Luciano Radi, 3. I libri dell’anima, l’umanità e la fede di una personalità limpida

di Romano Maria Levante

Nel quinto anniversario della scomparsa di Luciano Radi , abbiamo  ricordato in precedenza la sua  figura e  rievocato il libro “Francesco e il Sultano”  a 800 anni dallo storico incontro avvenuto nel 1219, come esempio dei suoi libri sui santi, e il libro “Potere democratico e forze economiche”, a 50 anni dalla  pubblicazione, particolarmente significativo dei suoi libri di politica e di politica  economica, per la sua attualità sebbene il quadro sia radicalmente mutato. Questa volta, nel concludere la nostra rievocazione delle sue opere, piuttosto che concentrarci su una di esse abbiamo voluto fare una carrellata della sua narrativa con quelli che  definiamo “libri dell’anima”, perché contengono introspezioni e riflessioni colme di umanità,  il cui valore resta perenne e universale. Nella loro successione cronologica seguono i moti dell’anima dell’autore nelle varie fasi della sua vita.  Fanno parte del filone “narrativa” nel quale sono compresi anche “Diario di un cane” e Memorie di una lumaca”, il cui contenuto va ben oltre i titoli apparentemente disimpegnati. 

Ricordi  personali fonte di profonde riflessioni

Iniziamo con “Nati due volte”, siamo nel 1970, con  bozzetti di vita quotidiana ispirati dai suoi ricordi ripercorre la vita tormentata dei contadini della sua regione, l’Umbria, nel periodo critico in cui si è avuta la pratica scomparsa della civiltà contadina. Già nei suoi libri politici sui “Mezzadri” aveva affrontato questo evento epocale, in questo libro di narrativa invece si cala tra quella gente, come uno di loro, seguendone da vicino la vita che deve cambiare radicalmente, per questo sono “nati due volte”.  Le definisce “pagine scritte senza alcuna pretesa letteraria, umile e devoto omaggio agli uomini incontrati lungo la strada di una sofferta esperienza personale”.

Ma Carlo Carretto lo corregge, per lui è “un documento, un impressionante documento capace di far nascere  romanzi e destare inchieste su una realtà che anche se non esiste più nel suo complesso, travolta dalle veloci trasformazioni del nostro tempo, è ancora attaccata a brandelli sulle nostre carni e ci fa soffrire come se fossimo attori e responsabili… chi volesse e sapesse potrebbe  trovarvi materiali per romanzi ambientali come ?Il Gattopardo’ e ‘Il mulino del Po’ capaci di portarci di peso in un’epoca passata eppure presente in ciascuno di noi. Mutatis mutandis è una visione che si potrebbe applicare a molti altri cambiamenti epocali, vissuti e sofferti. Carretto vi trova anche un motivo preciso che dà al libro un valore attuale, pur se riguarda eventi superarti. Mostra l’incapacità dell’uomo a risolvere i suoi più vitali problemi: “Tutti hanno tradito queste povere popolazioni: lo Stato con le tasse e la sua lontananza, i padroni con la loro cocciutaggine avara e la Chiesa con il suo immobilismo…che sarebbe costato facilitare la vita a questa popolazioni di montagna prima che giungessero al limite  della loro sopportazione?”. E, per finire: “Le generazioni passate non hanno saputo risolvere i problemi della povera gente. Ma le nostre ci riescono?”.

Il pensiero va alla rigorosa analisi politico-economica del l libro “Potere democratico e forze economiche”  pubblicato nel giugno 1969, quindi poco prima di “Nati due volte”: lo abbiamo rievocato di recente,  denuncia i guasti provocati dal consumismo cui le comunità sono soggette per l’azione interessata delle forze economiche  che appaiono dominanti, mentre lo Stato dovrebbe far prevalere i consumi pubblici per soddisfare  esigenze collettive e i bisogni individuali più autentici.  

