Giuseppe Ebreo, la saga a lieto fine negli arazzi medicei

di Romano Maria Levante

Si conclude il racconto della  nostra visita alla mostra “Il Principe dei Sogni. Giuseppe negli arazzi medicei  di Pontormo e Bronzino”,  che espone a Firenze, nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio, dal 15 settembre 2015 al 15 febbraio 2016, i 20 preziosi arazzi fiorentini sulle storie di Giuseppe Ebreo. E’ la fase conclusiva del tour espositivo  iniziato a  Roma, Palazzo del Quirinale,  Salone dei Corazzieri dal 12 febbraio al 12 aprile; proseguito a Milano, Palazzo Reale,  Sala delle Cariatidi dal 29 aprile al 23 agosto, mesi centrali dell’Expo. La mostra, organizzata e  realizzata da “Comunicare Organizzando” di Alessandro Nicosia, è su iniziativa della Presidenza della Repubblica e del Comune di Firenze con il Comune di Milano, regista e curatore   Louis Godart, Consigliere del Presidente della Repubblica per la conservazione del patrimonio artistico. Catalogo Skira, con 9 saggi critici, schede tecniche e  suggestive raffinate riproduzioni  dei 20 arazzi.  

Come in ogni racconto a puntate che prosegue,  è d’obbligo iniziare con il riassunto delle puntate precedenti, cioè il contenuto dei primi 7 arazzi. Si inizia con “il sogno dei manipoli”, in cui Giuseppe si autogratifica con una visione che lo vede, attraverso le figure allegoriche dei covoni, in posizione di preminenza rispetto agli 11 fratelli; mette il “carico da undici”, per usare un termine popolare, nel raccontare ai fratelli, già risentiti con lui, analoga sua preminenza rispetto al Padre Sole e alla Madre Luna che gli si inchinano dinanzi.  Si scatena la loro violenza, lo gettano in una cisterna dalla quale viene estratto vivo da dei mercanti Medianiti passaggio per essere venduto come schiavo. Il lamento del padre Giacobbe, al quale i fratelli mostrano la veste insanguinata come prova che è stato ucciso da una fiera, si eleva in questa tremenda tragedia familiare. Dalla schiavitù lo liberano  i sogni, non quelli suoi che lo avevano esposto alla violenza dei fratelli, ma quelli di due dignitari in disgrazia incontrati nel carcere dove era stato gettato per sette anni a seguito della falsa accusa della moglie di Putifarre di averla insidiata, mentre al contrario lui aveva resistito, con la sua intemerata virtù, alle sue seducenti profferte. Interpreta correttamente la premonizione onirica, a Corte si festeggia il ritorno del coppiere miracolato, è la premessa dell’appassionante seguito della storia.

L’escalation del nostro eroe inizia con l”8°  arazzo, “Giuseppe spiega il sogno del Faraone delle vacche grasse  e magre”, l’ambientazione è stabilmente nella Corte reale simile a quella medicea, il Faraone ha le sembianze di Cosimo, mentre Giuseppe, giovane e avvenente in ginocchio davanti a lui, gli spiega il sogno che si vede in una  finestra con le fatidiche vacche. Le 7 grasse e le 7 magre che le divorano, con le 7 spighe piene e le 7 spighe vuote che fanno altrettanto, premonizione della carestia che seguirà gli anni di abbondanza. Di qui la decisione di dar credito alla predizione di Giuseppe e seguire il suo consiglio di accumulare le provviste per la carestia, cosa possibile  data l’opulenza dei raccolti nei primi 7 anni; il Faraone per gratitudine e fiducia lo nomina viceré d’Egitto e gli affida l’amministrazione.

I primi momenti con i fratelli, nell’alternanza di atteggiamenti

A questo punto negli arazzi che seguono si dipana una saga familiare, pur se l’ambientazione resta quella della Corte del Faraone in cui è impersonato il Ducato mediceo e Cosimo stesso. Si comincia con  il 9° arazzo, “Vendita del grano ai fratelli”, nel livello superiore c’è Giuseppe vicerè, con una barba che lo rende più autorevole, mentre accusa di spionaggio ai danni dell’Egitto i fratelli che ha riconosciuto senza essere riconosciuto da loro;  ma poi concede il grano che chiedono, come si vede nel livello inferiore dove sono ritratti mentre caricano grandi sacchi di grano sui muli. Manca un terzo della superficie dell’arazzo perché è sagomato per ricavarvi lo spazio della porta che non poteva essere coperta dal tessuto, per cui rimane un vuoto.

