Passalacqua, Fiabe e leggende nell’antologica al Vittoriano

 di Romano Maria Levante 

Al Complesso del Vittoriano, dal 15 dicembre 2017 al 14 gennaio 2018,  la mostra “Lina Passalacqua. Cosmico dinamismo”  espone circa 130 opere tra le 20 della serie più recente “Fiabe e leggende” e le altre dei cicli precedenti, da  “Le Quattro stagioni” oggetto di una mostra tematica nello stesso Vittoriano nel 2013 ai “Voli”, le “Vele” i ciclidei decenni dagli anni ’60 al ‘2000, fino all'”Arte sacra”, ai “Ritratti” e  ai “Flash”. La mostra, che si svolge nell’ala Brasini, Sala Giubileo, è a cura di Carlo Fabrizio Carli, che ha curato anche il catalogo di Gangemi Editore International,

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Un’esposizione dai colori sfolgoranti, sciabolate cromatiche e luminose che hanno allietato le festività dei visitatori, dopo lo spettacolo non certo esaltante dell’abete natalizio spelacchiato di Piazza Venezia e degli addobbi smorti di Via del Corso. Benvenuta l’arte che rianima e ravviva!

Nel commentare la mostra del 2013 al Vittoriano con 40 dipinti sul tema “Le quattro stagioni”, realizzati nei tre anni precedenti,  riportavamo le parole di Carmine Siniscalco: “Ce l’ha fatta Lina Passalacqua a realizzare il suo sogno: dipingere un ciclo concepito quale epilogo di una vita dedicata alla pittura per vizio e passione”.  Ma, scusandoci ora dell’autocitazione,  aggiungevamo: “Un epilogo che è solo una nuova tappa, data la vitalità dell’artista e la sua storia personale”. Ebbene, avevamo visto giusto perché  l’attuale mostra è imperniata sulle opere successive, addirittura di un nuovo ciclo, “Fiabe e leggende”, realizzate anche queste nel triennio precedente l’esposizione nella stessa prestigiosa sede del Vittoriano, che se si estende alla antologica dell’intera vita artistica.  

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L’artista conferma la predilezione per i cicli pittorici decennali, che prima delle “Quattro stagioni” avevano visto i “Voli”, prima  ancora le “Vele”, e i cicli dei decenni precedenti, “anni 90” e “anni ‘80”, “anni 70 e “anni ‘60”, fino all’“Arte sacra”, ai “Ritratti” e ai “Flash”,  tutti  nella mostra.

Una vita artistica lunga e movimentata, dunque, nella quale, oltretutto, la pittura ha seguito l’iniziale attività di attrice su opere teatrali di Goethe e Shakespeare, di Testori e Verga, con i più grandi attori come Memo Benassi e Annibale Ninchi, Turi Ferro e Umberto Spadaro, del quinquennio 1957-62 nel quale ha calcato le scene, prima di dedicarsi interamente alla pittura e all’insegnamento in scuole d’arte nelle Marche e nel Lazio fino all’approdo a Roma alla cattedra di Discipline pittoriche al 1° Liceo Artistico Ripetta.

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Ma della sua vita, come delle numerosissime esposizioni personali e dei riconoscimenti ottenuti abbiamo già parlato a suo tempo in occasione della mostra del 2013. Questa mostra, a differenza della precedente, oltre a dare conto della più recente produzione, è un’antologica che presenta  i vari cicli  artistici, che ripercorreremo dopo aver sottolineato gli elementi comuni.

Freschezza ed entusiasmo, futurismo, “astrattismo di matrice lirica” e “presenza figurale”

Sul piano umano spicca l’atteggiamento che sempre Siniscalco ha definito “la freschezza e l’entusiasmo di una neofita che non rimpiange l’ieri ma vive il suo oggi guardando al domani”. Anche qui una conferma di quanto già avevamo notato per le “Quattro stagioni”, nate da un’osservazione della nipotina Sara sul loro susseguirsi, ciascuna con i propri colori; bastò questo accenno perché l’artista lo sentisse come una sfida che raccolse dando questa risposta:  “Picasso diceva che ‘occorre una vita per diventare bambini’. Io con te lo sono diventata”.

