Ebrei, e leggi razziali, le “vite spezzate” al Museo della Shoah

di Romano Maria Levante

La mostra “1938. Vite spezzate. 80° delle Leggi razziali” espone a Roma, alla Casina dei Vailati della Fondazione Museo della Shoah,  dal 26 aprile al 18 novembre 2018 una vasta raccolta di fotografie e documenti che rievocano le storie di 50 famiglie ebraiche colpite da tali leggi del regime fascista. La mostra, come le precedenti sulla persecuzione antiebraica, è curata da Marcello Pezzetti e Sara Berger.  Catalogo della Gangemi Editore International.  

La sindaca di Roma Virginia Raggi nell’intervento introduttivo

 Nell’80° anniversario delle Leggi razziali in Italia,  la mostra “1938. Vite spezzate”  riporta dinanzi all’attenzione, e soprattutto alla coscienza di tutti,  quell’inconcepibile imbarbarimento della vita civile del nostro paese che deve restare nella memoria collettiva perché non abbia più a ripetersi. 

Si prosegue nel percorso intrapreso con le altre mostre – come ” !938.  La Storia” –  nelle quali sono state evidenziate  le azioni preparatorie, come la propaganda antiebraica capillare  e penetrante e la sistematica mistificazione, la  schedatura e la ghettizzazione,  e  sono stati ricordati gli spaventosi crimini legati alla “soluzione finale” del problema ebraico mediante l’annientamento di un popolo inerme,  con i campi di sterminio e anche con la psichiatria complice del regime nazista. 

All’inaugurazione il curatore Marcello Pezzetti ha affermato che il lavoro svolto, anche se riferito al passato, è in realtà rivolto al presente e al futuro. La mostra precedente è stata visitata da oltre 6.000 studenti, presentata oltre che a Roma  in altre città, da Trieste a Taranto, s Cosenza. E ne ha anticipato i principali contenuti.     

Il curatore della mostra Marcello Pezzetti  nella visita da lui guidata

Virginia Raggi, la sindaca di Roma, ha introdotto la mostra osservando  come “c’è stato un prima e un dopo, dalla normalità si è passati alla tragedia, il titolo ‘vite spezzate’  rende,  con il suo suono onomatopeico, il senso della fine”. Ma proprio il passaggio dalla normalità alla tragedia deve ammonire anche nel presente che le discriminazioni e gli odi possono degenerare. “La memoria non solo è importante in sè, ma deve dare il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, per spegnere le scintille antidemocratiche, non sono concetti superati ma la parte fondante della vita democratica”.

Abbiamo la responsabilità di non far tornare mai un simile orrore, “la storia non si riscrive, si rispetta  e non si deve più ripetere”.  Dopo l’intervento, teso e accorato,  ha seguito l’intero percorso della mostra per tutta la durata della visita guidata da Marcello Pezzetti, che ha illustrato il notevole materiale esposto nei pannelli in cui fotografie e documenti si alternano nelle varie sale dedicate ai settori di attività delle famiglia colpite, tutti i campi della vita nazionale, fono agli internamenti e ai suicidi. 

Le Leggi razziali dal 1938 al 1942

Nel quadro della persecuzione antiebraica di cui alle precedenti mostre, rientrano anche le Leggi razziali italiane che vengono ricordate non solo nei loro aberranti contenuti normativi, ma soprattutto nella loro spietata applicazione che ha sconvolto la vita di famiglie  e persone innocenti, diverse dal resto della comunità nazionale soltanto per professare la religione ebraica; proprio per questo venivano attribuiti loro connotati biologici degradanti assolutamente insensati, ma tali da esporli al pubblico disprezzo e all’emarginazione.  