Le scene proseguono nei termini biblici nel 10° arazzo,  “Giuseppe prende in ostaggio Simone”. Non si limita a consegnare il grano perché  prosegue nel suo disegno recondito, che sarà chiaro solo alla fine e, come nelle storie a “suspence”,  qui non viene anticipato. Per attuare tale disegno occorre che uno dei fratelli  resti come ostaggio;  secondo la storia biblica sarebbe stato restituito solo in cambio del minore Beniamino. Viene scelto il secondogenito Simeone, la scena occupa l’arazzo verticale, con Giuseppe nella consueta veste rossa e celeste che domina la scena dall’alto indicando  l’ostaggio che viene trascinato  in catene sulla destra; mentre in primo piano sulla sinistra il fratello Giuda si dispera con le braccia alzate ripreso di spalle in un’inquadratura quanto mai moderna. E’ terribilmente spaventato da quella che sarà la reazione del padre Giacobbe che dopo aver perduto il primogenito Giuseppe teme di aver perduto  un altro figlio e non vuole consegnare Beniamino, prediletto perché è il minore, che sarebbe il terzo ad essergli portato via.

Ma la forza degli eventi piega anche la sua strenua resistenza. La carestia si aggrava, serve altro grano, i fratelli sono costretti alla nuova missione in Egitto, il padre deve rassegnarsi alla partenza di Beniamino. Nell’11° arazzo, “Beniamino ricevuto da  Giuseppe”, di andamento verticale, nella parte superiore gli inservienti trasportano il vasellame in preparazione del pranzo, ma la parte centrale è dominante, Giuseppe negli abiti che conosciamo abbraccia amorevolmente il giovane Beniamino a lato di una colonna su un podio sotto al quale gli altri fratelli si sbracciano nel presentargli i doni che hanno portato per ingraziarsi la sua benevolenza dovendo richiedergli nuovamente del grano dopo la prima visita conclusa lasciando  in ostaggio il secondogenito.

Continua l’alternanza, protagonista il minore Beniamino

Il clima è festoso e culmina nel 12° arazzo,  “Convito di Giuseppe con i fratelli“,  un grande simposio raffigurato in modo scenografico, con evidenti richiami alla reggia medicea. E’ un’architettura solida e armoniosa, c’è una lunga scalinata centrale, la sala ha tre tavoli:  in quello rotondo al centro c’è Giuseppe, ormai inconfondibile per fattezze, posa statuaria e cromatismo della veste, nel tavolo anch’esso tondo alla sinistra i dignitari egizi, nel lungo tavolo rettangolare a destra i fratelli, in  ordine di età,  a capo tavola il maggiore, Ruben, con le fattezze di Cosimo, poi Simeone e Levi, Giuda e Zebulon, Isaccar e Dan, Gad e Asher, Naftali e, in fondo,  il minore,  Beniamino, che  guarda amorevolmente Giuseppe anche se siede lontano da lui. In alto, al primo livello altri dignitari che non partecipano al pranzo, una donna con bambino che scende lungo la scalinata e un mendicante appena visibile sulla destra, simboli delle virtù caritatevoli attribuite al duca Cosimo.

Tutto risolto, dunque, con questa celebrazione festosa e il successivo ritorno dei fratelli dal padre Giacobbe con i loro cavalli carichi del grano avuto di nuovo da Giuseppe? Lo narrazione biblica indica le complicazioni che puntualmente il 13° arazzo raffigura, rappresentando “La coppa di Giuseppe ritrovata nel sacco di Beniamino”. Ne abbiamo accennato, è un altro tassello per la realizzazione del progetto che Giuseppe ha in mente: ha fatto mettere di nascosto la propria Coppa d’argento alla quale erano riferite le sue doti divinatorie nel sacco di Beniamino, e ha fatto sì che  il Faraone mandasse delle guardie a perquisire la carovana rimessasi in viaggio per la terra di Canaan. “Avete rubato la coppa più bella  e più preziosa del nostro padrone”, l’accusa a Beniamino da parte dell’araldo. Giuseppe invece non appare, è l’unico arazzo in cui manca il protagonista, presente in tutti gli altri in posizione dominante e c’è un motivo: viene fatta marcare così un’estraneità allo stratagemma di accusare un innocente con prove false prefabbricate, che non farebbe onore alla sua rettitudine, ma viene considerato ispirato da Dio e messo in atto dall’araldo, non da Giuseppe.

