Ceccarelli, il nuovo romanzo per dire “Oggi sono migliore”

di  Romano Maria Levante

E’ il terzo libro di  Piercarlo Ceccarelli, ispirato a una vicenda vera, che si propone, come i primi due del 2014 e del 2016, di penetrare  nel mondo delle imprese raccontando le vicende societarie  e umane viste dall’interno attraverso il romanzo, ritenuto la forma più idonea a  rendere ciò che non si può percepire nella letteratura aziendale che l’Autore ben conosce avendo pubblicato molti libri e saggi in tale campo. Perché l’analisi tecnica non può entrare negli aspetti psicologici individuali e nelle dinamiche familiari e di vita,  spesso di maggiore peso degli elementi oggettivi nelle decisioni aziendali.

Vedemmo nei primi due romanzi l’inizio di un nuovo filone narrativo, che chiamammo “Company thriller”, con riferimento ai “Legal thriller” di John Grisham, passato da avvocato a romanziere su temi legali, come anche Piercarlo Ceccarelli lo vediamo passare da alto consulente direzionale a romanziere su temi aziendali.

La copertina del libro di Piercarlo Ceccarelli “Oggi sono migliore”

Il “thriller psicologico” dell’Autore

Abbiamo definito “Company thriller” il filone narrativo di Ceccarelli perché la “suspence” non manca neppure nei suoi romanzi, ma è di tipo molto diverso, giocata sulla psicologia più che sugli eventi. I colpi di scena più che nei fatti, che pure hanno una evoluzione inattesa,  vengono dall’approccio mentale dei protagonisti, per i quali incontri, confronti, riflessioni fanno muovere dall’inconscio reazioni inaspettate, quindi nulla è scontato, tutto è imprevedibile, l’opposto di quello che ci si aspetterebbe nelle storie aziendali.

Come non ci si aspetterebbe di trovarvi le scene d’amore quanto mai coinvolgenti e qualche volta  risolutive, inattese dopo i sottotitoli “Una famiglia, un’azienda leader”,  “Una storia famigliare”  e, nell’ultimo che ora commentiamo, “Una storia  imprenditoriale”, che riteniamo riduttivo essendo “una storia umana” con l’impresa  sullo sfondo più che nei due precedenti dove era più presente nella trama e  soprattutto nel finale.

Un macchinario per la lavorazione del caffè, del tipo di quelli della Sitoc di Riccardo Ferrari

Nella trilogia dei suoi romanzi la famiglia è in primo piano, ma nei primi due  incide anche sulle vicende aziendali, mentre nel terzo certe dinamiche sono già avvenute e se ne sentono solo i riflessi  nella psicologia del protagonista, Riccardo Ferrari, che resta praticamente solo con se stesso, ma non manca di confrontarsi con la ex moglie Ludovica da cui è divorziato e il figlio Edo, la sorella Paola e il padre Edoardo, ma soprattutto con la nuova fiamma Veronica. Di nuovo il confronto tra istinto e ragione, carattere e razionalità, con quel tanto di insegnamento che ne viene per la vita di tutti i giorni, anche se questo possa sembrare sorprendente. 

Ma come, si potrebbe osservare, l’imprenditore ha una vita e un lavoro così peculiari e diversi da quelli delle persone comuni che non si capisce come se ne possano trarre insegnamenti! Se questo è vero, é vero anche che i confronti appena citati determinano scelte di cui si possono misurare gli effetti, per cui è un punto di osservazione privilegiato del quale fare tesoro. Pochi riflettono che nella vita comune ugualmente prima di prendere decisioni rilevanti occorre fare i conti con il proprio carattere, se introverso quindi portato al pessimismo, oppure espansivo quindi portato all’ottimismo. Conoscendolo – e quindi conoscendosi – si possono rimuovere le remore eccessive nel primo caso o frenare i facili entusiasmi nel secondo, evitando di sbagliare, lo hanno insegnato i primi due libri sulla scorta dell’approfondimento fatto nelle vicende aziendali.

Un’immagine di Fornovo di Taro, dove ha sede la Sitoc

Una storia umana

Anche da questo terzo romanzo nascono  insegnamenti, li preannuncia il  titolo “Oggi sono migliore”, mentre i primi due erano intitolati alle famiglie protagoniste, “I Gianselmi” e “I Martini”;  vuol dire che “una storia imprenditoriale” può avere questo sbocco, proprio perché è “una storia umana” tutta imperniata sugli elementi esistenziali piuttosto che su quelli aziendali.

