Giuseppe Ebreo, i 20 arazzi medicei tornano a Firenze

di Romano Maria Levante

Un evento senza precedenti può essere definita la mostra “Giuseppe, il Principe dei Sogni,  negli arazzi medicei di Pontormo e Broonzino”,  che espone a Firenze, Palazzo Vecchio, Sala dei Duecento, dal 15 settembre 2015 al 15 febbraio 2016,  i  20  preziosi arazzi fiorentini  del ‘500, iniziativa della Presidenza della Repubblica e del Comune di Firenze con Milano per l’Expo.  Si conclude il  tour espositivo che rende omaggio all’unità d’Italia con Roma e Firenze, la capitale attuale e  la precedente , insieme a Milano, a suo tempo definita “la capitale morale” per la sua valenza economica. La mostra è organizzata e realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, regista e prestigioso curatore Louis Godart,  Consigliere del presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico,  in un evento in cui alla conservazione si unisce la valorizzazione.  Catalogo Skira, con 9 accurati saggi critici sugli aspetti storici e artistici, culturali e tecnici, e una raffinata galleria iconografica dei 20 arazzi anche con straordinari ingrandimenti dei particolari.   

Dopo l’esposizione a RomaPalazzo del Quirinale, nel Salone dei Corazzieri dal 12 febbraio al 12 aprile, e a Milano,  Palazzo Reale, nella  Sala delle Cariatidi dal 29 aprile al 23 agosto, i 20 arazzi tornano a Firenze, nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio, normalmente adibita a sede del Consiglio comunale .che, nel periodo della mostra, si trasferisce a Palazzo Medici Ricciardi; alla presentazione il sindaco Dario Nardella e Louis Godart. E’ la fase culminante dell’intero anno espositivo – 2 mesi a Roma, 4 mesi a Milano, 5 mesi a Firenze – il ritorno nella sede iniziale per la quale furono concepiti e realizzati i preziosi tessuti fiorentini assurti a simbolo dell’italianità in sedi  simboliche, compresa la Milano dell”Expo..

Oltre a Firenze, dove  l’arazzeria artistica è particolarmente ricca, per il Quirinale si potrebbe usare l’antico detto  che “si portano vasi a Samo”, dato che dispone di una dotazione di oltre 260 arazzi;  ma non per questo l’esposizione non è stata un evento,  tutt’altro, data la peculiarità dei 20 preziosi arazzi, la cui storia incrocia i granducati con la  Roma unitaria e le vicissitudini di questa, nel trasferimento della Capitale da Firenze a Roma.

Nel momento in cui la mostra da Milano si trasferisce a Firenze, e gli arazzi ritornano tutti a casa, ne diamo conto con riferimento alla mostra romana nel Salone dei Corazzieri al Quirinale, dove è iniziato il tour espositivo così denso di significati storici e artistici e fonte di emozioni.

La ricomposizione e il restauro dei 20 arazzi, una storia travagliata

Alle vicende storiche si deve anche la singolare sorte dei 20 preziosi tessuti , di venire divisi in due gruppi  pur “narrando” per immagini delle storie in sequenza convergenti su un’unica figura, quella di Giuseppe Ebreo:  10 arazzi  rimasti a Firenze,  rinvenuti nel 1872 agli Uffizi e prontamente ricollocati nella sede originaria della Sala dei Duecento dopo il passaggio dell’edificio al Comune con il trasferimento della capitale a Roma; gli altri 10, che  erano stati spostati da Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti nel 1865 come dotazione della Corona, furono portati al Quirinale, allora reggia  dai Savoia,  nel 1892, poi nel 1948 sono entrati nella dotazione del Presidente della Repubblica. Un’inconcepibile separazione,  che rivaleggia per irrazionalità e insensibilità con l’asportazione britannica dei fregi del Partenone.

