Montauti, nel centenario, 4. Dal periodo parigino alle Pitture rupestri

di Romano Maria Levante

Prosegue la visita alla mostra, promossa dai comuni teramani di  Bellante, Fano Adriano, Pietracamela e Roseto degli Abruzzi, “Guido Montauti. ‘Un percorso di creatività’. Cento opere nel centenario della nascita” a Roseto degli Abruzzi (Te) dal 6 giugno al 6 luglio 2018, passando al periodo parigino dell’inizio degli anni ’50 fino all’intero corso degli anni ‘60, con le “Pitture rupestri”  in cui si consolida la sua caratteristica cifra stilistica e di contenuto del “quarto stato montanaro”, fase oggetto della mostra successiva, sempre a Roseto, dall’8 al 31 agosto 2018. Abbiamo già rievocato nell’articolo precedente gli “esordi” fino alla Liberazione e al 1950 e, nei due primi articoli, la sua figura di uomo e di artista soprattutto nei commenti recenti di critici d’arte ela sua qualità umana nei nostri ricordi personali  (ricordiamo che oltre a tutte le opere esposte nella mostra attuale evidenziate in corsivo grassetto,  citiamo anche opere delle mostre precedenti in semplice corsivo). Nei prossimo articolo le ultime forme stilistiche, dal “Pastore bianco”  alle fasi verso l’astrazione, con i “cespugli” e le“bande oblique” fino alla rarefazione del “Periodo bianco”; nell’articolo finale, il recupero delle Pitture rupestri a Pietracamela. Catalogo EditPress srl di Castellalto (Te) per conto dell’Associazione Ambasciatori del Centro Italia.

Pastori” ,1967

Siamo arrivati così, nel percorso artistico e umano di Guido Montauti, agli anni vissuti a Parigi, particolarmente intensi tra il 1952 e il 1956, con un seguito di mostre e monografie fino al 1963.

Dimora a Montparnasse nel quartiere degli artisti e conosce Salvatore Di Giuseppe, di origine siciliana, amico di Boccioni, che diventa collezionista delle sue opere: dalla collezione Di Giuseppe provengono molte opere esposte nelle diverse mostre, sembra che ne possedesse oltre 200.

Rivela Nerio Rosa: “So che questo mecenate avrebbe voluto presentarlo come pittore di montagna, una sorta di Rousseau di Pietracamela. Ed a Pietracamela egli giunse, un’estate degli anni cinquanta a bordo di una grossa Cadillac”. Per riportare subito dopo il giudizio di Montauti: “Ma egli, pur senza dichiararlo esplicitamente, non si riconosceva nell’immagine quasi ‘naif’ che Parigi voleva cucirgli addosso. Infatti, di Rousseau non si stancava di ricordare a tutti, in quegli anni, le qualità culturali e i riflessi universali della pittura. ‘Il ‘doganiere’ non era affatto né un ingenuo né un semplice’ soleva ripetere Montauti”, e  commenta: “Sono certo che egli si riferisse tanto a Rousseau quanto a se stesso, non ignorando le implicazioni culturali del suo impegno”.   

“Pastori (studio)”, 1951  

A Parigi espone  nel 1952 alla “Galerie Art Vivant”, che riunisce i pittori della “Section d’Or”, e gli offre un contratto dopo la presentazione di Jaques Olivier. Conosce Mirò e Villon, Lothe, Metzinger e Gleizes;  sempre in Francia, successivamente conoscerà Dubuffet, Matta, Pignon, ma è presente anche in Italia. 

Nel 1953, a maggio, espone al Circolo teramano, nel 1954, in gennaio, altra personale alla “Galerie Art Vivant” di Parigi, e in luglio conferenza del prof. Valerio Mariani al Circolo teramano sulla sua pittura nel contesto dell’arte contemporanea.

Altrettanto nel 1955, partecipazione a Nantes all'”Exposition des peintres italiens a Paris”, a Parigi al “Salon d’Art Libre” e, nel novembre-dicembre,  personale alla “Galleria Creuze”, presentato da Pierre Descargues che sarà un suo grande estimatore: in marzo-aprile personale a Milano alla “Galleria Cairoli”, dove conosce i pittori Fontana e Birolli, Moriotti, Migneco e Brindisi.

Si nota la compresenza di opere come “Paesaggio collinare” e “Due colline”, del 1954, “La guerra” e una nuova “Crocifissione”, del 1955, che risentono di influssi, finanche di Masaccio per il Crocifisso e di Goya, con altre opere in cui è evidente la svolta: l’isolamento plastico di ciò che lo colpisce visto come ingrandito e nelle sue linee essenziali, con il suo figurativo quasi informale. 