E questo molto più dei due precedenti, come se “il salto di specie”  allontanasse l’Autore  sempre più dalla matrice aziendale: l’opposto del  “richiamo della foresta”, che c’è sempre ma altri sono i richiami che ora ascolta: la parte psicologica sottostante alle dinamiche aziendali riscontrata nella lunga attività di consulenza direzionale – in aggiunta alla proprie esperienze di vita personali – che assume una importanza primaria nel determinare le scelte aziendali, e lo dimostra anche questa volta.

L’ingresso di una villa a Parma, nell’Oltretorrente, dove abita

Non riveleremo la trama per non togliere l’interesse che prende subito il lettore, sebbene non incontra fatti eclatanti, ma si immedesima nel protagonista vivendo con lui le sue stesse emozioni. E neppure ci sentiamo di cimentarci in una critica letteraria che non ci compete, essendo semplici cronisti che, come nelle mostre d’arte ci immedesimiamo nei visitatori, così ora, in questo eccezionale ” excursus”  in un campo che pratichiamo poco, ci immedesimiamo nei lettori di cui siamo parte a pieno titolo dopo la coinvolgente lettura del romanzo.

La prima notazione che viene spontanea è  la capacità della prosa semplice ma incalzante di  fare presa, per cui è difficile separarsi dal libro quando si è cominciato a leggere, e non si vede l’ora di riprenderne la lettura se la si è dovuta interrompere. Ci  si sente presi e nel contempo sorpresi, perché non si tratta di un romanzo giallo o poliziesco costruito per tenere avvinto il lettore tra eventi misteriosi e indagini intriganti, qui tutto è alla luce del sole senza misteri, e allora? Il grande mistero è il protagonista, la chiave della “suspence” la totale, istintiva  immedesimazione con lui.

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L’ingresso di una villa a Montecavolo, dove abita il padre Edoardo

Le descrizioni

Come possa nascere tale immedesimazione non è facile scoprire, ma forse vi contribuiscono due alchimie: la descrizione degli ambienti e dei paesaggi da un lato, la descrizione dei personaggi dall’altro. Entrambe quanto mai minuziose fino al dettaglio che potrebbe sembrare superfluo o ridondante se non dispersivo, mentre invece è l’ingrediente necessario per far sentire il lettore  nei panni del protagonista, è come se vedesse  quello che lui vede con la stessa curiosità di scoprire i particolari in ciò che osserva: sia essa un’altra persona, soprattutto una donna , “osservata” con speciale attenzione, sia un paesaggio.

Queste  le descrizioni di Ludovica,  la ex moglie conosciuta a un’asta benefica delle “signore bene” parmensi, da cui ha divorziato dopo un finale burrascoso, e  Veronica, la nuova fiamma seducente con cui andrà a teatro, in barca e nel rifugio nell’Appennino parmense vicino al lago, ma non alla sua iniziativa benefica per i bambini africani a Parma a Palazzo Soragna, passando per la sorella Paola  e per Giorgia, la vedova del  caro amico imprenditore Gabriele morto suicida; così anche la descrizione del padre e del consulente di direzione Nicola Fabbroli – personaggio fisso, con l’analista aziendale Boninverno, dei suoi romanzi – di Mattia Mora, l’”uomo di Mosca”, tutti descritti con la stessa cura minuziosa di darne i caratteri fisici e soprattutto caratteriali; mentre lui stesso, Riccardo Ferrari, si presenta all’inizio con dovizia di particolari, quasi una radiografia….   

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Un’immagine di Parma, la sua città

Altrettanto la descrizione dei luoghi, dalla sede della società, alla sua villa a Parma nell’Oltretorrente, “a due passi dalla casa natale di Arturo Toscanini, quasi affacciata sul parco ducale”, alla villa dei genitori nella campagna parmense, al suo “buen ritiro”  in collina; dai voli aerei a Mosca agli spostamenti in auto, alla sala riunioni con i consulenti a Milano, fino ai villaggi africani in Etiopia e nel Malawi. 

