Clorindo Narducci, il “suo” Gran Sasso sopra Pietracamela

di Romano Maria Levante

La scomparsa di Angelino, così tutti chiamavamo Clorindo Narducci, avvenuta il 27 giugno 2016, dopo la recente scomparsa di Lino D’Angelo e prima di Bruno Marsilii, decani, e di Enrico De Luca, degli “Aquilotti del Gran Sasso” –  il gruppo alpinistico di Pietracamela, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga –  marca ancora di più  il passaggio generazionale che il tempo determina inesorabilmente. Il triste evento addolora chi lo  ha conosciuto e ne ha apprezzato la straordinaria umanità, al di là delle altrettanto straordinarie doti alpinistiche che lo hanno portato ad aprire vie nuove di estrema difficoltà in tante scalate di Corno Grande e Corno Piccolo nella catena del Gran Sasso d’Italia, .  

Per lui le scalate non erano uno sport o un diversivo, davano un senso alla vita, e anche quando con l’età e i problemi di salute ha dovuto rinunciarvi, i ricordi erano sempre vivi e presenti nella sua mente, tanto che non ha potuto più tenerli solo per sé, ma ha voluto farne partecipi tutti.

“Un vecchio zaino di ricordi”, Andromeda Editrice 2008,  è il libro nel quale li ha strasfusi, un atto d’amore per la sua montagna, il Gran Sasso d’Italia nei due versanti, in quello teramano di Pietracamela dove è nato e vissuto, e in quello aquilano di Fossa, dove si è trasferito nella seconda parte della vita.  

Non si è fermato, Angelino, a questa pur intensa confessione di un sentimento interiore profondo, ha voluto esprimere l’attaccamento alle sue radici, e per far questo è sceso idealmente dalla montagna e si è immerso nella storia del suo paese con una ricerca altrettanto appassionata. E di nuovo ha voluto esternare i risultati in un aureo libretto,“Pietracamela. Tra storia  e leggenda”, Demian Edizioni, 2014, un altro atto d’amore nel quale c’è il timore che un patrimonio di tradizioni, di usi e consumi, insomma di vita, vada disperso e per questo ha voluto fissarlo, dalla ricostruzione storica di un insediamento così particolare, un “nido d’aquile” arroccato in un ambiente inospitale, suggestivo nel suo isolamento, al suo inconfondibile dialetto, unico nella fonetica e nella semantica.

Vogliamo ricordarlo con questi due suoi libri che ci parlano di lui, e per di più attraverso le sue parole e le sue ricerche lasciano un qualcosa di permanente e di valido per la nostra storia patria.

La montagna fa parte della nostra patria, il paese natale è la nostra patria.

Partiamo dalla montagna, Angelino la presenta aprendo “Un vecchio zaino di ricordi”, in una  accorata autoanalisi: è un libro di sentimenti, una “montagna di sentimenti” mossi dalla “sua” montagna. Sentimenti profondi, valori veri, permanenti.

La sua religiosità e il suo paese

La religiosità emerge in tanti passaggi, come quelli sulla “bianca Castellana”, la Madonnina all’Arapietra vista come un altare di una grande basilica che abbraccia l’intera Italia, immagine che solo un amore sconfinato come il suo poteva concepire. 

Ma si potrebbe dire che l’intera sua visione è permeata di religiosità: una religiosità della natura come creazione perfetta con tutte le sue meraviglie, le meraviglie del Creato evocato nei momenti salienti con l’omaggio al Creatore.

           La patria è il suo paese, la sua terra tanto amata. Al punto di impegnarsi in un difficile lavoro filologico sul dialetto pretarolo, “lingua” che vuole preservare dal possibile oblio. E’ la premessa della ricerca successiva, potrà corredare il secondo libro “Pietracamela tra storia e leggenda”  di un “Piccolo dizionario del ‘pretarolo’” con 350 vocaboli italiani espressi nella lingua paesana, compreso il suo soprannome, “Pijtte”. 