E’ come ricominciare da capo, perché Beniamino è imputato di un grave reato e viene ricondotto a Corte:  cosa farà Giuseppe per punire il reprobo cui pure aveva elargito il suo affetto, oltre al grano per i fratelli? Il racconto biblico rassicura, il 14° arazzo lo mostra, “Giuseppe trattiene Beniamino” ,il tessuto è molto deteriorato e alquanto sbiadito, la composizione in verticale è ardita con quattro figure che si innalzano l’una sull’altra: in vetta la moglie di Giuseppe, rara presenza la sua, che riceve la Coppa, che sembra d’oro e non d’argento, dall’araldo, poi la figura imponente di Giuseppe che con la destra trattiene Beniamino e con la sinistra indica il carcere mentre alla base la quarta figura è del fratello Giuda che ancora una volta, come al momento della presa in ostaggio del fratello Simone, viene ripreso di spalle a torso nudo mentre si dispera cercando di impietosire Giuseppe proclamando l’innocenza del fratello e prefigurando il dolore del padre che crede di aver già perduto un figlio molto amato della cui morte loro stessi si sentono colpevoli.

Dall'”agnitio” all’apoteosi familiare  

Siamo alla “agnitio”, nel 15° arazzo”, “Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli, e congeda gli egiziani”, la premessa è che Ruben e Giuda, presi da parte gli altri fratelli, con l’angoscia di dover perdere Beniamino, ricordano loro il crimine commesso contro il fratello Giuseppe,  una vera catarsi, dunque. La scena è commovente, Giuseppe si asciuga le lacrime mentre Beniamino gli bacia le mani, ha rivelato la sua identità che il fratello minore aveva forse già immaginato, quindi si dà pieno sfogo all’amore fraterno; vengono allontanati i dignitari egizi per non farli assistere a una scena familiare e poi perché del tutto estranei a un momento intimo, ricco di valori e significati. In primo piano due figure in grande rilievo, mentre Giuseppe è in alto in secondo piano, potrebbero essere Giuda e Beniamino e rappresentare, come di consueto in questo ciclo di arazzi,  la prima parte della vicenda che si conclude in alto con l’ “agnitio”; forse per questo motivo l’arazzo era stato intitolato “Giuda chiede la libertà di Beniamino”.

Il diapason della commozione si raggiunge con il 16° arazzo, “Giuseppe perdona i fratelli”, in un’ambientazione imponente, la scena si allarga rispetto all’arazzo precedente, sempre nel palazzo mediceo con le sue colonne, gli archi e le lunette con scene allegoriche, come la primogenitura biblica. Ma Giuseppe non è sul trono né in posizione dominante, è tra i fratelli che prende per mano mentre si gettano ai suoi piedi con le espressioni stravolte dal dolore per il male compiuto di cui ora si rendono pienamente conto dinanzi al perdono del fratello che si è rivelato a loro facendosi riconoscere. In alto, da una finestrella, alcuni egiziani assistono alla scena, sembra che lo stesso Faraone avvertì dalle grida che qualcosa di insolito stava avvenendo.  Godart riporta le parole che Filone attribuisce a Giuseppe:  “Il fratello che avete venduto sono io, non abbattetevi, io perdono”, e quelle che ne descrivono gli effetti: “I fratelli sbigottiti per la paura stavano con gli occhi rivolti a terra come sotto la spinta di una forza irresistibile”, il Bronzino ha reso la scena con straordinario dinamismo. Del resto la Bibbia non dà troppe responsabilità ai fratelli, sono stati strumento del disegno divino che si va attuando. Abbiamo già descritto molte tessere del mosaico del disegno, ci avviciniamo al termine quando potremo descriverne il completamento.