Mentre si trova in questi luoghi e mentre ammira il paesaggio ci sembra di essere con lui a gustarne il fascino, sia quando ci sembra di andare  sulla sua automobile verso il passo della Cisa, sia quando entriamo nel giardino della villa dei genitori a Montecavolo, o quando ci affacciamo con lui alla finestra dell’ufficio a Fornovo di Taro, o nella residenza collinare di Langhirano, per poi andare in aereo a Mosca, o in un palco del Teatro Regio di Parma, in barca da diporto e nel Rifugio Lagdei costeggiando il Lago Santo.

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Il patio di una villa in collina a Langhirano, dov’è il suo “buen ritiro”

Ed è tanto più naturale questa immedesimazione, quanto più lo troviamo – a parte il giro in barca, la serata teatrale e il week end nel rifugio, tutti con Veronica – solo con se stesso,  alle prese con i  problemi della vita aziendale in un momento  molto critico per lui anche sul piano personale, con questioni familiari che si aggiungono  alla solitudine non certo serena ma tormentata di divorziato con il figlio Edo da seguire nei suoi turbamenti adolescenziali, anche nello sport, impegnato tra il baseball e il tennis, ma molto determinato.

La maturazione personale

La crisi personale è la più pressante, dato che i problemi aziendali, a differenza degli altri due romanzi, sono soprattutto di crescita all’estero dell’attività, anche se rischiosa, non di sopravvivenza della propria azienda, la Sitoc, operante come multinazionale nel settore del caffè. Per questo sembrano più semplici dei problemi personali, pur investendo rapporti a livello internazionale con il possibile socio inglese Keith Smith da valutare  e l’infido interlocutore  russo Bykov da tenere a bada per evitare trappole, e una è stata non solo preparata ma fatta scattare investendo  la magistratura della Russia con sorprese a non finire.

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Milano, la città degli incontri e le riunioni con il consulente Fabbroli

Ma questa volta non è dal cilindro del consulente di direzione Fabbroli che viene il coniglio della soluzione, bensì dalla maturazione personale del protagonista che corrisponde a quella del lettore, sempre più immedesimato in lui. Una maturazione che si sviluppa a poco a poco, anche negli incontri con il consulente, il quale per qualche verso diviene anche psicologo, ma soprattutto con chi può scavare dentro di lui mettendo  a nudo le contraddizioni dell’esistenza che il successo imprenditoriale ha nascosto ma prepotentemente vengono alla ribalta nel momento più critico, come la polvere accumulatasi sotto al tappeto.

E allora l’azienda e il lavoro, che prima erano stati l’universo esistenziale del protagonista apparentemente appagante per la sua autostima si rivelano nella maturazione interiore quanto mai ristretti e  svuotati di quei valori che invece lo avevano sollecitato  a un impegno così totalitario per poi svanire. Ed ecco perché e come “una storia imprenditoriale” ai nostri cchi diventa a tutto tondo “una storia umana”.

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Un’asta benefica della Parma-bene del tipo di quella in cui conosce Veronica

Una storia, proprio per questo prodiga di insegnamenti non soltanto per gli imprenditori, che  vi possono trovare passaggi utili alla loro attività negli incontri del protagonista Riccardo con il consulente Fabbroli “testa quadra”, e lo specialista Boninverno,   e  nelle riflessioni e decisioni conseguenti; ma anche – e diremmo soprattutto – per la gente comune che non vive una simile maturazione se non sollecitata in modo così intenso.

Cerchiamo di ricordare alcuni di questi insegnamenti, che emergono dai dialoghi, spesso concitati, del protagonista con chi riesce a captare in lui qualcosa di cui lui stesso non si rende conto ma avverte un’inquietudine inconsueta. Immedesimandoci con lui, sempre sulla scena, seguiremo il suo percorso che si stacca a poco a poco dalla matrice imprenditoriale di  base per portarsi sul piano di un’umanità senza confini.

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Un palco del Teatro Regio di Parma, dove va con Veronica

Autorealizzazione e vera leadership

Riccardo Ferrari è un imprenditore figlio d’arte, con una vocazione all’indipendenza e all’autorealizzazione tale da fargli disdegnare l’impresa paterna operante nella meccanica, la Fermec di cui si occupa la sorella Giorgia, per la difficile avventura di rilevare un’impresa fallita in un settore completamente diverso, il caffè, in cui ottiene successo superando molte difficoltà; ma per superare il complesso di Edipo ci vuole la malattia del padre con i suoi generosi pur se tardivi  riconoscimenti. Per vincere i propri complessi interiori ci vuole ben altro, una maturazione “sul campo” solo in parte spontanea, per lo più indotta che gli apre gli occhi.

Inizia con l’impegno appassionato e totalitario nella sfida aziendale tanto complicata che assorbe tutte le sue energie, e ne è fiero sentendosi pienamente realizzato. Si sente investito della responsabilità della leadership, pagandone  il prezzo della solitudine, e ne è consapevole: “Riflettendoci, si poteva dire che il capo è solo come l’artista che, nel momento dello sforzo creativo, è alle prese con se stesso e con la verità che vuol raccontare. E nella solitudine della tensione creativa, il solo momento di soddisfazione è  l’istante in cui ‘appare’ la soluzione che ci illumina. Allora  il quadro è dipinto, la decisione è presa”.  Ma le sollecitazioni del consulente Fabbroli lo portano a  rovesciare questo assioma:  “La sua leadership non è in discussione, però bisogna aprirsi al dialogo. Ascoltare con disponibilità e attenzione e, anche quando lo si è fatto,  non affrettarsi a  mettere bene in chiaro che comunque il capo azienda ha l’ultima parola,  o che la sua opinione pesa di più e ha la precedenza sulle altre. E’ una pretesa pericolosa . Un buon leader non deve avere sempre ragione. Anzi deve saper capire le  ragioni degli altri”. Non basta limitarsi a fare proposte e ascoltare le reazioni per poi decidere, occorre condividere.

Un viaggio in aereo, come quelli per Mosca… . ma senza mascherina

Sembra  un insegnamento prezioso per tutti, anche per il  “pater familias” che, pur con tutti i processi emancipativi, si sente sempre il “capo” nell’azienda-famiglia in cui tutti dovrebbero avere voce in capitolo nella sostanza, non nella sola apparenza come avviene di solito. Come è istruttivo il non inorgoglirsi troppo per i successi raggiunti perché, anche se indubbiamente sono un titolo di merito, c’è una componente importante dovuta alla fortuna per cui “il successo, per gli onesti, è sempre un merito. Ma il fallimento non è sempre un colpa”: considerazione preziosa, su versanti opposti, per entrambe le situazioni ricorrenti nella vita.

Molti lo considerano, però, una colpa nel nostro paese, anche se determinato da ragioni oggettive, spesso insuperabili, e anche su questo non manca una riflessione, pur se amara perché tale pensiero ha portato a tanti suicidi nel pieno della crisi economica.  E anche se alla base  dell’impegno degli imprenditori c’è un motivo personale, spesso economico, come diceva Einaudi “è la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito…” . 

Come sostenere il peso del fallimento

Tale spinta ideale, se le cose non vanno nel verso giusto, pur senza colpe, diventa oppressiva perchè sembra venir meno “il merito, l’onore e la reputazione” acquisiti nell’impegno ”a volte, fino allo stremo delle forze, con l’obiettivo di migliorarsi costantemente. E cerca di meritare quel che ha, di adeguarsi all’immagine ideale di perfezione e correttezza che di fatto è implicita,  più che nello sguardo degli altri, nel proprio giudizio su di sé”.

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Mosca, la città dove va nell’ufficio della Sitoc per una trattativa aziendale

E’ il fidato consulente di direzione Fabbroli a dare a Riccardo la risposta che attende con il cuore in gola nel cercare di capire i motivi che gli hanno fatto perdere l’imprenditore amico Gabriele schiacciato dal peso della crisi: “Non che ci sia qualcosa di sbagliato nel volersi migliorare, intendiamoci, né pensare di poter affrontare la propria missione imprenditoriale con coraggio e abnegazione. Ma bisogna saper mettere dei paletti, non pretendere l’impossibile da sé stessi, e soprattutto non considerare l’impresa come unico scopo della propria vita, ma coltivare altri interessi. Altrimenti, non appena le cose sfuggono di mano, il rischio è quello di passare rapidamente dall’orgoglio  per i risultati conseguiti a una profonda, insanabile vergogna, che spesso viene ingigantita  dal sentimento di inadeguatezza, dalla delusione di aver fallito”.  Basta sostituire dopo la parola “missione” l’aggettivo imprenditoriale con uno che qualifica la propria attività,  che non va considerata “unico scopo della propria vita”, per riferire a sé stessi tale ammonimento, che nei casi estremi può essere salvifico.

Il poprio lavoro non come valore assoluto insostituibile

Un altro insegnamento, collegato in qualche modo a questo ammonimento,  rovescia un principio per altri versi inattaccabile, nell’impresa come nella vita comune: l’attaccamento al lavoro – o comunque ai propri impegni – come valore assoluto insostituibile, per cui se viene meno è la fine. All’inizio si basa pur sempre su fattori etici di grande valore, ma poi prende la mano e diventa così assorbente e totalizzante da oscurare e far dimenticare altri valori ancora più elevati. Come la famiglia, i figli e anche sé stessi, perché si trascurano aspetti essenziali della propria esistenza per inseguire l’appagamento suscitato dai risultati del proprio lavoro in una narcisistica contemplazione di sé stessi, anzi di una parte di sé stessi, che diventa effimera e fuorviante se l’altra parte di sé viene ignorata. Non solo gli imprenditori, ma tutti sono alle prese con questo problema perché non riescono, e spesso non vogliono, trovare il giusto equilibrio tra le loro aspettative autoreferenziali e una più aperta  e pacata visione  dell’intero arco esistenziale, ben più vasto e che coinvolge anche altre persone, soprattutto care.

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Una barca da diporto, dove va con Veronica

“Non è necessario vivere ogni sfida lavorativa  come se fosse una lotta titanica. Ci vuole un po’ di misura”, viene detto al protagonista  dalla sorella Paola, imprenditrice anche lei che gestisce l’azienda paterna: “Guardandoti da fuori, chi ti conosce meglio, come me, vede  un uomo che si tormenta, che si logora, ed è perennemente insoddisfatto: affronti questioni tutto sommato ordinarie  caricandole di significati e di valenze che in realtà non hanno. Devi smetterla, Riccardo,  di riversare tutte le  tue energie nel lavoro, come se la realizzazione professionale fosse l’unica cosa che conta, che conferisce un significato alla tua esistenza”.

E non è soltanto la sorella Paola a parlargli così, anche Veronica, che respinge la sua corte serrata anche per questo, lo vede nello stesso modo e gli dice parole ugualmente meditate: “Non mi sembri una persona felice, Riccardo. E’ come se volessi comunicare di te l’immagine monolitica di uomo vincente, sempre pronto a gettarsi a capofitto nelle situazioni per cercare di ottenere quel che vuole. A ogni costo. Ti piacciono le sfide, ma perché ti piace vincerle, non perché tu le viva come un’occasione per metterti davvero in discussione  a livello emotivo o personale”. La via d’uscita? “Io credo che tutti noi dovremmo imparare a vivere di più nel presente, a interrogarci sul senso e  la modalità delle nostre azioni – dalle più piccole alle e banali a quelle più impegnative – Solo così, prestando attenzione, possiamo davvero capire qual è la nostra vera aspirazione. Individuare il nostro scopo. E capire, di contro, che cosa ci condiziona…”.

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Il Rifugio Lagdei, dove va con Veronica

Quello che le donne non dicono, ma fanno...

Ma come mai sono due donne ad ammonirlo in termini così forti e coinvolgenti?  Gli dice francamente la sorella Paola che solo le donne possono capire questi motivi fondamentali nella vita che sfuggono agli uomini: “Per una ragazza, una donna, è tutto molto diverso. Ci si aspetta ‘naturalmente’  che debba essere presente e attenta su più fronti: che sia sempre impeccabile, o quanto meno provi a esserlo, come figlia, moglie, madre, amica, professionista, donna di casa. Che organizzi le proprie giornate tenendo in equilibrio tutti questi aspetti e variando le proprie gerarchie di priorità anche – anzi spesso – in funzione delle esigenze altrui”. E precisa, sempre rivlta al fratello: “Ci chiedono fin da piccole di imparare a farlo, quindi siamo brave a riuscirci nella maggioranza dei casi, ma non credere che sia facile. D’altra parte, questo ci abitua a definirci,  a pensarci in maniera non individualistica  e neppure monolitica. Noi donne sappiamo di doverci spendere in molti ambiti, sappiamo di far parte di diverse reti e che nessun ambito della nostra esistenza, considerato da solo, ci offrirà una piena  e completa realizzazione”.

