Guttuso, 2. le 100 opere di un lungo percorso, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

La rievocazione della vita e dell’arte, da noi fatta nella presentazione dei giorni scorsi,  prepara la visita alla mostra “Guttuso 1912-2012”,  in corso a Roma, al Vittoriano, dal 12 ottobre 2012 al 10 febbraio 2013, con 100 dipinti che consentono di ripercorrerne le diverse fasi. E’ stata una vita così intensa con il suo impegno nella realtà civile, sociale e politica del paese, da costituire il riferimento costante del suo realismo pittorico legato alle persone e agli oggetti, ai luoghi e alla società. La mostra, realizzata da “Comunicare Organizzando”, coordinata e diretta dal presidente Alessandro Nicosia, è stata curata, con il catalogo Skirà, da Fabio Carapezza Guttuso e da Enrico Crispolti.

Sala dei Grandi Dipinti,  a sin. “I funerali di Togliatti”,1972,  a dx “Vucciria”, 1974 

Il percorso della mostra

L’allestimento al Vittoriano ha la forma di un percorso, le opere sono collocate lungo un itinerario cronologico e di vita che diventa anche stilistico e di arte. Dopo la gigantografia in bianco e nero del suo volto severo, che accoglie al sommo dello scalone, l’“Autoritratto”  a forti colori del 1975 introduce  in una carrellata di immagini: dai piccoli quadri a tonalità scure della formazione, all’aprirsi alla luce e al colore, mentre le composizioni prendono forme stilistiche diverse, anche post cubiste ma sempre improntate a un realismo che non ha mai cedimenti verso l’astrazione.

Si è presi da un vortice cromatico e stilistico, di forme e contenuti, fino a restare senza fiato nel crescendo che, dopo la “La fuga dall’Etna” e la “Crocifissione”, presenta i quattro dipinti “clou” nella sala quadrata dei “Grandi Ritratti”: dal centro dell’ambiente si possono  centellinare le tante figure e situazioni di queste opere memorabili, che vanno dall’impegno politico e sociale di “I funerali di Togliatti” e “La zolfatara”, alla nota di costume di “Sulla spiaggia” e “Vucciria”. E’ difficile lasciare la sala, si è calamitati a restarvi a lungo, come fanno tutti i visitatori,  scoprendo nuovi particolari man mano che si guardano meglio dipinti così pieni di vita nel loro realismo.

La mostra ha ancora tanto da offrire, all’ordine cronologico si unisce quello tematico nel lungo salone con le nature morte sulla destra e le visioni dei luoghi amati di Roma e della sua Sicilia a sinistra; poi si va al piano superiore dove si trovano grandi quadri come “Discussione”, “Convivio” e “Caffè Greco”, tra  ritratti di personaggi amici e scene familiari. Fino alla parte “notturna” nell’ultima fase, che evoca ambienti e momenti colmi di mistero,  nel crepuscolo della vita.

Un “corpus” pittorico vario e vasto preceduto dai suoi disegni molto densi ed elaborati da sembrare dipinti, in  due “enclave” all’inizio della mostra, e concluso dalle sue opere scenografiche teatrali: sono le due forme d’arte che hanno sempre accompagnato la sua pittura, per il  teatro c’è a fianco un video che trasmette filmati delle opere con le scene da lui create i cui bozzetti sono esposti  lì vicino. C’è anche il sonoro a fare sentire la vita attraverso il teatro, come la si sente  attraverso i suoi dipinti “scolpiti” in un realismo intenso e profondo che lascia un segno forte nel visitatore.

L’itinerario fino alla “Crocifissione” del 1941

Nell’esposizione delle opere il criterio cronologico,oltre ad assicurare il carattere antologico alla mostra, ha una notevole resa spettacolare dando luogo a un crescendo sotto l’aspetto visivo.

Dopo il primo contatto con l’arte matura di Guttuso nell’“Autoritratto” del 1975, il corridoio iniziale presenta le opere della “formazione”. Dai 18 ai 25 anni, tra il 1930 e il 1933, il campionario dei suoi temi “privati”: il ritratto (“Ritratto del padre” e “Ritratto di Boyer (da Cezanne)”, la sua immagine (“Autoritratto con sciarpa e ombrello” e “Autoritratto”); la natura morta con oggetti (“Natura morta con lume, piatto, bottiglie” e “Natura morta con scarpe”), la donna (“Donna del marinaio” e “Il racconto del marinaio”), figure speciali (“Cavallo pazzo” e “Bambini in festa”).

Sono immagini  scure che si vanno illuminando con il passare degli anni. Uno dei due curatori, Enrico Crispolti, definisce la sua prima “identità immaginativa” come “una possibile dimensione di ‘mito mediterraneo'”, con “recuperi d’ottica di remota matrice ‘metafisica’” insieme a “proiezioni picassiane”;  e sottolinea che pur con questi influssi – comprese “suggestioni sia pompeiane che napoletane” – “intuitivamente egli sospingeva identitariamente verso una propria specificità etnico-paesistica siciliana”.  Resterà anche negli anni maturi, con i dipinti sulla terra siciliana d’origine.

Già a 26 anni, nel 1938, esce dai temi “privati” per quelli ispirati dalla sua sensibilità per i temi politici e sociali, con due opere straordinarie: “Fucilazione in campagna”,  per l’uccisione di Garcia Lorca, su influsso di Goya ma con il proprio sigillo nella dignità severa della vittima rispetto all’aggressività degli uccisori; e “Fuga dall’Etna”, un quadro di metri 1,5 per 2,5 con influssi picassiani, affresco pittorico coinvolgente con la fuga concitata dal terremoto di donne seminude, uomini, animali. Nello stesso anno anche quadri “privati”,  sui temi a lui cari prima citati, come “Mele e fiori” e “Mano di Mimise”, “Ritratto di Eugenio Montale” e “Gente nello studio”.

Questi temi si infittiscono negli anni immediatamente successivi: dal 1939 al 1941 immagini dallo  studio: “Cesto, forbici e limoni” e “Gabbia bianca  e foglie”, “Nudo sdraiato” e “Ritratto di Mimise”, “La bottiglia di Madera” e “Natura morta con lampada”, “La finestra blu” e “Arance”, fino a “Paesaggio”. I contrasti di colore e le forme nette acquistano una forza sempre maggiore.  Si conferma il suo interesse per i soggetti presi dalla vita e nello stile c’è un’evoluzione. Crispolti  lo vede liberato dalle prime suggestioni e sospinto verso “una concretezza di interessi esistenziali, e infine una fisicità persino di impressiva percezione organolettica”.  E’ il realismo pittorico che essendo radicato nell’esistenza concreta è percorso dall’inquietudine che ne deriva, individuale e collettiva.  Per il critico “ormai scavalca l’originale riferimento a una propria matrice etnico-culturale, siciliana, per darsi a viso aperto, senza più alcun appiglio particolare, a un confronto con lo spessore esistenziale della realtà morale, sociale, politica del tempo”.

E’ l’inquietudine diffusa che pervade  “Crocifissione”, il dipinto 2 metri per 2 posto alla svolta della galleria pittorica della prima fase, è anche una svolta per Guttuso che deve affrontare la reazione violenta della Chiesa, tanto che, come abbiamo ricordato a suo tempo, la mostra in cui era stato premiato fu chiusa in anticipo e poi cessò anche il Premio Bergamo. L’influsso picassiano è evidente nella testa del cavallo bianco e nella figura del torturatore sul cavallo nero, d’altro canto c’era l’intento di attualizzare il sacrificio facendone un simbolo, per cui l’angoscia di “Guernica” era la trasposizione giusta. Guttuso disse che l’aveva pensata “come un supplizio”  da rappresentare in un interno come le torture agli arrestati politici. La trasgressione che colpì maggiormente fu la Maddalena nuda oltre alle croci spostate:  fu definito dall'”Osservatore Romano” un  “baccanale orgiastico”, il vescovo di Bergamo  vietò ai parroci di visitarla pena la “sospensione ‘a divinis'” e ordinò loro di sconsigliarla ai fedeli. Il quadro è uno straordinario specchio dell’inquietudine collettiva attraversata dall’Europa, e Crispolti lo definisce: “Un significativo fortissimo manifesto di questa profonda, corale, percezione di crisi, di tragedia incombente, in percezione europea”.

