Russo, la pittura e l’emblema, i grandi personaggi, al Vittoriano

di Romano Maria Levante

La mostra di  Mario Russo, alla sala Zanardelli del Vittoriano a Roma dal 1° al 25 febbraio 2011, era intitolata  “La pittura e l’emblema” perché la sua pittura si carica di mistero e di significati simbolici tali da farne un emblema; anzi tanti emblemi per le raffigurazioni pittoriche che si nutrono della realtà per coglierne i motivi reconditi e portarli allo scoperto attraverso i particolari. Siamo rimasti sorpresi nel visitare la galleria dei suoi dipinti per l’assenza di quella luminosità che si attenderebbe da un pittore di Napoli, come dal trovare poche immagini ispirate al mare. Ma l’impressione è stata tale da rievocarla due anni e mezzo dopo l’esposizione, per i suoi contenuti.

Non è stata una mostra  povera di immagini, anzi ne era ricca, molto ricca, troppo ricca verrebbe fatto di pensare. E quando si segue un filone pensando di aver colto un motivo ispiratore, il filo di Arianna si interrompe, nuovi motivi si affollano, quasi che l’idea precedente fosse dimenticata.

Altrettanto sconcertati siamo stati per lo stile, vedendo i fondi scuri sui quali risaltano le figure; ma quando credevamo di percepire la cifra pittorica, ecco un’esplosione di colori: non più cammei che emergevano da brume lontane, ma figure vive e vitali immerse nella natura e radiose di vita.

Come spiegare tutto questo che ci spiazzava nella ricerca di un nostro percorso? Lo faremo tornando alle sensazioni di allora raccontando la visita con le impressioni avute, e aiutandoci con i giudizi della critica. Ma prima cerchiamo una risposta accessibile a tutti, sempre che esista e sia percepibile. Ebbene, per noi si riassume in una sola parola: Roma. E’ nella capitale che Mario Russoha vissuto la parte prevalente della sua vita artistica, ed è giusto che sia stato celebrato a dieci anni dalla scomparsa in una sede prestigiosa come il Vittoriano; e che alla presentazione il vicesindaco Mauro Cutrufo gli abbia rivolto parole di alta considerazione. Nella  Capitale il suo sguardo di artista ha colto una quotidianità ben più ricca di quella visibile in città meno cosmopolite, che non sono  “caput mundi” nel senso di incrocio e incontro di genti e culture; e vi ha trovato anche sollecitazioni per una fantasia che sovrasta e arricchisce il quotidiano.

L’artista ricava le sue immagini da una realtà che fornisce esemplari della più varia umanità in un mondo contemporaneo mutevole e stimolante;  e nel contempo è preso dai retaggi del passato di cui Roma è altrettanto ricca, dai quali prende avvio il volo della fantasia . E penetra in queste realtà non per un fatto solo figurativo ma – ha dettoAlessandro Nicosiache con Comunicare Organizzando ha realizzato la mostra – “per entrare in contatto umano profondo ed empatico con i soggetti e le scene che raffigura, trasformandoli e deformandoli per poterne meglio interpretare l’animo e il sentire”.

La cifra artistica di Mario Russo

“Trasformandoli e deformandoli”, dunque, e vediamo come, cominciando dai fondi oscuri dai quali balzano fuori le figure. Una chiave di lettura ce l’ha data il curatore della mostra, Duccio Trombadori: “L’artista si preoccupa di segnalare la dimensione misteriosa della realtà, quella dimensione ‘metafisica’ della vita che si rivela e ci appare sempre nella pittura degna di questo nome”. Il critico non scomoda l’inconscio, come avviene per i surrealisti, ma non si ferma neppure dinanzi alle apparenze: “L’arte di Russo miscela con effetti sorprendenti realtà e fantasia e riduce la distanza tra i due campi spirituali”. Di qui una serie di qualificazioni che cercano di catturare un mondo altrimenti inafferrabile: “planetario mondano” e “segnaletica del mistero”, termini che diventano complementari, “il migliore viatico per sciogliere l’enigma della realtà altrimenti indecifrabile”.

