L’Enigma del reale, ritratti e nature morte alla Galleria Corsini

di Romano Maria Levante

La mostra “L’Enigma del reale”, aperta dal 24 ottobre 2019 al 2 febbraio 2020 alla Galleria Corsini  presenta, a cura di Paolo Nicita,  una serie di “Ritratti e nature morte dalla Collezione Poletti e  dalle Gallerie Nazionali Barberini Corsini”, in un itinerario che  si snoda all’interno del  Palazzo. Una variante espositiva  rispetto alla precedente mostra di Mapplethorpe  nella quale le opere del celebre fotografo erano disperse nella sterminata “quadreria” delle  singole sale; qui  Ritratti e Nature Morte sono raggruppati  in 5  ambienti  dedicati a questi dipinti, ma se ne attraversano altri 4, che danno alla mostra l’impronta di percorso evocativo nella storica residenza.

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Jusepe De Ribera, “Il filosofo contadino”, 1915-18

Ritratti, Nature morte di fiori e frutta ma non solo  di autori in varia misura caravaggeschi, prevalentemente dalla Collezione Poletti  con significative aggiunte – rispetto alla precedente mostra della Collezione Poletti  al Palazzo Reale di Milano –  di opere dalle collezioni delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica: un’esposizione  nella linea della direttrice Flaminia Gennari Sartori di valorizzare le collezioni delle Gallerie Nazionali attivando raffronti con altre raccolte o con opere singole frutto di una ricerca accurata.

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“Maestro della  Maddalena Briganti,Maddalena penitente”, prima metà 17° sec.

Il collezionismo è nel DNA di Palazzo Corsini con la sua quadreria settecentesca ancora oggi com’era in origine, quindi è stato presentato Mapplethorpe, anche grande collezionista oltre che artista-fotografo. Ora viene presentato  Poletti, con la peculiarità  di essere nostro contemporaneo, e non un collezionista d’epoca del tipo di  quelli che  sostenevano con i loro acquisti i pittori allora sconosciuti destinati a diventare famosi, come gli artisti della mostra  contemporanea a Palazzo Bonaparte. che celebra con gli “Impressionisti segreti” i collezionisti che ne raccoglievano le opere consentendo loro di sbarcare il lunario.

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Bartolomeo Manfredi, “Bacco e fauno”, 1620

Il  collezionista e artista Poletti

Geo Poletti, storico dell’arte e pittore egli stesso, ha realizzato la sua raccolta iniziando dal 1950, quando era venticinquenne,  sull’onda del rinnovamento nei musei e della nuova tendenza della critica a considerare le opere   per quello che sono indipendentemente dal contesto e da elementi esterni; quindi nel loro valore artistico, nella qualità e nell’unicità dell’intrinseca forza creativa.

La spinta iniziale è stato l’interesse per l’arte verso cui si orientò sin dai primi studi a Milano, dove era nato nel 1926, dopo i primi anni ’30 vissuti con padre e fratello  a  San Paolo del Brasile,  nei quali ebbe anche la passione per la musica, e in particolare la lirica, trasmessagli dalla madre, amica dei maestri Arturo Toscanini e Carlo Maria Giulini.

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Dall’interesse passò all’impegno diretto in campo artistico come pittore anche su sollecitazione soprattutto di Mario Sironi – conosciuto durante il  soggiorno, negli anni della guerra, con la famiglia a Bellagio, sul lago di Como – insieme a Umberto Boccioni, il campione del  futurismo e a Giorgio de Chirico, il creatore della metafisica; ma più che questi grandi artisti italiani che lo spinsero sulla via dell’arte, la sua pittura fu influenzata dal tormentato  Francis Bacon.    

