Brueghel, arte e dinastia, al Chiostro del Bramante

di Romano Maria Levante

La mostra “Brueghel. Meraviglie dell’Arte fiamminga”, è giunta a Roma dopo Como e Tel Aviv, rinnovata e accresciuta di 20 dipinti, nel  Chiostro del Bramante, che dopo aver ospitato il moderno Mirò offre a una pittura aderente alla propria epoca i suoi ambienti prestigiosi immersi in una penombra suggestiva. Programmata dal 18 dicembre 2012 al 2 giugno 2013, è stata prorogata fino al 7 luglio per le molte prenotazioni in essere e il grande successo di pubblico, oltre 200 mila visitatori. Organizzata da “Arthemisia” con Dart – Chiostro del Bramante,  a cura di Sergio Gaddi e Doron J. Lurie, conservatore dei dipinti antichi al Tel Aviv Museum of Art, che hano curato anche il Catalogo bilingue “Brueghel. La dinastia” della Silvana Editoriale.

Pieter Brueghel il Giovane, “Danza nuziale all’aperto”, 1610 

Le due chiavi di lettura, l’arte fiamminga e la dinastia

Una doppia chiave di lettura della mostra: da un lato i Brueghel” sono le “Meraviglie dell’Arte fiamminga”, come nel titolo, dall’altro sono “La dinastia Brueghel”, come si intitola il Catalogo.

L’Arte fiamminga la troviamo declinata in alcuni dei suoi aspetti più caratteristici: la vita quotidiana nella vivacità delle scene popolari con qualche interno familiare e l’ambiente naturale con visioni arcadiche e allegoriche, i fiori e le nature morte, fino alle farfalle  Temi declinati nell’arco di 150 anni dalla dinastia di pittori che seguivano canoni affini, pur nelle differenze stilistiche e di qualità, tanto che si parlò di uno “stile Brueghel”, una specie di sigillo comune che indusse molti discendenti a seguire la strada della pittura, e si trattava di famiglie numerose, anche con dieci figli.

I due figli di Pieter il Vecchio si differenziano notevolmente: Pieter il Giovane si muove sulle orme paterne nel  tema da lui prediletto, quello della vita popolare, anche con copie e imitazioni fedeli, mentre Jan il Vecchio punta al rinnovamento dello stile. Viene poi Jan il Giovane, presente in mostra con ben 30 dipinti, e poi ancora il fratello Ambrosius, soprattutto con opere sulla natura  fino all’ultimo erede Abraham, che introduce le nature morte,  e ai due artisti legati a Jan il Giovane , David Teniers il Giovane che ne sposò la sorella Anna, in lui i motivi del mondo contadino cari al capostipite, e Kessel il Vecchio figlio di un’altra sorella, Paschasia, nel quale troviamo pressoché tutti i temi, dalla natura arcadica ai fiori, dalle nature morte fino alla sua specialità, le farfalle.

Da questo sommario excursus si può percepire appena la complessità e l’estensione dell’albero  genealogico della dinastia; per farsene un’idea  si pensi che Jan il Giovane era il primo di 10 fratelli ed ebbe 11 figli, di cui 5 pittori. Per questo  non ci avventuriamo nella storia dei singoli artisti, altrimenti ci allontaniamo troppo dalla loro produzione pittorica che ci accingiamo a visitare. Ne parleremo, quindi, in relazione alle  loro composizioni esposte nelle cinque sezioni  della mostra.

Jan Brueghel il Vecchio, “Riposo durante la fuga in Egitto”, 1602-05

Dalla vita contadina alla natura, il capostipite

Si inizia con un video nell’apposita saletta, fa vedere ciò che nella mostra non c’è, la vasta produzione pittorica del capostipite Pieter il Vecchio sul mondo contadino o comunque sulla vita quotidiana, con la sua inconfondibile cifra stilistica delle piccole figure in un formicolio popolare con i gesti più diversi, le espressioni e i costumi quanto mai caratteristici. Si resta incantati dinanzi allei immagini che ci immergono nella realtà civile dei Paesi Bassi, quella che i pittori potevano dipingere non essendovi le grandi committenze imperiali  o ecclesiastiche, per l’autonomia  assunta dalle provincie olandesi, riflessa in un’arte libera offerta sul mercato alla borghesia emergente.

Il filmato è un susseguirsi di visioni coinvolgenti, alle quali però non segue un riscontro nei dipinti esposti, dato che di Pieter il Vecchio ce ne sono pochissimi, e per di più su temi religiosi  come “La Resurrezione”, 1563. E’ importante, quindi, il suo disegno “Festa di contadini”,  fine 1500,  la gente al lavoro in una vivace composizione tra casupole e carri, le  scene  animate da armigeri e figure festose che fanno il girotondo, ci sembra sia esplicativa della poetica popolare di Brueghel.

Si sente la mancanza dei dipinti di Pieter il Vecchio visti nel filmato, ma viene alleviata dal celebre “I sette peccati capitali”, di Hieronymus Bosch, intorno al 1500, e dalla “Danza nuziale” di Maarten van Cleve, del 1570-80,  con  figure popolari del tipo di quelle che si trovano in Pieter.

Maximiliaan Martens nel suo accurato studio dal titolo  “Pieter Brueghel, un ‘secondo Bosch'”ricorda come Karel van Mander, nella sua “Vita degli illustri pittori olandesi e tedeschi”, scrisse: di  Brueghel: “Si era ispirato spesso alle opere di Jeroon van den Bosch, e dipingeva figure mostruose e caricaturali alla maniera di Bosch, tanto da essere soprannominato ‘Pier den Drol [Pietro il Buffo]. Infatti sono pochi i quadri che l’osservatore riesce a contemplare senza ridere, anche la persona più seria non riesce a trattenere almeno un sorriso”. Sembra rispondergli Renzo Villa: “Pieter Brueghel è stato soprannominato variamente ‘il Vecchio’ per distinguerlo dal figlio, ma anche ‘il Contadino’ o ‘il Buffo’. In realtà il suo mondo è tutt’altro che ‘rustico’ o ‘buffo'”.

Prosegue Martens: “La raffigurazione di mostri, creature ibride e scene fantastiche veniva considerata una fonte d’intrattenimento, perfino in dipinti a carattere religioso, e nel caso di Brueghel questa considerazione vale anche a proposito delle rappresentazioni di proverbi e scene di vita contadina”.  Fino a contrapporre tale argomento agli ” osservatori moderni,portati tendenzialmente ad attribuire significati simbolici  a ogni singolo dettaglio di un’opera”.

Detto questo, non si deve neppure banalizzare, perché. – come scrive Klaus Ertz – “le sue raffigurazioni di paesaggi animati da popolani e le scene di vita agreste propongono una critica graffiante dei vizi e delle follie umane”; a questo fine “illustra proverbi e detti popolari in modo realistico, riflessivo, provocatorio, tagliente, anche se non sempre di immediata lettura, dando origine a un’opera ricca anche di contenuti morali”.

E comunque, secondo Sergio Gaddi, uno dei due curatori della mostra, la sua è “una straordinaria e visionaria rappresentazione di mondi inimmaginabili e fantasiosi”, mentre per altro verso rivolge la sua attenzione “alla cosiddetta vita bassa, lo sguardo indulgente e spesso partecipe su una quotidianità con risvolti goffi e disarmanti, e proprio perciò intensamente, integralmente umani”.  Con l’ulteriore caratteristica che le sue opere sono prive di solennità e retorica. “A essere maestosa e trionfale è solo la natura che assume la dignità di soggetto – e non più solo di sfondo –  della rappresentazione pittorica e che, con la sua sola presenza, soverchia apertamente l’uomo, ne ridimensiona le proporzioni e soprattutto l’importanza”.

