Fratelli Toso, mezzo secolo di “murrine” artistiche, alla “Casina delle Civette”

di Romano Maria Levante  

Alla “Casina delle Civette” , Musei di Villa Torlonia, dal  18 maggio  al 15 settembre 2019  la mostra “La Fratelli Toso: i vetri storici dal 1930 al 1980” espone oltre 50 pezzi unici o molto rari in vetro, “murrine” della collezione privata dei Fratelli Toso. Promossa da  Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, patrocinata da Associazione AIHV – Association Internationale pour l’Histoire du Verre, organizzata da  “Il mondo del vetro” , con la Fratelli Toso, curatori i rispettivi titolari,  Ivano Balestreri  e  Caterina Toso. Servizi museali di Zétema Progetto Cultura. Sono previsti laboratori didattici per i bambini  e concerti dell’A.GI.MUS di Roma nel Giardino della Casina. Catalogo di “Il mondo del vetro”.

Un angolo della mostra, 4 vetrine con sopra una foto storica e un disegno dell’Archivio

Un’altra mostra  insolita presenta vasi e piatti, non reperti dell’antichità ma opere del secolo scorso, assurte alla dignità artistica per l’elevatissimo livello raggiunto, un celebrazione di cosa può produrre il “made in Italy” portato su un piano di straordinario valore. E ancora una volta l’inserimento nell’ambiente della “Casina delle Civette” è magistrale, perché ai vetri artistici esposti nella “dependance” fanno eco le vetrate artistiche liberty di Cambellotti, grande maestro del settore. Delle precedenti mostre possiamo accostarvi quella sulle ceramiche di Annalisa Amedeo, molto diverse ma con delle affinità elettive.

Questa volta  i vetri veneziani, un vanto del nostro paese, tanto più se si tratta delle “murrine” divenute iconiche per la grande maestria artigianale sublimata dal tocco della genialità artistica. Non abbiamo la consueta  presentazione della direttrice Stefania Severi, che introduce sempre i temi delle mostre da lei organizzate e curate con un  inquadramento storico e culturale, ma vogliamo comunque premettere alcune notizie sulle “murrine” di Venezia, una particolare lavorazione vetraria di eccellenza del nostro paese.

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Le “murrine” veneziane

Risale al  61 a.C. l’introduzione  a Roma di vasi di fluorite, portati da Pompeo al ritorno delle sue missioni orientali ed esposti nel Tempio di Giove,  definiti in “murrha”, cioè “mirra”, profumo,  termine riferito al loro odore profumato, o per le resine utilizzate o per il loro contenuto; furono prodotti per imitazione anche a Roma, poi  nel medioevo la produzione cessò del tutto.

Furono i maestri vetrai di Venezia a realizzare, a partire dal XVI sec., prodotti simili ai murrini romani, ma lo sviluppo effettivo di una  produzione  regolare ci fu alla fine del XIX sec. per merito di Vincenzo Moretti della vetreria Salviati: la “murrina” identifica il prodotto vetrario ottenuto, il termine fu introdotto nel 1878 dall’abate Zanetti nell’ambito del suo rilevante impegno per  risollevare dalla crisi la vetreria di Murano. Resta l’analogia con l’antico prodotto romano, vasi e ciotole in vetro mosaico con disegni  astratti o immagini di fiori, animali, visi, come facevano i vetrai alessandrini.

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Chi ha visitato una vetreria muranese ha visto come procede la spettacolare lavorazione delel “murrine”.  Un operaio  sulla punta di un’asta di ferro prende una piccola quantità di vetro da un crogiolo, e lo ricopre con altra piccola quantità di vetro presa da un secondo crogiolo, di colore diverso dal primo, e così via in modo da sovrapporre starti di colori diversi. Il materiale così formato diventa un cilindro regolare che poi, ad opera di operai chiamati “tiracanna”, sempre con un’asta di ferro viene stirato finché  non si raggiunge la forma voluta. Così si ottiene  il materiale di  una “murrina” con disegni a cerchi concentrici  oppure, attraverso un  apposito stampo recante altri motivi, di una “murrina” con disegno floreale, a stella o a cuore.

