Frida Kahlo, 3. Le opere su carta e le foto, alle Scuderie

di  Romano Maria Levante

Concludiamo la visita alla mostra “Frida Kahlo”, alle Scuderie del Quirinale, dal 20 marzo al 31 agosto 2014, che espone  160 opere, di cui 40 autoritratti e ritratti e 60 opere su carta dell’artista, più 33 fotografie scattate a lei da famosi fotografi e  circa 20 opere di altri artisti poste a raffronto. Ricordiamo che  è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, realizzata da Azienda speciale Expo con MondoMostre,  e  curata, con il Catalogo Electa,  da Helga Prignitz-Poda; dopo Roma si terrà al Palazzo Ducale di Genova, dal 20 settembre 2014 al 15 febbraio 2015, intitolata anche al pittore compagno di vita Diego Rivera .

Dopo aver descritto la vita e l’arte dell’artista e successivamente gli autoritratti, i ritratti e non solo, terminiamo l’immersione nel suo mondo parlando delle opere su carta esposte, nelle quali esprime in modo diretto le sue sensazioni e i suoi tormenti, fino a veri e propri test psicanalitici; ed evocando poi la sua immagine vera nella vita quotidiana attraverso le fotografie che la ritraggono.

Ricordiamo che la forza delle sue opere, espressive di una vita tormentata  da gravi problemi di salute e movimentata negli amori e nei rapporti sociali, ne ha fatto un’icona femminile del ‘900, mediante l’identificazione con la sua immagine ferma e decisa e insieme fragile e inquieta. Inoltre nella sua arte si riflettono in vario modo le innovazioni delle avanguardie, dalla metafisica all’espressionismo, pur nel suo stile assolutamente personale con il tratto marcato del segno e il continuo ricorso a simbolismi e a codici cifrati difficili da decifrare, per cui ci sono diversi livelli nei quali vanno viste le sue opere, e non bisogna fermarsi alla sensazione immediata e superficiale.

Anche a fini interpretativi, le opere su carta sono preziose perché rappresentano le sue espressioni più immediate, per la semplicità compositiva e l’immediatezza realizzativa. Esse si intersecano temporalmente con i dipinti, sui quali ci siamo ampiamente soffermati e per questo ci richiamiamo a quanto già detto, per una lettura quanto più possibile integrata e complementare.  Nella nostra rassegna delle opere su carta sono riproposti brevemente alcuni dati  biografici essenziali  per evidenziare i  momenti e stati d’animo che ne sono alla base.

La fase iniziale, prima del 1927

I primi “Autoritratti”  sono dei piccolissimi disegni su carta del 1925, due schizzi sbarazzini con cappello a feluca, insieme a loro l’incisione “Due donne”,  rilegata in un libro di poesie, quasi un’immagine sacra con i copricapo che sembrano aureole,  e  con segni di altra natura ben visibili. Nello stesso anno  gli acquarelli su carta “Ragazza di paese” e “Bevitene un altro”: il primo quasi naif, una figura davanti alla staccionata con una casetta in lontananza sopra la collina; il secondo una precisa  prospettiva dell’abitato con il caffè e dietro le cupole, a destra i giardini.

Del 1927 due acquarelli su carta, “Frida a Coyoacàn” – nel paese natale presso Città del Messico – praticamente la stessa immagine, una in bianco e nero, l’altra a colori,  della ragazza con le treccine davanti alla piazzetta con l’abitazione, tre alberi e a destra il campanile della chiesa.

E’ una ragazza che vuole divenire medico, intanto mentre studia aiuta il padre,  fotografo venuto dalla Germania,  a ritoccare le fotografie e un amico del padre le insegna il disegno, ma la pittura non è ancora nella sua vita né nei suoi desideri, i disegni e acquerelli citati sono ingenui tentativi di una ragazza che si diverte.