I paesi deprivati delle loro opere d‘arte  cercano legittimamente di averle in restituzione dai paesi che ne sono detentori  per le vicende della storia, nel nome della ricomposizione dell’unitarietà artistica e della ricollocazione nel contesto originario. Non si vede, dunque, perché questo non possa, anzi non debba avvenire per gli arazzi, in cui detentore è lo stesso paese e la separazione non è tra soggetti privati con i diritti acquisiti, ma soggetti pubblici, addirittura la Presidenza della Repubblica e il Comune di Firenze. Tanto più che la separazione dei 20 arazzi in due lotti da 10 non è in due parti della storia, quasi si trattasse del primo e del secondo tempo di un film proiettati in due luoghi diversi, quindi unitarie al loro interno con una sostanziale completezza. Non c’è stata neppure quest’accortezza nel portare a Roma 10 dei 20 arazzi, sembrano presi casualmente, evitando quelli sagomati, forse in base a una preferenza momentanea. 

Nella serie fiorentina, dopo il 2° arazzo si passa al 6° della storia, poi all’8° e 9°,  segue l’11° e si salta al 15°, 16° e 17°, fino al 19°, l’ultimo; nella serie del Quirinale abbiamo due sequenze di tre arazzi consecutivi, dal 3° al 5° e dal 12° al 14°, più quattro isolati il 7°, 10°, 18° e 20°.  “Non s’interrompe un’emozione” fu l’invocazione contro gli “spot” televisivi nei film; qui è molto peggio, non c’è solo interruzione poi superata, ma arresto e ripresa in altri luoghi, ambienti e situazioni. E bene ha fatto Godart  nel  percorrere in continuità la galleria degli affreschi, mentre le spettacolari riproduzioni del Catalogo si susseguono nelle due serie, fiorentina e quirinalizia, rendendo visivamente l’assurdità di una separazione che almeno per l’anno espositivo viene superata. Con l’auspicio che possa esservi un ripensamento: come per l’area archeologica del Colosseo si è giunti a un accordo permanente tra MiBACT e Comune di Roma per superare l’assurdo dualismo, non si può pensare a qualcosa di analogo per i 20 arazzi e riunirli per sempre?

Il sindaco di Firenze Dario Nardella, nella presentazione al Quirinale, maliziosamente faceva osservare la sagomatura di due arazzi che  inquadravano due porte della Sala dei Duecento, per sottolinearne visivamente l’evidente legame con la provenienza; anche se poi aggiungeva che la ricollocazione permanente nella sede originaria non potrebbe  avvenire per la delicatezza degli arazzi che non ammette una troppo lunga esposizione al pubblico, di qui nessuna rivendicazione.

Intanto è stata possibile la felice e inedita ricomposizione per il periodo della mostra itinerante, che approda ora  nella Sala fiorentina dei Duecento, secondo la disposizione originaria così ricostruita da Carlo Francini: “Nel progetto gli arazzi dovevano coprire tutte le pareti della sala, quindi anche le porte  e le finestre, inoltre dovevano essere collocati con il bordo inferiore al pavimento”, e cita a conforto la posizione in tal senso assunta da  Adelson nel  1985 e quelle ripetute di  Meoni nel 1998, 2010 e 2013.

Al contrario,  nel 1875, dinanzi a un numero di arazzi quasi doppio rispetto alla superficie delle pareti, Conti nell’escludere per una  logica elementare  le otto finestre e le porte,  concludeva: “Il pensiero che più naturalmente ricorre alla mente è che per sfoggio di magnificenza si cambiasse la decorazione”,  pertanto integrò gli arazzi per le pareti con panni posti intorno ai bordi delle finestre.

La presentazione in due puntate delle storie di Giuseppe andava contro la logica elementare, perché se si fosse trattato  di cambiare la decorazione si sarebbero fatti due cicli di 10 arazzi con storie diverse, è impensabile lasciare la “suspence” con il seguito della storia dopo la rotazione.

