Misericordia nell’Arte, la mostra giubilare ai Musei Capitolini

di Romano Maria Levante

Nella tradizionale mostra a cadenza annuale del Centro Europeo del Turismo, generalmente dedicata ai recuperi da parte delle forze dell’ordine di opere d’arte trafugate e collocata a Castel Sant’Angelo, quest’anno cambia tutto: è dedicata alla “Misericordia nell’Arte” ed espone 30 opere ai Musei Capitolini, nel Palazzo dei Conservatori, dal 31  maggio al 27 novembre 2016, con proroga all‘8 gennaio 2017.  E’ promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale,  ed ha il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, organizzazione museale di Zétema Cultura.

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Il sottotitolo “Itinerario Giubilare tra i Capolavori dei grandi Artisti italiani” evidenzia il riferimento all’evento voluto da Papa Francesco in un momento storico nel quale le guerre e il terrorismo in tante parti del mondo e il flagello della fame che porta a migrazioni bibliche fanno invocare sempre più una misericordia che possa prevalere sugli odi,  le violenze e le privazioni.

“Era dunque urgente – ha scritto mons. Jean-Louis Bruguès, O.P. nel  presentare la mostra – forzare in qualche modo il cuore dell’uomo contemporaneo per obbligarlo a chinarsi sulle miserie del mondo. Perché questo è appunto il senso del termine: la misericordia infatti mostra precisamente l’amore che si manifesta verso coloro che soffrono”.

La misericordia, dall’Enciclica di Giovanni Paolo II al Giubileo di papa Francesco

Al principio religioso, che  riconduce al “Dio di misericordia” e al sacrificio di Cristo,  è dedicato il Giubileo straordinario del 2016  che, a differenza di quelli ordinari concentrati su Roma caput mundi, coinvolge le nazioni cattoliche con Porte sante aperte “in loco” senza necessità dei pellegrinaggi conciliari. E questo per trasmettere il messaggio di pace e solidarietà in modo che possa radicarsi dovunque nel mondo.

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Non c’è da illudersi su un’adesione spontanea, lo dimostra l’Enciclica “Dives in misericordia”, la seconda del pontificato ultraventennale di Giovanni Paolo II che nel 1980 ammoniva: “La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone e ha soggiogato e dominato la terra”. 

A distanza di oltre 35 anni  questa constatazione sembra ancora più vera, il dominio dell’uomo sulle risorse è ancora più completo   all’insegna dell’egoismo e dell’indifferenza verso i bisogni del prossimo,  per cui si è reso necessario, anzi vitale,  il richiamo alla misericordia per promuovere solidarietà e giustizia.

La mostra intende contribuire  a questo richiamo ai principi primari dell’umanità presentando le opere di artisti del passato ispirate alla misericordia. Sono espressioni che oggi possono apparire ingenue, ma che avevano un forte impatto popolare, quindi agivano positivamente nel cercare di orientare le masse religiose verso l’applicazione concreta di questi sani principi.

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Sono due i filoni artistici nei quali si manifestano le rappresentazioni pittoriche della misericordia che la mostra documenta con una trentina di opere:  la “Madonna della Misericordia”  veniva presentata con il manto aperto per accogliere i derelitti; le “Opere di Misericordia” riproducevano scene edificanti di aiuto al prossimo secondo i principi  evangelici.

La collocazione nei Musei Capitolini non fa rimpiangere quelle precedenti a Castel Sant’Angelo, sono due luoghi unici al mondo per le suggestioni storiche evocate, nei Musei capitolini poi ci sono le straordinarie gallerie di arte e di antichità romana.   All’altezza di tutto questo un allestimento sobrio con le singole opere incastonate in modo da far risaltare il fascino emanato dalle immagini della Madonna con il mantello aperto per abbracciare i devoti  in preghiera che chiedono protezione e le scene caritatevoli delle opere di misericordia nei diversi campi dell’assistenza ai bisognosi.

Le origini della Madonna della Misericordia

Le prime immagini della Madonna misericordiosa si trovano nell’iconografia pittorica dei secoli XIV e XV soprattutto tra le Marche e il Veneto, comprendendo Umbria, Toscana ed Emilia, ma le prime testimonianze letterarie risalgono al V e VI sec., seguite da altre del X sec. nel mondo bizantino in cui è descritta la “Madonna del mantello” con riferimento a Costantinopoli, immagine  portata poi in Occidente ad opera dei monaci francescani, benedettini e cistercensi ivi presenti.

