Arte e potere, 2. Nella storia fino alle forme moderne

di Romano Maria Levante

Si conclude l’excursus dei rapporti tra arte e potere, un approfondimento stimolato dalla mostre su Alecsandr Deineka e sui “Realismi socialisti” e dalla rievocazione dei rapporti di D’Annunzio con il potere politico, religioso, spirituale, nel 150° dalla nascita. Dopo aver parlato dei rapporti arte-potere nei regimi dispotici, dagli egizi al nazismo, comunismo e fascismo, siamo passati al mecenatismo della Chiesa, richiamando anche la mostra pittorica “Il Potere e la Grazia” che ne ha dato ampia testimonianza. Ora accenniamo alle altre forme di mecenatismo fino ai tempi moderni con una conclusione di prospettiva.

Gerardo Dottori, “Polittico della Rivoluzione Fascista”, particolare (pannello centrale inferiore)

Il mecenatismo nelle Corti e nel Rinascimento, fino al ‘900

Neppure l’antica monarchia inglese è stata immune dall’utilizzazione dell’arte per ragioni di potere. Da Enrico VIII, che scoprì quanto il suo ritratto, chiamato “Great Picture”, poteva dare forza all’immagine di sovrano, agli altri sovrani della dinastia Tudor, soprattutto Elisabetta I, che promossero a questo fine anche l’arte funeraria, arrivando agli Stuart; nella storia il mecenatismo di Corte ha avuto l’obiettivo di glorificare e rafforzare la dinastia regnante.

Un discorso a parte merita il Rinascimento, un periodo in cui certamente non è mancato un potere forte: dall’Impero e dalle grandi dinastie nobiliari, al potere della Chiesa nella sua espressione massima, il Papato, e nel potente ceto cardinalizio, a sua volta legato alla nobiltà.

In fondo, tutta l’arte di un periodo così esaltante è stata alimentata dal mecenatismo dei depositari del potere, committenti della fioritura dei capolavori che l’epoca d’oro ha saputo donarci. Ma il rapporto tra committenti e artisti ora si svolge su un piano paritario, come avviene in particolare tra Carlo V e Tiziano, tra Giulio II e Michelangelo per citare i casi più eclatanti. Vengono superate le rigide regole invalse nel ‘400, allorché i contratti prefissavano non solo soggetto e prezzo, ma anche materie da impiegare e dimensioni dell’opera, limitando notevolmente l’autonomia dell’artista e quindi la libera espressione dell’arte; ricordando sempre che la Chiesa era un committente rigoroso.

Il nuovo corso è favorito dal formarsi di un mecenatismo molteplice, che dà agli artisti opportunità aggiuntive rispetto a quelle tradizionali legate ai grandi poteri del papato e dell’impero. Le sfarzose Corti europee attirano gli artisti e il re di Francia fa della sua reggia a Versailles un importante centro d’arte aperto alle maggiori personalità, soprattutto italiane; a Venezia oltre al Doge, per il quale lavora il Tintoretto, c’è una committenza privata con il Giorgione, mentre la potente aristocrazia cittadina si avvale del Palladio e del Veronese.

Con la controriforma, la committenza della Chiesa acquista nuova forza, per la reazione al protestantesimo che porta a erigere nuove chiese e ad adeguare quelle esistenti ai nuovi dettati liturgici del Concilio tridentino mobilitando gli artisti. Anche la nobiltà sviluppa l’arte sacra e sepolcrale nelle cappelle, oltre a dare vita ad un’intensa attività monumentale con l’edificazione di grandi palazzi adornati di opere d’arte.

Il mecenatismo torna a perseguire precisi obiettivi di potere nel seicento con l’Impero asburgico, che ne fa strumento di propaganda politica, e con il Regno di Francia, quando Luigi XIV tende a imporsi sulla produzione artistica, mentre il papato con Urbano VIII accentua la tendenza a usare l’arte per magnificare la supremazia della Chiesa cattolica e del suo Pontefice.

