“Tota Italia”, 2. La romanizzazione, riti funerari e lingue, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Continua la  nostra narrazione della mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, svoltasi  alle Scuderie del Quirinale   dal 14  maggio  al  25 luglio 2021 – con esposti oltre 400 antichi reperti del “caleidoscopio” italico unificato da Roma – nel 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dei tempi moderni che coincide con  il 150° di Roma capitale  e con il 75°  anniversario della Repubblica, Dopo la ricostruzione della fase più antica, dal IV al II sec. a. C., passiamo a quella intermedia del II-I sec., fino all’”età dell’oro” augustea, per poi presentare i reperti più antichi esposti in mostra. E’ stata realizzata da Ales S.p.A. con il concorso di oltre 30  Musei e Soprintendenze di Stato con il  contributo dei Musei civici; curatori della mostra, e del  Catalogo  edito da “arte,m”, Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e da  Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano.

“Trono decorato a rilievo”, I sec. a. C;

La ricostruzione storica, di cui abbiamo ricordato  in precedenza le fasi più antiche,  si sposta  al II e I sec. a. C. quando gli italici passarono dall’alleanza con Roma alla ribellione. Come alleati venivano premiati con donazioni da parte dei consoli, Fabrizio Pesando  cita  quelle di Lucio Mummio, console nel 146 a. C. verso i “socii” che lo avevano aiutato a conquistare Corinto nella  Guerra Acaica.

Dalle donazioni ai “socii” italici alle distruzioni dei ribelli nel II-I sec. a. C. 

Testimoniano tali donazioni, iscrizioni  latine e una in “osco”. Altrettanto fece  Scipione in un periodo nel quale oltre a Corinto era stata conquistata Cartagine  e Roma aveva riconosciuto il ruolo degli alleati, come del resto aveva fatto in altre situazioni con la più importante colonia latina in territorio italico, “Fregellae” che forniva addirittura i cavalieri per la guardia del corpo del console.

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“Corredo di una tomba femminile”, III sec. a. C,

Ma anche quando non c’erano alleanze precostituite, i mercanti latini e italici con la penetrazione commerciale portavano nelle terre di conquista costumi e cultura dei romani con i quali si confondevano  anche per la lingua molto simile. In questo senso, nel II sec. a. C. la città di Cuma, dove si parlava in “osco”, chiese di poter  commerciare nella lingua latina che aveva portata internazionale, quindi apriva maggiori possibilità, soprattutto per fronteggiare la concorrenza della vicina colonia romana di Puteoli, chiamata da Lucilio “Delus minor”.

In “osco”, in omaggio alla sua autonomia,  era scritta la “donatio” a favore di Pompei, la città non latina federata con Roma che ne riconobbe il ruolo. In generale, in questi territori si ebbe uno sviluppo economico senza precedenti, evidente tanto nella “publica manificientia” quanto nella “privata luxuria”, come ricorda  Pesando, con particolare riguardo a “Fregllae” e Pompei.

“Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico,” IV sec. a. C.

“Frigellae”  era diventata capofila degli alleati di Roma e la sua crescita impetuosa si manifestava nel moltiplicarsi,  sull’esempio romano, di spazi destinati a cerimonie e istituzioni pubbliche, dal Foro al Comizio, dalla Curia alle Terme, fino ai Templi; mentre le antiche modeste abitazioni private lasciavano il posto a  “domus” con grandi stanze di rappresentanza decorate  con pavimenti musivi.

Ma nel 125 a. C., ribellatasi a Roma perché si vedeva minacciata dalla riforma agraria dei Gracchi, punitiva per gli alleati mentre non venivano accolte le sue richieste di cittadinanza, fu completamente distrutta come era avvenuto per Corinto.

“Statua di Mater con dodici figli,” fine IV sec. a. C.

Pompei  espose la “donatio” del console Mummio nel tempio di Apollo, ristrutturato sull’esempio romano, come per altri edifici, quali il tempio di Giove e la Basilica, il Portico e il Macellum, il Foro Triangolare e il Tempio Dorico. Ma dovette subire la stessa sorte  trent’anni dopo,  per effetto  della Guerra Sociale; dopo l’assedio di Silla del 90-89 a. C., e la capitolazione, divenne colonia romana e nell’’80 si arrivò persino a coprire con l’intonaco la dedica di Memmio quando aveva fatto la “donatio” per riconoscenza. 