Agli ebrei appartenenti a tutte le categorie sociali e professionali l’inibizione di praticare le proprie attività: a studenti e professori fu impedito di continuare a frequentare le loro scuole, a scrittori e giornalisti, musicisti e artisti di produrre le loro opere d’ingegno e cultura, agli ingegneri e avvocati, magistrati e medici di esercitare le rispettive professioni. E così per gli impiegati pubblici, statali e parastatali,  e per quelli privati nelle banche di interesse nazionale  e nelle assicurazioni, perfino per i militari e per gli sportivi professionisti. Anche gli ebrei di chiara fede fascista furono colpiti dalle Leggi razziali come tutti gli altri.  Furono vietati i matrimoni “misti”.

Dal giugno 1940, con l’entrata in guerra, gli ebrei stranieri furono internati, previsto l’internamento anche  per gli ebrei italiani ritenuti pericolosi per il regime; dal maggio 1942 per gli ebrei italiani si aggiunse la possibilità di essere precettati per il lavoro obbligatorio..

E’ ben  lontano dalla realtà chi considera blande tali misure, prese per assecondare l’alleato nazista da parte fascista; non sono azioni assassine come la deportazione e successiva eliminazione fisica nelle camere a gas dei lager nazisti, ma distruttive della dignità e dell’esistenza dei perseguitati.

Sconvolgenti gli effetti per la vita delle famiglie e delle persone che ne sono state vittime.  Ci fu chi riparò all’estero, e tra loro anche insigni esponenti della scienza e della cultura, chi passò all’antifascismo e in seguito si unì alla Resistenza, chi si tolse la vita, ma anche chi reagì attivamente opponendosi in vari modi, adattandosi e  riuscendo a sopravvivere. Mentre le istituzioni ebraiche organizzarono scuole alternative per gli espulsi dalle scuole pubbliche e cercarono di assistere i più bisognosi, in questo si segnalò la Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei. 

Il piittore  tedesco Rudolf Levy, deportato ad Auschwitz nel 1944, senza ritorno
(a sin. l’Autoritratto)

IGGli ebrei in Italia all’epoca delle Leggi razziali 

La premessa è che gli ebrei, da duemila anni  in Italia, erano integrati perfettamente nella società italiana,   a partire dal Risorgimento, i rabbini erano soprattutto italiani.

Gli ebrei appartenevano alle principali categorie e classi sociali, erano ricchi e poveri, religiosi e laici, conservatori e progressisti, nazionalisti e internazionalisti, fascisti e antifascisti; con la differenza di una scarsa presenza nell’agricoltura allora prevalente nel paese e di un alto grado di alfabetizzazione che aveva fatto raggiungere loro posizioni elevate nelle professioni e nelle attività economiche, in particolare nel commercio, soprattutto  a Roma. Frequenti i matrimoni “misti”, di un ebreo su tre nel primo dopoguerra, e ancora di più negli anni ’30 prima del 1938.

Veniva classificato di “razza ebraica”  chi aveva entrambi i genitori ebrei, anche se non professava tale religione, e chi aveva soltanto un genitore ebreo ma l’altro era straniero; chi era di madre ebrea e padre ignoto e chi, pur avendo un solo genitore di razza ebraica, professava tale religione. Quindi, il figlio di italiani con un solo genitore di razza ebraica se non professava tale credo non veniva considerato ebreo, a differenza del sistema tedesco che li classificava come “ebrei misti”. 

In base a tale classificazione,  su 58.412 persone con un genitore ebreo in Italia, furono 51.000 quelli sottoposti alle Leggi razziali, di cui quasi 10.000 stranieri. Come primi provvedimenti furono approvati dal Consiglio dei Ministri, nel settembre 1038, i decreti “per la difesa della razza”  che escludevano gli ebrei dal mondo scolastico e accademico ed espellevano gli ebrei stranieri dall’Italia; il 17  novembre il Consiglio varò  il decreto legge n. 1728, promulgato dal Re Vittorio Emanuele III, e convertito in legge dal Parlamento nel mese di dicembre; fino al 1943 fu emanata una serie di ulteriori circolari sull’esclusione degli ebrei dal lavoro e dalla vita pubblica. Per coordinarne l’attuazione fu istituita nel Ministero dell’Interno la “Direzione Generale per la Demografia e la Razza”, mentre a livello locale l’applicazione fu affidata alle Prefetture che furono particolarmente rigorose.

