Istanbul, l’omaggio di 9 artisti alla “nuova Roma”, alla galleria Russo

di Romano Maria Levante

Una mostra in omaggio a “Istanbul”, dal 15 aprile al 5 giugno 2019, alla Galleria Russo, con 9 artisti –  espositori in precedenti mostre nella galleria – i quali hanno creato appositamente nel 2019 una serie di opere – ne sono esposte 25 – evocatrici dei vari aspetti della città in cui l’Oriente incontra l’Occidente dal punto di vista geografico e culturale. Curatrice della mostra Maria Cecilia Vilches Riopedre, che ha curato anche il Catalogo bilingue italiano-inglese della Manfredi Edizioni.

Tommaso Ottieri, “Istanbul Stabat Mater”

“Non è stata causale – premette la curatrice – la  scelta di una mostra dedicata alla città di Istanbul in una galleria d’arte romana”. Ma non solo per i motivi  da lei indicati, cioè il fatto che Istanbul, crocevia di civiltà all’incrocio tra Oriente e Occidente, era chiamata “la nuova Roma nell’accostamento ideale con la città eterna”, per cui sono state sempre considerate “città gemelle” anche per certe similitudini nell’ubicazione su sette colli, in prossimità dei mari, per Roma attraverso il fiume Tevere, per Istanbul nel Corno d’Oro.

Manuel Felisi, “Istanbul”

In aggiunta c’è un motivo che ci sembra vada sottolineato, la Galleria Russo oltre alla sede romana nei pressi di Piazza di Spagna ne ha una proprio a Istanbul; quindi il suo non è  solo un riconoscimento episodico del gemellaggio, ma una realtà stabile che dà spessore ideologico e rilievo culturale a questa mostra.  Anche perché i 9 artisti espositori non sono stati selezionati per l’occasione, ma fanno parte di quella che possiamo chiamare la “scuderia Russo” essendo stati protagonisti nel passato anche recente di mostre nella galleria o di eventi dalla stessa organizzati.

Anche per questo  motivo l’attuale mostra non viene presentata come “unicum”, ma come l’inizio di una serie che la galleria ha annunciato voler dedicare alla “nuova Roma” in un gemellaggio prolungato.

Manuel Gambino, “Istanbul”

Non ci sentiamo, invece, di dare alla mostra il significato “politico” cui si è riferito l’ambasciatore  della Repubblica di Turchia a Roma, Murat Salim Esenli, allorché ha denunciato  le fratture  e la “divisione che si sviluppa lungo le linee etniche, culturali e religiose”,  fino a denunciare che “questa mentalità piuttosto allarmante si sta diffondendo in modo particolare nell’emisfero occidentale”, nel quale ha avuto effetti tragici in passato.  E’ vero che, “come una  panacea per le contraddizioni  e per gli scontri, l’arte è il bene più prezioso che abbiamo”,  e perciò “questa straordinaria collezione di lavori assemblati dalla Galleria Russo di artisti italiani degni di nota, ci permette di costruire i necessari ponti mentali e fisici  tra continenti e culture, tra etnie e religioni”.  Ma occorre che questi ponti non siano bloccati da macigni come il mancato rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione  che ha prima frenato, poi arrestato il processo pur avviato di integrazione nell’Unione Europea, esito auspicabile con un paese molto dinamico che fa parte della Nato e garantisce la frontiera dell’Europa verso un mondo ancora più lontano e insidioso.

Detto questo, i 9 artisti, ciascuno con la propria cifra stilistica e la peculiare visione, ci mostrano l’Istanbul multiforme e cosmopolita – la città che lascia nel visitatore un’impronta indelebile e la volontà di tornarci –  in una serie di opere, tutte del 2019, che costituiscono le tessere di un mosaico  evocativo di forti suggestioni.

Luca di Luzio, “Manine”.

Visioni dell’esterno

Le immagini forse più dirette e immediate  sono quelle di Tommaso Ottieri, nella sua inconfondibile visione notturna,  monumentale  e misteriosa. Ai grandi raccordi autostradali e alle piazze, agli interni delle basiliche e  dei teatri della sua  ben nota produzione artistica, aggiunge ora  “Istanbul C”, che rappresenta l’interno della “Cisterna basilica” con le colonne che emergono dall’acqua riflettendosi su di essa, e un titolo  criptico, quasi volesse riassumere l’intera città  in una delle sue attrazioni; e due torri che spiccano nel buio “Istanbul Stabat Mater”  e  “Galata blu” , facendoci entrare subito nella città monumentale.  Sono le caratteristiche creazioni di Ottieri, che – nelle parole della curatrice citate in seguito anche per gli altri artisti – “ritraggono  edifici e paesaggi urbani opulenti , moderni e allo stesso tempo storici, dipinti nei toni del rosso, del blu e del giallo oro.  Il suo lavoro cerca di esprimere una qualità espressiva ed emotiva”.