Nella stessa logica della rievocazione dei tempi passati, questa volta in un’ottica prettamente personale, “Sotto la brace”, del 1999, introdotto dall’epigramma o di Marziale “saper vivere con piacere il passato è vivere due volte” .  Queste due vite diventano paradossalmente contemporanee, perché vengono evocate dalle fotografie pescate nella scatola posta in un angolo della biblioteca: “Metterci dentro le mani,  confida, non mi capita di frequente, ma talvolta la tentazione di tuffarmi nel passato mi prende irresistibile. Nel vedermi nello stesso istante giovane e vecchio, sorridente e pensieroso, con l’abito della prima comunione e quello del matrimonio, mi fa rivivere velocemente, come in un frullatore, i nomi, i sapori, gli odori, le emozioni, le angosce della mia vita.

E in che modo li rivive?  Rievocandoli come se li sentisse nel momento in cui li fa riemergere dalla memoria, e proprio per questo provando di nuovo i sentimenti di allora. Ma soprattutto riflettendo, perché il confronto della realtà di ieri che torna nel ricordo,  con la realtà di oggi presenta in modo prepotente il mistero della vita, che  Radi  vede nel segno della speranza.

Dal “primo giorno di scuola” a “un incontro” con un compagno di allora dal “viso segnato da rughe  invecchiato da grosse verruche”,  la “stanza proibita” dell’infanzia e il funerale dell’”ultimo amico”,   “i vicoli”  e la “paura del temporale”,  la “vendemmia con parto” e  “la raccolta delle olive”,  i vicoli” e “la vecchia ciminiera”, “la settimana santa” e  “ letizia francescana”, “le mie cotte” da adolescente e  “ritorno a Varco”,  “la caserma Castro Pretorio“ e “la clandestinità” dopo l’8 settembre 1943,  le suore “cappellone” e “il matto di Foligno”, “un uomo solo” e “la coppia misteriosa”., e altro ancora. Si  conclude la carrellata nei tanti momenti della vita con la meditazione finale, “cadono le foglie”. 

Come aveva descritto con cura le situazioni e i personaggi confusamente tornati alla ribalta della memoria, così si concentra sulle foglie del suo giardino: “Osservo  foglie rotonde, oblunghe, ellittiche,  cuneiformi, lanceolate, : una fantasia inesauribile”.  Di qui una notazione che colpisce per la sua semplicità non scontata: “La natura, contrariamente a quanto facciamo noi, all’approssimarsi del freddo si spoglia e gli alberi perdono rapidamente i loro multicolori mantelli”. Con questo effetto su chi li guarda: “Gli alberi nudi mettono nell’anima un senso di malinconia”. Segue “lo spogliarello” degli alberi con attenzione crescente, osserva la caduta della foglia che “segue i capricci del vento: sale, sale, poi precipita improvvisamente per riprendersi e volteggiare più in alto”.   La logica del ricercatore lo porta a queste considerazioni  meditate: “Siamo anche noi foglie in balia del vento? Nessuno può prevedere l’itinerario che sarà chiamato a percorrere. La nostra vita appare capricciosa, con le sue contraddizioni e suoi tradimenti, le sue incertezze. Ci sembra di precipitare, ma poi un soffio ci solleva fino alle vette più alte”. Un vento “che Altro governa”.

Dalla finzione narrativa del taccuino di  un sacerdote la risposta ai misteri della vita

E qui ci piace rievocare “Non sono solo”,  del 1983, presentato dall’autore come il taccuino  di un sacerdote umbro che nella vecchiaia aveva voluto scrivere le riflessioni della sua vita pastorale. Negli ultimi anni “era riuscito a scendere nella profondità del suo io, alla ricerca della radice del suo essere, a scavare nel suo spirito per ascoltare la voce della storia dell’intera umanità che è dentro ciascuno di noi. Il Signore gli aveva finalmente rivelato il suo segreto”.

Nelle finzione letteraria Radi  si immagina vicino “a varcare il muro di cinta della propria esistenza”, e per questo ripensa all’itinerario  “per rivisitarlo con la mente e il cuore”, in modo meditato e sofferto, mentre  nello scorrere le fotografie  con i ricordi  “sotto la brace” c’erano pulsioni ma non interrogativi assillanti come quelli del nuovo libro.