Nella mostra viene ricordato tutto questo, facendo conoscere da vicino 50 famiglie colpite dalle misure, e mostrandone le conseguenze: così si passa dalla denuncia delle gravi violazioni di ogni principio civile e umano, già eloquente di per sé,  alla presa di coscienza diretta dell’effetto sulle persone viste nella loro umanità vilipesa e nella loro dignità sfregiata;  e nulla colpisce di più di quelle figure e di quei visi così vilmente discriminati, tra loro ne riconosciamo alcuni prestigiosi, per tutti citiamo la famiglia dello scrittore Alberto Moravia.  Le vite spezzate sono le loro vite.   

La rassegna delle “Vite spezzate” è organizzata per categorie, scuola e università, giornalisti e scrittori, cultura  e lavoro, esercito e sport; inoltre si evidenziano gli internamenti e i matrimoni misti,  fino alle reazioni  alla persecuzione, come l’emigrazione e la forma estrema, il suicidio; l’azione dei rappresentanti delle istituzioni ebraiche e le forme di assistenza concludono la mostra.

L’esclusione dalla scuola e dalle attività culturali

Nella Scuola e nell’Università iniziò, sin dal mese di settembre del 1938, in anticipo sul decreto di novembre,  l’esclusione  dei docenti e degli allievi, dei libri di testo  e perfino delle carte geografiche murali di autori ebrei.   Sono toccanti i racconti esposti nei pannelli e le  dichiarazioni dei sopravvissuti alla deportazione nei lager nazisti di come hanno vissuto l’espulsione dalle scuole.”La maestra ci voleva bene… piangeva,  piangevamo noi bambini. La vita allora è cambiata dal giorno alla notte”, ha ricordato la romana Silvia di Veroli. E la genovese Dora Venezia: “Non me ne rendevo conto di preciso cosa era questo ebraismo che era diverso, perché per me era una religione. Io ero italiana e basta! Non lo capivo per quale motivo si dovesse essere diversi”. 

Vediamo le fotografie delle classi scolastiche di Alba e Lia Finzi, Elena (Hanna) Kugler e Maddalena Werczler, Luciano Foà e Clelia Paggi, classi da cui sono state espulse e classi ebraiche, e poi immagini singole, tanti  album di famiglia toccanti con documenti personali ingialliti. Si va dalle alunne alle insegnanti delle scuole elementari, fino ai docenti universitari. 

Da sin. Alberto Pincherle, Doro Levi, e Giulio Supino nel 1958 e nel 1040 

ra questi Giulio Supino, docente di costruzioni idrauliche all’Università di Bologna, uno dei  96 professori che dovrà lasciare l’insegnamento; e tre docenti dell’Università di Cagliari,  i triestini Teodoro (Doro) Levi con la cattedra di Archeologia e Storia dell’Arte e  Camillo Viterbo, di Diritto commerciale,  il milanese Alberto Pincherle, di Storia delle Religioni, sebbene fosse stato battezzato  nel 1926; nella sua scheda personale fa osservare, “come studioso”,  che “non si può propriamente parlare, in sede scientifica, , di una razza ebraica, ma si può e si deve parlare bensì di una nazione ebraica, la quale è costituita da tutti coloro che professano il giudaismo…”, citando G. H. Moore  secondo cui “perdono ipso facto l’appartenenza alla nazionalità ebraica coloro che abbandonano la religione”. Ma le citazioni colte nulla possono contro l’accanimento razzista .