Si tratta di  bacchette, dette “canne”  con le quali vengono prodotti piatti, ciotole, perle “mosaico”, cioè “millefiori”,  e  ciondoli. La lavorazione a questo punto è differenziata a seconda del prodotto da ottenere, più semplice per le perle “mosaico” – “millefiori”, e per i ciondoli, più complessa per piatti e ciotole perché occorre la fusione di un disco  che va raffreddato, molato e poi di nuovo portato a fusione per prendere la forma dello stampo, con l’ultima molatura per la rifinitura finale. Mediante lo stampo si ottengono oggetti uguali, altrimenti si hanno esemplari unici più  pregiati.

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Tra i primi  maestri di “murrine” Giovanni Franchini e il figlio Giacomo i quali,  tra il 1830 e il 1860, realizzarono con una speciale tecnica “murrine” con raffigurato il Ponte di Rialto e la gondola, Angelica e Cavour, tra le più note; anche Luigi Moretti,  con un’altra tecnica, nelle sue “murrine” raffigurò personaggi come Cristoforo Colombo, nel 1892, per la Compagnia Veneta Murano che nella festa a Chicago per il 4° centenario della scoperta dell’America, donò a ciascun partecipante un esemplare della “murrina”, furono 400, era presente Luigi Moretti, l’autore. Il padre Vincenzo a sua volta era autore di riproduzioni delle “murrine” romane, in piatti, coppe e altri oggetti presenti nei musei del vetro di molti paesi.

Padre e figlio, dunque, sia nei Franchini che nei Moretti. Nel “Fratelli Toso” il nome non rende la dimensione familiare che coinvolge pari e figli, nipoti e cugini, per i “designer” ma anche per i maestri vetrai. L’inizio corrisponde a quello dei Franchini e dei Moretti, anche per i Toso risale alla metà dell’800.

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Una storia di successo, una grande famiglia con designer e maestri vetrai

La  loro storia prende avvio, infatti, nel 1858, con i sei figli di Pietro, Ferdinando e Carlo Francesco Nicolò, Liberato e Angelo, Giovanni e Gregorio Toso, tutti impegnati nella prima fabbrica, ciascuno con un ruolo diverso ma con una visione comune tramandata attraverso figli e nipoti, una vera “tribù, tutta o quasi , impegnata nell’azienda di famiglia generazione dopo generazione”.

Ricorda  con queste parole la gloriosa saga familiare Caterina Toso – l’ultima “zarina” della famiglia che ne ha raccolto l’eredità e ora la celebra con questa mostra – aggiungendo con legittimo orgoglio:  “Nella tribù Toso ci sono stati infatti abilissimi maestri, tecnici, talentuosi disegnatori, dirigenti per vocazione”; con questi risultati: “una famiglia così ampia garantì una notevole diversificazione delle capacità e delle competenze. Ecco perché raramente incontriamo persone ‘estranee’ alla famiglia in ditta”.

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E’ una storia di successo che dopo l’inizio a metà dell’800 in una prima fase con vetri normali, vede la crescente affermazione della fabbrica soprattutto  a partire dagli anni ’30 del ‘900, quando divenne direttore artistico Ermanno Toso, la cui attività di designer di “murrine” artistiche diede un’impronta precisa  e vincente allo stile aziendale.

Ma Ermanno non è conservatore, tutt’altro. Nel 1948 immette Pollio Perelda, che lo affianca fino al 1964, con uno stile molto diverso dal suo, potremmo chiamarlo “pittorico”, e anche un modo diverso di declinare la forma delle “murrine”, tutt’uno con il colore. E nell’anno successivo si aggiunge Robert Wilson, molto diverso da Perelda, geometrico ed essenziale quanto l’altro era fantasioso ed elaborato, la sua W fu stilizzata nella “murrina”.

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Essenziale anche lo stile di Rosanna Toso – cugina  dei figli di Ermanno, Giusto e Renato – la quale negli anni ’60 e ’70  fece parte dei “designer” aziendali richiamandosi alla tradizione di famiglia ma portando significative innovazioni; i fu l’ultima direttrice artistica prima dello scioglimento della società nel 1980, e anche dopo continuò a lavorare nel design.

