Mondrian, 2. L’approdo nella “perfetta armonia”, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

Abbiamo ricordato come un capolavoro di Mondrian sia esposto tra i precursori  alla mostra sull'”Arte astratta italiana” in corso alla Gnam fino al 27 gennaio 2013:  cosa che lo ripropone a un anno dall’evento espositivo “Mondrian, la perfetta armonia” svoltosi a Roma al Vittoriano dall‘8 ottobre 2011 al 29 gennaio 2012. Resta inoltre il bel  Catalogo Skirà del curatore, Benno Kempel, direttore del Gemeentemuseum dell’Aia, prestatore  di gran parte delle opere esposte, che fa rivivere le intense emozioni provate nella visita.  Dopo aver parlato della sua figura e ispirazione e delle opere del primo periodo, realismo e simbolismo, completiamo il percorso con gli altri stili da lui praticati, il luminismo e il puntinismo, il cubismo  e l’astrattismo fino alla “perfetta  armonia”.

“Composizione con grande piano rosso, giallo, nero, grigio e blu”, 1921

Luminismo e puntinismo

Superato l’iniziale  realismo con il simbolismo, anch’esso una fase di transito sotto la spinta dalla teosofia,  ecco il luminismo, passaggio determinato dall’incontro con Jan Toorop, che aveva introdotto in Olanda questi tre movimenti, e del quale sono esposte in mostra delle opere, come di van Heemskerck e Gestel, altri artisti in contatto con lui frequentandone con Mondrian  la residenza estiva.

Era situata nella cittadina di Domburg, sulla costa della Zelanda, che  fu come la celebre Barbison  per gli impressionisti francesi o l’altrettanto nota Bretagna per Van Gogh: la scoperta della luminosità della natura si traduceva nell’esplosione  dei colori. Siamo nel 1908, è la rivoluzione, dai paesaggi scuri e monocromatici a una vivacità cromatica e forti contrasti segnati dall’abbagliante luce solare: spiccano il rosso, il giallo e l’azzurro-blu, diventeranno esclusivi alla fine del percorso come colori puri. In questa fase  la pennellata si spezza: come negli impressionisti, è fatta di tocchi rapidi e interrotti, che visti a distanza ricompongono l’effetto della luce.

Mondrian non si ferma qui, passa al puntinismo nello stile di Seurat  in modo che la scomposizione delle pennellate consente di aggiungere alla luce il dinamismo.

Cambia tutto, dunque? No, pur nella forma cromatica e stilistica del tutto nuova si ritrovano molti soggetti precedenti, in particolare le “Dune” e i “Fari”, nonché i “Campanili”, con il significato simbolico legato all’orizzontale, segno femminile, e al verticale, segno maschile, che interagiscono combinando la fluidità naturale con il moto ascensionale  verso l’armonia teosofica. Il cromatismo figura spesso nel titolo, come “Duna, schizzo a colori vivaci” e “Duna, schizzo in arancione, rosa e blu”, “Mulino Ootzijdse con cielo blu, giallo e viola”e “Faro a  Westkapelle in rosa”, fino a “Studio pointilliste di una duna con crinale a destra”.  

E’ difficile che chi ha nella mente il Mondrian astrattista geometrico possa soltanto immaginare queste opere senza prenderne visione. La natura resa nella morbidezza dei colori puntiformi diventa quasi un’immagine onirica ma reale; non solo dune ma anche “Due alberi” e “Pineta spontanea”,dal cromatismo delicato; fino alle tinte forti di un rosso intenso in “Notte di luna II, Laren”  e “La nuvola rossa”,  esempi del nuovo cromatismo su soggetti consueti: nel secondo c’è in più la volontà di andare oltre, verso una semplificazione delle forze che agiscono a livello cosmico.

Puntinismo dai forti colori  anche in rari “Ritratti” di persone, come “Contadino della Zelanda”, segno che ha voluto provare questo stile  persino su soggetti che esulavano dalle sue scelte primarie.

Sono  30 i dipinti della mostra che hanno documentato le tre correnti pittoriche, simbolismo, luminismo e puntinismo, dopo il realismo. Ma non saranno le ultime prima dell’astrattismo.

Dal cubismo al “clou” dell’astrattismo puro 

Ancora frastornati dall’esplosione impressionista di colori dopo l’oscurità realista dei paesaggi iniziali, nella visita alla mostra siamo saliti al piano superiore del Vittoriano dove è cambiato ancora tutto: abbiamo visto più di 20 quadri cubisti, di cui 13 diMondrian. Sono state citate nella presentazione dell’artista le parole del curatore Tempel sulla sua scoperta del cubismo, soprattutto di Picasso, nel 1911: si era trasferito a Parigi e, dato che i suoi tentativi erano fuori strada, ricominciò con la scomposizione delle immagini, prendendo le distanze dalla realtà.