“Corteggiamento pastorale (studio)”, 1951

Lo vediamo in 3 opere del 1953 precedenti quelle appena citate,“Abbraccio coniugale”, “Zucche” e “Due pastori seduti”; e in opere contemporanee, da“Piccola chiesa sulle rocce” ai  vari dipinti sulla “Mucca”,del 1954, da “Figure sedute” e “Due ulivi” , a “Mucca tra le rocce” e “La colazione dei carbonai”, tutte del 1955.

Ma c’è un’altra svolta altrettanto basilare nella forma espressiva come nei contenuti delle sue opere: siamo nel 1956, la segna “Paesaggio”, per la scomparsa della vegetazione con l’irrompere delle rocce, vediamo il gigantesco masso che incombe su due casette minuscole con altri massi sparsi nella vasta superficie del quadro. Abbiamo opere molto espressive come  “Pastore e due cavalli”,con la figura umana dominante, mentre “Senarica”  rimanda al  borgo dei Monti della Laga che fu sede di un’antica repubblica. In tale anno partecipa alla Mostra Regionale Arti Figurative d’Abruzzo e Molise che si tiene all’Aquila in aprile-maggio, lo fa anche l’anno successivo quando la mostra si tiene a Teramo nel mese di giugno.  

Nel 1957 “Casa con rocce” e “Collina” confermano la compresenza di case e rocce con proporzioni invertite rispetto a “Paesaggio”, la grande casa e la grande collina con la piccola roccia. Questa sarà una presenza pressoché stabile fino a che diverrà un sigillo definitivo con forti radici interiori, ma lo vedremo. “La rocca” segna ulteriormente il “ritorno a casa”, si tratta di “Vena grande”, il masso considerato identitario del paese natale. L’artista non dimentica l’elemento umano, ma lo circoscrive a questo mondo che è il suo mondo, ed ecco  “L’incontro dei pastori”,le forme ormai sono squadrate e si preparano a diventare sagome senza volto e senza tempo. 

“Abbraccio coniugale”, 1953  

Ha quarant’anni, nel 1958 due mostre – in aprile a Roma alla “Galleria Schneider”, in ottobre a Teramo all’E.P.T. – segnano il distacco definitivo dalla capitale francese, dove tuttavia non sarà dimenticato: verranno pubblicate due monografie, una nel 1961 a cura di Maximilian Daudet sui suoi disegni, l’altra nel 1963 curata da Daniel Israel-Meyer sulla sua produzione artistica per la “Galerie Transposition”; nell’ottobre-novembre 1962 la “Galerie Espace” gli dedica una mostra personale  presentata da Jean Clausse.

E’ tornato per sempre in Italia nonostante in Francia abbia trovato critica favorevole, mecenate  e contratti nella sede più florida dell’arte contemporanea, oltre che fucina di artisti delle più diverse correnti. Ma forse proprio questo contesto apparentemente ideale non si confaceva al suo spirito libero da condizionamenti, ed erano tanti quelli che venivano dalle pressioni di un mercato peraltro così ambito e generoso. Neppure la vita parigina si confaceva al suo animo schivo e riservato, portato ad appartarsi. “Casa di Pietracamela”, del 1959, fa entrare ancora di più nel “natio borgo selvaggio” citato esplicitamente nel titolo, presenta una parete senza prospettiva con una porta senza finestre, più essenziale non si può. 

Nelle altre opere abbiamo visto una ricerca descrittiva che senza sfociare nel figurativo classico si nota nei particolari plastici dei volumi,  espressione dell’osservazione attenta della natura e dei soggetti prescelti.

Così si chiude un periodo di intensa produzione pittorica  in cui è incessante la ricerca di una propria formula di stile e di contenuto partendo dai modelli dei grandi maestri, fino alla magistrale “agnitio” che gli disvela quel mondo che ha visto con i suoi occhi e sentito con la sua sensibilità di uomo e di artista, ma soltanto ora ha la maturazione giusta per farne il protagonista assoluto della propria arte. 

“Zucche”, 1953 

L’ “agnitio”  è avvenuta, come si è accennato, nel 1948, poi  ha preso sempre più forma, la sua stesura materica con forti pennellate e spatolate rimanda alle immagini della realtà ben conosciuta  e amata, compenetrata nel proprio essere: l’ambiente naturale della sua terra e la gente montanara che lo popola. 

E’ la premessa per quelle che saranno le figure tra le rocce,  quasi a testimoniare una presenza ancestrale  a guardia dei valori impersonati nella comunità che gli ha dato i natali lasciando in lui l’impronta indelebile espressa nella sua maturata e consapevole scelta artistica assolutamente personale: un “quarto stato montanaro” assorto e in attesa.

Sono senza una fisionomia che dia loro una precisa individualità,  ma hanno una propria identità, come osserva Bruno Corà: “L’assenza di fisionomia delle figure di Montauti non rinuncia all’identità, ma evoca e rivela la condivisione di una condizione. Nel cuore della montagna, nel guscio di Pietracamela, la realtà di uno è uguale a quella di tutti gli altri”. Con questo significato: “A un certo punto, nell’assidua osservazione, quando la riflessione del pittore coglie il nodo vitale delle cose, l’esistenza e le sue forme si manifestano e rivelano emblematicamente elementari, la realtà è messa a nudo. Ed è di quella ‘nudità’, ancorché rivestita da semplici panni o da un colore unico che la pittura di Montauti ha conquistato l’essenza”.

Gli anni ’60, il “quarto stato montanaro” tra le rocce del suo paese

Gli anni ’60 iniziano con l’interessamento di Giorgio Morandi alle sue grafiche e con la monografia di Maximilien Daudet sui suoi disegni scarni ed essenziali nel cogliere l’essenza della raffigurazione senza ombre né sbavature, sembrano loro stessi scolpiti, come i suoi dipinti. Il celebre critico scrisse nel volume su di lui: “Come può venirci dalla terra selvaggia  e dimenticata degli abruzzesi una voce tanto alta, disperata, nuova, chiara, sincera? Queste le domande che mi pongo subito di fronte ai disegni di Montauti e mi accade di sentirmi come uno di quei pastori da lui disegnati, grave, eterno, assorto, largo di spalle”.   

“Casa con roccia”, 1957 

Bruno Corà spiega ulteriormente la straordinaria efficacia dei suoi disegni: “L’esperienza ha insegnato al pittore che il profilo di una collina, quello di una casa, quello di una schiena umana o animale e perfino quello di una pietra sono percepiti dalla sua sensibilità con eguale emozione, perché manifestazioni del vivente e forme del suo stesso vissuto. Così, egli giunge a tracciare con una sola linea curva di matita ‘Colline’ (1960), un disegno che ha la forza di un taglio di Fontana!”. 

E’ morto il suo mecenate-collezionista Salvatore Di Giuseppe, è terminata  l’esperienza parigina che gli ha dato una dimensione internazionale e forti stimoli culturali e artistici riflessi nelle sue opere nelle quali sono evidenti i segni di un’evoluzione che prosegue e lo porterà sempre oltre.  La sintesi artistica rende meno visibili gli aspetti descrittivi ridotti all’essenziale, il “Quarto stato montanaro” impone la sua legge, le figure sono scarne ma possenti, mere sagome umane con una forte identità,  e forme animali anch’esse quanto mai icastiche, mentre le rocce sono componenti immancabili di composizioni statuarie che incutono rispetto, anche soggezione. Dunque l’ambiente naturale e urbano con i suoi abitanti. 

“L’incontro dei pastori”, 1957 

Così abbiamo nel 1960 “Prato con figura seduta”, una superficie monocromatica dominante rispetto alla piccola sagoma a destra e la piccola roccia a sinistra, “Rocce”, aggregate come un gruppo vivente, anche nel 1963; “Casa tra le rocce”, 1960-62, dove l’abitazione diventa roccia essa stessa tra grandi massi azzurro e ocra;  “Due colline”, 1961, e “Collina, case e covoni”, 1962, sono rari sconfinamenti, in questo periodo, dalla sua montagna. 

Per coloro che vivono nell’ambiente abbiamo, del 1960 “Pastori seduti”, del 1962Pastori seduti sulle rocce”, in due su rocce grigie, “Tre pastori seduti”, due di loro, uomo e donna, le braccia conserte, il corpo in grigio-celeste, l’altro con le gambe di quel colore mentre la mano in modo insolito è portata fino al viso, e “Pastori tra le rocce”,un raro amalgama tra rocce e figure collocate in modo inconsueto, non frontalmente ma di profilo e raggruppate in circolo.    

“Uomo e donna seduti tra le rocce“, 1966  

Lo stesso titolo in un’opera del 1968 in cui sono schierate frontalmente, tra 4 grandi  rocce azzurre, circa 25 sagome, alcune femminili e infantili, sigillo del “quarto stato montanaro” assorto e in attesa. E’ l’anno delle rocce sul blu, in “Famiglia di Pietracamela” sono 4 rocce con sulla sinistra 4 sagome e dietro delle casette altrettanto stilizzate, in “Famiglia accanto alle rocce” l’azzurro si estende oltre alle 3 rocce e allo sfondo, anche sulle 8 sagome umane alla sinistra della composizione. Già nel 1963 con  “I pastori delle montagne azzurre”, si andava da un cromatismo dalla tinta sanguigna al delicato celeste, fino all’azzurro tendente al blu, mentre nel 1966 “Uomo e donna seduti tra le rocce” si segnala per la forma essenziale.

Torniamo al 1968 perché in due opere troviamo i segni dell’evoluzione successiva, in “Paesaggio con Pietracamela” riappare una forte valenza descrittiva, e in “Pastori accanto alle rocce”, invecedelle casette della “Famiglia di Pietracamela” vediamo un folto gruppo di cespugli dietro le due grandi rocce azzurre: la vegetazione era già comparsa nel 1967 in “Terreno con rocce e pianta”,  e nel 1968 la vediamo anche in “Fiori tra le rocce”. Precorrono i “cespugli” degli anni ’70. Nel dicembre 1967 al Circolo teramano si celebra “Montauti”, nel giugno 1968 viene pubblicata la raccolta di 40 disegni su “Pietracamela”. 

“Pastori tra le rocce”, 1970 

Con  “Il Pastore bianco”,  le “Pitture rupestri” 

Le opere appena citate costituiscono un insieme omogeneo, apparentemente senza soluzione di continuità, invece c’è stata nei primi anni del decennio una cesura non stilistica bensì personale ma sempre di tipo artistico: il pittore schivo e solitario, tornato a dipingere chiuso nel suo studio con la resa luminosa a lui più congeniale dopo l’ubriacatura parigina, cambia pelle.

Nel 1963 costituisce intorno a sé il gruppo che chiama Il Pastore bianco”, con tre giovani pittori, Alberto Chiarini, Diego Esposito, Pietro Marcattilii e il pastore Bruno Bartolomei in opposizione dichiarata agli eccessi dell’Astrattismo e della Pop Art, e si impegna  in un’intensa attività pittorica che riporta al centro dell’arte la figura resa nella forma essenziale di imponente sagoma umana tra le rocce dell’ambiente naturale. Così nascono, oltre a una serie di dipinti di grandi dimensioni, tra cui il “Giudizio Universale”, le monumentali “Pitture rupestri”  nelle “Grotte di Segaturo” – un’area costellata di rocce come tanti bivacchi appena fuori l’abitato di Pietracamela – ispirate dal ricordo dei graffiti preistorici visti in Francia in un celebre sito conosciuto negli anni giovanili allorché si trovò a combattere con i “maquis” nella resistenza francese antinazista.  

“Bagnanti” , 1970 

Anche nei periodi precedenti,  pur nell’apparente continuità, non mancava di approfondire la sua ricerca e darne conto nelle opere. Di questo nuovo ciclo parla così Bruno Corà: “La spazialità del ‘Pastore bianco’ è quella stessa dei grandi cicli della pittura primitiva e tre-quattrocentesca italiana, con giustapposizioni di figure di cavalli e cavalieri, a figure erette in posizione frontale o offrenti le terga, secondo andamenti prospettici e  alternanze cromatiche essenziali o ridotte a pochissimi colori. In particolare, il colore con cui le silhouettes umane si stagliano sul fondo comune roccioso naturale , è steso con varietà cromatiche assai relative che vanno dal bianco al nero,.al blu, al rosso”.

E ancora: “Nessuna figura appare delimitata da segni di contorno, al contrario, come nella concezione del ‘colore di posizione’ (Brandi) morandiano, le stesure sono una adiacente all’altra e definiscono le masse per semplice differenza di pregnanza cromatica individuale”. Prosegue così: “L’inserimento delle figure nel corpo della roccia, anziché snaturarne l’aspetto, la carica di epos e di una silente sacralità già suscitata dall’isolamento e dalla solitudine dei luoghi”. Per concludere: “Quella del ‘Pastore bianco’ appare ancora oggi come una pagina testamentaria poetica di valore sorgivo a cui sempre poter attingere”. La vicinanza delle varie composizioni rocciose in un “accampamento” primordiale nell’anfiteatro delle “Grotte di Segaturo” ne accresce la forza evocativa.    