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Ora è andata oltre, quello che poteva essere l’epilogo è stato superato da un ciclo ancora più legato ai bambini, dando corpo maggiormente alla massima picassiana. Perché questa volta si è ispirata alle favole infantili, oltre alle leggende che si possono definire favole per adulti. E ci vuole freschezza per immedesimarsi ed entusiasmo per impegnarsi, gi stessi stimoli che l’hanno portata ai cicli precedenti, altrettante sfide raccolte.

Non è soltanto una “forma mentis”, nè un atteggiamento, ma una vera e propria modalità espressiva che nasce dai bozzetti realizzati con piccole tessere variopinte di varia natura, come in un gioco di puzzle che richiede la freschezza quasi infantile unita all’entusiasmo nella composizione. Questi bozzetti nella mostra accompagnano spesso i quadri a olio che ne sono derivati, ponendosi peraltro come opere a sé stanti, e non meri studi preliminari superati dall’opera finita: sostituire le pennellate con petali, carte colorate o frammenti di fotografie è un altro modo di fare arte.  

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Come si traduce tutto questo nell’espressione artistica? L’altro elemento comune è un cromatismo brillante, anzi rutilante nelle sue sciabolate di colori giustapposti in contrasti che rendono il senso di un dinamismo vitale, quali che siano i soggetti nei diversi cicli. E’ una evidente matrice futurista vissuta in chiave personalissima che dà all’artista l’ulteriore merito di essere sempre sfuggita, in oltre mezzo secolo di intensa attività pittorica, al fascino delle tante avanguardie per ancorarsi al patrimonio pittorico forse più originale che il nostro paese può vantare nell’epoca moderna, quello del futurismo; e lo ha fatto ben prima dello sdoganamento, per così dire, seguito a un’innegabile forma di ostracismo che per tanto tempo ha oscurato tale corrente artistica italianissima.

I riconoscimenti a questo riguardo non sono mancati, nel 1998  e nel 2008, allorché  le viene conferita dal Presidente della Repubblica  una medaglia con ls motivazione che “Lina Passalacqua rappresenta una delle più illustri continuità del linguaggio futurista…”. Segue, nel 2009, il “Premio per il Neofuturismo”  alla Biennale d’Arte di Lamezia Terme, e la partecipazione alle mostre “Futurismo nel suo centenario, la continuità” a Lecce fino all’ultima mostra ed esposizione permanente nella “Sala dei futuristi calabresi” aperta da Umberto Boccioni.

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Abbiamo detto che rivive il futurismo in chiave personalissima, con l’apporto di evidenti elementi dell’astrattismo, in un contesto travolgente di cromatismo rutilante e  dinamismo compositivo.

Così ne parla Maria Teresa Benedetti, che curò la mostra sulle “Quattro stagioni”:  “L’eredità futurista si ritrova nell’energia plastica, nel fluire dinamico del segno, nell’eliminazione di strutture rigidamente prospettiche, nel tendere della visione all’infinito, nel premere di forze che sembrano volere uscire dal dipinto”. Si aggiungono gli apporti di un astrattismo anch’esso particolare che in quanto tale riesce ad essere complementare al futurismo: “L’adesione a un astrattismo di matrice lirica si manifesta nel senso di libertà del ‘ductus’ pittorico, nell’individuazione di una capacità espressiva che superi ogni suggestione naturalistica, nell’importanza attribuita allo spessore di un colore compatto e squillante, che riflette una risonanza interiore”. 