Nella mostra questa ricerca è stata documentata con precisione dalla serie di “Alberi ” con la progressiva segmentazione che, riducendoli a linee spezzate e frammentate su un piano senza profondità, segna il rivoluzionario abbandono della prospettiva. Su un soggetto che racchiude i motivi di sempre – il tronco verticale e i rami orizzontali che interagiscono perdendo la configurazione realistica e il colore – domina il monocromatismo marrone e verde scuro dei cubisti.

Ha un valore didattico la sequenza degli alberi perché rivela come si consumi in modo progressivo il distacco crescente dal figurativo verso l’astrazione restando ancorati alla realtà di partenza che appare però trasfigurata nei segni divenuti puri. Una sequenza dello stesso tipo porta alla “Composizione in ovale con piani di colore 9”  attraverso una serie di ovali sempre più stilizzati della facciata di una chiesa.

In “Paesaggio con alberi”, un incastro di forme indistinguibili, la mutazione va oltre il cubismo pur desumendone gli elementi compositivi di base. Lo fa anche van Heemswkerk con un soggetto analogo, ma torna presto nella riconoscibilità in “Bosco I”  e “Bosco II”,  nonché in “Albero”.

La figura umana resta rara soprattutto nel Mondrian cubista: c’è un “Autoritratto”, disegno con forti tratti a segnarne le fattezze del viso, e “Il grande nudo”, una volumetria statica di particolare rigidità.

Siamo, dunque, al superamento della rappresentazione figurativa della realtà andando oltre i cubisti che scomponendola come le facce di un diamante esaltavano le tre dimensioni e mantenevano la profondità; Mondrian cerca la semplificazione e l’essenziale, in lui, sono parole di Kempel, “il gioco ritmico delle linee acquisisce un’importanza vitale”.

Ma c’è ancora un riferimento alla realtà naturale pur se trasfigurata. Il Rubicone dell’arte astratta lo passa con una serie di quadri ispirati alle facciate di palazzi parigini in demolizione con dei manifesti. Furono fonte di ispirazione, precisa il curatore, “soltanto per via del gioco ritmico di linee e piani che l’artista vi scorgeva” e non per l’aderenza alla realtà che veniva definitivamente abbandonata. Siamo nel 1914, segue di un anno il primo quadro astratto di Kandinskij del 1913.

Ora non è più a Parigi, è rientrato in Olanda per una breve visita al padre, ma vi è dovuto restare per lo scoppio della prima guerra mondiale; ormai ha preso l’abbrivio e non gli serve più il clima parigino al punto che, tornato nella capitale francese dopo la guerra, lo trova sorpassato rispetto ai propri progressi. Il soggiorno olandese è fondamentale, nel 1917 con Theo van Doesburg e altri fonda il movimento De Stijl il cui manifesto del 1918 parla di maturazione dell’artista opposto alla “dominazione dell’individuale nelle arti plastiche, e cioè alla forma e al colore naturali, alle emozioni” per una nuova arte con “proporzioni bilanciate tra l’universale e l’individuale”.

Mondrian le ha raggiunte con l’universalità dalla sua arte unita a una forte impronta individuale. Nel suo articolo “A New Realism” aveva scritto che “l’arte non è un’attività istintiva ma intuitiva”, quindi non è conservativa, e “la cultura mira allo sviluppo dell’intuito a spese dell’istinto”, favorendo l’innovazione e il cambiamento. E’ alla ricerca dell’equilibrio ottimale tra colori e loro assenza, tra linee e piani, tra l’orizzontale e il verticale, cioè tra i suoi motivi di sempre che non ha mai trascurato pur nella copiosa produzione con espressioni artistiche molto diverse.

Trova questo equilibrio all’interno della concezione di De Stijl che concepiva l'”opera d’arte totale”, con pittura e scultura, architettura e design riunite senza alcuna gerarchia, nella quale anche la musica aveva il suo posto con il senso del ritmo che dava il movimento vitale e insieme l’armonia ricercata. Il nuovo verbo era il “neoplasticismo”, nel quale la plasticità della realtà era superata con una forma astratta fatta di linee e piani e con i colori primari: le linee seguivano regole semplificate, soltanto orizzontali e verticali, nessuna obliqua, i colori puri rosso-giallo-blu con i “non colori” bianco, nero e grigio, nessun colore derivato. La composizione doveva essere asimmetrica ma con un forte dinamismo in modo da dare la sensazione di una perfetta armonia tra linee, piano e colori;

Una particolarità di Mondrian sta nell’aver sostituito un effetto spaziale alla tradizionale prospettiva e alla distinzione tra sfondo e primo piano, in questo andando oltre gli artisti di De Stijl; con i quali condivide il dinamismo dato dal colore al piano: il giallo sembra che si allarghi, il blu si restringa e il rosso resti fermo. I relativi piani interagiscono con le linee orizzontali e verticali in una fusione dinamica con il colore, senza gerarchie neppure tra queste componenti. Non solo si ha un effetto tridimensionale, ma l’immagine sembra estendersi oltre la cornice  per ricongiungersi alla parete in modo da integrare pittura e architettura, un punto chiave della concezione di De Stijl sulla compenetrazione tra le diverse arti. Il tutto si traduce in una sensazione di equilibrio e di armonia.

E’ un primo traguardo raggiunto dopo tanta ricerca. Come nella vita con l’approdo a New York, preceduto dalla breve sosta a Londra, per sfuggire alla minaccia nazista dopo che nel 1936 il suo “atelier”  in Rue deu Départ era stato demolito: vi trovò ciò che cercava, modernità e dinamismo, vitalità e frenesia, in altri termini l’allegria come nella musica jazz che tanto lo coinvolgeva. Intanto negli anni ’30 la sua fama cresceva, i musei acquistavano le sue opere, si moltiplicavano le mostre.

Per vedere le opere con cui Mondrian raggiunge il culmine della vita artistica, al Vittoriano abbiamo lasciato il piano con il cubismo suo e di altri artisti olandesi e siamo tornati al piano inferiore da cui eravamo saliti dopo il realismo e simbolismo, il luminismo e puntinismo.

Siamo entrati nel “sancta sanctorum”, con la musica in sottofondo alla visione per penetrare  nello spirito dell’artista che traduceva il ritmo musicale nel dinamismo del quadro; e  anche in un senso della vita anch’esso dinamico, tradotto nella passione ludica per il jazz e per il ballo.

Ecco le sue opere che rappresentano il “clou” della sua arte e quindi della mostra, il raggiungimento dell’essenza della realtà superandone l’apparenza da cui era partito esplorandone le forme e i contenuti con diverse modalità stilistiche ed espressive. Per questo i titoli sono anodini, quasi tutte “Composizioni” identificate da un numero e spesso dai colori, ne abbiamo contate 11; così anche le 20 opere esposte di altri artisti olandesi, come Moss e Gorin, forse a lui i più vicini  con Huszàr; poi Vordemberge-Gildewart e Domela, Dekkers e Baljeu. Al centro la famosa “Sedia rossa e blu” di Rietveld e la ricostruzione della “Casa privata” di Theo van Doesburg, che porta in architettura le linee e i colori puri, nel vederla sembra che dalla “planimetria” dei quadrati e rettangoli di Mondrian  si sia passati ai volumi dell’abitazione,  un effetto che non si dimentica.  

L’impressione di una visita così diversa dalle altre resta negli occhi e nelle orecchie: si continua a sentire anche dopo il “Rag time” con cui sfumavano le musiche in successione nella colonna sonora della sala dove la “perfetta armonia” diveniva qualcosa di percettibile.

Nulla di meglio per concludere delle parole di Mondrian del 1914 che rappresentano una summa della sua arte: “Costruisco combinazioni di linee e di colori su una superficie piatta, per esprimere una bellezza generale con una somma coscienza. La Natura (o ciò che vedo) mi ispira, mi mette, come ogni altro pittore, in uno stato emotivo che mi provoca un’urgenza di fare qualcosa, ma voglio arrivare più vicino possibile alla realtà e astrarre ogni cosa da essa, fino a che non raggiungo le fondamenta (anche se solo le fondamenta esteriori!) delle cose”.

In che modo? “Attraverso linee orizzontali e verticali costruite con coscienza, ma non con calcolo, guidate da una intuizione, e create con armonia e ritmo”. Sono “forme basilari di bellezza” che possono diventare “un’opera d’arte, così forte quanto vera”.

Questo abbiamo potuto vedere nel “clou” della mostra al Vittoriano al culmine del suo percorso movimentato di arte e di vita; e si può rivivere nella carrellata di forme e di colori delle  diverse sezioni del Catalogo Skirà, con l’approdo alla “perfetta armonia” di un equilibrio anche interiore.

Info

Catalogo: “Mondrian. La perfetta armonia”, a cura di Benno Tempel, Skirà,  formato 28 x 30, pp. 224, ottobre 2011. Il primo articolo sulla mostra è uscito in questo sito il 13 novembre 2012.

Foto

Le immagini sono state cortesemente fornita da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, che si ringrazia, con il Gemeentemuseum dell’Aia  e i titolari dei diritti. Sono tutti dipinti di Mondrian: in apertura l’approdo alla “perfetta armonia” in “Composizione con grande piano rosso, giallo,nero., grigio e blu”, 1921, seguono tre sue opere anteriori di cubismo e astrattismo. Nell’articolo precedente sono inserite le immagini di altre 4 opere di Mondrian di realismo, puntinismo e luminismo.