Dopo il “primo incidente”, gli anni ‘30

Le cose cambiano dopo il grave incidente del 1927, l’investimento dell’autobus in cui si trovava con il proprio ragazzo Alejandro Gòmez Arias che le produce fratture e gravi ferite, rendendo necessari interventi chirurgici e a ripetizione e facendola ricorrere a fumo, alcool e anche droghe. Le segna la vita e, per quei paradossi della sorte, la avvia alla pittura dopo che ha lasciato gli studi di medicina, anche per l’incontro nel 1928 con  Diego Rivera, pittore di murales rivoluzionari. Sono esposti alcuni acquarelli dello stesso anno nei quali non è facile trovare i segni del suo stato d’animo, che saranno evidenti nelle opere su carta successive presenti in mostra.  Ecco “Piccola vita” e “Cavalluccio messicano”,  con una fuga dalla realtà della giovane ferita nel corpo e nell’animo: il primo verso la natura frammentata in pezzi  di verde –  un’erba strappata – il secondo una regressione nell’infanzia della ventunenne, sia pure con lo schermo della tradizione.

Null’altro troviamo su carta in questa fase, mentre è cospicua la documentazione per gli anni ’30. Ha sposato Rivera nel 1928,  nel 1930 vanno insieme in America dove c’è una retrospettiva delle  opere di Diego, cui vengono commissionati dei murales a San Francisco. Torna in Messico, poi  di nuovo in America, a Detroit dove il marito ha un nuovo incarico per i murales. E’ il 1932, è esposta la  sequenza del “Cadavere squisito”, il gioco dei surrealisti consistente nel completare in più persone un disegno senza guardare la parte precedente, sono 3 disegni su carta composti con Lucien Bloch:  delineano una figura dalla testa di gatto “Crazy cat”, Diego e lei con il corsetto ortopedico e una  foglia di fico; dello stesso anno “Triplo autoritratto come bambina, adolescente e donna”, “Diego e Frida il bacio” e “Il sole splende attraverso la finestra”, un trittico sereno, ma per poco.

Nel 1933 dopo un arguto “Ritratto di Diego Rivera”, che sopra la testa ha  delineato molto schematicamente il suo viso, il dramma del secondo aborto  a Detroit,  nella litografia  “Frida e l’aborto”, la sola sua opera a stampa terminata l’11 agosto, sul trauma  per l’interruzione di gravidanza del 4 luglio, nel quale rischiò la vita: lo rende  in modo impietoso in un disegno piccolo ma molto preciso. Il suo corpo è nudo, nel viso due grosse lacrime scendono sulle guance, anche la luna sulla destra piange con lei, due fili di perle intorno al collo – non abbandona mai la collana, presente in tutti i suoi autoritratti – il cordone ombelicale intorno alla gamba destra collega il feto visibile a immagini sulle fasi della fecondazione fino a un neonato maschio che appare vitale, forse è quello che non è stato, mentre lungo la gamba sinistra scende un liquido che va a fertilizzare il terreno in cui spuntano delle specie vegetali, simbolo  della rinascita della vita nella natura mentre il ciclo vitale si è interrotto nell’essere umano. L’abbiamo descritta nel dettaglio per la sua unicità, preceduta solo nel 1894 dalla “Madonna” di Munch, dove vi sono, a lato della figura femminile, alcuni particolari procreativi, nell’accurata analisi fatta da Pari Stave.

Nel “Bozzetto per l’Henry Ford Hospital” dove fu ricoverata, il suo corpo nudo è adagiato integro sul letto, ma gli organi sono riprodotti al di fuori con dei tubi, insieme a figure simboliche.

Dal 1932 al 1937 prima il nuovo viaggio in America per l’incarico a Rivera del murale al Rockfeller Center, non andato a buon fine per il rifiuto dell’immagine di Lenin che Diego aveva disegnato in bell’evidenza; poi la crisi nei rapporti tra lei e il marito in un’alternanza di separazioni e riconciliazioni, dinanzi a tradimenti reciproci, con la sorella Cristina lui, con diversi amanti lei, tra cui il rivoluzionario russo Trotski ospite nella loro casa nel 1937 quando ebbe asilo politico in Messico prima del barbaro assassinio ordinato da Stalin. 

Del 1937  è “Autoritratto disegnando”, niente in comune con gli altri dipinti, oltre alle mani che disegnano ce ne sono altre che le sistemano il viso, quasi in un movimento futurista, del resto la stile dell’epoca emulava per certi aspetti il movimento impresso dal futurismo.