Alberto Pincherle è anche il nome di Alberto Moravia, che apre la triste galleria dei Giornalisti e Scrittori colpiti dalle leggi razziali, come pubblicista collaboratore della “Gazzetta del Popolo”,  aveva padre ebraico ed era stato battezzato, ciononostante fu classificato come “ebreo” dal regime; i suoi libri furono tolti dalla circolazione  dal Ministro per la Cultura popolare, il Minculpop.  Troviamo il poeta triestino Umberto Saba, costretto a cedere parte della sua libreria, la sua poesia “Avevo”, del 1944, conclude così: “Vivere si doveva. Ed io per tanto/ scelsi tra i mali il più degno: fu il piccolo/ d’antichi libri raro negozietto/ Tutto mi portò via il fascista inetto/ e il tedesco lurco”.   

Altri nomi celebri, il poeta torinese, pur di fede fascista, interventista e combattente della Grande guerra Artura Foà,  e il fotografo, editore, scrittore Luciano Morpurgo, che cambiò nome alla sua casa  editrice; il giornalista fondatore del “Piccolo” di Trieste Teodoro Mayer, costretto a svendere il giornale e allontanato da ogni incarico pubblico, e l’editore fiorentino Enrico Bemporad, premiato per la Collana per ragazzi, costretto a cambiare nome in “Marzocco” alla sua celebre Casa editrice.  

Nella Cultura troviamo, colpiti dalle Leggi razziali, il commediografo, drammaturgo e critico milanese Sabatino Lopez, che non poté più rappresentare le sue commedie, il pittore espressionista tedesco Rudolf Levy, che come ebreo straniero doveva lasciare l’Italia ma non trovò paesi che lo accogliessero, si nascose a Roma poi a Firenze, alla fine del 1943 fu arrestato poi deportato ad Auschvitz da dove non è più tornato, e il compositore  Leone Sinigaglia, che studiò a Torino, Praga e Vienna dove conobbe Brahms e Mahler: le sue opere, prima del silenzio impostogli dalle Leggi razziali, furono dirette da grandi direttori come Toscanini, morì per sincope nel 1944 mentre stavano per arrestarlo dopo una delazione, nell’ospedale in cui era ricoverato sotto falso nome.  

Lo scrittore Alberto Moravia,  i suoi libri furono vietati  

L’esclusione dall’impiego, dall’esercito e dallo sport 

Sul Lavoro abbiamo contato una cinquantina di provvedimenti che escludevano gli ebrei dai singoli settori tra l’agosto 1938, quindi prima dei decreti sulle Leggi razziali,  al settembre 1942: non riguardano soltanto il lavoro, ma anche i beni immobili, gli ebrei non potevano possedere terreni  e fabbricati urbani superiori a un certo valore, né esercitare attività commerciali. Anche qui i racconti del sopravvissuti di Auschwitz sono coinvolgenti. Ecco il romano Leone Di Veroli: “Quando andavo pe’ stracci  e mi dicevano: ‘Ma che sei, ebreo?’, più di una volta ho dovuto dì de no, per la sopravvivenza. A malincuore, perché è come se m’avessero dato ‘na coltellata. Oggi lo scriverei a caratteri cubitali lunghi un chilometro ogni lettera!”.  

Altre 4 storie, come sempre corredate di immagini e documenti nel pannelli dell’esposizione. Con la conclusione tragica quella di Carlo Morpurgo, licenziato dalla banca Commerciale perché “di interesse nazionale”,  e quella del magistrato bolognese Mario Finzi,  espulso dalla magistratura va a Parigi come concertista, in Italia si impegna nell’assistenza degli ebrei stranieri con la Delasem; entrambi arrestati e deportati ad Auschwitz dove muoiono nel 1944. Invecem sono a lieto fine la storia del fiorentino Sergio Levi, pediatra ospedaliero e assistente universitario, sospeso dopo le leggi razziali,  lavora solo per gli ebrei, come consentito, poi si nasconde e infine si salva in Svizzera; e quella del romano Pacifico Caviglia, che deve chiudere il calzificio nel quartiere Gianicolo, riesce a salvarsi con l’aiuto di amici fidati, e può riprendere l’attività nel dopoguerra.  

