Franco Bernabè, 5. Le riflessioni del top manager e imprenditore

di  Romano Maria Levante

Si conclude la nostra rievocazione dei momenti culminanti delle tante vicende ricostruite con molta cura e dovizia di particolari nel libro di Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, con le riflessioni che l’autore e protagonista ha tratto da una esperienza che lo ha visto al vertice di grandi imprese nel settore pubblico e privato, in settori strategici per il Paese, alle prese con difficoltà di ogni tipo. Abbiamo ripercorso gli anni nell’Eni, le battaglie per la concentrazione nel “core business” e la privatizzazione, la quotazione in Borsa e la divisionalizzazione, fino alla tempesta di Enimont con l’iceberg corruttivo; e i due passaggi in Telecom, il primo durato poco più di 6 mesi con la sfortunata resistenza all’Opa dei sedicenti “capitani coraggiosi”, il secondo sette anni dopo durato 6 anni alle prese con l’indebitamento cronico e le problematiche della rete complicate dalle autorità regolatorie, fino alle turbolenze della compagine azionaria. L’esperienza nel capitalismo cinese, nel C.d.A. di PetroChina e il “salto di specie” da top manager a imprenditore con iniziative personali di successo in campi innovativi ha concluso la nostra rievocazione. Ora tiriamo le fila cogliendo gli insegnamenti che si possono trarre da questo lungo viaggio attraverso il capitalismo non solo italiano. Sono  le sue riflessioni, non le chiamiamo conclusioni dato che la vicenda professionale di Bernabè continua felicemente, sempre da protagonista.

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Franco Bernabè

La trasformazione del capitalismo

Le sue riflessioni prendono l’avvio dall’annuale “Bilderberg Meeting” svoltosi nel  giugno 2015  nella sede austriaca di  Telfs Buchen, dalla quale ha fatto una deviazione per passare a Innsbruck, dove ha trascorso  l’infanzia; è una delle puntuali partecipazioni ai meeting dopo la prima con Gianni Agnelli, nello “Steering Committee” di cui fa parte dal 1994, è stato assente solo nel 1995, 1997 e 2002.  La ragione che nel 1954 fece nascere i Meeting del “Bilderberg Group” – il dialogo tra America ed Europa sulla sicurezza – è  venuta meno da tempo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica che rappresentava il pericolo da fronteggiare; e sebbene una minaccia sul piano economico venga ora dalla Cina, all’America non interessa più come prima questo dialogo con l’Europa che potrebbe avere interessi opposti ai suoi, basti pensare all’adesione dell’Italia alla “nuova Via della Seta” che ha proiettato delle ombre nei rapporti con gli Stati Uniti.

“Il capitalismo è notevolmente cambiato  nel corso degli ultimi decenni, e non certo per la cospirazione dei Bilderberg”,  osserva alludendo alle farneticanti teorie complottistiche sulle “macchinazioni del capitalismo mondiale” che si consumerebbero nei  meeting annuali. “Contrariamente all’opinione che oggi sembra molto diffusa nelle società occidentali, il capitalismo è cambiato in meglio”.  E cita la crescita economica  e il maggiore benessere a livello globale non solo per  l’aumento  dei redditi che ha riscattato miliardi di persone dalla  miseria più estrema, ma anche  per l’aumento della produttività  che ha equilibrato il tempo del lavoro e quello del resto della vita, mentre il progresso tecnologico ha aperto ai servizi sofisticati e alla  conoscenza. Nello stesso tempo “anche i processi democratici sono stati rafforzati. Oggi esistono nei paesi occidentali strumenti di bilanciamento che impediscono a chi detiene il potere economico di abusarne”.

Nel temporaneo ritorno nella sua Itaca, Bernabé tira le fila, per così dire, di quanto la sua  intensa esperienza manageriale e imprenditoriale gli ha fatto toccare con mano in un periodo in cui la crescita molto accelerata dell’economia mondiale è stata accompagnata da distorsioni e ineguaglianze, da problematicità e limiti, pur con gli evidenti benefici anche a livello sociale su scala globale.