Anche Giusto e Renato Toso appena citati si sono impegnati come “designer” nella vetreria, il primo nell’illuminazione, il secondo nell’oggettistica, ma dopo la morte del padre nel 1973 hanno lasciato l’azienda continuando a lavorare all’esterno, uno come architetto, l’atro come “designer”. In  questo modo la storia della famiglia si è arricchita di una variante rispetto alla perenne dedizione familiare, ma del resto questa loro decisione ha  precorso di pochi anni lo scioglimento e la fine di una storia gloriosa.

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Una storia alla quale hanno concorso, con un apporto altrettanto importante, i maestri vetrai, integrati nella vita della fabbrica al punto di entrare nella famiglia Toso fin dall’inizio, e impegnarsi per generazioni successive nella fabbrica divenuta anche la “loro” fabbrica.

Il maestro Vittorio Zuffi aveva sposato nel 1888 una figlia di Ferdinando Tsso, il capostipite della dinastia  fondatore della fabbrica, e .i suoi figli Armando e Amleto vi lavorarono  il primo nelle moderne  murrine, il secondo nelle produzioni tradizionali di bicchieri e tipetti  orientati all’antico. Il loro nipote Vittorio Ferro, la cui nonna era una Toso,  affiancò per molti anni lo zio Amleto. Ma è il discendente Licio Zuffi ad affermarsi come il migliore maestro vetraio che traduce in oggetti vetrari di notevole caratura i disegni dei maggiori designer, da Ermanno Toso a Pollio Perelda fino a Robert Wilson che non ammetteva altri maestri nell’utilizzo dei propri disegni.

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Tutti parenti, dunque, designer e maestri? No, abbiamo già citato i designer esterni e il loro apporto innovativo nella creazione di linee diverse dai filoni tradizionali. Per i maestri vetrai ricordiamo Giuseppe Finottello, specializzato nelle murrine fino a raggiungere un livello artistico, e Bruno Fornasier, specializzato nei soffiati e lampadari, con Arnoldo Toso ha creato nuove linee di murrine. Solo loro sopravvivono dei maestri citati, mentre dei designer oltre al fondatore sono scomparsi Ermanno, come già ricordato, e Rosanna.

E’ un esempio positivo della natura familiare di parte della struttura imprenditoriale delle nostra imprese, nella quale le situazioni sono molteplici, dalla concordia e unità di intenti dei fratelli Toso a conflitti risolti con un management esterno e talvolta con finali dirompenti. Situazioni tanto intriganti da aver alimentato un filone narrativo ad opera di chi le conosce molto bene essendo stato consulente di direzione ad alti livelli, ha pubblicato  le storie fantasiose ma non troppo dei Gianselmi e dei Martini, sta per pubblicare quella dei Ferrari,omonimi del “drake” di Maranello

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Nulla di intrigante nella storia della dinastia Toso, una normalità di eccellenza che li ha portati a immettere nell’azienda grandi personalità di disegnatori e di maestri vetrai  lasciandoli liberi di esprimere la loro creatività anche al di là delle loro forme iconiche tradizionali; ma tale da suscitare interesse non meno delle storie romanzate dal maestro del genere, che abbiamo citato; qui siamo nella fucina di Vulcano dei maestri vetrai, con i capolavori grafici e pittorici dei designer, il tutto con lo sfondo incomparabile della Venezia operosa, forte delle sue tradizioni!

I risultati prestigiosi, i Fratelli Toso nella storia del vetro veneziano

Ancora non abbiamo descritto i risultati della loro attività, affascinati dallo storia familiare che  è tutt’uno con la storia aziendale. Dopo quanto abbiamo detto non serve aggiungere che dal vetro comune iniziale passarono al vetro artistico soffiato, una specializzazione particolarmente qualificata. Prima del ‘900 furono tra gli artefici del recupero della “murrina”, una tecnica antica fatta propria fino a diventare  il loro sigillo.

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Le “murrine” sono state sempre presentate alle più importanti mostre in Italia e all’estero, in particolare alle Biennali di Venezia, in una evoluzione continua.  Alle forme tradizionali si sono aggiunte altre linee, fino alle forme  nuove, negli anni ’60 e ’70, di Rosanna Toso, in cristallo e monocromatismo, semplici e  lineari come erano  elaborate le creazioni pittoriche di Perelda, dopo quelle iconiche di Ermanno Toso.

Ivano Balestrieri, curatore della mostra con Caterina Toso, definisce questo “pezzo di storia di Murano” come “il magico mondo” nel quale è entrato preso dalla passione con cui Arnoldo, il padre di Caterina, gli parlava della storia e dell’arte dei fratelli Toso  nelle sue visite all’Archivio della vetreria che lui stesso aveva creato. Ed è il titolare dei “Mondo del vetro”, l’organizzazione molto attiva nel settore del vetro artistico e delle “murrine” in particolare.

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Questo il giudizio che viene dalla sua sperimentata competenza: “L’eleganza dei colori, i colori vivaci delle opere, le tecniche innovative adottate dai maestri della Fratelli Toso, hanno aiutato la vetreria  a divenire parte integrante della storia del vetro veneziano, anticipandone e influenzandone l’evoluzione”.  Dal giudizio altamente positivo e dai contatti con l’Archivio l’idea della mostra, prontamente accettata da Caterina.

Una mostra itinerante che nel 2018 ha fatto già tappa a Pavia e a Novara, e ora approda a Roma, è di tipo cronologico, relativa al periodo 1930-80, per ricostruire la storia della vetreria, anche con i disegni, le foto e i documenti dell’archivio, collegata all’evoluzione del gusto nel mezzo secolo considerato, e con anticipazioni dell’evoluzione successiva. E’ la storia di una produzione artistica italianissima e insieme la storia di una grande famiglia nella quale ai designer più celebrati si sono aggiunti maestri vetrari che hanno dato corpo alla loro arte grafica e pittorica.

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Sono esposti pezzi unici o in serie limitate, realizzati con tecniche e impostazioni diverse a seconda dei singoli autori, con la “murrina” protagonista indiscussa. Riguardo alla compresenza di innovazione e tradizione così Balestrieri: “Nelle opere di Ermanno Toso, Pollio Pereida e Robert Wilson troviamo una nuova modernità, ma alla base delle loro ricerche  e sperimentazioni artistiche emerge sempre la tradizione della vetreria”.

Conclude così: “La mostra è uno spaccato di storia di una delle più importanti vetrerie della storia di Murano che ci permette di fare un importante viaggio nel magico mondo del vetro veneziano”. Abbiamo fatto questo viaggio nella visita guidata con lo stesso Balestrieri e Caterina Toso, cercheremo di ripercorrerne alcuni tratti salienti dando conto delle opere esposte con quello che evocano al visitatore comune.

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Una carrellata sulle rutilanti “murrine” esposte

Raggruppati nelle vetrine, sopra a due di esse delle foto d’epoca, i pezzi esposti mostrano la continua evoluzione stilistica della produzione, dalla severità classica iniziale acromatica alla vivacità crescente di Ermanno Toso e al pittoricismo cromatico di Pollio Perelda, fino allo schematismo di autografato di Robert Wilson e il classicismo in forme nuove di Rosanna Toso. Seguiamo questi quattro designer nelle opere realizzate dai maestri vetrai sui loro  disegni creativi

L’inizio è con le opere di Ermanno Toso a partire dal  1934, e  fino al 1940 vediamo vasi opachi, in qualche caso con foglie d’argento: i nomi, da “Vaso pulegoso” a “Vaso a Spire”  o “A fasce Argento”; poi,  nel 1949  il “Vaso Kiku sommerso” con le margherite dai petali bianchi, rosse al centro, su fondo blu,  introduce forme floreali e colore; nel “Vaso Terrazzo” del 1952 il fondo blu è quasi interamente preso da conformazioni chiare che richiamano le meduse, mentre nel “Vaso Nerox Stellato” nel 1953 prevale il fondo violaceo sulle pochissime  formazioni floreali sparse.

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Il 1953 è  l’anno in cui irrompe il pittoricismo cromatico di Pollio Perelda, vediamo un  “Vaso Stellato” nella tradizionale forma allungata e un altro insolitamente sferico dalla piccola apertura tonda in alto, con formazioni a raggiera che sembrano fluttuare.  La ventata cromatica non poteva non estendersi  sulle opere successive.