L’editore fiorentino Enrico Bemporad costretto a cambiare nume alla casa editrice

E siamo nell’Esercito, dove già a luglio 1938 fu decisa la preclusione delle Accademie militari agli ebrei,  cui il decreto legge di dicembre aggiunse l’esclusione totale dal servizio militare in pace e in guerra. Fu un vero shock per coloro che si erano battuti con coraggio nella Guerra Mondiale e per quelli che si erano arruolati volontari. Tra questi Leone Lattes, arruolatosi volontario in aeronautica, collaboratore di Italo Balbo, aveva partecipato alla guerra civile spagnola con i franchisti,  escluso dalla vita militare si dà a piccoli commerci, riesce a sfuggire ai rastrellamenti e a salvarsi.  Invece Arturo Luciano Navarro, decorato nella prima Guerra mondiale, e nominato cavaliere della Corona d’Italia, funzionario del Ministero dell’Agricoltura, non resse alla notizia del licenziamento degli impiegati pubblici ebrei sancito dalle Leggi razziali e si tolse la vita. 

Infine lo Sport, con tre storie. E’ tragica quella di Raffaele Jaffe,  fondatore e presidente del Casale Football Club – che vinse lo scudetto nel 1914 – preside dell’istituto magistrale di Casale Monferrato  in cui fu “dispensato dal servizio” sebbene fosse sposato con una cattolica, si convertisse al cattolicesimo nel 1937 e avesse fatto  battezzare i due figli alla nascita  Già nel 1940 manifesta con parole struggenti la sua sofferenza;  poi, arrestato nel febbraio 1944, internato a Fossoli, rivolge invano istanze di essere liberato al Ministero dell’interno, viene deportato ad Auschwitz con l’ultimo trasporto dal campo, viene ucciso all’arrivo. E’ andata bene, invece, al giornalista sportivo Massimo Della Pergola, licenziato dal “Piccolo” di Trieste perché ebreo, e rifugiatosi in Svizzera:  nel campo elvetico dove era internato, ebbe l’idea di un gioco a premi legato al calcio per finanziare lo sport, tornato in Italia fondò la Sisal che diede vita ai celebri pronostici, poi con il Coni divenne il Totocalcio. Lieto fine anche  per il pugile romano Settimio Terracina, campione regionale e convocato agli allenamenti pre-olimpiadi, richiamato alle armi nel gennaio 1938 a fine anno viene espulso dall’Esercito e cacciato dalla palestra; il segretario della Federazione Pugilistica , Edoardo Mazzia, è bene citarne il nome a suo merito, lo aiuta ad espatriare negli Stati Uniti dove continua a fare il pugile, avrà la soddisfazione di sbarcare in Sicilia con gli americani e con loro liberare Roma. Vediamo le immagini del pugile, in una c’è anche Primo Carnera e l’articolo nella  prima pagina del Corriere dello Sport:  “Intervista a Settimio Terracina, il ‘mediomassimo’ romano, ora soldato americano”.  

l peeta Arturo Foà,   deportato ad  Auschwitz con Primo Levi, senza ritorno

L’internamento degli ebrei stranieri e italiani “pericolosi”

Come accennato all’inizio,  all’esclusione dalle scuole, dal lavoro e da proprietà consistenti, si aggiunse l’internamento per gli ebrei stranieri e quelli italiani considerati “pericolosi”, erano 400; dal 1942 il lavoro obbligatorio per gli italiani. 

Anche qui la dolente rassegna degli internati in diversi campi: da Notaresco (Teramo) a Lagonegro (Potenza) per la famiglia di Carlo Steinhaus, cecoslovacco con un negozio di chincaglieria a Merano dove tornerà alla fine della guerra, e a Tortoreto (Teramo) per il rumeno  Saul Steinberg,  sono esposti un  suo disegno con un panorama, la mappa  “Autogeography” dei luoghi della detenzione, e un dipinto con una piazza dechirichiana, riesce poi a riparare negli Stati Uniti  dove collabora con il “New Yorker”  e diviene un artista celebre; internata a Notaresco (Teramo), poi a Casacalenda e Petrella Tifernina (Campobasso), la famiglia del boemo Richard Lowy, arrestata a Trento nel 1944, trasferita a Fossoli, fino alla deportazione senza ritorno ad Auschwitz; internato  a Tora e Piccilli (Napoli), e precettato per il lavoro obbligatorio nei campi il commerciante Josua Gabai, viene protetto dai locali, tornato a Napoli dopo un anno trova il negozio distrutto e saccheggiato , ma dopo la guerra riprenderà l’attività. 