Dunque gli arazzi sono stati divisi tra Firenze e Roma,  dove, peraltro,  il numero di arazzi pregiati negli edifici storici fiorentini e al Quirinale è stato sempre molto elevato.

I 10  arazzi con le Storie di Giuseppe Ebreo rimasti a Firenze sono stati esposti nel salone dei Duecento ininterrottamente dal 1872,  con l’uscita degli uffici statali della Capitale portata a Roma e il passaggio di Palazzo Vecchio al Comune, fino al 1983 allorché dopo una grande mostra delle collezioni medicee con il gran numero di arazzi della manifattura granducale del XVI secolo, si decise di rimuoverli dalle sedi espositive per tutelarli, prima immagazzinandoli, poi dando corso ad una vasta opera di restauro per il precario stato di conservazione, in particolare di questi 10 arazzi.

L’intervento iniziò nel 1985  e si svolse nei Laboratori di Restauro degli Arazzi dell’Opificio delle Pietre Dure prima agli Uffizi, poi a Palazzo Vecchio; ebbe termine  nel 2009, con un seguito fino al 2012.

Clarice Innocenti fa un’accurata contabilità dell’immane lavoro sui 220 metri quadri circa dei 10 arazzi fiorentini: 119.000 ore di lavoro totali, con solo ago e filo, mentre si succedevano  9 soprintendenti dell’Opificio delle Pietre Dure e 2 direttori del Laboratorio.

Per restaurare i circa 210 metri quadri del 10 arazzi portati a Roma è stato costituito un apposito Laboratorio all’interno del Quirinale, che ha lavorato ininterrottamente in parallelo con il laboratorio fiorentino. Marco Ciatti ricorda che “a impostare tale laboratorio, a formare gli addetti e a progettare l’intervento fu chiamata Loretta Dolcini , che nell’Opificio delle  Pietre Dure aveva portato avanti lo stesso lavoro per la serie fiorentina. Tale lavoro è stato in seguito così stretto che alla fine è stata del tutto assorbita dall’impegno romano, abbandonando l’istituto fiorentino”. L’omogeneità nelle metodologie usate garantisce la continuità delle due serie esposte insieme.

Il risultato di trent’anni di accuratissimo lavoro di restauro è nello splendore dell’ordito riportato all’antica perfezione, con il quale si dipana una storia altrettanto straordinaria, quella di Giuseppe Ebreo. Come è straordinaria la storia degli arazzi che si inquadra nella magnificenza della Firenze medicea.    

I  20 arazzi e l’arazzeria fiorentina

Quella medicea è  stata  una stagione d’oro in cui oltre a questa forma d’arte se ne sono sviluppate altre, in particolare la lavorazione dei marmi policromi a cui si deve la facciata di Santa Maria del Fiore.

Cristina Acidini, già soprintendente museale a Firenze,  ne ricostruisce l’evoluzione sottolineando che i 20 arazzi sono “tra i primi risultati (e certo in assoluto tra i più splendidi) dell’attività dell’arazzeria fondata da Cosimo de’ Medici”. 

Era divenuto duca di Firenze dopo la vittoria sugli  oppositori a Montemurlo,  con il passaggio dalla Repubblica al Principato e la magnificenza a livello pubblico e privato, per le sedi locali e per i doni diplomatici, con impegno personale e con la disponibilità di notevoli risorse pur in anni difficili.

Lo favoriva l’ambiente locale, dove si erano sviluppate dal 1200 al 1500 le botteghe di un artigianato  a livello artistico nel segno dei grandissimi Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti. E, relativamente all’arazzeria, ne indicavano le direttrici gli esempi delle antiche corti settentrionali, da Ferrara a Mantova fino a Milano,  che avevano  costituito da un secolo centri autonomi di produzione  perché gli arazzi tradizionalmente importati dalle aree fiamminghe specializzate, con la loro impostazione gotica, non rispondevano alla visione rinascimentale che si era diffusa  sull’abbrivio delle opere di grandi maestri.