Fu soltanto un gesto simbolico, la conquista portò alla confisca di case e terreni, e gli abitanti furono sottomessi al potere di Roma. Lo studioso Pesando  sottolinea come “la Guerra Sociale,  che chiuse  drammaticamente il lungo percorso di alleanza e integrazione  fra Romani e alleati (i ‘socii ’, appunto) fu uno scontro durissimo e atroce, sinistro preludio dei tanti lutti e delle devastazioni che  coinvolsero l’Italia all’epoca  delle guerre civili tra Pompeo e Cesare  prima e successivamente  fra il Divi Filius e Marco Antonio”.  

“Terracotte architettoniche di un edificio templare – – Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.”, II sec. a. C.

Viene citato il caso emblematico dell’”antico santuario federale  e politico dei Sanniti”, Pietrabbondante,  e soprattutto di  Asculum, la moderna Ascoli Piceno dove l’intervento dei Romani  fu ancora più brutale  perché vendicativo dell’uccisione – durante una festa religiosa con la popolazione riunita – del pretore Servilius, mandato dal Senato per scoprire l’origine di una “seditio”: si scatenò dopo un assedio di due anni, con un finale tragico, il comandante si uccise dopo aver fatto uccidere tutti i filo-romani.

“Un cupio dissolvi – conclude Pesando –  che ad Asculum, come in  tante altre città devastate dai conflitti civili, si stemperò solo dopo molti anni, con la faticosa  creazione di un unico, grande soggetto politico e sociale, diviso nelle undici regiones augustee  che rimandavano quasi sempre nei loro nomi al ricordo dei popoli che le avevano abitate”.

“Architetture greche in frammenti”, III sec. a. C.

L’Italia unificata da Roma e prospera con ‘l’età dell’oro“ di Augusto

Da questo finale tragico si passa come per incanto all’”età dell’oro” augustea  in cui rifulge  la “pax romana”, ottenuta e  anzi imposta a prezzo di tante  nequizie, ma tradottasi in un  benessere largamente diffuso con la sublimazione di tutti i motivi di grandezza del Principe. Ne  rievochiamo i principali aspetti con riferimento all’attenta ricostruzione che ne fa  Carmela Capaldi.

Innanzi  tutto spicca la consapevolezza di Augusto di rappresentare, con il suo principato, il culmine di un processo nel quale la conquista dell’Italia con la formazione dell’impero era avvenuta con la forza militare, ma per merito della corretta amministrazione “Roma era stata in grado di  armonizzare le disuguaglianze  garantendo a  tutti pace, sicurezza e prosperità”.

“Cippo di delimitazione del territorio”, 131 a. C..

Lo dimostravano “la magnificenza dell’architettura pubblica e il lusso della vita privata”,  con ville simili a regge persiane, nelle parole del geografo Strabone, rese possibili dalle disponibilità dei materiali nelle città dell’Etruria, Luni con le sue cave di  marmo, Pisa con le cave di pietra ed il legname.  Nel “Res Gestae” Augusto esalta la gigantesca opera di riassetto urbano, di cui parla anche il “De Architectura” di Vitruvio, fino alla celebre espressione di Svetonio secondo cui Augusto aveva trovato “una città di mattoni e la lasciò di marmo”.

La “magnificentia” urbana era “funzionale – osserva la Capaldi – a quel programma di  di rinnovamento culturale ed etico-religioso che il futuro Principe  intraprese già prima di diventare, con la vittoria di Azio su Marco Antonio e Cleopatra  nel 3 a. C., l’arbitro unico dei destini di Roma”. Un  totale rinnovamento, anzi un potente rilancio, “i valori fondanti del nuovo sistema politico furono Pietas e Virtus, la prima richiama il rispetto delle tradizioni religiose nazionali, con la legittimazione della dinastia nelle sue origini; la seconda  l’orgoglio nazionale legato alle capacità militari e anche qui alle origini troiane della “gens Iulia” con il valore insito nella predestinazione di un futuro ora compiutamente realizzato.

“Il recupero dal mare di una statua di Ercole”, prima metà I sec. a. C.

Non era solo propaganda, anche se non mancava l’accorta trasmissione dei messaggi al popolo con immagini e  toni enfatici;  con la fine della guerra civile  si presentava come “rifondatore della città”,  successore ideale del fondatore capostipite della sua casata, tanto che uno dei  primi atti fu  il restauro del tempio di Giove Feretrio dove Romolo aveva consacrato l’armatura strappata  al nemico Acron che aveva ucciso.. Questo unito a gesti altamente simbolici, come la restituzione nel 28 a. C. dei poteri  eccezionali “al Senato e al Popolo” dopo le vittorie in Illiria, Egitto  e ad Azio, mentre di fatto la sua “auctoritas”  ne faceva l’unico  indiscusso reggitore delle sorti della città. 

I luoghi dove ci si riuniva diventavano teatro della sua esaltazione, lo stesso  Foro appariva come lo “spazio di rappresentanza della gloria del Principe e della sua stirpe” mentre  gli edifici e i monumenti sulle glorie passate “diventano sfondo della gloria recente”. Gli viene dedicato il Tempio del divo Julius, facendolo entrare a far parte,  come era stato per Cesare, della religione di Stato: nasce un Foro a  suo nome, spazio pubblico di esaltazione della “gens Giulia”. Sono molti i modi con cui  si realizza, unendo la realtà alla  mitologia e alla leggenda fino alla favoleggiata “età dell’oro”.

“Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe”, metà I sec. a. C

Nelle decorazioni, come nell’interpretazione dei versi di Virgilio, si manifesta  la storia che dalle rovine di Troia alla fondazione di Roma raggiunge il culmine con Augusto,  età dell’oro preconizzata dalla Sibilla Cumana nel segno, oltre che del benessere, della Virtù e della Giustizia; anche nel rigore dei costumi, come dimostra la sua severità nei confronti della figlia Giulia, segregata per punizione in una villa a Ventotene.  “La condotta del principe, che a Roma promuove culti, restaura  e innalza templi – è sempre la Capaldi – finanzia opere di pubblica utilità e di abbellimento della città, coinvolgendo nella committenza  a vari livelli tutta la comunità, si riflette nell’incremento delel attività edilizie  nelle regioni d’Italia  e nelle provincie dell’Impero”.

In ogni città italica, divenuta romana, sorgono edifici, monumenti e statue  dedicati ad Augusto e alla sua famiglia, o si rinnova il patrimonio edilizio esistente, soprattutto pubblico, con ampio uso di marmo  oppure, se il marmo non è disponibile, di pietra calcarea.  Vanto dell’imperatore era aver fondato 28 colonie  all’insegna del benessere degli abitanti, e di avere donato terre ai veterani rimasti a stabile presidio dei territori occupati.

“Rilievo con raffigurazione di un tempio”, prima metà II sec. d. C,

In  tal modo si crea  una “corrispondenza d’intenti tra  governante  e governati” nel clima molto favorevole di benessere economico e riconquistata pace dopo tante guerre sanguinose, sia all’esterno, sia all’interno con la guerra civile e quella fra i triumviri.  L’”Ara Pacis Augustae”  decisa  il 4 luglio del 13 a.C. (un altro 4 luglio….!) e  “consacrata” nel 9  a. C. “rappresenta la sintesi di quel campionario iconografico  messo in  essere dalla propaganda augustea  per comunicare il messaggio di riconciliazione e rinascita  da cui prendeva forza il nuovo ordine politico”. 

Era riuscito a ricomporre a unità il caleidoscopio e il variegato  mosaico di genti e costumi, nonostante le guerre intestine e le distruzioni punitive, mediante una romanizzazione discreta ma penetrante  e lo proclamava: ma non era propaganda, bensì realtà tangibile e inconfutabile.

“Corredo della “tomba dei due guerrieri’“, III sec. a. C.

La galleria dei reperti, i riti funerari  e le lingue

La storia  che abbiamo brevemente riassunto sulla base dell’accurata ricostruzione fatta per la mostra dagli studiosi citati, a partire da Osanna  e dalla Verger,  si snoda come in un film nelle 10 sezioni della galleria espositiva dei reperti dal IV sec. a. C. all’era di Augusto, a cavallo tra il I a.C. e il I d. C.  Con una 1^  sezione intitolata Tota Italia nella quale sono esposti 3 reperti di quest’ultimo arco di tempo: “Monumento funerario con  fanciulle danzanti” e “Trono decorato a rilievo”  del I sec. a. C, “Altare dedicato a Marte, Venere e Silvano” del I sec. d. C. Sono emblematici per raffinatezza e perfezione  stilistica dei rilievi, il primo funerario, gli altri dedicati uno agli dei, l’altro al sovrano.

Si entra subito nel cuore delle diversità italiche e della  progressiva romanizzazione  nella 2^ sezione sui Riti funerari nei quali le differenze sono marcate: al Nord vigeva la cremazione con raccolta delle ceneri in un’urna, in Etruria la tomba “a camera” richiamava l’abitazione lasciata, al Centro e al Sud  un ricco corredo con gli oggetti più amati che lo accompagnavano nell’al di là, in Magna Grecia simboli che ne attestavano la posizione sociale.

“Stele in lingua osca con cinghiale”, IV sec. a. C.

Una “Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto” apre la galleria, testimoniando le tombe dipinte a Paestum e nel lucano, espressione di un fiorente artigianato: una  donna porge un vaso a un guerriero  a cavallo, siamo nella 1^  metà  del III sec. a. C.; di un secolo  più antica la “Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero”, risale alla 1^ metà del IV sec. a. C., stessa forma di accoglienza con una scena più nitida e di più ampio respiro.

Frequenti  nelle tombe le immagini di armati e armature vere, per lo più pesanti in Etruria e Magna Grecia, leggere  da cavalleria al Sud,  in Lucania, ma anche al Nord nella terra dei Veneti. Le vediamo nel “Corredo della ‘tomba dei due guerrieri’”, sepolti in momenti distinti nella stessa  tomba “a camera” rinvenuta a Lavello,  nella 2^meà del IV sec.: elmo “a bottone” e corazza insieme a un “bacino rituale” a figure rosse con un auriga sul carro trainato da due cavalli, un vaso  con linee istoriate, e soprattutto un vaso e delle brocche a decorazione plastica e policroma

“Ercole in riposo con dedica
a M. Attius Peticius Marsus”, II sec. a. C.

Inoltre facciamo la scoperta del “Corredo di una tomba femminile”. dalla necropoli del “Ricovero di Este”, con un “modello di mobile” istoriato da cavalli al galoppo, e una serie di oggetti di abbigliamento che mostrano come  le donne si adornassero nel III sec. a. C.  Ed ecco una corona con elementi che richiamano forme vegetali e bracciali dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia Corona; poi  componenti di una collana,  fibule e orecchini d’oro,  fino a uno “Specchio a scatola con coperchio decorato a sbalzo”  in cui viene rappresentata Afrodite seminuda con intorno degli Eroti, dalla tomba  a Canosa di Taranto, di una defunta d’alta  classe, dato che oltre alla specchio sono stati trovati un diadema, oggetti d’oro, d’argento  e ceramiche.

Un terzo tipo di corredi funerari era rappresentato dai servizi per banchetto, soprattutto per la carne e il vino che erano le principali componenti del pranzo. Le differenze  anche qui sono notevoli, nei modi con cui si procedeva al pranzo, e nel vasellame utilizzato, tra le forme etrusche e greche, celtiche e italiche. 

“Terracotte architettoniche da un edificio templare”, II sec. a. C. C

Fanno parte del “mosaico di popoli” che oltre negli usi e consuetudini si manifesta con particolare evidenza nelle Lingue, cui è dedicata la 3^ sezione,  che riflettono le diverse culture: si va dall’etrusco all’osco, dall’umbro al venetico,  fino al latino arcaico, con notevoli differenze nell’alfabeto e nella costruzione delle parole,  nella grammatica e nella sintassi.

Ciò si riscontra sia se provengono dallo stesso ceppo  sia da altri, tutte fortemente identitarie fino a  quando  sono state soppiantate dal  latino che divenne la lingua ufficiale; ma non solo  restarono  a lungo nel parlato comune, ma hanno influenzato il  latino classico, evoluzione del latino arcaico, e le lingue moderne sue derivate. 

“Architetture greche in frammenti” III sec. a. C.

Il “mosaico di lingue” è evocato nella mostra dall’esposizione di reperti molto antichi. Spettacolare  la “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico”, detta “Ficoroni” dall’antiquario e primo proprietario, IV sec. a. C., rinvenuta nel 1738  nella necropoli di Colombella a Palestrina, l’antica Praeneste: con due ricchi fregi su un episodio degli Argonauti, scene idi caccia al cinghiale, termina con piedi in bronzo raffiguranti zampe feline che schiacciano una rana, al culmine un gruppo di 3 statuette in bronzo fuso  con Dioniso e satiri.

E’ esposta anche la “Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico” un po’ meno antica, IV-III sec. a. C., rinvenuta nel Santuario italico di Fonte Decima vicino a Cassino, spuntata e piegata come offerta votiva, derivata da modelli celtici,  con una stella di tipo mediterraneo  a otto punte e la scritta affine  quella della cista Ficoroni appena citata con la firma dell’artigiano, dal nome osco, si legge in caratteri capitali “Pomponio”.   

“Statua di Marsia con ceppi da schiavo”, III sec. a. C.

Del IV sec. a. C. la “Stele in lingua osca con cinghiale”, rinvenuta nel 1889  nel santuario del Fondo Patterelli nella zona dell’antica Capua, con inciso il nome osco dell’offerente, un cinghiale e una focaccia che rappresentavano le offerte rituali del santuario.

Più recenti, “Testo giuridico  in lingua etrusca”, II sec. a C.,  da Cortona, vediamo esposte 7 tavolette incise con chiari caratteri in lettere capitali, e “Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco”, del 100 a. C., ritrovato vicino Piacenza nel 1887, testimonianza preziosa del rituale di predizione del futuro dalle viscere degli animali, nel caso il fegato, come organo connesso con l’origine del sangue, quindi della vita.  

Dalle lingue nelle versioni funerarie alle religioni il passo è breve,  si entra sempre di più nell’anima delle popolazioni con le diversità amalgamate nel crogiolo della romanizzazione. Ne parleremo prossimamente dando conto delle ultime 6 sezioni della mostra: i culti e  i contatti col Mediterraneo, le guerre e l’organizzazione del territorio,  il lusso e i volti dell’Italia romana, con il finale sull’Italia “unita” nel nome di Augusto.

“Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre”,
seconda metà I sec. a. C.

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com sulla mostra di Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019 per la punizione a Marsia da parte di Apollo nella musica, la mostra di Augusto 9 gennaio 2014, e www.archeorivista.it “Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, per la punizione a Giulia, la figlia di Augusto. (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli, disponibili, saranno trasferiti su altro sito).

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza completa delle 10 sezioni, “Trono decorato a rilievo” I sec. a. C; seguono, “Corredo di una tomba femminile” III sec. a. C., e “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico” IV sec. a. C.; poi, “Statua di Mater con dodici figli” fine IV sec. a. C., e “Terracotte architettoniche di un edificio templare” II sec. a. C.; quindi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Cippo di delimitazione del territorio” 131 a. C.; inoltre, “Il recupero dal mare di una statua di Ercole” prima metà I sec. a. C., e “Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe” metà I sec. a. C.; ancora, “Rilievo con raffigurazione di un tempio” prima metà II sec. d. C, e continua con la seconda sequenza mancante della 1^ e 9^, “Corredo della “tomba dei due guerrieri’” III sec. a. C, , e “Stele in lingua osca con cinghiale” IV sec. a. C.; prosegue, “Ercole in riposo con dedica a M. Attius Peticius Marsus” II sec. a. C., e “Terracotte architettoniche da un edificio templare– Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.; poi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Statua di Marsia con ceppi da schiavo” III sec. a. C.; infine, “Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre” seconda metà I sec. a. C. e, in chiusura,“Ritratto di Giulio Cesare” inizio I sec. d. C.

“Ritratto di Giulio Cesare”, inizio I sec. d. C.