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 Il carattere votivo si diffuse con le pestilenze  allorché le comunità minacciate dalle epidemie portavano in processione i Gonfaloni con le immagini della Madonna in riti propiziatori molto sentiti; ciò avveniva anche quando il flagello era passato in segno di ringraziamento. Vengono citati i gonfaloni della bottega di Benedetto Bonfigli, con la Madonna che vigila dall’alto per la protezione dell’abitato rispettivamente di Perugia e Corciano  riprodotto in basso. 

Oltre che nel mondo religioso tale immagine veniva evocata anche dalle Confraternite laiche, in uno spirito di solidarietà, non solo riproducendola su miniature nei documenti ufficiali, ma dando apposite committenze, come quella della confraternita  di Borgo Sansepolcro  a Piero della Francesca per il celebre “Polittico della Misericordia”  destinato all’altare maggiore della chiesa  della confraternita, chiamata proprio “della Misericordia”. Le Confraternite  avevano assunto un ruolo primario nella carità espresso visivamente con il mantello aperto della Madonna come simbolo dell’accoglienza e della protezione. Ci viene in mente un’immagine  di attualità: la grande scultura di Giovanni Paolo II posta negli scorsi anni a Roma in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini a lui dedicata, ha anch’essa l’ampio mantello aperto come simbolo di accoglienza. 

Nell’Italia centrale si diffusero immagini della Madonna della Misericordia con in braccio il Bambino benedicente, di ispirazione bizantina  con il velo tradizionale trasformato in pesante mantello:  il “pallium” derivava dal “maphorium”, reliquia protettiva  contro pestilenze e calamità venerata a Costantinopoli.  La  Madonna poteva avere anche la corona, come nel polittico di Piero della Francesca, con riferimento alla sua incoronazione e consacrazione sul trono di Cristo; figura in diversi dipinti in mostra con gli angeli che la pongono sulla sua testa, ne accresceva la devozione.

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In base al numero di coloro che si rifugiavano sotto il mantello, era “Mater omnium”  o “Mater paucorum”  fino a “Mater unius”, come nella “Pala della Vittoria”  di Andrea Mantegna al Louvre.

Con la fine del ‘400 venne sostituita dalla Madonna del Rosario, che aggiungeva il riferimento alla Passione di Cristo accrescendo la potestà protettiva anche contro le eresie, non c’era più l’ampio mantello ma i postulanti imploranti come nel dipinto di Caravaggio del 1607, un secolo dopo. 

I dipinti con la Madonna della Misericordia

Sono 7 i dipinti esposti che documentano la “Madonna della Misericordia”, dai primi decenni del XV, alla metà del XVI sec.

Il più antico è una “Madonna col Bambino e una famiglia di devoti”, dei primi decenni del ‘400, opera di un pittore senese,  un dipinto verticale su fondo rosso in cui non c’è ancora il mantello protettivo ma una coppia – di piccole dimensioni rispetto alla Vergine dominante – in posa supplice con un bimbo in braccio, il Bambino divino nella sinistra tiene un cardellino, con la destra benedice.  Rappresenta una forma privata di devozione, forse ex voto per la nascita del bambino o per la sua guarigione miracolosa, in forma di affresco sebbene sia tempera su tela, come si usava a Siena.

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Il mantello aperto compare nel “Gonfalone della confraternita di Santa Maria del vescovado”, 1462, di Niccolò di Liberatore, detto l’Alunno, di Foligno. Sotto  al mantello, numerosi confratelli vestiti di bianco e in ginocchio, molto piccoli ammassati di profilo, con ai lati le figure di san Francesco e santa Chiara, di dimensioni intermedie rispetto alla maestosa Madonna cui fanno corona 6 piccoli serafini incorniciati in raggiere rosse, mentre due grandi angeli in volo su fondo azzurro la incoronano solennemente.  La tela è dipinta anche nel verso con tre santi vescovi con mitra e pastorale nella parte superiore e scene della vita di san Biagio,  uno dei santi vescovi.

Ugualmente incoronata da due angeli la “Madonna dei Raccomandati”, 1500-03, di Egidio di Cola da Orte,  però su uno sfondo d’oro, con uno schieramento di fedeli inginocchiati allineati frontalmente sotto il mantello tenuto largo dalle sue braccia protese come in un abbraccio;  davanti a tutti Alessandro VI  Borgia anche lui in ginocchio, con la tiara e i  paramenti. L’artista morì prima di terminare il dipinto, cosa che fu fatta dal figlio Egidio  e forse da Giovanni Antonio da Roma, come risulta da documenti rinvenuti nel 1991 che ne hanno facilitato l’attribuzione.

