Il caso Ruby, prima del diluvio

di Romano Maria Levante

Nella giornata odierna, 14 giugno 2023, con i funerali di Stato di Silvio Berlusconi e il lutto nazionale, di nuovo ripubblichiamo i nostri due articoli del 2011 e del 2014 sul “caso Ruby” per contrastare – con gli elementi di fatto e la nostra motivata interpretazione – le infamie che si continuano a perpetrare nei suoi riguardi anche senza il rispetto dovuto nel momento supremo, con la gogna di aver violato l’articolo della Costituzione sull’obbligo di adempiere alle funzioni pubbliche con “disciplina e onore” e aver calpestato i valori morali e la dignità delle donne. Un falso palese ma ricorrente che si basa proprio sulle “cene eleganti” del “caso Ruby” equivocate in modo paradossale con un accanimento investigativo e giudiziario vergognoso sbugiardato dalla sentenza finale assolutoria, un accanimento fuori da ogni logica e correttezza elementare, come dimostrano i nostri due articoli scritti per amore di verità.

La sentenza di assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo “Ruby ter” perchè “il fatto non sussiste” ha cancellato l’accusa di corruzione in atti giudiziari del processo per prostituzione minorile e concussione intentato nel 2011 in cui era stato assolto in appello nel 2014. Sembra avviarsi a conclusione un’odissea giudiziaria di 12 anni, anche se resta aperto un processo a Bari per il quale si prevede la stessa conclusione per insanabili vizi apparentemente formali, dove la forma è sostanza. Per questo ripubblichiamo i due nostri articoli usciti nel 2011 quando si aprì l’azione giudiziaria e nel 2014 allorchè ci fu l’assoluzione (e ripublicammo anche quello dl 2011, come si legge nell’introduzione che segue). Ci sembra un “come eravamo” interessante e coinvolgente, almeno per noi è stato così, anche perchè i commenti dei lettori all’articolo del 2011, e le nostre considerazioni del 2014, rendono il clima che si viveva in quel periodo, oggi forse è intervenuta l’inevitabile stanchezza.. Di seguito il primo articolo del 2011, domani il secondo del 2014..

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Un’immagine, come le tre seguenti, della trasmissione televisiva “Drive in”

.Siamo nel luglio 2014, nell’imminenza della sentenza di appello sul “caso Ruby” riproponiamo l’articolo pubblicato in “cultura.inabruzzo.it” nel gennaio 2011 per condividere alcune nostre riflessioni con i commenti che hanno suscitato, un modo per rientrare nel clima di allora “dopo il diluvio” della condanna a 7 anni di reclusione  che viene ora sottoposta all’esame della Corte d’Appello. Il Pubblico Ministero ha chiesto la conferma della condanna, la difesa ovviamente l’assoluzione. Ma non è su questo che richiamiamo l’attenzione, e neppure sugli aspetti specifici della vicenda. Sul contesto in cui  è maturata nuovi elementi di interpretazione sono venuti dal retroscena dell’assegnazione dell’accusa da parte del procuratore capo alla Bocassini invece che a Robledo, al quale sarebbe spettata secondo le regole interne della procura, ma sono aspetti  che esulano dal nostro punto di vista. esclusivamente culturale, ora come allora quando scrivemmo l’articolo che ripubblichiamo.  

Da: “cultura.inabruzzo.it” 

Abruzzo » Culturalia » Caso Ruby, riflessioni a scena aperta

Scritto il 19 gennaio 2011 Autore: Romano Maria Levante Culturalia

Dopo i fatti di sangue di Cogne, Avetrana e la scomparsa della giovane Iara le prime pagine dei giornali e i talk show sono monopolizzati da un’altra emergenza mediatica, il caso Ruby. La storia si ripete ma la volta successiva passa dalla tragedia alla farsa; in questo caso lo fa anche la cronaca, perché nelle tre vicende ricordate alla base della sovraesposizione c’era un fatto drammatico, a danno sempre di minori, omicidio nei primi due, sparizione nel terzo. Qui la farsa inizia dalla “minore” protagonista, vicina ai canonici 18 anni al momento del “delitto”, per di più sembra siano stati molto vissuti.

Il codice e la minore età, la Costituzione e la competenza del giudice

Non dà certo un’immagine di bisognosa di quella protezione che il codice accorda a un’età in cui si presume si sia ingenui e indifesi; peraltro ci hanno sempre parlato della precocità delle donne di quei paesi, tanto che la madre della suddetta risulta essersi sposata a undici anni. La farsa prosegue con il “delitto” che viene imputato in termini giuridici e quello più grave in termini morali; una farsa a cui corrispondono toni apocalittici e visi accigliati, anzi con il sopracciglio del supercensore.

Sul piano giuridico la farsa inizia nel balletto del giudice naturale: il Tribunale di Milano secondo l’accusa, quello di Monza o il Tribunale dei Ministri secondo la difesa. Monza perché è il luogo del “delitto” per la difesa e Arcore è in quell’ambito; Milano per l’accusa perché nella presunta “concussione” il luogo del “delitto” è Milano e assorbirebbe la competenza di Monza; né ci sarebbe competenza del Tribunale dei Ministri perché la famigerata telefonata con cui si sarebbe consumato il reato sarebbe stata fatta “nella qualità” e non “nelle funzioni” di Presidente del Consiglio.

Lana caprina o mera semantica, si direbbe, può mutare competenza la “qualità” invece delle “funzioni”? E poi un magistrato è sempre magistrato dovunque esso operi, o no? Però il diritto sancito dalla Costituzione al proprio “giudice naturale” non è un fatto solo ordinatorio, bensì serve ad evitare la persecuzione giudiziaria, fatto umano pur se escluso dalla deontologia. Infatti, cosa porterebbe un giudice “non naturale” a perseguire un cittadino, se non lo spirito di persecuzione?

C’è tanto arretrato, all’inaugurazione dell’anno giudiziario è stato fatto il numero di milioni di cause penali, che portano alla prescrizione, quindi all’impunità, oltre 200 mila processi l’anno, il 95% dei furti non perseguiti, così il 50% degli omicidi. Non sarebbe l’inattività a far debordare i magistrati dalla loro competenza, ma altro, il che rende oggi oltremodo necessaria tale garanzia costituzionale.

