Pietracamela, 2. I versi della “Gina”, la poetessa del “pretarolo”: amore per il paese, devozione,umanità

di Romano Maria Levante

Abbiamo dato conto in precedenza dell’accurata analisi linguistica sul “pretarolo”, l’idioma di Pietracamela – il borgo montano a 1005 metri di altitudine alle falde del Gran Sasso d’Italia, dal 2008 nel Club dei “borghi più belli d’Italia”, contenuta nel libro dal titolo evocativo “La lingua degna” , a cura di Giovanni Agresti (direttore della ricerca), Graziano Mirichigni, Silvia Pallini. La ricerca, condotta con criteri scientifici, è basata soprattutto sulla raccolta dei versi in “pretarolo” di una paesana, Ginevra Bartolomei, “la Gina”, di indubbio talento e forte vitalità, che esprime l’anima popolare in vicende e situazioni ambientali anche estreme, nell’arco del secolo scorso in cui è vissuta tra il duro lavoro per la sopravvivenza e le stagioni inclementi, con una parentesi quinquennale di emigrazione in Canada dove, meno impegnata rispetto a com’era in paese, ha cominciato ad esprimersi in versi poetici all’età di quasi 50 anni e non ha smesso fino alla sua scomparsa nel 2007 all’età di 98 anni. Ricordiamo che le sue poesie, dal valore popolare e identitario, hanno ispirato l’artista Mara Di Giammatteo per i suoi lavori e allestimenti di arte conteporanea attraverso l’antica arte della tessitura e del ricamo presentati nella mostra “Rapsodikòs” inaugurata a Bruxelles, nella sede della Regione Abruzzo, il 4 giugno 2024; insieme alla mostra è stato presentato il libro citato con l’intervento del sindaco di Pietracamela Antonio Villani e degli autori. Lo abbiamo scritto nel primo articolo pubblicato il 3 giugno u. s. , ma ci sembra opportuno ripeterlo per inquadrare compiutamente i riflessi che ha l’opera della poetessa, come premessa a una sommaria antologia delle sue espressioni poetiche: queste non solo rievocano i costumi di una volta nel borgo montano isolato tra mille difficoltà e le situazioni cui si doveva far fronte con tanta determinazione – con la parentesi canadese – ma rappresentano anche una introspezione sulla intemerata e incrollabile devozione religiosa  e i pensieri dell’età avanzata, vissuta con serena, disincantata accettazione.

“Ginevra Bartolomei”, 2004

Il commento letterario di Silvia Pallini si apre evidenziando  otto raggruppamenti tematici delle  poesie della “Gina”,  da quelle sul paese natio, isolando i componimenti sul lavoro in campagna e gli eventi atmosferici inattesi, la mancanza dell’acqua e gli aneddoti, fino al periodo canadese, alle poesie sulla devozione religiosa e sull’età avanzata: quindi i costumi e le difficoltà da un lato, le interiorità religiose e umane dall’altro, come sopra accennato. E compie una carrellata sui contenuti dei versi valorizzando l’importanza di una testimone così sensibile e attenta nel cogliere tanti aspetti significativi della vita di una volta nell’intrecciarsi con la modernità che suscitano riflessioni spontanee da filosofia popolare provenienti dalla sensibilità della poetessa la quale  non le considera riservate a se stessa, le offre a chi si sente di condividerle, e lo fa spesso in apertura o chiusura dei suoi componimenti.

“La Madonnina del Gran Sasso, In dialetto.
Manoscritto di Ginevra Bartolomei”

Nelle conclusioni la Pallini evidenzia la presenza nelle poesie spontanee e apparentemente semplici di figure retoriche come la “metonimia”, il “tropo”, l'”apostrofe”, di alterazioni morfologiche come l'”apocope”, la ricerca delle rime, “baciate” o “alternate” ma spesso “imperfette”, con “assonanze e consonanze” , l’attenzione alla “cadenza ritmica del verso”, fino all’invito finale a leggere i suoi componimenti. Per questo, oltre che di vitalità e sensibilità si deve parlare di talento di una testimone che diventa anche una “icona” popolare da ammirare e non dimenticare.

“Sempre poesie”, LXXIV poesia della “Gina” in “pretarolo”con testo in italiano a fronte di Silvia Pallini

Per parte nostra intendiamo spigolare “fior da fiore” nelle sue poesie, la cui continuità fa rivivere un periodo molto lungo caratterizzato da cambiamenti vistosi in condizioni difficili come quelle in cui si è svolta la sua vita. Rivivere e rievocare il secolo scorso con i versi della poetessa è non solo istruttivo, ma anche quanto mai emozionante. I due terzi  delle poesie sono in italiano, per lo più  in quartine, salvo alcune in distici, un terzo  in “pretarolo”, che riporteremo nella versione italiana operata nel libro, per ovvi motivi di comprensione e trascrizione. Sceglieremo una serie di poesie significative come le tante nel “corpus” delle 105 contenute nel libro, riportandole in qualche caso integralmente senza stralci od omissioni di versi per non interferire nell’espressione poetica della “Gina”, negli altri casi per brevità abbiamo “saltato” alcune parti evidenziandolo con i puntini di sospensione.

, “Pietracamela, Prati di Tivo
e Massiccio del Gran Sasso d’Italia (settembre 2008)

Il paese, Pietracamela, con i Prati di Tivo

Iniziamo riportando integralmente la poesia più lunga, circa 100 versi in 26 quartine:, un affresco della vita nel suo paese tra i ricordi di una vita difficile e i radicali cambiamenti nel tempo con il rovescio della medaglia: “Come in un riassunto ho voluto fare/ Di Pietracamela un po’ voglio parlare/ Del nostro bel paesello natìo/ Vi dirò tutto ciò che ricordo io. // Chi ha più anni certo lo sa meglio/ Io ricordo questo in tutto il tempo/ Com’era prima e com’è diventato/ Case e strade tutte accomodate// Ora incomincio subito a raccontare/ Tutto quello che s’è dovuto penare/ Per andare  a Montorio a fare la spesa/ Diciotto chilometri tutti a piedi.// Diciotto solo con l’andata/ Altrettanti se ne facevano al ritorno/ In testa si portava un gran peso/ Erano strapazzi nessuno lo crede.” Segue il confronto con il progresso. “Quando ci fecero la strada maestra/ Oh che bella comodità è questa/ A tale cosa non ci si pensava/ Con la macchina dappertutto puoi andare// La strada a Intermesoli, a Collepiano/ Da Pietracamela ai Prati di Tivo/ Non dobbiamo mai cessare / Nostro Signore di ringraziare”. 

“Pietracamela, in processione (anni ’40)”

Ma non è soltanto questo, con la modernità è cambiata la vita quotidiana: “Ora le comodità ne sono troppe/ Quant’era brutto a girar di notte/ Prima non c’era proprio niente/ Dovevi portar sempre la lanterna. // Quant’era brutto pure nella casa/ Si teneva un lampioncino acceso/ Nel fuoco si metteva la legna bianca/ Pur ci faceva luce la bella fiamma.// Quando ti occorreva l’acqua/ Si andava alla fontana con la conca/ Adesso acqua  e luce tutto in casa/ E più tutto il paese illuminato.// L’acqua ci rimaneva pur lontana/ Poi ogni tanto entro il paese fecero le fontane/ Anzi più di una se ne hanno or nelle case/ Le povere fontane fuori abbandonate. // A pochi passi dalla vecchia fontana/ C’era il lavatoio dove si lavava/ Tutti là, l’estate e l’inverno/ Adesso non si riconosce più niente.// A fianco a questa ancora c’è la bella chiesina/ Chiamata la Madonna del Col Mulino/ Tutta pericolante lesionata/ Ma della Vergine è intatto il quadro.” Ora è divenuta un rudere distrutto, ma il quadro della Vergine resta intatto. Nel ricordo la chiesetta torna a vivere: “Quando la campanella suonava/ Ciò che si stava facendo si lasciava/ Tutto correvano, uomini e donne/ Si ridice la messa alla Madonna.” E il pensiero si sposta più avanti, al vecchio mulino sul torrente del quale restano solo i ruderi di due arcate: “Quando si andava a macinare/ Il mulino era distante assai/ Ora il mulino non è più presente/ E nemmeno l’acqua correre si sente.”

“Le campane di San Giovanni (2000)”

E’ unodei danni collaterali della modernità, il prelievo dell’acqua dai torrenti per la centrale elettrica: “Tutta quella ch’era il rio Arno/ E pure tutto il Rio della piazza/ Gli era necessaria e fu levata/ Per comodità di luce  a noi data. // Passando in piazza alzavi in su gli occhi/ Vedevi le belle tre croci esposte/ Ora a che punto s’era arrivato/ Pure il Monte Calvario disprezzato.// E delle belle tre croci i pezzi/ Chi buttati a sinistra chi a destra/ Poi la fecero una grande di ferro/ Son parecchi anni giace ancora per terra.// Ed il buon padre Archimede/ Su tutto questo ebbe molta fede/ Chiamò i giovani al lavoro/ E rimisero le tre croci di nuovo.”

Centro storico, l’ingresso di via Roma, verso l’antica sede del Municipio

Quindi non manca di sottolineare le sue delusioni, pur nella soddisfazione per il progresso che ha trasformato le condizioni di vita si rende conto che chi non ha vissuto le difficoltà dei suoi tempi non può capire: “Quando si riparla del passato/ La gioventù si fa delle risate/Perché loro non ci si son trovati/ Credono sempre che così sia stato. //Loro nel nuovo mondo sono nati/ Mentre noi abbiamo tribolato/ La carne solo a Natale e a Pasqua/ Adesso è rifiutata pur da cani e gatti.// A quell’epoca tutti i capo famiglia/ Per sostenere la moglie ed i figli/ Partivano ed andavano lontano/ Per paesi e città cardando la lana.”  Un rapido sguardo alla nuova vita: “Qualche novità prima sul giornale/ Ma alle cose buone non gli si dice male/ Nel mondo che ci troviamo ora/ Si sa tutto per radio e per televisione.” L’osservazione si ferma su un fenomeno epocale che l’ha riguardata personalmente: “Quand’era tutto in buone condizioni/ Subito si sviluppò l’emigrazione/D’allora in poi quanti ne son partiti/ Ognuno ha voluto migliorar vita.” Con queste conseguenze che non sfuggono al suo sguardo attento: “Le vecchie case che hanno lasciate/ Tutti i forestieri l’han comprate/ Come palazzi son già accomodate/ Per venirci l’inverno, ma più l’estate.” Poi la riflessione amara, subito temperata dall’accettazione fatalista.  “Se ritornassero quei poveri vecchi / Ma come è avvenuto tutto questo?/ Pure un proverbio a tutti ce lo impara/ Ci dice campa se vuoi ricordare.” Infine la conclusione: “E ormai si deve far finita/ E’ stato troppo non più altro vi dico/ Già tutto quello che ho pensato l’ho detto/ Adesso basta mi fermo su questo.” 

“Parlando in strada (1996)”

Ha detto veramente tutto sulla vita nel suo paese, ma prima di fermarci anche noi , vogliamo citare altre riflessioni e ricordi altrettanto significativi sui Prati di Tivo, il vasto declivio erboso a 6 Km dal paese, 1450 metri di altitudine, congiunto in alto alla catena montuosa dl Gran Sasso: “Come già tutti sappiamo/ Si sono sviluppati in tal maniera/ Che tutto quello che c’è adesso/ Sicuro prima non c’era.// Io che ho l’età molto avanzata/ Perciò ricordo bene gli anni passati/ Solamente quando si falciava/ Delle persone ce n’erano assai.// E voglio ripeterlo di nuovo/ Mentre si falciavano i Prati di Tivo/ Allora la bella gioventù/ Faceva un po’ d’allegria.// Però si davano tutti da fare/ Chi aveva la bestia, chi in testa/ Si doveva trasportare il fieno/ E far viaggi da mattina a sera.// Finiti questi lavori, finito tutto/Non c’era più niente/ Soltanto noi donne/ Qualche volta per un fascio di legna.//  Poi se ci si andavano a pascolare/ Delle mucche e pecorelle/ Adesso per fortuna/ Son finite pure quelle.// A pascolar ci vanno/ Ora qualche pecoraio/ Ma dai Prati di Tivo/ Devono stare lontani assai” // … “Or le comodità ci sono tutte/ Divertimenti, ciò che vuoi fare/ D’inverno la sciovia per sciare/ Eppur la segiovia puoi volare.// C’è un gran traffico di macchine/ nei giorni feriali e più nei festivi/ Fanno come le formiche/ Chi riparte e chi arriva. // Da parecchie città lontane / Venivano dei gran signori/ Non siam stati più niente noi/ Son diventati padroni loro.”//….Perciò ci vanno i ricchi signori/ Vedendo quello gli si rallegra il cuore/ Ma ora sentite questo che vi dico/ E’ in terra, non più in cielo il Paradiso”.  Si riferisce al nuovo lussuoso grande albergo, anche se non manca di lamentarsi dei danni dell’affollamento: “Solo una cosa mi dispiace/ Tutti i prati l’hanno massacrati/ Non v’è posto dove non son passati/ Questo è un problema senza risultati.”

“Pietracamela dal Monte Calvario (2021)”

La vita in Canada, negli anni da emigrata

Dalla vita in paese con i suoi radicali cambiamenti alla vita del tutto diversa nella parentesi canadese, ecco le sue espressioni in una poesia molto gustosa e per molti versi sorprendente: “Mi dicono povera Gina senza lavoro/ Sta sempre dentro casa e fa le canzoni/ Sì, fo le canzoni e pure le storie/ E adopero tutta la mia memoria.// Quando sono a casa / E non devo far niente/ Scrivo un po’/ e mi passa il tempo.// Per trovare lavoro/  ho girato parecchio/ ma non prendono le giovani/ figuratevi una vecchia.// Così lo posso dire/ Con piena ragione/ Che son venuta in America/ E fo la signora.// In Italia/ Non avevo tempo/ Farmi la croce/ Mentre qua, dormo e mi riposo.// E ringrazio Iddio/ Di questa cuccagna/ Che benché non lavoro/ Si beve e si mangia// Lo dice pure il proverbio/ Ed è cosa vera/ Che chi lavora mangia/ E chi no, mangia  e beve.”

Il Monte Calvario, a dx, di cui parla in una poesia, a sin. il quartiere meno antico, “la Villa”,

Ma non è così per tutti la mancanza di lavoro, descrive l’altra faccia dell’emigrazione in un’altra poesia: “Da tutte le parti/ Non soltanto dall’Italia/ Per venir qua/ Fanno la voglia grande.// E nemmeno partire con la nave/ Per far più presto/ Preferiscono volare.// Vendono tutto/Case e poderi/Arrivati qua/ Non si trovano bene.// E neanche/ Il figlio al padre crede/ Ognuno vuole/ Metterci il piede.// Alcuni stavano/ Discretamente/ Ed ora riempiono/ Toronto di bestemmie.// Non solo  i vecchi/ Ma pure i giovani fan compassione/ Vedendoli sempre in giro/ In cerca di lavoro.// Non c’è persona / Che non si sente lamentare/ Che ogni giorno gli arrivano/ I billi da pagare.// Ma tutti e sempre tirano a venire/ E dopo dieci giorni/ Vorrebbero ripartire.// Somiglia alla favola/ Del nostro calderone/ Che tutti volevano/ Mangiare i maccheroni. //Qui soltanto/ Chi lavora sta bene/ Ma tanta povera gente/ Soffrono le pene.// Perciò, si chiama fortuna/ Ed è come un ruota questa/ C’è a chi gira a diritto/ E  chi al  rovescio.// Ma li mondo per il passato/ Sempre così è stato/ E ancor vi sarà/ Lo ricorda benissimo colui che vivrà.”

Centro storico, via Roma dopo l’arco di ingresso

In un’altra poesia insiste sulla difficoltà di trovare lavoro  e va oltre: … “Tutti hanno diritto/ un po’ di lavorare/ contentarsi pur di poco/ non se ne chiede assai.// Se in Italia delle volte/ succedeva di non aver niente/ andavi in bottega/ ti facevano credenza.//Credenza qua non si usa/ devi uscir sempre con i soldi in mano/ e non sia mai se mancassero/ ti puoi morir di fame. // Si dice che una donna/ andò a far la spesa/ poi non si poté pagare/ e glie se la ripresero // Sentire tale cosa/ fa proprio compassione/ forse simile a questa/ non v’è altra nazione.”

Centro storico, un angolo caratteristico

A parte le riflessioni amare sulla vita degli emigrati, non manca di criticare la vita dei canadesi con il suo spirito di osservazione penetrante e la sua sincerità disarmante: “Chi dice bella a questa terra/ forse gli manca un po’ di cervello/ La nostra Italia non ha paragone/ Solo a mirare i bei palazzoni. // Le case di qua sono belle solo dentro/ Che l’inverno ci fa caldo invece del freddo/ Sono tutte di legno sì, mandano calore/ Ma ogni momento ti trema il cuore. // A chiunque sembra al fronte stare/ Che da ogni parte si sente suonare/ I poveri pompieri non hanno pace/ Correndo notte e giorno, smorzando le case. // Mentre da noi una sola paura/ Pregando Sant’Emidio che ci regga le mura/ Un’altra cosa vi voglio notare/ Di tutta la gente che va a lavorare // La sera tornndo mezzo storpiati/ Se devono parlare non hanno il fiato/ Son come soldati che vanno alla guerra/ Ogni mattina gli suona la sveglia // Chi dice che questa è una menzogna/ Commette due cose, peccato e vergogna/ Perchè la persona si deve strapazzare/ Per tanto poco che ci resta da campare // Lavorano la Pasqua, ed il Natale/ Si credono di far bene mentre fanno male/ Non riguardano feste nè piccole, nè grandi/ Oh forse pernsano che gli altri muoiono loro campano //Se si seguita così/ Si campa davvero poco/ E nessuno si gode/ Un’ora di riposo.” Detto da lei – che come le altre donne del paese a Pietracamela portava più volte al giorno in testa fascine di legna dai Prati di Tivo e grossi pesi sempre in testa nella costruzione della strada da Ponte Arno, secondo il suo racconto – fa capire come senta molto diverso lo spirito nel lavoro libero all’aria aperta rispetto alla costrizione forzata che vede in Canada.

“In Canada, Ginevra Bartolomei e Pietro Mirichigni, a sinistra. e Giovanni Mirichigni, a destra nella foto (1957 o 1958)”

In questo c’è anche nostalgia, e quando il parroco di Pietracamela don Andrea andò a Toronto in visita ai paesani emigrati, gli dedicò una poesia con espressioni  di gioia: …“Appena dell’arrivo noi sapemmo/ Come valanga ci precipitammo…. // Bene accolto il prete e compagnia/ Si bevvero bicchieri in allegria. // Mentre noi allegri si cantava/ il Parroco di gioia lacrimava. // Il bello venne il giorno seguente/ Vedendo l’affluir di tanta gente. // In quella chiesa, da noi onorata,/ di S. Gabriele dell’Addolorata. // Per le parole che disse dall’altare,/ molti di noi dovemmo lacrimare. // Dal popolo lo ebbero gli onori/ I quattro o cinque organizzatori. // Che nella grande sala per rispetto/ Fu servito anche un buon banchetto. // Soddisfatti e con piena armonia/ Ognun di casa prese la via”….

“Vita pretarola (anni 1950-1960)”

La devozione religiosa

Dalle osservazioni esteriori, pur esse intense e appassionate,  sul paese e sull’emigrazione, con l’evocazione di S. Gabriele, passiamo ai suoi sentimenti interiori cominciando dalla devozione religiosa, per poi concludere con i pensieri nell’età avanzata,  attingendo, sempre “fior da fiore”, dalle poesie, quando sono  in “pretarolo” le citiamo  forzatamente nella versione italiana. Un quinto del suo “corpus” poetico è ispirato dalla religiosità, spicca l’invocazione a Gesù Cristo nella maggior parte delle poesie. E’ molto sentita la devozione per la Madonnina del Gran Sasso, la cui festa si celebra ogni anno la prima domenica di agosto, con il pellegrinaggio e la messa ai 2000 metri, la statua è in una nicchia all’inizio della salita verso il Rifugio Franchetti e poi Corno Grande.

” I De Luca verso la Madonnina in ‘cestovia’ (primissimi anni ’50).
Genitori: Luigina Panza e Salvatore De Luca; nelle ceste: Celestina e Antonio De Luca”

Ecco la  cronaca serena del pellegrinaggio del 5 agosto: “Alle nove del mattino/ partì la bella comnpagnia/ piano, piano, di buon passo/ sulla Madonnina del Gran Sasso.//….  “Il sacerdote andava avanti/ portava la croce/ e l’auto parlante/ per far sentir meglio la voce. // Quelli che aspettavamo/ tutti in allegria/ con un batter di mani/ gridam Viva Maria. // Loro senza sentir stanchezza/ tutti contenti  ed orgogliosi/ ringraziarono la Vergine/ e poi fecero  riposo. // Fu una bella giornata/ con messe, canti, e preghiere/  dalla mattina alla sera/ alla nostra madre del cielo. // Del Gran Sasso/ Vergine bella/ sei per noi/ fulgida stella.” La invoca  anche negli anni in  Canada come “la Bianca Castellana”. “Ai piedi del Gran Sasso/ Dentro una capannina/ C’è la Vergine Maria/ Col suo divin figliuol. // O bianca castellana/ Vergine santa e bella/ Sei la fulgida stella/ Che rallegri i nostri cuor. // Appena spunta il sole/ Indora le colline/ Ma la bellezza tua Maria/ Illumina terra e ciel.// Ogni anno in compagnia/ A visitarti venivamo/ Ed ora si troviam lontano/ Non si vedremo più. // Ma questa lontananza/ E’ soltanto di persona/ Però il nostro pensiero/ Non si allontana da te.// Nei nostri bisogni/ T’invochiamo  O Maria/ Madre nostra e di Dio/ Solo tu ci puoi salvar. // Sei la madre del cielo/ Miracolosa e vera/ E non vi è chi non spera/ Poter stare vicino a te. // Apriteci le porte/ Venire in paradiso/ Restar con te e con Gesù uniti/ Per tutta l’eternità”. In un’altra poesia in “pretarolo” si rivolge a lei chiedendole aiuto e non  per se stessa: “O Madonna del Gran Sasso/  aiutaci  tutti/ perché ci troviamo proprio/  in un mondo difficile. // Tra terremoti e guerre/ è davvero un disastro/ Vergine benedetta/ noi per tutti preghiamo. // Dinanzi a te, Madonna/ davvero di cuore/ mamma nostra del cielo/ abbi pietà del mondo intero.”

“La Madonnina del Gran Sasso (26 dicembre 2015)”

E poi  San Gabriele, il cui santuario in basso nella vallata che si domina da Cima Alta è meta di incessanti visite di pellegrini, anche qui il pensiero devoto negli anni in Canada con l’accorato appello  mosso dalla struggente nostalgia per il paese lontano: . “O S. Gabriele puro e sincero/ Facci ritornare a Pietracamela/ Facci tornare, facci tornare/ Per venirti a visitare. // Quand’eravamo al paese natìo/ La  contentezza mai finiva / Quand’eravamo al paese nostro/ A qualunque festa venivam di corsa // Durante il cammino si cantavano/ Per te O S. Gabriele le preci più care/ Si recitavano rosari e preghiere/ tutte in onore a te O S. Gabriele // Ed affrettando il passo/ Si giungeva ad Isola del Gran Sasso/ Arrivati al convento che meraviglia/ S. Gabriele sembrava un giglio //Ed a sinistra c’è il tesoro/ S. Gabriele più bello di un fiore/ Quelle nobil feste che si facevano/ Sembrava a tutti trovarsi sul cielo // Ora forse il destino così ha voluto/ Qui tutti in america ci siamo perduti/ Da che vi abbiam lasciato ci sembra tanto/ Mentre è poco più di un anno//  Datosi che ora qua ci troviamo/  S. Gabriele ci devi aiutar/  Nella mia famiglia d’amici e parenti/ S. Gabriele guardaci sempre //  E se il signore salute ci dà/ Speriamo un giorno poter ritornar/  Di cuore preghiamo te e Iddio/ Tornando al paese con tanta allegria // Di grazie e miracoli è pien terra e cielo/ Tutti ti onorano O S. Gabriele”.  Speranza esaudita, dopo quattro anni tornerà all’amato paese natìo.

“Padre Archimede celebra la prima messa sul Corno Piccolo (1946)”

Dedica una cronaca serena, con una notazione semplice e intrigante, alla festa del patrono san Leucio cui è intitolata la chiesa madre: “Domenica otto Luglio/  si fece la festicciola/ in onore di S. Leucio/ nostro Protettore. // Senza fuochi artificiali/ nemmeno la banda/ suonarono le campane/  a festa tutte quante. // La solenne messa/ la bella processione/ sia sempre ringraziato/ il nostro Protettore. // Se si chiamano i cantanti/ vogliono i milioni/ noi senza spendere niente/ cantammo tante canzoni. // Con il suon della chitarra/ e con il mandolino/ tutta la popolazione/ stemmo in allegria. // Finito tutto questo/ ci fu pure il rinfresco /offerto da don Marco/ e completammo la festa. // Con i ringraziamenti/ infiniti/ andammo tutti a casa/ contenti e felici.”

Centro storico, antico edificio con il tradizionale balcone in legno

Ed ecco come parla del nuovo parroco don Marco dopo il suo arrivo: “Oh miei cari paesani/ ringraziamo di vero cuore/ il Signore/ che ci ha mandato il nuovo pastore. // Noi siamo le sue pecorelle/ dobbiam cambiar pure/ non essere/ sempre quelle.// Quando predica/ la sua parola/ ci riempie il cuore/ di gioia. // Però non è/  da tutti ascoltarla/ chi rimane fuori/ chi in piazza, e chi dentro casa. // Se si vedono/ un po’ più persone/ la sera del Venerdì Santo/ e la festa del protettore. // Specie quando/ ci sono gli sposi/ non son soltanto io/ siamo tutti curiosi. // Chissà Don Marco/ se rimase contento/ sabato sera/ della nostra accoglienza. // Credo che  a tutti/ come a me/ fece bella impressione/ conoscemmo pure i suoi genitori. // Sono buone persone tutti lo dicono/ e che il Signore li benedica. Quando don Marco si assenta per una lunga missione  scrive un appello accorato: …. “Da chiunque si sente/ Don Marco nominare/ i nostri occhi/ cominciano a lacrimare. // Lo Spirito Santo ci ha messo/ in mente queste parole/ così noi tutti preghiamo/ con l’anima e con il  cuore. // Dio mio aiutalo/ durante la missione/ e fa che sano e salvo/ riviene in mezzo a noi. // Siam poche persone/ in chiesa la sera/ ma diciamo sempre/ questa breve preghiera. // Recitiamo insieme/ un pater ave  gloria/ ed aspettiamo con gioia/ il suo buon ritorno.”

Centro storico, uno scorcio caratteristico

Il parroco cambia ancora, arriva il giovane don Filippo Lanci, gli dedica subito due poesie in “pretarolo”, non più in quartine ma in distici: “Grazie di cuore, Signore/ che qui a Pietracamela abbiamo il nuovo pastore. // Saluta, è buono, bravo veramente/ quando predica rimaniamo tutti contenti. // Però, ci dispiace molto/ che deve servire quattro parrocchie. // Che Dio lo benedica/ gli auguriamo tanta salute e lunga vita”.  E dopo due anni:  “O Don Fili, ca volevi la poesia in dialetto/ eccola già sta scritta su questo foglietto. // Leggila credo che ti piace/ dico tutta la verità niente inventato. // Gesù Cristo lo sa, la gioia che provasti/ la prima volta che la santa messa cantasti. // In chiesa tutta la popolazione, il vescovo/ i preti, il fratello e i genitori. //Come passa il tempo – se Dio vuole/ il trenta Ottobre sono giusto due anni./ Sei giovane, bello, che Dio ti benedica/ qualsiasi persona che vedi subito la saluti. // Quando predichi quelle belle parole/ ci si rallegra a tutti il cuore. // Ma a servire quattro parrocchie/ il povero cervello lavora troppo. // Dicesti che pure la scuola fai/ o per una cosa, o per un’altra non ti fermi mai. // Penso, ripenso, ma da dire non so più niente/ la cosa, pensata e scritta, la poesia qui finisce.”

Centro storico, un altro scorcio caratteristico

La devozione le fa chiedere spesso aiuto al Signore, con espressioni anche ingenue ma fortemente sentite, per risolvere i suoi problemi personali e soprattutto familiari, oltre a quelli di tutti. “O Gesù Cristo/ sia tu benedetto/ da tutta questa neve/ liberaci il tetto. // Fa che ci cade/ come facciamo?/ tu lo sai/ come ci troviamo. //Graziano è studente/  Paola poco bene si sente/  a Giovannino duole il braccio/ io ho 83 anni, sono vecchia. // O Gesù Cristo/  aiutaci sempre/ dacci un po’ di salute/ non farci succedere niente”.  E la devozione la fa anche ringraziare: “Ringrazio infinitamente Dio/ la Madonna, e tutti i Santi/ per quanto ho camminato/ in questi ottantaquattro anni // La mia povera testa/ quanto peso ha portato!/ Le mie povere braccia/ quanto hanno lavorato! // (Un bel proverbio dice/ tutto ha fine) // Adesso m’è rimasta/ quella cosa che tutti dobbiamo fare/ è quella che si parte/ e non si può più ritornare.” L’età si fa sentire, ma non le dà apprensione, la affronta con fiducia affidandosi al Signore, anche le poesie su se stessa si chiudono quasi sempre con espressioni di intensa devozione religiosa.  

“Ginevra Bartolomei e il nipote Graziano Mirichigni (1971)”

La vita personale, i pensieri nell’età avanzata 

Riflette serenamente sulla vita, in particolare  nell’età avanzata,  ed esprime poeticamente i propri sentimenti interiori in almeno venti poesie, ne citeremo soltanto alcune. Eccone una  nella quale fa un primo bilancio della sua vita: “Quando avevo quarantotto anni/ sulla mezza età, né giovane, né vecchia ero/ ma soltanto su cose necessarie/ qualche lettera scrivevo. // Mai, e poi mai, chi c’avrebbe pensato/ che in Canada sarei andata/ partimmo tutti insieme, la famiglia/ noi genitori e i due figli. // Con cinque anni di emigrazione/ neppure uno ne feci di lavori/ pochi giorni in fabbrica, un po’ più nella campagna/ ma risultava pochissimo guadagno.//  Su qualsiasi parte mi presentavo/ mi dicevan che ero troppo anziana/ Per passare il tempo, come facevo?/ Prendevo penna e carta, e scrivevo. // Parecchie poesie feci in Canada/ e di tutte le specie le ho fatte qua/ e chiunque le poesie sente/ ci rimane assai contento. // Sto per compiere settantasette anni/ mi dicon son pochi, a me sembrano tanti/ vi dico questo: ho cominciato  a pensare/ che m’è rimasto poco da campare.  // Ho trascorso tutti quest’anni/ in buona salute e pochi malanni/ di vero cuore ringrazio Iddio/ e qui finisce la mia poesia”. 

Centro storico, una dell poche vie pianeggianti verso Porta Fontana

Dopo otto anni  scrive. “Grazie a Dio/ non mi lamento/ perché fin’ora/ nessun dolore mi sento. // Solo quando cammino/ le ginocchia sembrano legate/ forse quand’ero giovane / con il troppo peso furono sforzate. // Portando in testa/ mezzo quintale/ credo non era tanto facile/ poter bene camminare. // Ottantacinque anni già compiuti/ è l’età molto avanzata/ dunque questo non è proprio niente/ ringrazio Iddio infinitamente”.  In un’altra poesia in “pretarolo” si rivolge direttamente alle gambe: “Ieri mattina/mentre andavo a messa/ alle gambe volli dire questo. // Ma che siate/ benedette le gambe/ perché non camminate come nel passato/ pure adesso nel presente? // Veloce, veloce/ mi diedi la risposta/ ci siamo fatte vecchie e/ non abbiamo più la forza. // E se tu hai ancora da campare/ piano, piano vai camminando/ con un bel bastone/ invece di due ne sono tre di gambe. // Ne vuoi mettere tre e / ne vuoi mettere due/ si cammina sempre meglio/ con una in più.”

Il Belvedere Guido Montauti

Sembra una battuta consolatoria, comunque la sua visione seppur consapevole dei problemi dell’età, è serena, e la esprime in “pretarolo”in questa e in altre poesie: “O Gesù Cristo tu sia benedetto/  la vecchiaia quant’è brutta/ l’età migliore è la gioventù/ ma passa in fretta e non torna più. // Ma quando sui venti/ e trent’anni che ti ci trovi/  ovunque vuoi andare, puoi andare/ e puoi fare quello che ti pare. // Ma adesso, non puoi andare,/ e più niente puoi fare/ perché manca la forza/  e ti devi stare. // O Gesù Cristo/ che tu sia benedetto/ non farmi succedere niente / se campo un altro pochetto.”

Centro storico, un angolo con antichi edifici

Non manca di osservare anche il suo aspetto e sottolineare in modo impietoso  gli altri inconvenienti dell’età avanzata, ma sempre con un’accettazione devoita che li rende sopportabili: “O Gesù Cristo/ che tu sia benedetto/ mi serve il bastone/ non cammino più dritta // Se me l’avessero detto/ chi lo sa se gli avrei creduto/ che a tutti questi anni/ sarei arrivata // Avevo i capelli belli neri/ adesso mi rimangono curiosi/ a vedermi la testa bianca/ ma più curiosa la bocca senza i denti // E questo/ è un problema grande/ che faccio schifo da me stessa/  a vedermi mentre mangio // Vuoi col coltello/ vuoi con la mano/ qualunque cosa devo sminuzzare/ e sennò non posso mangiare // Ho provato/ un dispiacere grande/ che [mi] si sono morti fratelli e sorelle giovani/ e io ancora campo. //Ma qualsiasi persona/ su questo non può fare niente/ Gesù Cristo ci ha creati/ e lui comanda.”

“La roccia sul pagliaio. Sulla sfondo, Pizzo Intermesoli
(aprile 2008)”

E’ una filosofia esistenziale più profonda di quanto possa sembrare a prima vista, non si nasconde la realtà  ma senza deprimersi, anche perché si affida sempre e comunque al Signore: “O Gesù Cristo tu sia benedetto/ ho ottantanove anni, sono parecchi // Ma vorrei vivere un altro poco/ per godermi questa casetta così carina // Quello che successe a noi non è successo a nessuno/ senza la casa venticinque anni a ramengo // Io Gesù Cristo ti ringrazio tanto/ a quest’età i dolori non me li sento./ Questi figli ti raccomando/ dà loro la salute e non gli far succedere niente.” 

“Annina, la nonna di Aligi, con la conca, d’inverno (verso 1965)”

Sette anni dopo, il 15 maggio 2005, due brevi distici con una nuova speranza: “A più di 96 anni una donna/ ed è madre  e nonna // Prega Dio che la faccia campare/ che pure bisnonna vorrebbe diventare”.  Segue una poesia altrettanto breve: “O Gesù Cristo,  tu sia benedetto/ fammi campare un altro pochetto // E ti raccomando/ non mi far succedere niente // vorrei vedere il bel bambino/ poi muoio contenta. Gesù Cristo che tu sia benedetto.”  La sua accorata supplica viene accolta, è nato il pronipotino al quale il 2 luglio dello stesso anno si rivolge con questi versi:   “Coccolino, Coccolino/ vorrei tenerti qui vicino. // Vorrei tenerti qui accanto/ per baciarti ogni tanto  // Ma stai così lontano / con 7 ore di treno si giunge a Milano. // Contenti, e felici la bella famiglia/ padre, madre e figlio. //Che Dio vi benedica/ e vi auguro tanta salute  e lunga vita, / Nonna e bisnonna Gina. Ciao.”

“Ginevra Bartolomei (1994)”

Segue una poesia in cui chiama il pronipotino per nome: “Maicol Mirichigni/ il giorno 30 del 5-2025/  Nacque a Vimercate il 27 agosto / qui alla chiesa di Pietracamela il primo battezzato // figlio di genitori Laureati/  il padre Ingegnere la madre Avvocato / Possa essere un bella giornata/ felici noi e i parenti invitati // Auguro buona salute  a tutti/ non più altro vi dico la poesia è già finita // Tanti baci da bisnonna Gina/ Dio ti benedica ciao.”  I problemi dell’età avanzata sono dimenticati, si sente tutto l’orgoglio per il nipote Graziano e la moglie Lorena cui aveva dedicato poesie in occasione della loro laurea e del matrimonio invocando la protezione del Signore.

Verso Pietracamela, la prima automobile (1940)”

Ed ecco l’ultima poesia, dell’8 settembre 2005”: “Maicol caro tesorino/ 21  giorni ci sei stato qui vicino // Il 27 Agosto fosti battezzato/ e poi ripartiste a Vimercate // Quando si ritorna tutti contenti/ quando si riparte  si rimane dispiacenti // Quando Paola telefona a Lorena/ domando come sta Maicol? Sta bene. // Che Dio lo benedica/ parecchie volte al giorno così dico // La mattina mi diceste nonna mantieniti forte/ se Dio vuole a Natale ritorniamo un’altra volta // Va bene ma ancora c’è tempo per Natale/ quattro mesi devono passare // Ne vorrei ricordare tanto/ ma c’è il Signore che comanda // Sono la più anziana del paese/ ho compiuto 96 anni e 7 mesi //Ho detto tutto, che bella poesia // e son vostra nonna e bisnonna Gina. Ciao.” 