Si creano nuovi spazi, per l’emergere di una borghesia mercantile nel centro dell’Europa che fa nascere e affermare un libero mercato d’arte; in particolare nei Paesi Bassi dove la conquista dell’indipendenza fa nascere nel XVII secolo una “pittura civile” libera da committenze e aperta al mercato, Vermeer è tra i massimi esponenti. Inoltre si sviluppa il mecenatismo privato di nobili e alti funzionari le cui scelte artistiche sono autonome e ben diverse dalla committenza tradizionale.

Nel settecento non sorgono nuovi mecenati e si riducono quelli esistenti, mentre nell’ottocento e ancor più nella prima metà del novecento la società industriale impone le sue regole, con una committenza pubblica di pertinenza degli Stati che si allontana definitivamente dall’arte. E quando vuole utilizzarla lo fa per le finalità propagandistiche e di asservimento al potere prima ricordate, con le aberrazioni del regime nazista nel cuore dell’Europa e della dittatura comunista nei paesi di antica cultura dell’Est europeo; e con l’impronta littoria data all’arte dal regime fascista in Italia.

Aleksandr Deineka, “La difesa di Pietrogrado”, 1928

L’arte come atto creativo che non può essere imbrigliato dal potere

Con il mecenatismo illuminato, dunque, storicamente la committenza ha orientato la manifestazione artistica, ma non ha compresso l’estro creativo. Vale al riguardo la già citata espressione di Argan, che si è fatta l’arte con l’intenzione e la consapevolezza di fare arte e con la certezza di concorrere, facendo arte, a fare la civiltà o la storia.

L’arte ha potuto così esercitarsi con risultati che hanno retto al passare del tempo e al dilatarsi dello spazio; e la cui validità resta, non perché storicizzata rispetto alla propria epoca, come nel caso di arti antichissime legate alle etnie, ma per la sua valenza in assoluto.

Dal momento che l’arte immortale, autentica, non può nascere se non vi è libertà nella creazione, quando questa libertà sussiste essa per converso deve nascere. La poetessa Anna Manna ha descritto questo processo nel saggio “Il potere delle Nugae” (all’interno del  volume “Il poeta della ferriera”), commentando il poemetto latino “Ferraria” pubblicato nel 1933 a Parigi nella raccolta “Nugae” da Nicolas Bourbon che lo aveva composto nell’adolescenza per celebrare la ferriera di Vendeuvre e soprattutto la figura del padre che ne era il gestore; poemetto nato sotto i riflessi corruschi della fonderia, i cui bagliori si riverberano sull’arte letteraria non meno del potere del padrone della ferriera al centro dell’ispirazione: “L’atto creativo non può essere imbrigliato o imbrogliato – scrive la poetessa – E’ un atto naturale, come la forza delle tempeste, come i marosi, come i terremoti. Spacca ogni membrana, lacera ogni barriera, fischia come un vento di guerra per portare la pace. L’Arte è una delle voci terribili della natura. Una energia cosmica che urla la verità, anche quando si esprime con sussurri o bisbigli. Una verità incalzante, che non conosce limiti o maschere, storie o cronache, ruoli o fini. Il fine dell’Arte è l’Arte stessa…”

Prosegue così: “E quando l’artista cerca di indirizzare, raddrizzare, aggiustare, ad opera finita la verità balza all’improvviso e inaspettatamente in primo piano… L’Arte ti dice sempre la verità. Ma la verità dell’Arte non è quella dell’autore. Questo ogni artista lo sa… L’artista può mentire a se stesso, mai agli altri… L’Arte non sa mentire e l’atto creativo oltre a creare un alter, inchioda l’autore alla sua realtà. Così non basteranno i blasoni, i titoli, i premi a raccontare la pochezza di un’arte asservita, falsa, mirata…”.

Ecco la conclusione: “Non possiamo aver paura dell’Arte perché l’Arte non ha paura di noi. Nasce sempre e comunque, nei palazzi e nei tuguri, nel fango e tra le costellazioni. L’Arte c’è. L’Arte non è figlia nostra, caso mai il contrario. Come la Scienza non è il nostro prodotto, ma caso mai il contrario. E’ questa loro autonomia che le rende divine, importanti, impossibile imbavagliarle. Sono aquile libere. Volano alto. Soltanto loro sono capaci di volare sulle cime più alte, dove anche il difetto diventa purezza”.