I benpensanti e il clima imperante, da “veline” e “letterine” a Sanremo

Ma lasciamo stare il lato giudiziario sul quale c’è questo primo macigno da rimuovere, e andiamo sul terreno morale dove si sono accaniti i benpensanti, incitando la Chiesa a dire la sua: proprio quelli che hanno fatto a gara nel denunciare l’inammissibilità di ogni sua ingerenza nella politica, finché il severo fondo dell'”Avvenire”, il giornale dei Vescovi, li ha soddisfatti; e così la giacca tirata al Presidente della Repubblica che alla fine è intervenuto chiedendo di fare presto chiarezza.

Finiscono qui le cose serie, torniamo alla farsa che però a sua volta rischia di trasformarsi in tragedia. “Dobbiamo vergognarci di fronte al mondo” e “il mondo si vergogna di noi”, ha detto pressappoco Bersani, il leader del maggiore partito di opposizione. Ed è senza dubbio vero. Come è comprensibile l’ondata di riprovazione diffusasi, insieme a un “voyeurismo” di antica data. Chi appartiene alla nostra generazione ricorderà il caso Montesi, non c’erano i talk show, ma parecchie pagine dei giornali ne furono monopolizzate per mesi e il “voyeurismo” si scatenò anche lì, con l’evocazione delle “notti brave”, ma allora erano in ballo i democristiani timorati di Dio: era il clima nel quale lo Scalfaro poi presidente schiaffeggiò in pubblico una signora – non “escort” ma moglie di un colonnello – per le sue spalle scoperte, spinto da un’indignazione irrefrenabile.

Oggi non c’è più quel clima, le “veline” e le “letterine” sono diventate gli oggetti del desiderio degli italiani, concupite da persone sole e in astinenza, ma anche sposate da attori e calciatori famosi. La stessa Rai servizio pubblico ha provato con le “schedine”, nella trasmissione domenicale in contemporanea con le partite, per non parlare delle presenze conturbanti diffuse a piene mani. Per l’imminente Sanremo la Rai non ha scelto delle sperimentate intrattenitrici ma due che appartengono al mondo effimero per cui c’è riprovazione. La prima ex “velina” ma compagna dell’attore famoso; la seconda confessa di aver provato gli stupefacenti, “peccato” per il quale ebbe l’ostracismo con ignominia nel precedente Sanremo l’artista Morgan di ben altro spessore, per di più viene dalla “scuderia” del reietto Lele Mora, a noi non è piaciuto neanche prima, non solo ora.

L’indignazione a orologeria e l’intelligenza di Renzo Arbore

E allora la farsa dell’indignazione pubblica a orologeria di questi giorni, con il sopracciglio dei politici trasformati in Inquisitori lascia allibiti, è come se venissero da Marte e non partecipassero anche loro al Circo Barnum televisivo, comprese le scosciate star e starlette promosse a opinioniste. Il clima da “basso impero” che viene lamentato è generale e non lo si scopre adesso, sempre che lo si ritenga tale e il giudizio non risenta di un moralismo opportunistico: ed è un clima indubbiamente introdotto o favorito dalla televisione commerciale, ma al quale la Rai si è accodata ben volentieri.

Ricordiamo che l’intelligenza di Renzo Arbore lo portò a popolare le sue trasmissioni cult in seconda serata delle colleghe e in parte antesignane di “veline” e “letterine”, con la coda e l’impagliata del “balletto coccodè”, e l’ammiccante balletto del “Cacao Meravigliao”; ma non solo, in “Tagli, ritagli e frattaglie”, se non erriamo – e in questo caso chiediamo venia in anticipo – una prosperosa Lori del Santo veniva inquadrata dal retro appoggiata a un bancone basso con il “lato B” che data la posizione quasi prona appariva in bell’evidenza. Satira di un andazzo della Tv commerciale e ironia, nelle corde dell’intelligenza di Arbore. Ma con un effetto di “voyeurismo”.

L’inventore di questa televisione ha un nome preciso, è alla ribalta in queste ore: non come antesignano di un genere discutibile quanto si voglia, ma sempre forma di spettacolo ammesso sugli schermi che entrano in ogni famiglia, per di più con la gratuità della Tv generalista; bensì come sfruttatore della prostituzione anche minorile e organizzatore di un mercimonio dei corpi. E questo non perché abbia dato scandalo pubblico andando oltre i limiti ammessi anche in Tv, per entrare nel territorio proibito della pornografia: nulla di pubblico o esterno, visibile o noto, riprovevole o meno.

Tutto nel chiuso della propria residenza: nei “festini” disinvoltamente descritti come orge di un insaziabile malato del sesso; in una telefonata per la comica vicenda della “nipote di Mubarak”.

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Le “vite degli altri” messe in piazza in una mobilitazione sproporzionata

E allora perché dobbiamo vergognarci di fronte al mondo e il mondo deve vergognarsi di noi, e questo può essere senz’altro vero? Chi ha diffuso immagini non viste dal buco della serratura – che sarebbe stato già grave, però avrebbe avuto il pregio dell’autenticità e della certezza – ma ricostruite sulla base di sovreccitati racconti trasversali e fatti passare per cronache da “dieci giornate di Sodoma”? La vergogna nasce dal quadro che è stato diffuso, non dai fatti che si pretende di svelare.

Il “foro interno” e il “foro esterno” in cui la Chiesa distingue gli atteggiamenti, interiori o “coram populo”, assume qui aspetti da “pochade”, è vero; ma quando l’onorabilità del paese è minacciata c’è poco da scherzare. Si dirà del diritto all’informazione che è sacrosanto; infatti non critichiamo i giornalisti che fanno il loro lavoro con le paginate di intercettazioni, oltretutto fanno vendere più copie sia per “voyeurismo” sia perché è sempre piaciuto fare il “pollice verso” , sin dal Colosseo. Critichiamo chi ha alimentato un “foro esterno” devastante, non dal foro della serratura ma con una strumentazione investigativa che dovrebbe lasciare perplessi anche gli antiberlusconiani accaniti.

Non ci riferiamo tanto ai cento uomini mobilitati nelle perquisizioni all’alba non di pericolosi terroristi, ma di “starlette” e magari “escort”, a diecine, per acquisire chissà quali preziosi “reperti”, forse la “veste macchiata” che fu la “pistola fumante” nel caso di Clinton; quanto all’apparato investigativo che per un anno ha “accerchiato” la villa di Arcore intercettando i visitatori, pardon, le visitatrici; si è parlato di cento controllate. Con microfoni direzionali per l’esterno, e per l’interno – non potendo fare rilevazioni – con le intercettazioni telefoniche alla pletora di donnine più o meno allegre e agli omini – diminutivo o dispregiativo secondo i gusti – che le organizzavano.

