Impressionisti e moderni, fino ai cubisti, continua la Phillip Collection

di Romano Maria Levante

Continua la nostra visita alla  mostra “Impressionisti e moderni. Capolavori della Phillip Collection di Washington”, al Palazzo Esposizioni  che dal 16 ottobre 2015 al 14 febbraio2016  espone 60 opere dei maggiori maestri dell’800 e ‘900  raccolte da Duncan Phillip,  il quale nel 1921 aprì la Phillip Memorial Gallery di Washington e continuò per quarant’anni ad arricchire la collezione iniziale di 300 opere fino a raggiungere 2000 opere, ora 3000,  affiancando alle opere degli artisti americani contemporanei, da lui sostenuti, quelle delle  maggiori correnti pittoriche europee stimolando confronti quanto mai fecondi negli artisti e nei visitatori.  Organizzata dalla Phillip Collection con l’Azienda Speciale Palaexpo, a  cura di Susan Behrends Frank, curatrice della Collezione di Washington, Catalogo  Silvana Editoriale  con Palazzo delle Esposizioni.

Abbiamo già ricordato il percorso di Phillip nel dare uno sbocco meritorio alla sua visione dell’arte con acquisizioni mirate durate quarantacinque  seguendo la propria apertura e sensibilità e precorrendo così le altre istituzioni museali americane, legate per lungo tempo alle convenzioni accademiche dalle quali nasceva il rifiuto delle forme espressive europee non figurative e delle avanguardie  americane.

Per questo Phillip  ha avuto un ruolo fondamentale nel dare alla  propria istituzione privata una valenza di interesse collettivo come laboratorio sperimentale, vera  fucina e valorizzazione di talenti. E, in  termini più generali, come occasione per il visitatore di operare confronti a tutto campo nel mondo dell’arte, europea e americana, mediante allestimenti in cui le opere venivano esposte accostate “per contrasto e analogia”, mentre nei  musei di allora c’erano rigide ripartizioni per autore, nazionalità, cronologia, innovazione in cui ha precorso le moderne strutture museali.  

Poi abbiamo raccontato la visita alla  1^  sezione della mostra,  “Classicismo, romanticismo e realismo”,  tre visioni diverse che si sono confrontate nell’800 e hanno trovato diverse forme di  conciliazione e compresenza nei grandi artisti aperti alla modernità.  Passiamo alle sezioni successive, continuando la cavalcata appassionante tra grandi artisti di due secoli così vivi.

.Impressionismo e post impressionismo:  da Monet e  Sisley a Cézanne e Van Gogh

Con l’ “Impressionismo e Postimpressionismo” della 2^ sezione,  continua la sfilata di capolavori,  senza dimenticare il ruolo di Corot, Courbet e Constable, presentati nella 1^ sezione,   nella nascita dell’impressionismo.

Fu una  rivoluzione, nell’universo creativo della pittura, cui ne seguirono altre,  nei contenuti e nello stile pittorico.  Non più temi storici e religiosi, mitologici e simbolici, ma la vita contemporanea portata sulla tela:  paesaggi veri e non arcadici,  con o senza l’intervento dell’uomo, vedute cittadine con sobborghi pittoreschi,  quotidianità  nei momenti della giornata di donne e persone comuni.

Il soggetto dominante è la natura protagonista assoluta del quadro, il fine ultimo dell’artista  è rappresentarla  nell’immediatezza, rendendo visivamente  l’impressione che ne ha ricevuto. 

Se questi sono i nuovi contenuti, altrettanto innovative le modalità espressive: il pittore dipinge non più nel chiuso dell’atelier ma nei luoghi raffigurati, “en plein air”, così  può  catturare e rendere in modo subitaneo l'”impressione” ricevuta.  La sua sensibilità non viene attratta soltanto dal soggetto, ma dall’intero ambiente in cui si trova a dipingere, del quale è portato a cogliere i mutamenti atmosferici, durante la giornata e nel corso dell’anno. 

