Frida Kahlo, 2. Gli autoritratti iconici, e non solo, alle Scuderie

di Romano Maria Levante

Dopo aver presentato la sua vita e la sua arte, visitiamo la mostra “Frida Kahlo”   alle Scuderie del Quirinale, dal 20 marzo al 31 agosto 2014, con speciale apertura estiva: sono esposte 160 opere – comprese alcune di Diego Rivera e di altri artisti dell’epoca – tra cui 40 autoritratti e ritratti  dell’artista icona del ‘900. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, è realizzata da Azienda speciale Expo con MondoMostre,  ed è curata, con il Catalogo Electa,  da Helga Prignitz-Poda.  Dopo Roma la mostra andrà a Genova, al Palazzo Ducale, dal 20 settembre 2014 al 15 febbraio 2015, intitolata anche al pittorecompagno di vita Diego Rivera.

Abbiamo cercato di ripercorrere la vita e l’arte di Frida Kahlo, anche richiamando i giudizi di illustri critici, per introdurre la visita alle sue opere, che non si possono comprendere appieno senza collegarle alla vicende spesso dolorose che le hanno ispirate. Va tenuta presente la vita di un’artista con l’esistenza tormentata dai gravi problemi di salute, per la malformazione alla colonna vertebrale e l’incidente stradale che la ferì gravemente e richiese  una lunga serie di interventi chirurgici cambiando radicalmente la sua esistenza. Una vita movimentata da una serie altrettanto lunga di amori  e travagliata da aborti, nell’unione forte ma ondivaga con il pittore di murales Diego Rivera, l'”elefante”  che ha schiacciato a lungo la “colomba” per esserne poi superato nei riconoscimenti artistici.

Le opere in mostra

Le opere di Frida, però, non vanno inquadrate soltanto in questa prospettiva personale, in quanto riflettono anche la natura del popolo messicano e lo spirito rivoluzionario della sua epoca; e sono lo specchio dei movimenti artistici che hanno percorso la prima metà del ‘900. Ne è stata partecipe, risentendone gli influssi  con la sua arte del tutto personale che l’ha portata a concentrarsi sui ritratti, anzi sugli autoritratti, quando la pittura era rivolta al paesaggio, nel “plein air” che portava gli artisti  all’esterno di sé stessi oltre che dei propri atelier.

Non è stato riduttivo per lei limitare il suo campo artistico concentrandosi soprattutto sulla propria figura e sul proprio volto: in tal modo è riuscita a esprimere sentimenti profondi con una lettura dell’animo femminile, della forza e insieme della fragilità della donna, che ne hanno fatto un simbolo molto amato, un’icona  ben prima del femminismo. D’altro canto, l’inserimento di simboli e richiami anche crittografici dà ad ogni autoritratto un significato speciale che è intrigante ricercare; e poi non mancano opere in cui si apre, dai ritratti di persone a lei vicine, alle composizioni che delineano ambienti naturali e urbani, alle nature morte fino all’estremo opposto rispetto al campo individuale ed interiore, verso una visione cosmica nella quale oltre ai simboli compare una sinfonia di volti e di figure astrali.

Guardiamo, dunque, le sue opere tenendo conto di tutto questo, introdotti dalle sue parole che ne riassumono mirabilmente contenuto e ispirazione:  “Ho fatto ritratti, composizioni di figure, anche opere in cui il paesaggio e la natura morta hanno il ruolo principale. Sono giunta a trovare, senza che nessun pregiudizio mi costringesse, un’espressione personale nella pittura. Il mio lavoro nel corso di dieci anni è consistito nell’eliminare tutto quanto non provenisse dalle pulsioni liriche interne che mi spingevano a dipingere. I miei temi sono sempre stati le mie sensazioni , i miei stati d’animo e le profonde dinamiche che la vita andava producendo in me, e ho sempre oggettivato tutto questo in rappresentazioni di me stessa che erano quanto di più sincero e vero potessi fare per esprimere quel che sentivo di me e davanti a me”. Interiorità e realtà, dunque, ai più elevati  livelli emotivi.

Le 9 Sezioni della mostra ripercorrono, attraverso le opere esposte, la sua vita tanto breve e intensa, tormentata e creativa, introversa eppure aperta agli altri, interiore ma sensibile alla realtà esterna.