Risultato: una montagna di conversazioni telefoniche tra tali soggetti diligentemente trascritte per oltre seicento pagine, di cui circa trecentottanta allegate all’atto di accusa e quindi rese pubbliche: le “vite degli altri” messe in piazza come neppure la Stasi; che le custodiva negli archivi. Vorremmo conoscere risorse impiegate e costi, e fare una valutazione costi-benefici limitando questi ultimi a quelli giudiziari senza considerare quelli politici che non andrebbero ammessi come tali; e valutare i possibili impieghi alternativi per la lotta alla delinquenza e per lo smaltimento dell’arretrato. L’obbligatorietà dell’azione penale non escludeva di certo una valutazione”a priori” di questo tipo.

Da dove viene il discredito e la vergogna

Consideriamo quest’operazione giudiziaria. Se occorreva allegare i mezzi di prova, averli diluiti in 380 pagine vuol dire che non c’è una vera prova ma si intende rappresentare un clima. E questo non considerando che sarebbero divenute di pubblico dominio portando il discredito al Paese che Bersani e tanti altri giustamente lamentano. Non nasce dunque da questa incomprensibile operazione tale discredito? Se qualcuno riprende un amplesso in un luogo chiuso, poi lo pubblica nei suoi particolari in prima pagina, si può accusare di oscenità il protagonista dell’amplesso, o chi diffonde l’immagine che il soggetto invece aveva tenuto rigorosamente nascosta nella sua casa?

Ancora ci chiediamo e chiediamo quale legittimazione abbia la vagonata di fango di quelle 380 pagine date in pasto alla stampa; e se la magistratura non deve valutare gli effetti delle sue operazioni la politica può farlo, con il dovuto rispetto per le istituzioni, tutte e non solo alcune. Non si possono dare responsabilità per lo scandalo internazionale a chi, comunque, si è guardato bene dal far trapelare tali notizie, rese pubbliche invece non attraverso una rappresentazione dei fatti ma con le affabulazioni sovreccitate e deliranti che hanno fatto degenerare in pornografia conclamata. Con l’ulteriore riflesso di mettere in piazza conversazioni confidenziali di persone non indagate.

Ma perché tale degenerazione? Perché le “fonti” utilizzate – riverite come l’Erodoto delle antiche battaglie – sono le più improbabili corrispondenti di “guerra”: ascoltate nei loro colloqui telefonici dove “voyeurismo” e protagonismo, ignoranza e superficialità si mescolano a invidie e delusioni o quant’altro. Si potrebbe dire che proprio per questo le 380 pagine, fior da fiore delle presunte 600 complessive, vengono offerte alla valutazione di chi riuscirà a separare il grano dal loglio; ma si poteva immaginare che non sarebbe stato così, l’informazione fa titoli ad effetto di poche parole, il “voyeurismo” gode dei particolari più piccanti, senza interrogarsi sulla veridicità; e neppure sulla qualità dei protagonisti di uno spettacolo che diviene degradante per il modo con cui è presentato.

La villa di Arcore e il “Drive in 2010”

E’ questo l’aspetto che ci interessa considerare maggiormente, alla ricerca di una spiegazione di qualcosa che appare altrimenti incredibile. Si è scomodata la storia antica citando Nerone, ma stiamo a quella contemporanea con Gheddafi, che sembra l’ispiratore del famigerato “bunga bunga”, e questo può essere un punto di partenza. Ma soltanto quale omaggio al leader di un paese importante per l’Italia, come lo è la Russia del “lettone di Putin”. Perché secondo noi, al di là della denominazione delle serate, l’ispirazione è ben diversa dalla riproduzione di un harem africano, e non perché la villa di Arcore non è una tenda nel deserto anche se il leader libico può aver influito.

Ed è proprio per questo che abbiamo parlato di spettacolo, equivocato come realtà dalle stesse protagoniste, e non poteva essere altrimenti data la loro età e qualificazione professionale e umana. Uno spettacolo che il tycoon televisivo si fa organizzare nei fine settimana in cui cerca serate “rilassanti”, come ha detto, dopo impegni di governo che lo assorbono e lo stressano totalmente negli altri giorni della settimana, tra Palazzo Chigi e gli incontri internazionali, nei quali non si può dire non sia partecipe attivo rivelando energia e vitalità.. Mentre dalle cronache sembrerebbe che l’orgia da “dieci giornate di Sodoma” ad Arcore sia l’occupazione permanente del premier.

Una precisazione va fatta per la rispondenza alla realtà, premettendo che anche una sola orgia – nei termini che si vuol far credere con l’equivoco contenuto delle intercettazioni – sarebbe esecrabile e meritevole non solo di riprovazione, ma della più assoluta condanna; però pur sempre con il distinguo, di valore e importanza dirimente, su come e da chi sarebbe stata resa pubblica svolgendosi nel chiuso di una villa definita con disinvoltura dimora del sultano con il vicino harem.

Ad Arcore, da cronache passate se non ricordiamo male, risulterebbe esservi una sala attrezzata a discoteca e lì si sarebbero svolte le presunte “orge” da “basso impero” denunciate dalla procura e “raccontate” negli ammiccamenti telefonici tra starlette, “escort” e aspiranti “veline”. Chi ricorda “Drive in” non ha dimenticato la procacità delle starlette “fast food” che esibivano un seno “quarta misura” debordante anche se non esibito integralmente. C’erano scenette e barzellette in quantità, da Gianfranco d’Angelo aEzio Greggio, da Erico Beruschi a Carlo Pistarino, da Francesco Salvi all’attuale scrittore di successo Giorgio Faletti. Si vedevano travestimenti che lasciavano scoperta l’epidermide di finte infermiere e poliziotte; canzoni e imitazioni, situazioni esilaranti e grottesche portate al limite. Ebbene, nei racconti tratti dalle intercettazioni abbiamo ritrovato una parte di quel clima e di quei “quadri”, di quelle figure e di quella crassa comicità, di quelle starlette e di quelle performance: in definitiva quel misto tra il disinibito, il cattivo gusto e il rivoluzionario.