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Nel 1962 espone a Milano in una personale alla Galleria “Il Milione” curata da Giovanni Testori, seguita  cinque anni dopo da una nuova mostra nella stessa galleria per la quale lo storico dell’arte Francesco Arcangeli diede una definizione quanto mai centrata, vedendo in lui “un appassionato conoscitore di molta arte del passato”,  ma riscontrando al contempo le caratteristiche di “uomo moderno”, due poli della sua attività di collezionista, oltre che pittore. Modernità su una base tradizionale non è un ossimoro ma un equilibrio virtuoso raggiunto da Poletti non senza un travaglio interiore: appassionandosi alla pittura antica si sentiva  attratto dal collezionismo mentre la propria pittura la considerava  uno sfogo personale non destinato all’esposizione al pubblico.

A questa  sua evoluzione contribuì il rapporto con il critico Roberto Longhi – cui regalò un dipinto  presente nella quadreria della sua Fondazione – e con altri critici, storici dell’arte e studiosi frequentatori della sua casa milanese in via Cernaia – da Giovanni Testori a Federico Zeri, da Mina Gregori a Giuliano Briganti – che portò a un approfondimento  dell’arte di Caravaggio e dei caravaggeschi con la pittura italiana dl ‘600; le nature morte, anche del ‘700, furono al centro della sua attenzione, e lo vediamo nelle opere della sua collezione esposte in questa mostra.

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I Ritratti, o meglio, “la realtà del corpo” e il suo enigma

L’itinerario della mostra all’interno di Palazzo Corsini  inizia con l’Anticamera e la Prima Galleria, per poi percorrere la Galleria del Cardinale in fondo alla quale, in un’”enclave”, troviamo il primo ritratto, “Il filosofo contadino”, 1915-18, una figura dal volto sorridente, seduta con mantello dimesso, dei libri sul tavolino e un foglio scritto tra le mani, autore Jusepe  De Ribera, il celebre “Spagnoletto”  stabilitosi a Napoli dalla nativa Spagna. Il filosofo è stato identificato in “Democrito”  della metà del V sec. a. C., proprio per il suo sorriso ironico, mentre Eraclito veniva rappresentato con espressione malinconica: il pensiero filosofico deterministico di  Democrito, secondo cui tutto avviene secondo necessità, lo portava a non preoccuparsi di ciò che era inevitabile, a differenza di Eraclito.  

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Il filosofo  sorride per la fragilità umana ed è ritratto come un contadino per esprimere l’essenza dell’umanità, la vera filosofia risiede nella genuinità senza orpelli. C’è dell’arte fiamminga ma anche l’impronta caravaggesca nella peculiare derivazione di De Ribera con l’effetto realistico di luci ed ombre.

Dapo la Galleria del Cardinale si attraversano  la Camera del Camino, la Camera dell’Alcova e il Gabinetto verde per trovarsi nella Camera Verde, anche in origine rivestita di tessuti di quel colore,  nella quale la mostra presenta “La realtà del corpo” identificata in 3 opere, due della Collezione Poletti ed una della collezione Gallerie Nazionali d’Arte Antica.

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Entriamo così nel cuore dell’esposizione dopo il preludio del “Filosofo Contadino” di De Ribera. con  la sorpresa di vedere una “Maddalena penitente” , prima meà del 17° sec., della Collezione Poletti dall’aspetto sensuale del tutto insolito: un corpo procace coperto solo da un drappo banco nella nudità del seno florido e delle gambe scoperte, seduta al suolo con la testa appoggiata alla mano destra, il gomito su un rialzo del terreno scuro e roccioso, il piccolo crocifisso alle sue spalle su uno sfondo nero; dalle indagini diagnostiche è risultato che la Maddalena in origine guardasse il Crocifisso, poi il viso è stato rivolto erso l’osservatore, in  un’immagine molto terrena; in primo piano un teschio e il “libro dei santi” che lei regge aperto con la mano sinistra.