Nel su

Nel suo paese, oltre che nella sua famiglia, ci sono le radici che evoca con insistenza e affetto, quasi volesse stringere ancora di più un legame che sente strettissimo, per assicurare la sua vita a un altro chiodo sicuro, fermo, piantato stabilmente nella dura roccia della sua terra.

Ricostruisce la storia dai primordi in modo appassionato, non con una fredda ricostruzione storica, ma con una riflessione umana. Anche qui seguirà l’approfondimento nel libro successivo.

           Intanto scrive: “Andarono con coraggio, spinti dalla necessità, alla scoperta del gigante di roccia e ghiaccio che li sovrastava; con lentezza, tanta fatica, tanti sacrifici e certamente con molte vite perdute, ma con altrettante conquiste ottenute ancora con la loro bisaccia a tracolla, con pochi viveri e molto ardimento”.

E’ una Una storia dove i sacrifici non hanno tempo. E non hanno limiti i dolori e le sofferenze.

Ne è espressione l’arco sotteso, tra inizio e fine del libro, tra le vittime nel bianco accecante di Portella a Campo Pericoli e quelle nel buio delle gallerie scavate per le centrali elettriche, “l’opera ciclopica”. Dall’epoca di Luigi De Marchi, primo conquistatore del Gran Sasso di fine 1500, il doloroso tributo di vite umane sul lavoro prosegue nel remoto paese di montagna, come purtroppo in ogni latitudine.

            De Marchi ricorda come i pretaroli si lasciassero scivolare dalla Portella lungo il ripido pendio ghiacciato dopo aver lanciato i “ruotoli del panno”, Angelino compiange le vittime di allora e di sempre. E’ bella l’immagine in cui il “tran tran quotidiano della vita montana” viene scosso dal suono della sirena del cantiere che scandisce la fine dei turni sovrapponendosi ai rintocchi dell’orologio della chiesa di San Giovanni. E quando suona fuori orario è segno di tragedia in galleria. Quanta umanità in questi ricordi!

E’ espressione dei sacrifici richiesti da una terra avara anche la storia dell’emigrazione alla quale dedica immagini dolcissime. La tristezza della partenza è compensata dalla gioia del ritorno con tante scoperte e tante sorprese, tante emozioni e tante soddisfazioni: dal dramma all’epopea.

     Si immedesima nell’emigrante ripercorrendone il ciclo di vita come se fosse lui stesso a compierlo: parte dal paese con angoscia, arriva in Canada, ritorna nelle vesti e nell’animo di chi è dovuto partire.  Arriva anche a proporne la celebrazione per mantenerne memoria perenne con un Monumento, delle pietre votive per i morti al di qua e al di là dell’oceano, una festa coincidente con quella della Madonnina; oltre al gemellaggio con Toronto, meta di gran parte del flusso migratorio..

      Ma cos’è il luogo natio per Angelino?  Bastano queste sue parole: “Paese mio, non ti ho scordato e non ti scorderò mai! Le strade del mondo sono le tue strade in qualunque paese o città io sia; per qualunque via io cammini sono fra le tue mura, sono con la tua gente, respiro la tua aria, rivivendo a pieno la mia fanciullezza e adolescenza, fino ai primi anni di uomo sposato e con figli. Il mondo è il mio paese, tu sei il mio mondo”.

PerPerò non si sente esule, emigrante in patria e lo dice esplicitamente: ha trovato nel paese d’adozione nuove radici. Parla di Fossa con affetto, ricerca anche i collegamenti antichi di questo paese dell’aquilano con la sua terra trovando “Nannaluccio”, un paesano che già negli anni trenta si era trasferito da Pietracamela a Fossa.

In fondo la sua terra è la montagna, il Gran Sasso, che divide il versante aquilano da quello teramano, Fossa da Pietracamela. Ma forse è meglio dire che unisce, perché la montagna è una, unica e unita come il sentimento che la lega ad Angelino. 