Il duca promosse un’arazzeria  sostenuta da un sistema misto in cui alle risorse pubbliche si associavano investimenti privati e l’assunzione di responsabilità degli operatori, che dovevano pagare gli aiutanti.  La parte artistica imperniata sul disegno fiorentino, fu affidata ai più celebri artisti del tempo, dal 1545 a Jacopo Pontormo cui il duca, non del tutto soddisfatto, volle aggiungere il pittore di corte Agnolo Bronzino che ne era stato allievo, un ruolo minore ebbe il Salviati. Per le lavorazioni dei tessuti fino alla trasposizione negli arazzi dei disegni su cartoni degli artisti servivano gli specialisti fiamminghi, la cui reperibilità era favorita dal fatto che erano presenti in Italia come riparatori di arazzi e come tessitori, in particolare  nelle corti settentrionali.

Cosimo riuscì a portare  a Firenze  Nicolas Karcher, che dal  1517  era nell’arazzeria della Corte estense a Ferrara, e nel 1539 si era spostato a Mantova; e Jan Rost, uno degli otto tessitori di Bruxelles  al seguito di Karcher.  “Prendeva così avvio nel 1545 l’arazzeria medicea che, arrivata ultima tra quelle delle corti rinascimentali italiane, si rivelò la più longeva, restando attiva per due secoli e sopravvivendo anche all’estinzione della dinastia fondatrice”.

Questo risultato fu ottenuto con “una visione lungimirante, che puntava alla formazione di addetti locali. Se dall’unione tra il sofisticato disegno fiorentino e l’ingegnosa abilità fiamminga ebbero origine arazzi di qualità superba (la cui fattura originale e  complessa è stata, per la serie di Giuseppe, rilevata e commentata nel corso dei restauri condotti dall’Opificio delle Pietre Dure), tra i compiti assegnati ai tessitori fiamminghi vi era anche quello di trasferire il loro sapere istruendo giovani e fanciulli che, da garzoni con ruoli di mera assistenza, apprendessero il mestiere di tessitori”.  

La Acidini conclude così: “E furono appunto i ‘creati’ fiorentini che assicurarono la continuità , da Bronzino raggiunti dalla primissima produzione – in cui erano stati profusi con dispendio vertiginoso materiali preziosi e tecniche laboriose – restassero, per quelle successive generazioni, inarrivabili”.

Il pensiero va all’elemento prevalente, quello descrittivo, anzi per meglio dire narrativo. Sono storie, quelle di Giuseppe Ebreo, che si dipanano in 20 stazioni, quasi una Via Crucis all’incontrario dato che l’escalation non è nella passione e nella tragedia, ma nella esaltazione di doti preclare dell’individuo che vengono premiate dalla fortuna amica, che “aiuta gli audaci”, in questo caso i virtuosi e saggi.

Ma non va trascurata l’importanza delle bordure degli arazzi, che fanno da cornice alle scene descritte all’interno e occupano una parte non trascurabile dell’intera superficie, negli arazzi più piccoli da un terzo a un quinto dell’intero tessuto. Ne parla ampiamente Loretta Dolcini, sottolineando che “ebbero un ruolo compositivo di grande monumentalità”, ma non solo: . “Ebbero anche la funzione di vivificare visivamente e stilisticamente pagine figurate, differenziate fra loro non solo per il soggetto e le dimensioni, ma anche talvolta per incongruenze formali dovute alla presenza di artisti che si esprimevano con cifre stilistiche diverse in un periodo assai lungo di realizzazione complessiva”

Oltre a questa funzione  ornamentale unificante, ne ebbero un’altra di contenuto: “A esse fu affidato dal duca e dal suo gruppo di fedelissimi intellettuali un complesso significato simbolico, parzialmente ermetico, venato di simbologia ed ermetismo, la cui decrittazione qualifica iconograficamente questi fregi come il vero e proprio spregiudicato manifesto concettuale e politico di tutta l’impresa”.