“Crocifisssione”, 1940-41

La sala dei Grandi Dipinti

“Fuga dall’Etna” e “Crocifissione” con le loro dimensioni e l’impianto narrativo preparano all’impatto con i quattro “Grandi Dipinti” che circondano il visitatore appena entrato all’interno dell’apposita sala, dominata dalla balconata che permette di averne una visione d’insieme dall’alto. Viene  interrotta la sequenza cronologica per raggrupparli  in un quadrilatero la cui presa spettacolare e  forza evocativa crediamo non abbiano precedenti per intensità. La cronologia alterna le tematiche, dalla narrazione socio-politica a quella privata anche se collettiva.

Il primo è  “Zolfara”, 1953, 2,50 metri per 3, dove c’è quella che Crispolti definisce “epica di ‘racconto popolare'”:  nei lavori quotidiani  “raccontando”  ambienti e consuetudini, gesti ed azioni,  dal lavoro femminile organizzato, come dattilografe e cucitrici, al lavoro maschile di contadini, pescatori, operai e minatori. Qui rappresenta la miniera di zolfo in un realismo sociale che diventa drammatico nell’assimilazione delle figure nude di ogni età stremate dalla fatica mescolate e quasi assimilate alle colate di zolfo in una visione apocalittica da inferno dantesco, che evoca la lotta dell’uomo contro la natura ostile in una condizione disumana di segregazione e sfruttamento. In basso la figura di un ragazzo dal corpo scarnito che si piega per sollevare una cesta, richiama l’immagine del quadro dell’anno precedente “Zolfatorello ferito”, altrettanto fragile e tormentata.

Passano soltanto due anni da “Solfara” ed ecco un racconto popolare di segno opposto, “La Spiaggia”, 1955-56, dimensioni  maggiori, 3 metri per 4,5,  il realismo questa volta si concentra  sulla gente che si affolla nel litorale di Ostia, il verbo rende bene la scena, che è di massa. Né il cielo né il mare entrano nel campo visivo, carne al sole nelle più diverse posizioni, figure in piedi o sdraiate, maschili e femminili, bambini che giocano anche qui in una mescolanza dove le figure sono evidenziate da colori accesi, mentre la sabbia su cui poggiano è evanescente fino a sollevarsi  in nuvole come di vapore che velano le immagini lontane tra riflessi di luce abbaglianti.  Ci si sente immersi in questa realtà vacanziera dove non si avverte la gioia di vivere quanto la celebrazione del rito del nuovo benessere, officiato dalla figura di Picasso al centro con “citazioni” di sue immagini.

Il terzo grande dipinto è “I funerali di Togliatti”, 1972, ancora più grande, 3,40 metri per 4,40, il racconto popolare si sposta su un tema politico, e assume un aspetto ancora diverso nella composizione pittorica. La scena di massa non mostra viluppi di corpi – come quelli tormentati dalla fatica nel primo dipinto o abbandonati  e gaudenti del secondo, e neppure uniti nel dolore  –  bensì una serie di ritratti dei dirigenti del partito, perfettamente riconoscibili, e altre figure di militanti e familiari, dai contorni appena delineati su un biancore intervallato dal rosso squillante delle bandiere, peraltro senza i simboli del partito a cui l’artista era tanto legato, che celebra le esequie del leader storico. Il suo viso esanime è un ritratto come gli altri circondato da una ghirlanda di fiori. Sembra che il rosso delle bandiere si trasmetta attraverso le figure, e anche il cielo venato di rosso si unisca alla celebrazione funebre. In alto a sinistra l’interno del Colosseo che Cesare Brandi vede “come un ossario, dove il passato è morte”, e a destra  alcuni operai su una passerella “col pugno alzato, dove chiaramente il presente è vita”: passato e presente uniti per l’eternità?