Tra i fattori trainanti cita l’apertura dei mercati e soprattutto la crescita esponenziale degli investimenti esteri generata dalla nuova divisione internazionale del  lavoro verso paesi a basso costo di manodopera  e in grado di adottare prontamente le innovazioni del progresso tecnologico, con i relativi vantaggi sul piano competitivo maggiori del passato. La vastità e rapidità del cambiamento in tutti i campi ha moltiplicato le opportunità ma anche i problemi, la società è stata colta impreparata, la politica inadeguata al suo compito, il disagio è sempre più diffuso.  Nelle imprese, a  differenza delle fasi precedenti, la trasformazione non ha riguardato solo i processi produttivi ma l’intera organizzazione, così l’automazione  ha investito l’apparato impiegatizio, grava sulla fascia intermedia e a bassa qualificazione con effetti deprimenti sulla classe media.

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I maestri: Claudio Napoleoni

A prima vista sembrano problemi limitati, invece non è così perché si è interrotto il meccanismo per cui l’aumento di produttività genera crescita dell’occupazione e del reddito delle famiglie, che spinge in alto i consumi e la domanda aggregata stimolando un nuovo aumento di produttività. Era il  circolo virtuoso indotto dalla produttività rispetto a quello keynesiano del moltiplicatore dei consumi e dell’acceleratore degli investimenti indotto dalla spesa pubblica che è stato abbandonato, salvo ora per l’emergenza Covid.

Come mai è avvenuto questo? La risposta non si fa attendere. Il progresso tecnologico incide per lo più sull’efficienza dei processi e quindi non genera la creazione di nuovi prodotti tali da avere il peso e la diffusione dei beni di massa come sono stati l’automobile e gli elettrodomestici che hanno rivoluzionato e spinto notevolmente i consumi nella prima parte del ‘900. I prodotti innovativi come lo smartphone hanno ridotto i consumi materiali per quelli immateriali, mentre il modo diverso di soddisfare i bisogni, con la forte spinta dell’innovazione tecnologica sulla produttività, ha effetti dirompenti sull’occupazione e sulla domanda di lavoro: così spariranno interi settori e si potrà sentire l’esigenza di forme di reddito universale.

L’esaurimento della forza propulsiva del capitalismo

Questo non vuol dire che il capitalismo è in crisi, anzi lo adottano anche paesi che prima tentavano altre strade. Ma non mostra più la dinamica di epoche passate e la vitalità degli “spiriti animali” che ne sono i protagonisti, non si avverte più la “distruzione creatrice “shumpeteriana. Ne vengono individuati i motivi.

Il primo è il peso delle regole introdotte per correggerne gli eccessi, che possono far esaurire la sua forza propulsiva: sono regole diverse nei vari contesti e particolarmente severe in campo europeo, dove si è creata una complessità tale da richiedere grandi dimensioni aziendali per assorbirne gli oneri eccessivi, e questo ha compromesso anche la competitività di molte imprese europee sul mercato globale.

Ma c’è un secondo importante motivo, “il ruolo pervasivo della finanza”  rispetto al resto, assetto produttivo in testa, e questo lo si è visto in modo plateale nella vicenda Telecom, tutta finanziaria nelle rapaci scorrerie borsistiche.  La spersonalizzazione, il venir meno dell’importanza del fattore umano ha spento la creatività, e non sappiamo se il capitalismo riuscirà a trovare “un giusto bilanciamento tra libertà e regole”; anche per i mercati  finanziari dove, al contrario – aggiungiamo noi – la “deregulation” ha portato a una situazione ingestibile, un “Far west”  che minaccia la vita economica e lo sviluppo dei settori produttivi. Si è formata una “nuova classe” –  ovviamente non quella che Milovan Gilas vide nel mondo comunista coniando il termine  – alla quale appartengono i finanzieri, super ricchi ma non veri imprenditori, classe divenuta dominate nei fatti, mentre la classe operaia ha perduto drasticamente la sua forza e il suo peso.

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I maestri: Bruno de Finetti

I fattori trainanti del capitalismo, “la creazione di valore, la libera circolazione dei capitali e lo Stato minimo” mostrano sempre più i loro limiti nelle mutate condizioni odierne. Vi sono  modi diversi da quello tradizionale di creare valore – l’obiettivo dell’impresa – con il capitale umano, tali da generare reddito al lavoratore. “Forse  i problemi di cui soffriamo oggi sono in parte riconducibili all’aver preteso troppo dai meccanismi di mercato e dai meccanismi di crescita che hanno utilizzato in modo indiscriminato risorse future (da quelle naturali a quelle finanziarie) attraverso l’accumulazione di un eccessivo livello di debito sia nel settore pubblico che in quello privato. Forse paghiamo lo scotto di esserci spinti oltre i limiti consentiti dal sistema capitalistico”. E lo dice chi ha esplorato e sfiorato da vicino tali limiti, con questa conclusione: “Il fatto che alcune delle misure adottate in passato si rivelino oggi parzialmente inefficaci  è un bene se ci indurrà a riflettere per non ripetere gli stessi errori”.