Simafra, “Il tappeto da tè”

Un altro tipo  di esterno è quello  di Manuel Felisi, che intitola “Istanbul”  due sue tipiche composizioni su legno in resina, la prima  con gli alberi le cui cime convergono verso l’alto, la seconda quasi topografica, mentre in altre due, intitolate “Istanbul di Vedat Turkali” e “Hep Kahir”,  “attraverso gli alberi che potrebbero  far parte di una ‘ottoman promenade’ l’artista stampa le parole che raccontano le meraviglie della città”.  Il tempo è il protagonista silenzioso delle sue opere: “Il tempo con il suo passare cambia le cose, le preserva e le fa dimenticare. Utilizza la fotografia per esprimere un tempo che immobilizza e misura luoghi, oggetti, persone e sentimenti”. E lo fa anche con strati di materiali sovrapposti in un ordine predeterminato che li unifica.

Giorgio Tentolini, “Topkapi

 Michael Gambino con “Istanbul”, “The tourists’ Istanbul”  e soprattutto  “Districts of Istanbul”  mostra  i contorni geografici o gli elementi identitari di Istanbul, “le farfalle di carta sono accostate con una spiccata sensibilità cromatica, abbinando le varie ombre. La città è un punto di riferimento incommensurabile e duraturo che ha forgiato un’alleanza di civiltà”. E “le farfalle sono simbolo di trasformazione e del continuo rinnovo energetico dell’universo” che, nella circostanza, diventano di una città dinamica e vitale.

Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 2″”

Una sottolineatura topografica in “Manine” di Luca Di Luzio, che evoca le antiche lapidi romane poste a memoria delle esondazioni del Tevere con una “manina” a indicare il livello raggiunto. Istanbul viene accomunata a Roma: “La sedimentazione – osserva la curatrice – è una traccia del passaggio del tempo sulle cose che lentamente le modifica e le modella, come i sedimenti trasportati dall’acqua di un fiume  che, depositandosi, ne modificano il suo corso”. Ed ecco il riferimento all’opera: “Un grande corso d’acqua immaginario, realizzato   a matita per rendere visibile il segno, la traccia divide in due sponde la superficie pittorica, evocando l’idea del movimento e del mutevole, del tempo che scorre come un fiume”.   

Enrico Benetta, “Occidentalmente orientale”

Visioni dell’interno

Finora è l’Istanbul vista dall’esterno, ma con Simafra cominciamo a entrare nella sua matrice intrinseca di natura orientale che si confronta con le manifestazioni di natura occidentale. Riccardo Prosperi, questo il suo nome, è un artista di respiro internazionale, con mostre oltre che in Italia, a Londra, in Finlandia e negli Stati Uniti, e opere dedicate alle rispettive aree geografiche. Per Istanbul si concentra sui tappeti, con “Tappeto fiorito” con geroglifici dell’”altra”  cultura, e il “Tappeto del tè” con altri motivi originali di tipo decorativo, mentre “Un antico tappeto”  e “Tappeto ritrovato” si presentano come due grandi  fiori, il primo contornato da orli come cuspidi.

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Diego Cerero Molina, “Figura con gato

Un tappeto nel caratteristico multistrato con maglie di rete metalliche sovrapposte di Giorgio Tentolini, intitolato “Wire rug” , che con le sue sottili volute evoca gli eleganti arazzi,   e un esterno come “Topkapi” nello stesso materiale, un angolo raccolto piuttosto che una visione spettacolare del famoso palazzo orientale; mentre utilizza strati sovrapposti di carta pergamena per  “Nomaz”, tre ragazzi accoccolati a terra visti di spalle.  “Come un ragno che crea la sua tela, Tentolini è paziente e persistente, tesse il suo stesso mondo artistico attraverso una calcolata precisione… Ci porta  a credere che la semplicità dei materiali greggi impiegati possa avere implicazioni uguali al loro significato”, questo il commento della curatrice.

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, Tommaso Ottieri, “Istanbul C”

Elementi identitari ben precisi, dopo i tappeti di Simafra, nelle due  opere in tecnica mista su tela di Veronica Montanino, intitolate Graffito Ottomano # 1 e 2”, una trama di segni che diventa metamorfosi e orientamento” con serie di “impronte” in una contaminazione tra modernità e tradizione intrigante e spettacolare: “Dervisci rotanti, guerrieri turchi, le odalische immaginate da pittori orientalisti  e i manifestanti del Gezi Park si fondono e si confondono coi cavalieri  delle antiche miniature  nei pittoreschi e grandi palazzi turchi”.  L’artista, che si segnala per un “uso esuberante e originalissimo del colore”, oltre che per le installazioni, in queste opere sceglie la strada della tradizione, nella tela e nel cromatismo discreto e delicato su cui spicca una moltitudine di figure bianche.