La suggestione di certe rappresentazioni è data dal fatto che incorporano i sentimenti in modo così percepibile da dare all’immagine raffigurata una valenza superiore a quella reale. Così, afferma ancora il curatore citato, “lo spettacolo dipinto si rivela, per l’emozione trasmessa, come ‘più vero del vero’ e l’operazione pittorica  diventa una inusitata esperienza di verità”.

Per fare questo occorre una grande capacità di osservazione e insieme di introspezione, in modo da cogliere gli aspetti reconditi della realtà con occhio indagatore e portarli a contatto con le sensibilità dell’artista che li trasfigura. E’ necessario disporre di una grande varietà di soggetti, perché solo dalla molteplicità e diversità si può cogliere la matrice, l’essenza comune e disvelare il mistero della vita e dell’arte; perciò ci troviamo dinanzi a una “iperbolica e illimitata ‘pinacoteca di Babele'” – è sempre Trombadori –  come efficace e potenziale sintesi della sua espressione” che tocca le vette della classicità in quanto “possiede il pregio degli stilemi tipicizzanti e in quanto tali riproducibili”.

Non si tratta di elucubrazioni intellettualistiche, l’alone che circonda le sue composizioni evoca la favola e il mistero, e non per una fuga dalla realtà; anzi l’artista vi aderisce tanto da indugiare nei dettagli e nei particolari, ma ciò che conta è l’atmosfera in cui i dipinti fanno entrare l’osservatore.

Torniamo a quanto detto sulla quotidianità che è il suo tema preferito, è la cifra stilistica della sua pittura a diffondere l’alone visionario e favolistico che trascende la realtà raffigurata e nel contempo la fa aprire per rivelarne i contenuti più profondi. Ed è evidente la propria partecipazione emotiva, il suo immedesimarsi  nel personaggio rappresentato e nella scena, per cui è vero che rappresenta sempre la realtà, ma non una realtà qualsiasi bensì intimamente sentita. Senza una sofisticata scelta di soggetti e senza esclusioni, ma quale espressione del “planetario mondano” di cui ha parlato Trombadori; abbiamo visto nei quadri esposti le tante “stelle” di questo planetario, che ne fanno un caleidoscopio con le luci che si muovono tra le ombre e vengono portate sul proscenio.

Spiccano i particolari analizzati come se utilizzasse una lente d’ingrandimento con uno sguardo apparentemente impietoso perché evidenzia i difetti, ma in definitiva amorevole nello scoprire  la sostanza umana e psicologica insieme alla dimensione sociale e ambientale di certi soggetti. Il fascio di luce che li investe, quasi un occhio di bue teatrale, ne fa dei protagonisti che acquistano una propria statura diversa dalle altre figure con le quali, peraltro, si può condividere estrazione realistica e stile pittorico: “Si annuncia così, e si riconferma – secondo il critico curatore – la ricorrente predilezione di Russo per la messa in scena, l’artificio teatrale e la rappresentazione spettacolare, che è sempre ‘più vera del vero’. Il pittore, dunque, si abbandona al tuffo nella realtà per riportarla subito dopo nel chiuso dell’atelier dove si elabora l’artificio finale delle immagini”.

La galleria di immagini: i grandi personaggi

La visita alle opere ci ha consentito di riferire questi giudizi alle composizioni pittoriche, iniziando da una ritrattistica tutta particolare, personaggi molto noti quasi in un’araldica nobiliare, per lo più le sole teste incorniciate in un fondale grigio come dei cammei. Balzano in rilievo i volti intensi e pensosi, con qualche sorriso, di Benedetto Croce e Giuseppe Ungaretti, Bertrand Russel e Alberto Moravia, Carlo Marxe e Ho Chi Min, Mao Tse Tung e Charles De Grulle,  Paolo VI e J. F. Kennedy; non aggiunge altri particolari, solo in J. F. Kennedy un abbozzo di immagine di Robert e una figura nera della battaglia contro la segregazione del Sud; fa eccezione de Chirico la cui testa è incapsulata nell’uovo dei manichini, sigillo inequivocabile della sua figura.

Dalle teste ai busti di un Jorge Luis Borges assorto e un Pietro Nenni combattivo, con un “Omaggio a Pirandello” dall’espressione sorridente quasi fosse sorpreso dietro il finestrino di un’autovettura, una vera istantanea questa;  una posa tranquilla è il Ritratto di Giulio Carlo Argan e il tempietto di Bramante, mentre  Donna del sud mostra la severità di un volto anonimo ma intenso, di una dignità che incute rispetto e fa pensare a valori profondi e tradizioni ancestrali. Torna il cammeo in Omaggio a Gemito, una testa circondata dalla massa di barba e capelli chiarii.