Meno solenne la “Madonna della Misericordia con i santi Stefano e Girolamo e committenti”, 1512-13, di Piero Vannucci, il Perugino – il più grande tra gli artisti di questa sezione – che accoglie sotto il manto con un gesto familiare, quasi volesse accarezzarne le teste, i due santi inginocchiati, dietro i quali si intravedono le piccole figure della coppia dei committenti. Anche qui due angeli in volo intorno alla sua testa, sullo sfondo del cielo azzurro, ma sono oranti e non la incoronano, in carattere con il tono confidenziale . L’opera ha vissuto vicende romanzesche in epoca recente, rubata nell’ottobre 1897, ritrovata in modo fortunoso in  Giamaica nel 1990, poi sottoposta a un restauro che ha portato a interessanti scoperte; un intervento di supporto ligneo ha consentito di rinforzarne il telaio ed esporla in mostra.

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Resta abbastanza confidenziale la “Madonna della Misericordia”, 1510-15, quindi contemporanea a quella ora citata, del fiorentino  Raffaello Botticini,  sebbene due piccoli cherubini nudi come dei putti su due nubi nel cielo azzurro le pongano la corona sopra la testa, e due grandi angeli vestiti sollevino i due bordi del mantello molto largo sotto il quale è accolto un nutrito gruppo di devoti appartenente alla stessa famiglia, la coppia di progenitori committenti in primo piano  e, dietro,  i maschi a sinistra e le femmine a destra. In un primo tempo fu ritenuta “una “bellissima imitazione di Raffaello” e attribuita al concittadino Innocenzo Falcucci.

La solennità torna con “La Madonna della Misericordia”, 1527,  di Vincenzo Tamagni, da San Gimignano, due grandi angeli le mettono la corona in testa su sfondo d’oro, mentre due piccoli cherubini-putti  tengono allargata l’ampia veste a mantello, ricamata con gigli dorati simbolo della castità, sotto la quale vengono accolti i confratelli e le consorelle della Compagnia dei Bianchi di cui vestono le caratteristiche cappe – non divisi per sessi come nel dipinto precedente –  inginocchiati  a mani giunte in adorazione. Potrebbe essere stato lo stendardo della Confraternita.

Di nuovo confidenziale la “Madonna della Misericordia”, 1564,  di Jacopo Gianguidi detto il Bertoja, da Parma: allarga le braccia, mentre il mantello quasi non  si vede, per cui il motivo dell’abbraccio supera quello dell’accoglienza. In alto,  le fanno onore due frati domenicani, in basso si vedono le figure dei confratelli  inginocchiati  con le mani giunte in preghiera in una visione prospettica che le colloca  di profilo  in  successione; è la devozione  espressa in modo semplice, del resto era il gonfalone della  Confraternita,  perciò nel retro della tela  ci sono altre figure come abbiamo visto in precedenza. La cornice ricca di elementi floreali,  la monumentalità dei personaggi, e altre peculiarità riportano al Parmigianino dal quale fu influenzato notevolmente.

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Le 7 opere di Misericordia, le origini

Alla sezione dedicata alla Madonna della Misericordia segue quella con i dipinti su “Le sette opere di Misericordia”, sono circa 20 opere, con una scultura, molto rappresentative, anche se non c’è il celebre quadro di Caravaggio che le riunisce in un’unica scena composita nella grande tela.

Dio è presentato anche nell’Antico Testamento come essere misericordioso che chiede all’uomo di esserlo altrettanto, nel libro di Isaia vengono già declinate le opere di misericordia; nel Nuovo Testamento  i messaggi sono espliciti,  dal Vangelo di Luca (“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”), al passo delle Beatitudini del Vangelo di Matteo (“Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”) nel quale sono indicate le opere di misericordia corporali: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero  e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”; sono sei opere, e ad esse si riferiscono le espressioni artistiche dei sec. XI-XIII;  sarà aggiunta la settima, dal libro di Tobia, seppellire i morti, che figura nei dipinti dal sec. XIV. 

Le opere di misericordia cominciano ad essere raffigurate nel Medioevo,  nei codici miniati e nei portali delle Basiliche e Abbazie, con il  portale della Madonna della Salute di Viterbo del 1330 il loro numero sale a 7. Le due massime espressioni si pongono a distanza di 4 secoli, la prima è la “Porta del Redentore”  nel Battistero di Parma di Benedetto Antelami (1216), l’ultima la già citata “Le Sette Opere di Misericordia” del Pio Monte della Misericordia di Napoli, di Caravaggio.