Jan Brueghel il Giovane, “Allegoria dell’udito”, 1645-50

I due figli, Pieter il Giovane e Jan il Vecchio

L’assenza di opere di Pieter Brueghel il Vecchio dalla mostra  non fa venir meno l’interesse ad averne delineato il carattere, perché come capostipite ha influenzato l’intera dinastia. Direttamente il  figlio Pieter Brueghel il Giovane, i cui dipinti nello stile e nei temi proseguono il suo discorso: anche se in chiave più leggera, senza la severità che molti vedono in Brueghel padre. Di Pieter il Giovane vogliamo segnalare soprattutto  “Danza nuziale all’aperto”, 1610, autentica scena bruegheliana di vita contadina e “Le sette opere di misericordia”, quasi la risposta ai “Sette peccati capitali” di Bosch; poi,  in misura minore, in “Predicazione di san Giovanni Battista”, 1620. Pure i precedenti “Paesaggio invernale con trappola per uccelli”,  il simile “Trappola per uccelli”, 1605, e “Il censimento di Betlemme”, 1610, sono animati  dalle tipiche figure popolari del padre,  però in lui acquista rilievo preminente la natura.

Diventa protagonista assoluto lo spettacolo naturale in Jan Brueghel il Vecchio, l’altro figlio che segue  una strada diversa, e si guadagna l’appellativo di “Jan dei velluti” per il tocco raffinato. Ci sono 20 opere in mostra, molte delle quali aggiunte rispetto alle esposizioni precedenti. Ne citiamo  due di paesaggi con figure piccolissime che fanno risaltare la vastità dello scenario, fatto  di  casette tra gli alberi, un corso d’acqua tranquilla e lo sguardo che si perde lontano: “Paesaggio fluviale con bagnanti”, 1595-1600, e  “Villaggio con contadini e animali”, 1609, e; due con figure in primo piano, ma sovrastate da un albero imponente, con lo stesso titolo, “Riposo durante la fuga in Egitto”, 1595 e 1602-05,  ben diverso dal celebre dipinto caravaggesco, qui nessun dramma, siamo in Arcadia. Una scena serena nel verde è anche “La tentazione di sant’Antonio nel bosco”,1595.

Si passa, quindi, a due dipinti di fiori, “Natura morta con tulipani e rose”, 1610, e “Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori”, 1616-18, che aprono un discorso più ampio su questo  tema..

La pittura floreale e allegorica, Jan il Giovane

Ci riferiamo ora alla pittura floreale, divenuta una caratteristica dell’arte fiamminga dopo che Jan Brueghel il Vecchio  ne fu antesignano. Non si tratta di mere riproduzioni della realtà da “natura morta”,  nei vasi di fiori spesso venivano inserite le più disparate varietà floreali, e con una precisione e competenza da potersi  distinguere ben 58 specie diverse  in un dipinto dell’artista.

“I fiori – scrive Doron J. Lurie, l’altro curatore della mostra – simboleggiavano qualcosa di bello ma transitorio, un concetto adatto ad esprimere l’idea di vanitas: ‘ogni cosa bella è destinata a perire’. Prova del fatto che questi dipinti non erano una rappresentazione innocente e realistica di un vaso di fiori,  è che spesso ritraggono varietà che non fioriscono nello stesso periodo dell’anno” Richiamano  momenti transitori della natura, come la primavera, e della vita, come la giovinezza; spesso valori religiosi o morali: il giglio l’amore e la rosa bianca la purezza, la viola del pensiero la divinità e il giglio di sabbia la grazia; nel garofano veniva vista l’incarnazione di Cristo. 

Si arricchiva il simbolismo inserendo altri elementi nelle composizioni floreali in vasi e cestini: la farfalla come ascesa dell’anima e la lumaca come inesorabile scorrere del tempo,  fino alla formica come preparazione al futuro, mentre ai fiori recisi venivano accostati fiori vivi, altra compresenza simbolica. I vasi erano oggetto di particolare attenzione, con vetri intagliati o rilievi classici.

Gli stessi santi venivano incorniciati di fiori, come nella “Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori”, appena citato,  di Jan il Vecchio, e in “Sacra famiglia circondata da una ghirlanda di fiori”,  1620-25,che ci fa fare la conoscenza di Jan Brueghel il Giovane, il quale  lo dipinse con Bartolomeo Cavarozzi, secondo una consuetudine che abbinava l’artista specializzato nelle figure, l’altro nella resa dei fiori, dato che erano richieste approfondite conoscenze botaniche.