Con  Ermanno questo avviene gradualmente. Nel 1954, un altro “Vaso Kiku” presenta i petali bianchi che occupano l’intera superficie blu senza altri colori, e i “Vasi millerighe” sono in un bordeaux molto scuro oppure a fasce alternate. Ma dal 1955 il colore trionfa, prima nei due “Vasi Kiku Murrine Sparse” uno sul rosso l’altro sul celeste molto intensi con rare decorazioni  sempre stellate; poi in una serie di opere tipo “Vaso Kiku”, ne vediamo 3 con l’attributo “Redentore” che nel cromatismo più acceso e variegato ripropongono le  formazioni a margherita del “Vaso Kiku Sommerso” del 1949. Così il “Vaso Nerox Redentore” del 1956 è in continuità ideale con  il “Vaso Nerox Stellato” del 1953, nel fondo violaceo con rare  formazioni circolari.

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Ritroviamo Perelda  con un cromatismo diverso nei “Vasi a fasce” del 1958, tre fasce cromatiche orizzontali su fondo scuro nello stesso anno torna il suo “Vaso Stellato”  ma con formazioni artisticamente commiste rispetto alla precisione del 1953, fino al “Vaso farfalle” e al “Vaso Zebrato”, entrambi del 1962 in cui scompaiono le formazioni nel trionfo del  colore. Una eccezione il  “Vaso Cattedrale” del 1957, Perelda non si è ispirato alle vetrate policrome  e ne ha dato una versione austera con delle formazioni blu tra contorni celesti su fondo nero intenso; anche qui, come nel “Vaso Stellato”, una variante, ora semisferica nelle stesse tonalità molto scure. L’ultima sua opera esposta è del 1964, nel “Vaso Marmorino”non più commistione di colori, ma forte  dominante arancione con forme fluttuanti rosse e pochi motivi ornamentali.

La nostra staffetta continua, torna Ermanno Toso con delle sorprese: Due “Bottiglie Murina Boboli”  dal collo stretto e lungo, e un “Bicchiere Murina Boboli”, del 1959-61,  che segna un ritorno all’antico nella cristallina trasparenza del vetro ma nel contempo è un salto in avanti nella modernità con i centri concentrici quasi dei bersagli policromi.

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Nello stesso periodo, con una piccola sfasatura temporale, vediamo 5 “Vasi Foglie” del 1957-62,  3 sul rosso-arancio-verde, uno sul giallo-blu dove i motivi ornamentali ispirati alle venature e alle forme delle foglie tendono a scomporsi ma senza perdere la conformazione per dissolversi nel colore.  Questo avviene nella parte inferiore del “Vaso Kiku Liberty” del 1960 mentre nella parte superiore i motivi ornamentali, sempre a raggiera,  restano delineati con precisione.

Con la metà degli anni ’60 si arresta la sfilata di opere di Ermanno il quale nel 1962 ci dà nuove sorprese. La  “Bottiglia Nerox a Petoni”, se ha la forma simile alle “Bottiglie Murano Boboli” del 1959-61,  se ne differenzia nettamente: nessuna trasparenza, ma un cromatismo intenso e contrastato nelle formazioni di tipo geometrico che ne ricoprono la superficie. Invece cromatismo omogeneo in unico colore nei 3 “Vasi Murrine a Spirale”, con leggeri motivi circolari di colore arancio, viola  verde che spiccano sul fondo più chiao al punto di apparire monocromatici.

Ma non è un punto di arrivo: nello stesso 1962 i 2 “Vasi Nuvole”  hanno una superficie variegata ma senza colore, e, infine, nel 1964 con il “Vaso Murrine Lattino” tornano le formazioni circolari altrettanto senza colore.  E’ come se si sia voluto così chiudere il cerchio della sua vita artistica.

Resta da ricordare la presenza tra i designer di Robert Wilson, di cui sono esposti 2 “Vasi Murrine Wilson”, fondo unito verde chiaro e granata, con sparsi motivi ornamentali costituiti da W, l’iniziale del cognome è il sigillo della serie, in onore della sua collaborazione di  molti anni. E, per concludere, il segno lasciato da Rosanna Toso, di cui abbiamo già detto che fu l’ultima direttrice artistica fino allo scioglimento del 1980.