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L’autore anonimo viene indicato come “Maestro della  Maddalena Briganti”, nome che identifica il mercante storico dell’arte fiorentino Aldo Briganti, padre di Giuliano Briganti, che ne fu il primo proprietario; portato a Roma nel 1966 Testori citò l’attribuzione tradizionale  all’artista seicentesco romagnolo  Guido Cagnacci,  ma lo attribuì a un artista francese; Poletti la acquistò nel 1992 all’asta a New York dal Paul Getty Museum dove l’opera era entrata dal 1969 registrata al pittore spagnolo Puga, da una scritta sul retro del dipinto, ora ricoperta, attribuzione contestata perché non accostabile allo stile di tale pittore; l’ultima attribuzione è quella di Vittorio Sgarbi  al pittore caravaggesco del ‘600  Giovanni Serodine.

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La preferenza dei curatori della mostra è verso  un pittore spagnolo vicino a Velasquez, per le forti pennellate e  il tono naturalistico dell’insieme,  ma restano aperti a nuove interpretazioni favorite dall’esposizione che consente ulteriori riflessioni e confronti.

Son esposte vicine, quindi messe a confronto, le altre due opere di questa sezione, “Bacco e fauno” , 1620, della Collezione Poletti, e Fauno con uva e flauto”    delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica, entrambe riferibili al pittore mantovano Bartolomeo Manfredi, sempre del ‘600. Nel primo dipinto il fauno di cui non si vede la testa ma soltanto il braccio sinistro, tende la ciotola che ha in mano verso il volto di Bacco di cui spicca oltre al viso con le fronde nei capelli, il torace e il braccio destro, scolpito dalla luce che illumina il  braccio del fauno, in una composizione luci-ombre fortemente caravaggesca.

Analogo effetto nel secondo dipinto, pur nelle differenze compositive, la luce scolpisce l’anatomia di corpi muscolosi visti nella scompostezza che deriva dallo stato di ebbrezza e dal conseguente  abbandono, e li rende sgraziati ma con un forte realismo e un senso popolaresco.

Questo anche perché  il mito di Bacco  è collegato all’allegoria dell’Autunno con la vite  e il vino, e lo si vede nei due dipinti  dove non mancano tali elementi, in entrambi il flauto,  nel primo  anfora, grappolo d’uva e tralci di vite , nel secondo  fruttiera, uva e foglie verdi su fondo scuro. Sono “nature morte” inserite nella composizione  mitologica, e introducono alla sezione dedicata alle nature morte vere  e proprie.

Le Nature morte, la “Natura senza tempo”

Ci ricorda una mostra degli anni scorsi sulle “Nature morte”  della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, oltre ai dipinti floreali di Brueghel, a illustrazione di un genere molto praticato:  questa volta siamo concentrati nel ‘600-‘700   e gli artisti della Collezione Poletti sono caravaggeschi, un vero e proprio sigillo.

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La Collezione Poletti, oltre ai Ritratti, molto qualificati ma in numero ridotto, è dedicata prevalentemente alle “Nature morte” che sono esposte senza cornice come le aveva nella propria abitazione, una forma molto spartana scelta dal collezionista e qui rispettata;  mentre le “Nature morte”  delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica hanno le normali cornici lavorate ed ornamentali diverse l’una dall’altra. E’ significativa l’assenza di cornici, perché riflette il periodo in cui Poletti iniziò la sua collezione, gli anni ’50, nei quali si tendeva, come si è accennato, a dare risalto all’opera d’arte in sé e per sé, indipendentemente dal contesto.

Erano gli anni delle “Nature morte” di Giorgio Morandi, dove non c’erano fiori e frutti ma bottiglie e oggetti immersi nel mistero, delle grandi mostre sul tema a Parigi e a Napoli,  e delle ricerche di Roberto Longhi e Federico Zeri, ricordate dal curatore; nelle gallerie principesche  era uno dei generi prediletti.

Per questa mostra vi è stato un tale approfondimento  che si sono identificate le numerose varietà di fiori e frutti tanto che  vengono  fornite  le “Schede botaniche” di tali esemplari, a cura di Flavio Tarquini, dell’Orto botanico di Roma. Si va dalle varie specie di “Ibicus” e “Lilium” all’”Iris” e al “Narcisus”, dal “Fuxus” alla ”Tulipa”, dal “Sambucus” alla “Rosa”, dal “Nigella” alla “Covallaria”.