Tra questi errori, i ritardi nelle privatizzazioni, processo che l’Italia  ha avviato tardivamente – e con le  esitazioni interessate di cui abbiamo parlato nell’esperienza Eni, per non ricordare il “nocciolo duro” di Telecom – come in tutta l’Europa continentale  praticandola solo dagli anni ’90, dopo aver constatato i risultati conseguiti dalla svolta privatistica di Reagan negli Usa e della Thatcher in Gran Bretagna.

Ma le privatizzazioni europee non sono state accompagnate dagli altri strumenti della “cassetta degli attrezzi” americana e britannica: l’eliminazione dei “lacci e lacciuoli” – come li chiamavano nel nostro Paese – che vincolano l’iniziativa privata, la riduzione delle imposte finanziata dal contenimento della spesa pubblica assistenziale, con minori tutele pubbliche e maggiori incentivi ai privati per mobilitarne le energie. Si è ridotta la presenza dello Stato nell’economia senza però definire un suo rapporto meno invasivo con l’individuo, a differenza di come si è fatto nel mondo anglosassone dove si è assecondato il recupero dei valori politico-culturali da cui ci si era allontanati con il forte interventismo keynesiano necessario per fronteggiare la dirompente crisi economica che segnò profondamente l’intera società negli anni ’30.

Con questo non nega l’importanza dell’azione pubblica nell’economia, ma deve manifestarsi con strumenti in grado di promuovere progetti che abbiano ricadute sul sistema economico: con il dovuto finanziamento della ricerca e forniture pubbliche mirate, la promozione di tecnologie innovative e l’introduzione di incentivi finanziari e fiscali, in modo da orientare le scelte degli imprenditori. Scelte che non possono essere pubbliche per non perdere il fattore chiave dell’imprenditoria, l’assunzione del rischio che per i privati avviene con un sistema di premi e sanzioni e con processi trasparenti nei riguardi degli investitori; nell’imprenditoria pubblica tali processi sono troppo vincolati dai limiti alla discrezionalità delle scelte, e quando vengono superati si può passare dalla discrezionalità all’arbitrio, come insegna la vicenda Eni.

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L’inizio: la sede dell’Ocse a Parigi

Il capitalismo italiano, “nave senza nocchiero in gran tempesta”

In  Italia tutto ciò si è manifestato con particolare evidenza, il nostro paese “ha subito le trasformazioni che stavano avvenendo nel resto del mondo senza governarle”,  come la finanziarizzazione dell’economia mondiale senza beneficiarne in quanto il risparmio delle famiglie non va nel sistema produttivo nazionale ma soprattutto verso gli impieghi più remunerativi offerti all’estero.

Si può far fronte a tali problemi “con istituzioni radicate in Italia, che conoscano il nostro paese e le sue specificità, e abbiano strategie compatibili con il particolare tessuto produttivo italiano fatto di piccole e medie imprese”, da incentivare “attraverso adeguati strumenti fiscali ad assumersi il rischio di investire in imprese nascenti”. Lo dice Bernabè da imprenditore che ha attivato “start up” di successo.

Inoltre “occorre semplificare la vita delle imprese e degli imprenditori, riportando l’attività normativa ai principi essenziali”, e non è un’ovvietà, nonostante i proclami non avviene. La lezione a livello globale sul ruolo dello Stato vale soprattutto per l’Italia, dove è stato tanto invasivo da far divenire permanenti strutture come l’Iri create per contenere gli effetti della grande depressione degli anni ‘30. Mentre  in un sistema in cui l’innovazione viene stimolata con regole e infrastrutture pubbliche adeguate, “lo Stato svolge una funzione essenziale nel promuovere gli investimenti, non solo nelle infrastrutture e nei servizi, ma anche nella ricerca, nella scuola, nell’Università”. “In questo l’Italia è carente”, è la constatazione che segue, ”occorre un programma di snellimento dell’amministrazione centrale e locale e di semplificazione delle procedure”.   La rivoluzione di Internet e del web mostra come processi e sistemi messi a disposizione da enti pubblici, promossi e sviluppati dai privati, “hanno prodotto le condizioni per una trasformazione radicale dell’economia e del nostro stesso modo di vivere su scala mondiale”. 