Il pugile Settimio Terracina, espatriato poi sbarcato in Sicilia con gli americani, l’attrezzatura sportiva

Internamenti e precettazioni di ebrei italiani: in “internamento libero” a Macerata Feltria (Pesaro) il professore e direttore di “Critica sociale”  Ugo Guido Mondolfo, arrestato  e liberato, ripara in Svizzera e dopo la guerra diviene deputato socialista; nel campo di transito di Fossoli, con destinazione Auschwitz, dopo arresto  e confino per due anni a Favignana,  l’ambulante romano Raimondo Di Neris, sopravvive nel gennaio 1945 alla “marcia della morte” verso Mathausen e viene liberato dagli americani.

Urbisaglia (Macerata) è stata la sede di una serie di internamenti, anch’essi accuratamente documentati nella mostra con fotografie e  certificati, lettere e disegni. Vi vengono internati l’avvocato di Ferrara Nino Contini, poi trasferito alle isole Tremiti, quindi  a Pizzoferrato (Chieti) e nel Molise, liberato nel 1943 si trasferisce a Napoli, il suo amico, pure lui ferrarese, Renzo Bonfiglioli, dell’alta borghesia, riuscirà a rifugiarsi in Svizzera e diventerà del 1951-52 Presidente delle comunità israelitiche italiane; un altro avvocato internato è il fiorentino Carlo Alberto Viterbo, negli anni ’30 e nel 1944 Presidente della Federazione Sionista Italiana, andrà anche in Etiopia. Internati a Urbisaglia anche il pediatra triestino Bruno Pincherle nel 1940, nel 1943 sarà arrestato e poi liberato, parteciperà alla Resistenza a Roma e a Trieste nel periodico clandestino”L’Italia libera”, e il tedesco Ernst Isidor Jakubowski, fuggito da Berlino a Milano, è tra gli ebrei stranieri internati dal 1940 al 1943, moglie e figlio fuggono in Svizzera, lui nel 1944 è rinchiuso a Fossoli e deportato ad Auschwitz- Birkenau, morirà a Mathausen nel 1945; tragedia nella tragedia, il figlio Hans torna a Berlino, la madre Rosa lo raggiunge nel 1961 e non supera il trauma, si suicida nel 1962.  

Il drammaturgo ungherese Eugen Kurschner, suicida con la famiglia a Taormina

 Altre aberrazioni e tragiche conseguenze  del razzismo cieco e ottuso 

La sezione della mostra sui “Misti” e matrimoni misti documenta le ulteriori aberrazioni con una serie di divieti aggiuntivi paradossali, come quello di pubblicare necrologi e di allevare colombi viaggiatori, di soggiornare in località turistiche e possedere la radio, avere domestici ariani, ecc. Sono grottesche le classificazioni  dei “misti”, secondo cui il mantovano Gilberto Provenzani, battezzato,  risulta “ebreo al 75%”, quindi di “razza ebraica”, nella prima valutazione della Direzione della razza, poi la percentuale scende al 50%  dopo aver provato il battesimo dei bisnonni materni;  il padre Aldo, ebreo, si dà alla clandestinità, Gilberto diventerà dirigente industriale. Risibili, se non fossero tragici, i diagrammi dell’apposita Direzione con i bollini rossi per le percentuali di “arianesimo” e blu per quelle di “ebraismo”. 