Dinanzi al Gran Sasso esclama: “Io in qualunque momento posso vedere il confine che separa il mio paese da quello d’adozione e idealmente sentirmi a casa mia fra la mia gente”.  E prosegue: “Fossa, dove io mi sento perfettamente a mio agio e dove la mia vita scorre serena nel pieno rispetto di tutti i cittadini di questo paese da me ampiamente ricambiati, paese ricco di storia millenaria e con opere di valore, uniche e importantissime, con un’agricoltura fiorente ha dato, cosa più unica che rara, i natali a due santi e a due beati”. E li ricorda: “San Massimo, protettore dell’Aquila, San Cesidio, martire dell’Eucarestia, il Beato Domenico sepolto a Nizza e  il Beato Bernardino dottore della Chiesa”. E aggiunge che “altri beati e Asceti hanno frequentato questi posti”, ci sono i “santi e le spelonche” e l’eremita San Franco.  Poi descrive “la grande esedra rocciosa che sovrasta il centro abitato e la dolina carsica che ha dato il nome al paese ed è oggi totalmente riempita”.

“Ecco perché questo paese – conclude – è stato a ragione denominato ‘Luogo delle Beatitudini’, una landa di mondo favorita dal Creatore e abitata da un popolo con il quale si vive bene”. Ancora non si era abbattuta su questo paradiso la mazzata del terremoto dell’aprile 2009, che ha colpito entrambi i suoi paesi, Fossa e Pietracamela, compresi nel cratere sismico, e ha costretto Angelino  a lasciare per lungo tempo la propria deliziosa abitazione montanara di Fossa divenuta inagibile.

Vedeva questi paesi uniti nella bellezza, prima di vederli feriti dalla furia della natura: “Fossa ai miei occhi ha ancora un gran pregio: quello di essere proprio di fronte a Campo Imperatore, quindi come una gran dama d’altri tempi austera e nobile si specchia sulla vela maestra del Gran Sasso per farsi bella e a me, comunque, sembra di essere sempre a casa: Fossa, il Gran Sasso come ‘legame’, Pietracamela, un itinerario, due paesi e una montagna, a formare una triade perfetta”.

La La sua montagna

      I valori di Angelino, le sue radici sono racchiusi nella sua montagna, nella quale identifica la sua terra, il Gran Sasso,  ma che diventa cosmica, globale, espressione massima della Creazione.

Alla montagna si riconducono non solo la religione, la famiglia, l’appartenenza alla terra, ma anche le virtù che rendono forte la persona, dalla pazienza alla perseveranza, dal coraggio all’umiltà.

L’amicizia cementata dagli altri valori si ritrova nelle pagine sugli “Aquilotti del Gran Sasso”,  “pigmei all’assalto del gigante”, un sodalizio di coraggiosi che per tre generazioni ha tramandato l’arte dell’arrampicare, primo gruppo in Italia, e continua a mantenere viva la passione e anche i valori sottesi ad essa. Ricorda i nomi dei precursori con i caratteristici soprannomi, quelli dei continuatori,  tra cui lui stesso e Lino D’Angelo dopo Bruno Marsilii, fino ai seguaci attuali.

E’ un’amicizia che diventa gratitudine sconfinata fino alla venerazione per lo “Zio Lino”, la guida,  alpinista eccelso, il maestro e il mentore, ne sente la presenza quotidianamente, avendogli appreso da lui tutto dell’alpinismo e non solo, afferma con umiltà e devozione. Anche lui, come detto all’inizio, se n’è andato di recente, precedendolo come nelle loro scalate.  

      Nessun moto di giottesca voglia di superare il maestro, nessuna evidenza alle proprie capacità alpinistiche, presenta sempre e solo lo “Zio Lino” come ‘artefice indiscusso delle scalate, anche se le prime ascensioni al limite delle possibilità hanno impegnato parimente lo stesso Angelino. Come quando Lino rimase ferito alla mano, come quando Angelino si accorse che non aveva più il sostegno del chiodo, quindi doveva sbrigarsela da solo e senza sicurezza.

      Ed è toccante anche l’elogio postumo a Bruno Marsilii, tra i fondatori del gruppo degli Aquilotti e suo prestigioso compagno di molte cordate difficili, sempre insieme allo “Zio Lino”.