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Lo troviamo rilevante perché, sempre nelle opere esposte, non è da poco il passaggio dal “Vaso Contrasto” del 1968, molto scuro, con lo stesso effetto, pur nella forma diversa, del “Vaso Cattedrale”di Perelda,  al “Vaso Masso” e “Piatto Masso” del 1969, fondo bianco luminoso, quasi ceramica, con delicate stilizzazioni floreali dal cromatismo netto ma discreto, evocano il “mazzo” di fiori che, nel dialetto veneziano, dà il titolo a questi oggetti veramente eleganti e raffinati. Come lo sono i 2 “Vasi Foglie”, che non hanno nulla del cromatismo  intenso di quelli creati da Ermanno nel 1957-62, fondo quasi trasparente con le foglie delineate in forme dalle tinte delicate, pur se evidenti.  Siamo nel 1970, l’attività della fabbrica continuerà per un decennio, con slancio e spirito creativo.

Dalla Collezione dei vetri storici all’Archivio

Prima di approdare  a Roma, alla  “Casina delle Civette”,  questa  mostra itinerante  nel 2018 ha fatto già tappa a Pavia e a Orta san Giulio in provincia di Novara,  L’esposizione di tipo cronologico ci ha consentito di ripercorrere, attraverso le opere più significative,  l’evoluzione del gusto e della sua espressione nel periodo più significativo, il cinquantennio 1930.80. Ma per una ricostruzione completa ci sono anche i disegni, le foto e i documenti dell’archivio, con i quali si possono approfondire i particolari dell’attività creativa e produttiva, dal talento dei “designer” alla abilità dei maestri vetrai che hanno dato corpo alla loro arte grafica e pittorica.

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Nella Collezione Toso, i designer e maestri hanno lasciato il segno della loro eccellenza non solo nei prodotti finali, ma nel  ricchissimo materiale preparatorio, costituito da oltre 30.000 disegni numerati in ordine cronologico e da migliaia di fotografie, da cataloghi e altri documenti di vita aziendale  con cui si possono ricostruire le diverse fasi del processo creativo,  dall’ideazione alla progettazione fino alla realizzazione, oltre che certificarne il valore. Un archivio che si deve alla passione di Arnaldo Toso, il quale ha capito che conservando le molteplici espressioni dell’attività svolta ne veniva valorizzato il patrimonio storico e artistico 

E’ questa l’importanza degli archivi, come sostiene con forza Fabrizio Russo, titolare della gloriosa galleria romana nei pressi di piazza di Spagna, che ha contribuito e concorre tuttora all’Archivio Cambellotti, il grande artista designer e non solo; non era il vetro ma la ceramica il materiale preferito per le opere non pittoriche e grafiche, tuttavia le vetrate  realizzate sui suoi disegni, che hanno fatto diventare la “ Casina delle Civette” Museo della vetrata Liberty,  lo qualificano anche in questo campo, nel quale le sue creazioni furono di altissimo livello, oltre agli altri in cui eccelse.

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La mostra itinerante, alla sua terza tappa romana, celebra, quarant’anni dopo, la saga di una famiglia di designer, allargata ai maestri vetrai. Le loro opere danno lustro al “made in Italy” che unisce l’artigianato di eccellenza al raggiungimento di un elevato livello artistico in un campo così particolare ed evocativo come quello del vetro veneziano, Murano e le sue splendide “murrine”.

La mostra itinerante, alla sua terza tappa romana, celebra, quarant’anni dopo, la saga di una famiglia di “designer”, allargata ai maestri vetrai. Le loro opere danno lustro al “made in Italy” che unisce l’artigianato di eccellenza al raggiungimento di un elevato livello artistico in un campo così particolare ed evocativo come quello del vetro veneziano, Murano e le sue splendide “murrine”.