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Sono 2 i dipinti in mostra che raffigurano più opere di misericordia, gli altri illustrano momenti particolari in cui si esprime in vari modi il sentimento di carità verso il prossimo.  La carità è una delle virtù teologali, insieme a fede e speranza, e secondo San Paolo e Sant’Agostino è insita nella legge di Cristo  per l’identità tra l’Amore di Dio e l’amore nei confronti degli altri. San Paolo nella lettera ai Corinzi  pone la carità al culmine delle virtù: “Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità”. Se manca, a nulla valgono tutti i beni del mondo.

Le opere di misericordia e la carità nella galleria artistica della mostra

Alla metà del XV sec.  risalgono i 4 affreschi staccati del parmense Bertolino de’ Grossi  con le “Opere di misericordia: Dar da mangiare agli affamati, Dar da bere agli assetati, Accogliere i pellegrini, Soccorrere gli infermi”, sono andati perduti gli affreschi con le ultime tre opere. Vengono dalla sede di una storica confraternita di Parma che si dedicava a iniziative assistenziali, Le composizioni seguono lo stesso schema, a sinistra il benefattore, a destra gli assistiti, in primo piano i due principali, poi gli altri dietro i quali c’è l’immagine di Cristo benedicente; gli atteggiamenti e le posizioni sono simili, è una narrazione che si diffonde nei particolari.

L’altra opera  sul tema declinato in modo plurimo è costituita da 2 tele, “Dar da bere agli assetati”, 1682, e “Dar da mangiare agli affamati”, 1683, del lombardo  Antonio Cifrondi,  dal convento dei frati minori cappuccini di Bergamo, con una similitudine di impostazione nei soggetti e nei gesti; si ritiene che in origine ci fossero altri 5 dipinti con le restanti opere di misericordia.

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Sono 2 anche le opere genericamente riferite alla  carità. “La carità cristiana”, 1604-1607, del grande Guido Reni, è resa in un tondo da una giovane donna di profilo a cui si aggrappano tre bimbi nudi, interpretati come la moltiplicazione nelle tre virtù teologali, fede, speranza e carità,  in un’atmosfera caravaggesca. Mentre la “Carità romana (Cimone e Pera)”, 1615, di Bartolomeo Manfredi, raffigura la celebre scena – che si trova sulla destra del dipinto di Caravaggio sulle 7 opere di  misericordia – di Pera, l’eroina che porge il seno al padre Cimone ammanettato in carcere, per nutrirlo e salvarlo dalla morte per fame, in un contesto reso drammatico da luci e ombre.

La carità evangelica di Cristo con i samaritani è resa da 2 dipinti:  nel  “Buon Samaritano”, 1639-65, di Mattia Preti, di Taverna, si vede come cura amorevolmente il  corpo di Cristo ferito, disteso nell’ombra  in un’atmosfera drammatica; in “Cristo e la Samaritana nel pozzo”, 1710, di Sebastiano Conca, di Gaeta, Gesù viene dissetato tra ruderi e case in un paesaggio agreste.

Sulla Passione di Cristo 2 dipinti che mostrano la cura amorevole dopo la Crocifissione. “Deposizione”, 1815, del palermitano Francesco Marino, raffigura la scena con grande efficacia cromatica, con il biancore del corpo di Cristo e del lenzuolo al centro, la Madonna e le sante donne, il centurione e gli altri soldati ai lati appena rischiarati dalla luce in pieno equilibrio compositivo. Anche “Trasporto di Cristo nel sepolcro”, 1605-15, della Cerchia romana dei Carracci,  dà un’immagine composta della settima opera misericordiosa, “seppellire i morti”, senza eccessi drammatici, in modo da fornire un modello altissimo suscitando l’imitazione  nell’onorare i defunti.

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Le  opere di misericordia di singoli santi 

Sono 8 i dipinti esposti nella mostra che raffigurano le opere di misericordia  di singoli santi.