Le scalate

BelBelle e intense le descrizioni alpinistiche, ma non si creda che indulga nel raccontare la tecnica delle scalate, è interessato più al resto: ai risvolti psicologici, agli aspetti ambientali.

     Particolarmente interessanti le parti in cui si sofferma sulla preparazione delle scalate: dal sogno all’idea, alla progettazione, con avvistamenti sempre più ravvicinati, poi alla decisione fino alla levataccia per essere all’alba all’attacco della parete, infine la stretta di mano in vetta, il modo sobrio per festeggiare.

     Le scalate rappresentano solo cinque capitoli sui ventisei del libro e, ripetiamo, anche in essi c’è  molta umanità oltre al racconto alpinistico che le fa rivivere. Noi ci limitiamo a un rapido accenno, l’elenco delle vie aperte da Angelino sarebbe molto lungo quanto prestigioso.

      Descrive la prima ripetizione dello spigolo a destra della Crepa, con il gustoso episodio delle suore e la lezione di vita dell'”oracolo Lino”.

Poi la prima ascensione nella parete sud della Punta Livia nell’arco di due giorni, con la descrizione delle attrezzature artigianali predisposte per l’occasione sempre dallo “zio Lino”.

Segue la via Aurelio Spera dedicata a un compagno al Corso di portatori e guide alpine prematuramente scomparso, percorsa con lo “zio Lino” e il dottore, Bruno Marsilii, dopo l’incidente della “pluridecantata e sempre presente” Vespa di Lino.

Ci fa sentire con lui nella prima salita invernale della parete Est di Corno Piccolo, con la “vista inaspettata di un nugolo di farfalle” e lo splendore della montagna baciata dal sole: “Quei raggi che colpivano il suolo ghiacciato si riflettevano e rifrangevano dando luogo ad un gigantesco caleidoscopio, netta era la sensazione di essere su una montagna di cristallo… Rendeva d’oro gli strapiombi e d’acciaio brunito le pareti”.

Della prima salita del Paretone  basta ricordare le parole iniziali del racconto per essere invogliati a leggerlo: “L’imponenza, la maestosità, la grandiosità, la superba e vertiginosa verticalità rendono questa impresa grande ed esaltante”; ma vi sono anche i momenti “che sembrarono eterni”  perché la situazione divenne molto pericolosa. E non solo nelle difficili scalate.

RacRacconta la “traversata inevitabile”, l’attraversamento del Gran Sasso in pieno inverno sugli sci. E’ straordinaria la semplicità con cui ricorda un’impresa temeraria; fatta non per senso sportivo o per un traguardo ambito, ma per non mancare al lavoro all’Aquila il lunedì mattina, non essendo raggiungibile in autobus da Pietracamela a causa del blocco delle strade per una forte nevicata. Non solo prova di coraggio dell’alpinista ma di grande serietà della persona.

      Troviamo anche la descrizione di come questa traversata – Pietracamela-L’Aquila e ritorno – se fatta nella bella stagione può essere fonte di vero godimento per il turista al quale dà tutte le indicazioni e fornisce i particolari di un itinerario suggestivo. Che attraversa Campo Pericoli, simbolo della vita perigliosa dei progenitori che si lasciavano calare sul pendio ghiacciato a rischio della vita.

Abruzzo forte e gentile in queste pagine scritte da Angelino sulla sua montagna: come l’ha vissuta, e come l’ha idealizzata con parole veramente ispirate.

      La grande bellezza

ma,Ma, ripetiamo, la parte alpinistica è secondaria rispetto all’ammirazione per la montagna nella sua grande bellezza. Comincia con una bellezza generalmente trascurata, quella dei fiori. Dove alla bellezza estetica si aggiunge l’interesse scientifico, ne parla sin dall’inizio raccontando le sue ricerche dei fiori rari per conto dell’illustre botanico prof. Zodda.

Ed è straordinaria la cura  nella ricerca e nella raccolta, c’è una lettera del professore  meticolosa e dettagliata dalla quale traspare l’amore dello studioso ma anche la fiducia per la giovanissima guida alla quale trasmette le istruzioni: un’intesa, un “feeling”, si direbbe oggi.