Sono circa 40 dipinti su tela e anche su lamina metallica, faesite e masonite, 65 lavori su carta  e grafiche, 20 quadri di altri artisti fino a una galleria fotografica che la riprende in 33 immagini di grandi fotografi.  La successione cronologica permette di coglierne l’evoluzione degli stati d’animo dinanzi ai burrascosi eventi della vita e alle mutevoli tendenze artistiche. Ci concentriamo sui dipinti che segnano maggiormente la sua arte riservandoci di tornare sulle altre opere, in particolare quelle su carta, spesso sfogo delle sue angosce  interiori

L’inizio alla metà degli anni ‘20

Partenza folgorante della mostra:  all’ingresso il suo “Autoritratto come Tehuana o Diego nei miei pensieri o Pensando a Diego”, 1943, con l’immagine dell’uomo della vita sulla fronte del proprio volto iconico contornato dal costume tradizionale, come un terzo occhio. E’ presentato insieme a  “Paesaggio con cactus”, 1931, di Diego Rivera,  che sembra evocare il carattere spinoso del loro rapporto.

Poi una sala con 10 ritratti, quasi tutti  opera di Frida,  il primo dei quali, “Autoritratto con vestito di velluto”, 1926, tra le prime opere dopo il grave incidente che segnò la svolta pittorica nella sua esistenza. E’ forse l’unica immagine di seduzione dei suoi tanti autoritratti, ispirata  alla “Venus pudica” di Botticelli di cui le aveva parlato il suo ragazzo che l’aveva vista a Berlino dove era andato con lo zio mandato dai familiari in Europa forse per allontanarlo da lei. Lei gli scrive che ha dipinto per lui “il suo Botticelli”, il gesto del braccio ricorda quello botticelliano ma più che pudico è allusivo, come la lunga scollatura sul corpo nudo con i piccoli seni che premono sul vestito il cui bavero reca motivi che, nei codici cifrati presenti nelle sue opere, potrebbero alludere a un richiamo carnale;  lo sguardo è  invitante, sullo sfondo di onde tempestose, gli chiese di appenderlo all’altezza degli occhi per far incontrare i loro sguardi quando vi passava davanti.

L’immagine del suo ragazzo al quale diede l’Autoritratto la vediamo nella stessa sala, è il  “Ritratto di Alejandro Gòmez Arias”, 1928, con la dedica “al mio camerata”, l’espressione timida e riservata su sfondo rosso richiama quanto lei diceva sulla sua natura sensibile e timida: “Quando mi riaccompagnava  a casa Gòmez Arias mi baciava, mi recitava dei versi”. Segue un’altra figura maschile, il “Ritratto di  Miguel N. Lira”, 1927, molto diverso dal precedente, un uomo  in atteggiamento attivo e molto deciso, con dietro lo strumento della lira simbolo del nome, e altri simboli misteriosi: angelo e teschio, bambola e  cavallo, libro e scritte onomatopeiche  nello stile futurista. I simboli dell’artista attengono in genere anche ai costumi indossati e agli animali raffigurati, i codici cifrati si servono dell’alfabeto di diverse lingue con monogrammi legati e caratteri utilizzati  in modo crittografico, ne fa una interessante analisi la curatrice Prignitz-Poda.

Dello stesso anno “Pancho Villa e Adelita”, la sua partecipazione alla vicenda rivoluzionaria sulla quale Diego Rivera  era impegnato nei murales,  una composizione estridentista, quasi metafisica. Poi tre ritratti femminili nei quali vengono trovati riferimenti alla “Nuova oggettività”, due sono esposti per la prima volta al pubblico:  “Due donne, Herminia e Salvadora”, 1928,le domestiche dei genitori in una posa rigida a tre quarti quasi idealizzata con simboli di virtù, le arance, e di energia, le farfalle, è stato il primo suo quadro che fu venduto;  “Ritratto di Miriam Penansky”, 1929, ritrae la cognata americana di un collezionista in modo essenziale senza orpelli. Il terzo quadro , “Ritratto di una signora in bianco”, 1929,  forse  la sua amica  Dorothy Brown, ripresa con chiari simboli di dignità, con la tenda purpurea, e di sensualità, con le labbra rosse e le gote accese. Una sensualità che troviamo in modo ben più esplicito senza veli nelle due litografie del 1930 di Diego Rivera, “Nudo (di Frida Kahlo”), corpo nervoso, le mani dietro la testa, e “Nudo con capelli lunghi (Dolores Olmedo)”, frontale, il corpo morbido incorniciato dalle chiome che arrivano ai fianchi.