“Famiglia di pastori”, 1970  

Le figure, dunque, non hanno contorni marcati, il fondo roccioso nel quale sono incorporate le modula anche per la maestria nell’accostamento cromatico di pochi colori ben netti. Si ha la sensazione di presenze vive, anche al di là della scena teatrale, con il sapore inconfondibile della realtà vera.

Sono sopravvissute al crollo del “Grottone” tre di tali “Pitture rupestri”, una raccolta in un anfratto naturale con una diecina di  figure quasi rintanate, un’altra maestosa nella sua imponenza con l’adunata di una ventina di forme umane bianche e celesti, nere e rosse, un cavallo con cavaliere e un altro visto dalle terga. Invece sono state perdute le altre, per alcune delle quali l’impatto era accresciuto dalla posizione acrobatica su rocce sospese o da altre peculiarità.

Ci sono anche gli studi su tela per alcune di loro, abbiamo visto esposti quelli di due delle tre  sopravvissute – il cui recupero associato alla mostra descriveremo nell’ultimo articolo – lo spirito di “Novecento” si ritrova nei tratti dalle forme primitive in un contesto grandioso.  Ma il Pastore bianco ha lasciato il segno anche per le grandi tele e per una clamorosa iniziativa. Ne parleremo prossimamente, passando poi alle ulteriori fasi dell’evoluzione pittorica dell’artista, proiettate sempre più verso l’astrazione con i “cespugli” e le “bande oblique”, fino al “Periodo bianco” che culmina nelle toccanti ultime opere. 

“Uomo che fuma”, 1970  

Info

Roseto degli Abruzzi (Te), Villa Paris. Catalogo  “Guido Montauti,’ un percorso di creatività’. Cento opere nel centenario della nascita”, EditPress srl per conto dell’Associazione Ambasciatori  del Centro Italia, maggio 2018, pp. 136, formato 24 x 26. Nel Catalogo, contributi critici di Paola Di Felice “Guido Montauti, un maestro abruzzese del Novecento”, Nerio Rosa “Per Guido Montauti”, Bruno Corà “Guido Montauti: Paesaggi e figure dell’interiorità”, Romano Maria Levante “Ricordo di Guido Montauti”. Cataloghi delle due mostre precedenti:“Guido Montauti”, Omaggio all’artista del suo paese natale, luglio 2001, con Presentazione del sindaco di Pietracamela Giorgio Forti, “Ricordo di un amico” di Luigi Muzii, e contributi critici di Enrico Crispolti, “Per una diversa collocazione della diversità di Guido Montauti” e  Nerio Rosa “Attualità del percorso artistico di Guido Montauti“;“Guido Montauti”, catalogo delle Mostre nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze e nella Pinacoteca Civica di Teramo, Comuni di Teramo e di Firenze, aprile 2002, contributi critici di Paola Di Felice “Per una doverosa riscoperta”, Nerio Rosa “La divina indifferenza delle immagini di Guido Montauti” e  Bruno Corà “Guido Montauti: Paesaggi e figure dell’interiorità”. Dai Cataloghi citati, e soprattutto da quello della mostra attuale, sono tratte le citazioni del testo.  Il nostro servizio sul centenario in questo sito è in 6 articoli, con 13 immagini in ognuno dei 4 articoli centrali di commento alla mostra, più 22 immagini nel 1° e 17 immagini nel 6° articolo. I primi tre articoli del servizio sono usciti: il 1° il 13 luglio “Montauti, nel centenario: 1. Ricordo dell’uomo”,  il 2° il 22  luglio “Montauti, nel centenario; 2. L’uomo e l’artista”, il 3° il 29 luglio “Montauti, nel centenario: 3. Dagli esordi alla svolta plastica”, gli ultimi due articoli usciranno, il 5°  l’11 agosto “Montauti, nel centenario: 5. Dal Pastore bianco all’Empireo” e il 6° il 19 agosto “Montauti, nel centenario. 6. Il recupero delle Pitture rupestri”.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra a Villa Paris, Roseto degli Abruzzi,  tranne una (la 6^) tratta dal Catalogo, si ringraziano gli organizzatori e l’Editore, con i titolari dei diritti, in nodo particolare i figli dell’artista Giorgio e Pierluigi Montauti, per l’opportunità offerta. Le ultime 6 opere saranno descritte nell’articolo successivo, n. 5.

“Gruppo di pastori” ,1964, firmato “Il Pastore bianco”