Chiude il magico quadrilatero dei Grandi Dipinti “La Vucciria”, 1974, 3 metri per 3, si torna al racconto popolare di costume imperniato sul grande mercato di Palermo nel quale si incontrano persone  e cose, colori e umori della sua Sicilia, quasi in una magica alchimia. Il nome del mercato significa “confusione”, nel dipinto la merce esposta – dagli ortaggi al formaggio, dalla carne al pesce – pur se in modo ordinato, è affastellata in tutta la superficie, lascia solo uno stretto varco al centro dove passano gli acquirenti, con la figura femminile dall’abito chiaro ripresa di spalle in primo piano. Lo ha definito lui stesso “una grande natura morta con in mezzo un cunicolo nel quale la gente scorre e si incontra”, e ci sembra che meglio non si potrebbe descrivere. E come nelle nature morte, da lui rappresentate in ogni fase della sua vita, sono gli oggetti i protagonisti, riprodotti con estrema precisione figurativa. La sua “idea di mercato”, sempre per l’artista,  “è un oggetto, da trattare come tale e percepibile, visibile da ogni parte” anche sentendone gli umori  e i rumori.  Carapezza Guttuso ricorda le parole di Leonardo Sciascia, che lo conosceva bene: “E’ una visione, un sogno, un miraggio, un mangiar visuale: e con effetti di appagamento e delizia…”.

“Discussione”, 1959-60

L’itinerario dal dopoguerra agli anni ‘70

Si lascia a fatica una sala che magnetizza e fa restare ancorati al centro spostando lo sguardo ora sull’uno ora sull’altro dei quattro capolavori posti nelle pareti del quadrato magico. Il seguito dell’itinerario è avvincente, e poi si sa che si troveranno altre opere di notevoli dimensioni anche se minori, come si sono trovate prima dei “Grandi dipinti”, come “Fuga dall’Etna” e “Crocifissione”.

Avvince la prosecuzione, anche se su piccole misure, dei temi sociali, siamo nel dopoguerra, dal 1946 ai primi anni del 1950 :  vediamo “Retata” e “Occupazione delle terre”, il già citato “Zolfatorello ferito” e “Lotta di minatori francesi”, “Massacro di agnelli” e  uno “Studio per la ‘Battaglia di ‘Ponte dell’Ammiraglio'”, il grande dipinto che si può ammirare nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna. La sua intesa attività legata all’impegno civile e politico, si manifesta  anche nei dibattiti del mondo artistico in cui si batte per il realismo contro le suggestioni astratte. Intanto il suo stile si sposta verso un post cubismo con forte ancoraggio alla realtà, tali appaiono le opere citate nel segno di una netta evoluzione stilistica rispetto al passato. Ma, come di consueto, coesistono temi personali: i ritratti (“Ritratto di Antonio Santangelo”, “Autoritratto”, “Ritratto di Mimise”), gli oggetti (“Bottiglia e barattolo”, “Ricci”), i luoghi (“Paesaggio”, “Il merlo”).

In un’altra svolta nell’allestimento scenografico della mostra spicca un’opera spettacolare, “La pesca del pesce spada”, 1949, di 2 metri per 1,50, un postcubismo lineare e dinamico. Tre anni dopo, nel 1953, l’anno di “Zolfara”, “L’eroe morto”, figurativo senza tratti di realismo marcato, spunta appena il viso nel biancore della fasciatura e delle lenzuola che lo avvolgono, straziante!

Ma nell’ispirazione e nell’arte di Guttuso preme la realtà quotidiana, che pulsa  nel suo studio e nella città dove vive, e c’è anche la memoria, e con essa la sua terra. Per questo di nuovo dai forti temi sociali si torna ai più leggeri tempi privati;  siamo giunti alla seconda metà degli anni ’50.