Ed ecco cosa ne scaturisce: “Il risultato è che di norma ci troviamo a dover gestire un carico di compiti, obblighi, aspettative e bisogni altrui  senza dubbio più pesante di quello che, per esempio, grava sui nostri compagni, o mariti, o fratelli. E, nonostante questo, sappiamo trovare delle valvole di sfogo. Coltivare le tante dimensioni di cui è fatta una vita piena, significativa, è per noi un addestramento quotidiano, volenti o nolenti siamo chiamate ogni giorno ad affrontarlo”. Potrebbe sembrare facile perché è naturale per le donne, ma non lo è: “Il difficile è ricordarsi, in tutto questo marasma, di sé. Ma, da brave equilibriste, in genere ci riusciamo meglio. E troviamo comunque degli spazi di compensazione, anche se sono spesso troppo risicati”. Termina così la lezione di Paola al fratello: “Ti dico questo perché sono fermamente convinta che questa compensazione sia vitale, ma soprattutto è fondamentale non pensarsi come individui a una sola dimensione, o come un monolite”.  E’ una lezione per tutti, si resta senza fiato, “quello che le donne non dicono” lo  dice Paola in una meditazione, che è una analisi, così lucida di cui ciascuno, donna o uomo dovrebbe farne tesoro.

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Il Lago Santo, vicino al Rifugio Agdei, dove va con Veronica

L’intreccio dei problemi aziendali con la maturazione interiore

Quanto abbiamo riportato non deve far pensare a un libro pedagogico e tanto meno moralistico, ben diverso è l’impianto narrativo incentrato sui  problemi imprenditoriali con complesse diramazioni all’estero per una azienda multinazionale operante nel settore del caffè che intende accrescere la penetrazione sul mercato internazionale con accordi a largo raggio, dall’Inghilterra alla Russia, che sono al centro del romanzo.

Ma sono proprio i problemi nella loro complessità a creare le condizioni per la maturazione interiore in un intreccio narrativo che si sviluppa in parallelo ai viaggi in aereo, agli incontri e le riunioni con i consulenti, ai pranzi di lavoro, intervallati comunque da qualche intermezzo familiare, con il carico dei problemi di un divorziato che ha un figlio adolescente e la ex moglie ostile, e un rapporto contrastato con il proprio genitore. Il tutto alleggerito da qualche distensivo intermezzo in barca, a teatro e in un  rifugio in montagna, vicino al lago, sempre con Veronica, oltre ai momenti di quiete nel “buen ritiro” nella casa di collina fuori la sua Parma.  

Palazzo Soragna a Parma, dove va per l’Unione Industriali e non per l’iniziativa benefica di Veronica

Non parleremo dell’intreccio narrativo, ma diremo qualcosa di più sulla sua maturazione interiore nella quale una donna, Veronica, ancora lei, ha un ruolo determinante. E questo dopo una rottura con lui a causa della sua assenza, per il ritardo di due ore del volo da Mosca – dov’è andato incautamente per una urgenza aziendale che ha anteposto all’impegno del cuore – alla serata di presentazione dell’iniziativa per i bambini africani a cui lei tiene tanto, a Parma, nel Palazzo Soragna da lui frequentato negli incontri dell’Unione Industriali. Rottura con lui seguita dalla partenza di lei per il villaggio africano di Lilongwe, nel Malawi, dove svolge una meritoria un’attività di cooperazione assistendo i bambini, lasciato il lavoro di architetta qualificata nel design su una spinta ideale e umanitaria che rimprovera a lui di non avere, inaridito nel pensiero unico del successo. E le sue parole, ma ancor più il suo esempio, fanno breccia su di lui, portandolo a una confessione impensabile: “Sentiva che avrebbe dovuto ringraziarla: perché parlandole, frequentandola, mettendosi anche a confronto con la sua visione del mondo e della vita, aveva ripreso contatto con una parte profonda della propria anima.  E aveva riscoperto pensieri, emozioni, aspirazioni che per troppo tempo aveva trascurato, inaridendosi. Ora, invece, sentiva di volersi rimettere in contatto con la vita, con quanto lo circondavano, sentiva di poter essere sinceramente generoso e più aperto, in ogni ambito della propria esistenza , compreso quello lavorativo”.