Lo  Stato con regole appropriate può “creare incentivi e disincentivi allo sviluppo, favorendo l’innovazione e l’imprenditorialità”,  e può “abbattere i limiti alla libertà d’iniziativa privata in un campo inesplorato” e innovativo, nel quale è in gioco il futuro. Ma non basta: “Uno Stato che voglia favorire l’innovazione dovrà procedere a selezionate operazioni di potatura. Solo incamminandosi su questa strada potrà assicurare alle giovani imprese di crescere e di dare frutti”.  Il termine “potatura”, che richiama  gli insegnamenti della civiltà contadina validi anche nel presente e nel futuro, ci riporta alla sua origine, una famiglia relativamente modesta ma dalle solide radici nella sua terra.    

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La prima grande azienda: la sede della Fiat in Corso Marconi a Torino

Le lezione del capitalismo cinese

Sul  ruolo dello Stato c’è anche “la lezione cinese sul capitalismo”.  In Cina lo Stato è quanto mai invasivo, ma l’industria viene riorganizzata sul modello occidentale separando con la privatizzazione le funzioni pubblicistiche, che restano alle strutture statali, da quelle industriali e commerciali affidate a iimprese in competizione sul mercato. Tra queste PetroChina, per la quale Bernabè ommenta, dopo un numero di mandati da amministratore superiore a quello consentito che peraltro i cinesi volevano prolungare: “La governance di tipo occidentale era entrata a far parte della cultura aziendale e la discussione in consiglio non era più rituale ma entrava nel merito delle singole proposte iscritte all’ordine del giorno”; e non erano temi di poco conto, la discussione sul grande gasdotto d’importazione fu serrata e Bernabè forte dell’esperienza italiana ebbe un ruolo determinante.  Nota però che nella “cultura aziendale” cinese ritrova aspetti non commendevoli: “Le lotte di potere non erano molto diverse da quelle che avevo già vissuto in Eni e sfortunatamente anche gli scandali avevano vari punti in comune”: abbiamo già ricordato la “Tangentopoli cinese”. 

Sul piano generale sottolinea un aspetto senza dubbio positivo: “Nelle economie e nelle società occidentali i cambiamenti sono spesso radicali e si rivelano potenzialmente destabilizzanti, in Cina rispondono  a criteri di prudenza e progressività secondo l’aforisma di Deng Xiaoping: ‘Attraversare il fiume tastando le pietre’”. E lo analizza sulla base dell’esperienza personale: “La Cina ha radici culturali molto antiche che decenni di comunismo non sono riuscite ad espiantare”, per cui le loro dinamiche sociali “risentono dei valori millenari dell’armonia, del rispetto  e del merito di cui è impregnata la cultura cinese, che aborrisce l’instabilità e il disordine nei rapporti sociali”. E’ confortante con un miliardo e mezzo  di abitanti!

Quelle che ci interessano in modo particolare, però, sono le considerazioni che Bernabè ricava sul piano economico: “La Cina è l’esempio di come il capitalismo sia un fenomeno multiforme, straordinariamente capace di adattarsi alle peculiarità dei diversi sistemi economico-sociali da cui è adottato”. Per questo motivo: “Nel plasmarne le caratteristiche intervengono le dinamiche politiche, i rapporti di forza tra le classi sociali, l’articolazione del quadro istituzionale, i meccanismi di regolazione dei mercati”, per cui “non esiste una definizione accettata di capitalismo”. Ma le conclusioni di  Bernabè ne presentano una, come risultato di un’esperienza multiforme nel cuore del capitalismo occidentale e cinese:  “Per qualificarlo è sufficiente  che la proprietà dei mezzi di produzione e del capitale sia distinta dal lavoro salariato”. Con questa precisazione: “Che poi la proprietà appartenga allo Stato, a istituzioni finanziarie o a privati cittadini è del tutto indifferente e l’economia cinese ne è un esempio formidabile”.

La nostra rievocazione dell’odissea di Bernabè nelle acque agitate di “quarant’anni di capitalismo italiano” e non solo,  si chiude qui,  ma non possiamo esimerci da un “flash back” sul personaggio, anzi sulla persona, sempre presente nella storia narrata al di là dell’apparente neutralità di un saggio non asettico. 