“Don Andrea” , agosto 1955

I quattro mesi passarono, e ci sarà un altro Natale l’anno successivo, il 2006,  con il “coccolino” Michael e gli amati genitori, Graziano e Lorena, fino al 22 febbraio 2007 quando la Gina ha raggiunto il Signore da lei tanto invocato. Il giorno prima il parroco di Pietracamela don Filippo Lanci – al quale aveva dedicato poesie colme di ammirazione – che le era stato molto vicino anche negli ultimi momenti mandò questo messaggio: “Gina è in agonia e la montagna da stamattina è coperta di nebbia, perché sempre ci si vela il volto quando muore un poeta”.

“Da Pietracamela (2021)”

Commiato

E ‘ una nebbia che torna velando di malinconia il sole sfolgorante  di questa giornata di giugno. Abbiamo ripercorso momenti che ci sono sembrati particolarmente significativi del percorso poetico della “Gina”, un percorso umano individuale  divenuto anche collettivo. Le poesie che abbiamo riportato riguardano il  suo paese e la vita da emigrata,  la devozione religiosa, la vita personale e l’età avanzata; ma non esauriscono il suo “corpus “ poetico, nel quale troviamo una vasta quanto gustosa serie di aneddoti, sulla vita nel paese e il suo spopolamento, il censimento spiritoso delle famiglie rimaste, fino ad episodi curiosi nei quali  può manifestare tutta la sua “verve”. Del resto, anche nelle poesie più intense e accorate troviamo passaggi che ne attenuano  l’impatto emotivo, nel segno di una filosofia esistenziale che non è fatalismo ma fiducia incrollabile  nella volontà dell’essere superiore che va accettata perchè protegge e dispone secondo fini imperscrutabili

La casa natale di Ginevra Bartolomei, la poetessa ‘Gina

Il migliore commiato è quello che ha lasciato lei stessa, non c’è altro da aggiungere se non riportare le due quartine nelle quali c’è tutto il suo spirito semplice  e profondo: “Dei miei nipoti/ Graziano è il primo/ gli consegno questo quaderno/ con tante poesie // E chiunque le leggerà/ O mio caro buon Gesù/ Si ricorderà di me/ Quando non ci sarò più.”  

Hai ragione, “Gina” carissima, abbiamo letto le tue poesie e ci ricorderemo sempre di te, siamo certi che non sarai mai dimenticata da coloro che leggeranno quelle riportate nella  nostra rievocazione  mossa da sentimenti di immedesimazione: come te siamo figli del “nido delle aquile”, il nostro “natio borgo selvaggio”  e ci sentiamo vicini e partecipi di tante tue osservazioni esteriori e riflessioni interiori. E così sarà per tutti, non solo per i paesani! che ti hanno conosciuta.

“Ginevra Bartolomei (2004)”

Info

Le poesie di Ginevra Bartolomei, “la Gina”, sono tratte dal libro “La lingua ‘degna’. Pietracamela e il pretarolo nei testi di Ginevra Bartolomei. Profilo linguistico, norme di lettura, antologia poetica”, a cura di Giovanni Agresti (dir.), Graziano Mirichigni, Silvia Pallini, Territori della parola. Una collana di Odellum , Observatori de les lingues d’Ruropa i de la Mediterrania (Universitat de la Girona) – Iker (CNRS Université Bordeaux Montaigne – Université de Pau et desPays de L’Adour) – Associazione LEM Italia, Lingue d’Europa e del Mediterraneo, dicembre 2020 pp. 396. Introduzione trilingue, in italiano, catalano e francese, testo in italiano.. Nel libro le 102 poesie – riportate a stampa da pag. 125 a pag. 325, tratte da due quadernetti e da fogli sparsi tutti manoscritti dall’autrice – sono pecedute da un’approfondita analisi linguistica del “pretarolo”; a questa analisi abbiamo dedicato il primo articolo pubblicato in questo sito il 3 agosto 2024. Molte poesie in tale idioma sono riportate con il testo in “pretarolo” a fronte e la versione in italiano di Silvia Pallini a cui si deve anche il “Commento letterario” a conclusione del libro. Le poesie riportate, integralmente o parzialmente, sono le seguenti, nell’ordine in cui sono nel testo (tra parentesi le pagine del libro da cui sono state tratte): Il suo Paese, Pietracamela, con i Prati di Tivo: “Riassunto di Pietracamela” (pp. 125-28), “Poesia dei Prati di Tivo” (129-32), La vita in Canada, negli anni da emigrata: “Questa poesia fatta in Canada” (132-33), “Per gli emigranti in Canada” (141-43), “Poesia fatta in Canada pr motivo di lavoro” (162-63), “Le case che vanno a fuoco in Canada” (140-41), “A Don Andrea” (320-21). La devozione religiosa: “5 agosto. La Madonnina del Gran Sasso” (164-65), “La Bianca Castellana (scritta in Canada)” (135-36), “La Madonnina del Gran Sasso” (158-159), “Questa è di San Gabriele pure in Canada” (137-38), “Festa di San Leucio” (156), “Questa è l’accoglienza di Don Marco” !160-61), “Mancanza del sacerdote” (190-91), “Pietracamela 24-9-2000. Volevo scrivere queste poche parole sul nostro parroco Don Filippo proprio ora” (295), “Poesia su Don Filippo Lanci” (296-97), “Poesia sulla nostra casa” (246-47), “Mia piccola poesia” (249). La vita personale, i pensieri nell’età avanzata: “Poesia sulla mia età'” (182-83), “Un’altra piccola poesia” (255), “Poesia sulle gambe” (256-57), “Piccola poesia sulla mia vecchiaia” (272-73), “Non trovo mai fine alle poesie” (282-85), “Sentite questo 1998” (280-81), “Poesia di poche parole” (307), “Piccola poesia 15 maggio 2005″ (308-09), “Voglio scrivere pure questa piccola poesia sul mio pronipotino 2 luglio 2005″(309), “Poesia sul bimbo Michael” (310), “Pietracamela 8 settembre 2005″ (311).

I Prati di Tivo, cui è dedicata una poesia, in primo piano

Photo

Nel testo sono inserite, ad esclusione di grafici e tabelle, tutte le 21 immagini contenute nel libro citato in un diverso ordine di successione – con le relative didascalie in corsivo e virgolettate – sulla poestessa e su Pietracamela dove si è svolta gran parte della sua vita; in più, sono riportate 11 immagini del centro storico e dei panorami – con le didascalie in tondo e non virgolettate – che si aggiungono alle 19 immagini, la maggior parte sulle caratteristiche “scalinate” del paese, contenute nel primo articolo. Questo per rendere con l’evidenza visiva l’ambientazione alla quale va riferita idealmente l’ispirazione genuina e l’espressione spontanea della poetessa. Viene indicata di seguito l’attribuzione delle singole immagini fotografiche, iniziando con le 21 tratte dal libro citate espressamente, mentre per le altre 19 immagini l’attribuzione è unica, con la precisazione che il numero identificativo per l’attribuzione si riferisce all’ordine di successione nell’articolo. Le immagini tratte dal libro sono di: Graziano Mirichigni: Foto n. 1, 16, 27; Fondo n. 2, 13, 21. Aligi Bonaduce: Foto n. 4, 6, 25, 26, Fondo n. 5, 14, 15, 17, 28, 29 ( su quest’ultima, intitolata nel libro “Don Andrea (1935)”, va precisato che è stata scattata da Salvatore Levante con Romano Maria Levante nell’agosto 1955 usando camera Ferrania Condor, e presentata nello stesso anno con altre 4 foto tipiche di Pietracamela, al 1° Concorso fotografico dell’Università di Bologna). Michael Mirichigni: Foto n. 9, 30. Emilio De Rogatis Foto n. 8. Gianfraco Spitilli Foto n. 32. Le altre immagini del centro storico e dei panorami sono tutte del 2018 di Romano Maria Levante, n. (3), 7, 10, 11,12, 18, 19, 20, 22, 31,33, salvo l’ultima tratta dal sito del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, si ringrazia l’Ente titolare per l’opportunità offerta. In apertura, “Ginevra Bartolomei”, seguono, “La Madonnina del Gran Sasso, In dialetto. Manoscritto di Ginevra Bartolomei”, e “Sempre poesie”, LXXIV poesia della “Gina” in “pretarolo”con testo in italiano a fronte di Silvia Pallini; poi, “Pietracamela, Prati di Tivo e Massiccio del Gran Sasso d’Italia (settembre 2008″), e “Pietracamela, in processione (anni ’40)”; quindi, “Le campane di San Giovanni (2000)”, e Centro storico, l’ingresso di via Roma, verso l’antica sede del Municipio; inoltre, “Parlando in strada (1996)”, e “Pietracamela dal Monte Calvario (2021)”; ancora, Il Monte Calvario, a dx, di cui parla in una poesia, a sin. il qurtiere meno antico, “la Villa”, e Centro storico, via Roma dopo l’arco di ingresso; continua, Centro storico, un angolo caratteristico, e “In Canada, Ginevra Bartolomei e Pietro Mirichigni, a sinistra. e Giovanni Mirichigni, a destra nella foto (1957 o 1958″; prosegue, Vita pretarola (anni 1950-1960)”, e ” I De Luca verso la Madonnina in ‘cestovia’ (primissimi anni ’50). Genitori: Luigina Panza e Salvatore De Luca; nelle ceste: Celestina e Antonio De Luca”; poi. “La Madonnina del Gran Sasso (26 dicembre 2015)”, e “Padre Archimede celebra la prima messa sul Corno Piccolo (1946″); quindi, Centro storico, antico edificio con il tradizionale balcone in legno, e Centro storico, uno scorcio caratteristico; inoltre, Centro storico, un altro scorcio caratteristico, e “Ginevra Bartolomei e il nipote Graziano Mirichigni (1971)”, ancora, Centro storico, una delle poche vie pianeggianti verso Porta Fontana, e Il Belvedere Guido Montauti; continua, Centro storico, un angolo con antichi edifici”, e “La roccia sul pagliaio. Sullo sfondo, Pizzo Intermesoli (aprile 2008″); prosegue, “Annina, la nonna di Aligi, con la conca, d’inverno (verso 1965)”, e“Ginevra Bartolomei (1994); poi, “Verso Pietracamela, la prima automobile (1940)”, e “Don Andrea,” agosto 1955; quindi, “Da Pietracamela (2021)”, e La casa natale di Ginevra Bartolomei, la poetessa “Gina” ; inoltre, “Ginevra Bartolomei (2004)”, e I Prati di Tivo, cui è dedicata una poesia, in primo piano; in chiusura, Pietracamela alla falde del Gran Sasso dì’Italia , il “nido delle aquile” della poetessa “Gina”.

Pietracamela alla falde del Gran Sasso dì’Itallia , il “nido delle aquile” della poetessa “Gina”

Pietracamela, 1. Il “pretarolo”, l’analisi linguistica sui versi della poetessa popolare “la Gina”

di Romano Maria Levante

L’8^  tappa  del Giro d’Italia l’11 maggio 2024 ha visto i riflettori del grande evento sportivo accendersi sull’arrivo in salita ai Prati di Tivo, superando di 6 Km  l’abitato di Pietracamela – il borgo montano  che dal 2008  fa parte del club dell’Anci “i borghi più belli d’Italia  – di cui tale località  è il culmine alle falde del Gran Sasso, la catena montuosa con  Monte Corno che troneggia in alto nelle due vette di Corno Grande e Corno Piccolo, distese come il “gigante che dorme” o “la bella addormentata”. E la maglia rosa operando uno scatto irresistibile, ha onorato con una vittoria prestigiosa tale scenario spettacolare, bella la scena del sindaco AntonioVillani in fascia tricolore, che gli mette al collo la medaglia nel palco con i boschi e l montagna a fare da cornice incomparabile. Siamo a  Pietracamela, il  “nido delle aquile”,  che il 30 dicembre 2023 ha onorato con un monumento nella piazza principale all’ingresso del paese,  i suoi “Aquilotti”, i primi “locali” a cimentarsi nelle scalate, precedendo gli “Scoiattoli di Cortina” e i “Ragni di Lecco”, aprendo le vie alpinistiche sulle rocce dolomitiche del Gran Sasso.

Le due manifestazioni per il “pretarolo” verace della “Gina”

A  questi due eventi ci piace collegarne due di ben diversa natura ancora più strettamente legati alla storia e alle tradizioni di un paese che resta vitale pur nello spopolamento della montagna, da non confondersi con l’abbandono, tanto i suoi figli sono rimasti legati al “natio borgo selvaggio”  dove ritornano dai luoghi dove gli avi  e i padri sono emigrati, in Italia o all’estero per lo più nelle lontane Americhe. Entrambi gli eventi riguardano un libro, frutto di una accurata ricerca sulle radici di tutto questo come risultano dalla “lingua degna”,  la parlata paesana, il “pretarolo”, che va ben oltre il dialetto per le sue peculiarità che la distinguono nettamente da quella abruzzese e non solo, con una connotazione linguistica e socialogica del tutto particolare; ricerca basata sui componimenti in “pretarolo” di una poetessa popolare, Ginevra Bartolomei detta “la Gina”. Sono due eventi, il primo c’è stato a Roma il 26 gennaio 2023 – nel concorso “Salva la tua lingua locale” in Campidoglio è stato conferito al libro il 2° premio “Tullio De Mauro” – il  secondo evento ci sarà a Bruxelles domani 4 giugno 2024 nella sede della Rappresentaza della Regione Abruzzo in Avenue Luise 210, dove sarà inaugurata la mostra personale “Rapsodikòs” dell’artista Mara Di Giammatteo – aperta fino al 28 agosto – con lavori e allestimenti di arte conteporanea attraverso l’antica arte della tessitura e del ricamo ispirati alle poesie della “Gina” fissando nella materialità della tela con un lavoro ispirato alla tradizione il senso di alcune parole esprimendo così il valore popolare e identitario del “pretarolo” per evidenziarne la validità da preservare dal rischio dell’oblio.

Pietracamela, il “nido d’aquile” alle falde del Gran Sasso, incorporata nella natura

Come nella premiazione a Roma, interverranno, nella presentazione del libro, il sindaco di Pietracamela Antonio Villani e gli autori, a Bruxelles anche il rappresentante della Regione Abruzzo e la critica d’arte curatrice della mostra Maria Chiara Wang sul tema “La fragilità della memoria”. Una onsacrazione internazionale di un libro di per sé internazionale, con l’Introduzione in tre lingue – italiano-catalano-francese – e il suo inserimento nella serie “Territori della parola “ che documenta le lingue regionali,  minoritarie nell’area euro-mediterranea, con la direzione di Giovanni Agresti professore dell’Università Bordeaux-Montaigne e Federico II di Napoli, e coautori Graziano Mirichigni attivo custode dell’opera scritta e orale della nonna poetessa, e  Silvia Pallini alla quale si deve  il “Commento letterario”  conclusivo sulle oltre 100 poesie in “pretarolo” riportate nel libro. A Bruxelles la presentazione rientra nelle manifestazioni per l’Anno delle radici italiane nel mondo.

Pietracamela, uno scorcio del centro storico, con la piazza sovrastata dall’identitaria “Vena grande”

Ma è questo un primo ossimoro, dal locale più chiuso e ristretto all’internazionale, però quanto mai suggestivo. L’altro ossimoro – peraltro apparente come il primo – è dato dal fatto che l’accurata ricerca con l’adozione delle metodologie più elaborate e sofisticate  si concentra su quanto vi è di più spontaneo e immediato, l’espressione di pensieri, sentimenti ed emozioni che diventa poetica nella forma e nel contenuto proprio perché si manifesta in modo naturale senza il benché minimo intento letterario: protagonista assoluta una figlia del popolo, Ginevra Bartolomei, da tutti chiamata  “la Gina”, animata  da un’indomabile vitalità che ha trovato uno sfogo irresistibile nel corso di decenni in una declamazione poetica nella “lingua degna” del suo paese arroccato tra i monti, con le difficoltà inenarrabili di una vita nell’assoluto isolamento e nell’inclemenza della natura.

Non ci addentreremo nei meandri impenetrabili  dell’approfondita analisi svolta con criteri strettamente scientifici di cui apprezziamo l’alto livello professionale e lo spessore culturale, ma ci limiteremo a dar conto sommariamente di quelli che ci sono sembrati i principali risultati conoscitivi sulla “lingua” di  un territorio che è anche il nostro “natìo borgo selvaggio” e sulla poetessa protagonista e testimone. Per poi dare la parola alle sue espressioni poetiche  per rievocare la vita e il sentire di una comunità cui anche noi siamo profondamente legati.

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Questa immagine e le seguenti, nella visita al “centro storico” con le sue scalinate e i suoi archi

Il ”pretarolo”, la “lingua degna” per le sue straordinarie peculiarità 

L’analisi della “lingua degna” viene effettuata con l’ausilio di interviste dirette ai paesani sull’uso del dialetto e le loro percezioni, nonché di risposte a due questionari in ambito locale e nel territorio circostante, e ci si avvale anche dei risultati di una tesi di laurea di Gabriella Francq nel 2016 sul “pretarolo”.

Si inizia con l’”inquadramento socio-linguistico” nel quale vengono analizzati i nessi tra la “lingua” e la comunità che la utilizza, in base alle risposte date dai locali, e anche dagli abitanti dei paesi vicini, sulle loro percezioni inerenti i modi con cui si esprimono. Ebbene, è confermata la consapevolezza della singolarità della loro “parlata”,  delle nette differenze rispetto a quella abruzzese in generale e anche a quella dei paesi limitrofi –  compresa la vicinissima frazione di Intermesoli – il che rappresenta un elemento fortemente identitario; come la consapevolezza del progressivo deterioramento del fonema originario per le contaminazioni di vario tipo – con i forestieri sempre più invasivi per lo spopolamento e i ritorni degli emigrati con le loro interpolazioni straniere –  che trasformano e diluiscono  il paesaggio linguistico.

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Interpolazioni nei tempi passati anche dell’italiano puro da parte dei “cardatori” di ritorno dalla Toscana, dove andavano soprattutto nei mesi invernali in cui il lavoro in paese era precluso dalla rigidità del clima di alta montagna; tali interpolazioni furono valorizzate da uno studioso, Tommaso Bruno Stoppa, che voleva inserire il “pretarolo” nell’”Atlante linguistico italiano”, poi non andato in porto. Il mestiere della cardatura della lana da parte dei “pretaroli” anche in Umbria e Romagna, oltre che in Toscana, era tanto diffuso da far nascere una variante linguistica del “pretarolo”, il “trignano” utilizzato dai cardatori nel parlare tra loro per rendersi ancora più incomprensibili ai forestieri che li ospitavano. A parte questo, la percezione della singolarità della “lingua”portava anche a ritenere non proponibile la sua scrittura quasi fosse limitata alla sola oralità,  mentre tale convinzione è stato smentita dall’opera della poetessa Gina, oltre che da altre circostanze; per questo il “pretarolo” non può essere declassato né confinato tra le espressioni dialettali minori, ma ha la dignità di una lingua, una “lingua degna” come viene  intitolato il libro.

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Queste “percezioni” individuate in una ricognizione preliminare, sono validate dall’accurata ricerca effettuata nella tesi di laurea sul “pretarolo” sopra citata, con due questionari diffusi nel paese direttamente interessato, Pietracamela, e in alcuni paesi vicini per misurarne la consistenza e l’ampiezza: un questionario dedicato all’idioma e l’altro al significato identitario che assume nella comunità. .Le domande sono molto semplici, ma frutto di una sofisticata impostazione di carattere scientifico  della quale si trovano nel libro tutti gli elementi conoscitivi e i riferimenti culturali.  Si è trattato  di “pensare una lingua e un’identità”, riguardo al “peso delle rappresentazioni sociali” , per arrivare a definire “le rappresentazioni sociali della lingua e dell’identità pretarola”.

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Dalla ricerca è emersa “un’indefinitezza legata  alle origini: diversi miti di fondazione” e  “diversi tratti di prossimità linguistica”  e tra questi “il problema del toponimo, dell’origine controversa del nome del paese”. Sulle origini dei fondatori si va dalle vicine Puglie alle più lontane Albania e Grecia, sulla vicinanza linguistica si aggiungono assonanze francesi, a parte quelle abruzzesi ma limitate; il mestiere itinerante dei cardatori pretaroli – con il loro gergo “trignano” – ha reso apporti e contaminazioni. Il nome Pietracamela, secondo la prima rilevazione, richiamerebbe la forma dei massi sopra il paese simile alle gobbe di un cammello, fino a “sommità”; più avanti diremo degli approfondimenti al riguardo riferiti anche ai più antichi popoli e ad altre caratteristiche ambientali.

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L’incertezza di queste prime risultanze non ne riduce l’importanza perché derivano dall’analisi “etnica”, di natura percettiva e soggettiva  rispetto alla comunità locale: “domande e risposte  sono componenti indissolubili e indispensabili  di un unico processo di scoperta e di accrescimento dell’autocoscienza dei membri della comunità pretarola”.  L’analisi “etnica” si aggiunge all’analisi “etica” di natura oggettiva, limitata per la perdita degli antichi archivi distrutti da un incendio.

Al centro della ricerca c’è stato l’idioma locale, analizzato con l’approccio scientifico degli analisti  esercitati nei “Territori della parola”, che collegano strettamente la lingua nelle sue varie espressioni alla comunità locale,  definita nei suoi riferimenti  storici e nei fattori  identitari.  Il tutto con la testimone d’eccezione, la poetessa “Gina”, preziosa  interprete dei due versanti, quello linguistico e quello identitario  nella sua espressione poetica che ne accresce l’eccezionale unicità.

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L’origine del nome “Pietracamela”, dagli antichi popoli alle caratteristiche ambientali

Ed ecco cosa è risultato nello scavo sul “profilo linguistico” del  “pretarolo”, fino a  definirlo “lingua degna”, cioè “bella” per la sua singolarità e unicità  delle sue peculiarità positive. L’analisi inizia con l’approfondimento del nome del paese, “Pietracamela” – da cui deriva ovviamente il “pretarolo”  – di cui abbiamo citato in precedenza le  percezioni verificate sul campo.

 Si parte dall’età romana, l’insediamento montano nel Regio V. Picenum è chiamato “Petra Cimmeria” e riferito all’antico popolo italico dei Pretuzi che si trovava tra i fiumi Tronto e Vomano, quindi non al nome del popolo ma a un toponimo diffuso in aree anche molto lontane come la Crimea e l’Albania e collegato ad etimologie di varia natura e origine che richiamano la “collina”, il “torrente” fino alle “tenebre profonde” della Sibilla  Cimmeria, intese come “oscurità”. Ma i Cimmeri erano anche un popolo  storicamente originario della Crimea, diffuso in Tracia, Anatolia e Vicino Oriente; mentre nella mitologia sono presenti  i “Cimmeri omerici” citati nell’Odissea. “di nebbia e nube avvolti” nel tenebroso regno dei morti,  e i “Cimmeri flegrei”  citati da Strabone  presso il lago d’Averno dove vivevano in case sotterranee collegate da gallerie con “l’oracolo dei morti” consultato pure da stranieri; e Plinio il Vecchio li colloca anche lui nell’Averno.  

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Analogamente per il nome “Petra Cameria” che con riferimento a Pietracamela si trova citato nel “Dizionario ragionato del Regno di Napoli” del 1804, perché la parola “cameram” nell’etimologia significa “soffitto a volta” – che richiama la curvatura dei monti circostanti a gobba di cammello –  mentre un riferimento allo spagnolo “cambre”  richiama “cima”, “culmine”, “punto più elevato”. Ma il  collegamento può essere anche al popolo italico dei “Camerti” insediati sul versante adriatico dell’Appennino centrale, dove si trova Pietracamela, che hanno dato il nome a diverse altre località  del’Appennino centrale, come Camarda e  Camerino. 

Il riferimento alla gobba di cammello dei monti e in particolare di Pizzo Intermesoli  (e forse di “Vena grande”, la roccia identitaria  che sovrasta la piazza principale)  qualifica Pietracamela come “pietra/roccia a forma di cammello”, identificazione fissata nello stemma comunale  con un cammello, immagine tanto eloquente quanto discussa, non essendo presente nel catasto preonciario del secolo XVII. Del resto sulla prima parte del nome, “Pietra” non vi sono dubbi, nell’espressione pretarola l’intero nome è “La Prota” senza aggiunte.

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A questo problematico excursus filologico, storico e ambientale insieme, segue una sintesi particolarmente intrigante, perché mostra come le qualifiche  delle diverse interpretazioni si ritrovano tutte  nella descrizione dl borgo di Pietracamela: “situato in un punto elevato, sormontato da una formazione rocciosa in evidenza,  spesso in ombra, a bacio (proprio perché sormontato da tale formazione rocciosa) e per di più esposto a Nord, collegato al fondo valle da un torrente, non di rado avvolto da nubi e nebbia”.  Nebbia che ritroviamo in un distico dialettale della poetessa Gina, che in italiano recita così: “Quando la nebbia va in su/ Prendi la conca e vai alla fontana// Quando la nebbia va in giù/ Prendi la zappa e vai alla terra”.

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Breve cenni al profilo linguistico del “prtarolo”

Non è giunto ancora il momento di parlare della poetessa, prima qualche accenno al “profilo linguistico”  che viene analizzato in modo approfondito, dopo la dissertazione sul nome del paese. Ci limitiamo a citare il “vocalismo”, che presenta notevole complessità, con “almeno quattro suoni vocalici con valore fonologico (distintivo) assenti nell’italiano standard”, mentre “il consonantismo del “pretarolo  non si discosta sostanzialmente da quello dell’italiano. Fanno eccezione soprattutto alcuni suoni fricativi”.

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Di qui  parte l’analisi dei “tratti linguistici distintivi”, che si avvale soprattutto dei testi della poetessa Gina – 100 poesie in 2 aurei quadernetti con altri fogli staccati – del questionario di Francesco d’Ovidio di un secolo fa, dagli etnotesti orali in “pretarolo “ raccolti da Maria Iannetti nel 2021  ed ora trascritti,  e infine di due conversazioni  a più voci, di una pagina ciascuna,  edite in versione bilingue pubblicate nel Bollettino parrocchiale di San Leucio vescovo, “La Madonna del Gran Sasso” nell’ottobre-novembre 1947  e nel marzo 1948.   E’ un’analisi molto tecnica dei  tratti che caratterizzano i dialetti centro-meridionali  che vengono accostati al “pretarolo”  per evidenziarne le peculiarità con citazioni di esempi specifici per ciascun tratto. Si inizia con la “fonetica pennese” richiamata dal vocalismo del “pretarolo” per poi entrare nel tecnicismo glottologico più arduo, nei seguenti aspetti a ciascuno di quali viene dedicato un paragrafo nel libro: “Metaforesi(o metafonia) a flessione interna” e  “Centralizzazione”, “Frangimento  e dittongazione delle vocali toniche”  e “Assimilaziuoni”,  “Betacismo” e “Trattamento di [l ] + consonante”, “Sviluppo di [j-] e di consonante + [j], e “Sviluppo di nessi latini [- kj -]  e [- ng -] + [e] / [i],  “Sviluppo di [- bj -]  e di [- sj -] e “Lo sviluppo di /- / -/  e / – ll – /”, “Trattamento di [ pl – ] e [ fl -] latini”,  e “Possessivo enclitico”,  “L’espressione della ripetizione” e “Dimostrativi”,  “Plurale alla latina” e “Marche di numero, genere e determinanti”, “L’imperfetto indicativo”  e “Superlativo assoluto iterativo”, l’iperbole analitica con cui si conclude un tecnicismo fino all’estremo che conferma l’accuratezza dell’analisi di una idioma da considerare lingua vera  e propria.

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Naturalmente non possiamo minimamente darne conto, mentre qualche cosa possiamo aggiungere riguardo al “lessico” che evidenzia i tratti distintivi di una lingua alimentata nel lontano passato anche delle espressioni gergali dei cardatori che la rendono criptica  e in tempi più recenti dalle interpolazioni degli emigrati.  Ci sono “forme arcaiche, forestierismi e singolarità”, le parole “vescia” cioè ragazza e figlia, e “r(j)uf”,  cioè bambina e bambino, nei nostri ricordi  della parlata familiare il primo termine era più affettuoso del secondo; “Iona” adesso, e  “Cant(a) come, “Domèna”  mattina, e  “Digna” o “Dagna” bella,  “Utri” soltanto e “”Zalla” piccola,  fino alle forme gergali del “trignano” dei cardatori  che ne rendeva incomprensibili ai terzi le conversazioni.

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La “Gina”, poetessa  di talento espressivo e  vitalità popolare

Ed ora non ci resta che presentare rapidamente la figura che sottende a queste approfondite analisi glottologiche avendole consentite di fatto con le sue espressioni in “pretarolo”, per di più in forma poetica raccolte, come già accenanto, in due quadernetti oltre che in fogli sparsi su stimolo del nipote Graziano che capì come fosse importante far fissare in scritti preziosi la spontanea poetica orale della cara nonna. Ginevra Bartolomei, la Gina per i paesani,  nata nel 1909, vissuta  per l’intero secolo XX entrando per 7 anni nel XXI secolo, è morta nel 2007, dopo una lunga vita  sempre a Pietracamela, salvo la parentesi di 5 anni in Canada  dal 1957 al 1962, periodo molto significativo in quanto fu allora che iniziò il suo percorso poetico perché aveva del tempo libero in attesa del primo lavoro  e poi tra un lavoro e l’altro, con le difficoltà a trovare occupazione dai 48 anni dell’arrivo ai 53 della partenza. In quei lunghi momenti nei suoi pensieri irrompevano i sentimenti mossi dal distacco –  quello che viene definito il “dolore del ritorno” – dall’amato paese “il quale, forse per compensazione, prende corpo nell’interiorità. La parola, prima sentita, poi espressa,  quindi fissata sulla pagina, diventa territorio e prende il testimone del territorio assente”, commenta Giovanni Agresti.

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I suoi testi sono preziosi come testimonianza straordinaria  del “pretarolo” scritto in forma poetica , e formano un affresco altrettanto straordinario dei costumi del secolo scorso, della vita difficile  nell’alta montagna dove si lavorava duramente per la sopravvivenza con i magri frutti di una terra arida con la stagione invernale particolarmente inclemente.  Un lavoro molto duro per gli uomini ovviamente, che nei mesi invernali si spostavano come cardatori della lana nelle regioni del Centro Nord, Marche e Umbria, Toscana e Romagna; e ancora più duro per  le donne impegnate,  oltre che nei lavori domestici – con il lavare i panni al lavatoio e prendere l’acqua alla fontana con la conca, cucinare alla fornacelle o al focolare – nel portare in testa legna e fascine dai Prati di Tivo, dove andavano anche più volte al giorno ad almeno 1450 metri  di quota mentre il paese è a 1005 metri, e la Gina era una di loro; anzi racconta di aver lavorato persino nella costruzione della strada provinciale che sale per 9 km dalla statale a  Ponte Arno, portando in testa i materiali usati, sassi e cemento,  travi di ferro e acqua.

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Ma non c’è solo questa testimonianza nei preziosi quadernetti e nei fogli sparsi che ha lasciato, bensì le sue continue valutazioni disincantate sul valore della modernità che eliminava i tremendi disagi del passato ma con essi offuscava anche tanti valori di una tradizione profondamente radicata che rischiava di venire cancellata. Anche perché l’emigrazione all’estero e lo spopolamento per l’incalzante urbanizzazione erodeva inesorabilmente  la popolazione locale con il rischio di sparizione. L’emigrazione l’ha vissuta in prima persona, come abbiamo accennato, per cui ne descrive, come per il resto, croce e delizie.  Tutto questo riguarda in vari modi la vita esteriore, quella di tutti i giorni vissuta e vista sempre con una prospettiva  di più ampio respiro.

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Alla vita interiore ha dedicato una vasta serie di componimenti  particolarmente intensi: e questo riguarda l’aspetto religioso con la profonda devozione unita ad osservazioni disincantate e, soprattutto nell’ultima fase, l’aspetto dell’età avanzata, anche qui con espressioni  non fataliste ma di una filosofia di vita che fa meditare, fino alle battute di uno “humor” spontaneo e gustoso. Le sue poesie molto spesso hanno una premessa o una conclusione che dà loro un valore più vasto del semplice sfogo personale dell’autrice, perché si rivolge anche all’esterno e spiega, quasi come se volesse giustificarsi, il motivo per il quale si è decisa ad esternare i suoi sentimenti interiori.

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Un alto valore umano oltre che storico e letterario, dunque, che fa della poetessa Gina una vera icona, oltre che una testimone preziosa. Del resto, questo fu compreso ben prima dell’attuale consacrazione, quando nel capoluogo di Teramo, al Cinema Smeraldo, alla fine degli anni ’80, fu premiata pubblicamente; nel 1989 fu intervistata dalla Rai da Monica Leofreddi nella trasmissione “Uno mattina”e nel 2006 in un articolo sul settimanale “Famiglia Cristiana” Alberto Bobbio scrisse che “la Gina s’inventa versi nella mente e poi li recita a chi la viene a trovare”. Dice tutto d’un fiato perchè sa che il tempo è breve…”, morirà l’anno dopo a 98 anni. Non possiamo quindi, che dare la parola a lei, ai suoi versi, che riempiono circa 200 pagine del libro, in “pretarolo” con la “versione” italiana operata dagli autori, ovviamente  riporteremo stralci dei suoi componimenti in italiano data la difficoltà della “lingua degna” di essere  non solo compresa ma anche trascritta. Ne emergerà l’affresco storico, ambientale e umano che abbiamo tratteggiato, l’excursus nella poetica popolare della “Gina”  uscirà  presto in questo sito.

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L’edificio storico con le “bifore”

Info

Libro “La lingua ‘degna’, Pietracamela e il pretarolo nei testi di Ginevra Bartolomei. Profilo linguistico, norme di lettura, antologia poetica. A cura di Giovanni Agresti (dir.), Graziano Mirichigni, Silvia Pallini,“. Territori della parola. Una collana di Odelleum, Observatori de les liungues d’Europa i de la Mediterrania (Università de Girona) CNRS – Université Bordeaux-Montaigne – Université e Pau et des Pays de l”Adour. Edito da Associazione LEM Italia – Lingue d’Europa e del Mediterraneo, dicembre 2020, pagg. 396, Introduzione trilingue, in italiano, catalano e francese, testo in italiano.

Photo

Le immagini – salvo la seconda panoramica con Pietracamela alle falde del Gran Sasso d’Italia che la mostra immnersa nella natura fino a confondersi in essa, tratta da “Tesori d’Italia”, di cui si ringraziano i titolari – sono state riprese da Romano Maria Levante nell’agosto 2018 e, a parte la terza con una panoramica della parte più antica, “La terra”, e della roccia identitaria “Vena grande”, rappresentano la visita nel centro storico con le sue scalinate e i suoi archi. L’immagine conclusiva mostra una delle “pitture rupestri” a Pietracamela del “Pastore bianco”, il gruppo pittorico guidato dalla gloria paesana il pittore Guido Montauti, alla presentazione dell’opera restaurata il 10 agosto 2018 con il restauratore Corrado Anelli, nella foto davanti alla pittura.

Pietracamela, una “pittura rupestre” del “Pastore bianco”, il gruppo pittorico guidato dalla gloria paesana il pittore Guido Montauti, alla presentazione il 10 agosto 2018 dell’opera restaurata con il restauratore Corrado Anelli, nella foto davnti alla pittura

Il 25 aprile 1945, ne discutono “tre amici al bar” su Facebook

di Romano Maria Levante

Oggi è il 1° maggio, la Festa del lavoro, che suscita in me anche un ricordo d’infanzia molto vivo e coinvolgente. Anni ’40, vivevo a Colonnella, in provincia di Teramo, in cima a una collina al confine tra Abruzzo e Marche, dove i miei genitori maestri di scuola si erano trasferiti dalla natìa Pietracamela con me e mio fratello Salvatore, entrambi molto piccoli. Il 1* maggio veniva festeggiato issando un grande albero nella piazza principale del paese, conficcato nel pavimento svettava per qualche giorno, poi veniva rimosso, come avviene oggi per gli alberi di Natale nelle principali piazze cittadine, a Roma a Piazza Venezia e a Piazza San Pietro; poi ho saputo che era una tradizione francese, e si chiamava “albero della Libertà”, dal nostro terrazzo si dominava la piazza, e l’albero si imprimeva nella mia memoria infantile. Questo ricordo ne porta con sè un altro, riguarda il 25 aprile 1945 , la sfilata degli alleati liberatori sui loro veicoli osannati dalla gente, un compassato commendatore gridava a gran voce “Viva Ciurcìl, viva Rosevèlt!!!!” (sic!) c’erano anche i Partigiani del Bosco Martese con i mitra a tracolla, tra loro qualche “imbucato” che non si era mai mosso dal paese ma brandiva ugualmente il mitra, una giornata di festa popolare con baci e abbracci, era fnita la guerra e l’incubo dei bombardamenti e dei rastrellamenti tedeschi: la Liberazione! Anche questo vissuto dall’alto del terrazzo nei miei 9 anni. Un altro ricordo si collega a questo, e riguarda Pietracamela, quando nella Piazza principale assistemmo alla scalpellatura della scritta DUX sul pilastro che sorregge Vena grande, il grande masso identitario a forma di cammello che sovrasta la piazza stessa, non ricordo l’anno, era di certo estate nei nostri ritorni per la villeggiatura, ma pur nell’incertezza assoluta mi piace pensare al 25 luglio 1943 , quando dopo la caduta di Mussolini – rimosso da Capo del governo e arrestato per opera del Re – esplose la gioia popolare con la distruzione di statue, scritte ed altri reperti del fascismo, mi sono rimaste impresse le lunghe scale da dove scalpellavano. La scritta DUX si continuava a vedere nei ricorrenti ritorni da Roma, nei pressi di Città Ducale, in un bosco in alto dove erano stati tagliati gli alberi in modo che da lontano risaltasse tale scritta, questo per molti anni, credo che poi avranno ripiantato alberi per cancellarla.