Così le mani del montanaro scalatore diventano leggere e delicate come i teneri fiori montani che raccoglie, il suo sguardo, non più alla ricerca di appigli ma di virgulti, appare intenerito e dolce. Fanno a gara nel mettere sull’altare i fiori raccolti, nel custodirli con amorevoli cure.

E’ istintiva la domanda che si fa Angelino se il professore ha mantenuto la promessa di citarlo come il ritrovatore della “primula Orsini”; come è spontaneo il rammarico per non essere riuscito a trovare invece il “papavero giallo di montagna”, che resta misterioso e inafferrabile cone l’araba fenice. Né è riuscito a individuarlo –  mi ha confidato – nelle ricerche svolte negli ultimi anni sull’erbario fiorentino.

      Quando parla del “Gran Sasso primo incontro” descrive “uno scenario di fiaba, superbo, a volte austero” della montagna. E spicca la visione dei Prati “come la veste di una gran signora allacciata alla vita, i Prati: candidi e virginali d’inverno, verdi di speranza la  primavera, una gran festa d’estate; mille  e più i colori, tantissimi i fiori, la veste merlettata di boschi ai lati”. Una straordinaria visione antropomorfa.  Ma è solo l’inizio, e lo vedremo presto.

Intanto “la prima grande emozione”, l’iniziazione fu quasi casuale, da ragazzo: una normale gita dal paese ai Prati di Tivo, una sosta alla casetta Mirichigni con l’attenzione carpita da capanne fatte di paletti fissati e annodati in modo meticoloso che descrive con molta cura, poi fronde e arbusti a coprirne la parte superiore anch’essi osservati minuziosamente.

La sua attenzione è attirata da questi particolari, poi si rimette in cammino sul sentiero, “a tratti a pieno sole”, finché la rivelazione. Così la descrive: “Di colpo si aprì il sipario su uno scenario fiabesco, apparve in tutto il suo splendore e nella sua meravigliosa bellezza Lui, il Grande Gigante. Il respiro diventò un rantolo, il cuore batteva veloce. Il sogno si avverava anche se era solo l’inizio. Anche se già in altre occasioni avevo ammirato il Gran Sasso dai Prati di Tivo in compagnia di grandi, questa volta ero solo, io e la montagna, quasi in simbiosi con la natura viva, vera,  quasi  selvaggia. Ricordo ancora la sensazione di sentirmi sempre più piccolo, più i miei occhi si soffermavano sulla grandiosità del massiccio e più diventavo piccolo come se implodessi nel mio cervello senza poter far nulla per fermare quella sensazione che mi stringeva la gola, fino quasi a strangolarmi.  Ero solo, dovevo reagire. Improvvisamente mi sentii grande: avevo preso la mia decisione importante, autonoma: a tredici anni mi sentii uomo, forse quello fu il momento in cui decisi che una parte della mia esistenza sarebbe servita alla scoperta e alla conoscenza dei miei monti, come già prima di me avevano fatto i miei avi”.

Partendo da questa premessa non deve stupire l’idealizzazione della montagna, la sua visione dall’interno che gli consente di scoprire, vedere, ammirare, aspetti che sfuggono anche a chi ne ha un’immagine non superficiale ma non ha l’occhio così esercitato nè l’animo così sollecitato dai ricordi di esperienze dirette, indimenticabili.

Cerchiamo di spigolare, fior da fiore, tra le belle pagine scritte da Angelino, e ognuno potrà immedesimarsi vedendo la montagna con i suoi occhi e soprattutto con il suo animo e il suo spirito.

Il quadro d’insieme: “Qualunque sia il volto che ci mostra è sempre di una bellezza incomparabile a qualunque altra armonia conosciuta, perché la sua attrattiva è totale e assoluta sempre. Per apprezzarla, amarla e conoscerla in tutte le sue vere sembianze è essenziale viverla intensamente e quotidianamente. Solo così essa c’insegna a riconoscere le sue ricchezze immense, in fatto di fascino, di panorami grandiosi, di flora e fauna. Solo così si riesce a riconoscere ed evitare i suoi grandi pericoli, anch’essi comunque sono parte integrante e giustamente completano l’attrattiva e l’incanto dei monti esaltandone il fascino, quasi spiritualizzandoli”.  Una natura, aggiungiamo noi, che anche quando sembra ostile e violenta, fonte di difficoltà e di pericoli,  resta sempre madre, non è mai matrigna.