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Manuel Felisi, “HEP KAHIR di Nazin Hikmet”

La commistione tra Oriente ed Occidente è resa plasticamente dall’acciaio bronzato e il cristallo di Murano di Enrico Benetta, nel suo “Occidentalmente orientale”, un libro che si sfoglia nella unione culturale tra Est e Ovest con le sue caratteristiche lettere  che cadono dalle due pagine aperte quasi a dare l’avvio  a storie affidate alla fantasia dell’osservatore, fino alla fusione nelle acque  del Corno d’Oro.  E’ un’opera che esprime la sua personalità  “traboccante di desiderio di comunicare, in cui si fondono insieme fonti culturali lontane tra di loro” ma accostabili, come in questo caso. Inserisce costantemente i caratteri di stampa Bodoni che rappresentano il suo sigillo: “E’ come se la lettera per Benetta non fosse l’elemento primario della parola, ma vada contemplata in sé,  come pensiero costitutivo dell’opera stessa”. E il materiale bronzeo “trasmette alle opere quella patina del passato che evoca in pieno il fascino dei grandi volumi di storia”.

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Simafra, “Tappeto fiorito

Non sono ancora apparse figure umane, nelle evocazioni di Istanbul da parte degli artisti. Provvede al riguardo Diego Cerero Molina con tre delle sue caratteristiche “Figure” in rappresentazioni sempre più ravvicinate in una “zoomata” quasi cinematografica: “Figura con Narguille”, “Figura con gatto”  e “Figura con troje de rayas”, nei primi due la persona è vista con elementi caratteristici dell’oriente, l’apparecchiatura per il fumo e il tappeto,  nel terzo il primissimo piano del volto severo con un occhio chiuso. Non c’è la deformazione spesso caricaturale delle opere dell’artista, ma indubbiamente la terza immagine ci riporta alle sue caratteristiche enfatizzazioni fisiognomiche.     

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Giorgio Tentolini, “Wire rug”

 Con la figura non sappiamo se minacciosa o ammiccante dell’artista Molina chiudiamo la galleria dei 9 artisti della “scuderia Russo” che si sono cimentati nell’omaggio a Istanbul, fornendo ciascuno la propria visione della città nei suoi molteplici aspetti cosmopoliti e spettacolari. Che restano impressi nella memoria in chiunque abbia avuto la ventura di visitarla, come è accaduto a noi stessi allorché siamo andati alla ricerca delle vestigia dell’antica Costantinopoli restando presi dal fascino  delle sue moschee e reperti storici nel dinamismo di una società giovane proiettata verso il futuro.

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Diego Cerero Molina, “Figura con traje de rayas”

Info

Galleria Russo, via Alibert  20, Roma. Aperta il lunedì dalle ore 16,30 alle 19,30, dal martedì al sabato dalle ore 10 alle 19,30, domenica chiuso. Tel. 06.6789949, 06.60020692 www.galleriaarusso.com,  Catalogo  “”Istanbul”, a cura di Maria Cecilia Vilches Riopedre, Manfredi Edizioni, maggio 2019, ottobre 2018, pp. 88, bilingue italiano-inglese, formato 22,5 x 22,5; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Cfr. i nostri articoli, su altre mostre della Galleria Russo con questi artisti: in questo sito il prossimo articolo su Molina il 20 giugno 2019, per la mostra che ha seguito questa su “Istanbul”; in www.arteculturaoggi.com, sulla mostra “Shakespare in Rome” con Ottieri, Molina, Felisi, Benetta, Gambino, il 25 aprile 2016; su Felisi 5 novembre 2018, su Tentolini e Gambino 6 giugno 2018, su Ottieri 11 maggio 2015; infine il “reportage” dopo il nostro viaggio negli articoli “Istanbul, viaggio nella nuova Roma” , “Istanbul, il negoziato con l’UE e la storica visita del Papa” , “Istanbul, alla ricerca di Costantinopoli” 10, 13, 15 marzo 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella galleria Russo alla presentazione della mostra, le prime 9 riportano un’opera per ciascuno dei nove artisti nella successione con cui sono citati nel testo, le 6 successive una seconda opera per sei di loro, tutte le opere sono del 2019. In apertura, Tommaso Ottieri, “Istanbul Stabat Mater”; seguono, Manuel Felisi, “Istanbul” e Manuel Gambino, “Istanbul”; poi, Luca di Luzio, “Manine” e Simafra, “Il tappeto da tè”; quindi, Giorgio Tentolini, “Topkapi” e Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 2″”, inoltre, Enrico Benetta, “Occidentalmente orientale” e Diego Cerero Molina, “Figura con gato“; ancora , le 6 finali, Tommaso Ottieri, “Istanbul C” e Manuel Felisi, “HEP KAHIR di Nazin Hikmet”; continua, Simafra, “Tappeto fiorito” e Giorgio Tentolini, “Wire rug”; infine, Diego Cerero Molina, “Figura con traje de rayas” e, in chiusura, Veronica Montanino,” Graffito Ottomano # 1.

Veronica Montanino, “Graffito Ottomano # 1″

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18 commenti

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