Gli anni ’30, l’America!

Siamo giunti al soggiorno in America di Frida e Diego, dopo il loro matrimonio, a seguito dell’invito al pittore per la retrospettiva e per una committenza a San Francissco.

L’impatto con realtà e culture così diverse con cui si confronta restando nell’ombra di Diego, è presentato gradualmente in mostra, cominciando con  due opere del 1931, “Ritratto della signora Jean Wight”, il suo busto con dietro una tenda e degli edifici, composizione che riflette il quadro di Carlo Mense, esposto a fianco, e “Ritratto del dottor Leo Eloesser”, il suo dottore a figura intera accanto a un tavolo con una barchetta e un quadro alla parete. Sono motivi consueti ma negli sfondi si vede che la pittrice si immerge nella nuova realtà come se la vedesse dalla finestra.

E’ dell’anno successivo “Autoritratto al confine fra il Messico e gli Stati Uniti d’America”, 1932, un olio su lamina metallica, con lei centro della composizione in un lungo vestito rosa chiaro e la bandierina in mano, nel momento del passaggio dalla civiltà  atzeca messicana sulla sinistra con le celebri gradinate monumentali dove va il suo sguardo, alla civiltà delle macchine americana sulla destra con ciminiere e grattacieli stilizzati; in primo piano fiori secchi e simboli, apparecchiature elettriche a destra, reperti a sinistra.  Sempre nel 1932 l’ingresso nel nuovo mondo è reso dalla “Vetrina (in una via di Detroit)”, 1932, un assemblaggio metafisico di oggetti diversissimi, essendo un’esposizione di rigattiere, con la figura di un leone aggressivo e dietro quella di un placido  cavallo bianco, un quadro con l’immagine di George Washington sullo sfondo di lavori in corso.

Del 1933  l’ olio e collage su masonite, dal titolo altrettanto allusivo, dove ha completo sfogo la sua predilezione per i simboli:  “Il mio vestito è appeso là, a New York”, metafisico  nell’accumulo di presenze  evocative che fanno corona al vestito con il “rebozo” rosso e la gonna verde dall’orlo bianco, è soprattutto allegorico rispetto alla vicenda di Rivera, cui era stato  rifiutato il murale per la presenza dell’immagine di Lenin, cosa che pose fine ai suoi sogni di gloria e troncò il loro soggiorno americano; la “vendetta” contro tale atteggiamento è nel collage in primo piano di fotografie ritagliate da riviste con i lavoratori ammassati per protestare nelle piazze o in lunghe file.  Dietro un fronte di grattacieli stilizzati, profili di chiese, un tempio con colonne e trabeazione – forse la civiltà umanistica rispetto al decadimento industrialista – e nel mare livido il piroscafo vincitore del “nastro azzurro” del record di velocità tra i grattacieli di Manhattan ed Ellis Island con in vista la Statua della Libertà, che ritroveremo nei disegni del 1945; poi immgini simboliche, la colonna femminile con in cima la coppa  dai manici come braccia levate in alto in segno di vittoria, quella del “nastro azzurro” che regge il suo vestito appeso, e la colonna dorica maschile con in cima la tazza da gabinetto, che segna la sconfitta di Rivera come maschio mentre come pittore è nei suoi attrezzi per dipingere nel cestino dei rifiuti. Esposto vicino il quadro di Otto Dix, “L’addio ad Amburgo”, 1921, per una certa  assonanza.

C’è stato l’aborto a Detroit, il dramma lo ha espresso nel quadro sull’“Henry Ford Hospital”,  non esposto  in mostra, e in opere su carta tra cui il bozzetto per tale dipinto, opere di cui parleremo nella terza parte della nostra ricognizione, ora concentrata sulle pitture. Si riflette anche nel suo “Autoritratto ‘very ugly’“, 1933, un piccolissimo affresco su pannello il cui titolo già esprime la sua arrabbiatura, resa anche nella scritta su un fondo con altri segni simbolici; e nell’“Autoritratto con collana”, dello stesso anno. Vengono accostati nella mostra al “Ritratto di Jeanne” del 1916  di Gino Severini, per assonanza stilistica e al “Ritratto di Cristina  Kahlo”  di Diego Rivera, 1934, anche maliziosamente per la crisi nei rapporti della coppia che interviene quando Frida scopre la relazione tra Diego suo marito e Cristina sua sorella; si lasciano e si riconciliano nello stesso anno dopo che lei è stata di nuovo in  America, ma vivranno separati.