L'”agnitio” di sè liberatoria

Così, “per la prima volta dopo tanti mesi di tensione, Riccardo si sentiva libero”. Stava riacquistando la libertà di operare sui fronti che aveva trascurato, come la famiglia, il padre e il figlio Edo in primis, ma anche se stesso: “Libero, finalmente, anche dalla componente più tossica della propria ambizione. Quella che lo aveva indotto più  e più volte  a mettere in secondo piano anche la cura di sé, il proprio equilibrio e soprattutto, purtroppo, gli altri, anche  le persone a cui teneva di più: non avrebbe più permesso che succedesse”.

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Un villaggio del Malawi, dove va Veronica ad assistere i bambini africani e la raggiunge

Così può dire a se stesso: “Oggi sono migliore”: “Forse, solo un anno prima non sarebbe stato in grado di capire: era ancora troppo concentrato su se stesso. Troppo preso dai propri tormenti e ancora schiavo di vecchi rancori e vecchie abitudini. Ma ora era un uomo nuovo. Era cambiato, aveva finalmente intrapreso un percorso  che mirava alla sua piena realizzazione non come individuo, ma come essere umano, parte della grande famiglia umana”.

Il percorso virtuoso è nel libro nel quale si percepisce lo svilupparsi di questa maturazione interore, nel mentre si è presi dalla vicenda aziendale che lo porta nei più diversi ambienti con il suo carico di inquietudini e di problemi fino all’”agnitio” di sé liberatoria. E’ un percorso che il lettore potrà vivere,  come abbiamo fatto noi con incontenibile emozione, fino a poter dire al termine “Oggi sono migliore”. E non soltanto oggi.

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La riunione di un Consiglio di Amministarzione, come quelle della Sitoc

Info

Piercarlo Ceccarelli, “Oggi sono migliore. Una storia imprenditoriale”, Interlinea 2020, pp. 200, euro 16. Per i due precedenti romanzi dell’Autore, cfr. la nostra recensione in www.arteculturaoggi.com , dal titolo “I Martini e i Gianselmi, storie aziendali e lezioni di vita”, 14 gennaio 2017.

Photo

Il romanzo non ha illustrazioni, in questa recensione abbiamo inserito, oltre alla foto della copertina, una serie di immagini attuali sui principali luoghi e località in cui si svolge la storia per una maggiore ambientazione e immedesimazione del lettore. Sono a puro scopo illustrativo, e non vi è alcun intento di tipo economico nè promozionale, le abbiamo tratte dai siti web di pubblico dominio di seguito indicati, si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta; qualora la pubblicazione non fosse gradita, le immagini segnalate verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. I siti sono, nell’ordine di inserimento delle foto, i seguenti: macchinealimntari.it, it.wikivoyage.org, metroquadroprmacase.it, idealista.it, flyone.eu, mediocasasrl.it, it. aleteia.org, gazzettadellemilia.it, zanfilszcompetition.org, wired.it, geopolitica.info, myluxury.it, parcoappennino.it, parcoappennino.it, up.pr.it, travelingseat.com, italiaoggi.it, servizi.ceccarelli.it. In apertura, la copertina del libro di Piercarlo Ceccarelli “Oggi sono migliore” ; seguono, un macchinario per la lavorazione del caffè, del tipo di quelli della Sitoc di Riccardo Ferrari, e un’immagine di Fornovo di Taro, dove ha sede la Sitoc; poi, l’ingresso di una villa a Parma, nell’Oltretorrente, dove abita, e l’ingresso di una villa a Montecavolo, dove abita il padre Edoardo; quindi, un’immagine di Parma, la sua città, e il patio di una villa in collina a Langhirano, dov’è il suo “buen ritiro”; inoltre, un’immagine di Milano, la città degli incontri e le riunioni con il consulente Fabbroli, e un’asta benefica della Parma-bene del tipo di quella in cui conosce Veronica; ancora, un palco del Teatro Regio di Parma, dove va con Veronica, e un viaggio in aereo, come quelli per Mosca … ma senza mascherina; continua, un’immagine di Mosca, la città dove va nell’ufficio della Sitoc per una trattativa aziendale, e una barca da diporto, come quella in cui è stato con Veronica; prosegue, il Rifugio Lagdei e il Lago Santo, dove va con Veronica; poi, Palazzo Soragna a Parma, dove va per l’Unione Industriali e non per l’iniziativa benefica di Veronica, e un villaggio del Malawi, dove va Veronica ad assistere i bambini africani e la raggiunge; infine, la riunione di un Consiglio di Amministrazione, come alla Sitoc e, in chiusura, Piercarlo Ceccarelli tiene una sessione della sua Consulenza di Direzione, come Nicola Fabbroli.