Ormai si procede speditamente, nel 17° arazzo vediamo l’“Incontro di Giuseppe con Giacobbe in Egitto”, era questo l’obiettivo finale del disegno divino di cui Giuseppe è stato lo strumento, e per ottenerlo sono stati necessari tutti i passaggi della storia, anche quelli apparentemente perversi. Senza la violenza dei fratelli Giuseppe non sarebbe mai andato in Egitto e non vi avrebbe ricoperto una posizione di spicco per volontà del Faraone; senza prendere in ostaggio prima Simone poi il minore prediletto Beniamino con lo stratagemma della Coppa d’argento nel suo sacco non avrebbe dato corso all'”agnitio” e convinto il padre a raggiungerlo. Siamo al “clou”, il momento dell’incontro con il padre nella reggia. In prima fila, ma senza la consueta posizione dominante, Giuseppe si inginocchia davanti al padre sorretto dal fratello Giuda, mentre l‘altro fratello, forse Ruben, dalla folta barba e in tunica rosa,  li sovrasta. Nessun segno distintivo dell’alta posizione ricoperta nella Corte del Faraone per Giuseppe, forse per valorizzarne l’attività di amministratore oculato al servizio della gente, rappresentata nel livello superiore dal movimento di popolo  visualizzato nel carro con diverse donne e un bambino, “E’ il popolo di Israele che si sposta in Egitto”, commenta Godart, anticipazione dell’arazzo successivo  in cui questo diventa più evidente.

Protagonista il patriarca Giacobbe, da Canaan all’Egitto e ritorno

Il 18°arazzo si intitola infatti “Il Faraone accetta Giacobbe nel suo regno”, che vuol dire accettare la sua gente cui viene concesso di sistemarsi vicino al delta del Nilo dove potrà praticare la pastorizia. E’ il disegno divino che si compie, e riguarda la sorte di un popolo, per la quale valeva la pena sottoporre a vicende così tormentate Giuseppe e i suoi fratelli, con il padre Giacobbe. Il Faraone in persona nella parte superiore dell’arazzo indica la terra assegnata, dicendo che è “la parte migliore del paese”: si apre un orizzonte vastissimo, un paesaggio marino con una pianura solcata da un fiume,  si intravedono ruderi romani, ricordano il Colosseo, la Colonna Traiana e l’acquedotto cui rimandano le discendenze addirittura da Noè del popolo fiorentino e toscano. Il Faraone con le fattezze di Cosimo è al centro vicino al robusto tronco che simboleggia la sua dinastia. Non è tutto, in primo piano un gruppo di donne dalle forme floride, a sinistra Tamar, la moglie di Giuda, destinato alla primogenitura delle tribù di Israele, a destra Dina, l’unica figlia di Giacobbe tra i 70 discendenti del patriarca trasferitosi in Egitto; la sua figlia si identificherebbe con la moglie egiziana di Giuseppe, che per questa provenienza non sarebbe “infedele”.

Dopo aver benedetto addirittura il Faraone, nel 19° arazzo “Giacobbe benedice i figli di Giuseppe”, scena drammatica con il patriarca morente su un letto monumentale dal baldacchino azzurro. E’ molto affollata, le figure sono in piedi con un vivo cromatismo nelle vesti, solo i figli sono in ginocchio ed in fila in ordine di età: si tratta dello scambio di benedizione della primogenitura. E qui  la lettura della scena di Godart  rivela un significato ben più profondo del momento rituale: la mano destra di Giacobbe è poggiata sulla testa del più giovane Efraim, e non del più grande, Manasse, come sarebbe stato normale, e per questo incrocia le braccia mentre lo stesso Giuseppe cerca di indirizzargli la mano verso Manasse, e così la  moglie Asenet. Manasse rappresenta gli Ebrei,  mentre Efraim i Gentili, quindi in tale scelta c’è la predestinazione sul futuro del popolo. Vi si attaglia al riferimento alla dinastia medicea, Cosimo era divenuto duca pur essendo ultimogenito come Giuseppe e di un ramo cadetto; anche la sua successione darà il governo di Firenze al terzogenito Francesco, e non al primo Francesco che sembrava predestinato dagli astri.

Siamo giunti così al termine delle storie di Giuseppe, il 20° arazzo raffigura la “Sepoltura di Giacobbe”, è verticale con il motivo stilistico moderno che abbiamo già sottolineato delle due figure in primo piano riprese di schiena. L’ambientazione cambia radicalmente, non più la grandiosa architettura e gli arredi sontuosi della Corte del Faraone in stile mediceo, ma la caverna con la tomba di Abramo, nella sua terra,  dove il patriarca aveva chiesto di essere sepolto; anche qui il riferimento alle tombe medicee è d’obbligo. La Bibbia descrive la solenne traslazione della salma dall’Egitto con tutti gli anziani del regno in un imponente corteo funebre scortato dalla cavalleria  del Faraone; l’arazzo ritrae il momento finale  nel ristretto spazio della caverna dove si accalcano diverse figure con al centro l’officiante dal copricapo a due cuspidi, come una mitria vescovile, le fattezze sono di Giuseppe anche se non era sacerdote. Tra i fratelli addolorati si distingue il minore, Beniamino, sempre lui, che porge  al celebrante la cosiddetta “coppa dell’aruspicina, della divinazione” , con gli organi di Giacobbe imbalsamato; e due personaggi, Filone e Cosimo, neppure loro sacerdoti.  Sullo sfondo delle donne, una con il bambino in braccio. Un finale in cui dopo la solennità e il grandioso  c’è il momento del raccoglimento e della meditazione, come in tutte le esequie.

Conclusione

Termina così la carrellata dei 20 arazzi sulle Storie di Giuseppe, come un fotoromanzo: immagini  figurative in una sostanziale omogeneità stilistica nonostante il passaggio da Pontormo a Bronzino con l’intervento anche di Salviati.  Tutti sottoposti ad interventi di restauro, alcuni ultimati nel 2009.

Il Catalogo della mostra ne dà conto in  dettaglio in schede tecniche molto particolareggiate, con la spettacolare galleria dei 20 arazzi che accompagna le otto note critiche introduttive tra le quali “Cosimo I de’ Medici e le Storie di Giuseppe”, di Louis Godart, dal quale  abbiamo tratto gli elementi per la nostra carrellata. Che è stata quanto mai rapida e sommaria rispetto alla dovizia di  notizie e di colti  riferimenti anche alle altre raffigurazioni sullo stesso tema presenti nel suo scritto. . Intendiamo anche sottolineare l’estrema ricchezza e raffinatezza delle riproduzioni contenute nel Catalogo: non solo gli arazzi ad uno ad uno nella loro magnificenza visiva, ma particolari ingranditi per sottolinearne gli aspetti salienti.

Viene dato conto con un’analisi quanto mai approfondita, delle  modalità con le quali si è proceduto nel tempo ai successivi restauri, su un materiale così delicato come quello degli arazzi; nei quali, a differenza dei restauri delle  pitture su tela o su tavola, non è possibile distinguere gli interventi sull’immagine da quelli sul supporto di base in quanto struttura e figurazione coincidono essendo date dai fili colorati nelle trame che compongono al contempo figura e  tessuto.  Alle lacune per il deterioramento si è sopperito consolidando la struttura e creando con la componente cromatica  il collegamento tra le zone integre come compensazione delle figure mancanti non ricostruite.  

Il rapporto tra i cartoni con la figurazione pittorica e la trasposizione negli arazzi è di notevole interesse perché spesso in questo campo i vincoli tecnici del tessuto prevalgono sul lato artistico, nel senso che le esigenze tecniche della tessitura condizionano il modello pittorico. Quando l’arazzo venne utilizzato in Europa per celebrare la potenza dei sovrani, invece il pittore prevalse sul’arazziere.

“Nella Firenze di Cosimo I – osserva Clarice Innocenti –  dove l’arazzeria nacque con il principale scopo di competere con la magnificenza della pittura parietale e con il suo portato celebrativo, la sostanziale indifferenza alle esigenze della tecnica condusse infatti alla creazione di cartoni che costituirono una vera  e propria sfida per gli arazzieri, chiamati a trasferire nella tessitura chiaroscuri, sfumature, dettagli di tipo squisitamente pittorico”.

Entrando nello specifico, aggiunge: “La visione ravvicinata nelle Storie di Giuseppe  lascia increduli davanti alla resa minuta e perfetta, vera  e propria trasposizione virtuosistica dei movimenti del pennello in mano al pittore”; per di più su una vicenda biblica appassionante che Godart ci ha fatto ripercorrere arazzo per arazzo. E’ altamente meritevole aver consentito di vivere queste emozioni ai visitatori di Roma e Milano ed ora, per cinque mesi, ai visitatori di Firenze.

Non solo emozioni, ma anche riflessioni indotte dai numerosissimi richiami simbolici, a riprova di una intensa elaborazione culturale su cui Godart così si esprime: “Le numerose allegorie elaborate relativamente alla vita del patriarca, inteso come uomo politico e perfetto amministratore della cosa pubblica, offrivano supporti ideali alle istanze celebrative di Cosimo, ma non spiegano del tutto il complicato sovrapporsi dei messaggi talvolta oscuri contenuti negli arazzi, che effettivamente rimandano a un orizzonte culturale assai più vasto e complesso”.

Ci sembra una degna conclusione che associa la cultura all’arte e aggiunge il mistero alla magnificenza.

Info

Palazzo Vecchio, Firenze, Piazza della Signoria, Sala dei Duecento. Fino al 30 settembre tutti i giorni escluso il giovedì ore 9-23,  giovedì ore 9-14; dal 1° ottobre chiusura alle 19 invece che alle 23, giovedì orario invariato. Ingresso 2 euro.  Catalogo “Il principe dei sogni. Giuseppe negli arazzi medicei di Pontormo e Bronzino”, Skira, febbraio 2015, pp. 366, formato 24,5 x 31, con saggi di Godart, Acidini, Natali, Risaliti, Dolcini, Ciatti, Innocenzi, schede tecniche e galleria iconografica della collezione fiorentina e del Quirinale. Dal Catalogo, fornito con squisita cortesia dal Consigliere Godart, che  si ringrazia sentitamente, sono tratte le citazioni del testo. Cfr. in questo sito, i nostri primi due articoli sulla mostra il  13  e 15 settembre  2015, con riprodotti i primi 14 arazzi delle storie di Giuseppe.

Foto

Le immagini degli arazzi sono state fornite dall’organizzazione della mostra, in particolare da “Comunicare Organizzando”, che si ringrazia;  l’immagine  di apertura del Salone dei Corazzieri al Quirinale, durante l’esposizione romana dal  12 febbraio al 12 aprile 2015, è stata tratta dal sito web roma.fanpage.it, al titolare  va il nostro ringraziamento; l’immagine di chiusura dello stesso Salone dei Corazzieri è stata ripresa da Romano Maria Levante la mattina della presentazione della mostra a Roma.  Dei singoli arazzi –  riprodotti in sequenza nei tre articoli secondo la successione della storia, e commentati uno per uno in questo articolo e nel precedente – vengono riportati il titolo che ne riassume il contenuto e l’anno, l’artista autore del disegno e cartone (Bronzino, Pontormo, Salviati), l’atelier del tessitore (Karcher, Rost),  e la serie di appartenenza (Firenze, Quirinale). In apertura, il Salone dei Corazzieri durante la mostra al Quirinale; seguono, 15. “Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli e congeda gli Egiziani”, 1550-1553, Bronzino, Karcher, Firenze, e 16. “Giuseppe perdona i fratelli”, 1550-1553, Bronzino, Karcher, Firenze poi 17. “Incontro di Giuseppe con Giacobbe in Egitto”, 1550-1553, Bronzino, Karcher, Firenze, e 18. “Il Faraone accetta Giacobbe nel regno”, 1553,  Bronzino, Rost, Quirinale; quindi 19. “Giacobbe benedice i figli di Giuseppe”, 1550-1553, Bronzino,  Karcher, Firenze e  20. “Sepoltura di Giacobbe, 1553, Bronzino, Rost, Quirinale; in chiusura, la nostra ripresa del Salone dei Corazzieri alla presentazione della mostra con il consigliere Godart e il sindaco di Firenze Nardella, in una suggestiva dissolvenza con cui ci accommiatiamo dai lettori.