La mostra presenta, nell’ultima sala lunga del piano inferiore, dipinti che arrivano agli anni ’70. Sulla destra  oggetti e nature morte come  “Damigiane e bottaccino” e “Natura morta con fornello elettrico”, “Fichi d’India”, “Cesto di castagne”  e “Girasoli”;  figure come “Ragazzi in Vespa” del 1958, ricordo della scena di “Vacanze romane” partita proprio dall’edificio in via Margutta dove aveva lo studio, e il tormentato “Donna nuda nello studio”; dalla forma contorta, che precede di tre anni il “Nudo trasversale” del 1962, ancora più scavato. E sulla sinistra una carrellata di immagini di luoghi a lui cari,  romani e siciliani, come “Tetti di Roma” e “Colosseo”, “Vecchie case a Palermo” e “Muri di Erice”, fino a “Tetti a Velate d’inverno”.

Siamo giunti alla scalinata che porta al piano superiore, dove ci saranno altre sorprese ma sempre in una coerenza contenutistica ed espositiva che alterna temi impegnati a temi leggeri; del resto il realismo che si ispira ai motivi esistenziali è anche questo, l’impegno sofferto e il quotidiano. Prima di salire guardiamo i due ultimi dipinti del piano che stiamo per lasciare: “Ritratto del padre agrimensore” e “Trionfo della guerra”, entrambi del 1966,  che sintetizzano  quanto appena detto, il primo un ritratto in piedi quieto e solenne, il secondo una denuncia allucinata alla “Guernica”.

Le testimonianze allegoriche e il mistero, fino al trionfo della vita

Il piano superiore non contiene i “residui”, come spesso avviene, ma altre opere fondamentali per i contenuti di testimonianza e l’espressione stilistica in dimensioni notevoli;  e quelle dell’ultimo periodo, anni ’80, in cui affiora un clima misterioso, forse per i dilemmi anche spirituali,  come sempre insieme a quadri  apparentemente minori che documentano il suo “quotidiano”.

Si comincia con le testimonianze allegoriche, è stata giusta la scelta di arricchire l’itinerario finale in modo da ripartire i dipinti di maggiori dimensioni lungo tutto il percorso. La prima è “La discussione”,1959-60, 2,20 metri per 2,50, testimonia il fervore di dibattiti in cui lui stesso era impegnato: una composizione con un taglio da fotoreporter che riprende di schiena i convenuti mentre di fronte c’è il tavolo della “presidenza”, con carte e giornali, una riunione di sezione del Pci? Anche in “Il Convivio”, 1973, metri 1,50 per oltre 2,20, c’è una riunione, me è conviviale intorno al tavolo con spaghetti, pesce e vino, al centro Picasso, quasi come evocato dall’al di là,  ed è volutamente in uno stile che richiama il suo cubismo anche in certe figure picassiane. La terza è “Caffè Greco”, 1976, circa metri 1,90 per 2,40, questa volta la testimonianza riguarda il ritrovo frequentato da artisti e intellettuali, anche qui visione realistica dell’ambiente in cui si riconoscono chiaramente de Chirico, abituè, e Buffalo Bill, una testa sembra di D’Annunzio, il tutto tra l’affollarsi di persone in periodi temporali molto diversi. Viene definito “realismo allegorico” come “incontro di reciprocamente incongrui personaggi storici, al di là dei nessi temporali”.

Anche questa è quotidianità, ma assurge ad evento. Mentre quella a lui abituale la ritroviamo nei  ritratti a personaggi amici (“Ritratto di Giorgio Amendola” e “Ritratto di Moravia”, con cui ebbe uno stretto sodalizio, tra gli anni ’70 e ’80, cui sono affiancati “Ritratto di Mario Alicata”, “Ritratto di Anna Magnani”, “Ritratto di Mario Schifano” e “Autoritratto con maglione”, tra il 1955 e il 1969), e nature morte (“Bucranio, mandibola di pescecane”, 1984).