Sul divieto dei matrimoni “razzialmente misti” la vicenda esemplare di Sarah Herzog:  il Vescovo di Trieste consentiva ai parroci di celebrare le nozze di ebrei con cattolici “in articulo mortis” con registrazione differita a tempi migliori, Sarah fu sposata con il solo rito cattolico all’artigliere Guido Novelli il 16 agosto 1941, dopo essersi battezzata il giorno prima, fu un modo per eludere il divieto, Guido lavora a Rivoli. 

Sono tutte storie esemplari, come quelle degli Ebrei fascisti dei quali sono documentate quattro vicende con dimissioni, espulsioni, perdita di attività , e anche arresto e deportazione. Il banchiere e imprenditore Enrico Paolo Salem dovette  dimettersi da Podestà di Trieste l’11 agosto 1938, dopo la pubblicazione del “Manifesto della razza” e un mese prima della visita a Trieste di Mussolini con il famoso discorso sull’avvio della politica antiebraica, visita che, ironia della sorte, aveva organizzato lui stesso;  l’economista e storico del diritto Gino Arias, uno dei 18 membri della “Commissione dei Soloni” del Consiglio nazionale delle corporazioni e deputato, fu espulso dall’Università di Roma, si trasferì in Argentina ma non superò mai il trauma.  Tragica fine per Ettore Ovazza, entrato nei Fasci di combattimento nel 1920, autodefinitosi “scrittore fascista”, nel 1934 aveva fondato a Torino  “La nostra bandiera”, organo dei “Combattenti e Fascisti italiani di religione israelita”,  dovette cedere la Banca Ovazza e fu  ucciso dalle SS a Intra con la moglie  e i due figli; e per Aldo Castelletti   commerciante di tessuti mantovano, si fa battezzare con le figlie e si salva, ma viene arrestato  nel settembre 1943 e deportato ad Auschwitz dove muore nel 1944.

Sul versante opposto, dei Giovani antifascisti, dei 14 appartenenti al  “Gruppo della biblioteca della scuola ebraica di Torino”, tre ebrei finiscono ad Auschwitz, tra cui Primo Levi che ne ha dato una testimonianza incancellabile,  mentre Emanuele Artom  fu  ucciso dai fascisti; e l’ebrea triestina Rita Rosani-Rosenzweig, espulsa dal liceo magistrale, partecipò alla resistenza come partigiana combattente e fu uccisa dai fascisti nel settembre 1944, aveva 24 anni. 

La fine tragica è particolarmente agghiacciante per la famiglia Eugen Kurscner, drammaturgo e produttore cinematografico di origine ungherese,  produsse due film diretti da Raffaele Matarazzo e Mario Camerini, fuggì dalla Germania con madre, fratello e sorella, lui e i suoi non se la sentirono di venire espulsi dall’Italia,  uscite le Leggi razziali ricorrono al suicidio nel mare di Taormina. Eccole le toccanti parole lasciate scritte da Eugen con il fratello Arthur: “Oggi è arrivato il momento: noi tutti quattro moriremo volontariamente-involontariamente. Il mare profondo ci accoglierà in maniera più gentile  che tutti gli altri governi dei paesi che ci circondano. Riempiremo le nostre tasche con pietre, per non ritornare più a galla. La nostra decisione è stata presa già mezzo anno fa. Ci è stata resa più semplice dalla coscienza di aver fatto sempre una vita onesta e contenti di lavorare, a volte coronata anche da successi e di non aver mai fatto a nessuno del male…” Invece  la famiglia fiorentina di Gualtiero Cividali  può emigrare  a Tel Aviv con i genitori.

Nelle Leggi razziali non è mancata l’esclusione degli ebrei da tutte le forme di sussidio e aiuto  per i poveri, ma proprio per questo l’Unione delle Comunità israelitiche Italiane  organizzò nel 1939 una propria forma di assistenza con la Delegazione di Assistenza agli Emigrati Ebrei (Delasrm), una rete nazionale per aiutare gli ebrei che volevano emigrare e quelli internati, presidente l’avvocato genovese Lelio Vittorio Valobra che dovette rifugiarsi in Svizzera, da dove continuò a dirigere.  Suo collaboratore alla Delasem nell’assistere gli ebrei bisognosi fu il tedesco di origini polacche Berl Grosser, che aveva già lavorato nel Comitato assistenza degli ebrei in Italia, nel 1943 ripara in Svizzera, nel 1945 torna a Milano, continua ad assistere i profughi, nel 1972  raggiunge  Israele.