Tanto rivoluzionario che la produzione non approvò il “numero zero” e decise di non farne nulla. Intervenne il Presidente, a cui i comici erano riusciti a far visionare una cassetta, ne capì la presa e la carica innovativa, e dispose per l’andata in onda la settimana successiva. Il Presidente era proprio il personaggio di cui parliamo, il tycoon divenuto premier e ora inquisito, anzi messo in croce.

Deprecabile, direbbe qualcuno, certo non tutti e forse neppure tanti se viene ricordata come trasmissione “cult” e non come degrado e degenerazione; e se il personaggio che si identifica da sempre in tutto questo continua ad avere tanti suffragi che lo hanno fatto prevalere nella gran parte delle elezioni degli ultimi 15 anni, vuol dire che il suo modo di essere non suscita riprovazione.

E allora, perché non pensare che il tycoon divenuto parlamentare e primo ministro, dopo quasi vent’anni di ininterrotta leadeship politica e di instancabile attività di governo – con la “traversata nel deserto” di lunghi anni all’apposizione – abbia voluto improntare le serate “rilassanti” di cui ha bisogno a quella creazione televisiva di Antonio Ricci che però sente sua per averla “salvata” dalla bocciatura portandola così al trionfo? E abbia voluto far rivivere in qualche misura un clima fatto di barzellette e travestimenti, per i quali non ricordiamo proteste delle categorie come quelle di questi giorni, sebbene il presunto dileggio fosse pubblico mentre ora è stato all’interno di una residenza?

Teatri casalinghi e serate musicali, lo spogliarello di Aichè Nanà al “Rugantino”

La messa in scena di Arcore è ben diversa, opposta rispetto al teatro nella casa all’Aventino di Gassman e al “quartetto del Vittoriale” che allietava le serate di D’Annunzio, nelle quali peraltro qualche bella ospite si “fermava” per la notte e al mattino trovava dei bei regali. Ma ognuno fa rivivere nella propria casa le situazioni predilette, quelle di “Drive in” sembrano esserlo per il tycoon suo “salvatore”. Il passaggio dagli schermi nelle case, in orario da visione familiare, al chiuso di una sala-discoteca in una villa immersa nel verde nel circondario di Monza può aver fatto cadere qualche reggiseno coprente ben poco nella trasmissione e le barzellette possono aver forzato le tinte; ma di qui alle vere orge che si lasciano intravedere e alla qualifica che termina in “aio” ce ne passa.

Anche l’indignazione per lo spogliarello di Aichè Nanà nel locale “Rugantino” di Roma – e non ci riferiamo allo spettacolo attualmente al “Sistina” con Enrico Brignano – che già allora scatenò un puritanesimo da inquisizione, nasceva dal luogo pubblico in cui avvenne l’esibizione della spogliarellista turca con gli astanti entusiasti nel mettere le proprie giacche come tappeto per accoglierne le morbide forme. Neppure questo è avvenuto, il “Rugantino” di Arcore non è un luogo pubblico né lo “spettacolo” è stato pubblicizzato dai protagonisti ma da altri. Ed era l’epoca in cui per vedere “il primo seno nudo di donna bianca” al cinema ci volle “L’uomo dal banco dei pegni” con le immagini delle ebree spogliate nel lager, sappiamo cos’è successo poi al cinema e in Tv.

Un lavoro d’indagine ciclopico con il rischio sopravvenuto di ricatti

Purtroppo l’operazione mediatica – largamente distorsiva per quanto finora noto – è stata possibile per il lavoro d’indagine ciclopico, degno di miglior causa, della procura, se si pensa all’ascolto e trascrizione per un anno e alle verifiche sulle celle telefoniche delle posizioni dei telefonini delle starlette per accertarne i movimenti e gli spostamenti “day by day” e farne un’incredibile agenda da “catalogo” del Don Giovanni. Non solo, ma l’operazione ha comportato sequestri in massa di valanghe di computer e di quant’altro rastrellato nelle moltissime abitazioni perquisite nella retata!

Potrà suscitare divertimento a qualche moralista, sembrerà una punizione anche meritata in ossequio alla morale puritana violata dai festini di Arcore; rispettiamo i giudizi, nei fatti è stata una operazione quasi di controspionaggio per la sicurezza nazionale contro lo Spectre; mentre è proprio la distorta divulgazione a minacciare la sicurezza dando nuovi motivi alla speculazione finanziaria.

Non solo, ma si è scatenata l’orgia, ora sì, di possibili ricatti da parte delle “intercettate” le cui parole disinibite ed equivoche al telefono vengono prese per oro colato, figurarsi presunte rivelazioni di convenienza. Ricordiamo i dieci pentiti che accusarono ignobilmente Enzo Tortora anche per i benefici che questo dava loro, siamo su un terreno scivoloso in cui ci si può impantanare. E non si può dire che è colpa di chi si è messo in questa situazione: Non ha mai nascosto, anche nei consessi internazionali, atteggiamento disinibiti, la sua predilezione per le belle donne è proverbiale e ostentata, lo sono anche certi eccessi spettacolari fatti per stupire gli ospiti; tutti ricordano il vulcano che erutta a Villa Certosa.

Per questo non sarebbero nulla le esibizioni e anche gli eccessi del “Drive in 2010”, se la magistratura non ci mettesse il carico da undici del reato penale infamante: fa diventare ricattabile ciò che prima non lo era, basta un’invenzione presa – lo ripetiamo – per oro colato come le intercettazioni – per affossare lui e il governo, con gli effetti negativi per il paese da tutti paventati. Né dimentichiamo la “protezione” della minorenne di 17 anni e mezzo di cui tutti hanno visto e giudicato la “fragilità” e l'”innocenza”, per “salvaguardare” la quale si cono mobilitati mezzi da film di James Bond che servivano a scongiurare minacce inenarrabili di perfidi nemici dell’umanità.

I pagamenti sono sempre mercimonio?

I particolari “piccanti” delle telefonate non mutano la valutazione dello spettacolo organizzato nella discoteca privata di Arcore; basta l’evocazione di “Drive in”. Si spiegano anche gli appartamenti con parcheggiate le starlette, la “compagnia stabile” di questi spettacoli andava sistemata per essere mobilitata all’occorrenza; si spiegano i ruoli al procacciatore di starlette e all’addetta ad occuparsi in qualche modo di loro – ahimè eletta nel “listino” della regione Lombardia – gli stessi compensi nelle “buste”. Tutto appare in linea con l’organizzazione del “Drive in 2010” pur se di gusto discutibile, ma non degradato a un’orgia definita collettiva nei soggetti femminili bensì incentrata su una sola persona, ovviamente il presunto Sultano, senza rendersi conto della contraddizione.