Si interroga sul senso della vita e della morte, sui senso del dolore e dell’amore, per giungere alle domande fondamentali: “ Chi è l’uomo e chi è Dio?.  Siamo soli nel nostro cammino e che senso ha la realtà intorno a noi?  Ha scritto mons. Ferdinando Castelli su “Civiltà Cattolica: “In realtà il prete di Radi, nel suo lavoro di scavo alla luce della fede, non soltanto incontra e scopre se stesso,  ma aiuta tutti noi a incontrarci e scoprirci nella  nostra verità fondamentale. Si trasforma in tal modo in simbolo di umanità, indicatore di strade, dispensatore di verità essenziali”.

Quali sono queste verità?  Per  rispondere alla domanda “chi sono?”,  “scende nella profondità del suo io, alla ricerca delle radici del suo essere, a scavare nel suo spirito per ascoltare la  voce dell’intera umanità che è dentro ciascuno di noi”. La risposta è questa: “Quando scavi per ritrovare il tuo io, in fondo al pozzo  del tuo essere trovi, senza volerlo, Dio”.. Ma viene dopo aver provato il brivido del vuoto, superato quando è dato di vedere la luce divina.  A questo conduce anche la natura: “Il silenzio della terra è pieno di parole non dette e ciò che non è espresso agisce con forza rivelatrice della certezza dell’invisibile”.

Soltanto nascondendosi dietro il vecchio prete Radi ha potuto aprire completamente il suo animo di credente. E può abbozzare anche un  itinerario ascetico , la “nudità spirituale”  che si raggiunge liberandosi da tutto ciò che è zavorra e impedimento, come l’orgoglio  e la cupidigia del potere,  dei sensi e del piacere;  ma qui, commentiamo noi, siamo ai confini della santità, del resto sentiamo san Francesco come presenza invisibile quanto salvifica. .

 L’invocazione “Dio è amore, Dio è amore”,  che il vecchio  parroco declama ”come un ritornello” – commenta mons. Castelli – ”gli rinverdisce l’anima, gli rischiara la mente, gli trasfigura i giorni”. E allontana  ogni paura, anche la paura della morte.  “Siamo stati creati a immagine di Dio, perché in noi egli si specchia,  abita in noi. Ed  è vero per  un cristiano, ma anche per un buddista, un mussulmano, un miscredente”.  E’ un pensiero profondamente umano che supera i confini della religione,  e gli fa esclamare “non sono solo”, nessuno deve sentirsi solo.

Mons Castelli ne ricava “un messaggio per l’uomo d’oggi”, questo: “La solitudine e la vecchiaia possono, volendolo, trasformarsi in una vera ricchezza. Ci permettono di ritrovare noi stessi   e scoprire mondi inesplorati, di comprendere e trascendere la realtà materiale e guardare al di la delle cose”.  Non si cancella il carattere drammatico dell’esistenza, ma ci si apre alla speranza, anzi alla fiducia  proprio perché non ci si deve sentire soli, non si è soli.  La nostra salvezza non dipende neppure dalle nostre opere, ma dal nostro essere, identificato nelle parole: “chi sono”.

Il  libro, conclude il monsignore,  “fa amare la vita” perché mostra “che anche un  tramonto può trasformarsi in un’alba. Il prete che si avvia all’eternità  rappresenta ognuno di noi. Tutti, come lui, pellegrini che ci lasciamo alle spalle un mondo che deperisce.  Dove siamo diretti, su quali sentieri avviati per non smarrirci nel buio? E’ possibile trasformare le ombre in luci, la tomba in  culla? La risposta d che ci dà (il prete di) Radi ci fa amare la vita. E ci riconcilia con la morte, anche”

Se questa è il significato profondo del libro, che mons. Castelli da par suo pone  in evidenza, la forma narrativa da cui emerge è quanto mai semplice e accessibile, sono 70 brevi quadretti di vita filtrati dai ricordi del sacerdote, con tante descrizioni deliziose,  come quella degli uccellini; di quando in quando si inseriscono i temi più elevati di cui abbiamo parlato.  Allora il vecchio sacerdote si rivolge direttamente all’essere superiore in un dialogo intenso, ma nel momento conclusivo della vita le sue parole sono quelle di ogni essere umano: “Si può credere o non credere, ma ciò che non si può è sottrarsi a questo passaggio. Chi crede ha il dono di assaporare subito la letizia dell’Assoluto, chi è convinto di non credere, invece vedrà, quando avrà chiuso l’uscio alle sue spalle. Il figlio dell’Amore, credente o non credente, non muore, vive in eterno”.