Entriamo nella “Sala blu” e sembra di immergersi in un orto botanico fresco, vivo e avvolgente. C’è una matrice comune nelle opere esposte, l’esplodere prima a Roma tra il 1590 e il 1630, poi in tutta l’Italia della pittura caravaggesca su fiori e frutta, gli autori di uguale  tendenza  spesso sono  ignoti.

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Citiamo soltanto alcune opere che colpiscono in modo particolare, il dipinto con due composizioni accostate, “Vasi di fiori”  a sinistra, con i fiori in  un vaso di vetro, frutti a destra su un piatto, compatti come bouquet, dal cromatismo soffusi e delicato; mentre in altro dipinto, fiori e frutti sono esposti in modo più arioso, invece della compattezza si cerca il respiro della natura, in un cromatismo più forte e  variegato. Le attribuzioni vanno da Orazio Gentileschi a Carlo Saraceni. Poi, a raffronto nel mare di “Nature morte” della Collezione Poletti,  l’inconsueta “Natura morta con tuberosa” delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica, con i fiori nella luce caravaggesca su un fondo nero. Attribuzioni incerte, da Luca Forte a Filippo Napoletano, lungo l’asse Roma-Napoli in cui si sviluppava la pittura di natura morta nel 1620-40.

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Di notevole interesse le tre “Nature morte” riferibili allo stesso artista, anche se ignoto: “Natura morta con alzata di agrumi, carciofi, uva, colomba e fagiano”,  “Cesta di frutta, piccione e melograno”,  e “Coniglio con uva, pesche, vaso di fiori e uccelli”. Le ragioni dell’interesse sono la compresenza di animali, frutta e in uno dei tre anche fiori nella stessa composizione, con la mobilitazione della natura nelle sue espressioni vitali, l’effetto altrettanto vitale delle luci ed ombre che creano “il senso dell’attesa”, la perfezione naturalistica della raffigurazione.  Poletti le attribuiva a Simone del Tintore da Lucca,  Giuliano Briganti  nel 1960 esaltandone la bellezza le attribuì a Paolo Porpora, attivo a Roma sempre nel ‘600.

Non vi sono dubbi sull’attribuzione al genovese Bernardo Strozzi, di una serie di “nature morte” esposte, per lo più del 1630-35, le incertezze sono piuttosto  tra il caposcuola e la sua bottega, alcune concepite a Roma nella prima parte del ‘600.  Del caposcuola la “Cesta con zucchine , uva e prezzemolo, cavolo e vaso di fiori”,  dove è  “l’atmosfera di indefinita astrattezza , derivante dalla ‘Canestra’ caravaggesca, a dominare la composizione”, nota il curatore. Forse  con gli allievi “La brocca e alzata di peltro con mele, fichi e altra frutta”,  quando operava a Venezia dove l’intensità del lavoro richiedeva il lavoro della bottega  guidata dal capo scuola titolare. Ugualmente ispirata alla “Canestra” di Caravaggio il “Catino con fiori” con Ibis raffigurati all’insegna della leggerezza, aperti in modo arioso in una varietà cromatica con altri fiori.

Si dissente dall’attribuzione fatta da Poletti ad Annibale Carracci di altre “nature morte”, intime e raccolte, che non hanno la “monumentalità” del grande artista bolognese, pur se si condivide il riferimento all’ambiente emiliano nella seconda metà del ‘600, che prepara già la pittura settecentesca: si tratta di “Cucina con carne e pollame”  e di “Cucina con verdure, frutti, pesci e un vaso di garofani”, composizione quest’ultima di notevole leggerezza, quasi in dissolvenza.