Ed ecco la vasta sezione della mostra dedicata a Jan il Giovane, di cui citiamo prima degli altri i dipinti floreali: Due “Nature morte con fiori in vaso di vetro o intagliato”,  1630-40,  sono spettacolari, la prima per il vastissimo assortimento di fiori, la seconda per la loro imponenza, e poi lo scenografico “Fiori in un cesto e in un vaso d’argilla”, 1640-45, e i due “Bouquet corona imperiale in un vaso dipinto con manici”, 1620-22, e “Mazzo di fiori con gigli rossi in un vaso sferico dipinto”, i cui titoli da soli rendono l’accuratezza con cui sono resi fiori e vasi contenitori.

Ma Jan il Giovane non si segnala soltanto per la pittura floreale, nella quale ci sono tanti simbolismi, e ne abbiamo fatto cenno. Sono sue le allegorie, immagini che definiremmo arcadiche, ninfe seminude danzanti e sognanti in un ambiente naturale rigoglioso, con i riferimenti al tema allegorico  come in un proscenio teatrale, è facile identificarli. Vediamo  l’allegoria “dei quattro elementi” e “dell’acqua”, “di fuoco e  aria”, tutti del 1630, “della guerra” e “della pace”, 1640, “dell’amore”, “dell’olfatto” e “dell’udito”,1645-50. Si viene portati, quasi rapiti,  in un’atmosfera arcadica suggestiva e ricca di stimoli, con una qualità stilistica raffinata e insieme intensa.

Dello stesso tipo  “Contadini di ritorno dal mercato” e “Animali che si abbeverano lungo una strada di campagna”,  “Vertunmo e Pomona” e “Paradiso terrestre” dal 1620 al ’35, come i religiosi  “Visione di sant’Umberto”, 1630, e “Paesaggi con la Madonna e il Bambino”: ce  ne sono tre in mostra, dipinti a distanza di vent’anni, tra il 1525 e il ’45, due nel bosco con le piccole figure nell’ombra folta della vegetazione, uno in un ambiente naturale con una cascata di fiori che risplende dando luminosità alla scena. Guardare questi dipinti è emozionante, si è come presi in un vortice di elementi naturali in perfetta simbiosi con il messaggio spirituale di serenità e letizia.

Ambrosius Brueghel, “Mazzo di fiori in un vaso di vetro”, 1650-60

Ambrosius,  Jan Pieter e Abraham, si chiude la discendenza

La dinastia prosegue per generazioni, in un intrico di prime e seconde nozze con nidiate di figli, a questo punto raccolsero il “testimone” dello “stile Brueghel” il fratello e il figlio di Jan il Giovane, rispettivamente Ambrosius e Jan Pieter Brueghel. Ed è uno stile, lo abbiamo visto, che si nutre di contenuti come le allegorie e i simboli floreali.

I dipinti di fiori di Ambrosius  presentano vasi di vetro o di argilla sovrastati da corolle turgide  come  frutti, forse per questo sono chiamati “Nature morte: ne vediamo 5  spettacolari, del 1660-65, su sfondo scuro nel quale si stagliano  cascate di colore. Come è incisivo il tratto e deciso il colore nei dipinti floreali, così è delicato e sfumato nelle quattro “Allegorie degli elementi”,  1645, dove le figure di ninfe e putti, che abbiamo imparato a conoscere dai primi  della dinastia, sono immerse in un’atmosfera onirica appieno che rende  il contenuto allusivo della composizione.

In Jan Pieter il fondale diventa ancora più scuro, il vaso quasi scompare e così il piano dove è appoggiato, è come se i fiori bucassero le ombre per illuminare la scena, tale è “Mazzo di fiori in un vaso”, 1654, e “Natura morta con fiori”, 1661.

Alla magnificenza della natura  non c’è mai fine. Finora l’abbiamo vista rappresentata in scenari in cui è protagonista il verde e l’ambiente, dove la persona umana è comprimario, e nel tripudio rigoglioso di fiori pur se recisi con i gambi in un vaso sovrastato dalle corolle turgide e sgargianti.

