11 settembre 2001, 3. Dalle Torri Gemelle al deserto di detriti e vittime innocenti

Siamo alla 3^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’infernale cataclisma abbattutosi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 per mano umana, anzi disumana; è tratta anch’essa dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, nel quale si rivive il terribile evento in “diretta” con un personaggio del libro che vi ha partecipato passando dall’angoscia e dalla disperazione, all’impegno nei soccorsi e alla presa di coscienza finale di mobilitarsi anche rischiando la vita contro terroristi che minacciano le nostre civiltà oltre alle nostre vite. In questa puntata, dalla “spada di Damocle” del secondo crollo, poi avvenuto, alla tragica “suspence” degli altri attatcchi, al Pentagono e forse alla Casa Bianca, fino allo sgomento per la perdita di qualcosa di irripetibile e soprattutto al dolore inconsolabile per le vittime innocenti, 2.750 incolpevoli civili, 343 eroici vigili del fuoco. Le immagini mostrano il vuoto lasciato dalle torri crollate, e la devastazione di detriti con i vigili del fuoco come formiche smarrite cui è stato distrutto il nido e che stentano a recuparare una dimensione umana.

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Il deserto di detriti dov’erano le Torri Gemelle

“… Vengono fatti arretrare, il campo di battaglia è percorso incessantemente da vigili del fuoco e da poliziotti sui mezzi di soccorso e a piedi, Paul a poco a poco si riprende, vede un gruppo di colleghi che si sta riorganizzando e vuole raggiungerli. Resiste ai tentativi di fermarlo, si unisce  a loro. Torna a fare il vigile del fuoco di New York in prima linea, e intanto affida Jane alle unità che assistono i sopravvissuti.

Figure coperte di polvere e sangue continuano ad aggirarsi come fantasmi, Ci si prepara  al peggio.

-E’ crollata una delle torri, l’altra ha subito un colpo della stessa entità, ci si rende conto del pericolo? Si chiede Johnny con una stretta al cuore. In questa tragica confusione lo sgomento può prevalere sulla ragione, sull’intelligenza. E non far capire che anche la seconda torre può crollare seguendo la sorte che qualche volta unisce i gemelli fino all’esito funesto.

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Vorrebbe correre a gridarlo a chi presta i soccorsi per fronteggiare gli effetti catastrofici della valanga. Ha fatto una riflessione.

-Per i soccorritori il rischio è altissimo. Il crollo è sopraggiunto trascorsa un’ora dallo scoppio iniziale sulla Torre Nord seguito dopo un quarto d’ora dall’esplosione  sulla Torre Sud. Potrebbe ripetersi da un momento all’altro!

Nel riflettere sul pericolo incombente non pensa che è crollata proprio la Torre Sud, quella colpita dal secondo aereo. Un assurdo nell’assurdo.

Il dilemma angoscioso lo tormenta. Si sente impotente, cerca di reagire.

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-Può essere imminente il crollo dell’altra torre o verificarsi molto più tardi. Oppure non verificarsi mai, s eil gemello resisterà. Ed io cosa posso fare di più? Avvicinarmi no, devo aspetatre.

Rimane immobile, paralizzato nell’attesa. Gli scorrono nella mente immagini recenti, vi si immerge per dimenticare il presente.

-Nell’opuscolo illustrativo erano citati coloro che hanno sfidato le torri, e io ripensavo agli ardimentosi del Niagara dei quali mio padre mi parlava quando ero piccolo trasformando in favole le loro imprese. Per primo un francese ventiquattrenne si spostò diverse volte dalla Torre Nord alla Torre Sud su una fune di quaranta metri stesa a quattrocento metri di altezza, mantenendosi in equilibrio aiutato solo dalla sbarra bilanciata  con le braccia davanti al corpo. Successivamente giovani americani si sono lanciati con il paracadute e l’hanno scalata con le ventose lungo le intercapedini della facciata. Tutto è avvenuto sulla Torre Nord.

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Anche nel Niagara le cascate sono due, ma gli ardimentosi si sono cimentati su quella canadese dell’Horseshoe. Perché penso questo, per cullarmi all’idea che sarebbe sufficiente la Torre Nord? Non si tratta di un organo che subentra all’altro  per il raddoppio di alcune funzioni del corpo umano. Tuttavia, dinanzi all’avvenuta dissoluzione della Torre Sud, è l’ultima speranza a cui aggrapparsi. Sì, spero che almeno la Torre Nord resista, lo spero con il cuore e con l’anima!

Il tempo non passa mai, è la gente che passa spostandosi in un frenetico andirivieni. Johnny non se la sente di muoversi, lo tiene fermo in presentimento.  Chiude gli occhi per scacciarlo, ora le immagini della sua mente diventano liete e festose, immerse nella consueta normalità. E cerca di non pensare che è stata sfregiata in modo irrimediabile dall’azione più infame.

Nella Plaza, dove sono le torri, inizia un itinerario pieno di sorprese. Si attraversa il ponte coperto per raggiungere il World Financial Centre e il palazzo di cristallo del Winter Garden dalla struttura curvilinea che contrasta con la verticalità della vicina Torre Nord, quindi si passeggia sul lungofiume  dell’Hudson fino a Battery Park. Al ritorno si percorre un secondo ponte coperto passando nelle stradine che sfociano in Wall Street per approdare di nuovo al World Trade Center. In un microcosmo di caffè e ristoranti, ritrovi e negozi, boutique e bazar, l’ambiente ideale per curiosare, fare shopping, divertirsi.

-Oddio, sto delirando, tutto è stravolto, sfigurato, la Torre Nord è in fiamme, la Torre Sud non esiste più. Hanno strappato il cuore a un mondo sereno nel quale il lavoro si mscolava al divertimento in una gioia di vivere contagiosa.

Reagisce adoperandosi per aiutare chi si trova nei pressi, anche se non può far altro che mettere in guardia dal rischio incombente. Meglio così che abbandonarsi a un’attesa inerte quanto angosciosa.

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Quasi tre quarti d’ora sono trascorsi dal crollo, li ha vissuti in una sorta di apnea, sostenuto prima dall’ossigeno dei ricordi, ora da una presenza attiva. Ed ecco improvviso il boato, la valanga. Si riproduce la catastrofe, un replay del terrore. Un nuovo inferno si spalanca.

L’onda d’urto non lo coglie di sorpresa con gli altri intorno a lui. Non servono tuffi da “Rambo”, si sono messi al riparo per tempo.

-Quante saranno le vittime? torna a chiedersi. Nel World Trade Center lavorano cinquantamila persone, e ventimila frequentano la zona per i motivi più diversi.  Il numero dei presenti varia a seconda dell’ora. Fortunatamente era presto per lo shopping e la visita alle Torri Gemelle, il microcosmo della Plaza non si era ancora affollato  di gente  e molti impiegati non erano arrivati in ufficio. Quanti saranno stati dentro le torri, ventimila, trentamila? E quanti sono riusciti a venirne fuori prima del crollo?

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Si muove con gli occhi fissi nel vuoto spettrale  riempito di fumo. Dalla bocca gli escono aprole smozzicate.

-Le Twin Towers si sono dissolte, non esistono più, il “Titanic” si è inabissato con i due fumaioli inghiottito dal mare. Cioè dalla terra.

Non riesce a connettere, l’angoscia lo attanaglia. Pensando a coloro che lavoravano nella Torre Nord rivede i volti che ha incontrato nelle riunioni, quelli che ha conosciuto Non si dà pace.

-Con loro avrei dovuto dividere il lavoro, la vita, e ora forse la morte, se non fosse cambiato il programma e le circostanze non mi avessero portato in un altro grattacielo, con il rammarico che era meno prestigioso delle torri!