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Il curatore della mostra attuale Carlo Fabrizio Carli, conviene sulla compresenza di futurismo e astrattismo  ma  riguardo ai casi in cui “la presenza figurale è ridotta al minimo”, che ci sembrano prevalenti, osserva: “Eppure ritengo che la pittura di Passalacqua resti, anche in questi casi, di istanza perentoriamente figurale a tal punto che le motivazioni concretiste vengono meno rispetto alle pulsioni del vero fenomenico, che la pittura della nostra artista assedia con urgenza non eludibile”. Vero fenomenico che non è l’apparenza visibile ma la realtà rivissuta dall’artista.  

Il ciclo più recente, “Fiabe e leggende”

Dopo alcune opere introduttive  che accompagnano all’ingresso, nella sala principale si è subito in presenza della grande novità costituita dal ciclo “Fiabe e leggende”, del 2015-17.  Nelle 20 opere esposte si trovano frammenti figurativi  percepibili, inseriti nell’esplosione cromatica e nel dinamismo compositivo di marca futurista con elementi di astrattismo, tre stili integrati mirabilmente nella difficile sfida di rendere gli stupori e le illusioni, la fantasia e la sensibilità infantile. Possiamo dire che l’artista ha vinto questa sfida, proprio per l’entusiasmo e la freschezza che la contraddistingue,  fattori  indispensabili per immedesimarsi in un mondo così particolare.  Un mondo da non considerarsi minore,  per il significato profondo e i messaggi trasmessi dalle favole, al di là dell’apparente semplicità e ingenuità delle vicende che sorprendono la sensibilità infantile.

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L’elemento figurativo è in maggiore evidenza nelle due versioni di “Pinocchio”: un grande olio su tela del 2016 con l’inconfondibile figura del burattino in alto a destra con dei riquadri colorati nel corpo, tra intensi piani cromatici in cui si intravedono altre figure, e un piccolo  collage su carta in cui si vede chiaramente la figura del burattino che si muove deciso,  a terra una maschera.

Ritroviamo l’ornamento carnevalesco  in “La maschera  e il volto”,  un figurativo altrettanto marcato in cui la maschera viene sollevata dal volto di cui colpisce l’incarnato rosa con i grandi occhi, sempre all’interno di un cromatismo molto intenso.  Così “Malefica”  e “Specchio delle mie brame”, oli su tela in cui il figurativo è dominante come in”Pinocchio”, con i due volti che occupano il centro del dipinto, intrigante il primo scuro e aggrottato, misterioso il secondo coperto da un maschera chiara.  Queste due ultime,  inserite nel ciclo, sono “meno positive  e scontate, osserva  Carli. Non  a caso, al loro proposito, Passalacqua evoca l’immagine della maschera, pronta ad occultare i lineamenti del volto,a dare vita a una continua alternanza di verità e di finzione: una realtà metamorfica, com’è metamorfica la vita”.

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Sono, in fondo, le più tenebrose,  tutto torna nella chiarezza adamantina della freschezza unita all’entusiasmo in “Peter Pan”, dal dinamismo estremo reso dalla proiezione verso l’alto dell’esplosione di un verde intenso con sprazzi bianchi come nell’avvento della primavera. Stessa sensazione dinamica ed esplosiva in “L’uccello di fuoco”, invece del verde il rosso e l’arancio, non si punta verso il cielo ma verso la terra, ci ricorda specularmente l’avvento dell’estate .

La dominante rossa anche in “Il bosco incantato” e “La lampada di Aladino”,  in cui invece del prorompente dinamismo si sente l’elaborazione fantasiosa, nell’intrico cromatico del bosco e nelle spire che evocano la magia del gigante che esaudirà qualunque desiderio, il sogno di tutti i bambini.

Dai colori caldi, anche ardenti, alle tinte fredde in “Il soldatino di piombo” e nelle tre opere più recenti, del 2017, “Il principe azzurro”, “La fata turchina” e “L’uccellino azzurro”: nella “Fata turchina” spicca  la “presenza figurale” di cui parla Carli..

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Nei “Tre porcellini” e in “Alice nel paese delle meraviglie”  bastano delle forme apparentemente indistinte ad evocare le fiabe, ma non si cerca la presenza figurativa, presi dall’esplosione cromatica  che in entrambi è notevole.

Si resta con un interrogativo, chissà quale intimo richiamo interiore porta l’artista a modulare la presenza figurativa  nel contesto futurista e astrattista lirico della composizione?  La risposta non può darla, crediamo, neppure l’artista, dato che è evidente come sia trasportata dall’impeto creativo.

Abbiamo lasciato per ultima la distesa di sabbia, mossa e variegata, con delle piccole sagome appena delineate, dell’opera nata dalla leggenda araba che l’artista ci ha invitato a considerare con molta attenzione, “La nascita del deserto”.  Un granello di sabbia lasciato cadere dalla divinità per ogni cattiva azione degli uomini ed ecco che il verde lussureggiante – ci torna in mente com’era ubertosa l'”Arabia felix”  – lascia il posto al deserto inospitale. 

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Con una battuta impertinente abbiamo osservato che l’Europa – e tanto più il nostro Abruzzo, “la regione verde d’Europa” – sembrerebbe la terra delle buone azioni mancando i deserti, ma il nostro è un dio diverso che evidentemente ha punito l’uguale cattiveria in un altro modo. A parte le battute, l’immagine è coinvolgente con il giallo arancio abbacinante, come nel film “Lawrence d’Arabia”.

Il ciclo precedente, “Le quattro stagioni”

Nelle  “Quattro stagioni”, del 2010-13, pur nell’incrocio tra futurismo e astrattismo che dovrebbe portare a forme incorporee segnate solo dalla luce e dai colori, si avverte una intrinseca plasticità che fa sentire la presenza viva  e non solo virtuale della natura. E nel contempo ne rende la sublimazione in qualcosa che va oltre la percezione sensoriale perché attiene ad un’altra dimensione, quella dello spirito e della fantasia.

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Sono circa 20 le opere che esprimono queste sensazioni, 5 per ogni stagione. Al verde prevalente della Primavera, in tante tonalità che rendono le diverse fasi del “risveglio”, segue l’incendio cromatico dei “rossi” dell’Estate, anche qui con modulazioni e irruzioni cromatiche, che si spegne nel giallo e marrone dell’Autunno, sempre variegato e mutevole, fino all’azzurro-ghiaccio e al bianco dell’Inverno, con “le ultime foglie”  che con i residui di verde chiudono il ciclo.

Pur con queste prevalenze cromatiche, la variabilità delle opere rappresentative delle singole stagioni è notevole, prevalgono i fiori come elemento simbolico, lo sottolinea Carli: “Un fiore, si sa, è appena un frammento minuscolo della realtà, fragile ed effimero, eppure in quel microcosmo si specchia il macrocosmo, può affacciarsi il Tutto”.

Vediamo questi fiori nel verde di “Primavera” in “Germoglio”e “Fresie”, in “Annuncio” e “Risveglio”, mentre  in “Divenire”  tra le e tonalità di verde e gli sprazzi chiari  irrompe un rosso violento, anticipando l’estate. 

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 A a sua volta “L’estate”  presenta “Gli ibicus del mio giardino”, in un rosso squillante ancora più esplosivo negli evocativi ““Tramonto a Nettuno”  e “Cielo infuocato”, “I colori dell’estate” ed “Energia”. L’“Autunno”  è rappresentato, nelle tonalità che ricordano le foglie secche cadute dai rami, da “Fogliame”  e “Profumo della terra”, “Nuvole” e “Magia d’autunno” , non è stagione di fiori, ma l’artista non li dimentica, ed ecco accendersi i i “Petali di rosa” .E’ un ultimo sprazzo di calore, l’ “Inverno”  nelle fredde tonalità cromatiche incombe con “La voce del vento” e il “Silenzio”, i “Riflessi di ghiaccio” e la “Valanga”, vengono i brividi finché “Le ultime foglie “ esprimono la resistenza alla natura inclemente in vista della primavera.

La visione d’insieme che si ha ponendosi al centro dello spazio espositivo è suggestiva, ci si sente circondati dalle forze della natura nel loro manifestarsi in una tempesta cromatica che diventa uno tsunami travolgente.   

Ancora indietro,  “I voli” e “Le vele”

Indubbiamente la serie “Le quattro stagioni” è stata preparata da quella dei “Voli”,  2003-06, entrambe animate dallo stesso dinamismo cosmico: forme a luce sono strettamente compenetrate nell’interpretare i fenomeni naturali con la vitalità futurista unita al lirismo dell’astrazione che traduce l’evento esteriore in emozione interiore. Nei “Voli” il soggetto sono i 4 elementi della filosofia classica,  Aria, acqua, terra e fuoco, che sono il fondamento di tutto. 

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 “Al sogno dell’immensità cosmica corrisponde, – osserva  la Benedetti riportando le parole di Gaston Bachelard – il tema della immensità interiore”.  E lo spiega: “L’artista istituisce una dialettica serrata fra natura e coscienza, allude a una continua capacità di evoluzione e rinnovamento, articola le immagini secondo un impulso felice ed estroso, in una sfida esigente nei confronti della propria ricchezza fantastica. Propone traiettorie di segni sorrette da linee luminose, sublimate in essenza dinamica”.

L’“Aria”  è evocata da forme mutevoli e mobili, come scosse dal vento. In “Turbinio” e Fremito”,  “Volerò come un gabbiano”, “Voli” e “Lassù una stella”, l’intrico di forme e colori rende il senso del volo e lo slancio vitale, insieme con il senso dell’ignoto. Nell’ “Acqua”  evocata nella superficie e profondità, si percepisce la presenza figurativa  in “Addii”, “Alghe” e “Abissi”;  quest’ultimo con una sciabolata di luce verticale che ricorda le cascate di Hokusai, mentre in “Dal mare” e “Notturno”  il blu intenso dell’acqua è rischiarato da fiotti di luce bianchissima.  La “Terra”  ha tonalità ombrose, intime, ma anche macchie di luce, in “Vento” e “Vortice”  si esprime tutto il dinamismo futurista, in “Vita” e “Silenzio”  immagini luminose quanto enigmatiche si muovono nell’oscurità,  in “Terra” un battito d’ali evoca lo slancio nell’elevarsi dal suolo.  Infine il  “Fuoco”  è un incendio cromatico di luce e di calore, festoso e vitale  nel rosso senza variazioni, percorso da  forme allungate in  “Icone”, “Tensione” e “Fuoco”, rotondeggianti in “Misteri”, “Visione” e “Alba”.

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 Con le “Vele”, 1993-97, si entra in una materia allegorica, come osserva Carli, nel ricordare la sua presentazione della relativa mostra nel 1999: “Gonfiare le vele è espressione sinonimica della partenza, dell’avvio dell’umana avventura, degli Argonauti che puntano temerari oltre le colonne d’Ercole, al di là di terre e  mari allora conosciuti”. Sono “associazioni simboliche” esplicite in “La vela di Ulisse” e “Vele sul Nilo”,  “Verso la libertà” e “Vele di fuoco”; mentre l’elemento cosmico, evocato nell’opera omonima, torna in “Tramonto” e “Nel sole”,  “Ombre”  e  “Riflessi”, “Notte magica” e “Trasparenze”.  La maggior parte con dominante rossa , soltanto “La vela di Ulisse” e “Trasparenze”  con dominante blu, a riprova che non è tanto la natura il riferimento delle opere, quanto le “valenze mitiche” evocate, fino al “folle volo” dantesco.

Dagli anni ’90 agli anni ’60

Andando oltre le tematiche fin qui illustrate, che arrivano agli anni ’90,  la retrospettiva  abbraccia addirittura altri tre decenni  di intensa attività artistica nei quali le presenze figurative sono sempre più evidenti man mano che si va all’indietro nel tempo.  Le troviamo nei 4 “Frammenti” del 1992, delle ruote e un’immagine femminile, in “Le palme dell’oasi” con il ventaglio di foglie e, negli anni ‘2000,  nei visi dall’espressione intensa in “Cleopatra, più forte della morte”, 2002,  e “Nei meandri della bellezza”, 2015, bellezza evocata dalle trasparenze dietro cui si delinea il corpo della Tosca di Puccini in “Le belle forme disciogliea dai veli”.

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Negli anni ’80 abbiamo lavori nati dall’emozione del momento, nei quali la presenza figurativa è dominante.  Così lo sportello dell’automobile  di “Uno spiraglio di luce in uno stato di angoscia”, 1982, e i due visi diafani in “Nozze d’argento”, il volo della donna che si eleva sulle banalità in “Liberati dalle pastoie! Esisti!”, 1984,  gli elementi identificativi in “La luna fa capolino tra i boschi di Cesiano”, e “Frammenti nello spazio”, entrambi del 1984;  negli ultimi anni del decennio, 1988-89  i particolari figurativi sono meno evidenti, anche se percepibili, in “Traguardo” e “La motoretta”, “Movimento” e “Mischia”, mentre in “Schegge di memoria”, 1988, due figure femminili e due volti maschili sono inseriti tra i consueti intriganti viluppi cromatici.

Di sorpresa di  sorpresa, negli anni ’70 abbiamo dei “Bassorilievi”, 1972-73, in legno, e un’altra serie di opere ispirate dalla quotidianità, però lontane dal figurativo: sono gli anni dell’ “Omaggio a Balla”, che segna l’ingresso dell’artista nel futurismo, prevalgono le segmentazioni geometriche con cromatismo armonizzato e non contrastato come nelle opere successive. Ecco i titoli: “Bosco” e “A Pezzara”, “Frammenti meccanici” e “Autunno”, “Costruire (paravento” e “Sinfonia”.

Il figurativo è la forma espressiva iniziale, pur con inflessioni cubiste nei volumi, lo vediamo soprattutto nel “Panorama di Sant’Eufemia d’Aspromonte”, 1960,  e nel “Cortile dei cugini Grilli”, 1962; sfumate le vedute degli “Altipiani di Aspromonte”,1960, e “Dal terrazzo di Via Laura Mantegazza”, 1965.  Da queste vedute inizia il viaggio artistico di un sessantennio.

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Le tematiche senza tempo: “Arte sacra”  e “Ritratti”, fino ai “Flash”   

Abbiamo  detto che nei diversi periodi della propria vita artistica la Passalacqua si è concentrata su precise tematiche, dai “Voli” e le“Vele”, alle “Quattro stagioni” fino a “Fiabe e leggende”,  in genere non tornando sugli stessi temi dopo essere passata ad altri.

Non è stato così per le tre ulteriori espressioni artistiche con cui concludiamo il nostro racconto della mostra e dell’arte della Passalacqua: l'”Arte sacra”, i “Ritratti” e infine i “Flash”.

Per l’“Arte sacra” si va da “E venne un uomo”, “Paolo VI”,  “Calvario”,  “Calvario tecnologico”, 1968-71,  ad “Armonia”,  “Calvario oggi”, “Dolore cosmico”, 1984-87,  fino a  “Il verbo si è fatto carne”, 1989.  I più antichi a inchiostro e acquerello, gli altri a olio: “Calvario oggi” lo accostiamo alla “Crocifissione” di Guttuso,  “Dolore cosmico” è struggente nell’immagine della “deposizione” in un figurativo con sprazzi futuristi; che sono prevalenti in “Il verbo si è fatto carne”, sul quale Carli  afferma: “Non è eccessivo parlare di capo d’opera: Fillia l’avrebbe sicuramente inserito in un ideale repertorio di arte sacra futurista”

I “Ritratti” vanno dal 1963 al 2017, soprattutto  in carboncino su carta, come “Mia madre” e “Dos Passos”, “Henry Furst” e Carlo Alianello”, tutti del 1963; in matite anche colorate su carta,“Mario Verdone”, 1988 e, negli anni ’90, “Fiammetta Jori” ed “Elena Sofia Ricci”, “Mia figlia Laura” e “Mia figlia Livia”, fino al critico “Renato Civiello” e, nel 2001, “Giorgio di Genova”. Ritratti disegnati con ombreggiature e chiaroscuri, volti e busti visti al naturale. 

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 Negli oli, invece, i ritratti fanno parte di composizioni futuriste, come in “Autoritratto” e “Ritratto di Katia Luisi“, mentre nel “Ritratto di Carlo Bilotti”  e nel “Ritratto di Edvige Bilotti Miceli”  vi sono dei multipli alla Warhol, nel primo anche con la solarizzazione,  ma non incasellati geometricamente bensì inseriti in un intrigante contesto di atteggiamenti e richiami alla memoria.

L’ultima serie senza tempo è quella dei “Flash”, che accompagnano l’intera produzione artistica della Passalacqua, tanto che nella mostra loro dedicata ne furono presentati circa 70  ordinati per decenni, dagli anni ’60 agli anni ’90,  e nella mostra attuale una diecina rappresentativi degli stessi decenni: si va dal “Centennale dell’Unità d’Italia”, “Mele” e “I media” degli anni ’60, a “Maternità” e “Incidente”, “Lo specchietto delle allodole” e “Il negativo e il positivo” degli anni ’70-‘80,  “Fermare il tempo” e “Lisa”, “Abbraccio” e “Stelle marine” degli anni ’90.

Sono ispirati alle sensazioni immediate dell’artista la quale, in un colloquio con Enzo Benedetto  del 1989, ha detto di essere “impressionata dai flash della nostra epoca, dalle ‘schegge’ di vita che ci colpiscono continuamente”, allorché “tutto appare frammentario, anche i sentimenti” e ha concluso: “Vivo in una società fatta di flash, che rischia di perdere la memoria storica e, forse, anche quella morale”.  La mantiene in vita l’artista, col ricorso alla Pop Art oltre che al futurismo e all’astrattismo lirico legati alle “presenze figurali”. 

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Descriviamo i disegni-pittura con le parole di Renato Civiello: “C’è tanto delicato vibrare di motivazioni colloquiali, pur nella persistenza della metafora e dell’analogia allegorizzante, c’è tanto flusso patetico sotto la generosa vendemmia delle forme, tanto calore di avvertimenti dietro le smaglianti fughe della illusorietà fenomenica, che l’approdo d’arte è interamente abilitato ad un rapporto corale  e permanente”.  C’è anche tanta umanità, per questo sono “interamente fruibili come dono di grazia e di forza; come eloquenza attiva, che coinvolge la cronaca e l’universale”. E, per concludere, pensando all’intera produzione artistica; “Nell’opera della Passalacqua tutto è armonia, sapienza distributiva, respiro poetico. La gamma che s’innnerva o si dissolve riconduce alla stessa mediazione non asettica, ma implicante, piuttosto, e prodiga di risonanze durature.  L’arabesco e il volume, l’idea e la passione concorrono, parallelamente, ad esplorare il mistero di vivere”.  In un percorso artistico durato finora 60 anni.