Con Abraham esplode ancora più opulenta e opima nelle “nature morte” gravide di frutta. Si sente il peso della materia, lo stile è molto diverso da quello calcolato e  “vellutato” del nonno, forse per questo fu chiamato “il fracassoso”. I  6 dipinti  sono uno più lussureggiante dell’altro, se così si può dire per l’effetto  dei pomi e dei grappoli, da soli o con fiori, uccelli o cacciagione. Realizzati tra il 1670 e il 1690, il tempo scorre:  i titoli esplicitano l'”ospite” della “Natura morta con frutta”: in  due di loro c’è anche un vaso in bella vista, sommerso di fiori e frutta, negli altri la composizione è  densa di elementi, quella con la cacciagione è ravvivata dal rosso di un cocomero aperto a metà.

Abraham Brueghel, “Fiori e frutta”, 1675

Con Teniers e van Kessel il mondo contadino e le farfalle

Abbiamo detto che non ci saremmo avventurati nelle complesse genealogie, ma non possiamo evitare di dar conto di due pittori della dinastia che presentano delle sorprese rispetto ai motivi e contenuti dello “stile Brueghel” di cui abbiamo parlato, che dopo il capostipite sono natura e fiori..

Il primo, David Teniers il Giovane, figlio del pittore David Teniers il Vecchio – entrato per così dire nella dinastia sposando Anna, figlia di Jan Brueghel il Vecchio e sorella di Ambrosius – ci fa ritrovare addirittura i motivi del mondo contadino del capostipite Pieter il Vecchio, portati avanti dal figlio Pieter il Giovane ma trascurati dai discendenti,  a partire dall’altro figlio Jan il Vecchio.

Non c’è, però, l’umanità delle piccole figure che si muovono come in un formicaio trasmettendo attività, energia e sentimento del vivere. Sono scene di vita in due diversi tipi di composizione. Quelle  riprese da lontano: come “La raccolta delle mele” e “Paesaggio fluviale con maniero e un viaggiatore esausto”, tra il 1645 e il 1650,  i titoli dicono il contenuto, le tinte sono pastello, sfumate, le figure piccole ma come  in primo piano, tale è la gestualità che le rende così espressive.

Le scene riprese da vicino, invece, sono in interni, e si inseriscono nel filone della pittura civile, quella attenta alla quotidianità della vita senza volontà celebrativa ma con l’intento di rappresentare una realtà che l’autonomia della provincia olandese rendeva sensibile al gusto dei nuovi tempi, anche perché le opere venivano offerte sul mercato senza le ricche committenze. Sono esposti “Corpo di guardia con soldati che giocano a carte”, 1644, e “Contadina in una taverna”, 1655-60, il primo illuminato dalla giubba chiara della persona che volge le spalle all’osservatore, il secondo quasi come velato, tale è la morbidezza dei toni, il senso di  riservatezza della scena. “Paesaggio con pastori”, 1640-45, è immerso in un’atmosfera onirica, con due figure appena delineate in un contesto molto sfumato e anticipatore, un “en plein air” quasi impressionistico.

Se  Teniers fa riscoprire alla dinastia la vita contadina,  Jan van Kessel il Vecchio – figlio di Paschasia,  sorella di  Jan il Giovane come lo era Anna,.moglie di Teniers – ci fa scoprire le farfalle. Non è una boutade,  né si tratta di una stravaganza estemporanea, una sala della mostra è dedicata alle composizioni di farfalle e insetti, da soli oppure insieme a conchiglie e fiori primaverili. Più che  quadri pittorici sembrano raccolte di entomologi, farfalle e insetti sono così precisi e definiti da dare l’impressione che siano conservati in teca  e non dipinti: ne vediamo 6 di quadri-teche, in ciascuno le farfalle allineate in perfetto ordine, come rispondenti a una precisa classificazione.

Ci torna in mente  il riquadro quasi  miniaturizzato di quadratini del pittore contemporaneo Sebastian Echaurren “Volevo fare l’entomologo”, qui von Kessel lo fa veramente, alla grande competenza floreale che la dinastia ha messo in campo nelle sue perfette raffigurazioni si aggiunge la competenza per una specie che di fiori si nutre suggendone il polline.