Gli effetti di luce si riflettono sul dipinto che nasce dal  vivo senza disegni preparatori, richiedendo un altro radicale mutamento rispetto alla forma pittorica precedente. Dalle “pennellate invisibili” tra  contrasti di luce chiaroscurali, in particolare nei paesaggi italiani degli artisti precedenti, si passa alle pennellate visibili  con la scomposizione dei colori in colori puri affiancati come vibrazioni  luminose. Anche l’aria è percorsa da onde cromatiche come in una rifrazione.

C’è dell’altro, viene abbandonata la convenzione accademica dei diversi piani in cui era presentato il paesaggio, con la rigorosa prospettiva che distanziava primo piano, orizzonte e sfondo; ora ciò che è lontano può essere accostato a ciò che è vicino, quando è questa l’impressione dell’artista.

Gli impressionisti sono presenti con due quadri di Monet e Sisley, che furono  i primi con Manet, Pissarro e Renoir, a  dedicarsi a immagini di vita quotidiana nella natura ripresa “en plein air”  nella sua luminosità ambientale resa da colori brillanti, e soprattutto da pennellate che rendevano la vibrazione della luce con tonalità separate. All’ordine e all’equilibrio nei paesaggi classici, in parte riflesso anche nei precisi schizzi di Corot, si sostituisce un’immediatezza che sconvolge le regole compositive creando insolite contrapposizioni  prospettiche.

Vediamo “La strada per Vétheuil”, 1879, di Jean Monet,  un paesaggio rurale in colori pastello caldi e freddi accoppiati  a macchie che ne rendono con evidenza  l’impressionismo;  del resto questa denominazione nacque dall’osservazione di un critico a un quadro di Monet considerato una prima “impressione”  provvisoria da completare per giungere all’opera definitiva.

Anche in “Neve a Louvecennies”, 1874, di Alfred Sisley, macchie impressionistiche dove il bianco predomina dato il soggetto.

Con Cézanne tutto questo viene superato, il “Postimpressionismo” segna la modernità. La rappresentazione della natura non è più lo scopo dell’opera, né un dato della realtà da trasporre nel dipinto, bensì l’elemento da cui partire per esprimere  sentimenti individuali, attraverso un modo diverso di concepire soggetto e contenuto, forma  e colore.

Alla base di questa vera svolta  c’è la constatazione che la natura è solo il mondo esteriore, del quale gli impressionisti catturavano l’apparenza,  mentre la realtà esterna deve essere subordinata alla propria visione interiore.  Non ci sono soltanto i sensi, colpiti dalla luce e dai colori, nei paesaggi e nella quotidianità, c’è anche e soprattutto la mente nella quale albergano i sentimenti universali che l’arte è chiamata a rappresentare oltre gli angusti limiti dei fatti esistenziali. Il soggetto rappresentato diventa secondario rispetto ai sentimenti che suscita, e questi vanno oltre l’apparenza, perciò  non si possono rendere con l’immediatezza effimera dell’impressionismo ma vanno rivelati  attraverso l’introspezione, con un  procedimento opposto a quello impressionistico.

La natura resta in primo piano,  Cézanne a tre mesi dalla morte scriveva “studio ogni giorno la natura”, ma secondo questa impostazione  che aveva così  enunciato: “Ascoltare con dedizione la voce della natura e con altrettanta dedizione trascriverla nelle forme della più eletta meditazione interiore”; un processo che, sempre nelle sue parole, si traduce “in una continua e ardua metamorfosi che si basa sul reale inteso come osservazione diretta delle persone e delle cose e mira al  vero inteso come scoperta di una essenza che vige nel mutevole mondo dell’esistenza”.

Soggetti e contenuti degli impressionisti sono visti ora in modo speculare, dall’interno e non dall’esterno, ciò che in termini stilistici  si manifesta con il rilievo dato alla forma, che gli impressionisti scomponevano, espressa con un “nitore geometrico  e una prospettiva studiata in modo che “ogni lato di un oggetto, di un piano, si orienti verso un punto centrale”.  Con questa impostazione apre la strada alla modernità, l’attenzione ai volumi prelude addirittura al cubismo.