Come ciliege, i ricordi d’infanzia si susseguono spinti dalla forza della memoria, tornano a Colonnella, sempre nella piazza principale dove si trova la grande chiesa madre con un campanile molto alto, e nel lato adiacente la mia abitazione di allora con il terrazzo-belvedere. Ricordo la grande bandiera rossa con falce e martello che il parroco Don Alfredo con simpatie comuniste aveva consentito fosse issata sulla sommità del campanile della chiesa, per cui dal nostro terrazzo ce l’avevamo davanti agli occhi, si era nella campagna elettorale per le elezioni della Costituente del 1946. Appena giunsero i risultati con la sconfitta dei comunisti, la piazza si riempì e con alla testa il vice parroco Don Angelo – di forti simpatie democristiane come di norma per la Chiesa, aveva fatto anche campagna elettorale, un “don Camillo” anrte litteram rispetto al parroco “Peppone” anch’egli ante litteram – dei giovani salirono sul campanile e tolsero la bandiera rossa tra gli applausi della folla, l’ho rievocato moltissimi anni fa in un mio articolo. Mi fermo qui nei ricordi, per presentare ciò che si trova di seguito, una nuova conversazione dei “tre amici al bar” – Gelasio detto Gero ed io entrambi “pretaroli” e Tonino “montoriese”, figli dell’Abruzzo “forte e gentile”, che segue le due conversazioni pubblicate in questo sito l’8 e 9 settembre 2023, sul “Tricolore” e sul “25 luglio 1043”, degli stessi “tre amici al bar”. Questa volta la discussione è sulla festa del 25 aprile, soprattutto sul tema dell’antifascismo che torna in modo ossessivo nella cronaca quotidiana. Come le due precedenti anche questa conversazione si è svolta su Facebook, nella settimana dopo il 25 aprile, e ugualmente ho aggiunto immagini rievocative non presenti su FB, per questo vi riporto il link del presente articolo. A chi è interessato alla nostra conversazione sul 25 aprile buona lettura, se lo desidera può anche commentare online per dire la sua.

I “tre amici al bar” discutono sul 25 aprile, inizia Gelasio detto Gero con il suo augurio “Buon 25 aprile a tutti”. :

Gelasio Giardetti

BUON 25 APRILE A TUTTI!!!

Romano Maria Levante

Viva la Liberazione dell’Italia e omaggio commosso, memore e riconoscente ai 90 mila soldati americani caduti nel territorio italiano per liberare il nostro paese, sepolti in 42 cimiteri di guerra, da Udine a Siracusa, e ai circa 7000 partigiani che secondo l’Anpi persero la vita nella generosa e vittoriosa resistenza contro i tedeschi. In quei cimiteri è doveroso celebrare la Liberazione!

 Tonino Bonavita

Anche se piccolo ricordo come un incubo i tedeschi con i fascisti con manganelli nelle mani per le strade del mio paese, i bombardamento, ponti sul fiume Vomano minati saltare, l’arrivo degli americani il ritorno dalle montagne dei partigiani con fucili a tracollo, la fame, i pidocchi, partigiani feriti, la vendetta sui fascisti non scappati, le emigrazioni con famiglie che si dividevano, partigiani o soldati uccisi che non tornavano, gli arrivi dall’America vestiti usati e viveri in scatola per noi bambini il legame sempre più forte

Il giorno della liberazione grande festa per tutto il paese, ragazze che offrivano garofano di carta rosso, tentativo dei comunisti di prendersi i meriti della sconfitta dei fascisti: FALSO – i meriti vanno agli americani fortemente affiancati dai partigiani. Molti fascisti o scappati all’estero o vigliaccamente diventavano comunisti

La rinascita dell’Italia si deve esclusivamente a De Gasperi sostenuto da Pio XII con il mondo cattolico e dagli aiuti economici ottenuti da Alcide dagli americani

Fascismo sconfitto, Partito comunista sostenuto dalla Russia non riuscì a conquistare il governo dell’Italia grazie e soprattutto alla nascita del partito Democrazia Cristiana

Storia da me vissuta e nel discorsi del Presidente Mattarella ci sono molti riferimenti

Gelasio amico caro ora i neo fascisti con pochi voti mal governano il nostro bellissimo paese per alcuni italiani nostalgici di ciò che non hanno vissuto [ la guerra ] e da creduloni di promesse impossibili da mantenere

Vogliamoci bene.

Gelasio Giardetti

Caro Tonino, anche io conosco la criminale storia del ventennio fascista e i danni morali e materiali che inflisse alla nostra povera italia, non per averla vissuta, ma per averla studiata. Tuttavia la liberazione del nostro Paese avvenne sicuramente grazie l’intervento degli Alleati, ma non si può non ricordare e rendere merito e onore a tutti i Partigiani che, sacrificando la loro vita, contribuirono ad abbattere dall’interno il feroce nazi-fascismo che, negli ultimi due anni di guerra civile, con l’acqua alla gola per la pressione della Resistenza, massacravano uomini, donne e bambini con efferate stragi come quella di Civitella di Val di Chiana omaggiata, il 25 aprile, con una corona di alloro dal nostro Presidente della Repubblica. Vorrei ricordarti, tuttavia, che la liberazione dal nazi-fascismo in Europa, di cui l’Italia era parte integrante anche se ancora non unita, fu dovuta anche al sacrificio della Russia che perse ben 20 milioni di uomini nel corso di tutta la guerra e che, da est, liberò parte dell’Europa dove il nazismo aveva messo in atto la Soluzione Finale degli ebrei uccidendone ben sei milioni.

Per quanto attiene a De Gasperi ciò che dici è vero, ma il Piano Marshall non fu un regalo, poiché De Gasperi dovette accettare non solo la presenza di molte basi militari Statunitensi che ancora oggi sono operative con la presenza di armi nucleari, ma dovette impegnarsi a cacciare dal primo governo i comunisti e i socialisti e successivamente condurre una campagna elettorale mistificatoria dove si affermava che i comunisti mangiavano i bambini arrostiti e questa non è una barzelletta, ma è la pura verità. Oggi siamo governati da una destra che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse elettorali: Gli sbarchi degli immigrati sono decuplicati e non c’è stato alcun blocco navale, i salari degli italiani sono i più bassi d’Europa e questo governo non accetta nemmeno di stabilire un salario minimo per legge, la sicurezza sul lavoro è diventata tragica per l’aumento della mortalità, il governo aveva assicurato di tassare gli extraprofitti delle banche ma poi si è tirato indietro, La sanità oramai è stata quasi interamente privatizzata, anche se gli italiani seguitano a pagare le tasse per una sanità pubblica in via di eliminazione, dal punto di vista politico la censura, poi, la fa da padrone: Scurati, Saviano, la perdita nella RAI delle menti più brillanti dal punto di vista culturale, le denunce da parte del potere a intellettuali e giornalisti che, pur esercitando il loro diritto di critica, sono costretti a sostenere in tribunale una difesa impari con le massime autorità di governo. Per fortuna nella nostra Costituzione la ricostruzione del partito fascista è vietata, cosi come è vietata l’apologia del fascismo dando luogo così ad una Costituzione Antifascista, termine oramai inviso e impronunciabile.

Tonino Bonavita

Io la storia non l’ho letta ma vissuta in un paese con tedeschi e fascisti che creavano terrore anche a noi bambini e dove molti giovani chiamati per fare la guerra preferivano scappare in montagna ( tra questi mio fratello di 18 anni) dove si riunivano come partigiani armati di fucili e bonbe a mano e, grazie agli americani che con carri armati con cannoni armatissimi, uniti riuscirono a liberare l’italia-Vero è che in russia esisteva lo sterminio del cristianesimo con stupri alle suore, uccisioni dei sacerdoti, chiese usati come granai cristiani perseguitati etc e che per questo nella propaganda elettorale si aggiungeva “mangiatori di bambini” e che noi cristiani avevamo paura che i comunisti alleati alla russia potessero vincere le elezioni così come i comunisti facevamo propaga con accuse infamanti contro lo scudo crociato

La liberazione è solo merito dei partigiani con i fucili che con l’aiuto e il sostanzioso sostegno dagli americani riportarono la democrazia e la libertà in Italia

La concessione all’America di alcune basi con sommergibili atomici e villaggi per soldati americani dava maggiore protezione all’Italia e i militari presenti consumi di prodotti locali e lavoro

L’America accolse milioni di emigranti italiani

Di ciò che accadeva a livello Europeo tra America, Inghilterra, Russia lo abbiamo verificato con la spartizione delle nazioni

L’Italia,sogno dei comunisti/russi, al mondo cattolico Pio XII, De Gasperi e all’America non siamo finiti colonia Russa come Jugoslavia, Ungheria, Polonia, Romania etc dove la dittatura russa significava assenza di libertà fame e sofferenze fisiche e umane.

Gelasio Giardetti

Caro Tonino, comunque tu la voglia mettere, De Gasperi ci vendette all’America facendo in modo che l’Italia fosse una colonia americana come molti altri Paesi. La presenza di basi atomiche americane in molti siti italiani ci espone, proprio oggi, che siamo in un clima di guerra, agli attacchi di nemici con armamento nucleare, quindi non siamo più sicuri sotto l’ombrello americano ma siamo sicuramente più esposti a pericoli di attacco atomico. Guarda la Svizzera, indipendente, avulsa da quasiasi partecipazione a unioni militari, libera di fare le politiche dettate dal popolo e patria di perseguitati e oppresi. Io ricordo i comunisti che mangiavano i bambini con molta paura, ricordo la propaganda cattolica impegnata con sermoni e propaganda a dipingere i comunisti come mostri assetati d sangue mentre, come afferma Romano, il ministro della giustizia Palmiro Togliatti, avulso da spirito vendicativo, ammnistiò i reati dei fascisti. Non dimentichiamoci poi l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse che si realizzò proprio nel momento in cvui l’importante statista stava per dare attuazione al “compromesso storico” con il partito comunista italiano. Riflettiamo bene!!! Un abbraccio Gero.

Tonino Bonavita

Gero caro, credo le nostre visione storiche dipendono dalle conescenze/esperienze vissute e non inperpretate o lette da storici con le loro interpretazioni

Senza i soldi e la protezione dell’America in cambio di alcuni siti con sommergibili atomici

“Do ut des”

Mi rifiuto di ricordare la situazione dell’Italia in mano ai nazifascisti, alla tragica situazione psicologica degli italiani con famigliari morti, malattie, fame, migranti a cercare lavoro

Allo stesso modo mi rifiuto di immaginate che Togliatti con la banda rossa non avesse permesso ai russi ciò che successe in Ungheria, Jugoslavia etc e la loro storia, dittatura, persecuzioni, fame etc.

Ricordo molto bene i manifesti vignettati di tutti i partiti ( portavo il barattolo della colla fatta con la farina a mio fratello cattolico come in famiglia) per i manifesti della DC

Contestualizzando confermo che senza gli americani in Italia la democrazia non sarebbe mai arrivata.

Ho avuto l’onore in Piazza di Gesù di scambiare qualche pensiero con Aldo Moro molto preparato e deciso

Lo condividevo e sostenevo nel progetto con Berlinguer meravigliosa persona

Il figlio del capo scorta di Moro Leonardi dopo un anno dall’uccisione del padre lo presi nel mio gruppo di collaboratori nell’Ente dove anche Romano lavorava

Vita vissuta direttamente e personalmente e non letta sui libri

Un abbraccione.

Gelasio Giardetti

Io credo, però, che la conoscenza dei fatti storici attraverso lo studio della storia stessa faccia conoscere molti più dettagli di quelli che si hanno attraverso una limitata esperienza personale. Un saluto.

Tonino Bonavita

Naturalmente i libri utilissimi per far sviluppare l’immaginario del possibile, vero, falso di con arte li scrive soprattutto storici ma difficilmente provoca emozioni che invece chi di persona li ha vissuti direttamente e personalmente con momenti di dolore, sofferenze, gioie e indifferenze

Vero è che molti dettagli e particolari degli accordi dei potenti interessati sono stati immaginati e interpretati dagli storici e trasmessi con libri cosi anche a chi li ha direttamente vissuti nei limiti delle informazioni dei mezzi del tempo ( radio e giornali e passa parola)

Un fatto vero:

Un calzolaio comunista comprava tutte le mattine l’Unità. Non sapendo leggerlo lo faceva leggere a un suo amico il quale una mattina legge: … porca miseria, cumpà qui c’è scritto che hanno visto volare un asino;

il calzolaio: cunpà, questa è troppo grossa, non pò essere!:

Il lettore: cumpà leggi tu!;

Il calzolaio: no no no ci credo !!!!

In poco tempo la vicenda girava per il paese e chi non sapeva legge era d’accordo con il calzolaio

Gero libero di interpretare contestualizzando

Un caro saluto.

Gelasio Giardetti

Conversazione molto bella e divertente!!!

Tonino Bonavita

Non tanto divertente ci porta a ricordi di sofferenze

Interessante con te si

Romano Maria Levante

Mi riconosco del tutto nella visione odierna di Tonino e nei ricordi di allora, avevo 9 anni, ero con la famiglia a Colonnella al confine tra Abruzzo e Marche, a parte i manganelli, i bombardamenti li vedevamo dal “colletto”, la posizione panoramica del paese, in basso sulla stazione di Martinsicuro. Il 25 aprile esplose la felicità per la fine della guerra, terminava l’incubo dei rastrellamenti tedeschi e di tutto il resto, quando sfilarono gli alleati osannnati da tutti – “viva Ciurcill, viva Rosevelt!” (sic!( gridava quasi fuori di sè per la gioia un personaggio solitamente compassato – in testa anche partigiani del Bosco Martese con il mitra a tracolla,, alcuni in verità … imbucati, non avevano mai lasciato Colonnella. Fu un giorno di felicità e di riconoscenza per chi ci aveva regalato quella gioia imperitura, il sollievo allontanava i ricordi delle sofferenze, che semmai accrescevano la gioia. Perchè oggi non celebrare la Liberazione di allora con quello spirito gioioso? Con il doveroso omaggio a coloro che hanno sacrificato le loro giovani vite per la nostra libertà, magari andandoli a venerare nei cimiteri di guerra: i Partigiani ovviamente ma soprattutto gli americani, morti in 90 mila in Itaia e sepolti in 42 cimiteri di guerra, con i soldati di tante nazioni venuti a combattere e morire nel nostro paese contro l’oppressore tedesco.

Non mi sembra ci fossero russi, caro Gelasio, anche se furono decisivi per la sconfitta della Germania ma per fortuna non arrivarono fino all’Italia, altrimenti, come dici, ci avrebbero “liberato” come fecero per i paesi poi soggiogati nell’Unione Sovietica. Il regine fascista si era autodissolto il 25 luglio di due anni prima, con il dittatore Mussolini arrestato dal Re cui aveva portato la delibera del Gran Consiglio del fascismo che lo sfiduciava , e il nuovo governo Badoglio instaurato al suo posto mancò ai propri doveri provocando il “tutti a casa” del nostro esercito lasciato allo sbando e alla mercè del tedesco divenuto nemico e assetato di vendetta contro coloro che considerava “traditori”, in 600 mila deportati nei lager tedeschi dove moritono in diecine di migliaia, sopravvisse Giovannino Guareschi di cui sono stato affezionato lettore negli anni liceali nel Candido” da lui diretto. Le malefatte fasciste e le stragi naziste possono essere rievocate nella loro ignominia e nei lutti che hanno seminato con dolenti celebrazioni nel giorno della loro ricorrenza, invece di essere affastellate nel 25 aprile in cui invece è bello festeggiare con gioia la Liberazione con quel che ne è seguito, Costtuzione in testa. L’unità si trova nel segno della libertà riconquistata, senza nulla di divisivo, come non lo è la Costituzione in cui tutti si possono e devono riconoscere. E’ la più bella del mondo perchè i suoi valori sono l’opposto di quanto praticano tutte le dittature in termini di discriminazioni e oppressioni, prevricazioni e soprusi, e proprio per questo sarebbe limitativo, per usare un eufemismo, considerarla “antifascista” tanto più oggi dopo 80 anni dalla fine del fascismo che ne segnerebbe il sostanziale esaurimento.

Il grande merito dei Padri Costituenti è stato proprio non dichiararla “antifascista”, evitando di citare tale termine in tutto il “corpus” dei principi e delle regole – di per sè opposti a quelli fascisti, ma non solo a quelli, a tutti i regimi dittatoriali, autoritari e anhe illiberali – relegando nelle “Disposizioni transitorie e finali” dedicate a norme procedurali e temporanee, il divieto della “ricostituzione del disciolto partito fascista”, ma la XII disposizione – alla quale segue quella abrogata da anni del divieto ai Savoia di entarre in Itaia – che i”capi del regime fascista” non potevano essere esclusi dall’elettorato e dalle cariche pubbiche per più di cinque anni. E dire che presidente dell’Assemblea Costituente era Umberto Terracini, che aveva trascorso venti anni nelle carceri fasciste, e c’era Pertini anch’egli incarcerato. La Costituzione non vieta l’apologia del fascismo – forse Gelasio si è espresso male nello scriverlo – al punto che quando nel 1952 la legge Scelba di attuazione lo introdusse come reato, questa disposizione dell’art. 4 fu dichiarata incotituzionale da due sentenze della Corte Costituzionale del 1957 e 1958 perchè la norma era contraria alla libertà di pensiero garantita proprio dalla Costituzione, e meritoriamente. Ammirazione quindi per i Padri Costituenti che guardavano lontano, pur sentendo molti nelle loro carni le sofferenze delle malefatte fasciste, ma senza spirito vendicativo bensì di pacificazione, che portò addirittura all’amnistia del ministro della Giustizia, il capo comunista Palmiro Togliatti per i reati dei fascisti. “Il Borghese” aveva una rubrica fotografica allusiva intitolata “vecchi fusti e nuovi fusti”, in cui i primi spiccavano per grandezza, i secondi erano l’opposto. Ebbene, nei “vecchi fusti” ci vedo i Padri Costituenti, i “nuovi fusti” non serve indicarli, imperversano nei “talk show ” televisivi e non solo, primo tra loro il censurato più ascoltato al mondo…. .

Gelasio Giardetti

Caro Romano, ieri non ho avuto il tempo per risponderti, tuttavia vorrei iniziare dal fatto ribadendo che i russi non vennero a liberare l’Italia, ma contribuirono a liberare l’intera Europa, di cui l’Italia faceva parte, dal terribile regime nazi-fascista e per questo sacrficio lasciarono sul campo ben 20 milioni di morti. Io dico che oltre a ringraziare gli anglo-americani bisognerebbe ricordare anche i russi per il loro impegno unitario che ci liberarono da Hitler e da Mussolini. Riguardo poi alla questione costituzionale il reato di “Apologia del fascismo” non è “relegato” nelle disposizioni transitorie e finali della nostra Costituzione ma è parte integrante di essa grazie all’articolo 4 della legge Scelba del 1952. Infatti tali disposizioni, presenti nella nostra costituzione sanciscono che: “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Ciò significa che la nostra Costituzione è antifascista e non mi risulta che tale disposizione sia mai stata abolita poiché dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, scusa iol giro di parole, nel 1957 e 1958. Essa è tuttora vigente e la legge punisce con la reclusione di svariati anni di carcere e multe fino a 6.000 euro: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti proprii del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco […] anche solo attraverso la produzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli ad essi chiaramente riferiti […]”. (Versione più recente in fase di approvazione). Concordo pienamente su tutte le tue altre considerazioni sulle malefatte fasciste e stragi naziste avvenute in Italia che io chiamerei stragi nazi-fascste, che vengono rievocate dolorosamente nei giorni della loro ricorrenza. Tuttavia io penso che l’evento, forse il più importante per lo sviluppo economico e sociale italiano nella pace e nella serenità, cioè la liberazione dalla dittatura nazi-fascista debba comunque essere celebrata con meno polemiche ma con il ripudio totale da parte di tutti di quella dittatura in cui vennero abolite tutte le libertà e sia la violenza sia la guerra erano i cardini fondanti di quel regime. Caro Romano, voglio dirti comunque che io sono molto orgoglioso di poter dissertare con te su questioni storiche e politiche, poiché tu hai sempre qualcosa da insegnarmi anche perché conosci, in parte, il mio pensiero per aver affinato i miei testi rendendoli più scorrevoli per il lettore. Un abbraccio Gero.

Romano Maria Levante

Caro Gero,

Mi dispiace dover discettare dei russi per il nostro 25 aprile, nel quale continuo a pensare che non … c’azzecchino…, ma il tuo reiterato riferimento mi porta ad una modesta ripetizione del mio pensiero. E’ vero che i russi hanno avuto il terrificante sacrificio di 20 milioni di morti – quanto i tedeschi aggressori – ma non per il generoso sforzo di liberare l’Europa – pensiamo al precedente patto Molotov-Ribbentrop – bensì perché sono stati invasi e si sono difesi eroicamente respingendo e poi inseguendo le armate tedesche fino a Berlino e ad altri paesi occupati dai tedeschi che hanno liberato da una oppressione ma li hanno assoggettati ad una dittatura che è stata quanto mai oppressiva. Ovviamente in questo modo contribuendo alla liberazione dell’Europa, ma senza arrivare all’Italia, per nostra fortuna, sempre a mio avviso; nessun soldato russo è caduto nella liberazione dell’Italia, quindi non si può pensare a loro nella festa della Liberazione. Ben diverso il pensiero memore e riconoscente da rivolgere ai soldati americani caduti in 90.000 nella campagna d’Italia dopo gli sbarchi in Sicilia, ad Anzio e Salerno, e l’America non era stata invasa come la Russia, dall’altra parte dell’oceano gli americani potevano sentirsi protetti dalle mire di Hitler, sono loro che generosamente ci hanno liberati, insieme ad altri paesi, perfino Neozelanda e Australia con i loro soldati; e gli americani non hanno liberato solo l’Italia ma anche l’Europa – oltre ai russi – con lo sbarco in Normandia, anche lì lasciando sul terreno diecine di migliaia di vittime nei combattimenti. Nell’anniversario dello sbarco in Normandia anche i russi devono essere ricordati per l’incontro tra la loro armata e quella sbarcata nella morsa in cui fu stretto l’esercito tedesco fino al Reichstad, ma nella nsotra festa della Liberazione c’entrano poco.

Mi dispiace anche di dover insistere su quanto modestamente ho sostenuto sull’altro punto da te riproposto, quello dell’apologia del fascismo, credevo di aver equivocato .le tue parole ora molto chiare. Non è la mia opinione ma è un fatto che il reato di apologia di fascismo, introdotto non dalla Costituzione, ma dall’art. 4 della legge Scelba del 1952, è stato dichiarato incostituzionale da due sentenze della Corte del 1957 e 1958, proprio perché violava la norma costituzionale che garantisce la libertà di pensiero. Ne voglio parlare più che in termini giuridici, andando ai fatti: le manifestazioni nostalgiche di Acca Laurentia e simili possono essere ripetute ogni anno proprio perché atti di apologia sono ammessi, come è ammessa la vendita a Predappio di tutta l’oggettistica fascista in bella mostra, mentre tu scrivi che è vigente la condanna al carcere e alle multe di chi fa propaganda fascista anche “attraverso la produzione, diffusione e vendita di beni raffiguranti persone, immagini e simboli ad essi chiaramente riferiti”; non mi sembra. L’art. 4 della legge Scelba non è stato abrogato, come dici, ma è inefficace, tanto che Mancino per ovviare a questo fece approvare una legge che punisce atti discriminatori e simili, ma non si ritengono tali quelli genericamente apologetici del fascismo, Acca Laurentia docet. Che i valori della nostra Costituzione siano l’opposto dei disvalori del fascismo è tanto evidente da non doversi affermare, pensare in modo diverso sarebbe offendere i Costituenti non solo sicuramente antifascisti ma alcuni come il presidente Terrracini e Pertini incarcerati dal fascismo; ed è altrettanto evidente che non hanno voluto limitare la Costituzione all’antifascismo, altrimenti lo avrebbero citato nei principi fondamentali, magari nell’art. 1, come ha detto impropriamente Bertinotti secondo cui per la Costituzione “l’Italia è una repubblica democratica fondata sull’antifascismo”, mentre si legge che è fondata sul lavoro… . Io penso che la grandezza dei nostri Padri Costituenti è stata proprio nel dare carattere generale e permanente, anzi perenne, ai nobili principi della democrazia, contro oppressioni, razzismi, per l’uguaglianza e tantissimo altro, quindi è contro ogni dittatura, autoritarismo, sistema illiberale e non solo contro il fascismo ritenuto giustamente da loro definitivamente sconfitto e destinato solo a non essere riproposto ricostituendo “il disciolto partito fascista” cui si riferisce la norma nella parte marginale della Costituzione, non nei principi basilari. .

Chi chiede professioni di antifascismo oggi e ne parla in modo ossessivo con fare degno dell’Inquisizione – si deve dire esattamente “sono antifascista” e non basta dire di non avere nostalgie né simpatie o simili per il fascismo – fa rivivere idealmente il fascismo morto 80 anni fa con grande gioia dei nostalgici mentre è relegato nella storia. Diversa è la vigilanza e l’eventuale allarme su pulsioni antidemocratiche che non sono fasciste ma autoritarie, dittatoriali e illiberali e vanno combattute per quello che sono. Chi vuole fare imposizioni sul libero pensiero con pretese antidemocratiche richiama sì, metodi fascisti, non è il tuo caso, ovviamente, la tua impostazione è esattamente opposta. . Ricambio le espressioni generose e immeritate nei miei riguardi, apprezzo molto la tua acutezza e tenacia di ricercatore e anche la maestria di narratore come la tua passione civile da cui è permeata anche la tua ultima nota, le mie sono chiose forse banali ma tra noi questi scambi sono legati alla grande stima reciproca e diventano per ciò stesso irrefrenabili e, almeno i miei post, interminabili e me ne scuso. . E ancora, viva il 25 aprile, viva la Liberazione, viva l’Italia democratica !

Gelasio Giardetti

Caro Romano, ti rispondo sinteticamente in quanto per un errore di battitura ho cancellato la mia lunga risposta. Cerco di essere breve: Se i tedeschi non fossero stati sconfitti dalla Russia il loro esercito, ammontante a tre milioni di uomini, sarebbe stato utilizzato da Hitler per sconfiggere gli Alleati sia sul fronte occidentale impedendo lo sbarco in Normandia, sia sul fronte sud cioè in Italia. Tutti gli storici concordano che con una tale situazione Hitler avrebbe realizzato il suo impero millenario formato da teutonici di razza ariana con gli occhi blu e i capelli biondi. Ne sarebbe conseguito un potere sempre più saldo di Hitler con l’Italia ancora nelle mani di Mussolini suo amico e maestro. Ne consegue che, con l’ipotesi da me avanzata, oggi l’Italia sarebbe ancora, con ogni probabilità, sotto il regime fascista. Indirettamente, quindi, il sacrificio della Russia è servito anche a liberare dalla dittatura il nostro Paese. Per quanto attiene alla legittimità della legge 20 giugno del 1952 o legge Scelba io so che in processi portati avanti dai tribunali di Torino, Roma e Perugia riguardanti “l’apologia del fascismo” e in cui le difese avevano impugnato le sentenze per illegittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 20 giugno 1952, la Corte Costituzionale, pronunciandosi con un’unica sentenza sui tre provvedimenti riuniti, così si espresse: la Corte dichiara infondata la questione di legittimità costituzionale contenuta nell’Art. 4 della legge 20 giugno 1952 in riferimento alle norme contenute nella XII delle disposizioni transitorie e finali. Così deciso in Roma, nella sede della corte Costituzionale, Palazzo della Consulta il 16 gennaio 1957. Quindi, a mio modestissimo avviso, la nostra Costituzione è antifascista. I fatti di Acca Larenzia e simili, la vendita di gadget che ricordano il disciolto partito fascista sono stati tollerati da governi di qualsiasi colore per non creare scontri che aggraverebbero le manifestazioni, ma le nuove proposte avanzate da alcuni esponenti politici come l’on. Fiano sono propensi ad applicare una minore tolleranza. Un abbraccio.

Romano Maria Levante

Caro Gero, penso sia stucchevole il nostro ping pong su due temi del tutto lontani dai problemi reali, ma dato che insisti non posso non rispondere ancora scusandomi con i lettori per questa specie di accanimento, ma la tua passione civile unita a vis polemica è irrefrenabile, e ti fa onore.. Continuo a non attribuire ai russi il merito della riconquistata libertà dalla dittatura fascista, dissoltasi per implosione il 25 luglio 1943, e non ti seguo nella tua fantasiosa immaginazione, “cosa sarebbe successo se…”, mi hanno insegnato che la storia non si fa con i “se.”…. Il merito di averci liberato anche dalla feroce occupazione nazista lo attribuisco – non dimenticando il contributo dei Partigiani e dei soldati di altre nazioni sacrificatisi anch’essi nel nostro paese – soprattutto agli americani, hanno perduto la vita 90 mila giovani morti in Italia combattendo senza essere stati investiti, come i russi, dalla furia nazista nella loro terra oltre oceano. E mi sarebbe piaciuto che il 25 aprile fosse stato celebrato nei 42 cimiteri di guerra sparsi in Italia, da Udine a Siracusa, piuttosto che nei luoghi degli eccidi da celebrare nei rispettivi anniversari.

Puoi benissimo provare quella riconoscenza per i russi che io non sento dentro di me, perchè hanno dovuto difendere se stessi, non lo hanno fatto per noi, anche se rendo onore al loro sacrificio, ma tutto qui. Sull’apologia del fascismo e la legge Scelba, al di là delle considerazioni giuridiche ci sono i fatti che ho ricordato, da Acca Laurentia alla vendita libera di oggettistica fascista, e non per mera tolleranza come dici, ma c’è di più. Nel 1981 Giorgio Pisanò fondò il partito “Fascismo e libertà” che fu ammesso come legittimo nelle sentenze di molti tribunali – i quali archiviarono o bocciarono i taanti ricorsi – perchè non configurava la ricostituzione del “disciolto” partito fascista pur avendolo nel nome, forse perchè c’era anche la parola “libertà” estranea al “disciolto” fascismo, quidi era altro. Anche sull'”apologia di fascismo” confermo che le sentenze della Corte Costituzionale del 1957 e 1958 sulla legge Scelba del 1952, pur mantenendola in vita, lhanno negato il reato quando l'”apologia del fascismo” è una “difesa elogiativa” mentre si considera reato solo se l'”esaltazione è tale da poter condurre alla ricostituzione del disciolto partito fascista” sempre in omaggio alla libertà di pensiero garantita dalla Costituzione che vieta soltanto lo “ricostituzione” oltretutto del “disciolto” partito fascista, e non eventuali nostalgie elogiative fini a se stesse. Poi ci possono essere tribunali che interpretano in modo diverso, con sentenze destinate ad essere cassate, ma è evidente la logica applicata alla lettera della Costituzione, l’art. XII Dsposizioni transitorie, e soprattutto allo spirito nobilmente democratico che garantisce la libertà di pensiero quale esso sia. E’ stata questa la grandezza dei Padri Costituenti che dobbiamo ringraziare per il loro spirito veramente democratico. E a quei tempi, con le ferite ancora aperte, sono stati degli eroi!

Gelasio Giardetti

Cari amici Romano e Tonino, vi ringrazio per questa bella discussione, molto articolata e dettagliata, su temi che hanno riguardato la conquista delle nostre libertà individuali e collettive di cui noi tutti oggi godiamo pienamente. Un abbraccio.

Romano Maria Levante

Ricambio il ringraziamento e l’abbraccio finale a Gero il cui augurio “BUON 25 APRILE A TUTTI” e la mia risposta “Viva la Liberazione dell’Italia e omaggio commosso, memore e riconoscente” ai tanti Caduti per la nostra libertà, sono stati seguiti da uno scambio di idee quanto mai intenso e appassionato – cui ha partecipato anche Tonino – mosso da passione civile in un confronto, animato dal rispetto e dalla stima reciproca, di idee anche diverse ma convergenti nello spirito autenticamente democratico, quello che anima la nostra Costituzione nata dalla Liberazione del 25 aprile 1945. E per domani, “BUON 1° MAGGIO A TUTTI”.

Gelasio Giardetti

Caro Romano, ti ringrazio immensamente dell’onore che hai voluto farmi inserendo la discussione condotta alcuni giorni fa sul 25 aprile fra “Tre amici al bar” cioè tu, Tonino e io, nel tuo sito www.arteculturaoggi.it. su cui hai pubblicato, da giornalista bravo quale sei, centinaia di articoli sull’arte, ma anche su argomenti di attualità. Ricordo che hai voluto onorarmi anche pubblicando, in passato, sunti dei miei libri e io non posso fare altro che ringraziarti anche in funzione della nostra collaborazione culturale ancora oggi in pieno svolgimento. ti saluto e ti abbraccio Gelasio.

Romano Maria Levante

Caro Gero, questo sul 25 aprile è stato il terzo incontro dei “tre amici al bar” di FB, intenso e … combattuto come gli altri due – sul Tricolore e sul 25 luglio 1943 – anch’essi su FB, dei quali, come ricorderai, ho pubblicato i tanti Post in due articoli nel mio sito l’8 e 9 settembre 2023 sempre integralmente. Scambi di idee e confronti di posizioni diverse all’nisegna della stima reciproca che alimenta la riflessione su temi basilari in modo ben diverso dalle asserzioni tanto superficiali quanto apodittiche che si sentono troppo spesso. Per il resto, aver recensito, anzi raccontato, il contenuto dei tuoi libri che spaziano da Dio e il Cosmo ai Carabinieri – dopo il libro su Gesù, l’uomo – è stato occasione di un arricchimento culturale per me data l’accuratezza della tua ricerca e il ooraggio delle tue interpretazioni di temi controversi e al contempo elevati, e non ti sei fermato, stai continuando ancora nei tuoi approfondimenti colti e appassionati che portano a scoperte di elementi inediti spesso sorprendenti; la forma espressiva avvincente rende leggera e coinvolgente una lettura per altri versi istruttiva e mai pedante. Ricambio le generose espressioni nei miei riguardi, onorato di questa intesa senza piaggeria – come dimostrano i nostri scambi su FB anche acutamente polemici ma sempre risopettosi – al’insegna delle nostre radici abruzzesi, che ci rendono “forti e gentili”, e in particolare “pretarole”, che ci rendono anche tenaci e pervicaci.. E con questo tuffo nella nostra terra ti abbraccio veramente di cuore. Romano.

Info

Il testo, tranne l’introduzione, riporta lo scambio di Post dei “tre amici al bar” dopo il messaggio “Buon 25 aprile a tutti” postato da Gelasio Giardetti sulla propria pagina di Facebook il 25 aprile, l’ultimo post di Romano Maria Levante è del 30 aprile, vigilia del 1° maggio cui si riferisce l’Introduzione, con i ricordi d’infanzia in essa evocati.

Photo

Le immagini, che non figurano nei Post di Facebook, sono state inserite a mero titolo illustrativo senza alcun intento economico, tratte da una serie di siti web di pubblico dominio di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta, pronti a eliminare le immagini di cui non fosse gradita la pubblicazione su semplice richiesta. I siti sono i seguenti, nell’ordine di insrimento delle imamgini: ilmessaggero, isrlaspezia, corrieredellasera, archivioluce, focus, lavoceeil tempo, universitadibologna, bolognaonline, wikipedia, lavoceeiltempo, vigevano24, corriere, milanofree, spazio50, italialessandria, strettoweb, luinonotizie, 2duerighe, panorama, panorama: grazie di nuovo a tutti. Per lo più sono alternate immagini dell’ingresso degli Alleati con i loro mezzi corazzati tra la folla plaudente con immagini di Partigiani – la prima con i capi partigiani che sfilano a Milano il 25 aprile – e della popolazione ebbra di felicità che festeggia la Liberazione.

Ricordo di Ennio Calabria, 3. Il trentennio 1989-2018 e la sua arte, nell’antologica a Palazzo Cipolla

Si cconclude il nostro ricordo celebrativo di Ennio Calabria, l’artista scomparso il 1° marzo 2024, con l’ultimo dei 3 articoli usciti a commento della grande mostra antologica a Palazzo Cipolla, a fine 2018-inizi 2019. Abbiamo ripubblicato il primo articolo, sulla sua impostazione filosofico-artistica, il 1° aprile scorso, il giorno del trigesimo della scomparsa, il secondo articolo il 4 aprile sulle sue opere del trentennio 1958-88; l’ultimo articolo odierno, uscito il 10 gennaio 2019, riguarda le opere dal 1989 al 2018 quando si svolse la mostra. E significativo che la rievocazione sia iniziata il giorno di Pasqua, avendo negli occhi le sue suggestive Crocifissioni.

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di Romano Maria Levante

Dopo aver ripercorso i primi 30 anni del sessantennio 1958-1988, si conclude, con il trentennio successivo 1989-2018,  la visita alla mostra antologica “Ennio Calabria, verso il  tempo dell’essere. Opere 1958-2018”, aperta dal  20 novembre 2018  al 27 gennaio  2019 a Palazzo Cipolla, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale,  presidente Emmanuele F. M. Emanuele, ideatore della mostra, organizzata da “Poema” con “Archivi Calabria”, supporto tecnico di “Civita mostre”, a cura di  Gabriele Simongini, che ha curato anche il catalogo bilingue, italiano-inglese, della Silvana Editoriale.  