Nello stesso anno l’acquarello “Babbo Natale”, un figurativo enigmatico,  ritrae l’immagine natalizia con un cappello messicano sulle ginocchia, un asinello si affaccia da un riquadro come da una porta.  Mentre “Salone di bellezza. 12 A”.  è un ambiente americano in una forma compositiva d’avanguardia. Figurativo è invece “Antonio Kahlo bambino”, il viso del fratellino disegnato amorevolmente. 

Gli anni ’40,  i fantasmoni e il Karma

Nei due anni successivi l’incontro con Breton: il teorico dell’espressionismo  vede che le sue opere ne mostrano i contenuti senza che lei conoscesse il movimento, e le organizza mostre in  America e a Parigi, nel 1939 lei divorzia da Rivera e nel 1940 lo risposa per vincere la depressione, che la portò a ritrarsi con una collana di spine che la faceva sanguinare.  Troviamo l’inquietudine riflessa nelle opere su carta di questo periodo.“Una lettera”, 1943, contiene, sotto una scritta cancellata, dei segni che la attraversano come delle scariche elettriche; mentre il corpo umano torna protagonista in versione maschile  in “Cromoforo, Autocromo”, 1944.

Le condizioni di salute peggiorano, deve portare un busto di acciaio. Nel 1945 in “Sinistri fantasmoni”  c’è un’allucinazione di figure sanguigne con denti bianchi come zanne, e in “Autoritratto senza titolo” una figura metafisica, profilo di manichino con i capelli trasformati in rami. Ci sono anche disegni politici come “La libertà, lavoratori di tutto il mondo unitevi”, con il monumentale simbolo che ritroveremo  nel disegno del  1950, “La Statua della Libertà”.

Nel 1946 con “Ritratto incerto. Il sole e la luna” iscrive il volto nei due astri, nel primo piange, il secondo è a sezioni, mentre “Autoritratto” delinea il suo viso  con le sopracciglia unite.  E’ l’anno in cui si esprime con disegni in inchiostro di seppia,  come “Dharma Chakra”, un ammasso  di inquietanti figure in un intrico da incubo, mentre in “Karma” le maschere rituali si affollano  in una serena fotografia di gruppo, e in “La coppa”  formano un vaso animato da volti;  il karma esprime la ricomposizione dei destini di tutti. Torna  l’ossessione  in “Maschere”. che diventa incubo  in “Disegno a tema bellico – La rottura”, non sono figure ma pezzi di mani e piedi. “Senza titolo (Le tre Frida)” chiude questa galleria,  tre sono i visi posti ai diversi lati, ma ce ne sono molti di più nell’intera composizione.

Un salto di qualità con il 1947,  “Autoritratto come una vulva” e “Ritratto di Irene Bohus” portano l’ossessione sul piano sessuale senza remore né censure, i suoi desideri non riguardano solo Diego, ma le persone vicine a lei, e si sente libera di manifestarli; l’ossessione si estende alla sicurezza quotidiana in  “Casa in fiamme”  e  si placa con “Casa (disegno senza titolo)” e “Casa serena”.-

Nel 1949 abbiamo l’acquarello e inchiostro “Il cielo, la terra, io e Diego”, che abbiamo citato a proposito del dipinto “L’abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl”, dello stesso anno, di cui sembra il bozzetto preparatorio di Frida con in braccio il marito tornato bambino; oltre agli astri e le lacrime che piovono dal cielo, dietro l’immagine da Madonna col Bambino in primo piano c’è la sua figura nuda e dietro di lei Diego, quasi a voler riprodurre anche l’amore dal quale nasce quella particolare maternità che segna l’inversione dei ruoli: ora è lei la protettrice di lui, dopo essere stata per tanto tempo nella sua ombra.

La fase finale, dalle “emozioni” all’ultimo autoritratto

Diego chiede di nuovo la separazione e lei entra in crisi, l’amica Olga Campos la convince a provare  la “pittura terapeutica” sperimentata dieci anni prima nella clinica psichiatrica di Città del Messico con i disegni dei pazienti. Ne nasce  la serie “Emociones” del 1949-50, sono 11 grafiche a matita colorata su carta con cui visualizza i suoi diversi stati d’animo.  L’amore e la gioia sono fili e cerchi che si allargano in un colore caldo, nell’odio i fili diventano neri e si intrecciano, l’angoscia è resa da cerchi che si stringono in un colore che sarà sempre freddo, anche nel riso,  l’inquietudine è un insieme di cerchi confusi che ruotano obliqui, diventano ruota dentata nel panico, stemperati  in una perfetta corona circolare nella pace, mentre il dolore è in una grafica che evoca onde ricorrenti oppure arbusti pungenti. Risultato, la vicinanza di sentimenti così forti e contrastanti.