Gerardo Dottori, “Polittico della Rivoluzione Fascista”, 1934

Questo sfogo spontaneo della poetessa – un’artista che parla per esperienza personale – fa capire meglio di autorevoli quanto asettici giudizi critici come la forza prorompente dell’arte possa spezzare i ceppi che vogliono imprigionarla, emendandosi con la sua intrinseca purezza dai difetti determinati dalla difficile convivenza con il potere. E rende evidente come sia il potere ad avere paura dell’arte perché essa con la sua forza evocatrice può aprire gli occhi a coloro che si cerca di asservire, ed emanciparli dando a ciascuno la consapevolezza della propria condizione e insieme dei propri diritti inalienabili di libertà.

Si tratta della libertà civile in cui si specchia e si riflette la libertà creativa che l’artista rivendica per sé, e difficilmente può essergli conculcata essendo la sua una ricerca individuale, senza limiti di tempo e di spazio; una ricerca interiore alimentata dalle profondità dell’animo come dagli infiniti scenari offerti dalla natura e dai mutevoli spaccati della società, dall’immanente e dal trascendente, dalla realtà come dal sogno, dalle certezze come dal mistero, in definitiva dalla vita scrutata da dentro in un viaggio nei suoi angoli più riposti e segreti.

E forse la lungimiranza dei mecenati del Rinascimento e di altri periodi toccati dal miracolo dell’arte sublime ha fatto sì che non venissero posti direttamente, e tanto meno imposti, ruoli o fini anche se erano insiti nella committenza. In tal modo l’artista era messo nelle migliori condizioni di operare per l’arte, in applicazione del principio appena evocato: il fine dell’Arte è l’Arte stessa.

Quindi nessuna regola imposta, al contrario di quanto ricordato sulla fissità dei canoni dell’arte egizia; per non parlare della glorificazione del popolo e della razza nell’arte nazista, cui si è assimilata nella somiglianza di intenti, pur se altrimenti mirata, l’arte sovietica nel periodo della dittatura comunista e, con le debite differenze, l’ostentazione di romanità e forza dell’arte fascista.

In senso lato anche il già ricordato mecenatismo rinascimentale, e non solo, si può considerare espressione di un potere avente propri fini, come accennato sopra. Ma questi fini non venivano sovrapposti all’espressione artistica svuotandola del suo autentico valore, si realizzavano automaticamente per il fatto stesso della magnificenza nell’ispirazione e nella realizzazione. La sua grandezza, intesa in tutti i sensi, si imponeva e sbalordiva il popolo, lasciato in condizioni di irrimediabile arretratezza economica e culturale dinanzi all’onnipotenza del sovrano; in questo modo si celebrava la glorificazione del mecenate committente, quindi del potere, e anche dell’artista che ne era il suggestivo tramite, ma senza ridurne la creatività.

Forse si può parlare di strumentalizzazione dell’arte rispetto al potere, non di asservimento, e non per mera generosità quanto per la lungimiranza e intelligenza del potere rinascimentale: se l’avesse asservita imponendo dei canoni l’avrebbe depauperata del suo più autentico contenuto sterilizzando l’impeto creativo degli artisti, come ha cercato di fare il potere ottuso, cieco e dispotico di epoche e regimi come quelli prima citati molto vicini a noi nel tempo.

Arthur Kampf, “30 gennaio 1933”, 1939

Le attuali forme di potere e le nuove condizioni per una ripresa dell’arte

Nell’epoca attuale nascono imperiosi interrogativi che riguardano l’essenza stessa dell’arte, la ragione del suo annichilimento fino all’annullamento, almeno nella percezione dei più.

Interrogandosi sulle cause, si pone il dilemma se vi è un potere nascosto così oppressivo da ridurre l’espressione artistica a movimenti isolati impedendo che si formi il “sistema” evocato da Argan; o se, al contrario, è la mancanza di un potere come quello rinascimentale, con i mecenati e le loro committenze, compresa quella della Chiesa, a isterilire le spinte propulsive che anche nell’epoca d’oro erano necessarie perché gli artisti potessero esprimere la loro forza creativa.