‘Ennio Calabria, al centro, chiude la presentazione della mostra, alla sua dx. il curatore Gabriele Simongini, dietro “Il pensiero nel corpo”, 2010 

Abbiamo ccncluso la rievocazione dei primi 30 anni dell’itinerario artistico e umano di Ennio Calabria sottolineando la nuova direttrice, con cui accentua ulteriormente il suo rifiuto di tradurre nell’arte le ideologie precostituite impegnandosi invece nella ricerca sull’essere umano nel mondo in cui vive mediante l’aderenza alla realtà, ma non al realismo, in una visione complessa con base filosofica volta alla conoscenza per  percepire i germi del futuro.  

La fiducia nella pittura e la coscienza del proprio ruolo

Ecco le sue parole illuminanti del 1985: “Ho dipinto quadri politici per molti anni, e continuo a dipingerne. L’unica differenza consiste nel fatto che prima io portavo confusamente nel ‘politico’ il mio privato anelito, il mio desiderio oscuro di trovare nel gesto politico una risposta ai problemi che evidentemente erano più profondi, e forse anche miei personali”; di certo, aggiungiamo noi, non suscitati dai dettati dei  partiti della sinistra dai quali, pur aderendo alla loro visione politica,  aveva segnato la più assoluta autonomia. E ora? “Questa presa di coscienza di oggi non significa una rottura col politico, significa una distinzione, una consapevolezza dei due  livelli di partecipazione e di conoscenza”. 

Ha ancora più fiducia nella sua arte: “Da qui per me è rinata, negli anni recenti, una forte rivalutazione della pittura come strumento per conoscere la realtà, strumento più valido della parola parlata, scritta e inflazionata, che serve più a nascondere che a far emergere”. E, di conseguenza, piena coscienza del proprio ruolo: “In questo senso, ho capito il contributo che un artista può dare anche al movimento politico, ed è usare il proprio strumento in modo conoscitivo.  In sostanza, io posso essere un pittore che cerca di interpretare la realtà per gli altri. E quindi sono al di fuori del servizio  di una ideologia”.

I canoni del Realismo socialista del tutto rovesciati, è l’artista a incidere con la ricerca di verità sulla politica, l’opposto che ridursi a megafono della sua propaganda. 

“Evento nell’acqua”, 1989 

Ci siamo soffermati su queste dichiarazioni perché ci sembrano di straordinario valore in assoluto, oltre a introdurre nel modo più adeguato il percorso del trentennio successivo, l’ultimo nel quale la politica, anche nella sua visione non ideologica, lascia il posto all’ispirazione sociale ma soprattutto esistenziale: “Il suo modo di vivere e confrontarsi con la realtà – afferma Ida Mitrano – è cambiato e guarda ora nel proprio profondo, dentro di sé”. Lo stesso artista dichiara di aver compreso come “si debba riconsiderare il mondo partendo da noi, da dentro, e che il mondo va rifondato attraverso noi stessi. In questo senso va interpretato lo spostamento avvenuto nella mia pittura”.

E’ stato sempre attento alla realtà, fuori dalle ideologie, ma ora “il processo di identificazione ha cominciato ad accadere per via interiore, cioè ho continuato l’analisi del mondo esterno dall’interno. In altre parole, è come se il cannocchiale si fosse spostato dentro di me”. Nel guardare dentro di sé vede  che “le uniche informazioni importanti vengono dal tuo Sé profondo e non dal tuo Sé ideologico”. 

Dal 1989 al 2000

Per la fine degli anni ’80,  precisamente il 1989, sono esposti “Evento sull’acqua”, con la bandiera rossa caduta nel Tevere che “si scinde… si scinde…  si scinde assumendo il metamorfismo dell’acqua”, e “Biografia rivisitata”, la madre scomparsa tre anni prima, vestita da sposa; “Inchiesta autobiografica” con le scure proiezioni dell’inconscio, e 2 opere dal cromatismo più vivo, “Rosso lacerazioni”, in cui torna il colore dell’”Evento nell’acqua”, e “Dallo scoglio” 1989, ci ricorda la rivelazione che fu per lui la rifrazione dell’acqua in mille immagini sugli scogli battuti dalle onde. Ne deriva che l’ispirazione dell’artista non fa riferimento a idee o progetti definiti, ma a una realtà in continuo divenire,  il che determina  una sorta di spaesamento con la ricerca di forme espressive sempre nuove, in grado di interpretare l’incessante processo di cambiamento, stimolate anche dalla  riflessione a livello filosofico che accompagna come sempre l’evoluzione sul piano artistico.  

“Biografia rivisitata”, 1989 

Un’intrinseca instabilità non c’è solo nella realtà interna, ma anche nella sfera interiore. Perciò le forme delle sue composizioni diventano  più sfuggenti e indefinite,  per  un metamorfismo insito nel cambiamento, e questo lo avvicina solo apparentemente all’informale, perché è sempre legato  alla “realtà vista come capacità percettiva dei più”, che resta al centro della sua visione. 

Afferma lui stesso che “non si pone  di fronte ai fenomeni e agli accadimenti con il proprio ‘io’, già concluso e  blindato,  ma ne accetta la precarietà culturale, mentre lo valorizza come strumento sensibile e vibrante, che a petto delle sollecitazioni oggettive, smuove ed eccita l’intero arco della psiche, e quindi tutti gli strumenti che la personalità ha, al fine di conoscere”. E conclude: “Egli ricompone il proprio ‘io’ a valle, dopo averlo negato come identità conclusa a monte”. Nessuna regola prefissata, si tratta di rendere l’imprevedibilità delle  trasformazioni del reale con il “sincronismo” e il “metamorfismo”, immagini di tipo nuovo che assumono una valenza simbolica.

Un’introspezione così complessa non può che tradursi in opere dall’interpretazione altrettanto complessa, che alla spettacolarità delle grandi dimensioni  uniscono l’intrigante incertezza sul loro significato, con la suggestione delle forme più o meno evanescenti che animano le composizioni.

Per gli anni ’90 sono  esposte 4 opere della serie “Ambiguità dell’intravisto”: 3 sono del 1992,  si tratta di “Dinamismo della staticità”, “Uomo che guarda il mare” e “Donna e mare”:  l’ossimoro del primo titolo deriva dalle forme coesistenti diverse tra loro e rispetto “a quell’immagine finale e complessiva che accadrà”, senza alcun rapporto di causa ed effetto, del resto negato dal sincronismo unito al metamorfismo;  mentre negli altri due titoli il genere espresso trova vaga rispondenza in forme evocative per quanto fluide e  indistinte.

Nell’opera del 1993, “Eretto antropomorfo”,  è delineato  l’uomo “antitetico all’automatismo della natura”,  capace di “concepire la ‘fenomenologia del senso’”. Chiude il decennio “Accade in città” 1999, forme che si affollano in un intenso magma cromatico. In quest’ultimo anno partecipa alla XIII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma, per la sua mostra a Bagnacavallo esce il catalogo 1995-96 dal titolo eloquente: “I confini del mondo nell’opera incisa  di Ennio Calabria”. 

“Dallo scoglio”, 1989

 Inizia il terzo millennio

Con il terzo millennio l’evoluzione continua, pur nella continuità ideale di fondo, il linguaggio pittorico diventa sempre più aderente al nuovo soggetto.  Così lo vede la Mitrano:  “Il contesto esterno sembra venire meno, perché l’attenzione è rivolta a se stesso come sedimento cui attingere, come magma entropico da cui la figura prende forma”. Ed ecco come si manifesta nella composizione pittorica: “Alcuni elementi, come un colore, un segno, un’ombra si rivelano significativi senza alcuna intenzione. E la figura, un pretesto per l’emersione di contenuti inconsci  che attraverso quegli elementi acquisiscono forza esterna connotando lo spazio  pittorico con la loro presenza”.  Ancora più chiaramente: “Il segno non è descrittivo, ma contorna. E’ segno-colore che, come già sottolineato, non giunge mai ad esiti informali o astratti”, nasce sempre dalla realtà che è comunque contraddittoria nell’assenza di relazioni di causa-effetto e nell’imprevedibilità. Una contraddittorietà che è creatrice di un nuovo significato, generato da nuovi presupposti. La forma si afferma e si nega entro il vortice di quei segni-colore, dove l’artista rimane assolutamente centrale”. Ciò perché la forma è un mero “contenitore”  di contenuti mutevoli, e le figure –  è sempre la Mitrano – “appaiono, allora, come campi energetici dove si scontrano, se le forze centrifughe dilaniamo le figure, quelle centripete tendono ad aggregare  le forme”.

Non ci potrebbe essere migliore preparazione alla vista delle opere del quinto decennio, perché mentre fornisce una chiave  interpretativa delle figurazioni, solleva anche dall’ansia di capire.

Le 2 opere esposte del 2003, “Arcaica navigazione”, e ““Linee d’energia”, mostrano entrambe una labile figura umana in balia di forze esterne; la navigazione si riferisce al “mare delle tecnologie”, con l’”Intelligenza artificiale”,  la mente sembra adattarsi finché l’istinto di sopravvivenza fa insorgere “per difendere la nostra identità umana”.  Seguono, del 2003, “Passa un aereo”, con la scia nel cielo e l’enigma delle forme  a terra; del 2008, “Presentimento d’acqua”, evocata da una striatura blu, mentre in“Ombre del futuro”, dello stesso anno, si addensano piccolissime figure umane che diventano tre  sagome che si stagliano, alte e sottili, come in una tragica crocifissione. 

Di questo decennio sono esposte due serie con 3  ritratti ciascuna,  una dedicata a papa Giovanni Paolo II,   l’altra intitolata “Il volto e il tempo”.   

“Accade in città”, 1999 

Nei primi due ritratti del papa, “Un papa polacco” 2004, e “Le linee del dolore” 2005, emerge la sofferenza in chiave anche figurativa, nel terzo, “Il vero e il falso” 2005, con la folla ai funerali torna  la visione popolare degli inizi, evoca “Un’Annunciazione del nostro tempo” del 1963. Questi dipinti  fanno parte del ciclo di 22 ritratti papali esposti in apposite mostre; nel catalogo della mostra di  Cracovia  si legge che il volto di papa Wojtyla è “luogo simbolico, ma al tempo stesso fisico  nella tensione dei segni che si caricano di significati oscuri. Un luogo dove le contraddizioni  dell’uomo contemporaneo  convivono e diventano espressione inequivocabile di quella condizione umana di cui Giovanni Paolo II, ogni volta, in questi ritratti, appare dolorosamente farsi carico”.  

La figura umana è dominante anche nell’altra serie, lo vediamo in “Pantani nell’accadere del ricordo” 2005, eretto sulla sua bicicletta con  le braccia aperte nel segno della vittoria che diventa anche la sua crocifissione;  “Uomini del deserto. Ritratto di Ahmadinejad” 2008, presenta il discusso presidente iraniano in modo non diverso da “Jorge Louis Burges. La manovra dell’ombra” 2009, le loro teste sono al culmine di un’immagine totemica con i corpi innervati da segni e forme oscure.

Paola Di Giammaria afferma che “anche un ritratto, per la verità dell’unicità soggettiva del suo autore, ha la potenzialità che può consentirgli di diventare una rappresentazione collettiva ‘della esiliata dimensione complessa della nostra personalità’”, esprimendo l’introspezione profonda. Del resto, anche al di fuori dei Ritratti, si è visto che la figura fa emergere all’esterno i contenuti inconsci, le “posizionature della mente”.

Mostre in cui sono esposti i dipinti di questo decennio si svolgono nel 2000 a Roma, nell’ex Mattatoio, e nel 2001 a Chieti, nel 2002 a Roma alla Galleria “Lombardi” per i ritratti di papa Giovanni Paolo II, mostra ripetuta in altre città,  nel 2003 a Roma nella Galleria “Il  Narciso” e nel 2004 a Pescara e a Castiglioncello, nel 2005 a Siena e a Palermo, nel 2006 a Gemini e a Fondi,  nel 2008  a Giulianova sui ritratti e a Cracovia specificamente su quelli del papa polacco, nel 2009 a Milano, Chieti e Viareggio con “La forma da dentro”.

Scopriamo un’attività espositiva forse al di fuori dei circuiti “istituzionali” più accreditati, ma senza soluzione di continuità, alla quale si associa la pubblicazione di cataloghi e monografie con gli approfondimenti critici.Vedremo come tale presenza, discreta ma costante, continua anche in seguito. Inoltre  partecipa attivamente a convegni e incontri nei quali sostiene il valore della testimonianza dell’artista in grado di dare all’arte un valore sociale, affermando che “la pittura può e deve contrapporsi all’egemonia della documentazione  di derivazione fotografica, e deve dimostrare di essere portatrice di verità  e comunque di un numero e di una qualità di informazioni  diverse ma altrettanto attuali di quelle di cui la foto è capace”.  

“Ombre del futuro”, 2008

Gli ultimi due anni del decennio lo vedono intervenire nel 2008 al “Tavolo di coordinamento per l’arte contemporanea”,  nel  quale con gli operatori del settore presenta una serie organica di proposte per migliorare la condizione degli artisti, che saranno incluse nel documento  sulle “Problematiche dell’arte figurativa”. a conclusione dell’indagine parlamentare. E nel 2009 fonda l’associazione culturale “in tempo”,  con un manifesto che sarà seguito nel 2017 dal “Manifesto per l’arte, pittura e scultura”, vi partecipano importanti personalità dell’arte e della cultura.

L’ultimo decennio

Si apre l’ultimo decennio con una personale a Catania nel 2010, dal titolo eloquente,”L’occhio del dentro”,  seguita nel 2011 dalla partecipazione  al Padiglione Italia Regione Lazio a Roma, nella Biennale di Venezia curata da Vittorio Sgarbi nel 150° dell’Unità d’Italia, con l’opera “Il pensiero del corpo”.  Nel 2012  personale a Roma con la nuova opera “Patologia della luce”, corpi distesi all’ombra di un  aereo come cupo presagio. Anche nella crisi dell’arte come specchio della decadenza della società in lui c’è sempre la volontà di rifondarla ritrovando valori condivisi; é protagonista, nello stesso anno, del video “Spunto di vista”. Nuova mostra a Marino nel 2013, il titolo “Il tempo, i tempi” fa tornare alle sue speculazioni di tipo filosofico, che ritroviamo nel suo intervento al convegno a Roma nello stesso anno, “Creatività e forma tra arte e diritto” sul tema “Riforma delle mutazioni”:  il “pensante” non può più riferirsi al “già pensato” travolto dalla crescente velocità,  non c’è il dualismo dei contrari, è subentrato “l’io irrazionale”, da artista sta riflettendo su come rispondere a questa mutazione.

Siamo nel 2014, partecipa all’Esposizione Triennale di Arti visive a Roma,  con opere sull’invasività della tecnologia  e la conseguente mutazione dei processi psicofisici. E’ un tema che segue da decenni, aggiornandolo con le innovazioni tecnologiche: il telefono cellulare diventa soggetto di dipinti in cui esprime la contraddizione tra la possibilità di comunicare ovunque con tutti  e l’incapacità di instaurare relazioni dirette e umane, perdendo il rapporto con se stesso e con gli altri. 

Nel 2015 la retrospettiva  “Visioni fantastiche. Trame dell’invisibile” alla Biennale Internazionale di Arte e cultura a Roma,  una serie di eventi collettivi a Roma, al Macro, e a Venezia.  Ancora a Roma nel 2016,  è presente alla mostra “7 artisti in 7 chiese per il Giubileo della Misericordia” con “L’Uomo e la Croce”, a dicembre  alla mostra a Palazzo Montecitorio “Il Vo(l)to di Donna”; la sua associazione “in tempo”  organizza una mostra sull’invadenza  della tecnologia e  l’esigenza di rifondare l’arte basandola sulla forza creativa dell’essere umano, il suo tema ricorrente. 

“Patologia della luce”, 2012

 Il  2017 lo vede in due mostre collettive, a Roma e a Francavilla a mare, esce un libro e un filmato su di lui. E siamo al 2018, con le mostre “Sum ergo cogito”, a Roma nello “Spazio Arte Fuori Centro”, e “Il corpo” a Sofia, poi una collettiva a Firenze e infine l’antologica a Palazzo Cipolla che porta nel 2019, dall’apertura a novembre 2018  alla chiusura nel gennaio 2019.

Abbiamo fatto questa cavalcata nelle mostre e nelle presenze dirette dell’artista sulla scena artistica per evidenziarne l’inesauribile vitalità pur se certa critica e certi livelli istituzionali lo hanno trascurato, si sono dovuti attendere 30 anni per questa grande antologica meritoriamente voluta da Emanuele.  Ma torniamo alla sua impostazione culturale e filosofica, richiamando ancora l’interpretazione della Mitrano: “Una società in cui gli opposti tendono a essere esclusi e la dinamica delle cose  risolta dalla pragmaticità del vivere, Calabria non risponde negando quelle che  ritiene siano ormai delle trasformazioni radicali e irreversibili, ma ricercando nell’uomo, nelle sue parti inconsapevoli e irrazionali, nuove possibilità espressive di un’inedita condizione umana”.

Vediamo come lo esprime nelle opere esposte per l’ultimo decennio. Del 2010,  “Il pensiero nel corpo”, per la mostra citata del 150° dell’Unità d’Italia, le bandiere vi aderiscono diventando una seconda pelle,  è “la cultura della storia”. Ecco, del 2012, “Patologia della luce”, anch’essa già citata, figure di bagnanti su una spiaggia che scivola “in un rapporto di causa-effetto storicamente inedito che è la sfida del futuro”, sono le sue parole; e “Garrula morte”, tanti pappagalli petulanti e “logorroici”. Tra il 2013 e il 2015, della serie Questa lunga notte”, due dipinti oscuri, il secondo ha come sottotitolo “La luce dei telefonini”,  in effetti una “luce” modesta e abbiamo spiegato prima il perché.  Con il 2016 i cellulari dopo il titolo entrano nel quadro con “Fusione celibe”, due innamorati abbracciati ma soli “ciascuno se ne va con il proprio sogno, e nell’abbraccio ciascuno se ne va con il proprio telefonino”; “L’Uomo e la Croce”  mostra Cristo “su una croce di pietra che è già tomba”, osserva il curatore, è  “un pugno nello stomaco” per la straordinaria potenza drammatica,  “uno choc visivo che è anche un omaggio universale ai martiri e alle vittime innocenti della violenza umana”. Il 2017 è presente con  “Azzurri coltelli del mare”, in cui  si intravedono le sagome di due corpi nel fluire dell’acqua, l’elemento liquido è congeniale all’artista. 

“L’Uomo e la Croce”, 2016  

Lo troviamo anche in “Lo scoglio”, del 2018,  ricordiamo l’opera già citata sullo stesso tema del 1989,  senza dimenticare la rivelazione che ebbe dalle mille immagini prodotte dalle rifrazioni dell’acqua viste proprio su uno scoglio, nelle quali identificò  “il prodursi del ‘senso’ attraverso ‘accidenti’ e forme che non vi concorrono nella loro specificità”, come nella sua pittura, per cui gli parve di “riconoscere qualcosa che ha a che fare con me”.  Sempre del 2018, l’ultimo anno, “Gravido mistero”, una sinfonia sul celeste  con “le icone di Maria” che si intravedono  mentre si innalzano tra albe  e tramonti, vita e morte fino all’ultima, incinta, con il vento del parto fuori dagli schemi canonici, come il suo Crocifisso. Torna l’immagine di insicurezza del 1973, nella prima fase del percorso artistico, con “L’ombrello è rotto: paura dell’acqua”, così la commenta l’artista:  “Oggi percepiamo la paurosa fine delle protezioni. Siamo soli. Incalzati da domande senza risposta”, il celeste-grigio diventa cupo, dell’ombrello inservibile spiccano le esili stecche del tutto inutili, mentre l’acqua tracima. Torna la figura umana, anche se appena distinguibile, nei due dipinti esposti della serie “La lunga notte”, Parlamento” e “Il branco”, non è un malizioso accostamento il  nostro, e tanto meno un’associazione,  però rileviamo che la  parte sinistra del secondo dipinto sembra un ingrandimento dell’analogo lato del primo con le teste che si affollano.

I ritratti Mio padre viene da Tripoli lontana”, 2010,  eBenedetto XVI, la rivoluzione della fragilità” 2018, sono toccanti, per la vicinanza alla sensibilità dell’artista, mentre i due ultimi, della serie “Un volto e il tempo”, diMarcel  Proust. La manovra dell’acqua” 2012, e “Italo Calvino. Voglia di eterno” 2013,  li mostrano come  l’artista vede i loro volti e corpi,  ben distinguibili, fluttuanti negli elementi cui collega la loro identità e la lezione che hanno lasciato. 

Una serie di  piccoli dipinti conclude la spettacolare galleria di tele di notevoli dimensioni, sono “Pastelli” e “Autoritratti”:  lo vediamo  ritrarsi, con il viso ben delineato, come “Pittore volante” nel 1961, con “La luce, il gioco, il pensiero” nel 2003, all’insegna di “Viva la pittura” nel 2007, con “Il pensiero, il caso e la carne” nel 2008, infine con “La verità nell’enfasi” nel 2011.

Ma non c’è mai enfasi nella verità di Calabria, bensì lucida consapevolezza frutto di conoscenza, e sono significative le parole che  Simongini ricorda essergli state rivolte dall’artista “in un’afosa serata estiva”. Gli disse:  “In viaggio verso il tempo dell’essere”. Così il curatore interpreta questo viaggio: “Calabria è costantemente immerso in un inestricabile magma creativo ed esistenziale in cui il futuro della pittura è immaginato come parte di un avvenire più ampio e decisivo, quello degli esseri umani e della sopravvivenza della nostra specie”. E conclude: “Per lui è questa la posta in gioco e dunque l’arte si identifica anche in una presa di responsabilità morale e in un complesso atto conoscitivo che rifiutano l’immagine facile, superficiale e disimpegnata, per far sentire, dal profondo e nella sua totalità più autentica, la ‘drammatica gioia del vivere’”.  

“L’ombrello è rotto: paura dell’acqua”, 2018 

Conclusione

Il percorso di arte e di vita che abbiamo rievocato ci ha mostrato un artista che rappresenta un “unicum” nel suo genere. Nell’arte è legato alla realtà, al fatto, ma non aderisce al realismo pittorico, e tanto meno al Realismo socialista, pur nel suo orientamento progressista; nella vita è militante soprattutto della sinistra sindacale, ma non usa l’arte nella sua azione politica e nel suo impegno sociale, non si concentra sulle denunce delle ingiustizie,  ma sull’essere umano nella sua interezza, si rivolge al presente ma nelle sue opere entrano i germi del futuro, descrive i fatti ma in una visione che supera il contingente diventando metaforica, il tutto con assoluta coerenza.

Diverso e speculare rispetto a Renato Guttuso per il quale l’artista deve usare l’arte come strumento della propria milizia politica, e lo ha fatto con straordinaria forza fin dagli anni della resistenza ai nazisti, proseguendo poi con la sua pittura di denuncia; ma c’è stato anche il “Guttuso privato”,  contemporaneo al “Guttuso rivoluzionario”, e per quanto riguarda l’uso della pittura nella milizia politica ricordiamo che, divenuto parlamentare – quindi avendo altri strumenti per portare avanti l’azione spinta dall’ideologia -la sua pittura si dedicò solo al privato, senza più opere di denuncia.

Calabria invece non ha avuto altri riferimenti costanti che l’essere umano,  senza diversioni,  né nell’ideologia – a parte i manifesti sindacali ispirati comunque al sociale come proiezione dell’essere –  né nel privato, in una straordinaria costanza e continuità; mentre  il processo evolutivo ha riguardato la forma e l’intensità della ricerca che ha prodotto anche l’evoluzione delle sue riflessioni filosofiche trovando modi  personali e suggestivi di esprimere un “pensiero complesso”.

I pensieri della sua speculazione filosofica li abbiamo visti arricchire i titoli dati ai suoi dipinti con riferimenti profondi, accompagnati da commenti ispirati, in una traduzione visiva manifestata attraverso linee fluide o aggrovigliate, figure deformate per un inedito figurativo che chiameremmo informale, con un ossimoro che gli calza a perfezione. 

Questo è stato Ennio Calabria nei sessant’anni di itinerario artistico, questo è tuttora nella prosecuzione di un’attività pittorica che si rinnova di continuo trovando sempre nuove forme di espressione di quanto si muove intorno all’essere umano: nella vita e nella società in continua evoluzione dalla quale cerca di cogliere i segni del futuro per innervare la visione del reale quale appare alla sua ricerca incessante e portarne alla luce il senso vero, rivelando ciò che è recondito   

Ritratti “Uomini  del deserto. Ritratto di Ahamdinejad”, 2008, a sin. – “Stalin “, a dx

Info 

Palazzo Cipolla, Via del Corso 320, Roma. Tutti i giorni, escluso il lunedì, ore 10,00-20,00, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 7, ridotto euro 5 per gli under 26 e over 65, forze dell’ordine e militari, studenti universitari e giornalisti, convenzionati; gratuito under 6 anni, disabili con accompagnatore, membri ICOM e guide turistiche.  Tel. 06.2261260. I primi  due articoli del servizio sulla mostra sono usciti questo sito, con 11 immagini ognuno,  il 31 dicembre 2018 e il 4 gennaio 2019.  Per quanto citato nel servizio,  cfr. i nostri articoli, in questo sito: per Renato Guttuso, “Guttuso rivoluzionario”  14, 26, 30 luglio 2018, “Guttuso innamorato”   16 ottobre 2017, “Guttuso religioso”  27 settembre, 2 e 4 ottobre  2016, “Guttuso antologico”  16 e 30 gennaio 2013;per “Picasso”  5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, “Cèzanne”  24, 31 dicembre 2013,  il “Padiglione Italia Regione Lazio” 8 e 9 ottobre 2013; per i “Futuristi”  7 marzo 2018, sui singoli artisti, “Thayaht” 27 febbraio 2018, “Marchi” 24 novembre 2017, “Tato” 19 febbraio 2015, “Dottori”  2 marzo 2014, “Erba” 1° dicembre 2013, “Marinetti” 2 marzo 2013; per “Deineka” 26 novembre, 1 e 16 dicembre 2012, “Franco Angeli” 31 luglio 2013;  per la Pop Art e le altre avanguardie americane“Guggenheim” 23  e 27 novembre, 11 dicembre 2012;  per gli “Astrattisti italiani”, 5 e 6 novembre 2012 ; in abruzzo.cultura.it,  per i “Realismi socialisti”  3 articoli il 31 dicembre 2011, per gli “Irripetibili anni ’60”, 3 articoli il 28 luglio 2011,  per il “Futurismo”  30 aprile, 1° settembre e 2 dicembre 2009, per “Picasso” 4 febbraio 2009 (il sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su questo sito).  

Nota di aggiornamento: per la sua partecipazione attiva al dibattito culturale con la società “in tempo” da lui fondata, e al dibattito artistico con il “Manifesto per l’arte” cfr. il nostro articolo in questo sito del 3 aprile 2020 nel quale si dà conto di un incontro con la mostra dei 25 artisti firmatari, con lui capofila direttamente intervenuto nella presentazione.

Foto 

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a palazzo Cipolla alla presentazione della mostra, si ringrazia la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con gli organizzatori e i titolari  dei diritti, in particolare l’artista, per l’opportunità offerta. Le 10 foto dei  dipinti  di Ennio Calabria coprono i secondi 30 anni del  sessantennio 1958-2018. In apertura,Ennio Calabria, al centro, chiude la presentazione della mostra, alla sua dx. il curatore Gabriele Simongini, dietro “Il peniero nel corpo”, 2010; seguono, “Evento nell’acqua”, 1989, e “Biografia rivisitata”, 1989; poi, “Dallo scoglio”, 1989, e “Accade in città”, 1999; quindi,  “Ombre del futuro”, 2008, e “Patologia della luce”, 2012; inoltre, “L’Uomo e la Croce”, 2016, e “L’ombrello è rotto: paura dell’acqua”, 2018; infine, i Ritratti “Uomini  del deserto. Ritratto di Ahamdinejad”, 2008, a sin.  – “Stalin “, a dx. e, in chiusura, gli Autoritratti con “Mio padre  vien e va da Tripoli lontana,”, 2010, a sin. –  “Autoritratto: il pensiero, il caso, la carne”, 2008, al centro – “Autoritratto, la luce, il gioco, il pensiero”, 2003, a dx. 

utoritratti, con “Mio padre  vien e va da Tripoli lontana,”, 2010, a sin. –  “Autoritratto: il pensiero, il caso, la  carne”, 2008, al centro – “Autoritratto, la luce, il gioco, il pensiero”, 2003, a dx

A.

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Ricordo di Ennio Calabria, 2. L’essere e il fatto nel trentennio 1958-1988, a Palazzo Cipolla

Continua il nostro ricordo di Ennio Calabria, l’artista scomparso il 1° marzo 2024, lo celebriamo pubblicando di nuovo il secondo dei 3 articoli sulla sua mostra antologica di fine 2018-inizi 2019 a Palazzo Cipolla, uscito il 4 gennaio 2019, dedicato alle opere del periodo 1958-88 Il !° aprile scorso, il giorno del trigesimo della sua scomparsa, abbiamo ripubblicato il primo articolo uscito il 31 dicembre 2018, nel quale si entra nel suo mondo filosofico-artictico incentrato sul “tempo dell’essere”. Il prossimo 7 aprile ripubblicheremo il terzo e ultimo articolo uscito il 10 gennaio 2019 sulle opere dell’ultima faee fino al 2018, anno della mostra..

Pubblicato dawp_3640431 Gennaio 4, 2019

di Romano Maria Levante

La mostra a Palazzo Ciipolla, nel Corso di Roma, “Ennio Calabria, verso il  tempo dell’essere. Opere 1958-2018” , aperta dal  20 novembre  2018  al  27 gennaio  2019, espone  80  opere, in maggioranza di grandi dimensioni – alcune realizzate per l’occasione nel 2018 – incentrate sull’essere umano  nel succedersi sempre più veloce di eventi. L’antologica è promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presieduta da Emmanuele F. M. Emanuele, organizzata da “Poema” con “Archivi Calabria”, supporto tecnico di “Civita mostre”, curata da Gabriele Simongini, come il catalogo bilingue, italiano-inglese, della Silvana Editoriale. Riportiamo le impressioni dalla visita alla prima parte dell’itinerario artistico, tra il 1958 e il 1988, successivamente seguirà il resoconto dell’ultima fase, dal 1989 al 2018.

La locandina della mostra

 Abbiamo già sottolineato i motivi alla base della mostra e il suo valore speciale, cercando poi di penetrare nel mondo dell’artista, non solo pittorico ma anche filosofico, per  la profondità delle sue riflessioni che non hanno nulla di ideologico, nonostante come cittadino sia politicamente e socialmente schierato, ma molto di ideale, riguardando l’essere umano in un mondo attraversato dall’incessante cambiamento prodotto dalla  tecnologia sempre più dominante.  

Calabria mette in guardia dinanzi al rischio incombente della perdita di ogni riferimento ai valori sotto la spinta del contingente e del conveniente che porta ad agire nell’immediato soltanto seguendo l’intuizione,  in una soggettività che sembra essere l’antitesi del pensiero condiviso con cui si forma la coscienza collettiva.

Dinanzi a questa  involuzione che fa temere per il futuro dell’essere umano – impossibilitato per la velocità della vita ad avvalersi del patrimonio di conoscenze, e quindi di valori, accumulato nella storia – si affida a una speranza basata su una constatazione:  l’individuo resta pur sempre l’unico dotato di autonomia di pensiero e di coscienza, per cui la sua diventa una “soggettività complessa”  da cui si possa “ripartire” prendendo atto della discontinuità che richiede nuovi codici interpretativi.  

E l’artista?  Così si definisce lui stesso: “Un testimone che, per propria genericità, è un testimone sociale, un testimone interessato alla dimensione umana compromessa dentro le vicissitudini della storia”. Per poi precisare: “La pittura per me è sintesi testimoniale di movimenti strutturali della personalità psichica contemporanea”. 

Ida Mitrano  apre la sua accurata ricognizione del percorso dell’artista – cui faremo ampio riferimento -collegandone  le opere all’evoluzione nel sessantennio, con queste parole: “Uno studio sull’opera di Ennio Calabria non può prescindere dalla complessità del rapporto vita-pittura che lo caratterizza come artista, né dalla sua visione della realtà, né dai mutamenti sociali del nostro tempo. In tal senso, pensiero-vita-pittura è un corpus unico, inscindibile. Così come il pittore, l’uomo, l’intellettuale sono espressione unica di un’identità corale, nel tempo lungo attraversato”. 

“La giuria”, 1959

Il “tempo lungo” dell’artista

Di questo “tempo lungo” possiamo dare qualche flash attraverso il percorso dell’artista che ne interpreta  i motivi più pressanti, in una evoluzione stilistica e di contenuti con la stella polare dell’essere umano, sempre  al centro della sua ricerca pittorica, come del suo pensiero profondo.

C’è qualcosa di molto significativo negli anni della formazione, il trasferimento dalla natia Tripoli a Roma, con il conseguente spaesamento,  e la morte del padre,  con la ricerca di evasione nel sogno – il “desiderio di volare”- la vocazione per l’arte con il premio a 14 anni a un concorso per ragazzi, il liceo artistico  e la frequentazione dello studio del docente dell’Accademia Belle Arti  Lorenzo Michele Gigiotti, nonché del Mattatoio romano con il cupo spettacolo del macello degli animali  fino all’incontro con il pittore Paolo Ganna, cui deve la prima personale nella Galleria “La Feluca” di Roma , l’8 novembre 1958, a 21 anni.  

E’  attratto da Goya,Cézanne e Picasso per “l’attenzione verso la costruzione della forma, verso la pittura in quanto essa stessa contenuto e non puro mezzo di rappresentazione”.  In Picasso vede “un livello molto alto di assimilazione, di interiorizzazione dell’esperienza cezanniana. Picasso ha rappresentato per me una forma di semplificazione”.

Incontra i critici e gli artisti del momento, tra cui Renato Guttuso, che  lo definì “un giovane di talento  che merita di essere nostro amico” e vedendo i suoi quadri esclamò: “Questo ragazzo ha uno stile innato”. Lo racconta lui stesso in una conversazione con Marco Bussagli, nella quale aggiunge: “Renato mi sosteneva, ma poi questo sostegno è venuto meno”.

Nella fase iniziale, precisa, “non dipingevo i contenuti, ma le forme”;  lo faceva con segni e macchie di colore senza riconoscersi nelle avanguardie informali anzi – ha ricordato in una intervista del 2007 –  “sono apparso, e forse l’interesse che c’è stato è per questo, come il pittore  che riusciva a dare in qual momento una risposta  in qualche modo competitiva all’egemonia totale dell’astrattismo, senza dimenticare il forte equivoco che si era creato intorno al neorealismo”. 

“La città che scende”, 1963 

L’interesse per i contenuti, relativi all’essere umano e alla realtà in cui vive, diventa presto preminente, a questo sacrifica anche il lancio in America dopo il successo della mostra del 1958 presso gli americani che acquistarono tutti i quadri esposti a quotazioni alte, poi ridimensionate per il suo rifiuto di rinunciare all’arte sociale. Dice, invece, con chiarezza e decisione l’anno dopo: “Non si potrà sfuggire alle istanze realistiche che  la vita stessa d’oggi pone… Non si può sfuggire a una precisa responsabilità artistica: dipingere la natura avendo una lucida coscienza storica dell’epoca”. La natura non è un’astrazione “fuori del tempo e dello spazio sociali. Perché il proprio polso batta sul ritmo del nostro tempo è necessario un rapporto con l’uomo e la società”. 

Ma non aderisce alle posizioni ideologiche del neorealismo imposte alla militanza politica nella sinistra, in cui comunque si riconosce, è alla ricerca di “un rapporto organico con la vita e con la storia”, non  vuole raccontare i suoi personali “isterismi, ma ciò che di più oggettivo sono capace di scoprire nei legami con la vita. Voglio farmi, per come posso, interprete del mondo che ribolle, che si modifica”. 

Siamo nel 1960, ha 23 anni,  spiega ulteriormente il suo pensiero nel  1061:  “Quando dico che la pittura è precisazione delle idee intendo dire che essa è ‘conoscenza autonoma’ della realtà”. Autonomia, quindi, ma non solo, perchè aggiunge: “Per essere ancora più preciso, intendo dire che agli artisti non si può attribuire la funzione di illustratori di una realtà già nota e scoperta da altri. Anche la pittura può portare alla scoperta della realtà. Che ai pittori per combattere la battaglia di classe, si deve chiedere prima di tutto di essere buoni pittori, di fare bene il loro mestiere”.  Nulla di precostituito e di improvvisato, l’opposto della visione strumentale oltre che smplicistica dell’arte come mezzo  di lotta politica. 

La pittura  come verifica e non strumento dell’ideologia, dal 1961 al 1968

Con la costituzione, nel 1961, del gruppo “Il pro e il contro”  si pone in contrasto con i gruppi astrattisti e con i neorealisti che allineavano in qualche modo l’arte ai dettami ideologici se non politici, l’impegno è di esplorare la realtà sul piano esistenziale senza  contenuti ideologici precostituiti. Anzi, ritiene “indispensabile con la stessa pittura  verificare la mia ideologia”, e questo mediante  il rifiuto della mera imitazione della realtà per scoprirne gli aspetti  nascosti e non conosciuti.