Finora ha prevalso lo spirito del buon samaritano che aiuta chi ne ha bisogno e non distingue tra gli amici e il prossimo, le persone conosciute e gli estranei. Adesso è assalito dalla preoccupazione per i colleghi dei quali non sa nulla.

Una radio gracida notizie sconvolgenti.

-E’ l’apocalisse! ripete incredulo  ai vicini. Se ho capito bene, un terzo aereo si è schiantato  sul Pentagono seminando terrore e morte, e un quarto apparecchio è scomparso per una missione suicida, si teme addirittura contro al Casa Bianca o il Campidoglio. Il Presidente è in volo per una destinazione ignota. Gli uffici pubblici evacuati, le alte cariche dello Stato condotte in località segrete.  Che ne sarà della convivenza umana se un terrorismo folle e sanguinario può sconvolgere la maggiore potenza mondiale abbattendone i simboli, scompaginando l’esistenza dei suoi cittadini e delle istituzioni, seminando lutti inenarrabili con una orribile strage? Dobbiamo assistere impotenti alla vittoria di Satana e al trionfo delle forze del male?

Quasi fosse il temuto ed esorcizzato da sempre day after, Johnny nell’atroce hour after si aggira alla ricerca dei colleghi come dopo un attacco nucleare- Non ci sono più i due fumaioli e la bocca del vulcano non si staglia nel cielo. Il cumulo di macerie erutta fumo, lava e lapilli, sembra l’entrata dell’inferno. L’inferno newyorkese, peggiore dell’inferno dantesco.

Nella sua peregrinazione riceve notizie che lo confortano.

-I vigili dicono che il primo aereo ha colpito al Torre Nord sopra il novantesimo piano, è stato possibile evacuare dalle scale di emergenza i piani sottostanti dov’erano i suoi colleghi. Mentre per la Torre Sud l’impatto è avvenuto più in basso, tra il sessantesimo e il settantesimo piano, ma lì non ci sono nostri uffici.

Poi avrà riscontri diretti, tutti positivi.

-Si sono salvati venendo giù per centinaia e centinaia di scalini, grazie a Dio! Esclama . Hanno incrociato la colonna di vigili del fuoco che saliva fino a raggiungere il cielo degli eroi. La striscia gialla fosforescente delle divise puntava impavida verso l’alto al richiamo del dovere, la striscia nera  e bianca con le macchie di colore degli abiti e delle camicie rotolava verso il basso dov’era la sospirata salvezza!

Adesso si ferma, per loro non c’è più da preoccuparsi. Per il resto si è in piena emergenza, l’inferno non è finito. Si spalancano nuovi gironi, le fiamme divorano i palazzi vicini alle torri, evacuati appena la tragedia si è manifestata. Anch’essi si sono dimostrati giganti dai piedi di argilla, castelli di carta tra nuvole di fumo nero.  Tre crollano rovinosamente, altri quattro parzialmente, sette vengono gravemente danneggiati e altri sette subiscono danni alle strutture.

Un massacro nell’area di sessantaquattromila metri quadrati del World Trade Center. L’epicentro dello spaventoso terremoto provocato dall’infamia umana è nella Plaza, la spianata di ventimila metri quadri tra le torri con al centro la fontana e la grande scultura sferica di bronzo alta più di otto metri a fare da rilucente contrappunto alal verticalità degli edifici. Un’area più vasta della Piazza San Marco di Venezia, in una zona ricca di richiami culturali e manifestazioni artistiche con mille attrazioni, nel cuore dell’affascinante tour tra il Financial District e Battery Park, l’Hudson e la Statua della Libertà. Vede che la sfera di bronzo, risparmiata dalla distruzione, è rotolata a terra nella polvere, una metafora desolata dei sopravvissuti.

