Marotta, metacrilati e arte moderna, alla Gnam

di Romano Maria Levante

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ospita dal6 ottobre 2012 al 27 gennaio 2013 la mostra molto particolare di Gino Marotta, “Relazioni pericolose”: in otto vaste sale della galleria le sue caratteristiche sculture in metacrilato, oltre ad alcune installazioni luminose, coesistono con i quadri alle pareti di grandi maestri che hanno accompagnato la vita non solo artistica dell’autore. E  come se le porte dello zoo si fossero aperte e gli animali sciamassero nel museo, insieme con alberi stilizzati; passando di sala in sala alla loro ricerca si scoprono capolavori ben noti che emozionano.

Gino Marotta, “Fenicotteri”

Una mostra innovativa 

Le “Relazioni pericolose” sono proprio queste, ma il pericolo non viene dal loro inserimento in coabitazione con le opere di tanti artisti così diversi e insieme pari tra loro nella grandezza. Maria Vittoria Marini Clarelli, soprintendente della Galleria, dice espressamente che “altererebbero completamente la percezione delle sale se non fossero così riconoscibili e trasparenti, immediatamente isolabili dal contesto e non occlusive delle opere permanentemente esposte”. Invece ne stimolano la fruizione perché sono discrete e invitanti, segnano un percorso che viene attivato andando alla loro ricerca, aiutati da una piantina che ne localizza le posizioni nel labirinto della Galleria, ma non evita deviazioni casuali verso altre sale foriere di ulteriori esaltanti scoperte.

La fauna variopinta di Marotta, accompagnata da forme arboree, costituisce una sorta di carovana sulle cui orme ci si orienta nella molteplicità di spazi espositivi, l’artista è il pifferaio che traccia il cammino da seguire attirando con la magia delle sue composizioni e la maestria della loro collocazione. Un cammino pericoloso, quello segnato dalle relazioni tra le opere di Marotta e dei tanti maestri: il pericolo è nella “sindrome di Stendhal” cui si è esposti quando si è intenti a seguire le piste del bestiario multicolore e ci si trova all’improvviso al cospetto di capolavori inattesi.

Anche perché l'”agnitio” di queste opere irrompe mentre si è presi dalle forme zoomorfe e fitomorfe con trasparenze e colori fluorescenti, bidimensionali e tridimensionali insieme,  da sagome la cui percezione muta con l’angolo di visuale, fino a perdere i contorni. “L’arte della silhouette – sono sempre parole della Clarelli – ottiene l’effetto opposto a quello delle ombre cinesi: il contorno non definisce, sfuma. Sono opere apparentemente facili, dietro le quali s’intravede l’utopia ludica della ricostruzione futurista dell’universo ma anche lo spaesamento metafisico”.

Dà conto di questa insolita collocazione il Catalogo di Maretti Editore, a cura di Laura Cherubini e Angelandreina Rorro che hanno curato la mostra: non riproduce le opere di Marotta a sé stanti, come avviene di consueto, ma riporta campi lunghi delle sale, con i metacrilati colorati che introducono alle raccolte di opere nelle pareti, in modo da renderne l’ambientazione con grande efficacia. Si è dovuto anticipare l’allestimento per riprodurlo nel Catalogo, in una sorta di prolungato anteprima della mostra che ha consentito di cogliere le reazioni  dei visitatori delle sale convinti di trovarsi di fronte a un giovane artista, mentre Marotta ha superato i 70 anni: è questo “l’anacronismo più raro – ha commentato la Clarelli – quello che scambia il passato con il presente; un  anacronismo che si può anche definire il più felice, perché è quello che tocca ai classici”.

Il percorso artistico di Gino Marotta

Marotta è un precursore di forme e materiali oggi molto diffusi, per questo appare contemporaneo ma nello stesso tempo è coevo a maestri entrati nella storia, con cui ha diviso la temperie artistica della seconda metà del 900.  Va a Roma ancora ragazzo dalla sua Campobasso per incontrare de Chirico, gli porta i suoi “quadretti”, conosce Turcato che lo ospita, entra nel giro degli artisti.

Sono gli anni ’50, si esprime già attraverso opere polimateriche come arazzi ed encausti, velatini e amalgame di sabbia; poi i “Piombi”, quadri di piombo e stagno saldati, esposti già nel 1957, a 22 anni: con lui espongono Burri e Fontana, Licini e Léger, Balthus e Capogrossi.  E’ la fine degli anni ’50, si susseguono le mostre, realizza gli “Allumini”, sottili lamine saldate del metallo, e i “Bandoni”, presi dalle baracche con le scritte e figure che vi sono state impresse dall’uso popolare.

Negli anni ’60 utilizza nuovi materiali, poliuretani e poliesteri, con i procedimenti industriali delle produzioni di serie, e fonda il gruppo “Crack” di ispirazione dadaista e futurista con Rotella e Turcato, Cascella e Dorazio, Novelli e Perilli. Nel 1966 irrompe il metacrilato in opere quali il “Bosco naturale-artificiale”,  il “Nuovo Paradiso”, l'”Eden artificiale”, esposte al Louvre e in questa mostra che presenta in gran parte lavori di questo periodo, le restanti arrivano fino al 1973, a parte due installazioni del 2010-11. Si tratta del “perspex”, da lui definito “l’unico materiale resistente che non degenera, perché è un materiale altamente tecnologico” ed ha il pregio della trasparenza, ideale per creare sagome senza fisicità nelle quali si inserisce la luce, in una sorta di “spazio fluido”.

Continua con il metacrilato nei primi anni ’70, si ricorda la partecipazione a mostre come “Amore mio” in cui su lastre di “perspex” traduce le impressioni suscitategli da artisti come Ingres e Tiziano, Cranach e Hayez. Lascia tale materiale e gli altri di tipo plastico e industriale negli anni ’80 per quelli tradizionali come marmo, bronzo e pittura ad olio; realizza una scultura di travertino alta più di tre metri, “L’Albero della vita”, metafora e “simbolo della vita nel suo differenziarsi rispetto al tempo e allo spazio – disse Paolo Portoghesi nella presentazione – simbolo della vita come differenziazione della terra, ‘asse verticale’ che si oppone alla orizzontalità dell’orizzonte”. Si dedica anche ai disegni, come quelli dedicati a Borges, definiti nel Catalogo “un inventario di simboli, spazi mentali e della memoria che ogni uomo può vedere in se stesso chiudendo gli occhi”.

Gli anni ’90 segnano il ritorno di fiamma per il metacrilato non solo con l’esposizione delle opere di vent’anni prima, ma con la presentazione di nuove opere create in quel materiale restaurando pezzi danneggiati da esporre, preso – come dice lui stesso – dal “contagioso piacere a giocare ancora una volta con quelle materie e quei mezzi”, così da “riannodare le fila di un discorso ormai lontano”.

Con gli anni 2000 il metacrilato appare sempre più in linea con l’epoca della virtualità e della comunicazione, le mostre si moltiplicano. Tra le più recenti, nel 2011 espone il “Cronotipo virtuale” al Padiglione Italia della Biennale di Venezia, tiene anche una mostra personale nella città lagunare; nel 2012 oltre alle mostre in Italia, è invitato alla 11^ Bienal de la Habama. All’inizio del decennio, nel 2001, aveva esposto al Vittoriano  nella mostra antologica “Metacrilati”, e nell’occasione aveva spiegato che tale materiale, come nelle fibre ottiche, “consente il fulmineo scorrimento della luce nello spessore dei solchi incisi nelle varie superfici, facendo apparire le immagini luminose di cui si animano queste moderne ‘icone’  che mi piace immaginare laiche e prive di retorica”.

Nelle opere più recenti in cui è protagonista la luce, che si aggiungono a quelle in metacrilato, “la luce colorata, il colore ottico, in luogo del colore materico, assume un a dimensione fisica”, afferma lui stesso. E ci sembra con queste citazioni di aver dato l’interpretazione autentica della sua arte.

Gino Marotta, “Rinoceronte”, alla parete opere di Vedova e Capogrossi

Il percorso della mostra tra i metacrilati e tanti capolavori

L’allestimento non è stato occasionale, si è svolto in un anno di incontri tra le curatrici Cherubini e Rorro, la soprintendente Clarelli e Gino Marotta con la moglie Isa Francavilla, ne danno conto gli “stralci di conversazione” riportati nel Catalogo che sono il miglior commento alla mostra in quanto ne esprimono il dinamismo e l’impostazione assolutamente originale. Non è un’antologica, che avrebbe espresso la ricchezza e varietà della produzione nel tempo dell’artista, ma dà la possibilità, come dice Marotta, “di mettere in relazione il mio lavoro con quello che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma  ha conservato nella memoria storica della nostra cultura figurativa”; in una mostra, ha aggiunto Isa, “dove si stabiliscono dei vitalissimi corto-circuiti fra le installazioni di Gino e le opere della collezione”. Vere scosse di emozioni che scuotono positivamente il visitatore.