E poi, non sono pagati gli ospiti delle trasmissioni televisive, anche starlette non molto diverse da quelle incriminate? E gli stessi “figuranti” dei programmi con il pubblico in studio, cioè quelli che non fanno nulla, assistono e magari straparlano o applaudono a comando? Se a loro va un legittimo compenso, non può andare a chi partecipa a un “Drive in” riveduto e corretto nei termini di una visione privata non ostentata? Il fatto che vi fosse un “ufficiale pagatore” addetto alla bisogna non prova in alcun modo l’improbabile harem personale, può confermare invece la “compagnia stabile”. E se inopportunità e scorrettezze possono rilevarsi, vanno a carico di “cortigiani” non all’altezza.

Il livello certo era basso, ma che l’entourage del premier non sia di prima qualità è ben noto; e come poteva mancare il procuratore delle starlette Tv , fino alla precedente inchiesta giudiziaria da tutti riverito, e comunque depositario delle prestazioni professionali – sedicenti di immagine e spettacolo – di quelle della sua “scuderia”? Tale livello si manifesta nelle intercettazioni, cosa che serve anche a scagionare: è emersa l’attesa spasmodica della serata successiva, ma com’era per le comparse a Cinecittà, non attendevano di essere chiamate di nuovo per guadagnare? Lo sparlare del “benefattore” per la cupidigia di avere di più non esclude alcuni caratteri che nella ricostruzione di “orge” da “basso impero” sono incentrati sulla condiscendenza del “Sultano” ad ogni richiesta e la totale sottomissione delle ospiti dell’harem in attesa di essere proclamate come le favorite?

Si è detto di qualche sexy-struscio con il il tycoon-presidente di ammiccanti e disponibili starlette, ma non avviene lo stesso nei locali con spettacoli di spogliarello e con il rito delle banconote nella giarrettiera? Nel revival di “Drive in” non ci stupirebbe ci fosse anche questo, né scandalizzerebbe.

Con disponibilità economiche come le sue le banconote in euro hanno tre zeri, equivalenti, per una persona normale che a mala pena sbarca il lunario, a qualche monetina. Molto squallido tutto ciò, diranno i benpensanti, e non ci sentiamo di contraddirli, ma la logica del denaro purtroppo è questa, pensiamo ai calciatori, e chissà cosa si troverebbe in altre pur rispettabili categorie! Il riferimento ad altri più meritevoli destinatari di elargizioni assistenziali viene contraddetto dai generosi contributi con un numero di zeri ben più alto dati a organizzazioni caritatevoli e anche dall’aiuto a tanti bisognosi. Se si entra nel clima, nel “revival” di “Drive in” in chiave moderna, tutto si tiene.

Un reato? Un peccato? Entrambi o nulla di tutto ciò?

Tutto trova una spiegazione nel “Drive in”, anche l’altrimenti incomprensibile comportamento di un presidente del Consiglio che per i suoi vizi privati farebbe altrimenti, come Kennedy e Clinton, sfogandoli nel chiuso di una stanza e non ponendoli sotto i riflettori, sia pure esclusivi, di una discoteca anche se domestica ma con tanti ospiti. O per pagare le eventuali “escort” che dovevano alleviare – non illegittimamente – la sua solitudine di single stressato, aveva bisogno del contorno orgiastico che viene delineato? Il “voyeurismo” patologico è privato, non pubblico, lo ricorda la tragica storia della Casati Stampa prima proprietaria della stessa villa di Arcore. Mentre pubblica è la voglia di spettacolo di un tycoon televisivo che intendesse rinverdire i fasti della sua disinibita televisione, per scrollarsi di dosso le angosce della politica e le gravose cure di governo.

E’ un reato? E’ un peccato? Sono entrambi o non è nulla di tutto ciò? Ognuno potrà dare la sua risposta, ci auguriamo che lo faccia spogliandosi delle contrapposte posizioni di berlusconismo e antiberlusconismo; nonché di un insincero moralismo estraneo al clima e al mondo d’oggi.

Noi abbiamo cercato di farlo, ragionando sui fatti. Se non ci siamo riusciti assicuriamo di averci provato. L’occhio della cultura non può essere partigiano. Ci auguriamo sia così per tutti.

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12 Responses to Caso Ruby, riflessioni a scena aperta