Siamo nel  1937, due illustri “new entry” nella vita di Frida, Trotskj, poi André Breton, il teorico del surrealismo che viene folgorato dalla sua pittura in cui vede i motivi del suo movimento e le organizza mostre America e a Parigi, rivolgendole recensioni e commenti elogiativi.

Troviamo due suoi autoritratti a figura intera, “Autoritratto seduta sul letto, io e la mia bambola”, 1937, e “Il cane Izcuintli e io”, 1938, lei seduta con le braccia in grembo, abiti tradizionali orlati di bianco,  la bambola sul letto e il cagnolino del titolo minuscolo.

Del 1938 anche “Ritratto di Diego Rivera”,  e “I frutti della terra”, che anticipa in un certo senso le nature morte dell’ultima fase ma senza le angurie che allora saranno dominanti. La sua inquietudine si manifesta in un piccolo olio su lamina metallica, “Il sopravvissuto”, atmosfera metafisica, nel primo piano di una figura totemica piumata e uno sfondo con rudere, accostato in mostra all’altrettanto enigmatico “Ricordo della Valchiria” di Rémedios Varo

Gli anni  ’40, gli autoritratti iconici

Finalmente, con gli anni ’40, gli autoritratti iconici, iniziando dal più doloroso, “Autoritratto con collana di spine e colibri”, 1940, accostato al “Ritratto di Valentine” di Roland Penrose: vestita di bianco, dalle spine  gocce di sangue sul petto dove si posa l’uccellino,  dietro le spalle una scimmia e un gatto, sui capelli delle farfalle, in una composizione accorata e inquietante. Riflette la depressione dopo il divorzio da Rivera nell’autunno del 1939, allorché dipinge anche “Le due Frida”, non in mostra se non nella fotografia di Muray con lei davanti al quadro, in mano tavolozza e pennelli. E’ in cura a San Francisco dal dottor Eloesser – da lei ritratto dieci anni prima –  che convince Rivera a risposarla per combattere la depressione per il loro divorzio, lo farà a  dicembre.

Perciò “Autoritratto con treccia”, 1941, è ben diverso, viene accostato  a “Il sognatore poetico” di Giorgio de Chirico per il copricapo intrecciato di lei raffrontato al copricapo turrito di lui:  al collo non più spine ma una collana come una catena, forse ora soffre per il nuovo vincolo, il suo corpo appare coperto di foglie. Nello stesso anno  “Autoritratto con vestito rosso”, soltanto il viso fino al collo, forte  e quasi totemico, nessuno sfondo né segno simbolico, ma è per poco tempo.

E’ del 1942 “Bimba thuacana Lucha Maria” (intitolato anche “Il sole e la luna”o “Donna con mantellina”), dove il simbolismo torna nei due astri che esprimono i contrasti tanto cari alla pittrice, anche rispetto ai generi maschile e femminile; e “Ritratto di Narucha Lavin”,  con un pittoresco costume locale raffrontato a quello del quadro vicino “La messicana”, di Christian Schad, del 1930, è un dipinto su rame, di forma circolare, con fiori e farfalle allegoriche, in una composizione che si ispira ai ritratti nobiliari rinascimentali.

Tocchiamo di nuovo momenti della sua vita con il “Ritratto di Natasha Gelman”, 1943, il busto chiuso nella pelliccia, il volto severo, i capelli raccolti, è un piccolo olio su masonite di 23 per 30 cm. Dello stesso anno lo spettacolare “Ritratto di Natasha Gelman” di Diego Rivera, esposto vicino, di  115 per 153 cm, un’immagine  molto sensuale della donna, il corpo disteso mollemente sui cuscini con il vestito bianco scollato a forma di “calle” da cui spuntano le gambe-pistilli: è il fiore bianco di tante opere di Georgia O’ Keeffe cui sono stati attribuiti significati allusivi; vicino c’è anche “Venditrici di calle”, sempre di  Rivera, un grande mazzo di fiori bianchi occupa l’intero quadro, con dinanzi due indigene. Il diverso modo con cui la stessa persona è ritratta da lei e da Rivera fa pensare, quasi che le piccole dimensioni e la figura dimessa nel suo ritratto rispetto alla straripante languida  figura tra fiori allusivi nel ritratto del suo uomo riflettesse un attacco di gelosia, in una sorta di simbolismo.  

Nel 1943 altri autoritratti iconici: “Autoritratto con scimmie”, piccole e  vezzose, una davanti, due al fianco, una quarta fa capolino tra il fogliame dello sfondo,  l’atmosfera è serena, dovrebbero simboleggiare i  quattro alunni, “Los Fridas”, nell’insegnamento che svolge in America. E il già citato “Autoritratto come Tehuana”  o” Diego nei miei pensieri”  o “Pensando a Diego”:  l’immagine dell’uomo della vita sulla fronte esprime il suo pensiero fisso, il suo volto maestoso nel costume tradizionale riflette la fama con mostre a Città del Messico, New York, Philadelphia. Viene accostato a “Sposa di Pantla” di Maria Izquierdo, figura statuaria nel ricco costume tradizionale.

Non è frutto di gelosia, anzi è ispirato allo stesso sentimento profondo per Rivera che le aveva fatto dipingere nel 1941 la sua immagine sulla propria fronte, il piccolissimo olio su faesite, 13,5 per 8,5 cm, “Diego e Frida”, o “Doppio ritratto di Diego e me”, 1944, dal simbolismo trasparente: dei rami partono da un tronco costituito da un volto di cui la metà sinistra è di lui e la metà destra di lei, sul fondale rosso il sole che dardeggia i suoi raggi, la mezza luna sorridente, due conchiglie appoggiate sui rami. Un nuovo “Autoritratto con scimmia”,1945, la raffigura per la prima volta con i capelli sciolti  e non più raccolti, il viso contratto, la scimmietta affettuosa  in un colore caldo. Mentre nell’“Autoritratto” del 1948, su faesite, torna l’immagine maestosa del 1943 con il volto incorniciato dal costume messicano , questa volta però con la fronte libera dal pensiero di Rivera.

Dalla pittura cosmica alle  nature morte dei primi anni ‘50

Abbiamo visto che non vi sono richiami simbolici visibili oltre alla scimmia e alla tradizione messicana nell’“Autoritratto” del 1945. Forse perché la attrae un’altra forza, quella cosmica, portandola verso il trascendente.  Lo vediamo nel già citato “Mosè” o “Nucleo solare”, dello stesso anno, una composizione a olio su faesite molto colorata e ricca di immagini, perfettamente definite, con nella metà superiore figure mitiche e totemiche, nella metà inferiore i volti di personaggi storici e politici, piccoli ma  facilmente riconoscibili, da Marx a Gandhi, ci sono Buddha e Gesù Cristo con la corona di spine. Al centro sotto un grande sole che emette fuoco e raggi come mani protese,  una sorta di feto ancora nel sacco amniotico, e sotto, sul mare, la culla con dentro il piccolo Mosè.

Non si tratta di una visione estemporanea e momentanea, del 1949 vediamo “L’abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl”,  olio su masonite in cui la visione cosmica è unita a quella personale: al centro, tra le braccia materne di una divinità messicana, una statua che si confonde nella terra con i cactus, c’è Frida con i capelli sciolti e tra le braccia un infante, non è Mosè bensì Rivera raffigurato come un neonato nudo in una sorta di Madonna con Bambino nell’ambiente messicano con sole e luna in un  cielo di nuvole viventi; il quadro fu preceduto da un acquerello in cui Rivera è come marito e figlio dietro e avanti a lei.

Con l’inizio degli anni ’50  sente piombare su di lei la decadenza fisica, anche se ha solo 43 anni, vediamo esposto il “Corsetto di gesso e bende con falce e martello”, a testimonianza delle sue sofferenze per la spina dorsale compromessa  e del suo omaggio alla rivoluzione “la vera ragione per vivere”, disse. E soprattutto interviene il mutamento nella forma espressiva dei  sentimenti  interiori, non più mediante la sua figura e il suo volto, che non vuole più esporre perché li ritiene degradati, bensì mediante nature morte, in cui prevale il frutto più colorato, l’anguria, come avvenne per Guttuso nei suoi  ultimi suoi quadri, forse per ritrovarvi quella vitalità che veniva meno. Vediamo così, del 1951, “Natura morta con pappagallo”, e del 1953 “Sguardi – Natura morta-. Noci di cocco“; nel primo l’animale sembra posto a guardia dell’anguria che spicca tra vari pomi, nel secondo un cocco piangente spunta dietro l’anguria. Finché nel dipinto del 1953, “Natura morta con angurie”, due fette sono allineate dietro dei pomi, gli viene affiancato “Natura viva” di Maria Ezquierdo, del 1946, il titolo anche delle nature morte di De Chirico. Già nel 1943 aveva riprodotto le angurie in tante fette con una civetta e una piccola figura che si affaccia dietro, in “La sposa che si spaventa vedendo la porta aperta”, ben diversa è la vitalità e vivacità anche cromatica. 