La “trilogia dell’anima”

Pochi  anni dopo, nel 1990. il primo libro di quella che abbiamo definito “la trilogia dell’anima”,  ”Anime e voci”,  alla base di tutto i ricordi personali:come in “Nati due volte” e “Sotto la brace”, tante storie di  persone che ha incontrato sin dalla fanciullezza, l’ambiente è quello paesano in cui si è formato, decritto con la particolare maestria dell’autore che riesce a comporre bozzetti deliziosi.

Si affollano i ricordi,  il lavoro in uno zuccherificio che spandeva un odore dolciastro  nella vecchia Foligno e la solitudine del pensionato nella casa di riposo alleviata dalla presenza del cappellano, la corrispondenza tra due preti, il vecchio e il giovane, tra preoccupazioni e speranze, e la fede  intemerata di un vecchio contadino. Bozzetti di vita ai quali l’ambiente e la natura forniscono una cornice suggestiva, mentre le voci scuotono l’anima. Qualche scampolo: “Il latrato dei cani mi faceva vibrare l’anima come la voce di chi era rimasto al buio nei campi. Dentro sentivo turgida la vita. Ora sono sazio di anni, morso dalla nostalgia… Ho sempre fretta ma non so dove sto andando. La vita mi fugge tra le dita”. Una profonda umanità pervade gli incontri non solo con le persone, ma con quanto le circonda,  e  circonda l’autore, al quale la rievocazione del tempo che fu infonde malinconia, perché “non c’è il cielo, non ci sono i fiori, i sassi lisci e rotondi della mia strada”.

Non solo malinconia, ma spiritualità, senso religioso ma non confessionale, anche quando c’è l’incontro con dei sacerdoti, sullo sfondo c’è sempre l’amore che per Radi è il valore centrale della vita. Diventa chiesa ogni casa, diventa campanile ogni camino se vi arde l’amore.

Così lo ha giudicato un commentatore, Davide Piserà: “’Anime e voci’ è un libro che vi entrerà nel cuore; metterà in dubbio le vostre credenze e rispolvererà un po’ di umanità sopita nel vostro animo; quando avrete letto l’ultima pagina vi sentirete persi perché vi mancherà già parecchio”.

E’ mancato pure a Radi che non poteva fermarsi nella sua introspezione intima e accorata, tanto che cinque anni dopo ha colmato il vuoto con il secondo libro della “trilogia dell’anima”, il cui titolo è già un programma, “Luci del tramonto”, siamo giunti al 1995.

Anche qui i ricordi del passato sono l’alimento delle meditazioni sul presente con l’aggiunta del ripiegamento interiore che avviene nell’età avanzata allorché il presente ha più valore del futuro e si sente la presenza di Dio, mentre  il senso della morte è addolcito dalla fede in una nuova vita. La felicità non deriva dagli eventi esterni ma dalla spiritualità che si raggiunge all’interno dell’anima.

La memoria assume un ruolo importante nel dare testimonianza del passato, perché ci si aggrappa ai ricordi.  Invece lo scorrere agitato della vita tende a far concentrare sulle cose concrete piuttosto che sulle emozioni legate a ciò che è percepibile ma non afferrabile.  Il passato oggi sembra avere meno valore di ieri, mentre anche i singoli momenti tendono ad essere annullati nelle giornate convulse.

Il consumismo esasperato, al centro del libro di politica economica del 1969 “Potere democratico e forze economiche”,  torna anche in questa introspezione rivelandosi comunque incapace a dare una vera soddisfazione proprio allorché sembrerebbe soddisfare bisogni che sono solo fittizi perché indotti e non genuinamente sentiti dai consumatori, cui servirebbero di più i beni collettivi.

Stando così le cose,  Radi  si chiede: “Mi domando perché abbiamo dentro di noi tanta fame di infinito, perché non siamo soddisfatti e ci consideriamo prigionieri di una capsula lanciata nel tempo”. La risposta che si dà  riporta all’assunto iniziale, sulla felicità che non viene dall’esterno di noi anche se siamo capaci di far tesoro delle esperienze, cosa che  di solito non avviene. Quando siamo presi dall’insoddisfazione nell’incapacità di comprendere il senso della vita, “rivolgendo lo sguardo altrove, notiamo quasi con invidia che chi coltiva un barlume di fede, non difficilmente sa scorgere il bene anche negli anfratti del male, dove esso sa celarsi come un seme nella fessura della terra arida”.  Il richiamo alla natura non è episodico, Radi compie tanti accostamenti, come la capacità di adattamento dell’albero e l’amore che anima la fatica delle cicale, sempre nel misterioso itinerario nascita-vita-morte che hanno in comune con l’essere umano, in cui tutto ha un valore.

Ma risulta essenziale la consapevolezza di ciò che siamo nell’intimità dello spirito, la capacità di capire che  ci illudiamo se pensiamo di “avere il controllo della situazione, fissare i tempi e i modi del nostro futuro, presumere di poter dare una risposta ad ogni interrogativo”. D’altro canto, se avessimo queste capacità e non vi fossero misteri verrebbero meno tanti stimoli della vita, anzi “gli errori commessi aiutano a vivere” e “l’insoddisfazione genera le energie necessarie per risollevarsi”. Questo non vuol dire che la memoria è sempre salvifica, anzi spesso lascia delle ferite che non si rimarginano; soprattutto quando non riusciamo a resistere alle lusinghe del “male” ma anche in questo caso la memoria ci aiuta a restare “desti: “l’indifferenza porta alla perdizione, la sofferenza al pentimento e alla redenzione”..

Non si deve perdere la fiducia anche nei momenti più bui, “se imparassimo a distaccarci dalle cose che ci tengono prigionieri scopriremmo di essere capaci  di volare verso orizzonti  più vasti”;  per fare questo dobbiamo restare legati alle nostre radici, senza mai fuggire da noi stessi. Una intensa vita interiore ci preserva dalla noia, da cui tanti giovani sono oppressi vedendo intorno a loro “il nulla”;  gli amori, gli affetti, le emozioni rimaste nella memoria  salvano dalla disperazione. Finché il tempo li fa tacere, perché “’Altro’ deve parlare”. A quel punto “non rimane che spegnere la lampada  del leggio e chiudere la porta”. In questo saluto alla vita non c’è timore e  neppure rassegnazione,  tutt’altro. Maria  Giulia Giulino  conclude  il suo commento: con “un’esortazione, estrapolata dalle righe delle Luci, da rivolgere a chi legge e a chi ha posto nel proprio cuore un posto per scampare dalla propria prigione. ‘Sii come l’uccello che, pur sentendo tremare il ramo continua a cantare sapendo di avere le ali’”.  

Nel libro appena commentato c’è l’elogio del silenzio come presupposto necessario per quel raccoglimento e  ripiegamento interiore da cui nasce la meditazione che dà serenità e fiducia.

Quindici anni dopo, nel 2010, il silenzio non è più evocato ma vissuto, il raccoglimento non più auspicato ma voluto e raggiunto. Radi  scrive “I giorni del silenzio” come diario di un’esperienza vissuta nel ritiro in un convento per isolarsi dal mondo alla ricerca del raccoglimento dato dal silenzio in un ambiente molto particolare, dove soprattutto si vive il contatto con la vita semplice e la natura, oltre che con sé stessi.

E’ il convento di Rovo, dove si ritira per qualche giorno per fuggire dalla quotidianità convulsa spinto dal “desiderio di ascoltare la voce dello spirito, di ritrovare nell’interiorità il senso vero della vita”.  Il diario di quelle giornate si sviluppa nei tipici bozzetti dell’autore, brevi e densi di contenuto, nei quali l’immersione nella natura insieme alla vita semplice dei frati che si trova a condividere crea il terreno propizio per far rinascere la spiritualità e la fede che si erano assopite.   Su trenta bozzetti soltanto in cinque troviamo le esortazioni di Padre Jacopo, negli altri le sollecitazioni spirituali vengono dalle cose semplici che lo circondano, il bosco con i suoi piccoli abitanti, ritroviamo anche la lumaca e il cane, non quelli delle memorie e del diario – i due libri loro dedicati –  ma sempre ispiratori di pensieri distesi.