Si caricano di significati profondi e del senso del mistero le  due opere del 1980, precedute da “Il sonno”, 1979, un corpo nella sua povera nudità stremato anche nello spirito. Sono due “notturni”, “Sera a Velate” e “La visita della sera”, figurazioni definite “allegorie visionarie” a cui vengono accostate “Cena ad Emmaus”, 1981 e “Allegoria della sera” non esposta. E’ la “malinconia che, come una  linfa sotterranea, pervade le opere di Guttuso” negli ultimi anni – commenta Carapezza Guttuso   è la nera compagna con cui da tempo dialoga l’artista che proietta la sua ombra sui luoghi familiari”: Velate e il giardino del Palazzo del Grillo in cui abita, dove si sentono presenze inquietanti, evocate nel primo dalla luce gialla che fende la penombra, nel secondo dalla tigre che passa nel suo “hortus conclusus”, in cui si crea “un’atmosfera sospesa che, avvolgendo progressivamente il paesaggio, gli oggetti, le piante, rende tutto più evanescente, magico e fatale”.

Ma non è questa la conclusione che vogliamo dare alla nostra visita alla mostra. Ci piace fermarci su due dipinti, “Due donne sdraiate”,del 1982, in cui Carapezza vede “la metafora dell’erotismo, più guardato che vissuto, sospeso in un’atmosfera che comunica qualcosa di tragico”, ma conferma il suo interesse per “l’altra metà del cielo” con un realismo coinvolgente; e “Angurie”, del 1986, in cui poco prima della morte, che ricordiamo avvenuta il 18 gennaio 1987, ci regala un’esplosione di colori, tra il rosso squillante del frutto e il verde delle foglie, in cui lo sentiamo lanciare un trionfale inno alla vita. E’ la compresenza di motivi intensi e motivi leggeri, che rende il senso della vita.

Non è la sola immagine lieta con cui si lascia la mostra, la cui visita è iniziata con le due “enclave” recanti esposti i suoi straordinari disegni, che lo hanno accompagnato tutta la vita, così densi di materia ed elaborati nella composizione da potersi equiparare ai dipinti: sono circa 25 e riguardano tutti i suoi temi, da quelli politici e sociali a quelli quotidiani e  personali,  L’ultima immagine di vita è quella del suo teatro, la scenografia teatrale è stata l’altra costante oltre al disegno: sono esposti parecchi bozzetti, da “Baccanti” a “Carmen”, da “Machbeth” a “La forza del destino”. Vicino ai bozzetti c’è un video che trasmette immagini degli spettacoli nei teatri con il sonoro.

Ebbene, vedere le scenografie da lui disegnate e realizzate, dove si muovono i personaggi, e sentire il canto lirico dà la sensazione della presenza dell’artista. E’ merito dei curatori aver concluso la mostra con immagini di vita che esprimono il valore perenne dell’arte, eternatrice come la poesia.

Info

Complesso del Vittoriano, Roma, via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali).Tutti i giorni: da lunedì a giovedì 9,30-19,30; venerdì e sabato 9,30-23,30; domenica 9,30-20,30 (la biglietteria chiude un’ora prima). Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,00. http://www.comunicareorganizzando.it/ Tel. 06.6780664;  prevendite 199.747554 http://www.ticketone.it/. Catalogo: “Guttuso 1912-2012”, a cura di Fabio Carapezza Guttuso ed Enrico Crispolti, Editore Skira, pp. 224, formato 24 x 28, euro 39,00; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo sulla mostra è uscito, in questo sito,  il 25 gennaio 2013, con 4 immagini,  un’inquadratura della sala dei Grandi Dipinti con  “La Spiaggia” e “Zolfara”, poi “Occupazione delle terre”, “Trionfo della guerra”, “Autoritratto”.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra al Vittoriano, si ringrazia “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia con i titolari dei diritti e in particolare Fabio Carapezza Guttuso. In apertura  un’altra inquadratura della sala dei Grandi Dipinti con a sinistra”I funerali di Togliatti”,1972,  a destra “Vucciria”, 1974; seguono “Crocifisssione”, 1940-41, e “Discussione”, 1959-60; in chiusura “Angurie”,  1986.

“Angurie”,  1986