In “La montagna Sainte-Victoire”, 1886-87,  Paul Cézanne non esprime impressioni momentanee quindi fugaci, ma la  visione meditata di un paesaggio familiare, vicino alla sua abitazione in  Provenza lontana da Parigi,  reso con accuratezza per mantenere validità nel tempo. Mentre  “Autoritratto”, 1878-80, uno dei tanti da lui dipinti,  molto apprezzato da Phillip. lo presenta come trasandato e impacciato con profondità psicologica nello sguardo acuto.

Di Hilaire-Germain-Edgar  Degas  viene data testimonianza con le figure femminili predilette. Vediamo  “Ballerine alla sbarra”, 1900,  la danza tanto presente nelle sue opere gli permetteva di esplorare il corpo umano, qui alla posizione particolare con la gamba sollevata si associa la fusione dei gonnellini  per cui è stato osservato che vengono viste come gemelle siamesi, nell’immobilità. E “Malinconia”, 1865-69, un corpo proteso con espressione sofferta in un omogeneo colore scuro.

Berthe Morisot ritrae “Due ragazze”, 1894, nell’intimità domestica, tinte pastello ben contrastate.

Molo diverso Odil Redon, che addirittura si allontana dalla realtà, oltre che dalla natura  sebbene fosse contemporaneo agli impressionisti, per concentrasi sul proprio inconscio che lo porta a raffigurare soggetti fantastici. Vediamo esposto “Mistero”, 1910,  una donna scura con il viso da Cristo che spunta tra i fiori a colori vivaci, un’ambiguità che lascia all’osservatore l’interpretazione.

E siamo a Vincent Van Gogh, il sommo artista che usa il colore come mezzo per esprimere emozioni forti e stati psicologici esasperati con una straordinaria intensità, il dipinto esposto “Casa ad Anvers”, 1890, è stato realizzato un mese e mezzo primo della tragica fine nella località vicina a Parigi , dopo la permanenza nell’ospedale psichiatrico di Saint-Remy in Provenza.  Lui lo definì “nient’altro che un campo di grano che si estende verso una casa colonica bianca circondata da un muro bianco, con un unico albero”, descrizione perfetta che rende anche lo stato d’animo.

Parigi non è solo la patria dell’impressionismo e, poi, del postimpressionismo quando le “impressioni” diventarono la partenza e non più l’arrivo della rappresentazione pittorica e tornano la linea e la forma in una visione nuova che darà il via alla modernità. Nella capitale francese all’inizio del ‘900 un’altra svolta, anche linea e forma non sono più un dato della realtà da non modificare, anzi  parte dal loro stravolgimento una nuova tendenza artistica,  quella del cubismo.

Il cubismo a Parigi, Picasso e Braque, fino a Utrillo e Modigliani

La 3^ sezione si intitola “Parigi e il cubismo” per sottolineare il ruolo della capitale francese in questa ulteriore rivoluzione.  Il cubismo nasce dalla constatazione che  vengono riprodotti più lati della stessa figura,  in movimento oppure vista da angolature diverse, quindi questi lati si spostano e nel momento in cui vengono fissati sulla tela hanno cambiato posizione. Le nuove posizioni diventano quelle reali e vengono tradotte nell’immagine, apparentemente surreale, ma in effetti aderente a una realtà dinamica che si sostituisce alla visione statica.

Una concezione rivoluzionaria tradotta in opere che hanno dato avvio alle successive trasgressioni sempre più avanzate all’archetipo figurativo, declinato dal classicismo al romanticismo, dal realismo all’impressionismo e postimpressionismo in varia misura ma sempre con il rispetto dell’intangibilità della figura nei suoi contorni riconoscibili.  Con il cubismo sono stravolti ma restano percepibili, l’astrattismo li cancellerà sostituendo alle emozioni suscitate dalla realtà quelle indefinibili della propria interiorità.

Phillip, con la sua sensibilità artistica e il suo spirito aperto, colse al volo il valore di una novità così sconvolgente, e acquistò le nature morte di Braque, il primo a colpirlo, poi venne il grande Picasso.