La magnificenza celebrativa di Cosimo de’  Medici

Ma torniamo all’origine di quest’opera. Gli arazzi sulle storie di Giuseppe Ebreo, come primo massimo momento dell’arazzeria fiorentina basata sui disegni rinascimentali con i maestri tessitori fiamminghi, furono una delle tante espressioni della magnificenza cheCosimo de’ Medici concepì da mecenate utilizzando il potere delle immagini, dei simboli e dei miti in senso celebrativo.

Ha scritto Morolli che Cosimo  voleva “dare un segno visibilissimo ed eloquentissimo del drastico cambiamento di regime, quasi a proporsi come nuovo e assoluto ed eterno e unico ‘priore’ non più eletto per un semestre, ma consacrato a vita alla guida della città”. Per questo, commenta Pietro Risaliti, “ordinò un nuovo allestimento per l’antica aula repubblicana che diventò una ‘maiestatica sala del trono'”.

Si circondò dei migliori artefici, impiegò ingenti risorse, si mosse con rapidità ed efficienza nel mutare l’assetto  di Firenze con opere come gli Uffizi e il Ponte di Santa Trinità, sotto il profilo urbanistico, e promuovendo non solo le accademie artistiche, letterarie e scientifiche a Firenze e Pisa, ma anche lo sviluppo di fabbriche e laboratori in veri distretti tecnologici artigianali.

Sul piano dell’arte, oltre che collezionista e mecenate come tutti i Medici, fu promotore di opere in emulazione con la Roma cinquecentesca.

Ne sono espressione i cicli pittorici di Palazzo Vecchio, la sua reggia principesca, che, secondo Risaliti, “sono la dimostrazione superba, quasi titanica, del piano ideologico del mecenate, che crede modernamente in una combinazione di retorica figurativa e propaganda politica, dove l’icona del granduca s’incastona come sole folgorante in una costellazione di epoche, eventi, personaggi che storicizza ed eternizza passato, presente e futuro della dinastia medicea fiorentina”.

Così anche  gli affreschi  di Castello che lo celebrano come rifondatore di Firenze e  i dipinti della  Cappella d’Eleonora sempre in Palazzo Vecchio con il messaggio  politico nelle storie di Cristo. “Mosè non era soltanto figura di Cristo – scrive Antonio Natali – ma anche (e forse segnatamente) immagine del duca: in lui si dovevano vedere incarnate le virtù di condottiero ch’erano necessarie al governo d’una città orgogliosa e fiera della sua storia, ma bisognosa d’una guida sicura”.

Con gli arazzi, quasi contemporanei, commissionati per la sala dei Duecento, sempre a Palazzo Vecchio,  “di nuovo si ricorre a un personaggio eminente  del Vecchio Testamento, lui pure caro alla tradizione fiorentina quale modello di virtù alte: Giuseppe Ebreo. La sua vicenda  umana lo consegna alla storia come esempio specialmente di lealtà, di giustizia e di magnanimità. Tutte doti reputate prerogative indispensabili degli uomini chiamati a guidare uno Stato”.  Di qui il messaggio volto a  identificare il personaggio biblico con il reggitore illuminato di Firenze.

Le storie di Giovanni Ebreo si trovano anche in opere fiorentine di poco precedenti, come le tavole lignee per la camera nuziale di Pierfrancesco Bogherini, quale modello di castità:  autori i maestri della “maniera moderna” del tempo, fra i quali Andrea del Sarto e Pontormo a cui fu dato l’incarico iniziale per i disegni degli arazzi, per i quali la scelta del soggetto ebbe invece risvolti politici;  finché, come si è detto,  intervenne il Bronzino e si aggiunse, in minore misura, il Salviati.