Non aggiungiamo altro a questo riguardo perché la mostra offre ancora delle sorprese. Tra il 1953 e il 1954, l’anno della morte, dipinge “Autoritratto con il ritratto di Diego sul petto e Maria tra le sopracciglia”, il titolo lo descrive compiutamente, sulla sua fronte in piccolo il volto iconico contornato dell’autoritratto come Tehuana, in cui c’era Diego ora dipinto sul petto vestito di rosso. Il viso di lei è giovane e fresco, a forti colori, ma un animale nero le arpiona la spalla, due volti nel sole: un ritorno alla giovinezza con Diego nel cuore, ma con la zampa nera irta di artigli su di lei.

Poco dopo, nel 1954, il suo ultimo quadro, quasi una testimonianza visiva del  tramonto della vita: “Autoritratto dentro a un girasole”  è quanto di più lontano dagli autoritratti iconici nei quali c’è sempre la sua fierezza unita a nobiltà, anche se esprime sentimenti sofferti con un segno sempre marcato e ben definito. Qui le pennellate sono incerte e confuse, danno luogo a una macchia cromatica in cui si distingue appena, però in modo evidente, la sua figura in costume messicano mentre il viso è identificato nel girasole che si piega al tramonto del sole, la sfera quasi rotola sulla collina dietro le sue spalle con una serie di simboli.  Non poteva esserci nulla di così dolente e così espressivo di una sensibilità  femminile tanto acuta da ricorrere al girasole per mostrare il degrado fisico senza contrapporlo ai tanti autoritratti dal fisico forte: la sensibilità che poco prima ha esorcizzato il presente con un’immagine da fanciulla sotto un incubo oscuro.

La  carrellata dei dipinti è terminata, ma non il nostro resoconto della mostra.  Restano i disegni,  acquerelli e le altre opere grafiche esposte, che esprimono i suoi stati d’animo in modo ancora più diretto che nei dipinti. Sarà un viaggio nel suo mondo interiore, come una seduta psicanalitica che ne mette a nudo i pensieri inconsci nei momenti più difficili della sua vita, fino a sfoghi grafici che sembrano test psichiatrici sui sentimenti più diffusi.  Con in più una galleria fotografica di sue immagini. Lo racconteremo prossimamente.

Info

Scuderie del Quirinale, Via XXIV Maggio 16, Roma. Da domenica  a giovedì ore 10,00-20,00, venerdì e sabato dalle 10,00 alle 22,30, non c’è chiusura settimanale, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,50. Tel. 06.39967500; http://www.scuderiequirinale.it/. Catalogo “Frida Khalo”, a cura di Helga Prignitz-Poda,  Electa 2014, pp. 192, formato 28 x 30, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo. Cfr., in questo sito, il nostro primo articolo, “Frida Kahlo, l’arte e la  vita nella mostra alle Scuderie” il  24 marzo 2014, con riguardo anche alla nota “Info” per gli artisti e le correnti di riferimento; prossimamente il terzo e ultimo articolo “Frida Kahlo, opere su carta, e non solo, alle Scuderie”, il 16 aprile, e nel sito specializzato http://www.fotografarefacile.it/, il nostro articolo “Roma, Frida Khalo in 33 fotografie nella mostra alle Scuderie“, aprile ’14.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra, si ringraziano gli organizzatori, in particolare l’Azienda speciale Expo con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura,  “Autoritratto come tehuana” o “Diego nei miei pensieri” o “Pensando a Diego”,  1943; seguono “Autoritratto con collana di spine e colibrì”, 1940, e “Autoritratto al confine fra il Messico e gli Stati Uniti d’America”, 1932;  poi “Autoritratto con treccia”, 1941, e “Mosè” o “Nucleo solare”,1945; quindi  “L’abbraccio amorevole dell’Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xòlotl”, 1949, e“Natura morta con angurie”, 1953; in chiusura “Autoritratto dentro a un girasole”, 1954.