L’Aquila, Collezione Piccirilli.