Piercarlo Ceccarelli tiene una sessione della sua Consulenza di Direzione, come Nicola Fabbroli

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4 commenti

  1. Caro Romano, ho letto la tua bella recensione del mio romanzo e trovo che hai colto tutti i passaggi piu’ interessanti. E’ stato emozionante ritrovare il mio pensiero e il mio sentire rigenerati nel tuo scritto.
    Non a caso siamo amici da lungo tempo e abbiamo alle spalle esperienze professionali similare.
    Un abbraccio
    Piercarlo

    1. Ricevere dall’Autore un simile riconoscimento non solo mi gratifica, perchè avere interpretato correttamente il senso della storia è rassicurante per un semplice cronista come me. Ma in più mi commuove per le circostanze in cui ho scritto il commnento. Erano i giorni tremendi della rianimazione della mia consorte dopo un’improvvisa emergenza, e leggere “Oggi sono migliore” per allontanare brutti pensieri mi ha aiutato molto per l’approfondimento interiore e i valori umani da cui la storia narrata è pervasa. Per questo ho voluto sottolineare i tanti passaggi nei quali emergono tali valori in una immedesimazione che mi ha portato a illustrare il commento cercando immagini proprio dei luoghi dove si svolge la storia, non similari, con lo stesso puntiglio che portava Michelangelo Antonioni -“si parva licet comparare magnis…” – a pretendere che nei suoi film tutto fosse autentico, si disse che volle addirittura la copertura bancaria a un assegno che figurava in una scena. Immedesimazione e coinvolgimento mi hanno indotto ad attendere per pubblicarlo il giorno del 52esimo anniversario del nostro matrimonio come regalo, insieme alle rose, a mia moglie ancora in lento recupero in clinica dopo cinquanta giorni dall’emergenza. Piercarlo conosce anche Rosemary e ne sarà lieto, se posso dire “oggi sono migliore” lo devo anche a lui. E la stessa cosa potrà dire, ne sono certo, chi leggerà il libro, con l’augurio che siano tanti. Grazie, Piercarlo, ti abbraccio, lo ripeto, con gratitudine e commozione.

  2. L’idea che il mio romanzo ti sia stato d’aiuto in un momento cosi’ triste della tua vita mi fa molto piacere. Che poi tu abbia deciso, dopo la guarigione della cara Rosemary, di condividerlo in occasione dell’anniversario delle tue nozze e’ straordinario. I migliori auguri per la vostra ricorrenza… e di festeggiarne ancora molte insieme.

    1. Grazie, caro Piercarlo, ti confido che mostravo la copertina del libro – mi era stato spedito dal tuo editore al quale lo avevo richiesto senza dirtelo per farti una sorpresa – a Rosemary quando, ancora sofferente a casa per i postumi di una frattura a una vertebra e per una reazione fortemente negativa dopo il vaccino – non si sa se “solo “post hoc” o “propter hoc” – prima dell’emorragia allo stomaco che la portò in terapia intensiva in un’emergenza drammatica, aveva qualcosa da ridire su di me che la assistevo: allora quella copertina “oggi sono migliore” era il mio “green pass” scherzoso per farmi… perdonare. Per questo è stato spontaneo affidarmi a “quel” libro nei giorni terribili della rianimazione e nel leggerlo in un’ansia angosciosa vi ho trovato l’aiuto di cui avevo disperatamente bisogno. Poi per pubblicare l’articolo scritto allora ho atteso una ricorrenza felice come l’anniversario di matrimonio, è stato il mio regalo con le rose e i dolci nella clinica in cui Rosemary sta recuperando lentamente. La tua sensibilità, trasfusa nel protagonista del libro, ispira anche questa tua risposta affettuosa, ti ringrazio ancora dell’aiuto che mi hai dato tramite il tuo libro e, questa volta, dei graditissimi auguri che ricambio per te e la tua bella famiglia.

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