-E le vittime? Si chiede. Le figure  riemerse dall’inferno sono stravolte, lacere, coperte di polvere. Dove saranno i feriti che si possono salvare se si arriva in tempo? Sono sepolti vivi nelle rovine dov’erano le torri? Com’è possibile che non ce ne siano, mentre nell’attentato all’autorimessa sotterranea che uccise sei persone furono più di mille? E com’è possibile che tutti quelli che non sono venuti fuori con le proprie gambe  siano morti, disintegrati dal calore smisurato e dall’immenso peso dei cento piani crollati in una sequenza terrificante? Si deve cercare, cercare, cercare, scavare, scavare, scavare senza sosta anche con le mani nude. Va tentato il tutto per tutto. “Spes contra spem” diceva mio padre per i tentativi disperati.

Un tentativo disperato lo fa impegnando snella spasmodica ricerca di un segno di vita insieme ai vigili del fuoco che mai sono stati colpiti così pesantemente. La freddezza professionale che mostrano nelle missioni pericolose, immortalata nei film catastrofici, ha lasciato il posto a un’umanità sfigurata e smarrita.

Il comandante non potrà lanciare gli ammonimenti con cui il capo dei pompieri nell’”Inferno di cristallo” chiudeva la catastrofe cinematografica, ben più modesta di questa biblica fattasi realtà. E’ tra i caduti, ha voluto condividere la sorte dei suoi uomini gettandosi di nuovo nella bocca dell’inferno dopo esserne uscito per organizzare i soccorsi. Il suo nome è Peter Ganci, un eroe!   Sacrificatosi alla testa dei trecentoquarantatre vigili del fuoco caduti nella tremenda giornata, novello Leonida alle Termopili. Ne ha condiviso la sorte il coraggioso cappellano. Sarà accertato che, come fu per il gesto epico dei trecento spartani, il loro sacrificio ha salvato molte migliaia di persone presenti nelle torri, venticinquemila ne sono uscite incolumi.

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Duemilasettecentocinquanta purtroppo non risponderanno all’appello, si sono dissolte nel nulla: con i loro volti, le loro storie, le loro speranze, i loro sogni, la loro vita. Lasciando un vuoto incolmabile nelle migliaia di famiglie gettate all’improvviso nel lutto e nel dolore nel modo più tragico. Duemilasettecentocinquanta: un numero che esprime la spaventosa misura della tragedia umana, una catstrofe le cui dimensioni fanno venire i brividi.

Erano due torri imponenti, alte quattrocentoquindici metri, con facciate di sessanta metri di lato, centodieci piani, oltre cento ascensori superveloci ciascuna, ventitre express e gli altri locali. Non si vedrà più nel cielo la trapunta delle quarantatremila piccole finestre di cinquantacinque centimetri. I ventimila metri quadri di vetri, che sarebbero bastati per gli infissi di tremilaseicento case, si sono sbriciolati nel disastro. Sono spariti per sempre insieme alla miriade di riquadri delle strutture verticali, più ampi al culmine, e agli archi ogivali della parte più bassa, che all’ingresso ingentilivano la linearità delle forme con una variante delicata dal sapore delle “mille e una notte”. I venti metri di profondità delle fondamenta sino serviti solo a marcare visivamente la voragine scavata nel cuore pulsante della metropoli con il cratere che si è aperto dov’erano le torri.

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Sono i numeri che ne hanno contrassegnato la fama mondiale  oggi rappresentano la misura tangibile dell’immane orrore e dello sgomento dinanzi a una perdita incommensurabile.    

Johnny rivolge un pensiero al progettista, morto nel 1986.

L’architetto giapponese che le ideò aveva studiato nelle università di Washington e New York e lavorato nello studio dove, prima degli anni trenta, era stato progettato l’Empire State Building, Minoru Yamasaki, espressione del “melting pot” che dà forza allo spirito di iniziativa degli americani, concepì il progetto nel 1962 ispirandosi, nelle partizioni geometriche, nelle fasce portanti e nelle pareti di vetro, allo stile di Mies van der Rohe e di le Corbusier, e gli diede forma nel 1964 scegliendo tra un centinaio di modelli predisposti per prova. I lavori iniziarono nel 1966, il complesso fu inaugurato nel 1973 ma venne utilizzato fin dal 1971.