  1. Fabrizio Bastianelli 19 giugno 2011 a 00:21 Apprezzo e condivido completamente l’articolo di Romano Levante e mi chiedo: in quale Stato al mondo il Capo di un Governo avrebbe mai potuto essere spiato da oltre 150 agenti addetti a controllare e fotografare chi fosse entrato e uscito dalla sua residenza privata di Arcore? Sembra siano state scattate 100.000 fotografie agli ospiti del Presidente del Consiglio dei Ministri che sono entrati nella villa di Arcore; sembra siano state intercettate le conversazioni telefoniche di 630 persone sol perchè hanno avuto accesso alla villa di Arcore. Mi domando, che ne è del diritto alla privacy? Eppure ho vivo il ricordo di quale attenzione ho dovuto prestare – avendo lavorato in un’impresa multinazionale ed essendo responsabile per un certo settore della privacy – all’infinità di norme che tutelano, giustamente, la privacy dei dipendenti per cui, non poche volte mi sono dovuto recare personalmente presso l’Ufficio del Garante per verificare la correttezza del mio comportamento nell’adempiere.
  2. fabrizio iacovoni 3 marzo 2011 a 17:27 Nel leggere i tanti articoli sul caso Ruby, cosi’ come quello di Romano Levante, mi e’ sorta tanta tristezza.Perche’? tristezza per la vita condotta prima dei recenti accadimenti dalla giovane donna che,vissuta in un contesto familiare gia’ molto precario,ha subito all’eta’ di 14 anni uno stupro da parte di un parente e dopo altre forti vicissitudini inserita in una comunita’.Di tutto questo neanche R.Levante,persona sensibile,purtroppo non ne parla.
    Ma ancora piu’tristezza,amara, mi ha destato l’uso strumentale che alcuni fede(li) del premier hanno fatto del corpo della ragazza,allettandola con il facile guadagno,al fine che la stessa arrivasse all'”utilizzatore finale”.Ed e’ qui l’atroce cinismo piu’ abietto cui sie’ arrivati.La corruzione la stabilira’ la magistratura,se le sara’ consentita.
    Ma il capo del Governo non dovrebbe fortemente impegnarsi con le leggi ed esempi per la garanzia di valori alti,quali punti di forza soprattutto per le giovani generazioni? Moralismo il mio o passone civile?.
    Possenti Iacovoni Michelina
  3. fabrizio iacovoni 3 marzo 2011 a 11:49 Romano puo’ avere ragione sul “consumismo” investigatorio e su un certo esibizionismo-protagonismo dei P.M.La risonanza mediatica e’ colpa del sistema di cui il ” presunto” colpevole e’ un tra i piu’ importanti fondatori, con le sue tv.Gli accostamenti con gli altri”scandali” non mi sembrano appropriati,sono di altre epoche,in contesti differenti.Sa di tutti colpevoli=nessun colpevole.E poi in essi “scandali”, che io ricordi, non c’e’ stato un protagonista come un Primo Ministro(parlo dell’Italia) come vittima o colpevole.Ma solo un figlio ed il padre dette subito le dimissioni,Attilio Piccioni appunto.
    A noi non interessa scrutare dal buco della serratura il privato relax di Berlusconi.Che sia vittima o colpevole ,in uno stato di diritto, ci pensino i Magistrati,pur con i loro limiti.
    A noi interessa che durante il quotidiano governi,se e’ capace, questo Paese ingessato e ormai alla deriva e i suoi relax notturni sessuali o meno non servino a smaltire lo stress(ma quale?) accumulato di giorno per incassare alla fine dell’anno astronomici profitti delle sue holding da spartire con i propri familiari,frutto di un capitalismo selvaggio.
  4. Franco Tomassini 28 febbraio 2011 a 10:30 Ho già avuto una modesta corrispondenza mail con Piero Ostellino, che, sul Corriere tiene la stessa posizione di Romano Levante, e ho già avuto la mia risposta, con la sufficienza e il sussiego del giornalista affermato che, da buon liberale, non tollera opinioni diverse dalle sue.
    Con Romano, invece, si potrà parlare e argomentare senza sentirsi dare dell’ignorante.
    Io, che credo nell’habeas corpus (ci si ricorderà di quel Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, uscito dal carcere dopo 12 mesi, e adesso ai domiciliari, ma ancora in attesa di processo: autentico orrore), devo dire che l’amico Romano (ma, tutto sommato, anche Ostellino) ha ragione.
    Però, vorrei, senza troppo indugiare in ricordi del passato, far presente che nel caso Montesi, il mi-nistro Attilio Piccioni si dimise dall’incarico di Ministro degli Esteri, malgrado nello scandalo fosse coinvolto solamente suo figlio Piero (la cui responsabilità non era neppure del tutto chiara: infatti, quattro anni dopo fu assolto).
    E Gassmann, oppure D’Annunzio, pur importanti personaggi, non erano il Presidente del Consiglio.
    Il quale non ci pensa neppure a passare la mano, sicuro di avere, come sempre, ragione.
    E, mi sia permesso di fare un po’ di moralismo, l’art. 54 della Costituzione (comma secondo) recita testualmente “I Cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con di-sciplina e onore……”.
    Definita però come impropria quest’invasione della privacy, ma anche tenuto conto che l’errore giu-diziario è sempre dietro l’angolo (per questo siamo contro la pena di morte, che non dà scampo al-l’errore), la persona normale affronta il processo e si difende (vedi Andreotti, Mannino e, recente-mente, Cuffaro).
    La sua innocenza, se è vera, sarà plateale, e palmare, attestata da un processo svolto nel rispetto del-le leggi e delle procedure del nostro ordinamento.
    Berlusconi, con i mezzi d’informazione che possiede, avrà ogni possibilità di conclamare la sua, a questo punto, attestata innocenza, risultando così ancora più acclamato dal suo popolo.
    Invece, e qui i miei timori di cittadino per bene si fanno veramente forti, egli si difende attaccando la Magistratura, definendola un covo di comunisti, arrivando al discredito pubblico persino della Corte Costituzionale, ovviamente non credibile, poiché anch’essa di sinistra.
    Tanti anni di fango gettato, e da sempre, sulla Magistratura, hanno ingenerato nel popolo l’idea che i magistrati sono una categoria di persone orientate politicamente nei loro giudizi e irresponsabili, da-to che non pagano per il male che fanno.
    Infine, e qui la cosa letteralmente mi terrorizza, egli propone una riforma della Giustizia con il solo scopo del suo salvataggio, con ciò dimenticando i reali problemi ai quali si dovrebbe mettere mano, e con urgenza. Adesso ci troviamo con un Ministro della Giustizia il quale è, come detto da qualcu-no, il Capo dell’Unità di Crisi dei processi contro Berlusconi, e passa il suo tempo a inventare scap-patoie giudiziarie, piuttosto che a occuparsi dei gravi problemi organizzativi del suo Ministero.
    Mi piacerebbe che Romano ci ricordasse anche questo lato, non poco importante, del problema.