Il rapporto con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna inizia da ragazzo, quando comincia a frequentarla, e trova un momento magico nel 1956 allorché la storica soprintendente Palma Bucarelli acquista un suo “piombo”; poi vi espone, lui giovanissimo, tra opere degli affermati Corpora e Afro, Ceroli e Kounellis, Santomaso e Pascali.  Non è normalità, è coraggio, tanto che  quando Palma Bucarelli espose le opere polimateriche sue e di Burri ne fu chiesto il licenziamento in un’interpellanza parlamentare. E con questo ci sembra aver reso un po’ di quell’atmosfera.

All’ingresso della Galleria segna i “passi ”  il pavimento a specchi spezzati di Pirri, si entra nelle sale come passando su lastre di ghiaccio che sembrano rompersi dando la sensazione del mutamento continuo e imprevedibile, alcune statue senza basamento vi sono poggiate come testimoni muti.

La prima è l’“Area della visitazione”, c’è “il corteo dei Dromedari che vuole spiazzare più che orientare lo spettatore”, sono 8 sagome colorate di grandi dimensioni, la vastissima sala è uno spettacolo con 10 Fontana, nella sua visione dello spazio tra buchi e tagli della tela, 5 Burri in varie espressioni coloristiche oltre ai celebri sacchi, 4 Manzoni nei suoi “achrome”, e ben 10 Duchamp nei celebri “ready made”. “Fontana è stato per me un punto fermo, un padre in tutti i sensi: lui andava a vendere a Borsani i suoi piatti di ceramica per comprare i miei quadri – dice Marotta nell'”amarcord” – Lucio Fontana è stato un personaggio al di sopra di tutti gli altri, di straordinaria importanza. E’ stata una bella storia, un signore, un uomo come non se ne trovano altri”.

Proseguendo, si attraversa una sala senza i metacrilati di Marotta, ma si viene presi dalle opere alle pareti, di Campigli e Sironi, Casorati e Carrà. Dopo questo intermezzo particolarmente suggestivo ecco l’“Area dei Fenicotteri ostaggi”, si stagliano con le loro forme aggraziate e i loro colori dinanzi al pannello che copre l’intera parete con una miriade di spini infitti lungo tutta la superficie.

Siamo vicini all’“Area dell’ombra”, i metacrilati non sono più fortemente colorati ma scuri, c’è un grande Rinoceronte, con un Albero e una piccola Giraffa, alle pareti Turcato e 4 Capogrossi. Poi si prosegue con il Giaguaro e il Fenicottero scuri nella sala con Pollock ed Ernst, Moore e Giacometti del quale Marotta dice: “Giacometti è stato un maestro di vita che mi ha insegnato quanto sia importante la pazienza in questo lavoro, ha svolto un ruolo che aveva più attinenza con l’etica che con l’estetica”. Riguardo alla collocazione nella mostra aggiunge: “Giacometti spegne la luce ed è lì che si genera la zona d’ombra”. E precisamente: “Man mano che mi avvicino alla zona dove sono i miei contemporanei, i miei amici, Cy Twombly, Turcato, le mie opere perdono colore, si fanno ombra. L’idea è quella di animare la zona d’ombra, che è la zona più fredda”. Troviamo nella sala successiva il grande Fenicottero, sempre scuro, con opere di Ghia e di Mimmo Paladino.

Il “Cronotopo virtuale” si trova nella sala con Franco Angeli e Tano Festa, la “falce e martello” di Warhol e Schifano, il manifesto strappato di Rotella e “l’ultima cena” di Ceroli. Marotta ricorda la mostra “La coda della cometa” dicendo che “l’astro era De Chirico e i suoi figli io, Schifano, Tano Festa, Del Pezzo”. Il “Cronotopo” è un’installazione luminosa incorporea e solida come il tempo.