Altre opere di forte impatto  sono la piccola “Natura morta con noci, nocciole, mandorle, fichi secchi e frutti” e  Piatto di pesche”, “Natura morta con uva, noci, castagne, patate e pettirossi”, quest’ultimo dello spagnolo Luis Meléndez, e “Natura morta con anatra, volatili, frattaglie, cavolo e testa di maiale”  del milanese Giacomo Cerutti,   quest’ultima in pieno ‘700, dopo le prime ora citate della seconda parte del ‘600  che seguono le precedenti citazioni relative alla prima parte del ‘600. Un percorso completo,  dunque, nel quale oltre a fiori e frutti irrompono altri elementi, come gli animali, sempre più vistosi.

La conclusione della sezione “Nature morte” è spettacolare, si tratta  di Evaristo Baschenis, artista definito da Roberto Longhi “un nostrano Vermeer sacrificatosi in provincia”, come ricorda il curatore,  che definisce così il suo capolavoro esposto, espressivo della “pittura di  realtà” che inizia in Lombardia: “La sua giovanile ‘Natura morta con cesta di mele e piatto di prugne, meloni  e pere’ del 1645-50, con la cesta carica di frutta che sporge dal bordo del tavolo, ancora in omaggio a Caravaggio, su di uno sfondo astratto e senza tempo, ha la potenza di una visione lucidissima  della realtà. Un pittore minore che racchiude il misterioso principio di ogni cosa”.  

La chiusura con il mistero del pescivendolo

Se con questo implicito “mistero” termina la sezione sulle “Nature morte”,  la mostra si chiude con quello esplicito che ruota intorno all’ultima opera, all’insegna appunto del Mistero del pescivendolo”,  esposta nella “Saletta blu” immediatamente dopo  la “Sala blu” della “Natura senza tempo” con le “nature morte”.

E’  una piccola “enclave” con tre opere apparentemente simili, una di fronte e due sulle pareti destra e sinistra. Sono tutte e tre di pittore napoletano non identificato, della metà del ‘600, provenienti rispettivamente dalla Collezione Poletti,  dalla raccolta delle  Gallerie Nazionali d’Arte Antica e dal Museo Nazionale di Varsavia, per la prima volta esposte insieme per un confronto stimolante.

Rappresentano un pescivendolo dall’espressione molto intensa mentre con un coltello sventra un pesce,  intorno una cesta, una bilancia. La nobiltà del suo volto lo ha fatto riferire a Masaniello, l’eroe della rivoluzione di Napoli i cui numerosi ritratti – di cui parla Bernardo de Dominici nelle sue “Vite” –  furono distrutti nella restaurazione, per cui si sarebbero salvati questi, divenuti simbolo, nei quali veniva raffigurato nelle spoglie del pescivendolo per non farlo identificare e quindi distruggere: ricostruzione ritenuta fantasiosa, ma affascinante che dà un valore storico e leggendario, oltre che artistico, ai tre dipinti gemelli.

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Non per spirito casalingo, ma per accertamento oggettivo, il curatore afferma che “il prototipo è certamente il dipinto delle Gallerie Nazionali, come emerge anche dalle indagini diagnostiche (Riflettografia IR, analisi della fluorescenza dei raggi X ed esame radiografico) che  hanno evidenziato la presenza di numerosi pentimenti”: non ci sarebbero stati in una copia. Inizialmente fu attribuito a Caravaggio, ma all’acquisto nel 1914 fu mutata l’attribuzione  al romagnolo Cagnacci della prima metà del ‘600, nel 1961 Roberto Longhi lo attribuì al pittore fiorentino Orazio Fidani,  stesso periodo, e così fu presentato alla mostra del 1964, poi negli anni ’80 fu riferito alla pittura napoletana, dal giovane Luca Giordano a Fracanzano

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E gli altri due dipinti “gemelli”?  Il “Pescivendolo” della Collezione Poletti proviene da Venezia e le indagini hanno mostrato  la sua derivazione da quello ora illustrato con le varianti dei  rossi e verdi più intensi e il disegno più netto, mentre i rosa della carne sono più chiari. Il terzo, prestato dal Museo Nazionale di Varsavia, cui pervenne nel 1969 da un’asta all’estero,  mostra differenze anche negli elementi della composizione, in particolare le monete in primo piano che non figurano negli altri due. Anche per questo ci fu l’attribuzione a Fidani, poi si è passati all’autore napoletano.