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E’ una riflessione che si spinge al di là dei dati da record delle torri, divenute un unicum in dimensioni e tecnologia. Gli torna lo sgomento, per un  po’ stemperato ripensando ai particolari snocciolati dalla memoria.

-Yamasaki attribuiva agli edifici un significato emblematico, ben al di là della pur prestigiosa funzione di ospitare le strutture direzionali del commercio.”Poiché il commercio mondiale significa pace mondiale, il World Trade Center deve diventare la rappresentazione vivente della fede dell’uomo nell’umanità, del suo bisogno di dignità individuale, della sua fiducia nella cooperazione e, tramite quest’ultima, della sua capacità di trovare la grandezza. E’ un simbolo della dedizione dell’uomo alla pace universale”.

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Che siano state le sue parole, in risalto nell’opuscolo informativo,  da far scattare il disegno diabolico? A far prendere a bersaglio della furia distruttiva non solo l’America ma i simboli del bene assoluto, a livello individuale e collettivo, la rappresentazione vivente dei valori della civiltà? La fede  e l’umanità, la dignità e la fiducia, la cooperazione e la grandezza, la pace universale? Se è così, le forze del male sono tanto inesorabili da stroncare ogni possibilità di resistere? Nella lotta tra il bene e il male, mi hanno insegnato, alla fine trionfa sempre il bene. Che accadrà ora?

Il cinema è attento a riprodurre il sentimento diffuso, e nell’hollywoodiano “happy end” di regola il malvagio viene battuto e punito in modo esemplare. 

-Se il malvagio è il male assoluto, se Satana ha rivelato la sua potenza infernale, chi potrà batterlo? si chiede ancora. Se per “King Kong” e “Godzilla”arrampicati sulle Torri Gemelle servivano l armi degli elicotteri, la mitraglia e i fucili, quali armi potranno battere un potenza diabolica?

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Medita la risposta, da manager abituato a reagire alle minacce senza indulgere a leccarsi le ferite. Sta recuperando questa facoltà e insieme l’istinto, sente tornare il coraggio.

-Occorre reagire e lottare, sconfiggere il male  con tutti i mezzi. Sono pronto a rischiare la vita. Del resto, non l’ho rischiata oggi? Nel mio grattacielo che poteva venire ugualmente colpito, e in strafa al primo crollo?

Un pensiero lo assale all’improvviso. Finora ha vissuto il dramma  che si svolgeva sotto i suoi occhi, con l’umanità dolente da aiutare  e i colleghi in pericolo, quasi fosse solo al mondo.

-Ho una famiglia, dentro si me non l’ho dimenticato, ma che potevo fare?  Dove sarà Lina che stamane doveva partire in aereo per raggiungere daddy e mamy in vacanza in Italia? Gli aerei utilizzati dai  maledetti kamikaze sono delle linee interne, nessuno ha parlato delle linee internazionali. Per fortuna dovrebbe essersi imbarcata a Toronto, quindi è escluso che fosse a New York e potesse trovarsi nelle Twin Towers.

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Cessato allarme, ha riflettuto che i genitori sono al paese e la sorella o è in viaggio per l’Italia oppure è ancora in Canada.

-Saranno molto preoccupati, pensa. Chissà se stanno cercando di chiamare? Le linee telefoniche sono saltate, capiranno. Telefonerò appena possibile. Forse stasera, adesso è inutile tentare.