Queste tavole interessarono il figlio di Cosimo, Francesco, che nel 1584 volle acquisirle per le sue raccolte, dopo che la moglie di Bogherini nel 1529 si era opposta al trasferimento in Francia, respingendo la richiesta del re  Francesco I. . Il suo era un interesse artistico, ma  il padre “dominus” di Firenze   aveva scelto Giuseppe Ebreo come soggetto della trasposizione simbolica della propria figura di reggitore saggio e illuminato, che poteva rispecchiarsi in una storia biblica edificante. E aveva fatto immortalare la storia negli oltre 400 metri quadrati di arazzi si elevato livello artistico..

Di questa storia parleremo prossimamente con riferimento al Libro della Genesi. Poi descriveremo ad uno ad  uno i 20 arazzi seguendo la continuità della storia, quindi passando di volta in volta da quelli della collezione fiorentina a quelli della collezione del Quirinale. L’assurdità della separazione risulta evidente proprio per la mancanza di continuità narrativa nelle due collezioni, e speriamo che, lo ripetiamo,questa possa essere l’occasione per un ripensamento. In questo caso l’evento della mostra itinerante diventerebbe epocale, farebbe rimuovere lo strascico insensato di una storia travagliata per cui perseverare, “absit iniuria verbis”,  sarebbe veramente diabolico. .

Info

Palazzo Vecchio, Firenze, Piazza della Signoria, Sala dei Duecento. Fino al 30 settembre tutti i giorni escluso il giovedì ore 9-23,  giovedì ore 9-14; dal 1° ottobre chiusura alle 19 invece che alle 23, giovedì orario invariato. Ingresso 2 euro.   Catalogo “Il principe dei sogni. Giuseppe negli arazzi medicei di Pontormo e Bronzino”, Skira, febbraio 2015, pp. 366, formato 24,5 x 31, con saggi di Godart, Acidini, Natali, Risaliti, Dolcini, Ciatti, Innocenzi, schede tecniche e raffinata galleria iconografica della collezione di Firenze e del Quirinale. Dal Catalogo, fornito con squisita cortesia dal Consigliere Godart, che si ringrazia sentitamente, sono tratte le citazioni del testo.  Cfr. in questo sito, il 15 e 16 settembre 2015, i nostri due articoli successivi sulla mostra con riprodotti gli altri arazzi della storia di Giuseppe, dall’8° al 20°.

Foto

Le immagini degli arazzi sono state fornite dall’organizzazione della mostra, in particolare da “Comunicare Organizzando”, che si ringrazia, l’immagine della presentazione della mostra a Firenze nella Sala dei Duecento è tratta dal  sito web   www.lanazione.it, al titolare va il nostro ringraziamento. Dei singoli arazzi – riprodotti in sequenza nei tre articoli secondo la successione della storia, e commentati uno per uno nei due ultimi articoli – vengono riportati il titolo che ne riassume il contenuto e l’anno, l’artista autore del disegno e cartone (Bronzino, Pontormo, Salviati), l’atelier del tessitore (Karcher, Rost),  e la serie di appartenenza (Firenze, Quirinale). In apertura, uno scorcio della Sala dei Duecento a  Palazzo Vecchio alla presentazione della mostra; seguono, 1.Il sogno dei manipoli”, 1549, Bronzino, Karcher, Firenze, e  2. “Giuseppe racconta il sogno del sole, della luna e delle stelle”, 1549, Bronzino, Rost, Firenze; poi  3. “Vendita di Giuseppe”, 1549, Bronzino, Rost, Quirinale, e  4. “Lamento di Giacobbe”, 1553, Pontormo, Rost, Quirinale; quindi,  5. “Giuseppe e la moglie di Putifarre”, 1546-1547, Pontormo, Rost, Quirinale, e 6. “Giuseppe fugge dalla moglie di Putifarre”, 1549, Bronzino, Karcher, Firenze; in chiusura,  7. “Giuseppe in prigione e il banchetto del Faraone”, 1546-1547, Bronzino, Rost, Quirinale.