Nel  1951 l’acquarello “Paesaggio (III)”, tema inconsueto,  delle plaghe aride con ciuffi d’erba,  quasi percorse da crepacci profondi. Nel 1953 la sua prima mostra messicana, ma le sue condizioni di salute si aggravano, vi partecipa stando a letto e in agosto le viene amputata la gamba destra.

Tre anni dopo, nel 1954,  “Autoritratto con colomba e lemniscata” a prima vista non riflette questo dramma, d’altra parte lei tendeva a dare spesso l’immagine opposta; lo  riteniamo importante per il viso giovanile come l’ autoritratto a olio dello stesso periodo, e per ciò che esprime: mentre nel dipinto c’erano la figura di lei disegnata sulla sua fronte e quella di Diego sul suo petto, ma anche l’inquietante animale con la zampa artigliata sulla sua spalla, qui c’è una colomba sulla sua testa; e suscita tenerezza vedere nell’ultimo anno della sua vita  raffigurarsi con il volatile in cui la identificava la madre chiamando Rivera  e lei “l’elefante e la colomba”.

La galleria fotografica, foto storiche e di quotidianità

Oltre che tramite gli autoritratti, la sua immagine viene trasmessa da una serie di fotografie di fotografi celebri, che andavano a trovarla e poi conservavano la testimonianza visiva di lei.

Sono soprattutto in bianco  e nero, alcune storiche: come quella di Lucienne Bloch che la presenta davanti al Murale dell’Unità panamericana con l’immagine dominante di Lenin che segnò l’improvvisa partenza nel 1933,  o quella di Florence Arquin che la ritrae nel 1943 con il Corsetto, quello esposto in mostra con falce  e martello, a testimonianza dello spirito rivoluzionario che sentiva di avere e si rimproverava di aver soffocato presa dall’arte e dai sentimenti personali.

Non sono da meno le foto di Manuel Alvarez Bravo nel 1944,  “Frida Kahlo alla mostra di Picasso al Museo dì Arte Moderna” , lei statuaria  nel lungo abito messicano orlato di bianco,  e di Hector Garcia nel 1949, “Frida con il dipinto ”Love embrace'”, una delle opere cosmiche più significative, con in braccio Rivera  come un neonato, lei è diversa dal solito, il volto quasi irriconoscibile. E’ una delle immagini che la ritraggono davanti a sue opere, ce ne sono altre, come vedremo.

Sembrano invece tratte dall’album  di famiglia le 10 fotografie del celebre fotografo colombiano Leo Matiz, 6 in giardino nel 1941, primo piano del viso sorridente, e a figura intera  che prende il sole distesa o in posa,  poi con la sorella Cristina e Diego, mentre beve una birra o si trova a Tizapàn e Xochimilco. Conoscendo la sua vita travagliata, la tranquilla quotidianità che esprimono tocca l’animo del visitatore; veniamo a sapere, del resto, che sono le poche immagini di Frida serena.

Le fotografie  di Nickolas Muray riportano all’ufficialità, non sono istantanee ma pose studiate che in qualche caso riproducono i celebri autoritratti pittorici: esemplare  per  atteggiamento, positura, abbigliamento il ritratto a colori del 1938 “Frida Kahlo sulla panca”, detta  la “panchina bianca”.

Tre ritratti, di cui 2 a colori, del 1938 e 1939, la mostrano meno distaccata con il “rebozo” rosso, il mantello messicano e i fiori nei capelli: ma in due resta l’ufficialità nella posizione delle mani come negli autoritratti iconici, mentre nella terza la mano va verso il collo in atteggiamento familiare. C’è intimità in quel mantello che la avvolge, il fotografo vi rappresenta il suo abbraccio  all’amata.