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Info

Casina delle Civette,   Musei di Villa Torlonia, via Nomentana 70, Roma. : Da martedì a domenica ore 9.00-19.00, la biglietteria, presso il Casino Nobile,  chiude 45 minuti prima; lunedì chiuso.  La mostra è parte integrante della visita alla “Casina delle Civette”. Ingresso intero 6 euro, ridotto 5 euro, per i cittadini residenti a Roma  1 euro in meno.  Tel.  06.0608,  http://www.museivillatorlonia.it.  Catalogo: “La Fratelli Toso: i vetri storici dal 1930 al 1980”, “Il Mondo del Vetro”, maggio 2018, pp. 140, formato 21 x 30; dal Catalogo sono tratte le citazioni del testo. Per i due artisti citati cfr.  i nostri articoli, in questo sito  Cambellotti, aprile 2019; in www.arteculturaoggi.com, “Annalia Amedeo, porcellane artistiche nelle “sinestesie” alla ‘Casina delle Civette'” 30 novembre 2017; nel sito ora citato, per i romanzi sulle imprese familiari,  “Ceccarelli. I Martini e i Gianselmi, storie aziendali e lezioni di vita” 14 gennaio 2017.

Foto

Le immagini sono state  riprese da Romano Maria Levante nella “Casina delle Civette” alla presentazione della mostra, si ringrazia la direzione, con i titolari dei diritti, in particolare Caterina Toso,  per l’opportunità offerta. Nel testo le immagini delle vetrine sono state inserite cercando di rispettare in linea di massima la sequenza in cui le opere in esse contenute sono citate nel testo; tra loro, 5 immagini di opere singole, tratte dal Catalogo.  In apertura, un angolo della mostra, 4 vetrine con sopra una foto storica e un disegno dell’Archivio; seguono, Ermanno Toso, “Vaso Terrazzo” 1952, e “Vaso a Fasce Argento”” 1934, con 3 tipi di “Vaso Pulegoso” 1940; poi, Ermanno Toso, “Vaso Kiku Sommerso” 1949, con “Vaso Nerox” e “Vaso Terrazzo” 1952, e Pollio Perelda, “Vaso Stellato” 1953; quindi, Pollio Perelda, 2 tipi di “Vaso Stellato” 1953, con Ermanno Toso, 2 tipi di “Vaso Millerighe” 1954, ed Ermanno Toso, 3 tipi di “”Vaso Kiku Redentore” con un “Vaso Nerox Redentore” 1956; inoltre, Ermanno Toso, “Vaso Kiku Redentore” 1956,

e “Vaso Stellato” 1953, con “Vaso Kiku” 1954, 2 tipi di “Vaso Kiku Murrine Sparse” 1955; continua, “Vaso Foglie” 1957-62, e 5 tipi di “Vaso Foglie” 1957-62; prosegue, Robert Wilson, 2 tipi di “Vaso Murrina Wilson” 1958-59 con Ermanno Toso, Vaso Kiku Liberty” 1960 e “Bottiglia Nerox a Petoni” 1962, e “Vaso Murrina Wilson” 1958-59; poi, Pollio Perelda, “Vaso Farfalle” con“Vaso Zebrato” 1962 più Ermanno Toso, 2 tipi di “Vaso Nuvole” 1962, ed Ermanno Toso, “Vaso Kiku Redentore” 1956, e 3 tipi di “Vaso Murrina a Spirale” 1962, con 2 tipi di ““Vaso Murrine Lattimo” 1964, Pollio Perleda, “Vaso Marmorino” 1964 e Rosanna Toso, 2 tipi di “Vaso Contrasto” 1968; poi, Pollio Perelda, 2 tipi di “Vaso Cattedrale” 1957 con “Vaso a Fasce” 1958 ed Ermanno Toso, “Vaso Foglie” 1957-62; quindi, Pollio Perelda, “Vaso Stellato” 1958 con 3 tipi di “”Bottiglia Murrina Boboli” 1959-61, eRosanna Toso, “Vaso Foglie” 1970; infine, dall’Archivio un campionario per le “murrine”; come la tavolozza del pittore, in chiusura, un angolo della mostra con 4 vetrine.

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17 commenti

  1. Cosa volete che vi dica?!… Armando Zuffi prima di essere un eccezionale maestro nel suo lavoro era una persona incredibilmente dolce ed affettuosa. Era mio nonno.

    1. Toccante questo intenso “amarcord” di Andrea, nipote di Armando della dinastia Zuffi, strettamente affiancata alla dinastia Toso in quel “made in Italy” che alla creatività artistica ha unito una straordinaria maestria artigianale in un mix di eccellenza che fa onore al nostro paese.

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