“Ingrao”, 1966

 Ricordando il contesto estremamente politicizzato che faceva preferire “alla realtà la visione ideologica della realtà”, la Mitrano commenta: “Ma non è il caso di Calabria che, negli anni delle grandi battaglie sociali e culturali, vive la complessità delle cose e scandaglia la realtà in cerca della vita. Non gli interessa ciò che è acquisito ma ciò che è da ricercare, non ciò che è dato, ma ciò che è inedito”. Quindi nessuna denuncia precostituita,  ma per usare le parole di Del Guercio, “una pittura che sia totalmente immersa nella contemporaneità e che, al tempo stesso proietti la contemporaneità  dentro un denso spessore di storia futura consapevole del passato”, in modo che non sia cronaca contingente dominata dall’intuizione, ma rifletta il “pensiero profondo”  sull’essere umano nei suoi rapporti con un mondo in incessante trasformazione.

A Roma, già l’anno dopo l’esordio, nel 1959,  espone alla VIII Quadriennale Nazionale d’Arte, poi nel 1960 alla Galleria “L’Obelisco”, nel 1963  alla Galleria “Il Fante di Spade”, organizza il suo gruppo “Il pro e il contro” che chiuderà nel 1964, l’anno in cui espone  dei ritratti alla Biennale d’Arte Internazionale di Venezia: vediamo  “Stalin”, dall’espressione ambigua e sfuggente, ben lontana sia dalle raffigurazioni apologetiche della sinistra ideologica sia da quelle di segno opposto.

Di questi primi anni la mostra presenta”Imponderabile nel circo”1958,  “I motociclisti (La strada)” e “La giuria”, 1959, “La città che scende” e “Un’Annunciazione del nostro tempo” 1963.  Si nota una spiccata autonomia, oltre che dalle ideologie, anche dalle avanguardie e da correnti predeterminate, pur se sono evidenti influssi, in particolare dal futurismo:  “La città che scende” viene accostata a “La città che sale” di Boccioni del 2010, una “citazione” non solo nel titolo. 

Però i suoi modi sono  personalissimi ed ha  motivazioni antitetiche, non c’è in lui il compiacimento dei futuristi per il progresso – portatore del movimento e della velocità che sono al centro delle loro opere all’insegna del dinamismo – al contrario pensa che l’evoluzione tecnologica comprima l’essere e la persona. Lo  si vede in questi dipinti con la figura umana abbozzata,  tranne la nitida raffigurazione della “Giuria” e dell’”Annunciazione”, nell’affollamento oscuro di quest’ultima, presago della tragica fine del Cristo, c’è il presente, passato e futuro. E’ un modo inedito rispetto alle rappresentazioni consuete, che definisce così: “Una pittura che rimetta tutto in discussione; la realtà e le forme per esprimerla e che diventi, scaturendo dalla sua stessa interna logica (di forma, di colore, di ritmo compositivo) pensiero, filosofia, scienza”. 

“L’edile e la luna (Luna lontana n. 1)”, 1965-66

Nel  1964, come accennato, si chiude  “Il pro e il contro” perché dinanzi ai cambiamenti  il gruppo si sfalda,  Calabria si sente isolato nell’ambiente artistico romano e  si ritiene “scomunicato” da Guttuso per non essersi allineato all’arte militante.  Ma non demorde dalla sua ferma posizione, proprio in quell’anno scrive che la pittura deve essere “forza autonoma, non subordinata all’ideologia”.

Il suo impegno artistico e intellettuale viene stimolato dai mutamenti economici e sociali dovuti soprattutto all’evoluzione tecnologica sempre più accelerata, per cui il rapporto arte-tecnologia diviene centrale. Contro le tendenze in atto – con la Pop Art in crescita dopo  il premio a Rauschenberg alla Biennale di Venezia – per lui è l’arte che deve “servirsi di tutti i contributi possibili, strumentalizzando il linguaggio tecnologico”, senza farsene condizionare, in modo da collegare “la realtà odierna  e la sfera vitale delle passioni e dei miti popolari”.

L’essere umano resta al centro della sua attenzione, ma ora viene collegato al paesaggio urbano, e c’è molto interesse alla condizione del lavoratore, nella chiave della testimonianza dei problemi inerenti la realtà contemporanea: cioè il “fatto” cui si rivolge la sua arte non in termini cronachistici ma di segni esemplari della condizione umana da esplorare nei suoi valori e significati profondi.  Nel momento in cui viene meno una visione comune, osserva la Mitrano, “la pittura risponderà sempre più alla necessità di  testimoniare il tempo presente, facendo dell’esperienza creativa un processo conoscitivo capace di generare cultura”, in modo da avere una visione lungimirante. 

Tutto ciò considerando l’impatto sempre più forte e persuasivo dell’immagine, anche pubblicitaria, amplificata dalla scena mediatica: “Fatto, questo  – si legge nei suoi “Scritti personali” del 1966 -67 –  di grande importanza per l’ipotesi di una figurazione capace di condensare in sé un momento di certezza; senza rimandi a un ‘poi ideologico’, calarsi nella reale temperatura  delle passioni delle masse, evitando modelli precostituiti”. Ribadisce l’autonomia, ma non sembra asettico, tutt’altro.   

Tre  opere molto diverse nel 1965, “Quando viene l’estate” presenta una  scena aperta e solare con forme  indistinte che nella loro morbida chiarezza danno il senso della vacanza distensiva; invece in “Funerali di Togliatti”  la scena è opprimente, con le figure scure di Amendola e Ingrao a prefigurare  gli scontri politici futuri, l’unica luce è nelle teste e nelle mani che si affollano confuse in primo piano evocando il dolore della classe operaia; precede di sette anni la spettacolare opera di Guttuso, che invece è infiammata dal rosso delle bandiere,  con i fiori che incorniciano il volto di Togliatti, la folla di teste delineate in modo netto, pur nel grigiore senza colori, con riconoscibili i volti dei grandi del comunismo – da Lenin presente più volte, a Stalin, a Gramsci – insieme ai dirigenti uniti nell’ultimo saluto al leader scomparso.  “Ingrao”  è un ritratto nel 1961, di impronta picassiana.  Nel  “Ricordo lucano”, del 1965, tagliato in due parti, bianca e nera,  si affaccia un’immagine inquietante; mentre  il ben diverso “Un vespaio”/ , 1967, mostra una figura anch’essa  inquietante perché emerge da un grande  nido di vespe, è il volto con la caratteristica barbetta di Ho Chi Min, vincitore della guerra in Corea.

Frammenti a parete”, 1978

Dal ’68  al ’74, dalla contestazione alla CGIL

Nell’itinerario dell’artista siamo al 1968, si impegna nel cercare di capire le ragioni della crisi del sistema e le istanze della  contestazione studentesca, poi anche operaia, sempre nella sua visione di calarsi nella realtà senza posizioni precostituite. La sua azione pubblica è diretta, è attivo in manifestazioni di appoggio  alla contestazione  fino all’elezione di sedi di dissenso rispetto a quelle ufficiali,  l’Accademia delle Belle Arti  rispetto alla Biennale di Venezia, le Giornate del cinema rispetto alla Mostra del cinema.  Inoltre  interviene nei dibattiti e negli incontri, come quello sulla situazione delle arti figurative e sulla Biennale di Venezia dal titolo eloquente: “Una nuova Biennale, contestazioni e proposte”. 

Renato  Guttuso aiutò a dipingere  un “tazebao” gli studenti universitari su loro richiesta sebbene appartenesse agli aborriti docenti, ma non lo ritenevano un “barone”, e cercò di  rimuovere l’avversione del Partito comunista scrivendo ad Amendola che poteva spiegare le loro ragioni; inoltre dipinse l’abbraccio tra due giovani “sessantottini” che rompeva un tabù borghese.

Del 1968 sono esposti due ritratti a personaggi emblematici, “Mao pianeta” e “Ipotesi per un monumento equestre a Che Guevara”, in entrambi le figure sono interpretate nell’immaginario collettivo di vaste masse,  il primo con il volto aperto in un sorriso che si allarga in più piani, come per moltiplicarsi, il secondo visto più come totem che come monumento.  Realizza anche un murale per la Casa del popolo nel quartiere romano di Pietralata; nell’anno successivo tiene una mostra personale alla Galleria “La Nuova Pesa”, sempre a Roma, cogliendo l’occasione, anche rispetto alla critica, di  affermare con forza l’esigenza che la pittura ritrovi la propria funzione nella vita reale, per non essere confinata in un museo.

Antonello Trombadori si espresse così: “Calabria non ha avuto bisogno di attendere il crollo dell’informale e il revival tecnologico oggi in atto,  per riproporre con vigore  l’alternativa che l’arte nuova o sarà il frutto di una rivoluzione figurativa o non sarà”. Con questo straordinario  riconoscimento: “Egli su questa strada ha camminato fin dai suoi esordi e la sua capacità d’inventore di immagini è divorata da questa passione”. 

“I giovani”, 1979

Nella ricerca sull’essere umano immerso nella realtà lo interessa sempre più la condizione operaia, nel 1969 incontra i lavoratori del Tiburtino III, predispone grandi sagome dipinte per la Festa dell’Unità nel quartiere,  sarà la base per creare nel 1971  un Centro di produzione e organizzazione culturale, l’ “Alzaia”, che organizzerà mostre collettive di grafica socialmente impegnata. Analoga partecipazione alle Feste dell’Unità a Firenze nel 1970 e nel quartiere Flaminio a Roma nel 1972; nel 1970 aveva partecipato alla  mostra di Arezzo dal titolo eloquente: “Arte contro 1945-70, dal realismo alla contestazione”. Il suo impegno culturale prosegue senza sosta, con l’obiettivo di penetrare nelle comunità mediante strutture di quartiere, collettivi interdisciplinari e altre forme come i manifesti per gli eventi che coinvolgono vaste masse, quindi rappresentano un efficace strumento di comunicazione con le forze che muovono la società: nascono così i Manifesti per la CGIL e i Manifesti per il Tribunale Russell, esposti nella mostra in una suggestiva sfilata nel corridoio che unisce due sale con i grandi dipinti spettacolari; sono secchi, netti e schematici. L’evoluzione della sua arte – pur nella continuità di fondo della visione dell’essere nella realtà – è continua, nella opere esposte alla mostra personale del  1971  alla Galleria “La Nuova Pesa”  appaiono sempre più gli operai, in specie gli edili, negli scenari urbani.  Non si tratta di denuncia politica di sopraffazioni –  come in Guttuso – ma di esplorazione della nuova condizione personale e umana dinanzi ai mutamenti della realtà e quindi della vita. “L’edile e la luna (Luna lontana  n. 1)” 1971, esposto in mostra, presenta l’operaio abbattuto e oppresso, ma con una striscia luminosa verso l’alto che  sembra prefigurare una strada in ascesa per la liberazione sulle ali di un sogno.

Altre due opere del 1972, “Edile a Tiburtino” e “Un edile”, non esposte, sono pervase di umanità,  le impalcature, osserva la Mitriano, “sono la sua prigione, ma anche la sua forza, il suo contenuto  umano, etico, politico nel momento in cui acquisisce coscienza storica”. E aggiunge: “Su quelle impalcature suda, rischia, ma  è ancora capace di sognare, di sperare, di essere uomo”. E’ il tema della Biennale Nazionale d’Arte a Milano a cui partecipa nel 1971, “Situazione dell’uomo: contraddizioni a confronto”, sulle nuove tecnologie rispetto alle comunicazioni di massa; nell’anno realizza “Gandhi”, che vediamo esposto, una sorta di ectoplasma carismatico che domina dall’alto un magma  in movimento, la società indiana che ha scosso dopo un’immobilità millenaria. 

Ancora nel 1972, oltre alle opere sugli edili cui abbiamo accennato,  ne realizza altre ispirate al conflitto vietnamita che mobilitava  manifestazioni di protesta della sinistra e dei pacifisti in Italia e nel mondo.  Sono esposte “Lontano dal Vietnam” e “Vittoria del Vietnam in Occidente”  in cui, a differenza  delle opere  finora considerate, per lo più dal cromatismo tenue e sfumato,  vi è una forte dominante rossa e rosa su fondo nero, con  immagini sfuggenti  in squarci chiari e bianchi; fanno eccezione rispetto alla sua costante distanza dagli eventi al centro della polemica politica.  

“Caffè Florian”, 1981

Tra il 1971 e 1974 è impegnato in altre 5 mostre promuovendo la centralità dell’arte figurativa anche se, lo ripetiamo, la sua interpretazione è personalissima, la forma evanescente e aggrovigliata, deformata così da perdere la riconoscibilità che è nella sua mente. Le mostre si svolgono a Napoli e Siena, Anagni e Milano, nonché alla X Quadriennale di Roma  del 1972, i titoli evocano l’aspetto innovativo: “Aspetti della nuova figurazione” e “Ricerche figurative”, “Nuove ricerche della realtà” e “Nuove ricerche d’immagine”, fino a “Presenze e tendenze nella giovane arte”. Nel 1973 realizza una installazione per la mostra a Gualdo Tadino, “Immaginazione e potere. Pittura, scultura e design in una esperienza di gruppo”, con televisori e ombrelli, questi ultimi dal significato allusivo al bisogno di protezione, li  ritroviamo nell’opera esposta dell’aprile 2018. 

Dal 1974 al 1988, il rinnovamento artistico 

Abbiamo  accennato prima ai suoi  manifesti per la CGIL, ebbene a questa sua presenza nel sindacato c’è un seguito:  nel 1974 entra nel consiglio direttivo della Biennale di Venezia proprio in rappresentanza della CGIL, vi resterà fino al 1978, si impegna per il rinnovamento dell’arte coinvolgendo le forze operaie e perciò partecipa solo alle mostre collettive, tornando a una mostra personale a Bologna solo nel 1978, ripetuta nei due anni seguenti in altre sei città, tra cui Roma. E’ l’ultimo impegno diretto in campo sociale e, indirettamente, politico.

La situazione cambia ancora e lui si interroga sugli effetti che può avere nella pittura il profondo mutamento in atto,  la conclusione sembra essere un allontanamento dai temi politicamente impegnati per concentrarsi ancora di più sulla condizione umana, sempre partendo dalla realtà.

Osserva la Mitrano: “Certamente Venezia, città visionaria e decadente, dalle atmosfere misteriose, dai luoghi fantasticamente sospesi tra realtà e sogno, deve aver suscitato in Calabria sensazioni, vissuti, emozioni, che non avevano ancora trovato sistemazione nella pittura”.  La  direttrice con cui ridefinisce  la sua pittura, peraltro già attenta alla condizione umana, è la revisione – sono le sue parole – delle “esperienze fatte con l’immersione nel politico, per riproporle di nuovo in uno sforzo più rigoroso di recupero del ‘sociale’ e del ‘psicologico’, per un ampliamento della funzione conoscitiva dell’opera”. Ciò vuol dire allontanarsi ancora di più dalle “certezze” dell’ideologia – che non ha mai abbracciato, a differenza dei neorealisti orientati  a sinistra come lui, del resto – per concentrarsi maggiormente nella ricerca della condizione umana anche nelle sue forme sociali.   

“Il traghetto per Palermo”, 1984

Sono esposti dipinti molto significativi che documentano questa evoluzione: “Frammenti a parete” e “Pantheon 1978, “I giovani” e “Da una città d’Italia”, 1979, accomunati da toni scuri e da forme indistinte, nel primo e nel terzo si percepiscono appena particolari di figure umane, il quarto merita un’attenzione particolare. Sono tutti di notevoli dimensioni, lunghi oltre 2 metri e alti tra 1 m e 1,70, ma l’ultimo li supera, 2,50 per 2,30; non è il motivo della sua rilevanza, quanto il significato che l’artista attribuisce ai sacchi di plastica  buttati alla rinfusa riprodotti nel dipinto dopo averli visti nella realtà in una strada di periferia: “Ho avuto la sensazione che quella plastica nera nascondesse grandi verità, ma troppo pericolose. Ho pensato che la gente, la sera mettesse dentro quei sacchi l’immaginazione e la creatività, tanto pericolose e dannose ad un soporifero e passivo adattamento alla spietata e vuota  routine del quotidiano”. 

Negli anni ’80 è intensa la sua partecipazione a mostre, nel 1981 la collettiva “Linee della ricerca artistica 1960-80” al Palazzo Esposizioni di Roma e le  personali  al centro Mexico-Italia Adriano Olivetti e a Città del Messico, nel 1982 in Finlandia e a Roma, nel 1984 a Roma alla Galleria “La Gradiva” e a New York, nel 1985 a Milano, nel  1986 alla XI Quadriennale Nazionale d’Arte di  Roma,  nel 1987 sempre a Roma a Castel  Sant’Angelo,  nel 1988 di nuovo a “La Gradiva”.

Di questo periodo di intenso rinnovamento artistico sono esposte 5 opere: la piccola “Caffè Florian” 1981, e  “La luce del mare” 1984, accomunate dall’oscurità e da immagini evocative; due opere del 1985, “Il traghetto per Palermo” e “Un gioco nel vento”, accomunate da un cromatismo chiaro, con figure riconoscibili, nel primo le auto, nel secondo le due donne e i fogli; il quinto, “La città dentro” 1987, addirittura 2 m per 4 m, con forme che rappresentano forze contrapposte.  Claudio Crescentini: pone il dipinto  “all’apice” della sua ricerca in quella fase: “Un nuovo  manifesto programmatico di Calabria, una nuova – diversa – prospettiva emergente dell’artista verso il prossimo decennio nel momento in cui si vanno sintetizzando temi e comportamenti pittorici sempre più personali e comunque coerenti con i tre precedenti decenni di sviluppo creativo dell’artista”.

Prossimamente parleremo dei tre decenni successivi, fino al momento attuale. 

“La città dentro”, 1987

 Info 

Palazzo Cipolla, Via del Corso 320, Roma. Tutti i giorni, escluso il lunedì, ore 10,00-20,00, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 7, ridotto euro 5 per gli under 26 e over 65, forze dell’ordine e militari, studenti universitari e giornalisti, convenzionati, gratuito under 6 anni, disabili con accompagnatore, membri ICOM e guide turistiche.  Tel. 06.2261260. Il primo articolo sulla mostra è uscito, in questo sito, il 31 dicembre 2018, il terzo e ultimo articolo uscirà il 10 gennaio 2019, con 11 immagini ciascuno. Per quanto citato nel servizio  cfr. i nostri articoli, in questo sito: per Renato Guttuso, “Guttuso rivoluzionario”  14, 26, 30 luglio 2018, “Guttuso innamorato”   16 ottobre 2017, “Guttuso religioso”  27 settembre, 2 e 4 ottobre  2016, “Guttuso antologico”  16 e 30 gennaio 2013; per “Picasso”  5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, “Cèzanne”  24, 31 dicembre 2013, il “Padiglione Italia Regione Lazio” 8 e 9 ottobre 2013; per i”Futuristi”  7 marzo 2018, sui singoli artisti, “Thayaht” 27 febbraio 2018, “Marchi” 24 novembre 2017, “Tato” 19 febbraio 2015, “Dottori” 2 marzo 2014, “Erba” 1° dicembre 2013, “Marinetti” 2 marzo 2013; per “Deineka” 26 novembre, 1 e 16 dicembre 2012, “Franco Angeli” 31 luglio 2013; per la Pop Art e le altre avanguardie americane“Guggenheim” 23  e 27 novembre, 11 dicembre 2012; per gli “Astrattisti italiani”, 5 e 6 novembre 2012; in abruzzo.cultura.it, per i “Realismi socialisti”  3 articoli il 31 dicembre 2011, per gli “Irripetibili anni ’60”, 3 articoli il 28 luglio 2011,  per il “Futurismo”  30 aprile, 1° settembre e 2 dicembre 2009, per “Picasso” 4 febbraio 2009  (il sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su questo sito).    

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Palazzo Cipolla alla presentazione della mostra, si ringrazia la Fondazione Terzo Pilastro -Internazionale, con gli organizzatori e i titolari  dei diritti, in particolare l’artista, per l’opportunità offerta. Le 10 foto dei  dipinti  di Ennio Calabria coprono i primi 30 anni del  sessantennio 1958-2018. In apertura, la locandina della mostra; seguono, “La giuria” 1959, e “La città che scende” 1963; poi , “Ingrao” 1966, e  “L’edile e la luna (Luna lontana n. 1)” 1965-66 ; quindi, “Frammenti a parete” 1978,  e “I giovani” 1979; inoltre, “Caffè Florian” 1981, e  “Il traghetto per Palermo” 1984; infine,  “La città dentro” 1987 e, in chiusura,  i Ritratti, “Ipotesi per  un monumento equestre a Che Guevara” 1968, a sin –“Gandhi”, a dx.” 

Ritratti, “Ipotesi per  un monumento equestre a Che Guevara”, 1968, a sin –“Gandhi”, a dx

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Ricordo di Ennio Calabria, 1. Il tempo dell’essere nella grande antologica del 2018-19 a Palazzo Cipolla

Oggi., Lunedì dell’Angelo, ricordiamo Ennio Calabria, nel trigesimo della scomparsa, avvenuta il !° marzo scorso, ci piace immaginare che un mese fa un Angelo abbia portato con sè l’artita – cui si devono anche delle suggestive Crocifissioni – fortemente impegnato sui temi che attraversano la societò, “il tempo dell’essere”, in una visione che da filosofica è diventata artistica, con la formula “sum ergo cogito”, che rovescia il ben noto assioma cartesiano. Lo ricordiamo pubblicando di nuovo i 3 articoli con i quali demmo conto della grande mostra antologica svoltasi a Palazzo Cipolla dal novembre 2018 al gennaio 2019, quando il presidente Emmanuele F. M. Emanuele pose fine a un’assenza durata un trentennio del grande artista da lui meritoriamente riportato alla ribalta dovutagli. La scomparsa è avvenuta il giorno dell’inaugurazione della mostra di Lina Passalacqua – con cui aveva un rapporto di amicizia oltre che di colleganza – la pittrice firmataria del “Manifesto per l’arte” del 2017 di 25 artisti, di cui Calabria era il capofila, tradottosi nel 2020 in un incontro con una mostra che abbiamo commentato a suo tempo; alla mostra nei 90 anni di Lina Passalacqua abbiamo dedicato 3 articoli dal giorno dell’inaugurazione il 1° marzo. Di seguito il primo articolo in ricordo di Ennio Calabria, che uscì il 31 dicembre 2018, sulla sua impostazione artistico-filosofica, i due successivi ssulle singole opere saranno ripubblicati il 4 e 7 aprile, dedicando così la settimana dopo Pasqua a un artista profondamente immerso nei problemi del nostro tempo da lui interpretati in modo personalissimo.

Pubblicato dawp_3640431 Dicembre 31, 2018

Il presidente Emanuele mentre presenta l’artista, alla sua sin., alla sua dx il curatore Simongini 

di Romano Maria Levante

E’ una spettacolare esposizione di 80 opere, per lo più di grandi dimensioni – alcune appositamente realizzate nel 2018 –  a Palazzo Cipolla, nel Corso di Roma, dal 20 novembre 2018 al 27 gennaio 2019, la mostra “Ennio Calabria, verso  il tempo dell’essere. Opere 1958-2018” , antologica dei sessant’anni della sua  produzione artistica, promossa  dalla Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele, organizzata da “Poema” con l’ “Archivio Calabria”, supporto tecnico di “Civita mostre”, curata da Gabriele Simongini, come il catalogo bilingue, italiano-inglese, della Silvana Editoriale.

I motivi rilevanti della mostra

La mostra viene trent’anni anni dopo la precedente antologica che dava conto del primo trentennio di attività dell’artista, e sessant’anni dopo la prima personale, e  rievoca oltre mezzo secolo di arte e di vita, periodo percorso da mutamenti epocali. 

Si tratta di un pittore molto attivo sul piano sociale la cui pittura, però, non ha mai avuto connotati  precostituiti,  ma è stata sempre ispirata ai fatti che scuotevano la sua sensibilità e ai quali  si ispirava direttamente senza filtri ideologici. Questo sembrerebbe un processo comune nella vita degli artisti, ma in Ennio  Calabria c’è stata anche una speculazione filosofica- da non intendersi come ideologica, ribadiamo – sull’essere umano  e sui cambiamenti nel tempo della società in cui vive,  sempre mutevole  per via  dell’incessante innovazione tecnologica.   

Di qui il titolo della mostra, “Il tempo dell’essere”, di qui anche la posizione molto personale dell’artista rispetto alle correnti pittoriche che si sono succedute nell’arco del sessantennio: non ha aderito all’informale restando legato alla forma ma non in senso strettamente figurativo, si è ispirato alla realtà ma il suo non è realismo, non è espressionismo pur manifestando le proprie reazioni, ma non come emozioni del momento bensì come sintesi  magmatica del fluido creativo mosso anche dalla sua speculazione filosofica, in una forma “liquida”, deformata ma legata ai contenuti. 

Il valore speciale della mostra

Emmanuele F. M. Emanuele, presidente della  Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, ideatore e promomotore della mostra con la Fondazione, ha confidato  di essere stato colpito dalle opere dell’artista visitandone l’”atelier”, e di aver deciso di rimediare alla sua assenza dalle principali sedi espositive forse dovuta al fatto che si è schierato per lungo tempo con  l’opposizione senza però avere -come avvenne invece per Renato Guttuso – il sostegno del maggiore partito della sinistra. 

Anzi lo stesso Guttuso, dopo aver lodato la creatività del giovane pittore alla mostra che tenne agli esordi,  non mantenne verso di lui l’attenzione iniziale, e Calabria restò praticamente isolato.  D’altra parte, l’artista aveva fondato nel 1961  il gruppo “Il pro e il contro” – con il quale veniva rivendicata l’autonomia rispetto agli orientamenti, in campo artistico-culturale,  del Partito Comunista, in cui militava Guttuso in posizioni di rilievo – con altri artisti tra cui Accardi e Vespignani che erano stati redattori della rivista “Città aperta”  in cui avevano assunto una posizione critica sia verso la politica culturale del PCI soprattutto dopo i tragici “fatti d’Ungheria”, sia verso il “Realismo socialista” sovietico, dovendo per questo chiudere la rivista nel 1958. 

Nei confronti del “Realismo socialista”, sia detto per inciso, Calabria è stato lontano anni luce, e questo anche rispetto ad Aleksandr Deineka, il massimo esponente che esprimeva la personale fiducia nell’uomo nuovo nato con la rivoluzione comunista celebrandone l’eccellenza nella vita, nello sport, nel lavoro, con opere sempre in linea con la mistica di regime sebbene non si facesse strumento della propaganda sovietica ma seguisse le proprie autentiche convinzioni.  Ricordiamo che fu merito di Emanuele la realizzazione delle mostre sui “Realismi socialisti” e “Deineka” al Palazzo Esposizioni nel 2011.

Un’Annunciazione del nostro tempo”, 1963

 Per tornare a Calabria,va premesso inoltre che, nonostante la sua esposizione personale sul piano politico-sociale-  ad esempio illustrando una serie di manifesti  delle organizzazioni sindacali di sinistra – non ha neppure prodotto opere di denuncia esplicita delle violenze e delle ingiustizie non essendo dominato dalla visione ideologica, ma opere in cui è la natura umana ad essere messa a nudo nei suoi rapporti con lo sconvolgimento causato dalla tecnologia e non solo. 

Questa sua diversità e, diremmo, complessità,  sul piano dei contenuti,  non poteva non trovare una netta  diversità anche  nella forma, che ha dovuto dare una risposta artistica a una serie di interrogativi così riassunti dal curatore della mostra Gabriele Simongini: “Come afferrare le forze segrete, la mutevole labilità e fluidità della vita umana, delle sensazioni e delle emozioni? Come cogliere in profondità le trasformazioni della società lungo il tempo?  Come sintonizzarsi con la realtà mentre accade? ”  Di qui  la sua “pittura magmatica e metamorfica”,  assolutamente personale e per questo inconfondibile, “la cui ‘materia’ è osmosi immediata fra inconscio, pensiero, mano e azione psicofisica attraverso il lavorio inesauribile dell’invisibile nel visibile”. Tutto ciò perché con le sue opere esprime le pulsioni interiori che nascono come riflesso del mondo che lo circonda con le sue continue trasformazioni, alle quali riserva un’attenzione particolarmente acuta,  sul piano speculativo e filosofico, e in parallelo sul piano artistico nel quale deve rendere la complessità del pensiero che anima e alimenta il suo spirito creativo.

Abbiamo accennato al fatto che non ha seguito le correnti dominanti nel sessantennio del suo itinerario pittorico, e anche per questo, oltre che per una specie di allontanamento ideologico, non ha avuto tutta l’attenzione dovuta al suo straordinario talento;  ma è stata la sorte anche di straordinari maestri ai quali tardivamente è stato riconosciuto il posto che meritano, si pensi a Caravaggio.   

E’ anche una meritata riparazione, dunque, questa mostra,  dovuta alla sensibilità del presidente Emanuele,  che ne ha apprezzato le idee controcorrente, pur senza aderirvi, e ricorda come non facesse parte del gruppo con Testa e Angeli, Schifano e  Mambor, da lui frequentato negli “irripetibili anni ‘60”, cui lo stesso Emanuele ha dedicato qualche anno fa una mostra così intitolata;   ma Calabria era accomunato a loro dalla difesa della forma pittorica rispetto all’informale, all’astrattismo e alle avanguardie iconoclaste, anche se la forma in lui ha un aspetto unico, nel momento in cui dichiara di voler aderire alla realtà, al fatto, però senza  riprodurli in modo figurativo.  

“Funerali di Togliatti”, 1965 

Infatti non osserva la realtà freddamente da cronista, e tanto meno animato da visioni ideologiche, lo fa  per scoprire la vita che la anima, in modo da rivelare ciò che non si conosce, senza limitarsi a riprodurre ciò che si vede e quindi è già noto; e senza esprimere soltanto le emozioni che gli suscitano i fatti della realtà bensì i pensieri profondi della propria riflessione interiore che diventa speculazione filosofica. E’  infinitamente distante dalla sua impostazione artistica la fuga dalla realtà di certa arte contemporanea, per di più con i suoi continui “Senza titolo”, i titoli di Calabria sono sempre corposi e intriganti. 

Un “cane sciolto” nella forma e nei contenuti

Un artista siffatto non poteva che essere un “cane sciolto”, per usare la sua stessa definizione, impegnato, come sottolinea Simongini, in una “pittura di storia” intesa come ricerca nella quale le vicende collettive  sono filtrate dal suo pensiero interiore, dalle intime riflessioni sull’essere nel tempo rispetto ai fatti della vita in un mondo in continuo mutamento. Il suo stile non poteva che essere personalissimo, attingendo alle correnti pittoriche che potevano offrirgli la cifra artistica adatta, anche se tra loro contrastanti, anzi con tale contrasto riflettevano le contraddizioni della vita.

Mario Micacchi, nel 1987 ha scritto a questo proposito che “per lui la realtà. contemporanea e l’io profondo hanno raggiunto una tale complessità che non basta un solo codice interpretativo e una maniera pittorica per dare forma a tutto quello che passa nella città e nell’uomo della città, dove chi sa cercare trova di tutto e sa che può accadere tutto”. Ma che cosa, in particolare? 

Quello che accade si manifesta senza che abbiamo modo di capirlo, neppure se lo vediamo, manca il tempo per riflettere nella velocità in cui si succedono gli eventi, tempo invece riservato all’arte che si apre al mistero e alle contraddizioni presenti nella vita come segno di vitalità.  Il campo dell’arte è, quindi, quello degli avvenimenti spesso carichi di contraddizioni e “l’opera d’arte –  ha scritto Calabria nel 1986 – è simile  a un ‘fatto’, cela nel proprio mistero un groviglio eterogeneo di livelli e di culture come i ‘fatti’ quando accadono. L’opera allorché è, produce nuove associazioni conoscitive, in quanto più che commentare l’esistente, aggiunge a esso appunto ‘un fatto altro’”.

Ecco l’aspetto pittorico per Simongini: “Proprio per questo nei suoi quadri non si afferma mai un punto  di vista frontale, gerarchico, dogmatico, cristallizzato, ‘apollineo’, ma si aggrovigliano come fasci fibrosi, si fondono o entrano in rotta di collisione dionisiaca, senza soluzione di continuità, moti centrifughi e centripeti, allucinate visioni dall’alto e in volo, dal basso, schiacciamenti, torsioni, allungamenti, deflagrazioni delle figure che denunciano con ansia e senso di panico la pressione quasi insostenibile di realtà in fondo insondabili sulle nostre fragili esistenze”.  

“Una vittoria del Vietnam in Occidente”, 1973

Quindi, se non siamo nell’informale e nell’astrattismo per l’aderenza ai “fatti”, siamo lontani anche dal realismo figurativo per la complessità delle motivazioni che muovono la mano dell’artista portandola alle vertiginose espressioni pittoriche che il curatore ha efficacemente evocato. La forma è sempre dominante, perché deve esprimere il frutto della ricerca anche speculativa per far emergere la verità della vita come la interpreta l’artista che ha potuto scandagliare il “fatto”  per estrarne l’invisibile nel quale si trovano i germi del futuro.  Sin dal 2005 Simongini scriveva: “Ennio Calabria sta dando vita a opere ricche di una complessa e irrequieta vitalità, colme di una forza visionaria che va a braccetto con una lucidissima speculazione filosofica e antropologica”.

Alla base di ciò ci sono le sue riflessioni sui radicali cambiamenti nella vita dell’uomo portati nella società dalle incessanti innovazioni dando luogo a mutazioni antropologiche che l’artista cerca di percepire e catturare quasi prefigurandone gli sviluppi futuri. Mutazioni – come l’intelligenza artificiale – potenzialmente devastanti perché non sono più il pensiero e la visione filosofica a permeare la tecnologia, ma questa è autonoma,  mentre le motivazioni filosofiche devono solo fornirne una giustificazione ex post.

Per lui, scrive oggi Simongini, “è proprio la pittura a offrire un contributo volto a salvaguardare l’autenticità umana dell’essere nel mondo”. In questa ottica, il curatore accosta Calabria, in particolare,  a Edward Munch, di cui riporta una confessione illuminante: “E’ mia intenzione cercare le forze segrete della vita, per tirarle fuori, riorganizzarle, intensificarle allo scopo di dimostrare  il più chiaramente possibile gli effetti di queste forze sul meccanismo che è conosciuto come vita umana, e nei suoi conflitti con altre vite umane”; e a Francis Bacon,  che con la propria pittura  intendeva “riprodurre non  il fatto nella sua semplicità, ma tenendo conto dei suoi diversi livelli, in modo da toccare nuove aree di sensazioni che conducano a un senso più profondo”. 

Calabria va oltre, dicendo che  per poter penetrare nel profondo della realtà e quindi della vita, “la pittura non è qualcosa di esterno  a te, ma è il tuo liquido biologico, un tessuto, come se ti trasferissi qualcosa del tuo liquido biologico sulla tela…. Io sono e traduco il mio essere nella pittura”. 

Lo manifesta anche nei ritratti, tanto da scrivere il 30 maggio 2012 a papa Giovanni Paolo II: “Santo Padre, ho dipinto alcuni suoi ritratti. Ci sono finito dentro per la necessità di reincontrare la realtà e con essa quel rapporto così indispensabile per qualsiasi progresso della mente, fondamentale per chi fa il mio mestiere”. 

Un gioco nel vento”, 1985 

E’ una realtà emblematica e metaforica, tanto che nel corpo del papa martoriato dal male e dalla sofferenza vede “una sorgente amniotica della nascita di un soggetto potente, vitale, che cerca un referente alto che consenta di nuovo il senso, dentro la selvaggia relativizzazione di ogni certezza”.   

Paola Di Giammaria così commenta: “Di fronte alla velocità e alla relatività dei tempi odierni Calabria sembra aver trovato uno spazio condivisibile dove il personaggio è solo un pretesto, anzi un’opportunità per costruire  e restituire quell’immagine come materia autonoma della soggettività dell’artista”.  Questo non riguarda soltanto la figura del papa, ma anche gli altri personaggi che, pur senza avere la valenza universale del Santo Padre, “si pongono come contenitori delle paure e delle speranze di milioni di persone e nei quali la storicità si fonde con la presenza individuale, esistenziale, dando vita così  a un’immagine più universale dell’uomo effigiato”.  Un’immagine sempre molto espressiva, “tra guizzi di luce e colore, scomposizioni di forme, costruzioni senza accenti retorici”. 

Dinanzi a questa realtà interiorizzata con una connotazione fortemente personale, ma nel contempo resa esemplare, le sue opere hanno una valenza sociale perché riguardano la testimonianza dell’artista sulla dimensione umana  nelle “vicissitudini della storia”. 

E’ una visione che ha fatto scrivere a .Mario De Micheli, nel 1985, nel commento a una sua mostra: “Forse nessun altro artista della sua generazione ha esplorato come lui tanti volti diversi della nostra condizione contemporanea e, al tempo stesso, nessuno come lui ha mostrato una così ferma e risoluta volontà di trovare una risposta ai nostri problemi, ma, e questo è ciò che più conta, dove non è ancora possibile trovare la risposta, nessuno come lui è stato capace di formulare l’interrogativo giusto a cui prima o poi si dovrà imparare a rispondere”. 

Vedremo dalle sue opere esposte in mostra come questo trovi espressione pittorica, considerando che lui stesso ha detto: “La mia pittura oggi si deve porre come qualcosa che si sente, non come qualcosa che si capisce”, e in essa si sente l’ansia per l’umanità e- per usare ancora le sue parole – per la sua “drammatica gioia del vivere”.

Su questo si esercita il suo pensiero scavando nel tempo e nell’umanità per scoprirne i misteri e poterli rivelare con la sua arte. Cerchiamo di esplorarne alcuni, ricorrendo soprattutto alle sue parole. 