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Così  si conclude il “mistero del pescivendolo” e l’interessante mostra della Collezione Poletti: ”Ad infittire la questione delle tre versioni è la presenza in diverse collezioni private anche di alcuni pendant dei nostri dipinti raffiguranti una composizione con un Pescivendolo dal berretto roso che vende un pesce a una suora” . In quest’ultimo, l’atteggiamento è meno truculento che quando sventra il pesce, ma risulta ancora più misterioso l’accostamento alla suora, un’acquirente insolita nel mercato ittico forse scelta per l’estrema dissimulazione di Masaniello, che nessuno avrebbe accostato a una religiosa.

Con questo mistero nel mistero  si chiude una mostra stimolante pur se le “Nature morte” possono ritenersi un genere per certi versi scontato. Invece così non è stato e ci sembra di aver reso i tanti motivi di interesse uniti ad autentiche suggestioni fino agli intriganti enigmi finali che restano impressi nel visitatore.  

Due versioni del “Pescivendolo”, autore incerto

Info

Palazzo Corsini, Gallerie Nazionali d’Arte Antica, Via della Lungara, 10. Dal mercoledì al lunedì (martedì chiuso), ore 8,30-19, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 12, ridotto euro 2 (giovani 18-26 anni), gratuito per scuole e insegnanti, studenti e docenti di architettura e lettere orientamento storico e artistico, Beni culturali, Accademie Belle Arti, Icom, con handicap accompagnati, guide e giornalisti. Biglietto valido 10 giorni per le due sedi Barberini e Corsini. www.barberinicorsini.org. Per gli artisti citati cfr. i nostri articoli: in questo sito, nel 2019, su Mapplethorpe 3 giugno, de Chirico 22, 24, 26 novembre, 3, 5, 7, 9, 11, 13, 15, 18, 20, 22, 25, 27, 29 settembre; in www.arteculturaoggi.com, su Futuristi 7 marzo 2018, de Chirico, 17, 21 dicembre 2016, 1° marzo 2015, 20 giugno, 1° luglio 2013, Sironi 2 novembre 2015, 1,14, 29 dicembre 2014, Morandi 17, 25 maggio 2015, Brueghel 5 marzo 2013, Caravaggio e Carracci 5, 7, 9 febbraio 2013′, Vermeer 14, 20, 27 novembre 2012; in www.cultura.inabruzzo.it, de Chirico 8, 10, 11 luglio 2010, 27 agosto, 23 settembre, 22 dicembre 2009, Caravaggio, 8, 11 giugno, 23 febbraio 2010, Caravaggio e Bacon 21, 22, 23 gennaio 2010, Futuristi 30 aprile, 1° settembre, 2 dicembre 2009 (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella Galleria Corsini alla presentazione della mostra, si ringrazia la Direzione, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, Jusepe  De Ribera,“Il filosofo contadino”, 1915-18 ; seguono, Maestro della  Maddalena Briganti, “Maddalena penitente” prima metà 17° sec., e Bartolomeo Manfredi, “Bacco e Fauno”, ‘1620; poi 6 immagini con altri Ritratti dello stesso periodo; quindi, una serie di immagini di Nature morte, le prime 8 della Collezioni Poletti nell’assetto caratteristico senza cornici, le successive 11, di Poletti e Gallerie Nazionali, con le cornici; infine due versioni del “Pescivendolo” , di autore incerto e, in chiusra, l'”enclave” con le tre versioni del “Pescivendolo”.

L'”enclave” con le 3 versioni del “Pescivendolo”

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1 commento

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