E poi un bacio “rubato”, Muray la riprende abbracciata  a Rivera, sono a Coyoacàn, lui ha qualcosa nella mano destra, lei un sigaretta nella sinistra, di certo è scattata all’improvviso.  Un bacio tra loro è stato colto,  in un’altra foto esposta in mostra, da un autore anonimo, questa volta  da lontano, in fondo a un androne dell’Istituto d’Arte di Detroit: si intravedono appena ma chiaramente, lui con camicia bianca, lei in abito lungo e orlo bianco, la distanza e l’ambiente danno il senso dell’intimità spiata e carpita.

In due fotografie è con la sigaretta nella sinistra, a ricordare come al fumo, e anche all’alcool e alla droga, fosse solita ricorrere: nella foto del 1939 accarezza con l’altra mano “Garizo”,  una sorta di “Bambi”, scena che si ripete in primo piano in un’altra istantanea; nella foto del 1941 è ritratta a colori seduta in relax, evidentemente dopo la posa “ufficiale”  che la vede in sequenza rispetto a un’altra immagine, dov’è seduta nell’abbigliamento tradizionale con gonna nera lunga, scialle rosso e fiori nei capelli, come negli autoritratti.

Sempre del 1941 una foto in bianco e nero intitolata  “Diego Rivera e Frida Kahlo, San Angel”, sembra scimmiottare le foto dinastiche nel loro atteggiamento e nella positura,  lui seduto come in trono con il cappello in mano a mo’ di feluca, lei in piedi acconciata come nelle immagini iconiche, la solennità della posizione contrasta con la modestia dell’ambiente.

Le fotografie dinanzi ai suoi celebri autoritratti

Oltre all’immagine di Muray della “panchina bianca”, sigillo fotografico della mostra, colpiscono in modo particolare altre fotografie  della pittrice davanti ad alcuni quadri famosi, due sono di Muray.

La  sua foto a colori “Frida Kahlo dipinge le due Frida” la ritrae  con in mano pennello e tavolozza davanti al  celebre quadro che testimonia un momento difficile della sua vita,  nel quale ha voluto esprimere le pene d’amore con due figure dallo stesso viso ma vestite diversamente, che si tengono per mano, i cuori sanguinanti fuori del petto collegati in modo misterioso in uno sdoppiamento psicanalitico sotto un cielo dove si addensano le nuvole; l’acconciatura della pittrice e il suo abito sono identici alla fotografia in cui sorride con la mano sul collo. E’ interessante poter confrontare il suo viso vero, visto di profilo, con quello riprodotto nelle due Frida dipinte; inoltre si può vedere richiamato, attraverso la fotografia, questo importante quadro non presente in mostra.

C’è poi l’altra sua foto in bianco e nero  intitolata “Frida e Nickolas Muray nello studio. Sul cavalletto l’‘Autoritratto con pappagalli'”. Ritrae  lei seduta in pantaloni che fissa l’obiettivo, mentre il fotografo in piedi la guarda, tra loro  il dipinto che non è in mostra, con 4 volatili, 2 sulle sue spalle e 2 sul grembo nel quale appoggia le braccia nella posa consueta.  Anche qui si può vedere, sia pure senza colori, un altro quadro importante per i simbolismi legati ai volatili, assente dalla mostra; mentre si intravede sulla parete il quadro di Rivera “Paesaggio con cactus”, che invece è esposto.

L’ultima immagine di questo tipo è una fotografia in bianco e nero del 1940 di Bernhard Silberstein, “Frida dipinge il suo autoritratto mentre Diego la osserva”: lui  è appoggiato con le mani alla sedia di lei che ritocca le labbra del dipinto in cui appare “come Tehuana”, con il viso contornato dal costume tradizionale, sembrano proprio “l’elefante e la colomba”, quasi una metafora di vita. L’interesse è accentuato dal fatto che, oltre all’autoritratto, si vede sulla parete di fronte il dipinto “La tavola ferita”, dello stesso anno, contemporaneo anche a  “Le due Frida”.

Un ultimo intrigante interrogativo

Si conclude con questo fuoco pirotecnico fotografico  l’immersione nell’arte e nella vita di Frida Kahlo. Ne siamo stati presi in modo sempre più coinvolgente, perché le circostanze della sua esistenza sono così particolari da penetrare nell’animo di ognuno, porre interrogativi, suscitare delle risposte. Per questo è divenuta una icona femminile del ‘900, per questo la mostra è stata così attesa da avere oltre 35 mila prenotazioni dall’Italia e dall’estero prima dell’apertura.