“Inchiesta autobiografica”, 1989

La velocizzazione del tempo e la forma pittorica

Ne riporta un’ampia selezione Tiziana Caroselli, evocandone  “il pensiero nel tempo che muta”.  E il tempo è indubbiamente la dimensione in cui vediamo immersa la produzione di Calabria  non soltanto perché  si estende nell’arco di 60 anni e neppure perché nel tempo sono maturate a velocità crescente le innovazioni tecnologiche che hanno scosso la società, come tutti possono vedere.  C’è qualcosa di più profondo  e riguarda la vita, espressione dell’esistenza, che si manifesta nel tempo e viene colta dall’artista alla ricerca delle verità invisibili da tradurre nella creazione pittorica, considerandosi sin da giovane  un “magnete sensibile” che “rifunzionalizzava mediante sé e intorno a sé”  le esperienze pittoriche per interpretare il mondo in evoluzione da cui far emergere le contraddizioni e soprattutto le verità profonde, senza ideologie precostituite.

Questo vuol dire che, pur essendo ideologicamente impegnato in campo politico e sociale, segnava “una distinzione, una consapevolezza dei due livelli di partecipazione e di conoscenza”. Nel senso che  il suo contributo “politico ” consisteva nell’offrire elementi di conoscenza: “In sostanza, io posso essere un pittore che cerca di interpretare la realtà per gli altri. E  quindi sono al di fuori del servizio di un’ideologia”.

Nel suo sforzo di interpretare la realtà in cui si deve vivere,  pone  al centro l’essere umano, proprio perché la “velocizzazione del tempo”  impedisce di vedere realmente, cioè di capire.  Da questa constatazione, che potrebbe sembrare elementare, derivano importanti considerazioni.  

La considerazione  più immediata riguarda la forma pittorica che non può più essere statica perché non renderebbe la realtà in continuo movimento;  perciò nella  lettera immaginaria del 1987, “Caro Guttuso”, che fu pubblicata in un catalogo, dopo la sua morte gli scrive che avrebbe voluto  approfondire con lui “questo tema della velocità sociale e di come, attraverso uno schiacciamento del modo di recepire, e delle forme della comunicazione, si produca una deformazione nuova”.   

Giovanni Paolo II. Il vero  e il falso”, 2005

E’ proprio la deformazione nella sua forma pittorica, che nei ritratti richiama Bacon, ma nelle composizioni è ben più elaborata, quasi sofferta.  Il curatore della mostra, come abbiamo visto, la definisce aggrovigliata in fasci fibrosi, nelle ardite prospettive dall’alto o schiacciata dal basso, con torsioni, allungamenti, deflagrazioni, quasi subisse gli sconvolgimenti indotti dalle mutazioni. 

Le immagini  si producono come se fossero  generate dalla rifrazione della luce sugli scogli, senza  rapporti di causa ed effetto, ma espressione di una casualità, e insieme di una velocità incessante,  in cui risiede l’essenza della realtà. Non è una metafora esemplificativa, è stata propria la vista di questo fenomeno nella realtà  ad aprirgli gli occhi, nelle migliaia di immagini riflesse sulla roccia bagnata dall’acqua del mare vide “fissata una sorta di probabili regole”, eccone una: “Quelle linee che sembravano seguire il caso, sapevano far fluire il senso attraverso vie prive di senso”. E nello stesso tempo riflettevano, commenta la Caroselli, “anche la disgregazione epocale dei  nostri tempi, dove i meccanismi sociali sembrano prodotti da accadimenti  e motivazioni nuove  e imprevedibili, sotto l’effetto stravolgente di una velocità degli scambi estremamente accelerata”. Con questa conseguenza: “Di qui una nuova riflessione ancora sul tempo, il tempo del nostro vivere tecnologico, pragmatico, scientifizzato, contratto e relativizzato dalla velocità”. 

Da “cogito ergo sum” a “sum ergo cogito”

Ma quella che interessa l’artista è la mutazione profonda prodotta nell’essere, a livello della stessa personalità, nel senso che resta attivo “il segmento della psiche utile alla velocità degli scambi”, cioè  la “razionalità intellettuale”,  mentre “il resto della psiche, come le sue zone più complesse ed interiori, vengono rimosse, o comunque disarticolate dai processi reali”.   

“Presentimento d’acqua”, 2008

La spiegazione che segue  collega questa mutazione alla vita concreta, perché l’”inedito divorzio” tra le due componenti della personalità fa sì che non concorrano  alla  valutazione degli accadimenti, ma operi soltanto la parte pragmatica “sui processi  e sui codici già definiti”; mentre  venga esclusa la parte “introspettiva”, spinta dall’inconscio, l’unica che può “rinvenire le cause prime di successivi comportamenti”.  Con la separazione tra le due componenti della psiche, “non hanno più capacità di autonomia e di libera identificazione del valore, né possono più identificare un soddisfacente rapporto di causa-effetto che spieghi i fenomeni”.  

Gli effetti ci sono e si manifestano nel tempo, il pensiero si concentra “nel solo  presente. nell’attimo”, e in tal modo “perde il contatto con il grande patrimonio del pensiero condiviso, che resta nell’orbita di un passato non più collegato”.  Questo vuol dire dover fare a meno di quanto acquisito nel passato sul piano della cultura e dei valori, delle ideologie e della storia, e spostare nel futuro “quel Padre ideale che nel passato era posto alle nostre spalle come sostegno del pensiero, della pratica dei valori e delle regole etiche del vivere”; così nel futuro si proietta il presente data la velocizzazione dei processi indotta dall’incessante innovazione tecnologica.  

La velocità degli scambi comporta “una graduale tendenza a vuotarsi della cultura come dimensione  che esiste all’interno di noi”, e  non solo.  “Ha annullato tutte le polarità in opposizione, per cui, per esempio, vero e falso convivono”, come del resto possiamo constatare quotidianamente, aggiungiamo noi, soprattutto con l’espansione irresistibile dei “social network” nell’era di Internet. Vengono esplicitate anche le conseguenze ultime, e sono certamente allarmanti. Non c’è più tempo per riflettere, bandito il  “pensiero complesso” rimane solo il  “pensiero pragmatico”, del tutto slegato dalle “categorie valoriali”, ed  esposto alle mistificazioni  dell’informazione mass mediale, che ha  come “unico valore di riferimento la convenienza”, per cui “le uniche mete perseguite sono quelle legate al denaro, al potere, al corpo”.

Quale sia la sorte del “pensiero complesso”, bandito dalla vita pratica, è presto detto. Non potendo “muoversi liberamente tra presente, passato e futuro” sorretto dalla cultura, ma costretto temporalmente nell’attimo, assume la  forma della intuizione  e soggettività, che  sostituisce le grandi narrazioni di cui “la collettività condivideva solo quei pensieri che sembravano interpretare la voce della storia”, rispetto alla quale la soggettività era soltanto una posizione personale.  

“Il pensiero nel corpo”, 2010 

L’essere ne è totalmente coinvolto, perché mentre prima l’individualità era sostenuta dal pensiero  condiviso (il “cogito” di Cartesio),  ora, “per l’azzeramento di quel pensiero a causa della velocità degli scambi, è rappresentata esclusivamente dal suo stesso esistere in vita, dal suo essere in sé e per sé, dal suo esprimersi in ‘io sono’”. Uno spaesamento, quindi, causato dallo sradicamento dalle  radici culturali che sono anche la base della coesione sociale, e un arroccamento sul dato biologico della propria esistenza. “Ciò porta, secondo me –  afferma l’artista con una fulminante sintesi finale –  ad un capovolgimento epocale del ‘cogito ergo sum’ in ‘sum ergo cogito’”.  

Ma la sua conclusione non è pessimistica, perché vede una possibilità di ripresa nella formazione di una “soggettività complessa” indotta dalla vita, anche perché l’individuo resta pur sempre “l’unico possessore della coscienza, l’unico a mantenere la necessaria relazione con il valore”. Quindi sarà la “soggettività complessa” a dare una visione affidabile, come “unica detentrice di una forma di pensiero autonomo e creativo che possa fare da antitesi al pensiero unico: essa quindi costituisce la nuova identità antropomorfica da cui ripartire”,

C’è anche  una significativa ammissione finale che solo apparentemente sembra contraddire il suo assunto, mentre conferma la sua attenzione ai mutamenti, non solo per segnalarne i pericoli, e la sua fiducia nelle “discontinuità”: “Forse il tempo attuale, che ci si presenta come spaesante, deludente e terribile, in realtà segna già una discontinuità, un salto discontinuo che non è più controllabile con i codici  che gestivano la continuità di un pensiero condiviso”. Ed ecco l’apertura alla speranza: “Forse si tratta di un nuovo, seppure sconcertante,  passo evolutivo”.

Dopo l’excursus nel pensiero filosofico dell’artista – reso possibile dalla ricostruzione rivelatrice, ricca di citazioni, della Caroselli – l’interesse per la mostra raggiunge l’acme. Ne parleremo prossimamente, ripercorrendo l’itinerario artistico di 60 anni attraverso la galleria delle sue opere, veramente spettacolare, con l’impatto delle grandi dimensioni dei dipinti unito al fascino delle forme in cui la linea e il colore sono associati in modo personalissimo e suggestivo.   

“Gravido  mistero”, 2018 

Info 

Palazzo Cipolla, Via del Corso 320, Roma. Tutti i giorni, escluso il lunedì, ore 10,00-20,00, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso intero euro 7, ridotto euro 5 per gli under 26 e over 65, forze dell’ordine e militari, studenti universitari e giornalisti, convenzionati; gratuito under 6 anni, disabili con accompagnatore, membri ICOM e guide turistiche.  Tel. 06.2261260.  Gli altri due articoli sulla mostra usciranno, in questo sito, il 4 e 10 gennaio 2019, con 11 immagini ciascuno. Per quanto citato nel servizio  cfr. i nostri articoli, in questo sito: per Renato Guttuso, “Guttuso rivoluzionario”  14, 26, 30 luglio 2018, “Guttuso innamorato”   16 ottobre 2017, “Guttuso religioso”  27 settembre, 2 e 4 ottobre  2016, “Guttuso antologico”  16 e 30 gennaio 2013;per “Picasso”  5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, “Cèzanne”  24, 31 dicembre 2013; il “Padiglione Italia Regione Lazio” 8 e 9 ottobre 2013; per i “Futuristi”  7 marzo 2018, sui singoli artisti, “Thayaht” 27 febbraio 2018, “Marchi” 24 novembre 2017, “Tato” 19 febbraio 2015, “Dottori”  2 marzo 2014, “Erba” 1° dicembre 2013, “Marinetti” 2 marzo 2013; per “Deineka” 26 novembre, 1 e 16 dicembre 2012, “Franco Angeli” 31 luglio 2013; per la Pop Art e le altre avanguardie americane“Guggenheim” 23  e 27 novembre, 11 dicembre 2012; per gli “Astrattisti italiani”, 5 e 6 novembre 2012; in abruzzo.cultura.it,  per i “Realismi socialisti”  3 articoli il 31 dicembre 2011, gli “Irripetibili anni ’60”, 3 articoli il 28 luglio 2011, il “Futurismo”  30 aprile, 1° settembre e 2 dicembre 2009 , “Picasso” 4 febbraio 2009  (il sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su altro sito).

Nota di aggiornamento: per l’incontro con la mostra sul “Manifesto per l’arte”, citati nel corsivo introduttivo, cfr. il nostro articolo in questo sito del 3 aprile 2020.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante a Palazzo Cipolla alla presentazione della mostra, si ringrazia la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, con gli organizzatori e i titolari  dei diritti, in particolare l’artista, per l’opportunità offerta. Le 10 foto dei  dipinti  di Ennio Calabria coprono l’intero sessantennio 1958-2018,  le 5 iniziali i primi 30 anni, le 5  che seguono i 30 anni successivi. In apertura, Il presidente Emanuele mentre presenta l’artista, alla sua sin., alla sua dx il curatore Simongini; seguono, “Un’Annunciazione del nostro tempo” 1963, e “Funerali di Togliatti” 1965; poi,  “Una vittoria del Vietnam in Occidente” 1973, e  “Un gioco nel vento” 1985, quindi, “Inchiesta autobiografica” 1989, e “Giovanni Paolo II. Il vero  e il falso” 2005; inoltre,   “Presentimento d’acqua” 2008, e “Il pensiero nel corpo” 2010; infine,  “Gravido mistero” 2018 e, in chiusura, i Ritratti  “Un vespaio” 1967,  a sin. – “Mao Pianeta” 1968, a dx. 

Ritratti: “Un vespaio”, 1967,  a sin. – “Mao Pianeta”, 1968, a dx.

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Lina Passalacqua, 3. Il cosmico dinamismo da “Fiabe e leggende” e gli altri cicli, fino a “Io… e il mare”

di Romano Maria Levante

Concludiamo l’excursus del lungo percorso dell’artista Lina Passalacqua dopo aver rievocato nel primo articolo l’itinerario di vita e di arte, con i riconoscimenti e le iniziative nei vari decenni del suo impegno senza sosta, spinto da una passione inesausta e sostenuto da un’energia inesauribile; nel secondo articolo abbiamo aggiunto i contenuti e i valori del “Manifesto per l’Arte” da lei sottoscritto con altri 24 artisti e poi siamo entrati nella sua arte con le emozioni suscitate dalle sciabolate di colori luminosi del ciclo “Quattro stagioni” e con incursioni di natura diversa nei “collage” e nel  cibo. La nostra attuale conclusione dà conto dell’intera sua ricchissima produzione, rievocando la mostra antologica “Lina Passalacqua. Cosmico dinamismo” , svoltasi al Vittoriano dal  15 dicembre 2017 al 14 gennaio 2018, a cura di Carlo Fabrizio Carli, che ne ha dato una sintesi molto significativa e spettacolare esponendo circa 130 opere.  di cui 20 della serie “Fiabe e leggende” e 110  dei cicli precedenti, da  “Le quattro stagioni”,  dal 2010 al 2013, che abbiamo illustrato ampiamente nel  secondo articolo, ai “Voli” e  le “Vele”,  dei decenni dagli anni ’60 al ‘2000, fino all’”Arte sacra”, ai “Ritratti” e  ai “Flash”; e terminiamo dando conto della mostra “Io….e il mare” – in corso a Roma dal 1° al 16 marzo 2024 nella galleria “Plus Arte Puls” in Viale Mazzini 1, a cura di Ida Mitrano e Rita Pedonesi – a coronamento di una strepitosa carriera. Dei singoli cicli abbiamo dato un’idea nel primo articolo con una immagine per ciascun ciclo, qui riporteremo 8 immagini per i due cicli commentati e una del ciclo “Vele”. .

Lina Passalacqua tra le sue opere “Io… e il mare”, 2021 a sin. e “Guizzi”, 2020 a dx

La mostra “Cosmico dinamismo” a cavallo delle festività natalizie del 2017 è stata un’esposizione dai colori sfolgoranti, sciabolate cromatiche e luminose che hanno allietato i visitatori, dopo lo spettacolo non certo esaltante dell’abete natalizio spelacchiato di Piazza Venezia e degli addobbi smorti di Via del Corso. Benvenuta l’arte che rianima e ravviva!

Nel commentare la mostra del 2013 al Vittoriano con 40 dipinti sul tema “Le quattro stagioni”, realizzati nei tre anni precedenti,  abbiamo riportato le parole di Carmine Siniscalco: “Ce l’ha fatta Lina Passalacqua a realizzare il suo sogno: dipingere un ciclo concepito quale epilogo di una vita dedicata alla pittura per vizio e passione”. Ma, scusandoci ora dell’autocitazione, abbiamo aggiunto: “Un epilogo che è solo una nuova tappa, data la vitalità dell’artista e la sua storia personale”. Ebbene, abbiamo visto giusto perché  la mostra del 2017-18 era imperniata su un nuovo ciclo, “Fiabe e leggende”, con opere realizzate anch’esse nel triennio precedente l’esposizione nella stessa sede del Vittoriano, che si è estesa alla antologica dell’intera vita artistica; fino alla mostra attuale “Io… e il mare” aperta il 1° marzo 2024, sul ciclo recentissimo anticipato nelle “Vele” del lontano passato. 

L’artista conferma così la predilezione per i cicli pittorici decennali, che prima delle “Quattro stagioni” avevano visto i “Voli”, prima  ancora le “Vele”, e i cicli dei decenni precedenti, “anni 90” e “anni ‘80”, “anni 70 e “anni ‘60”, fino all’“Arte sacra”, ai “Ritratti” e ai “Flash”,  tutti  nella mostra.

Commentando questa mostra,  che è anche  un’antologica sui  vari cicli  artistici, li  ripercorreremo tutti dopo aver sottolineato gli elementi comuni.

Ciclo “Fiabe e leggende”, “Pinocchio”, 2016,

Freschezza ed entusiasmo, futurismo e “astrattismo di matrice lirica”, “presenza figurale”

Sul piano umano spicca l’atteggiamento che lo stesso  Siniscalco ha definito “la freschezza e l’entusiasmo di una neofita che non rimpiange l’ieri ma vive il suo oggi guardando al domani”. Anche qui una conferma di quanto già avevamo notato per le “Quattro stagioni”, nate da un’osservazione della nipotina Sara sul loro susseguirsi, ciascuna con i propri colori; bastò questo accenno perché l’artista lo sentisse come una sfida che raccolse dando questa risposta:  “Picasso diceva che ‘occorre una vita per diventare bambini’. Io con te lo sono diventata”.

Ora è andata oltre, quello che poteva essere l’epilogo è stato superato da un ciclo ancora più legato ai bambini, dando corpo maggiormente alla massima picassiana. Perché questa volta si è ispirata alle favole infantili, oltre alle leggende che si possono definire favole per adulti. E ci vuole freschezza per immedesimarsi ed entusiasmo per impegnarsi, gli stessi stimoli che l’hanno portata ai cicli precedenti, altrettante sfide raccolte.

Peter Pan, 2015

Non è soltanto una “forma mentis”, nè un atteggiamento, ma una modalità espressiva che nasce dai bozzetti realizzati con piccole tessere variopinte di varia natura, in un gioco di puzzle che richiede la freschezza quasi infantile unita all’entusiasmo nella composizione. Questi bozzetti nella mostra accompagnano i quadri a olio che ne sono derivati, ponendosi peraltro come opere a sé stanti, e non meri studi preliminari superati dall’opera finita: sostituire le pennellate con petali, carte colorate o frammenti di fotografie è un altro modo di fare arte.  

L’altro elemento comune è un cromatismo brillante, anzi rutilante nelle sue sciabolate di colori giustapposti in contrasti che rendono il senso di un dinamismo vitale, quali che siano i soggetti nei diversi cicli. E’ una evidente matrice futurista vissuta in chiave personalissima che dà all’artista l’ulteriore merito di essere sempre sfuggita, in oltre mezzo secolo di intensa attività pittorica, al fascino delle tante avanguardie per ancorarsi al patrimonio pittorico forse più originale che il nostro paese può vantare nell’epoca moderna, quello del futurismo; e lo ha fatto ben prima dello sdoganamento, per così dire, seguito a un’innegabile forma di ostracismo che per tanto tempo ha oscurato tale corrente artistica italianissima e, in nel campo dell’arte… scritta lo stesso Gabriele d’Annunzio.

Abbiamo detto che rivive il futurismo in chiave personalissima, con l’apporto di evidenti elementi dell’astrattismo, in un contesto travolgente di cromatismo rutilante e  dinamismo compositivo. Il curatore della mostra antologica, Carlo Fabrizio Carli, conviene sulla compresenza di futurismo e astrattismo, ma riguardo ai casi in cui “la presenza figurale è ridotta al minimo”, che ci sembrano prevalenti, osserva: “Eppure ritengo che la pittura di Passalacqua resti, anche in questi casi, di istanza perentoriamente figurale a tal punto che le motivazioni concretiste vengono meno rispetto alle pulsioni del vero fenomenico, che la pittura della nostra artista assedia con urgenza non eludibile”. Vero fenomenico che non è l’apparenza visibile ma la realtà rivissuta dall’artista.  

, “L’uccello di fuoco”, 2015

Il ciclo “Fiabe e leggende”

Dopo alcune opere introduttive all’ingresso della mostra, nella sala principale subito i dipinti spettacolari del ciclo “Fiabe e leggende”, del 2015-17.  Nelle 20 opere esposte si trovano frammenti figurativi  percepibili, inseriti nell’esplosione cromatica e nel dinamismo compositivo di marca futurista con elementi di astrattismo, tre stili integrati mirabilmente nella difficile sfida di rendere gli stupori e le illusioni, la fantasia e la sensibilità infantili. Possiamo dire che l’artista ha vinto questa sfida, proprio per l’entusiasmo e la freschezza che la contraddistingue,  fattori  indispensabili per immedesimarsi in un mondo così particolare: un mondo da non considerare minore,  per il significato profondo e i messaggi trasmessi dalle favole, al di là dell’apparente semplicità e ingenuità delle vicende che sorprendono la sensibilità infantile.

L’elemento figurativo è in maggiore evidenza nelle due versioni di Pinocchio”: un grande olio su tela del 2016, l’inconfondibile figura del burattino in alto a destra ha dei riquadri colorati nel corpo, tra intensi piani cromatici in cui si intravedono altre figure, e un piccolo  collage su carta in cui si vede chiaramente la figura del burattino che si muove deciso, a terra una maschera.

Ritroviamo l’ornamento carnevalesco  in “La maschera  e il volto”,  un figurativo altrettanto marcato in cui la maschera viene sollevata dal volto di cui colpisce l’incarnato rosa con i grandi occhi, sempre all’interno di un cromatismo molto intenso.  Così “Malefica”  e “Specchio delle mie brame”, oli su tela in cui il figurativo è dominante come in ”Pinocchio”, con i due volti che occupano il centro del dipinto, intrigante il primo scuro e aggrottato, misterioso il secondo coperto da un maschera chiara.  Queste due ultime,  inserite nel ciclo, sono “meno positive  e scontate – osserva  Carli – Non  a caso, al loro proposito, Passalacqua evoca l’immagine della maschera, pronta ad occultare i lineamenti del volto, a dare vita a una continua alternanza di verità e di finzione: una realtà metamorfica, com’è metamorfica la vita”.

“Il bosco incantato”, 2016

Sono, in fondo, le più tenebrose,  tutto torna nella chiarezza adamantina della freschezza unita all’entusiasmo in “Peter Pan”, dal dinamismo estremo reso dalla proiezione verso l’alto dell’esplosione di un verde intenso con sprazzi bianchi come nell’avvento della primavera. Stessa sensazione dinamica ed esplosiva in “L’uccello di fuoco”, invece del verde il rosso e l’arancio, non si punta verso il cielo ma verso la terra, ci ricorda specularmente l’avvento dell’estate.

La dominante rossa anche in “Il bosco incantato” e “La lampada di Aladino”,  in cui invece del prorompente dinamismo si sente l’elaborazione fantasiosa, nell’intrico cromatico del bosco e nelle spire che evocano la magia del gigante che esaudirà qualunque desiderio, il sogno di tutti i bambini.

Dai colori caldi, anche ardenti, alle tinte fredde in “Il soldatino di piombo” e nelle tre opere del 2017, “Il principe azzurro”, “La fata turchina” e “L’uccellino azzurro”: nella “Fata turchina” la “presenza figurale” di cui parla Carli.

Nei “Tre porcellini” e in “Alice nel paese delle meraviglie”  bastano delle forme apparentemente indistinte ad evocare le fiabe, ma non si cerca la presenza figurativa, presi dall’esplosione cromatica  che in entrambi è notevole.

“La lampada di Aladino”, 2016

Si resta con un interrogativo: chissà quale intimo richiamo interiore porta l’artista a modulare la presenza figurativa  nel contesto futurista e astrattista lirico della composizione?  La risposta non può darla, crediamo, neppure l’artista, dato che è evidente come sia trasportata dall’impeto creativo.

Abbiamo lasciato per ultima la distesa di sabbia, mossa e variegata, con delle piccole sagome appena delineate, dell’opera nata dalla leggenda araba che l’artista ci ha invitato a considerare con molta attenzione, “La nascita del deserto”.  Un granello di sabbia lasciato cadere dalla divinità per ogni cattiva azione degli uomini ed ecco che il verde lussureggiante – ci torna in mente com’era ubertosa l’”Arabia felix”  – lascia il posto al deserto inospitale. Con una battuta impertinente abbiamo osservato che l’Europa – e tanto più il nostro Abruzzo, “la regione verde d’Europa”- sembrerebbe la terra delle buone azioni mancando i deserti, ma il nostro è un dio diverso che evidentemente ha punito l’uguale cattiveria in un altro modo. A parte le battute, l’immagine è coinvolgente con il giallo arancio abbacinante, come nel film “Lawrence d’Arabia”.

“I tre porcellini”, 2016

I  cicli precedenti, un cenno a  “Le quattro stagioni”, indietro nel tempo i Voli” e le “Vele”

Nel ciclo “Le quattro stagioni”, del 2010-13, pur nell’incrocio tra futurismo e astrattismo che dovrebbe portare a forme incorporee segnate solo dalla luce e dai colori, si avverte una intrinseca plasticità che fa sentire la presenza viva  e non solo virtuale della natura. E nel contempo ne rende la sublimazione in qualcosa che va oltre la percezione sensoriale perché attiene a un’altra dimensione, quella dello spirito e della fantasia. A questa premessa non facciamo seguire l’analisi dei 20 dipinti del ciclo avendone già parlato nel commentare la mostra del 2013 ad essi dedicata nell’articolo precedente a cui rinviamo. Evochiamo  solo la visione d’insieme suggestiva,  ponendosi al centro dello spazio espositivo ci si sentiva circondati dalle forze della natura nel loro manifestarsi in una tempesta cromatica che diventava  uno tsunami travolgente.   

Indubbiamente la serie “Le quattro stagioni” è stata preparata da quella dei “Voli”, entrambe animate dallo stesso dinamismo cosmico: forme e luce sono strettamente compenetrate nell’interpretare i fenomeni naturali con la vitalità futurista unita al lirismo dell’astrazione che traduce l’evento esteriore in emozione interiore. Nei “Voli” il soggetto sono i 4 elementi della filosofia classica,  Aria e Acqua, Terra e Fuoco, posti a fondamento di tutto.  “Al sogno dell’intensità cosmica corrisponde – osserva  Maria Teresa Benedetti riportando le parole di Gaston Bachelard – il tema della immensità interiore”.  E lo spiega: “L’artista istituisce una dialettica serrata fra natura e coscienza, allude a una continua capacità di evoluzione e rinnovamento, articola le immagini secondo un impulso felice ed estroso, in una sfida esigente nei confronti della propria ricchezza fantastica. Propone traiettorie di segni sorrette da linee luminose, sublimate in essenza dinamica”.

“Alice nel paese delle meraviglie”, 2017

Con i “Voli” siamo negli anni 2003-2006, l’“Aria”  è evocata da forme mutevoli e mobili, come scosse dal vento. In “Turbinio” e Fremito”,  “Volerò come un gabbiano”, “Voli” e “Lassù una stella”, l’intrico di forme e colori rende il senso del volo e lo slancio vitale, insieme con il senso dell’ignoto. Nell’ “Acqua”  evocata nella superficie e profondità, si percepisce la presenza figurativa  in “Addii”, “Alghe” e “Abissi”, quest’ultimo con una sciabolata di luce verticale che ricorda le cascate di Hokusai, mentre in “Dal mare” e “Notturno”  il blu intenso dell’acqua è rischiarato da fiotti di luce bianchissima.  La “Terra”  ha tonalità ombrose, intime, ma anche macchie di luce, in “Vento” e “Vortice”  si esprime tutto il dinamismo futurista, in “Vita” e “Silenzio”  immagini luminose quanto enigmatiche si muovono nell’oscurità,  in “Terra” un battito d’ali evoca lo slancio nell’elevarsi dal suolo.  Infine il  “Fuoco”  è un incendio cromatico di luce e di calore, festoso e vitale  nel rosso senza variazioni, percorso da  forme allungate in  “Icone”, “Tensione” e “Fuoco”, rotondeggianti in “Misteri”, “Visione” e “Alba”.

Ancora più indietro nel tempo, con le “Vele”, 1993-97, si entra in una materia allegorica, come osserva Carli, nel ricordare la sua presentazione della relativa mostra nel 1999: “Gonfiare le vele è espressione sinonimica della partenza, dell’avvio dell’umana avventura, degli Argonauti che puntano temerari oltre le colonne d’Ercole, al di là di terre e  mari allora conosciuti”. Sono “associazioni simboliche” esplicite in “La vela di Ulisse” e “Vele sul Nilo”,  “Verso la libertà” e “Vele di fuoco”; mentre l’elemento cosmico, evocato nell’opera omonima, torna in “Tramonto” e “Nel sole”,  “Ombre”  e  “Riflessi”, “Notte magica” e “Trasparenze”.  La maggior parte con dominante rossa , soltanto “La vela di Ulisse” e “Trasparenze”  con dominante blu, a riprova che non è tanto la natura il riferimento delle opere, quanto le “valenze mitiche” evocate, fino al “folle volo” dantesco.

“La nascita del deserto”, 2016

Dagli anni ’90 agli anni ’60

Andando oltre le tematiche fin qui illustrate, che arrivano agli anni ’90,  la retrospettiva  abbraccia addirittura altri tre decenni  di intensa attività artistica nei quali le presenze figurative sono sempre più evidenti man mano che si va all’indietro nel tempo.  Le troviamo nei 4 “Frammenti” del 1992, delle ruote e un’immagine femminile, in “Le palme dell’oasi” con il ventaglio di foglie e, negli anni ‘2000,  nei visi dall’espressione intensa in “Cleopatra, più forte della morte”, 2002,  e “Nei meandri della bellezza”, 2015, bellezza evocata dalle trasparenze dietro cui si delinea il corpo della Tosca di Puccini in “Le belle forme disciogliea dai veli”.

Negli anni ’80 abbiamo lavori nati dall’emozione del momento, nei quali la presenza figurativa è dominante.  Così lo sportello dell’automobile  di “Uno spiraglio di luce in uno stato di angoscia”, 1982, e i due visi diafani in “Nozze d’argento”, il volo della donna che si eleva sulle banalità in “Liberati dalle pastoie! Esisti!”, 1984 –  esortazione di cui l’artista ha parlato nel documentario celebrativo dei 90 anni – gli elementi identificativi in “La luna fa capolino tra i boschi di Cesiano”, e “Frammenti nello spazio”, anch’essi del 1984;  negli ultimi anni del decennio, 1988-89  i particolari figurativi sono meno evidenti, anche se percepibili, in “Traguardo” e “La motoretta”, “Movimento” e “Mischia”, mentre in “Schegge di memoria”, 1988, due figure femminili e due volti maschili sono inseriti tra intriganti viluppi cromatici.

Ciclo “Vele”, “Nel Mare del Nord”, 1996

Di sorpresa di  sorpresa, negli anni ’70 troviamo dei “Bassorilievi”, 1972-73, in legno, e un’altra serie di opere ispirate dalla quotidianità, però lontane dal figurativo: sono gli anni dell’ “Omaggio a Balla”, che segna l’ingresso dell’artista nel futurismo, prevalgono le segmentazioni geometriche con cromatismo armonizzato e non contrastato come nelle opere successive. Ecco i titoli: “Bosco” e “A Pezzara”, “Frammenti meccanici” e “Autunno”, “Costruire (paravento” e “Sinfonia”.

Il figurativo è la forma espressiva iniziale negli anni ’60, pur con inflessioni cubiste nei volumi, lo vediamo soprattutto nel “Panorama di Sant’Eufemia d’Aspromonte” 1960,  e nel “Cortile dei cugini Grilli” 1962; sfumate le vedute degli “Altipiani di Aspromonte”1960, e “Dal terrazzo di Via Laura Mantegazza” 1965.  Da queste vedute inizia il viaggio artistico di un sessantennio.

Ciclo “Io… e il mare”: “Io… e il mare” 2021

Le tematiche senza tempo: “Arte sacra”  e “Ritratti”, fino ai “Flash”   

Abbiamo  detto che nei diversi periodi della propria vita artistica la Passalacqua si è concentrata su precise tematiche, dai “Voli” e le“Vele”, a “Le quattro stagioni” fino a “Fiabe e leggende”,  in genere non tornando sugli stessi temi dopo essere passata ad altri.

Non è stato così per le tre ulteriori espressioni artistiche con cui concludiamo il nostro racconto della mostra del dicembre 2017: l’”Arte sacra”, i “Ritratti” e infine i “Flash”.

Per l’“Arte sacra” si va da “E venne un uomo”, “Paolo VI”,  “Calvario”,  “Calvario tecnologico” 1968-71,  ad “Armonia”,  “Calvario oggi”, “Dolore cosmico” 1984-87,  fino a  “Il verbo si è fatto carne” 1989.  I più antichi a inchiostro e acquerello, gli altri a olio: “Calvario oggi” lo accostiamo alla “Crocifissione” di Guttuso,  “Dolore cosmico” è struggente nell’immagine della “deposizione” in un figurativo con sprazzi futuristi; che sono prevalenti in “Il verbo si è fatto carne”, sul quale Carli  afferma: “Non è eccessivo parlare di capo d’opera: Fillia l’avrebbe sicuramente inserito in un ideale repertorio di arte sacra futurista”.

“Dalla costa viola”, 2021.

I “Ritratti” vanno dal 1963 al 2017, soprattutto  in carboncino su carta, come “Mia madre” e “Dos Passos”, “Henry Furst” e Carlo Alianello”, tutti del 1963; in matite anche colorate su carta,“Mario Verdone” 1988 e, negli anni ’90, “Fiammetta Jori” ed “Elena Sofia Ricci”, “Mia figlia Laura” e “Mia figlia Livia”, fino al critico “Renato Civiello” e, nel 2001, “Giorgio di Genova”. Ritratti disegnati con ombreggiature e chiaroscuri, volti e busti visti al naturale. 

Negli oli, invece, i ritratti fanno parte di composizioni futuriste, come in “Autoritratto” e “Ritratto di Katia Luisi“, mentre nel “Ritratto di Carlo Bilotti”  e nel “Ritratto di Edvige Bilotti Miceli”  vi sono dei multipli alla Warhol, nel primo anche con la solarizzazione,  ma non incasellati geometricamente bensì inseriti in un intrigante contesto di atteggiamenti e richiami alla memoria.

Il pesce rosso”, 2022

L’ultima serie senza tempo è quella dei “Flash”, che accompagnano l’intera produzione artistica della Passalacqua, tanto che nella mostra loro dedicata ne furono presentati circa 70  ordinati per decenni, dagli anni ’60 agli anni ’90,  e nella mostra antologica qui commentata  una diecina rappresentativi degli stessi decenni: si va dal “Centennale dell’Unità d’Italia”, “Mele” e “I media” degli anni ’60, a “Maternità” e “Incidente”, “Lo specchietto delle allodole” e “Il negativo e il positivo” degli anni ’70-‘80,  “Fermare il tempo” e “Lisa”, “Abbraccio” e “Stelle marine” degli anni ’90.

Sono ispirati alle sensazioni immediate dell’artista la quale, in un colloquio con Enzo Benedetto  del 1989, ha detto di essere “impressionata dai flash della nostra epoca, dalle ‘schegge’ di vita che ci colpiscono continuamente”, allorché “tutto appare frammentario, anche i sentimenti” e ha concluso: “Vivo in una società fatta di flash, che rischia di perdere la memoria storica e, forse, anche quella morale”.  La mantiene in vita l’artista, col ricorso alla Pop Art oltre che al futurismo e all’astrattismo lirico legati alle “presenze figurali”. 

“Velieri”, 2022

Descriviamo i suoi disegni-pittura con le parole di Renato Civiello: “C’è tanto delicato vibrare di motivazioni colloquiali, pur nella persistenza della metafora e dell’analogia allegorizzante, c’è tanto flusso patetico sotto la generosa vendemmia delle forme, tanto calore di avvertimenti dietro le smaglianti fughe della illusorietà fenomenica, che l’approdo d’arte è interamente abilitato ad un rapporto corale  e permanente”.  C’è anche tanta umanità, per questo sono “interamente fruibili come dono di grazia e di forza; come eloquenza attiva, che coinvolge la cronaca e l’universale”. Pensando all’intera produzione artistica; “Nell’opera della Passalacqua tutto è armonia, sapienza distributiva, respiro poetico. La gamma che s’innnerva o si dissolve riconduce alla stessa mediazione non asettica, ma implicante, piuttosto, e prodiga di risonanze durature.  L’arabesco e il volume, l’idea e la passione concorrono, parallelamente, ad esplorare il mistero di vivere”.  In un percorso durato finora 60 anni.

L’ultimo ciclo, ancora più’ personale, “Io… e il mare”

“E la storia continua”, sono le parole con cui si chiudeva, oltre dieci anni fa,  il catalogo della mostra sui “Flash”. Ebbene, restano quanto mai valide per merito dell’entusiasmo e della freschezza che hanno sempre accompagnato Lina Passalacqua nel suo appassionato itinerario di arte e di vita. Intanto la storia continua con la mostra in corso a Roma dal 1° al 16 marzo 2024 nella quale ci immergiamo per concludere in bellezza la nostra rievocazione.