In 2 di essi vengono sfamati gli affamati. “La carità di Sant’Elisabetta d’Ungheria”, 1610-11, del modenese  Bartolomeo Schedono,  ritrae la santa – con la testa fasciata dal turbante per nascondere i capelli biondi e sfuggire ai fulmini del marito tutt’altro che compassionevole –  che come ogni notte distribuisce il pane ai poveri e agli infermi;  luci e ombre creano un’atmosfera suggestiva. Gabriele d’Annunzio volle che l’immagine di questa santa fosse riprodotta nel soffitto della Stanza del Lebbroso al Vittoriale dopo aver avuto una visione in cui lo assisteva insieme ad altre sante donne.  Anche “San Giuseppe da Leonessa distribuisce il pane ai poveri”, nel  dipinto, 1736,  del romano Placido Costanzi,in un esterno tipicamente romano di tono popolare nella costruzione di sfondo e nelle figure intorno al santo, tra cui il bambino e il portatore del vassoio con i pani, e di tono barocco nei due cherubini che parlano tra loro sulla nuvoletta sopra al santo.

Altri 2 dipinti per la scena simbolo  dell’azione caritatevole, “vestire gli ignudi”, entrambi intitolati “San Martino divide il mantello col povero“. Il dipinto del 1505-10 di  Vincenzo Tamagni, di san Gimignano, era la parte anteriore dello stendardo della Compagnia di san Martino recante sul lato opposto l’apparizione della Madonna al beato Bartolo e a santa Fina, la scena si svolge su uno sfondo spoglio e irreale, con le figure statiche come fossero bloccate; l’altorilievo del 1595-98 di Piero Bernini, di Sesto Fiorentino,  che proviene dal frontone del portale d’ingresso della Certosa di san Martino, è più dinamico ed espressivo  nel gesto con cui, mentre il cavallo scalpita, si gira per protendersi verso il povero che  afferra i lembi del mantello con la forza della disperazione.

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Sui  poveri  c’è anche il dipinto  “San Lorenzo distribuisce i beni della chiesa ai poveri”, 1615-20, del genovese Bernardo Strozzi: in un’atmosfera caravaggesca si incontrano la figura del giovane santo a destra e le figure di due vecchi a sinistra nel momento culminante della consegna dei beni ai poveri per sottrarli ai persecutori che li reclamavano finché lo portarono al martirio. Si tratta di oggetti rituali, come il pastorale, il calice e la patema, che passano in un gioco di mani in cui la mano destra del santo si riflette nella sinistra del vecchio, e così per la mano della vecchia. 

Agli interventi salvifici dei santi verso gli ammalati sono dedicati 2 dipinti: “San Giovanni di Dio guarisce gli appestati”, 1680,  del romano Giovanni Battista Leonardi, mostra il santo con l’abito talare mentre si china su un appestato disteso nudo in una specie di corsia di ospedale, con tante figure, di sfondo un arco e sopra un lucernario. “San Camillo De Lellis mette in salvo gli ammalati dell’ospedale di santo Spirito in Sassa durante l’inondazione del Tevere”, 1746, del francese Pierre Subleyras, presenta una scena con molte analogie, anche qui si svolge in una corsia, sembra la corsia sistina dell’ospedale Santo Spirito,  con il biancore dei lenzuoli, mentre i malati vengono sollevati per portarli in salvo nella concitazione dovuta all’emergenza.  

Sempre 2 i dipinti su altri destinatari delle opere di misericordia, i reclusi in carcere. “San Leonardo libera un carcerato”, 1698,  del reatino Antonio Gherardi, ritrae due figure affiancate molto diverse, il santo in piedi con la veste talare che con la mano sinistra stringe al polso il carcerato seduto a petto nudo, e con la mano destra gli indica la via per la libertà, a terra i ceppi divelti, pane e acqua. Mentre “Luisa Sanfelice in carcere”, 1874, di Gioacchino Toma,  presenta un momento delle tormentate vicende dell’eroina, mentre nella cella prepara il corredino per il nascituro,  un’immagine tranquilla resa drammatica dalla luce che piove dall’alto e rende l’ambiente livido,  considerando il triste destino della donna giustiziata l’11 settembre del 1800.

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Oltre ai dipinti citati finora, in mostra sono esposte delle miniature e una scultura.

Le 4 miniature, tratte da un manoscritto membranaceo noto con il titolo “Specchio umano”, 1335-37, del fiorentino Domenico Lenzi,  in cui ne sono contenute nove, raffigurano, con notevole vivacità narrativa e nitidezza cromatica, la cacciata da Siena dei poveri accolti e sfamati a Firenze, e Orsanmichele in periodo di carestia, quindi con un riferimento preciso al contesto in cui si aveva bisogno di misericordia e veniva esercitata a livello non soltanto individuale ma collettivo.