L’opera di  George Braque esposta in mostra è “Natura morta con clarinetto”, 1927,  uno dei 13 quadri dell’artista nella Collezione, sono di una fase matura dell’esperienza cubista avviata all’inizio del secolo, con elementi vicini al realismo figurativo, come la frutta,  ed altri verso l’astrazione con superfici che danno il senso tattile da lui perseguito, il tutto in un cromatismo essenziale  in bianco-nero, ocra-verde.

Di Pablo Picasso tre capolavori, espressioni di  fasi distinte e distanti del proprio percorso artistico e di vita. “La camera blu”, 1901,  risale all’inizio della sua vita a Parigi, dove si trasferì stabilmente da Barcellona nel 1904 dopo averla visitata a meno di vent’anni  nel 1900 tornandoci nei due anni successivi. Anche lui, come il  mondo artistico europeo, aveva trovato in  Parigi una forte calamita per il fervore delle idee sviluppate dai talenti che accorrevano nella città concentrandosi in determinati quartieri, come il bohemienne Montmartre,  gravitando nella Ville Lumiere. La “camera blu” è il suo primo alloggio parigino, quando ancora non vi si era trasferito, quindi esprime la solitudine e insieme il trasporto romantico nel simbolismo del colore che caratterizza la sua prima fase ancora figurativa, il “periodo blu”. Per la  rivoluzione cubista dovrà passare più di un decennio, dopo aver visitato con Braque una mostra di Cézanne i cui orientamenti innovativi nella forma e nelle linee di contorno innescarono le sue riflessioni radicali.

Nella “Tauromachia” , 1934, il cubismo dell’artista mostra tutte le sue capacità espressive, con le forme scomposte del  toro e del cavallo del picador che lo ha ferito scagliate l’una contro l’altra in  colori altrettanto violenti e contrapposti;  spettatori e arena sono solo un macchia cromatica, il centro è nello scontro simbolico tra gli estremi compresenti e in lotta, vita e morte, bene e male.

L’altro Picasso esposto è “Donna con cappello verde”, 1939, un cubismo moderato che si incrocia con l’arte tribale, nella deformazione del viso poco marcata, è la sua donna, Dora Maar,  forse una forma di rispetto.

Cronologicamente tra  questi ultimi due dipinti, vediamo “Cristo e il sommo sacerdote”, 1937, di Georges Rouault,  l’artista  sensibile alla sofferenza umana che trasferisce la sua visione del dolore del mondo in immagini religiose come questa in cui i contorni neri delle sue forme drammatiche richiamano la particolare forma espressiva delle vetrate delle chiese cui si dedicava con la sua fervente fede cattolica. 

Solo due anni prima è datato “Lo studio dell’artista”, 1937, di Raoul Dufy, solare nel colori e  arioso nella composizione, ispirato al proprio atelier e alla stanza adiacente con dei quadri,  l’esterno entra nello studio attraverso l’architettura della finestra che inquadra gli edifici simili alla forma del cavalletto privo del dipinto in preparazione, nell’altro c’è un nudo sdraiato di bagnante.

Andiamo venti anni indietro con “Natura morta con giornale”, 1916, di Juan Gris, un cubismo freddo fatto di contrasti luminosi tra bianco accecante e ombre cupe, tra il collage e la proiezione deformata dei volumi.

Quasi contemporaneo il quadro “Elena Povolozsky”,  1917, di Amedeo Modigliani  in cui ritrae l’artista francese che aiutava lui e gli altri  “pittori maledetti”  negli anni difficili a Parigi: il cubismo è appena percepibile nel viso che sembra marmoreo, con zigomi larghi e spigolosi, diversi dalle  sue forme allungate ben più addolcite, è l’unica “deformazione” visibile; lo accostiamo alla “donna con il  cappello verde”  picassiana.

Indietro di alcuni anni, ecco “Place du Tertre”, 1911, di Maurice Utrillo, un altro “pittore maledetto”, ritrae la piazzetta con i luoghi da lui frequentati, la “patisserie” e i “vini, liquori e tabacchi”,  c’è solitudine nella raffigurazione luminosa e chiara.  