“La luce rossa dei coralli”, 2020

In bellezza innanzitutto per l’artista, maestosa con la sua chioma bianca e insieme accattivante nelle confidenze con cui ha presentato le sue opere, e anche per il pubblico intervenuto all’inaugurazione della mostra, con tanti bambini sinceramente interessati a guardare e ascoltare. E’ stato presentato di nuovo il documentario dell’incontro nel novembre 2023 per i suoi 90 anni, che ha fornito la cornice di vita e non solo di arte alla nuova espressione pittorica con protagonista il mare al quale – come ha confidato anche nel documentario – si è sempre sentita molto legata per la vicinanza al mare della sua casa a Genova negli anni formativi, e per averlo cercato sempre nei tanti luoghi che ha visitato. Negli anni 1993-97 aveva celebrato il mare con il ciclo “Vele”, che rendeva le immagini lontane di un qualcosa quasi irraggiungibile anche se molto sperato, una sorta di miraggio di potervi navigare.

Con il nuovo ciclo “Io… e il mare” – 23 quadri con dimensioni dai 50 ai 100 cm. – a distanza di trent’anni, il rapporto con il mare dal punto di vista artistico diviene molto più intimo, non solo nell’immagine che ne ha, ben più vicina e personale, ma anche nel suo significato coinvolgente proprio per il legame che alla soglia dei 90 anni sente ancora di più.

“La magia degli abissi”, 2022

Guardiamo, allora, i dipinti esposti, cercando di immergerci anche noi nelle acque marine evocate con il celeste e blu al quale si aggiungono colori brillanti, dai rossi e viola ai gialli, cercando di immedesimarci nei motivi ispiratori evidenti fin dai titoli: alcuni sugli abitanti del mare, altri sul suo fascino, altri ancora sul suo mistero. La prima sensazione è di sentirsi trasportati in una nuova dimensione, come è stato per “Le quattro stagioni” con le forme e i colori evocativi; e la immersione marina è forse ancora più penetrante, le più diverse forme, per lo più indecifrabili sembrano sprofondare in un elemento nel quale restano spesso misteriose e per questo intriganti.

Si viene subito calamitati da un’opera di grande fascino, “Io…. e il mare” 2021, che evoca le Sirene come si immaginano nei sogni ma in versione umana, un’apparizione seducente che si dilegua, un miraggio nelle profondità marine, anche il titolo fa capire che è l’identificazione dell’artista, così legata al mare, con questo elemento, una sorta di sigillo personale. Non ci sono colori oltre il celeste che vira al blu con sprazzi di luce bianca, troviamo la stessa monocromia azzurra in altre, come “Frammenti di luce”, “Meduse” e “Dalla costa viola“, del 2021, “Brezza salmastra” e “Il blu di Sicilia”, del 2020, l’azzurro largamente prevalente in “Guizzi” 2020.

“Conchiglie”, 2022

Per il resto nel celeste-blu marino irrompono conglomerati con forti contrasti cromatici particolarmente brillanti, in un perfetto “astrattismo di matrice lirica”, ma quasi sempre con la presenza figurativa, stilizzata nel suo elemento, di un pesce, in primo piano in forma simbolica in “Il pesce rosso” 2022. In “Fondali” e “Prendi il largo” del 2021, l’ambiente marino prevale sulle immissioni, del resto i titoli lo fanno capire, così in “Gli scogli di Nervi” e “Velieri ““, del 2022, dopo la serie “Vele” di trent’anni prima, qui abbiamo un sorta di parata festosa. In “Non ritorno” e “Girotondo” del 2021 e “La magia degli abissi” 2022, nel celeste marino un caleidoscopio di colori fanno sentire l’affollarsi dei sentimenti ispiratori, non decifrabili ma di cui si percepisce l’intensità.

Le “Profondità marine” 2022 sono rese con la verticalizzazione delle forme colorate che irrompono nell’azzurro, mentre “La luce rossa dei coralli” 2020, “Cavallucci marini” e “Conchiglie” del 2022 mostrano una prevalenza del figurativo sull’astrazione con elementi fortemente identficativi; in “Petrolio” 2021 è quanto mai eloquente la massa scura che strimge minacciosa le forme di vita marina. Si presta a un’interpretazione che supera il muro dell’astrattismo “Il suono dell’acqua” 2022, sembra provenire da una sorta di cornamusa circondata dal celeste tenue dell’ambiente marino. Restano due opere evocative di sentimenti che vanno ben oltre il mare nel quale sono calati, “Attesa” 2020 e “Le onde anomale della vita” 2022: ebbene, pur nell’evidente astrattismo decifriamo nel primo un affollarsi di forme indistinte, com’è l’ansia dell’attesa, nel secondo una sorta di barca celeste su onde in cui farsi cullare con il colore celeste quanro mai accogliente, come la sirena umana di “Io… e il mare”.

“Il suono dell’acqua”, 2022

L’affollarsi di motivi a base dell’ispirazione è evidente nei bozzetti che non mancano anche in questo ciclo, non sono esposti in questa mostra ma saranno presentati in Valtellina trattandosi di una mostra itinerante. Sono 10 bozzettii, 2 tondi, 2 quadrati e 6 rettangolari, di dimensioni sui 15 cm tranne pochi vicini ai 20 cm., 6 sono del 2023, 4 espressamente indicati del 2020 e 2022. I due tondi sono festosi, con i pesci che si intravedono, “Dalle grotte di Nerone” dominante azzurra, “Fra le onde” dominante verde. Mentre i due bozzetti quadrati sono misteriosi, “Grande urlo d’azzurro” che vira nel nero, mentre “Enigmi” 2020 è sul blu con chiazze bianche. Dei 6 rettangolari due sono di un insolito eccezionale cromatismo scuro, sul marrone, trasmettono così immagini fosche, in coerenza con i titoli, “Naufragio” e “Relitto” 2022; due evocano la spinta in alto del mare con la loro verticalità liberatoria, sono “Nell’ombra” e “Grovigli”; abbiamo lasciato alla fine per chiudere in bellezza “Merletti di azzurro” e “La magia del mare” del 2022, veramente poetici per la sensazione che trasmettono con l’azzurro modulato da presenze discrete, viene voglia di immergersi in un elemento così invitante, anche se non c’è il richiamo di una Sirena ma sembra sentirlo, si ripensa alla sirena umana del dipinto “Io… e il mare” che abbiamo ammirato all’inizio calamitati dal suo fascino.

La maggior parte di questi bozzetti è del 2023, quando l’artista ha festeggiato i suoi primi 90 anni con l’incontro alla Galleria d’arte moderna in cui è stato presentato il documentario sulla sua vita e la sua arte “L’essenza geometrica delle passioni”, con il quale abbiamo iniziato la nostra rievocazione e ci torniamo in questa conclusione come nel gioco dell’oca. I bozzetti sono “collage su carta”, come tanti altri bozzetti precedenti, anche i titoli esprimono una persistenza ammirevole che conferma quanto emerso dall’intera sua produzione artistica personalissima.

I secondi 90 anni di Lina Passalacqua iniziano così, e sentendoci immedesimati e ammirati dopo la nostra retrospettiva non ci resta che porgere i nostri auguri più fervidi all’artista inesauribile e appassionata!

Lina Passalacqua intervistata all’inaugurazione
della mostra “Io… e il mare”

Info

Catalogo della principale mostra commentata: Lina Passalacqua, “Cosmico dinamismo”, a cura di Carlo Fabrizio Carli, Gangemi Editore International, dicembre 2017, pp.144, formato  21 x 30. Cataloghi delle mostre precedenti citate: Lina Passalacqua, “Le quattro stagioni”, Gangemi Editore, aprile 2013, pp. 64, formato 21 x 29,5; Lina  Passalacqua, “Voli”, Studio S – Arte contemporanea, pp. 64, formato 21 x 29,5; Lina Passalacqua, “Flash”,  Società Editrice Romana, marzo 2009, pp.103, formato 21 x 29,5. Dai Cataloghi sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo di questo servizio è stato pubblicato il 1° marzo 2024, il secondo il 5 marzo.. Cfr. i nostri articoli, sempre in questo sito: per le altre mostre citate “Manifesto per l’arte, con una mostra degli artisti firmatari” 3 aprile 2020,“Passalacqua, le quattro stagioni, al Vittoriano” 25 aprile 2013, “Collage-Pittura, Passalacqua e Terlizzi allo Studio S di Roma” 28 maggio 2014, “Food Art. Coltura e cultura, cibo di corpo, intelletto e anima” 1° aprile 2015; per il futurismo cfr. i nostri articoli del 2009, nel centenario, sulla  Mostra del Futurismo a Roma 30 aprile, “A Giulianova un ferragosto futurista” 1° settembre, “Futurismo presente” 3 dicembre; su alcuni futuristi Tato, 19 febbraio 2015,  Dottori e serata futurista, 2 marzo 2014,  Marinetti, 2  marzo 2013; sugli artisti citati, cfr. i nostri articoli su Picasso 5, 25 dicembre 2017, Hokusai 2, 8, 27 dicembre 2017, Guttuso 14, 29, 30 luglio 2018, , Warhol 15, 22 settembre 2014, e anche D’Annunzio 12, 14, 16, 18, 20, 22 marzo 2013 ripubblicati dal 12 al 17 marzo 2021, e 10 aprile 2009.

La sala mentre l’artista presenta la mostra

Foto

Le immagini, tranne le ultime 3 fornite dall’artista, sono tratte dal sito www.linapassalacqua.com, un sito completo in ogni sua parte in cui sono ordinate per i sngoli cicli, si ringrazia l’artista per la cortesia e l’opportunità offerta. Sono riportate 8 immagini per le due mostre principali commentate, “Fiabe e leggende” e “Io… e il mare”, queste ultime precedute da un’immagine del ciclo precursore “Vele”, seguite da 3 immagini finali dell’inaugurazione della mostra in corso dal 1° al 16 marzo 2024. In apertura, Lina Passalacqua tra le sue opere “Io… e il mare”, 2021 a sin, e “Guizzi”, 2020 a dx; seguono, del ciclo “Fiabe e leggende”, “Pinocchio” 2016, e Peter Pan 2015; poi, “L’uccello di fuoco” 2015 e “Il bosco incantato” 2016, quindi, “La lampada di Aladino” e “I tre porcellini”, del 2016; inoltre, “Alice nel paese delle meraviglie” 2017 e “La nascita del deserto” 2016; dal ciclo “Vele”, “Nel Mare del Nord” 1996; per l’ultimo ciclo “Io… e il mare” in mostra: “Io… e il mare” e “Dalla costa viola”, del 2021, seguono, “Il pesce rosso” e “Velieri”, del 2022; poi, “La luce rossa dei coralli” 2020, e “La magia degli abissi” 2022; quindi, “Conchiglie” e “Il suono dell’acqua”, del 2022; infine, immagini della mostra in corso: Lina Passalacqua intervistata all’inaugurazione della mostra “Io… e il mare”, e La sala mentre l’artista presenta la mostra; in chiusura, Uno scorcio della mostra.

Uno scorcio della mostra “Io… e il mare”

Lina Passalacqua, 2. Le quattro stagioni e non solo, con il Manifesto per l’arte

di Romano Maria Levante

Abbiamo ripercorso l’itinerario artistico di Lina Passalacqua, partendo dal filmato “L’essenza geometrica delle passioni” presentato in anteprima alla  Galleria Nazionale  d’Arte Moderna e Contemporanea nel novembre 2023 in una serata celebrativa del suo 90°  compleanno, integrando il  racconto del filmato con gli elementi della sua biografia che documentano la straordinaria continuità nel tempo di una creatività artistica sviluppatasi per oltre 50 anni, accompagnata da una miriade di iniziative, con oltre 40 mostre personali e 80 collettive, continuità che procede tuttora, ne fa fede  la nuova mostra “Io… e il mare” che si è aperta 1° marzo  2024 a Roma. Ora intendiamo documentare l’intensità del suo spirito creativo e la forza espressiva di un futurismo dei nostri tempi, con sciabolate di colori brillanti  che rendono le sue opere futuriste spettacolari, in aggiunta a quelle di diversa forma espressiva, dai “flash” ai”collage”, fino agli oggetti, anch’esse molto apprezzate nelle fasi in cui si sono manifestate.

Lina Passalacqua dinanzi a due suoi quadri del ciclo Le quattro stagioni in mostra,
:Estate, “Tramonto” 2011a dx, “Tramonto a Nettuno” 2012 a sin.

Il  “Manifesto  per l’Arte – Pittura  e scultura”

Ma prima vogliamo concludere la descrizione del suo lungo itinerario ricordandone l’impegno in un’iniziativa di grande  rilevanza per l’arte. Abbiamo partecipato all’incontro pubblico dei  25 artisti firmatari del “Manifesto  per l’Arte – Pittura  e scultura” in una mostra con un’opera per ciascun artista, tra cui Lina Passalacqua  E’ stato promosso dall’associazione “in tempo” , si è svolto il 10 dicembre 2019 presso “Plus on Plus” a Roma, dove si svolge l’attuale mostra “Io… e il mare”. E’ stato presentato il libro “Manifestarsi” con il Manifesto  e i Commenti, e sono state  illustrate dagli artisti intervenuti con Ennio Calabria presidente onorario – introdotti da Danilo Maestosi anch’egli artista firmatario del Manifesto –   le proprie convinzioni che li hanno indotti all’appello comune.

E’ stata una serata ricca di riflessioni sulla condizione attuale della società e sulle prospettive di superare  gli effetti negativi della globalizzazione e dello spaesamento rilanciando alcuni valori fondanti attraverso l’arte, pittura e scultura in particolare. Viene condivisa l’azione che da un decennio impegna l’associazione promotrice,  “in tempo”,  nell’offrire una sede di confronto e dibattito a chi voglia approfondire la riflessione sulla condizione umana, sociale e civile del nostro tempo nel quale la tumultuosa evoluzione tecnologica e comunicativa ha fatto perdere ogni punto di riferimento creando uno “spaesamento” paralizzante.

“Proiettati al futuro” esposto alla mostra dei 25 firmatari del “Manifesto per l’arte”

Il Manifesto firmato nel 2017, del quale, ripetiamo, Lina Passalacqua è tra i 25 artisti promotori, discusso nell’incontro pubblico associato alla mostra, ha declinato sul versante artistico e culturale la visione del ruolo dell’arte nel momento storico in cui viviamo. Nei suoi 25 capoversi vengono lanciati messaggi e segnali con l’intento di aggregare individualità che restano tali ma trovano nel percorso comune la rivendicazione di diversità e di valori condivisi.

Inizia con l’orgogliosa rivendicazione dei valori primari dell’umanità minacciati perché “l’attuale società si fonda sulla categoria della ‘convenienza’ che considera irrilevante l’identità umana”.  Mentre la reclama la “soggettività dell’essere e i suoi impulsi” in cui si identifica “la coscienza individuale, la vera antitesi radicale nei confronti del pensiero unico dominante”.   Rendendo protagonista “la soggettività” si può contrastare lo spaesamento e il disorientamento dell’omologazione. Qui il messaggio entra nei rapporti tra l’individuo  e la società, nel senso che mentre rivendica “l’unicità dell’umano” e della sua verità la considera “connaturata alla relazione con l’altro”. Più precisamente: “L’essere, capace di calarsi profondamente nella sua unicità soggettiva,  può raggiungere  gradi di verità universale e, in quanto tale,  condivisibile”.

Voli, Aria, “Nebbie”, 2002

Non è un ossimoro rivendicare l’individualità e insieme la possibilità che diventi universale; sancisce che non deve più essere il pensiero unico ed omologato  a diventare universale, tanto più oggi che si  fonda sulla “convenienza” e non sui veri  valori;  ma può diventarlo l’insieme di pensieri individuali all’insegna della libertà nei quali vi è il riconoscimento del “diverso da sé” come valore da difendere. In tal modo il “pensiero creativo” nella sua originalità e unicità si pone “come antitesi in un’epoca che vive la norma della riproducibilità dei processi mentali”.

A questo punto nel Manifesto entrano in scena la pittura e la scultura perché in esse si può esemplificare “l’ipotesi di un processo creativo mosso dall’inedito ingresso della soggettività  dell’essere nella storia” alla ricerca della verità in un’epoca in cui si sono perduti i punti di riferimento: “Pittura e scultura diventano strumenti necessari per riallacciare questo filo spezzato e dare forma a un pensiero che nasce dalla stessa vita in un inedito “sum ergo cogito”.  Esse rappresentano l’espressione tangibile dell’”essere”, le immagini create con la mano sono “disegnate dal liquido biologico dell’artista e del suo essere mentre reagisce agli stimoli del mondo”.

Terra, “Silenzio”, 2002

L’inversione rispetto al “cogito ergo sum” è fondamentale,  protagonista non è più il pensiero ma l’essere, dato che il “non sapere” si pone allo stesso livello del “sapere”,  si afferma la credenza nella logica socratica  che pone il “so di non sapere” come forma più elevata di conoscenza. “In questo processo generativo, il compito della ragione è solo quello di accogliere e aiutare il parto dal profondo divenendone, in tal senso, la ‘levatrice’”. Ecco la conclusione: “Per queste ragioni pittura e scultura devono ‘dire’ e non più ‘raccontare’, perché in un processo in divenire esse saranno l’impronta ‘autografa’ del nostro essere”.

 Ebbene, l’opera di Lina Passlacqua esposta nella mostra dei 25 firmatari del Manifesto si intitola “Proiettati al futuro”, con una raggiera di luce e di colori lanciata verso l’alto, si era a fine 2019, un’altra prova di vitalità sconvolgente di un’artista senza tempo. E anche al di là dell’intensità della  sua arte, i contenuti del Manifesto che ha sottoscritto con pochi altri artisti mostrano l’intensità delle sue convinzioni, e la foga del suo impegno quasi alla fine dei suoi primi ’90 anni. Ed è una straordinaria premessa, quanto mai significativa, per i suoi secondi ’90 anni dei quali la mostra che si è aperta il 1° marzo a Roma è un inizio quanto mai promettente.  

Le quattro stagioni”, 2013

Ed ora ci immergiamo nelle creazioni artistiche di Lina Passlacqua cercando di trasmettere, nella misura possibile, l’effetto  che suscitano le sue opere dando conto delle sensazioni  che abbiamo provato visitando due sue grandi  mostre personali a Roma nell’ultimo decennio, con il ciclo “Le quattro stagioni” e il ciclo “Fiabe e Leggende”, fino all’ultima mostra di questi giorni “Io… e il mare”. Di seguito evochiamo la prima delle tre mostre, con degli accenni a due mostre collettive particolarmente significative per il tema e la sede, nel terzo articolo le altre due mostre ricordando tutti i suoi cicli pittorici presenti nell’antologica del 2017 cui ci riferiremo direttamente.

“Le quattro stagioni”  nel futurismo dei nostri tempi dell’artista

 La mostra “Le quattro stagioni”  ha esposto nel 2013 immagini legate alle diverse fasi del ciclo annuale: la  Primavera con il verde rinfrescante e l’Estate con il rosso arancio infuocato, l’Autunno con il giallo malinconico e l’Inverno con il freddo biancore, il tutto attraverso pitture molto nette nelle sciabolate di colori luminosi che tagliano le composizioni  policrome. Il motivo delle quattro stagioni potrebbe essere la prima ispirazione per un artista, tanto è connaturato alla vita di ciascuno; ma può anche essere l’approdo nella maturità, questo è il caso di Lina Passalacqua, che ha dipinto i 40 oli di questo ciclo negli anni 2010-2013, in una fase culminante della sua vita artistica vissuta non solo nella pittura, ma iniziata con un forte impegno in anni di intensa attività teatrale che abbiamo rievocato nel precedente articolo.

, Primavera, “Anemoni”, 2010

“Ce l’ha fatta – scrive Carmine Siniscalco – Lina Passalacqua a realizzare il suo sogno: dipingere un ciclo concepito quale epilogo di una vita dedicata alla pittura per vizio e passione”. Una vita non facile per chi viene trapiantato dall’Aspromonte alla Liguria per poi approdare a Roma,  con difficoltà di varia natura e un impegno sociale e civile oltre che artistico, quest’ultimo come si è visto in una staffetta  tra l’attrice di teatro e la pittrice, legata al disegno anche come insegnante.

Una fase culminante che è solo una nuova tappa, data la vitalità dell’artista e la sua storia personale che abbiamo  ricordato; una tappa che chiude idealmente un ciclo dedicato ai valori primari della bellezza e della natura, insieme agli elementi primordiali aria e acqua, terra e fuoco. “Che l’ha portata – è sempre Siniscalco –  all’età della pensione, a dipingere queste sue stagioni con la maturità dell’artista ma non, come si potrebbe pensare, con la nostalgia del tempo che fu e la consapevolezza di un passato non rinnovabile ma con la freschezza e l’entusiasmo di una neofita che non rimpiange l’ieri ma vive il suo oggi guardando al domani”. Come una persona giovane, come un bambino.

“Germogli”, 2010

Ed è questo il suo segreto, anzi non è neppure tale perché lo rivela lei stessa nel parlare della fonte della sua ispirazione, della folgorazione che l’ha portata a ideare il ciclo delle Quattro stagioni.  Alla nipotina Sara che sorrideva nel guardare i fiori colorati del giardino mostrava come le rose gialle della bisnonna “sono qui, con noi, e ci sorridono”, una simbiosi tra l’innocenza infantile e la purezza della natura.  E le diceva: “Vedi, adesso siamo in estate, e i colori dell’estate sono bellissimi, poi verrà l’Autunno, queste foglie diventeranno gialle e in Inverno tutto morirà per poi rinascere in Primavera. E’ il miracolo delle Stagioni”.  Quindi una riflessione: “Già, le ‘Quattro Stagioni’. Perché non dipingerle?”  Il dado era tratto, le parole di un sommo artista ne sono il sigillo: “Picasso diceva che ‘occorre una vita per diventare bambini’. Io con te lo sono diventata”, conclude rivolgendosi alla piccola, in realtà ci dà la chiave di lettura del ciclo pittorico.

Ricordiamo queste parole nel rievocare la mostra, la freschezza e l’entusiasmo sprizza dai suoi dipinti nel cromatismo e nella forma compositiva che ne sono una esaltante conferma. Tanto più che su una parete all’ingresso della mostra il collega Vittorio Esposito ci aveva fatto notare una serie di bozzetti dei suoi dipinti, 13 quadretti formati da collage di pezzetti colorati, assemblati con la pazienza, la meticolosità e la passione di un bambino; poi li tradurrà in grandi oli dal cromatismo rutilante, ma la matrice è lì, nella ricerca certosina con lo slancio infantile e la consapevolezza matura di voler penetrare l’essenza, le radici del creato per trovare la linfa vitale da cui nasce l’energia cosmica.

“Sogno”, 2011

I 40 dipinti delle sue “Quattro stagioni”  sono un tripudio di colori e di forme lancinanti che provocano un’esplosione di  sensazioni, percorsi da una vitalità travolgente, una passione irrefrenabile  per la bellezza e per la natura che viene vissuta, lo ripetiamo.  con la profondità dell’età matura ma nel contempo con la freschezza e l’entusiasmo dell’età infantile.

L’opera dell’artista,  per usare il linguaggio teatrale, si sviluppa in 40 scene divise in 4 atti, corrispondenti alle stagioni, intorno a un motivo centrale, così definito da Siniscalco: “La storia della vita, dal primaverile risveglio al niveo inverno attraversando la passionale estate e il pensieroso autunno. Quattro stagioni incarnate nel comune denominatore di un solo elemento, la foglia, declamato nei suoi variabili colori e mutevoli forme, mai olograficamente rappresentato, talvolta soltanto suggerito o accennato: quattro stagioni in finale ritratte, come in una foto di gruppo, in un’unica opera, di grande impatto e non solo di grande formato, una vera ‘summa’ di qualità pittorica, libera ispirazione, professionalità non didascalica, invenzione e poesia”. 

“Risveglio”, 2012.

Contempliamo, dunque, i suoi quadri, sono 10 per stagione, quasi tutti di forma rettangolare tranne alcuni rotondi, per lo più 70×100;  il quadro-sintesi “Le quattro stagioni” nei suoi 2 metri di altezza riassume l’intero ciclo nella successione delle stagioni dal basso in alto, con la primavera all’inizio e l’inverno al termine, come per la vita, ed è significativo che sia stato posto a introduzione alla mostra, quasi si volesse preparare all’analisi di ogni stagione. E’ del 2013 l’opera conclusiva, ed è altrettanto significativo che prima di questa siano stati esposti i 13 bozzetti-collage di cui si è detto, dai quali tutto ha inizio. Una sorta di alfa e omega del ciclo pittorico sulle Stagioni.

Il viaggio dell’artista nelle quattro stagioni comincia dalla Primavera, i quadri hanno il verde come colore dominante. Ci sono gli “Anemoni”  e i “Germogli”, dove irrompe anche il giallo arancio, l’”Albero” con rami spogli nell’azzurro del cielo, le “Fresie” con i fiori rosa che occhieggiano tra le foglie; e poi titoli legati alle sensazioni primaverili, “Sogno”  con delicate formazioni che attraversano la vegetazione, mentre in “Bagliore” un rosso violento sembra bucare il cerchio del fogliame; “Annuncio” e “Divenire”  mostrano motivi frastagliati, il primo su diverse tonalità di verde, il secondo con una sinfonia di colori. Il “Risveglio” è tranquillo, i toni sono delicati pur se il verde è sempre molto intenso.

Estate, “Ibicus del mio giardino”, 2011

Come nella realtà, così nella pittura della Passalacqua, il passaggio all’Estate è brusco e folgorante. Rossi e gialli intensi sostituiscono il verde della primavera, è un vero incendio di colore e di calore, pure “Tra le foglie” incendiate anch’esse. I fiori della stagione sono i “Girasoli”,  in primissimo piano la corolla con al centro i semi in una vera esplosione atomica, mentre i “Papaveri” sono un fondale rosso intenso con delle ombre scure. Poi “Gli Ibiscus del mio giardino”, quelli che piacevano alla nipotina, forse per questo il dipinto è più elaborato degli altri, nelle forme e nel cromatismo, di straordinaria raffinatezza e profondità. Introduce alle immagini corali, come “Meriggio” e “Tramonto a Nettuno”, “Cielo infuocato” e “I colori dell’estate”.  nelle quali l’incendio di colori e di calore è ancora più violento e intenso, si sente la forza dei raggi solari nei riflessi di una canicola che richiama i metalli incandescenti. Coaì nel rutilante “Ode all’estate”.

I colori con l’Autunno virano al giallo-marrone delle foglie secche,  il rosso resta in “Petali di rosa” come due piccole macchie in un intrico marrone e giallo, è l’unico fiore citato, gli altri dipinti sono ispirati dalle immagini della stagione. Si comincia con “Ricordi” e “Quiete”,  dalle tinte tenui come i titoli che ne segnano l’ispirazione; mentre “Fogliame” e “Larve” con le sciabolate di giallo-marrone rendono la svolta della stagione. In “Nuvole” e “Magia d’autunno” tornano colori forti, il rosso non vuole scomparire, in “Ottobre” cede al sopravvenire dell’ocra più spenta tipica della stagione, fino ad “Autunnale” e “Profumo della terra”, in cui questo colore copre la natura.

“Papaveri”, 2011

La virata cromatica è ancora più netta con l’Inverno, domina il bianco percorso da motivi azzurro-ghiaccio che accentuano la sensazione di freddo. Mentre  in “Alba gelida”, “Ragnatele d’ombra” e “Valanga” un biancore avvolge i residui segni dell’autunno, i tondi “Fiume in piena” e “Riflessi di ghiaccio”  fanno sentire il gelo della neve, come “Riflessi di ghiaccio”: si sente l’Artico più che l’inverno cittadino. “Bufera” e “Brezza” danno invece il senso del turbine, più che del freddo, come “La voce del vento”.  In “Le ultime foglie”  l’inverno espugna le ultime resistenze autunnali, ma foglioline secche arancione e filamenti verdi sono la premessa per il ritorno della primavera. 

Il futurismo plastico e dinamico e l’astrattismo lirico dell’artista

Le varie forme che assume la realtà nel ciclo vitale delle Quattro stagioni vengono esplorate per penetrare i segreti della natura, la sua essenza, la sua dinamica nelle metamorfosi che assume. E nel contempo sono espressioni della sensibilità dell’artista e di tutti, dinanzi a questo spettacolo che si rinnova,  mentre se ne percepiscono i movimenti e i palpiti anche impercettibili che prendono forma pittorica. Pur nell’incrocio tra futurismo e astrattismo che dovrebbe portare a forme incorporee segnate solo dalla luce e dai colori, si avverte una intrinseca plasticità che fa sentire la presenza viva e non solo virtuale della natura. E nel contempo ne rende la sublimazione in qualcosa che va oltre la percezione sensoriale perché attiene ad un’altra dimensione, quella dello spirito e della fantasia.

“Ode all’estate”, 2010

Non c’è nessuna leziosità né cedimento a un classicismo elegante, lo spettacolo della natura viene reso nel suo realismo trasfigurato con altrettanta forza mediante uno stile maturo dai legami sicuri: “Grandi unità cromatiche si integrano in complessi ingranaggi espressivi – scrive Maria Teresa Benedetti, curatrice della mostra – determinazione e coraggio animano il lavoro che riflette, in modo autonomo, esperienze di avanguardie storiche, dal futurismo all’astrattismo”.

Così vengono individuate queste ascendenze: “L’eredità futurista si ritrova nell’energia plastica, nel fluire dinamico del segno, nell’eliminazione di strutture rigidamente prospettiche, nel tendere della visione all’infinito, nel premere di forze che sembrano volere uscire dal dipinto”. Il dinamismo e la vitalità si esprimono con le sciabolate di linee tipiche del futurismo in una sinfonia di colori. “L’adesione a un astrattismo di matrice lirica si manifesta nel senso di libertà del ‘ductus’ pittorico, nell’individuazione di una capacità espressiva che superi ogni suggestione naturalistica, nell’importanza attribuita allo spessore di un colore compatto e squillante, che riflette una risonanza interiore”.  Nella trasfigurazione del reale compiuta dall’artista nulla è figurativo ma neppure freddo astrattismo, per questo viene definito “di matrice lirica”,  una sinfonia che è la poesia della natura.

“Energia”, 2013

Non è un segno incorporeo il suo, ma plastico, ripetiamo, non va per sintesi ma ricerca i particolari,  nei quali si sente l’immanenza della natura. Vediamo il ramo e la foglia, il volo e la nuvola che sono tracce del reale ma anche “voli dell’anima”, in un misto di reale e virtuale, sulle ali della fantasia stimolata dalla visione della natura nelle sue mutevoli espressioni, come è mutevole l’esistenza.

Il ciclo vitale che ne deriva è visto così dalla Benedetti: “Un senso panico della vita dall’imo pulsa nella Primavera, il canto alto e fondo, vibrante di colori accesi racconta l’Estate, il balugino segreto di una bellezza raccolta testimonia l’Autunno, la sinfonia dei bianchi abbaglianti ritma l’Inverno, una successione di immagini che trasmettono una profonda, seppure controllata emozione”.

Lo abbiamo visto e sentito anche noi così, presi dalla stessa profonda, seppur controllata emozione.

Autunno, “Magia d’autunno”, 2011

I collage e il “cibo”

Dal 2013 passiamo al 2014, allo Studio S- Arte contemporanea di Carmine Siniscalco, a Roma in via della Penna, la mostra “Collage… pittura”dal 20 maggio al 9 giugno ha presentato due forme molto diverse di “collage”: bozzetti preparatori fatti di delicate applicazioni rispetto a dipinti finali di grandi dimensioni dal forte cromatismo acceso dai  colori della natura per Lina Passalacqua;  opere compiute frutto di assemblaggi materici in un delicato bianco e nero con raffinate varianti in composizioni ispirate al mare e alle sue storie per Ernesto Terlizzi.

I due ambienti dello Spazio S si prestano all’accoppiata delle due forme di “collage-pittura”: le due esposizioni sono separate da un piccolo corridoio che segna il passaggio da un mondo all’altro: c’è sempre la natura, nelle sue espressioni luminose ricche di richiami della Passalacqua, nella sua manifestazione marina ricca di contenuti di Terlizzi. Carmine Siniscalco definisce “pittrice di pancia”  la Passalacqua per la sua intensa passionalità, “pittore di testa” Terlizzi per la sua razionalità dai  contenuti meditati.

“Fogliame”, 2012

Come concludere su questa che ci è apparsa la matrice dei suoi “collage” poi approdati alla maturità della passione naturalistica accesa dai colori ? Le parole giuste le ha dette Renato Civiello, nel 1987,  chiudendo così il proprio commento alla mostra sui «Flash”: “Nell’opera della Passalacqua, tutto è armonia, sapienza distributiva, respiro poetico. La gamma che s’innerva o si dissolve riconduce alla stessa mediazione non asettica, ma implicante, piuttosto, e prodiga di risonanze durature. L’arabesco e il volume, l’idea e la passione concorrono, parallelamente, ad esplorare il mistero di vivere”.

E  ciò avviene anche quando, come nella mostra sui “collage” allo Studio S, il mistero di vivere si esprime non attraverso la cronaca quotidiana ma nelle forme più profonde degli elementi naturali e dei cicli stagionali che si manifestano attraverso una sinfonia mutevole e travolgente di colori spettacolari. A questo proposito l’associazione di idee di tipo musicale è immediata: per la Passalacqua come non evocare le “Quattro stagioni” di Vivaldi?

“Ricordi”, 2010

Dal 2014 al 2015, con la mostra  “ Food Art”, coltura/ cultura cibo di corpo, intelletto e anima, sempre allo Studio 5: una installazione speciale, cioè   una tavola imbandita recante 10 piatti decorati da artisti, più 2 bottiglie, 2 contenitori e un cestino anch’essi artistici, 15 gli artisti impegnati, tra cui Lina Passlacqua. La tavola è stata esposta dal 27 marzo al 10 aprile 2015, con i primi 15 artisti, poi ne è stata imbandita una seconda, dal 13 al 29 aprile, con altri 15 artisti.

Richiama il cibo esteriore,  all’Expo di Milano all’insegna del  motto “Nutrire il Pianeta – Energia per la vita”, e quello interiore della  cultura, di cui il nostro paese è ricco. Coltura  e cultura per nutrire fisicamente e mentalmente  il Pianeta con il cibo del corpo  e il cibo dell’intelletto; in più vi è stata abbinata una mostra  benefica per la  Comunità Sant’Egidio, così c’è anche il cibo dell’anima. Dobbiamo all’invito di Lina Passalacqua, autrice di uno dei 10 piatti  dell’installazione,  se abbiamo conosciuto  questa bella iniziativa  che celebra l’Expo e non solo in chiave artistica. 

“Quiete”, 2010,

I 10 piatti, collocati su un tavolo nero molto basso in modo da comporre una originale installazione vista dall’alto, sono  decorati da  pitture artistiche, ognuno degli autori ha interpretato a suo modo. Lina Passalacqua, con l’opera  dal titolo “Ombre”  è tra i 10 artisti  che hanno realizzato la tavola presentata  nella  “vernice” della mostra,  sono chiamati “ospiti”, come si addice a una vera cena, ecco i nomi, in ordine alfabetico:  Rosetta Acerbi e Anna Addamiano, Giovanni Baldieri e Valeria Catania, Isabella Collodi e Anna Maria Laurent, Stefania Lubrani e Flavia Mantovan,  Piero Macetti e Lina Passalacqua, Alessandra Porfidia ed Elio Rizzo, Sinisca, Siscia e Isabella Tirelli.

Una mostra sul cibo di tipo fotografico e divulgativo c’è stata al Palazzo Esposizioni, con le immagini dei fotografi di National Geographic. Allo studio S abbiamo avuto la bella sorpresa di qualcosa di diverso, l’arte che celebra il cibo e insieme la cultura restando aderente all’immagine e alla funzione che il cibo  ha nella vita di tutti, legato com’è all’alimentazione e alla tavola; cui non è estranea neppure la cultura.  E allora ecco celebrarle insieme con una tavola imbandita dove l’arte ha impreziosito i piatti con il proprio sigillo, e Lina Passalacqua ha impresso il suo..

Inverno, “Brezza“, 2010

Un’altra mostra, in significativa coincidenza con questa sul cibo, ha riproposto nella stesa sede, opere che nel 2012 erano state presentate al Museo Venanzo Crocetti  nel quadro del progetto A.R.G.A.M. (Associazione Romana Gallerie d’Arte Moderna), “Un’Arte per la Vita”  volto  a raccogliere fondi per la Comunità di Sant’Egidio tramite eventi realizzati con opere date in comodato da artisti e gallerie. Ecco come è stata presentata tale iniziativa benefica: “A queste opere lo studio S riserverà a rotazione in questa stagione di mostre una sala della galleria, offrendo ai suoi visitatori l’opportunità di arricchire la propria collezione, o di iniziarne una, a particolari condizioni d’acquisto senza alcuna commissione per la galleria,  e contribuire allo stesso tempo al finanziamento dei programmi umanitari della Comunità”.Guardiamo le opere esposte,   una è della stessa Lina Passalacqua, “Il cibo è vita”, 2015. Aver celebrato in modo artistico e innovativo il cibo dell’Expo milanese, e insieme la cultura e la solidarietà  con le altre opere di artisti a finalità benefica, è come aver unito il cibo del corpo a quello dell’intelletto e al cibo dell’anima, Lina Passalacqua con la sua sensibilità e profonda umanità non poteva mancare.

Vi sono altri cicli che manifestano la sua inesausta creatività, di tutti parleremo prossimamente nel 3° e conclusivo articolo sulla inesauribile futurista dei nostri tempi, descrivendo in particolare il ciclo “Fiabe e leggende” fino a “Io… e il mare” , la già citata mostra aperta a Roma, il 1° marzo 2024, per i suoi “primi 90 anni”.