Infine la scultura, “San Rocco”, 1793, di oltre un metro e mezzo, in argento cesellato e rame dorato opera dello scultore napoletano Giuseppe Sanmartino con l’argentiere Biagio Giordano, dalla Concattedrale Ruvo di Puglia, ritenuta tra le più significative dell’argenteria meridionale, definita di “straordinaria bellezza” da Elio Catello, e con riferimento all’autore, “una delle sue opere più delicate e ricche di sentimento”. Il santo è rappresentato come viandante con i simboli del pellegrinaggio di fede verso Compostela, e mostra i segni della peste sulla gamba; il protagonista dell’opera di misericordia è il cane, che lo accompagna sempre nell’iconografia, è  seduto ai suoi piedi con una pagnotta tra i denti che richiama la cura  del fedele animale per il santo  malato e abbandonato da tutti, che sfamava portandogli ogni giorno il pane preso alla mensa di un ricco signore di Piacenza.   

San Rocco è venerato in modo particolare in molti paesi del Centro-sud d’Italia, tra cui il nostro paese natale, Pietracamela, che lo festeggia il 16 agosto con una processione accompagnata dal suono dei tamburi a ricordo dell’antica tradizione in cui la percussione itinerante tra i vicoli si protraeva per l’intera giornata. Con questo ricordo personale, unito all’immagine rassicurante del santo, ci piace concludere la visita alla coinvolgente  galleria artistica dedicata alla misericordia.

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Info

Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio, Roma. Tutti i giorni dalle 9, 30 alle 19,30, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 15, ridotto euro 12, gratuità alle categorie legittimate, per i residenti la prima domenica di ogni mese. Tel.06.0608. Catalogo “La Misericordia nell’Arte. Itinerario Giubilare tra i Capolavori dei grandi Artisti italiani” a cura di Maria Grazia Bernardini e Mario Lolli Ghetti, Gangemi Editore, maggio 2016, pp. 144, formato 22 x 22, dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per le precedenti mostre del Centro Europeo del Turismo, cfr. i nostri articoli: in questo sito, su “Arte e Stato”  20, 25,  30 ottobre 2015;  “Papi della memoria”  15 ottobre 2012,   “Arte salvata nel 150°”  1° giugno 2013, “Archeologia, capolavori recuperati a Castel Sant’Angelo” 22 luglio 2013; in cultura.inabruzzo, “Tesori invisibili”  10 luglio 2009  (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su un altro sito).

Foto

Le immagini sono state tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità concessa. Le prime 6 immagini sono sulla “Madonna della Misericordia”, le successive 7 sulle singole opere di misericordia, l’ultima su 4 opere di misericordia. In apertura,  Egidio Cola  da Orte, “Madonna dei Raccomandati” 1500-1503; seguono, Pittore senese dei primi decenni del Quattrocento, “Madonna col Bambino e una famiglia di devoti”, prima metà del ‘400; e  Niccolò di Liberatore, detto l’Alunno, “Gonfalone della confraternita di Santa Maria del Vescovado” 1462; poi,  Pietro Vannucci, detto il Perugino, “Madonna della Misericordia con i santi Stefano e Girolamo e committenti” 1512-13, e  Raffaello Botticini, “Madonna della Misericordia”  1510-1515; quindi, Vincenzo Tamagni, “La Madonna della Misericordia” 1527, e   Jacopo Zanguidi, detto il Bettoja, “Madonna della Misericordia” 1564; inoltre, Guido Reni, “La Carità cristiana” 1604-07  “Dar da mangiare agli affamati”, e Sebastiano Conca,  “Cristo e la Samaritana al pozzo” 1710  “Dar da bere agli assetati”; ancora, Vincenzo Tamagni, “San Martino divide il mantello col povero” 1505-10 “Vestire gli ignudi”, e Domenico Lenzi, “Specchio Umano” 1335-47 “Alloggiare i pellegrini”; infine, Mattia Preti, Buon Samaritano” 1639-45 “Visitare gli infermi”, e Gioacchino Toma, “Luisa San Felice in carcere”  1874 “Visitare i carcerati”; conclude, Francesco Manno, “Deposizione”  1815 “Seppellire i morti” e, in chiusura, Bertolino de’ Grossi, “Opere di misericordia: Dar da mangiare agli affamati, Dar da bere agli assetati, Accogliere i pellegrini, Soccorrere gli infermi” metà del XV sec.  

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