Quando potrà avere la linea, dalla pensione di Pietracamela  con l’insegna dell’”Antica Locanda” riceverà l’abbraccio del padre, che trema di paura sapendo che l’ufficio del figlio è a pochi isolati di distanza dalle torri e vi si reca spesso per incontri e riunioni, l’abbraccio della madre  e della sorella. Lina era salita a Toronto sull’aereo per l’Italia e ora è al paese con i genitori che sono andati  a prenderla all’aeroporto di Pescara”.

Continua...

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Info

Si tratta della 3^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 3^ parte sopra riportata è alle pp. 332-338. La 1^ parte è uscita, su questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni dall’evento, la 2^ il 13, l’ultima seguirà il 17 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non sono più alternate le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e il lugubre pennacchio di fumo con quelle dei vigili del fuoco come nelle 2 puntate precedenti, al posto delle torri ci sono detriti e polvere, e i vigili del fuco sono immersi in questo allucinante deserto di morte come formiche smarrite, nelle ultime 6 immagini tornano nella loro dimensione umana. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: tag43.it, famigliacristiana.it, vanityfair.it, rainews24.it, sportsenators.it, wakeupnews.eu, notizie.tiscali.it, repubblica.it, sanpietroperugia.it, lefotografiechehannofattolastoria.it, ilsole24ore.com, huffingtonpost.it, tpi.it, lettoquotidiano.it, ilsussidiario.it, mondodimisteri.altervista.org, ilgiorno.it, famigliacristiana.it, ildigitale.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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3 commenti

  1. Siamo alla 3^ puntata, ancora con 20 foto ma diverse, quasi tutte con un “deserto” di detriti, solo le ultime con i pompieri in riferimento anche alle “vittime innocenti”, qualificate giustamente tali per la vera stagione dell’infernale cataclisma abbattutosi sulle Torri Gemelle.
    Ci si rende conto che anche la seconda Torre potrebbe crollare ma l’opera dei pompieri è incessante anche con 343 perduti eroicamente e con 2750 vittime incolpevoli nella devastazione dei detriti che risulta dalle foto lasciando percepire la realtà dell’accaduto.
    Si riflette sul pericolo per i soccorritori, ci si rende conto dell’impotenza di agire e si spera che la seconda Torre non cada, il nostro Johnny è tenuto ferma dal presentimento.
    Si reagisce cercando di dare aiuto anche se si riesce solo ad avvisare del rischio incombente dopo tre quarti d’ora trascorsi dal crollo.
    Johnny pensa, si fa domande, cerca ed anche riesce a restare senza essere preso dallo sconforto, perché vuole essere utile in un momento di bisogno di tanti.
    Di chi ha perso persone care, di chi le cerca ancora senza avere notizie certe, c’è in lui la voglia, il bisogno di continuare a sperare nel non sentire crescere il numero dei dispersi e delle vittime,
    Da persona umana ed anche religiosa, quale sicuramente è, vorrebbe non raccontare fatti terribili che pure si presentano in tutta la loro realtà.
    Johnny si aggira alla ricerca dei colleghi, cerca notizie, poi avrà riscontri positivi con tanti feriti che riusciranno a salvarsi dai cento piani crollati in una sequenza terrificante.
    Migliaia di famiglie “gettate” nel lutto e nel dolore è l’esperienza che colpisce di più e con “Continua:::” alla 4^ ed ultima puntata.

    1. Francesco nella sua sensibilità, cui si aggiunge un’evidente maestria espositiva, è riuscito a rendere con poche parole il pathos della vicenda nei suoi momenti di maggiore tensione, entrando nella psicologia del personaggio quasi lo seguisse da vicino con un radar invisibile: è l’immedesimazione che Francesco sente dentro di sè e la esprime in una sintesi che fa risaltare ulteriormente l’umanità del personaggio e la sua propria umanità. Il “continua alla 4^ ed ultima puntata” con cui si conclude il suo commento è un invito ai lettori che ringrazio Francesco di aver rivolto coinvolgendoli nelle sua appassionata rievocazione.

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