E con questo  lieto fine dell’approdo nella terra promessa di Berl Grosser,  da pensionato con la famiglia, come era stato per Gualtiero Cividali, con i genitori, ci piace concludere il nostro racconto dell’odissea  sofferta e quasi sempre tragica degli ebrei colpiti dalla Leggi razziali del 1938: un anniversario dolente e ammonitore di eventi tremendi, che le fotografie  e i documenti copiosamente esposti nella mostra fanno rivivere con un’evidenza  impressionante.  

Info 

Museo della Shoah, Casina dei Vailati, Roma, via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì 10-13, chiuso sabato e nelle festività ebraiche; ingresso gratuito.  Catalogo “Vite spezzate. 90° Leggi razziali”, Gangemi Editore International, aprile 2018, pp.240, formato 17 x 24; dal Catalogo sono tratte le notizie e le citazioni del testo. Cfr. i nostri articoli per le altre mostre sul tema, in questo sito, “Ebrei, la persecuzione degli ebrei italiani con le leggi razziali, al Museo della Shoah” 26 ottobre 2017, ed “Ebrei, l’escalation repressiva dopo le leggi razziali, al Museo della Shoah”, 2 novembre 2017; “Ebrei, la propaganda contro la ‘razza nemica’ e la psichiatria persecutoria” 24 aprile 2017, ed “Ebrei romani, 70 anni dopo l’ infamia tedesca’”  24 novembre 2013, “Roma, la liberazione del 1944 dopo 70 anni” 5 giugno 2014; in www.visualia.it , “Roma. I ghetti nazisti, fotografie shock  al Vittoriano”  27 gennaio 2014, “Roma. Ombre di guerra all’Ara Pacis”  2 febbraio 2012; “Roma. In mostra le fotografie dello sbarco di Anzio”, 22 giugno 2014″  21 gennaio 2012in “cultura.inabruzzo.it”  “Auschwitz-Birkenau, ‘la morte dell’uomo’”  27 gennaio 2010, e “Scatti di guerra alle Scuderie”  8 agosto 2009  (gli ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli  saranno trasteriti su altro sito)

Il disegnatore e pittore rumeno Saul Steinberg,
internato in un campo a Tortoreto (Teramo)

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Museo della Shoah alla presentazione della mostra, si ringrazia la direzione,  con i titolari dei diritti,  per l’opportunità offerta. In apertura, la sindaca di Roma Virginia Raggi, nell’intervento introduttivo, segue  il curatore della mostra Marcello Pezzetti nella visita da lui guidata;  poi una serie di immagini  dei pannelli illustrativi, tra queste nella 5^ il  piittore  tedesco Rudolf Levy ,deportato ad Auschwitz nel 1944, senza ritorno, (a sin. l’Autoritratto); nella 11’^ lo  scrittore Alberto Moravia, i suoi libri furono vietati, nella 12^ l’editore fiorentino Enrico Bemporad ; costretto a cambiare nume alla casa editrice; nella 13^ il peeta Arturo Foà,   deportato ad  Auschwitz con Primo Levi, senza ritorno, nella 14^ il pugile Settimio Terracina, espatriato poi sbarcato in Sicilia con gli americani, l’attrezzatura sportiva, nella 15^ il drammaturgo ungherese Eugen Kurschner, suicida con la famiglia a Taormina; nella 20^ il disegnatore e pittore rumeno Saul Steinberg, internato in un campo a Tortoreto (Teramo) ; iin chiusura, una delle tante vetrine della mostra con foto e documenti.

Una delle tante vetrine della mostra con foto e documenti