  5. Marco Ciriello Vancouver 31 gennaio 2011 a 01:21 Prima di entrare nel merito dell’argomento, vorrei precisare che la mia posizione non dipende da quali saranno le conclusioni del caso: in altre parole se il Presidente del Consiglio verra’ riconosciuto colpevole od innocente. Per quanto possa sembrare assurda la mia affermazione, nel contesto di quello che scrivero’ tale fatto e’ irrilevente. La ragione per la quale ho affermato tale irrilevanza risiede nel fatto che penso che questo caso possa offrire lo spunto per riflessioni che sono ben piu’ importanbti del comportamento di un singolo uomo (o “omuncolo”, termine che ho sentito usare coloquialmente da altri riferendosi al Presidente del Consiglio).Vediamo ora di entrare nell’ambito del tema.Ho trovato l’articolo di Romano Levante estremamente interessante (come altri che egli ha scritto). Cio’ che lo rende tale e’ il taglio estremamente pragmatico che espone contraddizioni insite nella cultura e nella societa’ le quali sono allarmanti.La chiarezza della direzione verso la quale una cultura e, di conseguenza, una societa’ si dirigono e’ di fondamentale importanza perche’ tale cultura e tale societa’ offrano dei punti di riferimento affidabili.Penso che l’umanita’ debba decidere se voglia creare un ambito socio/culturale che segua leggi nelle quali “la supremazia del piu’ forte”, “lo sfruttamento del singolo o di un gruppo ‘, “l’inequalita’ degli individui”, “l’assenza del riconoscimernto dei diritti umani”, “la mancanza di rispetto verso se stessi e verso gli altri” siano principi sui quali costruire il futuro, o se invece le basi per il progresso siano quelle nelle quali si pongano queste tematiche e l’essenza etica della risposta ad esse sia rivelata da un dibattito filosofico.E’ una decisione di base che ha un effetto sul tipo di considerazioni che si possono fare sull’affare “Ruby”.Rispetto al caso Ruby, se la decisione e’ quella di perseguire un progresso culturale che non contempli etiche di nessun tipo, non esistono ulteriori considerazioni. La posizione sociale diviene chiara e il tipo di comportamento diviene non contradditorio.Diversa e’ la valutazione in un contesto che aspiri al chiarimento etico del proprio modo di essere e della nostra relazione con altri esseri. In questo caso, se le accuse avanzate dalla magistratura si dovessero dimostrare fondate, le contraddizione tra gli atti od il comportamento e quelli che sono i principi sui quali la nostra cultura e societa’ idealmente si fondano sono evidenti e notevoli. In questo caso, tuttti i principi elencati precedentemente (come esempio perche’ non ci si dovrebbe limitare solo ad essi) sarebbero stati violati.Nessuno mette in dubbio la difficolta’, non solo di creare una societa’ senza contraddizioni, ma di formarne una logicamente ed eticamente funzionante. Fermo restando questo fatto, abdicare a tale aspirazione sarebbe veramente disastroso. In un certo senso e’ quello che avviene quando il costume modifica la percezione di quello che sia appropaito e quello che non dovrebbe succedere.Quando una delle piu’ alte cariche dello stato, che dovrebbe stabilire i parametri di riferimento per il resto dei cittadini, viene a mancare nel fornire tale esempio (e non sappiamo ancora se questo sia vero o no) e questo viene in qualche modo condonato definendo l’atto stesso come fatto di costume, allora c’e’ il rischio d’aver abdicato.Ritornando.al fulcro del tema prededente, non ci puo’ essere contraddizione tra gli ideali di una cultura e societa’ (i quali si traducono in leggi ed istituzioni) ed il comportamento degli individui. Se la prostituzione e particolari atti espletati con una minore sono condannati dalla legge, il costume od il denaro non li possono giustificare.Forse un principio fondamentale chiarisce piu’ di tutti un comportamento di questo tipo: non fare agli altri cio’ che non vorresti che fosse fatto a te.Se Il Presidente del Consiglio avesse una figlia, la vorrebbe vedere coinvolta con individui che si possano essere comportati allo stesso modo (anche senza arrivare ai rapporti sessuali ma semplicemente per quello che e’ stato ammesso)?Nel caso la sua risposta fosse no, allora i problemi diverrebero ancora piu’ profondi perche’ ammetterebbero una disuguaglianza di considerazioni le cui radici porterebbero molto lontano rispetto a quello che la nostra societa’ idealmente propone.Per quanto riguarda l’articolo di Romano Levante penso che alcuni dei commenti siano stati ingiusti ed emozionali. A parte la liberta’ di espressione dell’individuo, la conclusione dello scritto pone i temi trattati dall’autore sul piano della discussione ed in un certo senso apre il dialogo ad opinioni contrarie delle quali non si teme l’effetto, sempre che esse vengano espresse sullo stesso piano culturale.Credo sia importante, anche nel disaccordo, non perdere di vista la positivita’ del dialogo e quanto questo sia necessario per un avanzamento culturale. L’opportunita’ per progredire puo’ essere scoperta in qualsiasi situazione.
  6. Francesco Ascani 21 gennaio 2011 a 19:36 Dal 6 aprile 2010 non fornivo mie considerazioni su scritti del dott. Levante e questo non per aver smesso di gustarli, ma per essere stato assorbito da tanti impegni, chiamiamoli “famigliari”, fortunatamente quasi tutti lieti.
    Per la verità, da qualche tempo, avevo notato una diminuzione dei suoi scritti su questa Rivista culturale e l’avevo addebitata alla necessità umana di “respirare”, di tanto in tanto; ciò perché, chi è a conoscenza del suo grande impegno in servizi culturali e sociali per diffondere “conoscenza”, ha bene appreso il dispendio di energie intellettuali e fisiche necessario.
    Mi sono, invece, reso conto che il dott. Levante non ha ridotto la sua attività, ma l’ha estesa ad altre Riviste online (ArcheoRivista e AmalArte), sempre con scritti abbastanza estesi, ma che non stancano perché ricchi di notizie, con approfondimenti che creano sempre cultura.
    In effetti, il dott. Levante, anche con questo articolo ha fornito, con la solita singolarità e brillantezza, su un argomento all’apice dell’attenzione della collettività, elementi di conoscenza completa al lettore (opportuno il ricordo del “Drive in”), lasciandolo libero di trarne le conclusioni.
    Questa mia affermazione trova rispondenza nelle conclusioni dell’autore che, dopo aver fornito tanti elementi da analizzare e valutare, pone degli interrogativi e si augura che ognuno dia la propria risposta, ragionando sui fatti, perché ” L’occhio della cultura non può essere partigiano. Ci auguriamo sia così per tutti”.
    Francesco Ascani