Questi i ritratti esposti, che non esauriscono certo la produzione vastissima di tali soggetti, portata fino alla contemporaneità più vicina. Per questo si è avuto un fenomeno inedito, o almeno inconsueto: il commento dei soggetti presi come modelli per i ritratti, istruttivo per approfondire il particolare realismo di Russo, nel rappresentare e insieme superare le apparenze. Riteniamo significativo riportare due di questi commenti che aggiungono  interpretazioni autentiche, si potrebbe dire, perché vengono da chi può parlarne da un osservatorio veramente privilegiato.

Federico Fellini, soggetto di una vasta serie di ritratti, ricordava: “Mario Russo mi ha preso, senza mai dirmelo, per modello, raffigurandomi in moltissimi travestimenti, attribuendomi sfondi e costumi di epoche lontane, atteggiamenti aureolati, ruoli improbabili, oppure probabilissimi come quelli del clown, del saltimbanco, del burattinaio. Forse lo hanno suggestionato il mio lavoro, le atmosfere, le figure femminili dei miei film,un certo modo di guardare la vita che ha sentito familiare, in cui avrà riconosciuto una inconsapevole appartenenza “. E Vittorio Sgarbi: “La verità della pittura sta nel rendere reale ciò che appare come tale. Noi stessi, al pari delle opere d’arte, siamo immagini, immagini di noi. Io e il ritratto di Mario Russo siamo due immagini che fanno riferimento ad una identica sostanza: Vittorio Sgarbi. Forse il ritratto di Russo è più immagine di Vittorio Sgarbi di quanto non lo sia io: questo è il miracolo dell’arte di Mario Russo, l’autentica verità delle sue apparenze”. Verità e fantasia, realtà e apparenza, vengono messe a confronto  da questi due personaggi che hanno vissuto in prima persona la trasfigurazione operata dall’artista.

Significativi anche i commenti degli uomini di cultura sulla sua espressione artistica, ne riportiamo due di particolare interesse. Domenico Rea ha osservato: “La metamorfosi è congeniale all’arte. E mai come in queste cifre, mai come nell’esatto e concettuale simbolismo di Mario Russo te la ritrovi a siglare storie e riflessioni, referenti e intrecci. Un volto di Giano che nella secolarità della sua effige sedimenta il bene e il male o quanto viene indicato come bene e quanto , invece, rappresenta il suo contrario… Mai come in questa pittura la metamorfosi ha un ruolo, un suo ruolo così preciso. La dicotomia delle due età, uno dei topoi classici dell’arte, il volto usato come  maschera e stemma del divenire, trovano qui un loro cronometrico protagonismo”.  

E Giuseppe Patroni Griffi: “Se un nato cieco acquistasse all’improvviso, miracolosamente, la vista, per fargli capire dove si trova, che cosa è questa cosa che si chiama mondo, in messo a quali impianti, oggetti, ingombri, materiali moventi e semoventi ha vissuto durante tutto il suo periodo di oscurità… ebbene io lo metterei davanti alla vasta opera pittorica di Mario Russo, la cui generosità, ampiezza, ecletticità,  riempirebbe tutti i suoi vuoti , colmerebbe le sue infelici lacune, lo appagherebbero d’un tratto, pronto a percorrere  il suo viaggio verso la cultura in una vita cosciente”.

Abbiamo considerato fin qui il primo tema dell’opera di Mario Russo, dopo aver cercato di rendere il senso della “pittura e l’emblema”  che è il sigillo della mostra. Nei ritratti di personaggi che abbiamo commentato c’è l’espressione più legata alla realtà, con le trasfigurazioni fantastiche e gli approfondimenti  psicologici. Parleremo presto dei temi restanti, soprattutto dei ritratti femminili e delle altre raffigurazioni di soggetti umani, per finire con i fiori e la natura. E non è poco.

Info

Il secondo articolo conclusivo è previsto in questo sito per il 5 agosto 2013.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Vttoriano, si ringrazia Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta.