Montauti, nel centenario: 5. Dal Pastore bianco all’Empireo

di Romano Maria Levante

Si conclude la visita alla mostra, promossa dai comuni teramani di  Bellante, Fano Adriano, Pietracamela e Roseto degli Abruzzi, “Guido Montauti. ‘Un percorso di creatività’. Cento opere nel centenario della nascita” a Roseto degli Abruzzi (Te) dal 6 giugno al 6 luglio 2018, a partire dalla rievocazione del “Pastore bianco” per passare alle fasi tendenti all’astrazione, dai “cespugli” alle “bande oblique” fino alla rarefazione del “Periodo bianco” che culmina nell’“Empireo” dell’ultima opera, dopo un toccante testamento pittorico, fase cui è dedicata la mostra successiva a Roseto dall’8 al 31 agosto  (ricordiamo che oltre a tutte le opere esposte nella mostra attuale evidenziate in corsivo grassetto,  citiamo anche opere delle mostre precedenti in semplice corsivo).  

Giudizio Universale (studio)” , 1964

Nei due articoli precedenti sono illustrate le fasi artistiche prima di queste conclusive, in particolare la fase con la tipica plasticità della simbiosi tra sagome umane e rocce del “quarto stato montanaro” e la fase degli “esordi” fino alla Liberazione; questi articoli seguono i due iniziali sulla figura di uomo e di artista  nei giudizi della critica più recente e sulla sua qualità umana nei nostri ricordi personali. Seguirà l’ultimo articolo sul recupero delle pitture rupestri. Catalogo EditPress srl di Castellalto (Te) per l’Associazione Ambasciatori del Centro Italia. 

Abbiamo introdotto l “avventura” del “Pastore bianco” commentando le “Pitture rupestri” che sono state la creazione più spettacolare  e altamente simbolica, nell’ambiente caratteristico delle “Grotte di Segaturo” dove la plasticità delle sagome umane senza volto ha trovato nelle rocce la sua collocazione naturale in una sorta di adunata assorta e in attesa, in un clima magico e suggestivo.

Ora evochiamo la parte più tradizionale della sua produzione artistica e quella più sorprendente della sua clamorosa sfida per la difesa dell’arte dalle degenerazioni degli eccessi modernisti.

Soltanto un anno dopo la  sua costituzione, nel 1964, “Il Pastore bianco” espone 10 grandi tele e il monumentale “Giudizio Universale”, di ben 25 metri quadrati, al Palazzo delle Esposizioni di Roma; nel 1966 l’esposizione diventa itinerante nei tre principali capoluoghi dell’Abruzzo, la terra dei componenti del Gruppo e la fonte dell’ispirazione artistica, a Teramo nell’Istituto magistrale “G. Milli”, a Pescara nella “Galleria Verrocchio”, a L’Aquila nel “Palazzo Cappelli”. 

“Prato con figura seduta”, 1960 

Nel “Giudizio Universale (studio)”  – ricordiamo che il grandissimo dipinto originale è collocato in permanenza in cima allo scalone del Municipio di Teramo in Piazza Orsini – tra massi celesti le caratteristiche sagome umane, molte filiformi, isolate o raggruppate, in attesa o già giudicate, in quiete o mentre gridano, alcune nell’atteggiamento dell'”Uomo che urla”, tra le trombe del Giudizio, mentre un angelo incombe con le grandi ali aperte volteggiando su di loro.

E’ esposta anche “Processione” radicalmente diversa dalla gigantesca composizione dallo stesso titolo dell’altro grande abruzzese De Michetti – 5 grandi vessilli sventolano su un agglomerato di sagome umane tra rocce altrettanto stilizzate, in un cromatismo omogeneo armonizzato, sulla stessa linea ideale e stilistica del “Giudizio Universale”.

Ma sono due eccezioni, notevoli per il loro valore evocativo, alla produzione del gruppo avviata nel 1964 con opere aventi per soggetto i pastori. Vediamo 3 composizioni, “Pastori sulle rocce”, di colore ocra, 9 ai piedi di grandi massi grigi, e 7 sulla sommità, “L’attesa dei pastori”,con le consuete sagome assorte in un forte contrasto tra figure rosse e nere, c’è anche un piccolo cane ma senza rocce, come “Gruppo di pastori”, nel contrasto tra sagome nere e bianche su sfondo rosso.

Esclusivamente in bianco le 2 sagome umane e i grandi massi di “Uomo e donna seduti tra le rocce”, del 1966, e il gruppo movimentato con un cavallo di “Pastori”, del 1967, è significativo il ritorno dell’insolito cromatismo che abbiamo visto già in opere del 1949-50 e vedremo ancora in un contesto informale e rarefatto verso l’astrazione sette anni dopo, nel cosiddetto “Periodo bianco”. Lo stesso titolo “Pastori” a un piccolo cartone con 9 figure scure insolitamente sfumate e allungate.

Ma all’artista non basta dare l’esempio del ritorno alla figura con i dipinti del gruppo creato a questo fine,  nel 1966 cita in giudizio la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia per violazione dello Statuto e lancia una sfida clamorosa all’insegna dell'”Avanguardia della Rinascenza”. Finché  nel 1967, con la dichiarazione “I giovani artisti di tutti i paesi del mondo hanno raccolto il messaggio del Pastore bianco”, si conclude l’azione dirompente del gruppo, missione compiuta! 

“Tre pastori seduti”, 1962 

La “Figura disegnata” al Liceo Artistico

Sono passati soltanto due anni dalla conclusione dell'”avventura” del “Pastore bianco”, l’artista ha compiuto cinquant’anni nei quali ha rinunziato ad ogni altra attività per dedicarsi esclusivamente alla pittura, tutto fa pensare che non verrà mai meno a questa scelta di vita. Invece accetta la cattedra di “Figura disegnata” al Liceo Artistico Statale di Teramo, offertagli da Nerio Rosa, il critico d’arte e intellettuale teramano che, nominato Direttore dell’Istituto,  intendeva rilanciarlo affidando la docenza alla sua forte personalità di riconosciuto prestigio nel mondo dell’arte. 

Le iniziali incertezze furono superate con una nomina provvisoria di un mese nel corso del quale riuscì a stabilire un ottimo rapporto con studenti e famiglie; ma soprattutto, crediamo,  ebbe la consapevolezza che in quel modo avrebbe potuto trasmettere ai giovani i frutti della sua esperienza e visione artistica, una sorta di passaggio del testimone.

Questo non significa che faceva pesare la sua caratura di grande artista, tutt’altro, lo ha ricordato una commossa testimonianza di Nerio Rosa. Per nove anni, fino alla scomparsa, portò avanti il suo insegnamento rispettando la personalità degli allievi e prodigandosi anche nei rapporti con le famiglie, superando le remore insite nel suo carattere schivo e riservato. La memoria di questa lunga e appassionata stagione didattica resta nella mente e nel cuore di coloro che l’hanno vissuta ed è stata fissata nel  nome dell’Istituto,  a lui intitolato, si chiama ora “Liceo Artistico Statale Guido Montauti”.

Gli anni ’70 e la nuova svolta, i “cespugli” e le “bande oblique”

La sua produzione pittorica prosegue con nuovi sviluppi, mentre si conclude la sua visibilità nel panorama artistico con due mostre nel 1970 alla “Galleria d’Arte Le Muse” di Bologna e alla “Galleria d’Arte Moderna” di Teramo: sono le ultime occasioni in cui presenta le sue opere in pubblico, sono passati tre anni dal clamore con cui si è conclusa l’avventura del “Pastore bianco”, ora viene meno la sua presenza, per una scelta ben precisa e consapevole quanto coraggiosa.

Il pittore che è riuscito a scuotere il mondo parigino all’inizio degli anni ’50, a movimentare la scena nazionale all’inizio degli anni ’60 con “Il Pastore bianco”, all’inizio degli anni ’70 si raccoglie di nuovo in se stesso, in un isolamento con il quale non solo mantiene “chiusa la porta a mercanti e compratori” – sono le sue parole – ma dà alla pittura contenuti nuovi, alla ricerca di un’inedita immagine dell’uomo e della natura, in un’evoluzione verso livelli sempre più alti.

Anche nei periodi precedenti, pur nell’apparente continuità, non mancava di approfondire la sua ricerca e darne conto nelle opere. Ora, raggiunto con  il “quarto stato montanaro” e “Il Pastore bianco” un ulteriore livello nella cifra stilistica e nel contenuto, con l’aggiunta del clamoroso messaggio  per la “rinascenza” dell’arte, non ha voluto fermarsi nè riposare sugli allori. E per trovare una nuova ispirazione occorreva un profondo ripiegamento interiore: di qui l’isolamento, la solitudine, la ricerca di qualcosa di cui prima non sentiva il bisogno, ma ora si faceva sentire.

La trova in quelli che sono stati definiti “quadri gestuali”, perché per  lui “il gesto è libertà, ma non dalla materia”, lo ricorda Nerio Rosa aggiungendo che “per materia intendeva qualcosa che facesse parte della pittura, una pittura però che sapeva evolversi senza repentini cambiamenti di rotta”, come abbiamo visto e vedremo ancora. 

Pastori fra le rocce”, 1968 

Proseguono le composizioni “monstre” dei gruppi di figure assorte quasi in posa come nelle foto  dell’album di famiglia davanti o a lato della grande roccia. Del 1970 citiamo “Pastori tra le rocce” e “Famiglia di pastori”, come sempre schierati frontalmente, in un cromatismo delicato, arancio-pastello sfumato, dopo che il “Pastore bianco” nel 1964 li aveva ritratti in un insolito candore. Nello stesso anno abbiamo “Bagnanti tra le rocce”,  ispirato agli specchi d’acqua del Rio d’Arno a Pietracamela,  le cosiddette “caldaie” dove avveniva di bagnarsi di regola nudi come nel dipinto, si è cimentato in un soggetto affrontato dai grandi pittori ai quali dedicava molta attenzione, vediamo tre figure femminili nude, due in piedi e una seduta tra due piccole rocce celesti.  

Ma  i ritratti sono del tutto assenti in questa fase avanzata del suo percorso artistico dopo gli “Autoritratti” e le altre figure singole che abbiamo visto tra le opere degli “Esordi”?  Assolutamente no, la mostra ne espone 7, una piccola galleria. dal 1970 al 1977, non sono le solite sagome senza volto, i visi hanno una fisionomia che nella sua fissità porta lontano, a un arcaismo quasi totemico.

Due sono fumatori, “Uomo che fuma”, 1970, e “Uomo che fuma la pipa”,1972, il primo nella posa a lui abituale, come si vede da sue fotografie in cui con la mano sinistra stringe la sigaretta, qui è nella mano destra; il secondo fumatore insolitamente con cappello e cravatta, in entrambi le due mani sono protese verso il volto. Ha dipinto anche “Donna seduta che fuma”, 1970, con la testa appoggiata sulla mano destra.

Quasi gemelli “Il ‘Giocondo'”, 1973, e “Donna con collana ed orecchini”, 1974, . mentre sono nettamente diversi nel cromatismo “Donna di Pietracamela”, 1969, un corpo appena sagomato con un vezzoso quanto improbabile colletto al collo, e “Uomo seduto con cappello”, 1972, nero e rosso a differenza del precedente chiaro con sfumature  gialle appena accennate. 

“Pastori accanto alle rocce”, 1968 

Altrettanto diversi “Uomo che urla”, 1973, che sembra appartenere alla fase iniziale in cui si ispirava ai grandi del passato, è quasi un “d’aprés”  di Munch, e “Pastore e vegetazione bianca”,1977, dal contorno marcato del busto e del viso in un mare di biancore con la forma sferica che evoca la roccia, e sarà il sigillo immancabile dell’ultima fase, il “Periodo bianco”.

Ed ecco che in questi anni un nuovo elemento si immette nelle sue composizioni, dopo la pianta  e i fiori del 1967 e 1968, sono  i “cespugli”, sempre più pervasivi. Nel 1970 il loro ingresso lo vediamo quasi annunciato  in “Donna con bambino tra le rocce”,  immagine tenera con le due figure tra due rocce e una sorta di fiammata vegetale dietro di loro, poi le sagome scompaiono in “Prato con rocce e cespugli”.  

Ci sono ancora le sagome umane e le rocce nel 1971 in “Due figure tra rocce e cespugli”, poi spariscono in “Rocce e cespugli”, 1971, e “Paesaggio con rocce e cespugli”, 1972, mentre restano solo le piante in “Uliveto”, 1971, e “Paesaggio di cespugli”, 1974. In quest’ultimo, a differenza dei precedenti, i cespugli invadono il dipinto coprendo l’intera superficie, non sono più sostanzialmente monocromatici, ma affastellati in quattro tinte pastello, giallo e verde, celeste e viola, come fossero onde. E quel che più conta, per marcare il notevole salto evolutivo, è il fatto che la composizione  non ha più nulla della raffigurazione, è un informale che entra nel campo dell’astrazione, vi troviamo una lontana assonanza con il segno  caratteristico di Capogrossi.

Addirittura in due opere del 1973, “Rocce” e “Terreno con cespuglio e roccia”,il terreno è reso da grossi colpi di spatola, nel primo nei colori rosso e giallo, bianco, nero e blu,  mentre le rocce diventano delle sfere candide, quasi un’anticipazione del “Periodo bianco”.  

Due figure tra rocce e cespugli”, 1971 

Nel 1974, dopo l’astratto “Paesaggio di cespugli” sopra citato, viene abbandonato anche questo riferimento divenuto sempre più labile, ed eccoil “Paesaggio con vegetazione policroma” , dal quale si passa al“Paesaggio con trasversalità materica”, e al “Paesaggio con complessità trasversale”, nel titolo il richiamo ambientale è dato soltanto dal “paesaggio”, né “cespugli” né “vegetazione”. Sono bande cromatiche affiancate obliquamente, diverse dalle matasse dei cespugli, in un forte cromatismo soprattutto arancione con innesti rossi, blu e soprattutto bianchi.

Paola Di Felice vede nel suo nuovo linguaggio pittorico lo “spazio sincopato della natura” che “un tempo aveva accomunato e identificato la roccia con l’essere umano, l’uomo, la donna, l’animale e che adesso si trasforma in un fiorire di colori e non-colori, liberi, solari, moncromi”; tutto questo “in una sorta di horror vacui dall’intensa armonia musicale che l’occhio sa percepire e amare”.

E’ stato abbandonato, dunque, ogni riferimento all’archetipo ambientale nel quale non mancava mai la roccia? No, resta un sigillo immancabile, forme sferiche bianche che ritroveremo sempre.

L’ultimo quinquennio, il “Periodo bianco” e la rarefazione eterea

Sempre nel 1974, si va ancora oltre nel cromatismo, il bianco diventa prevalente nelle bande oblique, da “Costruzione paesaggistica” a due opere dal titolo  “Paesaggio con roccia e vegetazione a bande oblique”, che evoca elementi naturali senza rappresentarli, perché la roccia è una presenza come mero sigillo; le  bande bianche nel secondo tendono a fondersi.   

Paesaggio di cespugli”, 1977

In due dipinti del 1975, “Vegetazione bianca” e “Paesaggio a bande orizzontali”, si va sempre più verso l’astrazione pur con l’immancabile presenza del sigillo sferico, simbolo delle sue rocce.  Inizia il “Periodo bianco”, nel quale l’evoluzione diventa incalzante, sono gli ultimi anni del suo lungo itinerario artistico, mentre il percorso di vita si arresta prematuramente.

Lo vediamo in“Due rocce su vegetazione a tratteggio ritmico trasversale”, 1976, con bande oblique molto sottili e intensamente colorate su fondo bianco, e in “Paesaggio modulare”, 1975-78, dove le bande bianche sembrano moltiplicarsi spezzate richiamando i “cespugli”, ma soprattutto evocando parole scritte in sequenza; fino al “Paesaggio con  tratteggio ritmico trasversale”,1977, non vi sono più le bande, bensì un fondo bianco con piccole macchie cromatiche ed elementi filiformi in volo obliquo, si sente una forte tensione verso l’alto, sono evanescenti ma il sigillo della roccia non manca.

Anticipato da “Gruppo di pastori”, 1973, con figure dai volti ben delineati le une sulle altre, fa  storia a sé “Uomini di Pietracamela”,1977: non è più il “quarto stato montanaro” assorto e in attesa, con lo schieramento di  sagome senza volto ma con una forte identità, ora ci sono i volti con le rispettive individualità, bianchi su fondo nero, quasi per un ultimo saluto rivolto a ciascuno, non più al collettivo indistinto. Un estremo ritorno al figurativo delle origini quando la sua pittura ha superato anche le semplificazioni del plasticismo per una rarefazione spinta fino all’astrazione.  

“Paesaggio con complessità trasversale”, 1974 

E siamo al 1978, l’ultimo anno della sua vita, il bianco è sempre più protagonista, in “Lettera” grossi caratteri candidi su fondo nero, come in “Uomini di Pietracamela” c’erano i volti nello stesso contrasto bianco-nero: due composizioni parallele che fanno pensare a un imperscrutabile quanto toccante testamento pittorico. Questa “lettera” è come su un foglio verticale, mentre nella mostra di Firenze fu presentata un’altra “Lettera”, dello stesso anno, “scritta”  invece in un foglio orizzontale, con in più tre cerchi bianchi che sono il suo sigillo “roccioso”. In entrambe le versioni  si intravedono effettivamente dei caratteri allineati in parole che sembrano comporre delle frasi, in modo più evidente che nel già citato “Paesaggio modulare” dove si aveva la sensazione pur se molto vaga di uno scritto, anche se tutto resta indecifrabile; ma si avverte chiaramente l’anelito di una ricerca interiore sempre più ansiosa, come se volesse trasmettere ai compaesani un estremo messaggio.

La sublimazione finale, l’ “Empireo”

Siamo alla sublimazione finale, in “Paesaggio con complessità ritmiche” non vediamo più bande che si assottigliano fino a dissolversi in un fondale bianco nel quale fluttuano ridotte a punti e tratti  cromatici in ascesa verso l’alto, ma un pulviscolo bianco ancora più rarefatto, che fa pensare al raggiungimento dell’essenza: la materia lascia il posto a un elemento immateriale di natura spirituale, anzi soprannaturale, come nell’Empireo dantesco. In questa elevazione, l’immancabile sigillo dell’amata roccia assume il carattere altrettanto immateriale e simbolico della memoria.

Nel “Ricordo di Guido Montauti” – con cui abbiamo aperto la nostra rievocazione dell’uomo e dell’artista – abbiamo confidato  che questa interpretazione ci è stata ispirata da “fatti che è eufemistico definire non comuni”, per questo li abbiamo tenuti per noi. A questo punto ci sembra giusto rivelarli, per come si sono manifestati nella nostra visita alla mostra di Firenze del 2002.  

Paesaggio con rocce e vegetazione a bande oblique”, 1974 

Era una domenica e dopo la visita alla mostra abbiamo sentito il richiamo della Santa Messa, cosa inconsueta in tutti i nostri viaggi domenicali; al Vangelo il brano di Giovanni “Voi adesso avete tristezza ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà… io non vi lascerò orfani, ritornerò a voi, e nessuno avrà il potere di rapire la vostra gioia”. Un tuffo al cuore, sono le due iscrizioni che scegliemmo per le lapidi dei nostri genitori nel cimitero di Pietracamela, dal Vangelo che la nostra madre usava leggere. Ma le lapidi rappresentano un cielo punteggiato da corpi celesti, l’Empireo…  Di corsa di nuovo alla mostra, l’ultima opera dell’artista sull’orlo della vita si associava al messaggio imperscrutabile giunto a noi nel modo riferito, così il “Paesaggio con complessità ritmiche” assumeva un valore superiore, nella nostra visione diventava “L’Empireo”. Lo abbiamo scritto allora nel registro dei visitatori della mostra, attoniti e increduli, presi nell’intimo da quanto accaduto.

Questa sua ultima opera è del 1978, un male inesorabile lo porterà via il 14 marzo 1979, ne era consapevole e con il testamento spirituale della duplice “Lettera” affidato agli “Uomini” della sua terra, opere anch’esse del 1978, e l'”Empireo” del suo approdo iperuranio, ci porta nella dimensione più alta. .

Lo spirito dell’artista nel cuore della sua terra

Un altro evento straordinario, dopo questa elevazione verso l’Empireo, ci riporta alla sua terra, il paese natio nel quale tornava sempre d’estate per immergersi nell’amato ambiente montano da cui aveva tratto l’ispirazione per la sua arte.

Abbiamo rievocato, sempre  nel “Ricordo di Guido Montauti”,  una mostra molto particolare svoltasi a Pietracamela nel 2012, che ha presentato le fotografie scattate all’artista circa 35 anni prima da Aligi Bonaduce nel “Grottone”, la grande caverna del contrafforte roccioso precipitato nel 2011 in una frana rovinosa sulla vallata sottostante distruggendo gran parte delle sue “Pitture rupestri”. E’ un magistrale servizio fotografico, con immagini dell’arrivo nella grotta, la sosta, il ritorno, quasi si volesse fissare un momento irripetibile. Ebbene, i negativi sono stati ritrovati casualmente dal figlio di Aligi, Flavio, dopo la frana, in una di quelle casualità e coincidenze che fanno pensare ai “segni” evocativi di qualcosa di “più alto e più oltre”, per citare l’espressione di D’Annunzio, un altro grande abruzzese, che dava molto valore ai “segni”.    

“Paesaggio con tratteggio ritmico trasversale”,  1976-77

“Più alto” ci siamo andati con l’interpretazione soprannaturale del “segno” di Firenze, “più oltre” andiamo adesso, tornati sulla terra, vedendo nella sua figura ripresa mentre dall’alto del “Grottone” – che più di 35 anni dopo sarebbe rovinato sulle sue pitture – domina la vallata come un nume tutelare. Che resta nella sua terra compenetrato in modo indissolubile attraverso le sue pitture sbriciolate e quindi fuse intimamente con l’humus montano, alimento primordiale della sua arte; così la sua impronta si è fissata come segno permanente in una ideale reincarnazione panica. 

Le tre “Pitture rupestri” sopravvissute alla frana sono state  restaurate e rese nuovamente accessibili – con la manifestazione del 10 agosto 2018 che si aggiunge alle altre iniziative celebrative del centenario – come testimonianza di questa presenza immanente nel corpo vivo della sua terra, e anche qui, come nel Liceo Artistico di Teramo, un ideale passaggio di testimone. Questa volta con la nuova “Pittura rupestre” di Jorg Grunert, vincitore nel 2014 della “1^ edizione del Premio Internazionale Pitture Rupestri ‘Guido Montauti'”, collocata molto più in basso nella vallata dove sono quelle superstiti.

Nel cuore della sua terra, tra la gente montanara e le rocce che ha rappresentato in una simbiosi vitale, l’artista è sempre presente, come lo è nel mondo dell’arte che ha saputo apprezzare il suo generoso impegno creativo in cui ha dato tutto se stesso nella ricerca inesausta di qualcosa che andasse, ci piace ripeterlo, “più alto e più oltre”. E lo ha trovato nel livello massimo, l’Empireo!  

“Lettera”, 1978  

E’ stato ricordato già nell’anno della morte nell’ambito del 33° Premio Michetti,nel luglio-agosto 1979 , le sue opere sono state esposte nel marzo-aprile 1987 nella Rassegna Aquilana di “Alternative Attuali” al Forte spagnolo; nel 1992 in luglio a Castelbasso (Te) alla rassegna “Castellarte” e in luglio-settembre al XXVI Premio Vasto; nel 1995 al Castello di Nocciano; nel 2000, in maggio a Casauria (Aq) alla rassegna “Figura e Figurazioni” al Castello De Petris – Castiglione, in giugno a Francavilla al Mare (Pe) alla rassegna “900: Artisti ed Arte in Abruzzo” al Museo Michetti; nel 2001 in luglio-settembre mostra a Pietracamela, omaggio del paese natale, e nel 2002 mostra a Firenze nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, promossa dal Comune di Teramo in collaborazione con il Comune di Firenze;  nel 2003, a Teramo, a marzo-giugno alla Pinacoteca, e nel 2006, a gennaio-febbraio alla Galleria Forlenza; nel 2013, in luglio-agosto a Bellante (Te), al Palazzo Aurelio Saliceti di Ripattone, e nel 2014 a Pietracamela “1^ edizione Premio Internazionale Pitture Rupestri ‘Guido Montauti'”; fino alle mostra attuale e alla altre celebrazioni del  centenario.

Scorrendo la sua Bibliografia abbiamo contato 110 scritti sulla sua opera di noti critici d’arte, dai francesi Pierre Descargues e Jean Albert Gauthier, Maximilen Daudet e Daniel Israel Meyer,  agli italiani Raffaele Carrieri e Virgilio Guidi,  Bruno Corà, Enrico Crispolti e il teramano Nerio Rosa con cui ha avuto un intenso rapporto anche sul piano umano, ben oltre la critica d’arte.

Tra le tante cose che sono state scritte su di lui, alle citazioni precedenti vogliamo aggiungere le parole con cui Paola Di Felice apre la presentazione della mostra del centenario, che poniamo a conclusione della nostra rievocazione:”Guido Montauti ha dipinto se stesso dentro e fuori e, anche quando ha dovuto rimpiangere veramente la mancanza di tempo, di spazio, di atmosfere giuste, ha continuato a farlo, ‘portatore’ di sentimenti, bisogni, attese, al pari di quella natura che egli elegge a protagonista del suo sentire”. Ci sembra un’immagine quanto mai fedele, dell’uomo e dell’artista visto nelle sua umanità come interprete appassionato di un mondo di cui con la  sua sensibilità ha saputo rendere l’essenza più autentica.  

“Uomini di Pietracamela”,  1977 

Info

Roseto degli Abruzzi (Te), Villa Paris. Catalogo  “Guido Montauti,’ un percorso di creatività’. Cento opere nel centenario della nascita”, EditPress srl per conto dell’Associazione Ambasciatori  del Centro Italia, maggio 2018, pp. 136, formato 24 x 26. Nel Catalogo, contributi critici di Paola Di Felice “Guido Montauti, un maestro abruzzese del Novecento”, Nerio Rosa “Per Guido Montauti”, Bruno Corà “Guido Montauti: Paesaggi e figure dell’interiorità”, Romano Maria Levante “Ricordo di Guido Montauti”. Cataloghi delle due mostre precedenti:“Guido Montauti”, Omaggio all’artista del suo paese natale, luglio 2001, con Presentazione del sindaco di Pietracamela Giorgio Forti, “Ricordo di un amico” di Luigi Muzii, e contributi critici di Enrico Crispolti “Per una diversa collocazione della diversità di Guido Montauti” e Nerio Rosa “Attualità del percorso artistico di Guido Montauti”;“Guido Montauti”, catalogo delle Mostra nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze e nella Pinacpteca Civica di Teramo, Comuni di Teramo e di Firenze, aprile 2002, contributi critici di Paola Di Felice “Per una doverosa riscoperta”, Nerio Rosa “La divina indifferenza delle immagini di Guido Montauti” e  Bruno Corà “Guido Montauti: Paesaggi e figure dell’interiorità”. Dai Cataloghi citati, e soprattutto da quello della mostra attuale, sono tratte le citazioni del testo.  Il nostro servizio sul centenario in questo sito è in 6 articoli, con 13 immagini in ognuno dei 4 articoli centrali di commento alla mostra, più 22 immagini nel 1° e 17 immagini nel 6° articolo. I primi quattro articoli del servizio sono usciti:  il 1° il 13 luglio “Montauti”, nel centenario: 1. Ricordo dell’uomo”, il 2° il 22 luglio “Montauti, nel centenario. 2. L”uomo e l’artista”, il 3° il 29 luglio “Montauti nel centenario: 3. Dagli esordi alla svolta plastica”, il 4° il 3 agosto  “Montauti, nel centenario: 4. Dal periodo parigino alle Pitture rupestri”;  il 6° e ultimo articolo uscirà il 19 agosto “Montauti, nel centenario, 6. Il recupero delle pitture rupestri”.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra a Villa Paris, Roseto degli Abruzzi,  tranne alcune (la 2^, 3^, 4^, 5^, 12^) tratte dal Catalogo, si ringraziano gli organizzatori e l’Editore, con i titolari dei diritti, in nodo particolare i figli dell’artista Giorgio e Pierluigi Montauti, per l’opportunità offerta. Si precisa che in questo articolo sono state commentate anche le ultime 6 opere riprodotte nell’articolo precedente.

“Paesaggio con complessità ritmiche”,1978, da noi identificato con “L’Empireo”