In altri termini ci si chiede se oggi il potere diffuso e frammentato corrisponde a un “non potere”, oppure se è un potere sprovvisto della lungimiranza e dell’intelligenza di un tempo. Ci si chiede inoltre perché, anche quando ci siano mezzi cospicui da investire nell’arte e volontà di farlo, ci si rivolga – salvo eccezioni meritorie per fortuna presenti – all’acquisto molto dispendioso di opere del passato piuttosto che alla promozione di un’arte nuova e originale che sia anche specchio dei tempi.

Qualcuno sostiene che nelle nazioni dove il potere si è affievolito fino ad annullarsi e confondersi in un declino trascinatosi nei secoli, anche l’arte e la cultura ne hanno sofferto allontanandosi progressivamente, quasi venisse a mancare il necessario alimento; si citano a riprova la crisi della Grecia prima, di Roma poi, e delle grandi civiltà orientali che in varie epoche sono state travolte da un’inarrestabile decadenza. Il contraccolpo sull’arte è stato attribuito al venir meno di mecenati diretti o indiretti non essendovi più nulla da celebrare dato l’immiserirsi dell’humus culturale ed economico per la carenza di risorse.

L’attuale frammentazione del potere, dunque, potrebbe spiegare la crisi dell’arte solo se si manifestasse a fronte di un rovinoso decadimento economico come è avvenuto nelle civiltà sepolte, non quando l’economia e la società continuano a svilupparsi e a rinnovarsi. Nelle nazioni più avanzate il progresso tecnologico e la spinta dei mercati con la globalizzazione imprimono un impulso alla crescita, pur se non mancano fasi cicliche di recessione con crisi e turbolenze improvvise come quella attraversata in Europa, dalla quale  l’Italia sembra ancora coinvolta.

E’ un contesto nel quale l’interdipendenza dei mercati e l’inarrestabile sviluppo delle comunicazioni si riflette anche sull’espressione artistica, soggetta essa stessa al mercato. Per cui si assiste a una sorta di paradosso: gli Stati Uniti, nazione giovane e per certi versi geneticamente poco sensibile alla cultura, si vengono a trovare al centro dei circuiti dell’arte e hanno soppiantato storici capisaldi della vecchia Europa che ha ben altre tradizioni e basi culturali, ma è divenuta meno competitiva.

In questa situazione, dove l’arte sembra destinata all’omologazione nel mercato, il potere frammentato, almeno quello economico, viene esercitato in forma di “sistema” e non in modo personalizzato, per cui viene meno la possibilità di un mecenatismo illuminato associato alla persona. Il mecenatismo tradizionale, peraltro, oltre ad essere personalizzato trovava nell’assetto elitario della società l’ambiente più adatto perché gli immensi divari economici e sociali fornivano risorse e motivazioni oggi non proponibili; e sono ben poca cosa i tentativi isolati, pur se meritevoli, di mobilitare interesse e risorse per l’arte cercando di coinvolgere nuove fasce di soggetti nella promozione di iniziative a committenza plurima e organizzata.

Detto questo, non bisogna rimpiangere le epoche passate come un’Atlantide irrimediabilmente scomparsa e irripetibile. Occorre fare tutto il possibile perché risorse ed energie tornino ad alimentare l’arte senza velleità di strumentalizzarla e tanto meno di asservirla, che ne sarebbe la negazione; anzi con l’intento di accelerare anche per suo tramite la crescita culturale e civile cui nel tempo presente manca questo stimolo del quale si ha molto bisogno.

Non è impossibile individuare le condizioni che possano favorire una nuova stagione dell’arte nella mutata situazione. La globalizzazione dei mercati e dell’economia, e la rapidità delle comunicazioni che si svolgono in tempo reale creando interrelazioni con ogni angolo della terra, realizzano veramente il tanto evocato villaggio globale. E nel far incontrare e interagire civiltà e culture diverse possono fornire nuovi stimoli all’arte alimentandola con questa nuova ispirazione planetaria; sicché dalle differenze e peculiarità messe a contatto e metabolizzate potrà trarre nuova linfa per una ripresa in grande stile del suo ruolo insostituibile. Nella cultura, nella vita e nella storia delle nazioni e del mondo. Senza il pesante fardello del potere.

Isaak Brodskij, “La cerimonia di apertura del II Congresso della Terza Internazionale”, 1921-24

Come “fare sistema” con l’arte e la creatività per una nuova rinascenza

Il potere democratico sotto questo profilo ha il vantaggio di non dover temere un’arte libera e senza controlli e di non avere orientamenti precostituiti. Infatti, al di là dei suoi tanti problemi, ha il pregio indiscutibile di non presentare il carattere oppressivo del potere assoluto, sempre condizionante anche se illuminato e non dispotico, e può fare ogni sforzo per promuovere un’arte veramente libera senza strumentalizzarla.

Quindi non vi sarà la tentazione di spegnere la creatività con canoni prefissati imposti dal potere, anche se democratico, per asservire l’arte ai propri fini. Essa potrà essere lasciata libera di esprimersi con la forza riconosciuta all’atto creativo che non può essere imbrigliato o imbrogliato, come è stato detto, senza paventare né l’effetto sul potere né la forza che può acquisirne l’artista, come avvenne tra D’Annunzio e il fascismo, risvolto non trascurabile da noi già commentato.

Per riavviare e dare forza a questo processo si tratta di mettere a disposizione dell’arte canali privilegiati che possano “fare sistema” e determinare una massa critica di risorse e di iniziative in grado di coinvolgere le energie della creatività individuale, altrimenti disperse. Con Internet e i “social network”  si dispone oggi di strumenti prima inimmaginabili molto potenti e pervasivi.

Vi sarebbe un nuovo condizionamento, quello del mercato, si potrebbe replicare, a vincolare comunque, pesantemente e negativamente, l’espressione artistica. Ma neutralizzerebbe i suoi effetti più pesanti e negativi la crescita della società che nell’epoca attuale non può non accompagnarsi alla ripresa dell’arte. A tal fine, anche con i nuovi strumenti citati, si possono attivare i corpi intermedi, l’associazionismo diffuso, mobilitare le forze vive in grado di reagire all’effetto paralizzante del decadimento culturale; respingere le lusinghe lassiste e gli esempi regressivi diffusi dai mass media, come la televisione che entra nelle case di tutti; impegnarsi dove si può esprimere la creatività, la cultura di un popolo, isolarne e rendere inoffensiva la parte decadente.

E’ un segno molto positivo il grande interesse della gente, e soprattutto dei giovani, verso le mostre d’arte, che vedono lunghe file di persone attendere pazientemente, a volte per ore, di fare il biglietto e visitarle per soddisfare un bisogno evidentemente pressante; e cancellano l’immagine opposta di alte “audience” degne di miglior causa.

Lascia ben sperare questa mobilitazione spontanea per l’arte, e non deve far disperare l’acquiescenza alle altre offerte di segno deteriore, imputabili a chi le promuove e non agli incolpevoli destinatari della pochezza culturale e delle ristrette vedute dei promotori, spesso privi del benché minimo barlume di creatività. Mentre, per un altro verso, fortunatamente non mancano prove di altissime “audience” ed elevatissimi gradimenti per qualche evento culturale di qualità lasciato isolato quasi si temesse di scoperchiare una pentola che si ha interesse a tenere chiusa per non rivelarne i veri contenuti; è una base su cui si può fare leva per dar vita a una reazione rispetto all’acquiescenza passiva che segni un’inversione di tendenza della quale tutti dovranno tenere conto e cerchi di ricostituire un tessuto fecondo sul piano civile e culturale.

In fondo, la risposta al declino del paese non richiede soltanto un nuovo impulso alla ricerca scientifica, all’innovazione; ma anche una ripresa delle coscienze che ne è il presupposto e la parallela fioritura delle arti che ne rappresenta il logico corollario. La creatività è la matrice comune della spinta al progresso, e se viene compressa non può manifestarsi a comando dove è richiesta per arrestare la perdita di competitività. E’ una carica potente che va innescata operando in profondità sulle solide basi del passato per dare dinamismo al presente con lo sguardo proiettato sul futuro.

In questa prospettiva la ripresa dell’arte può costituire l’innesco, il lievito di creatività che oggi sembra mancare: sia al nostro paese, che vi ha sempre trovato la sua maggiore forza, sia alla vecchia Europa. E una stagione di rinnovata creazione artistica potrà dare l’impulso decisivo a una nuova rinascenza, nello slancio innovativo e nell’attività economica, nel progresso scientifico e nella crescita civile e culturale. Come nel Rinascimento.

Non ha detto Argan, e lo abbiamo riportato all’inizio, che attraverso l’arte si ha la certezza di concorrere a fare la civiltà o la storia? E che questa consapevolezza è alla base delle relazioni tra l’attività artistica in generale e le altre attività attraverso i citati nessi culturali d’influenza, di reazione, di combinazione, di tangenza, di filtrazione e via dicendo? Con i quali si possono avere inattesi recuperi da culture che tutto avrebbe fatto credere ormai tramontate?

I fenomeni artistici devono essere collegati da un fattore comune in modo da “fare sistema”, vale a dire mettersi in relazione, in un processo da alimentare con i fermenti culturali che agitano il corpo vivo della società. Non mancano i presupposti, e ad alcuni di essi abbiamo fatto ora cenno. Ecco, con il “sistema” prefigurato da Argan si darebbe vita a un movimento ancora più vasto in grado di rianimare la società, nel quale l’arte avrebbe un ruolo fondamentale. E se ne ha molto bisogno nella grave crisi che attraversa l’Italia e l’Europa, e che richiede una nuova spinta per risollevarsi e ripartire.

L’intensificarsi dei nessi culturali con l’instaurarsi di relazioni profonde e lungimiranti nei diversi campi dell’attività umana darebbe frutti copiosi, al livello di un nuovo mecenatismo.

E con un potere illuminato di questo tipo la convivenza dell’arte non sarebbe certo difficile.

Info

Il primo articolo sul tema è uscito, in questo sito, il 31 marzo 2013, con 6 immagini. Per il rapporto tra arte e potere (politico, religioso, spirituale) riferito a D’Annunzio, cfr. i nostri sei articoli usciti, in questo sito, il 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013, ciascuno con 6 immagini. In merito alle mostre citate nel testo, cfr. i nostri articoli in “cultura.abruzzoworld.com”: per la “Pittura civile fiamminga”  il 9 febbraio 2009, per “Il Potere e la Grazia” i due articoli  il 28, 29 gennaio 2010 e  per “Realismi socialisti” i tre articoli tutti alla data del 31 dicembre  2011; e i nostri articoli in questo sito per  le mostre su “Vermeeer”  tre il 14, 20, 27 novembre 2012, per “Deineka”  treil 20, 21, 22 gennaio 2013, per “Guttuso” due  il 25, 30 gennaio 2013. 

Foto 

Le immagini riguardano l’arte nei poteri dispotici del ‘900, comunismo, fascismo, nazismo, tema trattato nell’articolo precedente . In apertura, il pannello centrale in basso del “Polittico della Rivoluzione Fascista”, di Gerardo Dottori; seguono Aleksandr Deineka, “La difesa di Pietrogrado”, 1928, e  l’opera completa di Gerardo Dottori, “Polittico della Rivoluzione Fascista”, 1934;poi   Arthur Kampf, “30 gennaio 1933”, 1939,  e Isaak Brodskij, “La cerimonia di apertura del II Congresso della Terza Internazionale”, 1921-24; in chiusura Renato Guttuso, “I funerali di Togliatti”, 1972. Le immagini dell’opera di Dottori sono state riprese alla Gnam da Romano Maria Levante, che ha ripreso anche le opere di Deineka e Guttuso  alle rispettive mostre sopracitate. Si ringraziano i soggetti organizzatori e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. 

Renato Guttuso, “I funerali di Togliatti”, 1972