Oltre alla sorpresa l’artista dà una conferma, riguarda il tema delle allegorie, caro a Jan Brueghel il Giovane: c’è l’“Allegoria della terra e dell’estate”  e l'”Allegoria delle quattro stagioni”, 1670-75.

Jan von Kessel il Giovane va ancora oltre nell’attenzione alle farfalle, questa volta non con la precisione dell’entomologo ma con la sublimazione: “Farfalle e  insetti inquadrati in una ghirlanda di fiori”, 1665-70, sono due dipinti che ne rappresentano la consacrazione, dato che Jan Brueghel il Vecchio vi inquadrava la Madonna col Bambino; per fare questo la ghirlanda circonda una sorta di teca, o  finestrella dietro cui quegli esseri si librano intorno a un albero senza foglie. Lo stesso artista ci riporta le nature morte in versioni composite, con delle forme più leggere e ariose di quelle gravide e opime di Abraham: come  “Natura morta con frutta e tulipani” e “Natura morta con fiori, frutta e selvaggina”, 1675-78, c’è  luce e  movimento sul tavolo che ne è ricoperto..

Così si conclude la grande mostra sulla Dinastia dei Brueghel a rappresentare le meraviglie dell’Arte fiamminga. un’occasione unica di vedere riunite  opere provenienti da un gran numero di musei internazionali e  da molte collezioni private i cui prestiti hanno consentito l’esposizione.

Si esce sotto un duplice effetto, rasserenati dalle visioni  arcadiche degli innumerevoli scenari naturali,  pur con gli enigmi delle allegorie tutti da interpretare; e  quasi storditi dall’immersione nelle rutilanti serie floreali. Per le scene di vita contadina del capostipite, che danno il tocco del grottesco simbolico e ammonitore, ha sopperito il video iniziale alla mancanza di dipinti.

Abituati a seguire le tante dinastie che sono state determinanti nella storia, per la prima volta facciamo la conoscenza diretta di una dinastia determinante nella pittura. E per di più nella pittura fiamminga. Anche per questo la mostra è un evento da non perdere.

Info

Chiostro del Bramante, Roma,  via della Pace, tutti i giorni  dalle 10,00 alle 20,00, sabato e domenica dalle 10,00 alle 21,00 (la biglietteria chiude  un’ora prima).  Ingresso intero euro  12, ridotto euro 10 (fino  a18 anni e oltre 65, più particolari categirie), ridotto gruppi euro 10 e gruppi scuole euro 5 (min 15 max 25 con prenotazine). Tel. 06.68809036;   info@chiostrodelbramante.it. Catalogo: “Brueghel. La dinastia”, a cura di Sergio Gaddi e Gordon J. Lurie, Silvana Editoriale, marzo 2012, pp. 240, bilingue (italiano e inglese) formato 24×27, euro 49,95;  dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per i riferimenti a Caravaggio ed Echaurren, si rimanda ai nostri servizi sulle rispettive mostre:  Caravaggio  in “cultura.abruzzoworld.com”  nel 2010,  il 21, 22, 23 gennaio per la mostra con Bacon, il 23 febbraio per le iniziative del 500°, l’8 e 11 giugno per la mostra alle Scuderie del Quirinale, in “guidafotografia.com”  il 13 aprile 2011 per la mostra “La bottega del genio” a Palazzo Venezia;  Echaurren  in questo sito il 23, 30 novembre e 14 dicembre 2012.   

Foto

Le immagini sono state fornite da Arthemisia che si ringrazia, con Dart  e i titolari dei diritti. In apertura, Pieter Brueghel il Giovane, “Danza nuziale all’aperto”, 1610; seguono Jan Brueghel il Vecchio, “Riposo durante la fuga in Egitto”, 1602-05, e Jan Brueghel il Giovane, “Allegoria dell’udito”, 1645-50; poi Ambrosius Brueghel, “Mazzo di fiori in un vaso di vetro”, 1650-60, e Abraham Brueghel, “Fiori e frutta”, 1675;  in chiusura, Jan van Kessel il Vecchio, “Ampio studio di farfalle, insetti e conchiglie”, 1671.

Jan van Kessel il Vecchio, “Ampio studio di farfalle, insetti e conchiglie”, 1671