  7. Direttore 20 gennaio 2011 a 02:18 Gentile signora Rita, la sua supponenza e la sua mancanza di educazione, che qui si chiama scostumatezza, imporrebbero ben altra risposta. Dato che io coltivo l’educazione come bene primario dell’uomo evengo chiamato in casua dal suo commento mi limiterò a dirle che io, Giovanni Lattanzi, sono il direttore responsabile di questa testata giornalistica; il dr. Romano Maria Levante è l’autore dell’articolo; l’opinione espressa in esso è una “opinione” e come tale è degna del massimo rispetto al pari di tutte le altre, sia quelle che le piacciono sia quelle che non le piacciono; se desidera cancellarsi dalla nostra rivista, oltre a farlo liberamente, mi deve spiegare come fa a cancellarsi da una rivista gratuita e libera diffusa su internet; la rivista è sovvenzionata da me stesso con i soldi che provengono dal mio conto corrente personale e che sono frutto esclusivo del mio lavoro, soldi che invece di essere spesi in profumi, vacanze e altre amenità consumistiche vengono utilizzati per mantenere in vita un luogo di cultura dove tutti quelli che hanno qualcosa di sensato da dire possono esprimerlo liberamente in maniera educata. Detto questo, se intende avanzare dei dubbi sul finanziamento di questa testata insinando eventuali “direzioni politiche” privilegiate frutto di un ipotetico finanziamento (che ho appena sopra ufficialmente smentito), deve avere il coraggio di dirlo qui, qualificandosi con nome, congome e indirizzo, e poi di ripeterlo ovviamente quando ci vedremo in un’aula di tribunale dove risponderà del reato di diffamazione.
  8. lnavv 20 gennaio 2011 a 00:08 E’ una questione di “onore”. Provo a spiegarmi.La zoccolaggine, ben al di là di ipocriti moralismi, è croce e delizia dell’essenza femminile. E’ l’istinto primario della femmina in genere, e l’humana donna non sfugge a questa naturale e biologica legge. Ricordo sempre quella stupenda fotografia dell’essere umano tratteggiata da Nietzsche: l’uomo educato alla guerra, la donna al riposo del guerriero, e tutto il resto è stupidità. Spesso la zoccola (che qui non è una pantegana) non è una prostituta.La prostituzione, si sa ben al di là del luogo comune, è uno dei mestieri più antichi del mondo. Nulla da obiettare. La prostituta vende qualcosa che è indiscutibilmente di sua proprietà, e chiede giustamente il corrispettivo della merce noleggiata e del servizio prestato. Così come un operaio vende le sue braccia e vuole giustamente perciò essere retribuito. Così come il cliente spesso non si atteggia a guerriero, altrettanto spesso la prostituta non è una zoccola (men che meno una pantegana).Il problema nasce quando la prostituta e la zoccola (e qui chiedo scusa alle innocenti e bistrattate pantegane) convivono nella stessa persona. Allora l’uomo che si finge guerriero per allietare il suo riposo, ben sapendo di essere uno dei tanti delegati a ricordarci che non siamo noi a distinguerci dagli altri animali per il raziocinio, ma gli altri animali a distinguersi da noi per il diritto all’alibi del ridottissimo raziocinio… ebbene, quest’uomo va preso a pedate; a prescindere.Poichè, per me, il problema sta tutto qua: incontrare una di queste prostitute-zoccole e doverla chiamare “onorevole”. Le avesse soltanto pagate e buonanotte, affari suoi. Ma non tollero che possano diventare anche affari miei.
    E non c’è, per me, fine ed erudita e fondatissima disquisizione giuridica (reato) o morale (peccato) che tenga. E lo ammetto, sono partigiano della mia stessa ira.
  9. assunta 19 gennaio 2011 a 23:26 Sarà chiaro a lei come a chiunque la confutabilità di ogni tesi. Ma – sarà la stanchezza personale oltre che storica e concettuale – non intendo confutare alcunché, perché  se devo dirla tutta a me che Berlusconi organizzi festini secondo il format Drive in, Porta a Porta o Annozero non importa nulla, come non m’importa chi si sia portato o intenda portarsi a letto. Noto tuttavia due grandi anomalie in questa arringa-valanga: la prima è la totale assenza del concetto di dovere di tutti di sottostare e rispondere alla legge; la seconda (non in ordine d’importanza) è che la morale sembra essere che il lercio sia scusabile se sommerso, ammantato da un chador nazionalpopolare.Mi creda non ne faccio una questione morale, ché i moralismi non servono a niente e a nessuno tantomeno ad un’opposizione rozza e incapace di controbattere sul fronte politico tanto da leccare le briciole a luci rosse. Ne faccio però una questione di pudore. E chi ne conosce ancora il significato sa bene che esso investe la sfera dell’intimo e del personale. Non m’importa che il premier di questo Paese stampi il suo sorriso voglioso sulle gote di generose e procaci fanciulle sedute sui suoi ginocchi. Io, sono fortunata: ho termini di paragone dal contenuto umano e culturale elevato. Penso – come contrappunto e meglio di ogni tentativo di sterile confutazione – a certi uomini della mia vita: a mio nonno Domenico, a zi’ Custantin, al preside del liceo, a zio Matteo. Penso a loro e ringrazio la vita per avere avuto esempi di onestà, decoro, pudore, rispetto. 
    Spero che le minorenni di oggi abbiano anche loro questa opportunità e non si lascino convincere che sono solo carne fresca e appetitosa che, comunque, prima o poi sarà violabile dalla maggiore età.   
  10. rita orlando 19 gennaio 2011 a 23:23 Avevo aggiunto qualche parola sulla totale mancanza di riflessione da parte del Sig. Levante della pessima rappresentazione della donna da parte del nano sia nelle sie tv che nel suo privato…mi è stato dato un messaggio di errore…ci riprovo. Rita orlando
  11. rita orlando 19 gennaio 2011 a 23:19 Aggiungo una postilla a quanto già scritto: ma il Sig Levante ha per caso riflettuto per un attimo alla rappresentazione della donna che ne ha sempre dato già nelle sue tv ed ora ancor di più nei suoi “momenti rilassanti” il “drago” di Arcore…nel suo scritto non ce n’è neppure un minimo cenno…direi che forse è arrivata l’ora di cominciare a considerarla! Rita Orlando
  12. rita orlando 19 gennaio 2011 a 22:59 Dopo aver letto con attenzione il dotto scritto del Sig.Levante, aver valutato con la dovuta imparzialità le tesi da lui sostenute, non posso fare a me di sospettare e di arricciare il naso in merito a quello che lui sostiene…come si può ancora stare dalla parte del peggior bugiardo e del più grande imbroglione che la storia repubblicana ricordi…non so chi sia il direttore di questa rivista, se per caso fosse la stessa persona che ha scritto questo “editoriale”, bene La pregherei di comunicarmelo…mi cancellerò da questa rivista che non riceve denaro pubblico ma qualcuno lo sovvenzionerà…chissà chi?

Info

A questo articolo, riportato dal sito citato, ne seguirà un secondo di risposta ai gentili lettori, anch’esso scritto allora e tornato di attualità, ma, a differenza del primo, finora non pubblicato.

Foto

Le immagini sono della trasmissione televisiva “Drive in” di Mediaset che si ringrazia, come si ringraziano i titolari dei siti web da cui le abbiamo tratte per inserirle nel testo a mero scopo illustrativo senza alcun intento economico o pubbliicitario, pronti ad eliminare quelle di cui non fosse gradita la pubblicazione su semplice richiesta.