“E la storia continua”, sono le parole con cui si chiudeva, oltre dieci anni fa,  il catalogo della mostra sui “Flash”. Ebbene, restano quanto mai valide anche oggi per merito dell’entusiasmo e della freschezza che hanno sempre accompagnato Lina Passalacqua nel suo appassionato itinerario  di arte e di vita.

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Info

Complesso del Vittoriano, lato Fori Imperiali, Via San Pietro in carcere, ala Brasini, sala Giubileo, tel. 06.6789664. Tutti i giorni,  lunedì-giovedì ore 9,30-19,30, venerdì-sabato fino alle 22,30, domenica fino alle 20,30, entrata fino a 45 minuti dall’orario di chiusura. Ingresso gratuito. Catalogo  Lina Passalacqua, “Cosmico dinamismo”, a cura di Carlo Fabrizio Carli, Gangemi Editore International, dicembre 2017, pp.144, formato  21 x 30; cataloghi di mostre precedenti: Lina Passalacqua, “Le quattro stagioni”, Gangemi Editore, aprile 2013, pp. 64, formato 21 x 29,5; Lina  Passalacqua, “Voli”, Studio S – Arte contemporanea, pp. 64, formato 21 x 29,5; Lina Passalacqua, “Flash”,  Società Editrice Romana, marzo 2009, pp.103, formato 21 x 29,5. Da tali cataloghi sono tratte le citazioni del testo. Cfr. i nostri precedenti articoli, in questo sito, sull’artista: “Passalacqua, le quattro stagioni, al Vittoriano”, 25 aprile 2013, “Collage-Pittura, Passalacqua e Terlizzi allo Studio S di Roma”, 28 maggio 2014, “Food Art. Coltura e cultura, cibo di corpo, intelletto e anima”, 1° aprile 2015; per le interpretazioni artistiche di favole  cfr, anche “Alice, le meraviglie della favola nella galleria  R.v.B. Arts”, 25 dicembre 2015;  per le altre citazioni, Hokusai, 2, 8, 27 dicembre 2017,  le opere sacre di Guttuso, 27 settembre, 2 e 4 ottobre 2016,   Warhol 15 e 22 settembre 2014; per i futuristi Tato, 19 febbraio 2015,  Dottori e serata futurista, 2 marzo 2014,  Marinetti, 2  marzo 2013. Inoltre, cfr., in cultura.inabruzzo.it, i nostri articoli del 2009, nel centenario, sulla  Mostra del Futurismo a Roma, 30 aprile, “A Giulianova un ferragosto futurista” 1° settembre, “Futurismo presente” 3 dicembre (tale sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).                  

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nel complesso del Vittoriano alla presentazione della mostra, si ringraziano gli organizzatori con i titolari dei diritti, in particolare l’artista, per l’opportunità offerta. Dalla nuova serie  “Favole e leggende”  le prime 13 immagini: in apertura, “La maschera e il volto” 2015; seguono, “Pinocchio” 2016, e “Malefica” 2015; poi, “Specchio delle mie brame”2015, e “Peter Pan” 2015; quindi, “Il bosco incantato” 2016, e “La lampada di Aladino” 2016;  inoltre, “Il soldatino di piombo” 2015, e “Il principe azzurro” 2017; ancora, “La fata turchina” 2017 e “L’uccellino azzurro” 2017; prosegue, “Alice nel paese delle meraviglie” 2017 e “La nascita del deserto”  2016; in retrospèttiva, dalla serie “Le Quattro stagioni” un’immagine dell’ “Autunno”  2011 e dalla serie “Voli ” “Notturno”  2005; più oltre, dalla serie “Vele”  “Nel sole” 1997 e dalla serie “Anni 90-2000 “Le belle forme disciogliea dai veli (‘Tosca’ di Puccini)” 2015; infine, dalla serie “Anni ’70” “Frammenti meccanici” 1973 e dalla serie “Arte sacra”  “Il Verbo si è fatto carne” 1989; in chiusura, dalla serie “Ritratti”, “Autoritratto” 1991.

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