Delle suggestive descrizioni dell’ambiente eccone alcune che mostrano l’attenzione alle piccole cose. 

All’esterno: “In mezzo al vialetto vidi un grumo di formiche nere che trascinava la carcassa di un calabrone. La processione, dietro quei miseri resti,  aveva più che l’aria di un rito funebre  quella di un corteo festante e godereccio. Mentre  osservavo le formiche nella loro avida fatica, le api delle arnie del convento mi danzavano intorno  per poi volare sul ciuffo di margherite bianche  e gialle  poco distante da me. L’aria rarefatta e calda saliva  richiamando quella più pesante e il movimento faceva tremolare  le immagini, sollevava le foglie cadute, trascinandole in un vortice che  mulinava oltre il muro. Vidi il guscio di una lumaca, lo raccolsi e lo avvicinai all’orecchio credendo di udire le voci dell’orto come nelle conchiglie si odono quelle del  mare”. Nel quadro successivo: “Al di là delle querce e dei lecci splendevano i colori dell’arcobaleno. Qualche ora prima un temporale aveva colpito le colture, fatto strage dei frutti: l’uva martoriata, le mele ammaccate e le prugne cadute  sulla terra intrisa d’acqua. Solo le lumache [ancora loro! N.d.R.] erano contente, strisciavano sull’erba alzando le loro antenne”.

E all’interno: “Tutto era lindo e ordinato, gli ambienti, nella loro nudità, avevano un’anima, rivelavano uno stile di vita… lo spazio era freddo, esprimeva con forza una fede esigente”.  Vive questo stile anche lui, nella sua cella,  assistendo alla messa e visitando la biblioteca, nel giardino e “alla fonte dei frati”, incontrando gente semplice, come il vecchio il quale gli  dice che Dio non ha mai “avuto bisogno di cercarlo”  perché è “vissuto in un mondo che  vive  alla sua presenza, che non lo mette in dubbio . Il mio Dio ha il volto delle, stagioni, il volto dei chicchi  pregni di vita del mio grano”  Non così per l’autore,  “il mio è un Dio che non ha volto. E’ una Presenza misteriosa nell’anima”, perciò deve cercarlo, il vecchio lo esorta a dargli un volto, perché si trova dovunque: “dietro la maschera di ogni uomo si cela il Signore”.

Di questo gli parla anche Padre Jacopo in modo diverso: “E’ il Signore a cercarci”, e precisa: “Non siamo noi a stabilire quando e dove incontrarlo. Noi dobbiamo coltivare il desiderio. Nella vita spirituale l’attesa, spesso lunga e tormentata, è ineludibile. Un colpo di fulmine della Grazia è raro. Ma talvolta, quando ci sembra di essere nella solitudine più gelida, l’incontro con il Signore è dietro l’angolo”.

La solitudine ha due facce, può essere invidiata, come da lui e da Padre Jacopo, mentre per il pastore che incontrano “l’inferno è la solitudine infinita”, “il Dio che cerchiamo sono gli altri, perché sono gli altri a comunicarci l’amore”.  E questo fa dire al Padre:  “Credevi di essere solo, invece lo Spirito è sceso in te e si è manifestato nella tua anima. Chi ama non è solo: chi ama ha la pienezza che sazia”.

In chiesa lo ripeterà all’ospite in ritiro: “Le parole  e la cultura vengono dopo, prima c’è l’amore. Ogni espressione di amore rivela la presenza del Signore, la sua epifania”,  al di là delle  fedi religiose: “I simboli sono differenti, ma lo Spirito dell’amore  è sempre lo stesso, uno, infinito… io credo che le religioni siano un multiforme cammino dell’uomo verso Dio”. Ma non è facile amare: “Qualche volta riteniamo di amare e l’illusione è così forte da trasalire nella gioia di una falsa estasi… quando ci sembra di ghermire la felicità, improvvisamente  scopriamo di essere soli. E’ difficile imparare ad amare, ma non temere”. E spiega perché: “Va’ tranquillo, fratello mio, Il Signore è con te”.