I particolari: “Ammirare il merletto delicato di una cresta, il disegno strampalato di una parete, o il tetro di una gola umida e fredda, di una forra buia e viscida, seppure  in antitesi tra di loro, rappresentano sempre una bellezza primordiale, una bellezza di un’altra dimensione”.

Ed ecco cosa suscita la vista del sorgere del sole dalla vetta orientale del Corno Piccolo: “Improvvisamente la grandiosità del creato sembrava essere tutta sotto i miei occhi ed io ne  ero il centro e al centro di esso… Io piccolo, insignificante essere umano ero salito idealmente sulla vetta più alta dell’Universo. Avevo visto il paradiso, ero stato al cospetto di Dio (dove gli angeli ti volano intorno come variopinte libellule, in uno stagno argenteo e un cielo azzurro) e dove volano gli angeli è il paradiso. Il sole torna a splendere, il mondo torna alla normalità, il comune mortale con nostalgia e rimpianto torna su questa terra a raccontarlo ai suoi simili. In quanti crederanno e capiranno?”.

Potranno capirlo coloro che sanno vedere il moltiplicarsi delle stagioni come Angelino, quando il fulgore del sole che brilla sul ghiaccio in pieno inverno può far pensare alla primavera mentre un freddo mattino di primavera con la brina che copre la natura può far tornare all’inverno e una notte estiva e buia ci riporta a stagioni più tristi e inclementi.

Le sensazioni e le emozioni

Ma non si potranno provare tutte le sensazioni, neppure Angelino ne è capace e lo confessa: “Non riesco più a rivivere quelle emozioni, la sensazione di una libertà infinita, come librati nell’alto del cielo e di lassù avere il dominio del mondo intero – non un dominio materiale ma un senso di potenza interiore che ti permette di vivere in un mondo che, forse, pochi riescono a sentire; sicuramente coloro che entrano in simbiosi con il creato e il Creatore. E’ questo uno stato di grazia che appaga completamente e una sensazione vissuta solo in rare occasioni in montagna”.

Tuttavia quelle sensazioni riesce a ricordarle nitidamente e ce le fa vivere con le sue parole, a noi che non le abbiamo provate con tale intensità. La montagna si apprezza con tutte le facoltà sensoriali:  la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto e anche il gusto, perché può gustarsi l’insieme di immagini e sensazioni. Quando la si “ascolta”, e si sa ascoltare, non finisce di stupire.

Anche questo emerge dalle parole di Angelino: “Tutti credono nel silenzio della montagna: niente di più falso. La montagna ha una sua vita, la montagna ha una sua voce, la montagna ha un suo cuore che pulsa, la montagna ascolta, la montagna parla e racconta: leggende, favole, e soprattutto racconta la storia di tanti uomini che l’hanno amata e rispettata, solo come si può amare una bella donna”.

E tra questi, davanti a tutti i pastori. Dai loro primitivi strumenti musicali, racconta,  “traevano musiche dolcissime che invadevano le valli e risalivano le pareti, accarezzavano le creste. E sulle ali del vento formavano concerti senza fine, né di tempo né di spazio  e tutte quelle melodie ancora oggi e per sempre vagano sui monti per chi sa ascoltarle, traendone serenità e felicità”.

     IIn montagna la “voce del silenzio”  può essere assordante, può trasmettere l’onda di un’eco infinita, può racchiudere tutti i suoni dell’universo, inteso come creazione, può essere la voce del Creatore. Ci fa sentire questa voce con le sue belle immagini, senza sovrapporsi alla nostra immaginazione. Perché, ci ricorda, “la faccia più bella della montagna è quella che ciascuno di noi ha idealizzato nel suo cuore o l’immagine che pur sempre rimarrà nei suoi occhi e nel suo cervello”.