Ci ha colpito in modo particolare la sua trasformazione in icona già in vita con gli autoritratti dove  la sua figura è sempre nella medesima positura, spesso lo stesso abbigliamento, nel costume tradizionale messicano, i capelli neri raccolti in alto con un fiore, i lineamenti marcati nello stesso modo, le mani intrecciate in grembo:  in particolare con le sopracciglia folte e quasi unite e una vistosa peluria sopra le labbra, elementi che accentuano l’espressione fiera del viso, così ieratica da richiamare l’egizia Nefertiti.

Nelle fotografie di Muray, che sono primi piani altrettanto iconici nella stessa positura, le sopracciglia anche se vicine sono nettamente più separate che negli autoritratti, e la densa peluria sopra le labbra non si avverte. Qui sorge l’interrogativo se l’amico fotografo le abbia voluto “abbellire” i lineamenti con opportuni ritocchi, oppure se lei abbia voluto invece accentuare aspetti lontani dai canoni di bellezza muliebre.

Propenderemmo per questa seconda alternativa,  perché se avesse voluto essere “abbellita”  avrebbe potuto farlo anche lei stessa in assoluta semplicità negli autoritratti. Del resto che non tenesse all’aspetto esteriore estetica lo dicono le parole scritte al suo dottore Leo Eloesser: “Bellezza e bruttezza sono un miraggio, perché gli altri finiscono per vedere la nostra interiorità”. Per questo potrebbe aver voluto accentuare certe caratteristiche del volto, forse  appena percepibili, e ci è riuscita in modo magistrale. Il mito che la trasforma in icona si alimenta anche dall’unicità di un’immagine, e la sua  lo è ancora di più negli Autoritratti con i segni somatici così marcati.

Ma l’elemento fondamentale del mito resta pur sempre  il grande valore artistico alimentato da una vita sofferta e movimentata per vicissitudini e amori contrastati, che  doveva trovare un sigillo ineguagliabile, e lo ha trovato. Forse anche in quelle sopracciglia unite e nella peluria sul labbro.

Info

Scuderie del Quirinale, Via XXIV Maggio 16, Roma. Da domenica  a giovedì ore 10,00-20,00, venerdì e sabato dalle 10,00 alle 22,30, non c’è chiusura settimanale, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 12,00, ridotto euro 9,50. Tel. 06.39967500; http://www.scuderiequirinale.it/. Catalogo “Frida Khalo”, a cura di Helga Prignitz-Poda,  Electa 2014, pp. 192, formato 28 x 30, dal catalogo sono tratte le citazioni del testo.  Cfr., in questo sito,  il nostro primo articolo “Frida Kahlo, l’arte e  la vita nella mostra alle Scuderie,  con riguardo alla  nota Info per gli artisti e le correnti di riferimento, il  24   marzo 2014; e il secondo articolo “Frida Kahlo, opere su carta e non solo, alle Scuderie” il  12 aprilee, nel sito specializzato http://www.fotografarefacile.it/, il nostro articolo “Roma, Frida Khalo in 33 fotografie nella mostra alle Scuderie“, aprile ’14.

Foto

Le immagini sono state in parte riprese da Romano Maria Levante nelle Scuderie del Quirinale alla presentazione della mostra, in parte fornite dall’Azienda speciale Expo che si ringrazia, con i titolari dei diritti. In apertura,  foto di Nickolas Muray,“Frida Kahlo sulla panca”, 1938; seguono, di Frida Kahlo, “Bozzetto per l’Henry Ford Hospital”, 1932, e “La Statua della Libertà”, 1950,  a sin, con “La libertà, lavoratori di tutto il mondo unitevi”, 1945, a dx; poi “Autoritratto senza titolo sulla pagina del Diario”, 1945, e foto di Muray, “Frida Kahlo dipinge le due Frida”, quindi “Frida Kahlo” e “Frida Kahlo con un vestito azzurro“, tutte del 1939; in chiusura, di Frida Kahlo, “Autoritratto con il ritratto di Diego sul petto e Maria tra le sopracciglia”, 1953-54.