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Bernabè con Gianni Agnelli

Dalla  formazione, lo spessore personale del protagonista

Per questo non vorremmo che il nostro  sommario resoconto dei contenuti di un libro che ne ripercorre le vicende in modo quanto mai denso e dettagliato desse l’impressione di una successione di fatti rievocati con la freddezza di una relazione tecnica  in campo economico, industriale e finanziario. Tutt’altro, è una sorta di diario personale che registra fedelmente le iniziative e le azioni del protagonista lasciando spesso percepire – anzi rivivendole a volte esplicitamente – le sue emozioni insieme alle motivazioni recondite. Che riportano alla sua scala di valori con riferimenti alla propria formazione alla quale è dedicata una trentina di pagine, nella prima parte del libro, marcando così l’inizio della sua storia umana e non solo professionale.

Tutto ciò con notazioni quanto mai espressive di un carattere determinato con la consapevolezza della propria visione ideale e la ferma volontà di perseguirla senza esitare dinanzi a scelte anche difficili;  questo atteggiamento, al vertice delle grandi imprese di cui abbiamo parlato,  si tradurrà nella determinazione a far valere i loro interessi non pensando ai propri anche quando questo gli  comportava pesanti rinunce. Del resto, in una delle sue riflessioni finali troviamo che il conflitto di interessi tra le ambizioni del manager e gli interessi dell’impresa è ancora più dannoso di quello per motivi economici perché sfugge ad ogni meccanismo di controllo, per quanto sofisticato possa essere. Questo conflitto non lo troviamo nel suo caso, perché non si ha nel passaggio  dal vertice dell’Eni a quello di Telecom, e nel successivo ritorno al vertice di Telecom, motivati entrambi da una sfida da vincere per l’azienda prima che per se stesso.

Una formazione cosmopolita, dopo l’infanzia a Innsbruck dove frequenta l’asilo e le scuole elementari in una scuola tedesca, la famiglia vi si era trasferita dalla natia Vipiteno per il lavoro del padre mandato alla sottostazione delle Ferrovie italiane nella città austriaca. Nel 1959, a 11 anni, a Torino, dove il padre era voluto rientrare appena liberatosi un posto alle Ferrovie per non far perdere ai due figli le radici italiane; poi al liceo classico con una borsa di studio in America, non se la fa scappare contro il volere dei professori perché il corso non era riconosciuto. Ma fu altamente formativo per i valori di una democrazia basata sul bilanciamento e non solo sulla divisione dei poteri e per la  fede negli ideali, il ruolo delle organizzazioni intermedie e la diversa concezione dei rapporti tra lo Stato e la società civile, l’importanza della solidarietà.

Per le sue voraci letture quattro lingue oltre l’italiano,  il tedesco seconda lingua madre, l’inglese- americano imparato dal vivo,  studiati a scuola il  russo e il francese  che perfezionerà a Parigi quando andrà all’Ocse. Frequenta l’Università nel Laboratorio di economia politica “Cognetti de Martiis”, organizzato sull’esempio dei più prestigiosi istituti – la London School of Economic and Political Science, il Museo sociale di Parigi e i college economici americani – vi si erano formati allievi come Luigi Albertini e Piero Sraffa fino a Luigi Einaudi. Veniva applicato, nella parole di Cognetti, “il rigore teorico, il metodo empirico e gli strumenti analitici delle scienze fisiche anche  a quelle sociali e in particolare all’economia”.

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Bernabè nello “sbarco” nell’Eni

Ebbe come docenti maestri “che avevano un’aura di sacralità” come Firpo e Passerin d’Entreves, Bobbio e Claudio Napoleoni, le cui lezioni “erano ispirate”: dieci anni prima alla Svimez appassionava gli allievi del “Corso di formazione sullo sviluppo economico” con il suo carisma e la sua scienza economica, erano memorabili le sue lezioni sulla “produzione di merci a mezzo di merci” di Piero Sraffa, c’era anche Bruno de Finetti, ma questo è un nostro ricordo personale… Tornando alla rievocazione del libro, “nel ribollire di quegli anni, con la rivolta del Sessantotto che aveva avuto come epicentro le facoltà umanistiche, il Laboratorio era rimasto un’oasi di tranquillità. Eravamo all’incirca trenta frequentanti. C’era un professore per ogni studente. Si collaborava in un clima straordinario”. Tra i compagni di corso giovani promesse la cui carriera sarà prestigiosa, da Gomel futuro direttore in Banca d’Italia a Santagata grande economista, da Siniscalco ministro dopo un passaggio all’Eni a Marsaglia che diverrà un grande banchiere internazionale.   

In quel periodo, tra il 1968  e il 1970, Bernabè collabora con giornali e periodici scrivendo soprattutto sui paesi dell’Est, accedendo direttamente alle fonti per la conoscenza delle lingue, quindi fornendo notizie inedite. Di lì la frequenza dei seminari a Venezia del Ceses, il Centro studi e ricerche sui problemi economici e sociali fondato da Renato Mieli, rientrato in Italia con gli angloamericani, era il “Capitano Merrill” della loro “intelligence” nei paesi occupati. Togliatti gli offrì incarichi importanti nella stampa comunista per le sue capacità, oltre all’ideologia, fondò l’Ansa come cooperativa giornalistica; lo preoccupava il futuro del figlio Paolo, e sappiamo poi qual è stato… Ciononostante il Ceses nacque da un finanziamento della parte avversa, la Confindustria, ma con partecipanti e relatori di ogni orientamento: Franco Mattei direttore generale della Confindustria e  Ferdinando Di Fenizio, Giovanni Sartori e Giuliano  Urbani, Gianfranco Pasquino e Lucio Colletti, Renzo De Felice e Luciano Cafagna, Paolo Spriano e Rosario Romeo, Leo Valiani e Paolo Ungari. Figure che qualificano il suo percorso formativo.

Seguiva anche i corsi del Centro internazionale di matematica estivo di Bruno de Finetti a Orvieto, con partecipanti delle più diverse discipline – economisti e sociologi, politologi e intellettuali – alle quali veniva applicato il rigore matematico. Nel seminario del 1971 “un tema di cui si è tornati a discutere dopo cinquant’anni”, garantire “un reddito minimo per tutti” finanziato da “una perequazione in sede fiscale”; nel 1973 i temi delle abitazioni, del mercato del lavoro, “di ecologia e del rapporto tra produzione e ambiente”, anche questo è quanto mai attuale. Tra i partecipanti, nomi che avranno ruoli importanti come Paolo Savona e Michele Salvati, Fabrizio Onida e Guido Rey, Sergio Steve e Carlo Secchi; nonché Antonio Pedone e Franco Reviglio, di cui era assistente  a Torino, oltre a Federico Caffè, il grande economista.

“Fu a quelle lezioni che conobbi Mario Draghi, con il quale instaurai, negli anni trascorsi al vertice di Eni, un solido rapporto professionale che dura tuttora”. Un insegnamento  dei corsi estivi riguarda la “teoria soggettivistica della probabilità”: secondo De Finetti “la probabilità è il grado di fiducia che un individuo sulla base delle conoscenze a lui disponibili, attribuisce a un evento o a un enunciato, la cui verità o falsità gli sono, per qualche motivo sconosciute”. Chissà quante volte, nella sua odissea manageriale, Bernabè avrà ripensato a queste parole, e quanti stimoli ne avrà tratto! Il Club Turati di Torino gli chiese di organizzare alcuni Convegni di economia, “cosa che feci con grande entusiasmo”, ricorda.  

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Bernabè, il doppio passaggio a Telecom Italia

Laurea di eccellenza nel 1973 all’Università di Torino in Scienze politiche con curriculum economico, dove diventa assistente del prof. Reviglio, poi ricercatore di economia alla Fondazione Luigi Einaudi dal 1973 al 1976, e professore incaricato di Politica economica nella Scuola di Amministrazione industriale dell’Università di Torino nel 1975-76.  

Su queste basi inizia il proprio percorso professionale già di livello, nel 1976 all’Ocse a Parigi dopo aver rifiutato un’offerta alla Fiat volendo avere un’esperienza internazionale. E’ un’altra occasione straordinaria di conoscere personalità di altissimo livello, Parigi “diventa crocevia di incontri” soprattutto per preparare il rapporto Mc Cracken sul mercato del lavoro assegnato al  dipartimento  di cui faceva parte dopo il primo shock petrolifero dell’ottobre 1973 che aveva portato alle stelle i prezzi dell’energia, quindi l’inflazione e, attraverso i meccanismi di indicizzazione, aveva determinato “l’esplosione salariale”; era l’altra emergenza studiata, oltre a quella petrolifera. Membri della Commissione costituita nel 1975,  oltre al coordinatore Mc Cracken che era stato a capo dei consiglieri economici del presidente americano Nixon, c’erano Guido Carli già Governatore della Banca d’Italia, Raymond Barre, l’anno successivo premier del governo francese allorché gli subentrò Robert Marjolin, Herbert Giersch, già presidente del Consiglio di esperti economici del governo tedesco.

“Non potevo sperare in un compito più interessante – commenta oggi Bernabè – Era straordinario assistere alle discussioni di un gruppo così qualificato di esperti  che alla solida cultura economica univano una grande esperienza di gestione dell’economia”. E poi lavorare al rapporto.

La Fiat torna alla carica nel 1978, e questa volta accetta:  entra come direttore studi economici in stretto contatto con Mosconi,  direttore per la pianificazione e il controllo che lo aveva convinto negli incontri in convegni di studio, quindi può approfondire i problemi dell’organizzazione e della  programmazione aziendale; alla direzione finanziaria era entrato Gabriele Galateri di Genola, diventerà A. D. di Fiat nel 2002, lo ritroveremo con Bernabè al vertice di Telecom nel 2007.  E’ la Fiat di Cesare Romiti e di Gianni Agnelli, ne riceverà lezioni preziose. Come le avrà dal periodo durissimo negli anni di piombo, sarà anche nel mirino di “Lotta continua” per i suoi precedenti all’Ocse, come “rappresentante delle tenebrose forze del capitalismo…” e così delirando; poi con la “marcia dei quarantamila” l’ordine tornò in Fiat.

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Bernabè, nel C.d.A. di PetroChina

Imparò molto da quegli anni di crisi acuta seguita dalla massima trasformazione con Romiti, maestro nel gestire le crisi e gli uomini, che lo faceva partecipare alle colazioni di lavoro  con i ministri delle Finanze Reviglio e delle Partecipazioni statali Lombardini, dato che era stato in stretto contatto con loro come assistente all’Università di Torino. Questo gli diede “maggiore visibilità” in Fiat, dove vide all’opera Romiti che tenne duro nella fase più critica del blocco di Mirafiori pe 35 giorni in risposta ai licenziamenti, contro i timori della famiglia Agnelli propensa a cedere, “solo l’Avvocato mantenne la calma e l’equilibrio”.

Ne ricavò l’insegnamento e insieme ammonimento che “un capo deve evitare l’isolamento, ma deve anche accettare la solitudine delle sue decisioni senza condizionamenti, laaciandosi portare solo dall’interesse dell’istituzione che rappresenta”. Si era nell’aprile 1980, premier Cossiga con Reviglio alle Finanze. “Fu in quel periodo che Romiti e l’avvocato Agnelli mi chiesero di collaborare alla stesura dei loro discorsi”. Gianni Agnelli, che aveva vari “ghostwriter”, lo consultava per gli interventi in materia economica: “L’Avvocato mi chiamava, mi intratteneva sull’evento al quale avrebbe dovuto partecipare e discuteva sul taglio del discorso e soprattutto sul messaggio da divulgare. Non cercava mai di imporre le sue idee. Ci si confrontava e si decideva insieme una linea, nel’interesse dell’azienda”. E, particolare gustoso, “gli piaceva condire gli interventi con battute frutto di sue personali riflessioni: soluzioni di grande effetto oltre che di grande intelligenza. Era interessato a far presa sul pubblico”. 

Ma Bernabè desiderava il passaggio all’esperienza operativa dopo l’attività negli studi economici, andare dallo “staff” alla “line”. Il Capo del Personale Fiat lo negò considerandolo bravo per il ruolo che occupava e “troppo buono” per quello a cui aspirava che richiedeva un carattere forte. Evidentemente non conosceva gli uomini, mai errore fu più marchiano, e lo abbiamo visto nelle tempeste di Eni, Telecom e PetroChina. L’errore del dirigente della Fiat  fu provvidenziale per lui, perché nulla poteva trattenerlo quando nel 1983 Reviglio, nominato presidente dell’Eni, gli chiese di seguirlo: era lo sbarco nell’Eni, l’inizio dell’odissea. Sarà di nuovo in Fiat come consigliere di amministrazione dal 2000 al 2002, un altro prestigioso ritorno…

Restano da ricordare i momenti di  distensione, a Berlino davanti alla statua di Marx ed Engels, in bicicletta tra Vienna e Budapest con la moglie, le camminate solitarie nei boschi dell’altipiano della Vigolana presso Trento.  Non erano distensivi i voli sull’aereo aziendale per i “road show” borsistici e  nella spola Roma-Milano, e neppure per gli incontri con i vertici di primari gruppi stranieri; a parte la pittoresca giornata in Siberia, pure legata a un’importante trattativa con i russi, ma alcuni di questi momenti li ‘abbiamo già citati.

Per terminare, dal luglio 2019 Bernabè è presidente di Cellnex, la principale azienda europea di infrastrutture di telecomunicazioni wireless, oltre agli altri incarichi e al proprio “Fb Group”. Così   il cerchio si chiude su una figura  non incline a esposizioni mediatiche ma alla cui discrezione corrisponde uno spessore professionale e umano che non può lasciare indifferenti. Non sappiamo se nella sua Itaca si prepara a una nuova odissea, ma siamo certi che sarebbe pronto ad affrontarla.     

  

Il Fb Group di Bernabè

Info

Franco Bernabè, “A conti fatti. Quarant’anni di capitalismo italiano”, a cura di Giuseppe Oddo, 3^ Edizione, luglio 2020, pp. 358, euro 20. I primi 4 articoli del presente servizio che si conclude qui sono usciti in questo sito tra il 20 e il 23 novembre 2020.

Foto

Le immagini che illustrano il testo sono state inserite per richiamare visivamente alcuni momenti chiave della vicenda personale e di quella manageriale del protagonista rievocata negli articoli precedenti, a parte l’ultima immagine che lo ritrae nella sua attuale posizione di presidente di Cellnex di cui non si parla nel libro, in un’attualizzazione che abbiamo ritenuto di aggiungere. Neppure le altre immagini sono tratte dal libro che è senza illustrazioni, ma da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, precisando che non vi sono finalità di natura economica di alcun tipo e, qualora la pubblicazione delle immagini non fosse gradita, si è pronti a eliminarle su semplice richiesta. I siti, ai quali rinnoviamo la gratitudine, sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini  nel testo: businessinsideragfeditorial.it, storep.org., rbolletta.com, fleetblog.it, studiorolla.it, lastampa.it, panorama.it, corriere.it, euromenaenergy.com, bernabe.it, cellnextelecom.com. In apertura, Franco Bernabè, seguono i maestri: Claudio Napoleoni, e Bruno de Finetti; poi, l’inizio: la sede dell’Ocse a Parigi, e la prima grande azienda: la sede della Fiat in Corso Marconi a Torino; quindi, Bernabè con Gianni Agnelli, e Bernabè nello “sbarco” nell’Eni; poi, Bernabè, il doppio passaggio a Telecom Italia, e Bernabè, nel C.d.A. di PetroChina; infine, il Fb Group di Bernabè e, in chiusura, Bernabè presidente Cellnex e l’amministratore delegato Tobias Martines Gimeno.

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Bernabè presidente Cellnex, e l’amministratore delegato Tobias Martines Gimeno

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1 commento

  1. Caro Romano,
    ho trovato molto interessante il tuo excursus sull’esperienza di Franco Bernabè. Mi dà l’occasione per riflettere sulla situazione del nostro Paese rispetto agli altri comparabili sulla base della prospettiva e del campo d’osservazione che ho approfondito nella mia vita professionale.
    In questi anni – a partire dal 2000 – le imprese italiane, in particolare quelle industriali, sotto la pressione dell’Euro, della globalizzazione e delle crisi, hanno migliorato fattori chiave come il Pil per addetto e il Pil per ora lavorata, al punto da posizionare il nostro Paese secondo in Europa dopo la sola Germania e davanti alla Francia ed alle altre nazioni paragonabili. Queste aziende hanno innovato e sono sovente al vertice mondiale in molti settori per capacità di creare valore aggiunto.
    Dov’è allora il problema Paese? Il nostro problema è che rappresentano solo il 20% del fatturato complessivo.
    Ciò significa che in altri comparti ci sono chiare inefficienze. I guai si manifestano nei servizi e nei settori protetti, infrastrutture e utility (energia, trasporti, media, ecc.) che sono la vera ancora che impedisce al nostro Paese di salpare verso nuovi lidi.
    Per dare una svolta alla situazione attuale sarebbe necessario creare nuova domanda – pubblica e privata – nei servizi collettivi (risparmio energetico, tutela ambientale, assetto del territorio, manutenzione del patrimonio immobiliare) e non solo. Sarebbe inoltre necessario che le aziende di servizio mutuassero da quelle industriali le buone pratiche che hanno consentito a quest’ultime di essere tra le migliori. Buone pratiche strategiche, finanziarie, organizzative ma, soprattutto, le buone pratiche di governance per elaborare le corrette decisioni e assicurare l’efficace coinvolgimento delle risorse umane.
    A presto!

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