C’è anche l’“Area della lussuria”, con tre piccoli pannelli di tipo pittorico raffiguranti delle Veneri in materiale translucido diverso da quello della pittura, tra busti e teste di personaggi.

Il percorso si fa incalzante, Siamo attirati  dal “Cubo animale” al centro della sala dal titolo “Area Euclidea”, è in metacrilato arancio con figure impresse, nelle pareti c’è quanto basta per la “sindrome di Stendhal”:  2 Savinio e4 Boccioni, 3 Morandi e 2 Modigliani, Balla e Severini, Magritte e Braque. Marotta ha detto: “De Chirico e Giacometti sono due amici fondamentali per lo sviluppo della mia personalità, sono due punti fermi nella mia agiografia, ma anche affettivi.  Credo che de Chirico sia non solo importante per il mio lavoro, ma una matrice del pensiero moderno”.

L'”Area Euclidea” riserva nuove sorprese di livello analogo, prosegue in un’altra grande sala con un vero giardino botanico in metacrilato di vari colori, alberi e siepi artificiali con qualche Fenicottero e Giraffa: uno spettacolo nel pavimento dove poggiano le sagome vivacemente colorate e un altro nelle pareti con Balla e Sassu, Prampolini e Depero, Dottori e Guttuso. Di quest’ultimo c’è  “La battaglia di Ponte Ammiraglio”, che Marotta dice di aver visto dipingere dall’artista il quale cantava intanto canzoni dei carrettieri siciliani; la curatrice Cherubini osserva che il giardino botanico in metacrilato risponde all’evocazione della guerra “con l’aspetto ludico e ironico”.

Si passa all’“Area delle Ninfee” con il suo “Ninfea blu”, un metacrilato luminoso accanto a uno dei celebri Monet su questo soggetto. Ma ci sono anche Degas, pittura e scultura, e Courbet in una sala con tante teste scultoree, molte di Medardo Rosso.

Oltre a 2 Boccioni e 3 Balla, nelle pareti della sala dov’è l’“Area della luce” con il “Twister”, metacrilato a luce artificiale colorata, vediamo al centro due preziosi Van Gogh. Siamo sempre più presi da una “ronde” di immagini che si affollano con i capolavori materializzati come per incanto.

La visita è terminata, percorriamo un corridoio senza alcuna opera di Marotta cercando l’uscita, ci assalgono le immagini risorgimentali di 4 Palizzi e 2 Fattori, poi il futurismo di Dottori e Prampolini con Benedetta Marinetti. Tutt’intorno tante altre sale con il resto della storia dell’arte moderna di cui abbiamo ammirato indimenticabili capolavori, ne temiamo veramente la sindrome.

Abbiamo visto nel “Cortile Aldrovandi” anche il “Giardino all’italiana” fatto di balle di paglia, e abbiamo lasciato per ultima l’evocazione di un momento veramente magico, forse unico: quello in cui il visitatore attraversa un’installazione, la “Foresta di menta”, opera-ambiente plurisensoriale in cui, come ha detto la Clarelli, “occorre farsi largo con le mani  fra le liane di plastica profumate”; ricordiamo che oltre alla vista e al tatto vengono coinvolti altri sensi, come l’olfatto  e il gusto.

Si attraversa la “foresta” nel passare da un settore all’altro, è un’emozione in più data da una mostra inusitata colma di sorprese, che valorizza lo straordinario giacimento culturale della Galleria.

Info

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Viale delle Belle Arti 131, Roma, da martedì a domenica ore  9,30-19,00, lunedì chiuso; la biglietteria chiude alle 18,45. Biglietteria tel. 06.32298221, http://www.gnam.beniculturali.it/. Catalogo: “Gino Marotta – Relazioni pericolose”, a cura di Laura Cherubini  e Angelandreina Rorro, Maretti editore, pp. 198, euro 40,00.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna che si ringrazia, con l’organizzazione della mostra e i titolari dei diritti, in particolare la soprintendente Clarelli e il maestro Marotta. In apertuyr, “Fenicotteri”; segue, “Rinoceronte”,alle pareti opere di Vedova e Capogrossi; in chiusra, “Albero”,  alla parete l’opera di Renato Guttuso, “La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio”. 

Gino Marotta, “Albero”, alla parete l’opera di Renato Guttuso, “La battaglia del Ponte dell’Ammiraglio”