Ancora più nitida “Notre Dame”, 1909, di  Henri Rousseau, il doganiere artista, il quale si ritrae nella piccola figura vestita di nero con bastone e cappello a larghe tese, che dal parapetto della strada guarda le chiare sagome della cattedrale.

La nostra marcia all’indietro nel tempo attraverso le opere esposte in questa sezione  approda a due dipinti di  Pierre Bonnard,  “Movimento sulla strada (Scene di strada)”,  1907,  e “Cavallerizza del circo”, 1894:  si tratta di ambienti particolari nei quali, pur in esterni, troviamo l’atmosfera raccolta caratteristica dei suoi interni  all’insegna dell’intimismo cui è dedicata la sezione successiva.

Ne parleremo prossimamente,  nella visita alle ultime tre sezioni dedicate all’“Intimismo e modernismo”, “Espressionismo della natura” ed  “Espressionismo astratto”.

Info 

Palazzo delle Esposizioni, Via Nazionale 194, Roma. tel. 06.39967500, www.palazzoesposizioni.it. Da martedì a domenica  ore 10,00-20,00, chiusura prolungata alle ore  22,30 venerdì e sabato, lunedì chiuso. La biglietteria chiude 45 minuti prima della chiuusura serale. Ingresso intero euro 12,50, ridotto euro 10,00, che permette di visitare tutte le mostre in corso al Palazzo Esposizioni,  in particolare oltre a “Impressionisti e moderni”, “Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano 1900-1940”, fino al 15 dicembre è stato possibile vedere anche “Russia on the Road” (cfr. i nostri articoli, in questo sito, su “Una dolce vita?” 1°, 14 e 23 novembre, su “Russia on the Road” 18 e 26 novembre 2015). Catalogo “Impressionisti e moderni. Capolavori dalla Phillip Collection di Washington”,  Silvana Editoriale, 2015, pp. 166, formato 24,5 x 28,5.dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo è uscito in questo sito il 12 gennaio, il terzo uscirà il 27 gennaio 2016, con 12 immagini ciascuno.  Per gli artisti e movimenti citati nel testo, cfr. in questo sito i nostri articoli su Utrillo, Modigliani e i ‘pittori maledetti”   12 febbraio, 5 e 7 marzo 2014, i “Cubisti”  16 maggio 2013, Cézanne  24 e 31 dicembre 2013; in “cultura.inabruzzo.it”, sugli impressionisti “Da Corot a Monet, la sinfonia della natura”  27 e 29 giugno 2010, su Van Gogh  17 e 18 febbraio 2011, Picasso 4 febbraio 2009 (il sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti in questo sito).  

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel Palazzo Esposizioni alla presentazione della mostra, si ringrazia l’Azienda Speciale Palaexpo con i titolari dei diritti, la Phillip Collection e i singoli artisti,  per l’opportunità offerta. Sono  riportate le immagini della 3^ sezione della mostra commentata in questo articolo con la  2^ sezione, le cui immagini sono nell’articolo precedente; poi quattro immagini della 4^ sezione commentata nell’articolo successivo. In apertura,  Pablo Picasso, “La camera blu”, 1901;  seguono, Maurice Utrillo, “Place du Tertre”, 1909, e Amedeo Modigliani, “Elena Povolozsky”,  1917; poi, Georges Braque, “Natura morta con uva e clarinetto”, 1927, e Georges Rouault, “Cristo e il sommo sacerdote”, 1937;  quindi,  Pablo Picasso, “Tauromachia”,  1934, e “Donna con cappello verde“, 1939; inoltre, Raoul Dufy, “Lo studio dell’artista” , 1935, ed Edouard Vuillard,  “Il giornale”,  1896-98; infine, Pierre Bonnard, “Bambini con gatto”, 1909, e  “Nudo in un interno”, 1935; in chiusura, Giorgio Morandi, “Natura morta”, 1950.