Finisce così il singolare ritiro spirituale con pochi colloqui  e tanta immersione nella natura, ecco le parole conclusive, un “addio monti…”  che segna il ritorno alla vita di sempre: “Lasciavo alle mie spalle le belle colline: i grappoli pendevano turgidi dai tralci, gli ulivi facevano danzare le loro chiome d’argento, le messi esprimevano nella loro ricchezza la promessa di una nuova primavera. Il pensiero  volava ancora ai fugaci giorni del mio ritiro. Sia pur teso, avvertivo di aver ritrovato me stesso”.

E termina anche la nostra carrellata nei “libri dell’anima” con il pensiero rivolto all’autore, scomparso quattro anni dopo “I giorni del silenzio”. Ricorderemo sempre Luciano Radi, per la spiritualità che ha saputo far emergere dall’aridità della politica, praticata da protagonista  e testimone autorevole: è un  fiore che spunta dalla roccia, anzi una fioritura coprendo queste sue opere un ampio itinerario di vita. I suoi libri  trasmettono al cuore di tutti il messaggio prezioso di una “personalità limpida” – come lo ha definito Pierferdinando Casini alla notizia della sua scomparsa – che  lascia  insegnamenti preziosi e attuali in diversi campi, in una tensione morale continua alimentata da una profonda umanità.

Luciano Radi (secondo da sin.) alla presentazione di un suo libro a Foligno

Info

Luciano Radi:  “Nati due volte”, A.v.e., dicembre 1970. pp. 102;  “Sotto la brace”, Edizioni Ares, novembre 1999, pp. 136;  “Non sono solo”, Rusconi, dicembre 1983, pp. 122;  “Anime  e voci”, Rusconi, 1990,  pp. 110;  “Le luci del tramonto”, Rubbettino, gennaio 2005, pp. 69; “I giorni del silenzio”, Minerva Editrice Assisi, 2010,  pp. 87. Sono tratte da tali volumi le citazioni del testo, a parte quelle di alcuni commentatori prese da fonti diverse.  Sono di narrativa anche”Diario di un cane”, Bompiani, giugno 1993, pp, 121, e “Memorie di una lumaca”, Rubbettino, settembre 2002, pp. 194, in qualche modo avvicinabili a questo filone; mentre i libri sugli “onorevoli colleghi”, in quanto legati alla politica li abbiamo citati nel servizio precedente, insieme ai libri più propriamente in materia politica e politica-economica;  e quelli sulle vite dei santi nel primo servizio sulla manifestazione di Foligno per “San Francesco e il Sultano”.  I due precedenti articoli sono stati pubblicati in questo sito il  6 giugno 2019, “Luciano Radi ricordato con una sua opera, l’incontro tra Francesco e il Sultano 800 anni fa”, e l’8 giugno “Luciano Radi, potere democratico e forze economiche, ieri e oggi”; i tre ultimi articoli usciranno il 13 giugno, “Luciano Radi, protagonista e testimone del nostro tempo”. e il 15 giugno, “Luciano Radi, il mio ricordo”.

Foto

Le copertine dei libri commentati sono nell’ordine in cui vengono citati nel testo. In apertura, “Nati due volte”, 1970; seguono, “Sotto la brace”, 1999 e “Non sono solo”, 1983; poi la “trilogia dell’anima”, “Anime e voci”, 1990, “Luci del tramonto”, 2005, e “I giorni del silenzio””, 2010; infine, Luciano Radi ( secondo da sin.) alla presentazione di un suo libro a Foligno; in chiusura, un’immagine di Luciano Radi. Le ultime due immagini sono state tratte dai siti web di pubblico dominio, rispettivamente spoletoonline.com e perugiatoday.it, si ringraziano i titolari dei siti.

Luciano Radi

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10 commenti

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