Il lascito di Angelino

Rimangono nei nostri occhi e nella nostra mente le suggestive  immagini che muovono  in noi emozioni e sentimenti suscitati dalla montagna rivissuta attraverso la sua sensibilità: perché l’animo di Angelino è un animo puro, lo spirito di Angelino uno spirito generoso, il cuore di Angelino un cuore caldo. 

      Non è solo in un vecchio zaino di ricordi che Angelino affonda le mani, scava nel suo animo, nel suo spirito, nel suo cuore. Con gli occhi del saggio di oggi ci regala intatte le emozioni del giovane di ieri innamorato del suo Gran Sasso e del suo paese..

Dobbiamo essergli grati per averci fatti partecipi  delle meraviglie della natura con le bellezze che ci ha mostrato della sua e nostra montagna; e per farcele apprezzare ancora di più rivelandone aspetti reconditi e sorprendenti; e con essi aprendoci il suo animo, il suo spirito e il suo cuore che ha saputo preservarle per farcene dono prezioso.

Nella sua “visione personale della montagna” confida: “Descrivere, raccontare, esaltare la montagna è forse facile, entrare in comunione con la montagna è forse l’arrampicata più difficile; questa è un’impresa che solo pochi eletti riescono a compiere e chi ha questo privilegio non sa riconoscerlo, perché è la sua modestia a renderlo degno di averlo”.

Ebbene, queste parole di Angelino sono l’immagine più vera di quello che è stato capace di fare, del privilegio che ha avuto di entrare in comunione con la montagna, facendo trasparire l’umiltà di non essersene reso conto appieno. In noi ha suscitato la presunzione di rendercene conto perché è riuscito a farci entrare in comunione con la montagna trasmettendoci le forti sensazioni che ha saputo descrivere.

Continueremo ad ascoltare le sue parole dinanzi allo spettacolo della natura, a sentirlo vicino a noi con la sua passione, la sua sensibilità. Lo stesso avverrà quando saremo nel suo e nostro paese, al quale ha dedicato il secondo aureo libretto “Pietracamela, tra storia e leggenda”, del quale parleremo prossimamente. Anche questo è il lascito prezioso dell’indimenticabile Angelino.

Info 

Clorindo Narducci, “Un vecchio zaino di ricordi”, Andromeda Editrice2008, pp. 112. Dal libro sono tratte le citazioni del testo. Per il secondo libro di Clorindo (Angelo) Narducci, Pijtte, “Pietracamela. Tra storia e leggenda”, Demian Edizioni 2014,  pp. 80, cfr. il nostro articolo che uscirà in questo sito il prossimo 5 luglio. 

Foto

Le immagini sono quelle che illustrano il libro, tranne la penultima, “Pietracamela sotto il Gran Sasso,” ripresa da Romano Maria Levante e quelle di “Corno Piccolo, Fiamme di pietra”  e “Corno Grande, Paretone”  tratte dai siti rispettivamente “summitpost.org” e “teramoprovincia.com”, i cui titolari ringraziamo per l”opportunità offerta. Tutte le altre immagini sono state fornite cortesemente da Domenico Verdone, titolare di “Andromeda”  editrice del libro, che ringraziamo di avercele messe prontamente a disposizione per questo ricordo condiviso di Angelino; i titoli virgolettati delle immagini  sono quelli scelti da Angelino per il libro. In apertura,  la Copertina del primo libro; seguono Corno Piccolo, Fiamme di pietra e “1° Corso guide portatori”, poi “Io e  Marsilii”  “Lino e Clorindo”;  quindi, “Invernale 2”  e“Io e la montagna”; inoltre, “Primi passi da solo”, e “Camino Ciai“; ancora, “Uscita camino Ciai“, e “Camino vetta“; infine, “Dalla finestra della Chiaravaglia”, Corno Grande, Paretone, Pietracamela sotto il Gran Sasso; in chiusura, Pietracamela  in una foto d’epoca.