“Riflessi di ghiaccio“, 2012

Info

Catalogo della principale mostra commentata: Lina Passalacqua, “Le quattro stagioni”, Gangemi Editore, aprile 2013, pp. 64, formato 21 x 29,5; da tale catalogo sono tratte le citazioni del testo. Il primo articolo è stato pubblicato il 1° marzo 2024, il terzo e ultimo articolo uscirà il 9 mrzo p.v. Cfr. i nostri articoli, sempre in questo sito: per le mostre citate “Manifesto per l’arte, con una mostra degli artisti firmatari” 3 aprile 2020,“Passalacqua, le quattro stagioni, al Vittoriano” 25 aprile 2013, “Collage-Pittura, Passalacqua e Terlizzi allo Studio S di Roma” 28 maggio 2014, “Food Art. Coltura e cultura, cibo di corpo, intelletto e anima” 1° aprile 2015; per il futurismo cfr. i nostri articoli del 2009, nel centenario, sulla  Mostra del Futurismo a Roma 30 aprile, “A Giulianova un ferragosto futurista” 1° settembre, “Futurismo presente” 3 dicembre; su alcuni futurist,i Tato, 19 febbraio 2015,  Dottori e serata futurista, 2 marzo 2014,  Marinetti, 2  marzo 2013; sugli artisti citati, cfr. i nostri articoli su Ennio Calabria 31 dicembre 2018, 4, 10 gennaio 2019, Pablo Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, 4 febbraio 2009, Danilo Maestosi, 21 marzo 2019.

“Ragnatele d’ombra”, 2010

Foto

Le immagini sono tratte dal sito www.linapassalacqua.com, un sito completo in ogni sua parte in cui sono ordinate per i sngoli cicli, si ringrazia in particolare l’artista per l’opportunità offerta. Per “Le Quattro stagioni”, dopo l’immagine del quadro che le riassume, ne sono riportate 4 per ogni stagione, 2 descrittive della natura e 2 evocative dei significati che ispira. Sono precedute da 2 immagini del ciclo “Voli”, che sarà considerato nel prossimo articolo”, “Aria” e “Terra” preludono alle Stagioni. In apertura, Lina Passalacqua dinanzi a due suoi quadri del ciclo Le quattro stagioni in mostra: Estate, “Tramonto” 2011 a dx, “Tramonto a Nettuno” 2012; segue, “Proiettati al futuro” esposto alla mostra dei 25 firmatari del Manifesto per l’arte”, poi, Voli, Aria, “Nebbie” 2002, e Terra, “Silenzio” 2002 ; quindi, “Le quattro stagioni” 2013, inoltre, Primavera, “Anemoni” e “Germogli” 2010, “Sogno” 2011 e “Risveglio” 2012, ancora, Estate, “Ibicus del mio giardino” e “Papaveri”, 2011, “Ode all’estate” 2010 ed “Energia” 2013; continua, Autunno, “Magia d’autunno” 2011 e “Fogliame” 2012, “Ricordi” e “Quiete” 2010; prosegue, Inverno, “Brezza” 2010 e “Riflessi di ghiaccio” 2012, “Ragnatele d’ombra”” 2010 e, in chiusuira, “La voce del vento” 2011.

“La voce del vento”, 2011

Lina Passalacqua, 1. I primi 90 anni dell’inesauribile futurista dei nostri tempi

di  Romano Maria Levante

Si inaugura oggi, 1° marzo 2024, alle ore 17,30 a Roma nella galleria “Plus Arte Puls” di Viale Mazzini, la mostra personale di Lina Passalacqua dal titolo “Io… e il mare” , a cura di Ida Mitrano e Rita Pedonesi, che resterà aperta fino al 16 marzo. E’ una nuova manifestazione del fervore artistico dell’inesauribile futurista dei nostri tempi alla quale dedichiamo tre articoli: in questo primo articolo ne ripercorriamo il lungo itinerario in pieno svolgimento, nei due articoli successivi ci immergeremo nella sua arte, la anticipiamo qui nelle illustrazioni alternando a scene di vita una immagine per ogni ciclo artistico prima dell’ampia evocazione che faremo in seguito dei cicli principali.

Non si cita mai l’età di una signora, secondo un galateo non si sa se patriarcale o di diversa estrazione, ma non è il caso di  Lina Passalacqua, i cui 90 anni sono stati celebrati con una serata   in suo onore il 16 novembre 2023 alla Galleria d’Arte Moderna di Roma  in via Francesco Crispi 24.  E lo si è fatto considerando che all’età anagrafica corrisponde una vitalità e un dinamismo, uno spirito di iniziativa e una creazione  artistica che la ringiovaniscono di decenni, per questo abbiamo voluto intitolare il nostro scritto ai suoi “primi 90 anni”. La manifestazione  fa parte del  “Laboratorio Prampolini” – Donne & Futurismo, protagoniste dell’altro movimento”. Sono intervenuti Claudio Crescentini, della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Giulio Latini,  regista e  docente di “Comunicazione Multimediale” all’Università Tor Vergata, Roma, e Ida Mitrano, storica, critica d’arte e saggista. E’ stato  proiettato in prima nazionale il documentario “Lina Passalacqua – L’essenza geometrica delle passioni“, con la regia di Giulio Latini.

Locandina della manifestazione per i 90 anni

La manifestazione si è svolta con l’omaggio di amici ed estimatori, e il documentario, del tutto inedito, ne è stato al centro. Anche nell’intestazione, “L’essenza geometrica delle passioni” riassume  la vita e l’arte d Lina come espressione di passioni  inesauste in una forma artistica che ne rende la profondità e la forza, la coerenza e la continuità in un cromatismo brillante dai forti contrasti,  riflesso dell’ intensità senza pari delle sue realizzazioni.

Concentriamoci, dunque, sul documentario, la seconda “autobiografia” filmata dopo quella del 1990, di cui in quella attuale sono riportati alcuni passaggi particolarmente significativi. Anche perché riferire il contenuto del filmato vuol dire far parlare lei, che racconta la sua vita e la sua arte  seduta  su una  poltrona di vimini con un vestito arancio dai  bordi rossi, qualche volta interrompendosi per girare nell’atelier  circondata dai suoi quadri o nel giardino soffermandosi sulle foglie e i frutti degli alberi, oppure affacciandosi a  una balconata sul mare.

Gente di Ciociaria: : “Madre e figlia”, 1967

La pittura e il mare

Inizia con il dire cosa significa per lei la pittura, termine oggi sempre meno  usato:  “un rosso e un giallo tutti lo adoperano ma messi in  mano a un artista diventano  pittura, diventano  emozione, diventano  sogno, diventano  un qualche cosa che si vorrebbe  continuare a guardare sempre: questa è la pittura, non importa il soggetto, sia esso un paesaggio o una madonna, è come leggere una poesia, tutti la scrivono, ma solo i poeti  scrivono delle belle poesie”.

Cambia scena, la vediamo nell’atelier vicino a dei  quadri su cavalletto, parla dell’importanza del mare per  lei. La famiglia trasferita da Sant’Eufemia di Aspromonte  a Genova, in un casa vicino al mare, “bastava attraversare la strada, inoltre  ero bravissima nuotatrice”: il  mare di Genova, poi è venuto quello delle grotte di Nerone, il mare della Tunisia, delle Maldive. Intanto  scorrono immagini di spiagge, e delle acque dove esplorava i fondali con la maschera, appaiono anche suoi quadri futuristi con le sciabolate di blu e sagome di pesci rossi, anche la sagoma di una sirena. “Un  mare che non c’è più – commenta –  perché con la società tecnologica e dei consumi si sono perdute molte cose, si dovrebbe tornare indietro e sovvertire il presente,  ma non è possibile, c’è il non ritorno .come in un mio quadro,  il mare rimane di plastica”. .La figlia le dice che quel quadro deve farlo conoscere  al mondo, e allora racconta che ha mandato una lettera al Quirinale e ne ha avuto una risposta molto positiva con la richiesta dei suoi cataloghi. La macchina da presa esplora le pareti dell’abitazione in cui lei si muove tra i suoi  grandi quadri futuristi  in una sinfonia di colori.  

Con John Dos Passos, a Roma, nel 1963

La famiglia e  l’emancipazione, l’inizio con il teatro

Scorrono le immagini,  riprende a parlare dalla poltrona di vimini con i suoi ricordi di infanzia. Disegnava sempre, poi appassionatasi alla storia dell’arte copiava le Madonne dei grandi maestri. Prima sua opera una copia di una Madonna del Lippi chiestale dalla vicina di casa che l’ha ricompensata, il primo quadro venduto…  La sua famiglia era all’antica  ma è riuscita ad emanciparsi sottraendosi a a quello che era allora il destino della donna, legato al matrimonio, ha studiato e si è resa indipendente. Stava  per entrare nell’Intendenza di finanza ma una circostanza occasionale le cambia la vita: accompagna  a Milano una amica per un’audizione alla Scala e le chiedono cosa faceva,  risponde che recitava  in filodrammatiche a Genova. Allora la pregano di  recitare qualcosa, sceglie “Re Lear” di Shakespeare,  torna a Genova e una settimana dopo riceve una lettera  del Teatro stabile di Bolzano che la scrittura  per tutta la stagione, una paga notevole,  particine piccole.  Ma il padre  reagisce male, le dice che se accetta non la farà più entrare  in casa, quello sì  che era patriarcato…. Lei non si lascia intimidire, per tre anni  lavora nella stabile di Bolzano e non torna più  casa,  prenderà  in affitto una soffitta a Roma  in via delle Convertite, c’erano  140 gradini. Recita in tutti i teatri, intanto disegna  e va la mattina nei musei  nelle tante città d’Italia dove si trova con la stabile di Bolzano, mentre i suoi  colleghi  attori  si riposano trai due   spettacoli serali. Conosce il  direttore della rivista teatrale Maschere il quale le chiede di fare dei ritratti che pubblica al posto delle fotografie dei personaggi.

Il racconto di Lina prosegue tra le piante del giardino.  Viene scritturata dal Teatro  Stabile di Catania, che porta  a Roma al  Teatro delle  Arti “La sciantosa”, di Martoglio, un anno  di vita in Sicilia con successi e grandi artisti come Turi Ferro. Prosegue una carriera teatrale durata 5 anni e mezzo, a fianco di altri  straordinari personaggi e maestri come Totò e Peppino De Filippo, cita la “Ghepierre”, piccole parti ma esperienza molto importante.

Flash: “La Diva”, 1973

La svolta,  l’insegnamento di figura disegnata”,  poi il futurismo, i temi prediletti

A questo punto una svolta,  Carlo Alberto Petrucci, pittore e incisore, accademico di San Luca, le dice che deve decidersi a fare una scelta, inutile girare per l’Italia tutto l’anno, meglio seguire la propria vocazione nell’arte figurativa, iniziando con il prendere il relativo diploma.  Segue questo consiglio, ma soprattutto la propria inclinazione. Prende il diploma con  il massimo dei voti e l’abilitazione all’insegnamento,  comincia  nelle  scuole di due  paesini vicini. Si riconcilia con il padre essendo rientrata con l’insegnamento nel solco tradizionale dopo la deviazione nell’arte teatrale;  va un anno a Iesi  interessata a ciò che può visitare, poi  in Ciociaria dove attirano la sua attenzione  le donne affacciate alle finestre, o curve sul ricamo,  le ritrae nei suoi disegni che non ha mai abbandonato,  e li espone in una mostra personale, la sua prima. organizzata dall’Ente del Turismo di Frosinone. Approda all’insegnamento di  “Figura disegnata” al primo liceo artistico di Roma,  “Ferro di cavallo”,  passando da allieva, come era stata quando aveva deciso di studiare pittura “da grande”,  a docente.  Dalla riconciliazione con la sua famiglia alla più stretta vicinanza, dato che i suoi si trasferiscono a Roma.

E a Roma avviene la svolta decisiva, il fratello che frequenta il  Centro sperimentale di cinematografia nella sezione per registi, le fa conoscere Mario Verdone, che vi insegna  e  la introduce nel  mondo dei futuristi  nel quale è inserito perché scrive  sulla rivista “Futurismo oggi” di Enzo Benedetto.  Lui  rappresenta il dopo Marinetti, nel suo studio la Redazione della rivista, si moltiplicano gli incontri con i pittori, mentre viene approfondita l’arte dei Futuristi, da Boccioni agli altri.

Con Antonio Marasco a Roma alla Galleria d’Arte Pantheon, nel 2015

Ma Lina segue un proprio percorso speciale,e dato che crede nel ruolo attivo e conoscitivo  della pittura sceglie la sintesi geometrica per costruire oltre all’immagine anche l’oggetto adottando diverse tecniche e utilizzando vari materiali come il legno e pezzi di moquette con i quali realizza anche un arazzo per il recupero della gestualità femminile. Viene segnalata nel Catalogo Bolaffi della pittura italiana. Non rinnega la propria femminilità, si definisce pittrice  e non pittore,  considerando che la pittura è stata tendenzialmente maschile e lei si ribella a questo monopolio.

Ed ecco un rapido excursus  sui temi prediletti. Innamorata delle Vele che vedeva nell’infanzia sul suo mare, le riproduce in quello che sarà il suo primo ciclo pittorico oggetto di un mostra.  Seguirà il ciclo dei Voli e “Le quattro stagioni  in cui identifica il rigoglio, la decadenza e la rinascita. Ha anche interpretato in rapidi “Flash” la realtà riproducendo frammenti di macchine e piante, fiori e alberi: del resto, afferma, “la nostra giornata è fatta di immagini  istante per istante e si può rendere  solo con fotografie  oppure con i frammenti, così ho fatto non con dipinti ma con riporti fotografici e tecniche grafiche prese da Andy Warhol”. Ma non imitandolo pedissequamente, Warhol  trasferiva le fotografie prese dai giornali sulla tela, mentre a lei non bastava, usava anche matite colorate per dare  il colore e non lasciare le immagini  fredde: “volevo che diventassero pitture”. Antonio  Paolucci, il direttore dei  Musei vaticani, apprezzava molto i. suoi “flash” frammentati.

Ritratti: “Ritrattodi Katia Luise”, 1991

Si è resa conto che il “Flash”  come istante può far perdere la  memoria storica e forse anche il senso morale. Nel  filmato ’Autoritratto” del 1990 – del quale alcune scene sono intercalate nel filmato  attuale – afferma che “ci vuole molto coraggio ad essere donne oggi, ma pur con il conflitto in essere ci si deve  esprimere non in antitesi agli uomini ma a fianco agli uomini, Dobbiamo conquistare una nostra dimensione e affermarci come nel quadro della  ragazza che scavalca con un balzo una selva di rossetti”.

Compare nel filmato questo dipinto molto espressivo che l’artista commenta nei dettagli: la ragazza è per metà in ombra e per metà in luce, con una sciarpa per catturare il futuro, ha un’energia tale da essere pronta a cavalcare un cavallo selvaggio”, mentre lei ripete l’esortazione “liberati dalle pastoie!”, in modo da sentirsi “libera dalle catene segrete dentro di noi e dal Minotauro che forse non uccideremo mai”. Il quadro divenne un simbolo, fu messo in  copertina della rivista Minerva e l’autrice fu invitata a Rodi al Forum per la Pace nel  2000 per due anni. Le donne come creatrici di pace: con il patrocinio dell’Unesco le donne artiste del Mediterraneo presentarono ciascuna un quadro per il loro messaggio di pace. Il suo lo intitolò “Costellazione di pace”, nell’occasione conobbe la principessa di Giordania  

Con Charles Aznavour e Pino Passalacqua, nel 1990

Altra serie di quadri, non più per la pace, per l’ Ufacsi, un Centro di donne artiste in Belgio, con grandi mostre ogni anno a Parigi, Cipro in Turchia, e questo per due-tre anni.  Ci avviciniamo ai giorni nostri, nel  2018 le viene conferito il Premio Sulmona per il suo quadro su “Peter Pan”.  Segue la  sala dei  Futuristi calabresi a Rende, presso Cosenza. Ha prima parlato di  Enzo Benedetto tra gli artisti che ha conosciuto di persona e  hanno avuto forte presa su di lei, ora cita  Ennio Calabria, incontrato per la prima volta a casa di Morosini che lo aveva segnalato a Bolaffi come migliore pittore italiano di quell’anno; ebbene,  l’anno dopo Morosini presentò lei a Bolaffi,  e seguì la partecipazione a  mostre collettive nello studio S diretto da Carmine Siniscalco, sede di incontri di artisti. Di Ennio Calabria sottolinea l’arte del ritratto, lo definisce “incredibile, nei suoi ritratti entra dentro le persone e ne ritrae i pensieri”.  Aderisce all’associazione “ in tempo”, “fucina di idee”, e partecipa a varie mostre, anche a Varsavia. Scorrono sullo schermo  mostre recenti,  nel dicembre 2017-gennaio 2018 “Fiabe e leggende”, con dipinti tra il 2015 e 2017 come “I tre porcellini” e “Il soldatino di piombo”, “Pinocchio”, “Il  bosco incantato” e “ La lampada di Aladino”. . Ma 15 anni prima, nel 2003, abbiamo “Turbinio” e “Vortice” al Museo Taverna,  e molto prima “Mischia” del 1989 e “Autunno” del 1973 al  Museo Pieve di Cento Bologna e Autunno  1973, fino a “Calvario oggi” del 1986. Al museo di San Gabriele il precedente “Calvario tecnologico” del  1971.. “Nozze  d’argento”  19733 alla Pinacoteca di Macerata,  “Sinfonia” 1974 all’Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra.  Una molteplicità di temi e di stimoli che lascia meditare mentre il documentato termina con un suggestivo  tramonto sul mare da una terrazza nella quale Lina e altri presenti  si muovono per ammirare lo spettacolo di una natura così amata.

Fin qui il documentario di 40 minuti, ma non è tutto, la vita e l’opera di Lina è piena di tanti altri motivi e momenti, che non sono stati ricordati per un  ritegno segno di umiltà, rifuggendo da ogni narcisismo ed autocelebrazione. Ma ci pare giusto citare anche questi, li ricaviamo dalla ricca biografia corredata da un’eccezionale raccolta delle sue opere perfettamente classificate, e riprodotte, veramente esemplare, che invitiamo a consultare nel sito www.linapassalacqua.com..

Vele: “Vele sul Nilo” , 1998

L’inizio del “cursus honorum” di un’artista inesauribile

Inizia la prima fase della sua vita artistica, quella legata al Teatro, in modo ben  più intenso di quanto lei ha raccontato. Già da  studentessa frequenta il “Borsa di Arlecchino”, centro teatrale di avanguardia genovese che mette in scena  le  novità assolute per l’Italia costituite dalle opere  di Ionesco e Beckett;  poi, con altri universitari genovesi e il fratello regista, interpreta   “Le Troiane” di Euripide in una rassegna internazionale a i Saarbrüken in Germania, quindi eccola al  Teatro “Eleonora Duse” di Genova. con  testi di Goldoni, Bassano, Betti. Abbiamo ascoltato dal suo racconto la scrittura del Piccolo Teatro di Bolzano, precisiamo ora che nel 1957 recita  nel “Faust” di Goethe, con  Benassi, in seguito in  “Re Lear” di Shakespeare, con Annibale Ninchi.

Dopo la prima svolta con l’insegnamento  del 1964  e la personale “Gente di Ciociaria” del 1967 vince un concorso nazionale dell’I.S.E.S. per un pannello decorativo in una scuola media calabrese nel 1970; seguiranno altri premi. Ma prima di citarli  un rapido excursus sulle mostre in cui sono state presentate le sue opere in un lungo  e intenso itinerario artistico, circa 45  personali e 80 collettive, ed è tutto dire!..

La prima importante personale è a Roma, nel 1973, alla galleria d’Arte Pantheon, presentata in catalogo da Vito Apoleo; nel 1984  figura nel catalogo Nazionale d’Arte Moderna Bolaffi, presentata da Duilio Morosini tra i pittori italiani meritevoli di segnalazione. Nel 1989 la mostra antologica delle  sue opere dal 1967 al 1989 organizzata a Macerata, nella chiesa di San Paolo, dai Musei Comunali, la Pinacoteca e il Comune, un altro catalogo presentato da Mario Verdone con il titolo “Frammenti nel tempo e nello spazio”.

Con Mario Verdone il primo a sin.

Gli anni ‘90

Iniziano gli anni ’90, con un video di 31’ di Teleromacine sulla sua opera,  regista Pino Passalacqua,  classificatosi al terzo posto al III Festival “Cinema e Arte” promosso dall’Ente dello Spettacolo nel 1990. Le mostre si susseguono a ritmo incessante. Nel 1991 l’antologica “Lina Passalacqua: un autoritratto”  nelle sale dl Palio nel Palazzo comunale di Acquaviva Picena, e, nello stesso anno, serata in suo onore .promossa dall’Ente dello Spettacolo per il IV Festival “Cinema e Arte”; nel 1992  antologica dell’Ente dello Spettacolo, al centro S. Luigi di Francia, un’antologica, le cui opere seguono i percorsi segnalati dal documentario televisivo; nel 1993 personale dal titolo “Dalla parola al segno” a cura della Repubblica di San Marino; .

Nel 1993 il Museo di Stato e il Dicastero alla Cultura della Repubblica di San Marino le organizzano una personale dal titolo “Dalla parola al segno”. Si passa al 1996, con l’invito al  XXIII Premio Sulmona, presentata nel catalogo da C. Fabrizio Carli che la presenta anche nel 1998 nel catalogo per la mostra “Vele”, il suo iniziale ciclo pittorico,  a Roma,  allo Studio S, diretto da Carmine Siniscalco; nell’anno espone anche nella mostra di Palermo “Palme d’artista”, Museo dell’Orto Botanico,  e alla mostra “Mail Art”, Museo Internazionale dell’Immagine Postale.  Torna la sequenza annuale, nel 1999 il  ciclo pittorico “Vele” è esposto a Siena, nella Cripta delle Statue del Duomo, e sue opere sono esposte alla mostra “Palme al Sangallo”, organizzata dal Comune di Nettuno in provincia di Roma.

Voli, Terra: “Vita”, 2002

Il primo decennio degli anni 2000

Siamo nel 2000, le mostre accelerano la loro cadenza, diventa  più che annuale. Subito l’invito a partecipare  all’”International Forum for a Culture of Peace by MediterraneanWomen Creators” ai Rodi, con  il patrocinio dell’Unesco; poi, a settembre, l’invito dell’università di Napoli Federico II a partecipare alla mostra “Le palme tra botanica e arte” presso il locale Orto Botanico e, a dicembre, la presentazione a  Pieve di Cento (Bologna) del  V° volume di Giorgio di Genova « Storia dell’Arte Italiana del 1900 – Generazioni anni ‘30 » dove viene inserita anche la sua figura.

Nel 2001 è invitata alla grande mostra “Generazioni anni ‘30”  nel Museo d’Arte delle generazioni italiane del ‘900 G. Bargellini di Pieve di Cento, presso Bologna.  L’anno dopo una sua opera è inserita nel libro di  De Micheli e De Santis “Palma Palmae”, mentre nella rivista “Inoltre” va  un suo collage intitolato “Costellazione Pace”  creato da lei appositamente come  simbolo del dialogo tra le culture ebraica e musulmana e presentato  nel mese di settembre a Rodi al 2° “International Forum for a Culture of Peace by Mediterranean Women Creators”; siamo ancora nel 2002,  con l’invito alla mostra “Cleopatra, da Michelangelo all’arte contemporanea, ” allo Studio S. Arte Contemporanea di Roma. Nel 2003 troviamo sue opere al Palais des Artes di Alessandria di Egitto e al Centre of Arts Akhnatoon al  Cairo in Egitto, mentre  Renato Civello la inserisce nel libro “Artisti del ‘900 a Roma ”, con Pittori e Scultori che hanno segnato un’epoca.

Con Enzo Benedetto, nel 1992

Ed ecco le sue opere  nel 2004 al Museo Shirvanshakh a Baku, Azerbaijan, mentre viene invitata dal FAM, di cui è membro dal 2002, a partecipare alla “2^ Esposizione del Piccolo Formato” nel Palazzo dell’Unesco in Libano e il critico Carlo Fabrizio Carli, che la seguiva dal 1996, la invita al Premio Nazionale di Pittura “Ferruccio Ferrazzi” a Sabaudia vicino Roma. La  cadenza annuale di importanti mostre internazionali prosegue nel 2005, quando viene invitata dal  FAM e dalla AVAA (Association desVillages des Ateliers d’Artistes) alla Mostra d’Arte Internazionale “Femme-Art-Mediterranee” a Casablanca in Marocco dal tema “Cultures Solidaires”, a cui partecipano trentotto paesi del Mediterraneo,  dall’ALTS alla 2^ Rassegna d’Arte Contemporanea “Immagini per un sogno”  a Castel dell’Ovo di Napoli e a Roma a Palazzo Medici. Altri inviti nel  2006, ad  aprile   dall’A.R.G.A.M  (Associazione Romana Gallerie Arte Moderna) per la mostra “Segnali di Primavera”  al Vittoriano di Roma e a maggio alla “Primaverile romana 2006” con una personale allo Studio S di Roma, nell’occasione  viene pubblicato un catalogo monografico dal titolo “Voli” con testi di Maria Teresa Benedetti, Fiammetta Jori e Carmine Siniscalco. Ancora, nello stesso 2006  è invitata dall’UFACSI (Union Féminine Artistique et culturelle – Salons Internationaux) a due esposizioni internazionali in Turchia al museo di Pittura e Scultura di Izmir in ottobre e al Centro Culturale Mevlana a Konya in dicembre, quando  riceve l’invito  alla 3^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Sacra “Venite Adoremus” a Roma nella Basilica di Santa Maria in Montesanto.

Altrettanto intensi gli ultimi tre anni del decennio iniziale del 3° millennio. Nel 2007 ancora l’’A.R.G.A.M. la invita alla  mostra “Salone di Primavera – Ricerca ed elogio della forma”, a  maggio è al Museo Venanzo Crocetti a Roma, mentre  il Comitato del Dipartimento di Pittura e Scultura del celebre Museo d’Arte Moderna di New York (MoMA)  la inserisce nel programma internazionale “Artists’ Viewing Program” (A.V.P.) per facilitare lo scambio tra curatori ed artisti a livello mondiale;  a settembre è invitata dall’UFACSI alla 74^ Esposizione Internazionale di Moulins – Yzeure in Francia nella Chapelle du Château de Bellevue.

Voli: “Costellazione della Pace”, 2002

A un anno intenso ne segue un altro altrettanto intenso. Nel 2008  la galleria Cortese e Lisanti di Roma la invita alla mostra “Donne d’arte – Freedom” per la celebrazione dell’8 marzo nel centenario della nascita del movimento e, nello stesso mese, il Comitato del Dipartimento di Pittura e Scultura del Guggenheim Museum di New York la inserisce nel programma internazionale “Artists’ Viewing Program” (A.V.P.) per facilitare lo scambio tra curatori ed artisti a livello mondiale; nel mese successivo, aprile, nuovo invito dell’A.R.G.A.M.  alla mostra “Primaverile 2008 – Prendere posizione” al museo Crocetti di Roma,e a maggio è invitata, dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e dal Centro Studi Futurismo – Oggi, alla mostra “La continuità Futurista nel primo centenario” al complesso “I Dioscuri “al Quirinale,  mostra che prosegue  in agosto al Tempio Paleocristiano di Scala, Ravello,  nella  manifestazione “Scala incontra New York” per commemorare l’11i Settembre.

Il  2009 inizia con l’invito alla prestigiosa mostra “Futurismo nel suo centenario, la continuità”   alla Galleria del Palazzo Ducale di Cavallino, presso Lecce,  poi in marzo l’invito alla “V Triennale d’Arte Sacra Contemporanea” nel  Seminario Arcivescovile di Lecce, e propria mostra antologica di opere grafiche 1960-90 al 1° Liceo Artistico Ripetta di Roma nel Palazzo Camerale,  viene pubblicato un catalogo monografico dal titolo “ Flash” con testi di Renato Civello e Cinzia Folcarelli, la mostra è inserita nelle Celebrazioni del Centenario del Futurismo e del festival Modi e mondi del fare artistico; a  novembre, invito  alla “VI Biennale del libro d’Artista Citta’ di Cassino” nella Biblioteca Comunale Pietro Malatesta di Cassino, e a dicembre invito al “ Premio Internazionale Limen Arte, 2009” nel  Palazzo Comunale E. Gagliardi di Vibo Valentia. Siamo all’ultimo anno del primo decennio, nell’aprile 2010  Carmine Siniscalco la invita alla collettiva 11+1 x (1+1) +1, 11 Artisti presentati alla “VI Biennale del Libro d’Artista”  della Città di Cassino, nello Studio S – Arte Contemporanea di Roma; a settembre  Stefania Severi la invita alla mostra “Donna Oggi” nella Biblioteca Casanatense  di Roma e in  altre città.

Il taglio del nastro ad una inaugurazione

Il secondo decennio degli anni 2000

Inizia il secondo decennio, siamo nel 2011, a  febbraio è invitata da Carmine Siniscalco dello Studio-S di Roma alla mostra “S.O.S. Palma” Ventisei artisti al servizio della Società”. a maggio la troviamo  nella sezione storica della Biennale D’Arte di Lamezia Terme  a Palazzo Nicotera, e nella mostra internazionale del UFACSI  a Lefkosa – Chypre Nord, a giugno nella Biblioteca Casanatense di Roma, per i 150 anni   dell’Unità d’Italia  la sua mostra “Flash – grafiche 1960 1990”.  L’anno successivo, 2012, espone a alla mostra “Un’arte per la vita “ a cura di Carmine Siniscalco organizzata dall’A.R.G.A.M  e  la Comunità di Sant’Egidio al Museo Venanzo Crocetti  a Roma, offre  tre opere in comodato come  nucleo iniziale di un Museo permanente della Comunità di Sant’Egidio nella  Cripta di San Bartolomeo sull’isola Tiberina  a Roma; a dicembre ancora Carmine Siniscalco la invita alla mostra  Dalla dolce vita  alla vie en rose – Ventinove artisti…un fiore,un film e una canzone” allo Studio- S Arte Contemporanea di Roma.

Ed ecco, nell’aprile 2013,  sempre a Roma, al Vittoriano,  il suo ciclo “Le quattro stagioni” nella mostra curata da Maria Teresa Benedetti, che presenta anche il catalogo monografico sull’esposizione. Ad ottobre la mostra “Il libro: d’Arte e d’Artista”, a cura di Carmine Siniscalco,  al Museo di Cultura Urbana di Tel Aviv – Giaffa con un apposito catalogo, e la mostra “Percorsi d’Arte in Calabria”, al Museo Del Presente di Rende, presso Cosenza,  a cura di Enzo Le Pera. L’anno successivo è ancora più intenso in una sorta di escalation di impegni.  In aprile, siamo nel 2014, è invitata alla quarta edizione della “Biennale d’Arte Città di Lamezia Terme – Sezione Storica”, le viene conferito il premio  per i suoi 50 anni di pittura;  a maggio la mostra “Collage…Pittura Lina Passalacqua Ernesto Terlizzi”, a cura di Carmine Siniscalco allo Studio S – Arte Contemporanea di Roma, a ottobre mostra alla galleria Vittoria di Roma per la pubblicazione del libro “Percorsi d’Arte in Italia”, a cura di Enzo Le Pera; a novembre 2014  la mostra “Donna e Multiculturalità nell’Europa di oggi” a  S. Andrea al Quirinale – Teatro dei Dioscuri, organizzata da “L’altrosguardo – artisti associati”.

Voli, Aria: “Geometrie celesti”, 2003

Siamo  a metà del decennio,  nel gennaio 2015 due suoi dipinti degli anni ’60 sono inseriti nel volume con la  biografia di Carlo Alberto Petrucci di cui era stata allieva; a marzo la mostra “Cultura ovvero Food Art”  sul tema dell’Expo 2015 di Milano Nutrire il pianeta. Energia per la vita, a cura di Carmine Siniscalco allo Studio S – Arte Contemporanea di Roma; a  maggio eccola alla  rassegna d’Arte Contemporanea “La natura all’origine dell’arte: l’arte cibo per la mente” organizzata dal Museo Civico di Taverna, con opere della collezione permanente del museo; a settembre, invitata alla 42^ edizione del Premio Sulmona, Rassegna Internazionale di Arte Contemporanea, presidente di giuria Vittorio Sgarbi; a novembre. la mostra “Vissi d’Arte……l’opera lirica, gli artisti, la scuola” a cura di Roberta Filippi e Laura Monachesi, organizzata dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte Marguerite Yourcenar, presso Villa Mondragone, Roma; a dicembre, invitata alla mostra “Strutture infinite di luce. Omaggio a Francesco Guerrieri” a cura di Teodolinda Coltellaro presso il Centro per l’Arte Contemporanea Open Space, Catanzaro, e al Premio Internazionale Limen Arte 2015,  VII edizione nella sezione Maestri di Calabria, a cura di Enzo Le Pera nel complesso Valentianum a Vibo Valentia.

Nel 2016,  a novembre  Carlo Fabrizio Carli la invita alla 43esima edizione del Premio Sulmona, rassegna internazionale di Arte Contemporanea, presidente della giuria Vittorio Sgarbi. Siamo giunti al 2017, a settembre si inaugura, nel Museo del Presente di Rende, Cosenza,  la sala permanente dei Futuristi Calabresi: U. Boccioni, A. Marasco, L. Repaci, A. Yaria, E. Benedetto, G. Tedeschi, A. Savelli, M. Berardelli, S. Lotti, L. Passalacqua, S. Locelso, a cura di Vittorio Cappelli e Gianluca Covelli, partecipa con dodici opere; a dicembre, a Roma, al  Vittoriano, mostra antologica con il catalogo monografico “Cosmico Dinamismo”a cura di  Carlo Fabrizio Carli, dei suoi 60 anni di attività artistica con l’ultimo ciclo pittorico “Fiabe e leggende”. Nel 2018 mostra alla galleria d’arte Il Mitreo – Arte Contemporanea di Roma per la pubblicazione del  volume “Percorsi d’Arte in Italia 2018”, in cui è inserita anche la sua figura.

“Premio Sulmona alla carriera”, nel 2018

E’ un anno  quasi di … riposo ma subito riprende il ritmo incalzante di impegni. Nel 2019 a  settembre Carlo Fabrizio Carli la invita alla 45^ edizione del Premio Sulmona, Rassegna Internazionale di Arti Visive “Gaetano Pallozzi”, presidente di giuria Vittorio Sgarbi, a ottobre il Premio speciale alla carriera; a luglio invitata dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte alla mostra “Vissi d’Arte…l’Opera Lirica, gli Artisti, la Scuola” al Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro del Pio Sodalizio dei Piceni, a Roma; a ottobre la mostra “Focus sull’Arte in Calabria“, presso il Museo dei Brettii e degli Enotri di  Cosenza; a  novembre la mostra “Artisti Italiani e i NuoviTempi” al Prom Kultury, Varsavia.

Nell’anno finale del decennio, il 2020,  invito da parte della associazione culturale “In Tempo” alla  mostra virtuale: “2020- Tempo di Diari. Accade”,  vi partecipa con la sua opera dal titolo evocativo “Dalle tenebre alla Luce  2020″ in piena pandemia; a giugno altra  mostra virtuale “Domani In Arte, Galleria d’Arte Moderna Roma”, anche qui evocativo, date le restrizioni per combattere il Covid, espone “Volerò come un gabbiano” ad agosto Ida Mitrano la invita alla mostra “Un mosaico per Tornareccio, 16 artisti in gara per arricchire il Borgo Museo” 12^ edizione, nel comune di Tornareccio; ad agosto altra mostra virtuale “Sztuka w czasach zarazy / art in the time of plague / l’arte nei tempi dell’epidemia,  curatore: Małgorzata Wrześniak, oltre “Dalle tenebre alla luce, 2020″ espone  “Insieme, 2020″, sempre evocativa.  

Le quattro stagioni, Estate: “I girasoli“, 2011

Gli anni più recenti, 2021-2024, e alcuni prestigiosi riconoscimenti

Ed eccoci nell’ultimo periodo. Nel settembre 2021,  invitata dal Centro Internazionale “Antinoo per l’Arte”, Centro Documentazione Marguerite Yourcenar alla mostra “Vissi d’Arte…l’opera lirica, gli artisti, la scuola” piccola pinacoteca, Aquileia; a cura di Laura Monachesi, espone l’opera “Casta Diva (dalla Norma di V. Bellini), 2018″, sempre in carattere con le circostanze che la ispirano. A luglio 2022 invitata ancora dal Centro Internazionale “Antinoo per l’Arte” alla mostra “Vissi d’Arte…l’opera lirica” a cura di Carla Mazzoni,  alla galleria-caffè letterario del Sansi, Spoleto, all’opera ispirata alla “Norma” di Bellini aggiunge “Le belle forme disciogliea dai veli (dalla Tosca di G. Puccini)″; in tale occasione viene premiata.  

Nell’aprile 2023 invitata sempre dal Centro Internazionale “Antinoo per l’Arte” alla mostra “…se volessimo ancora tentare di salvare la Terra” a cura di Laura Monachesi e Michele Amici  alla Nuvola di Fuksas, s Roma, in occasione dell’ Earth Day, espone le opere “Addii, 2002″ e “Albero, 2011″. in carattere con il tema.

Sono state  circa  45 le mostre personali e ben 120 le mostre collettive,  in Italia e all’estero, nel lungo percorso iniziato negli anni ’60 e non sono mancati prestigiosi  riconoscimenti .

Un momento di condivisione artistica

Abbiamo ricordato il primo premio conferitole  nel 1970 per il Pannello decorativo nella scuola media calabrese, è seguita nel 1973 la vittoria nel  Concorso nazionale del  Comune di Roma per due pannelli decorativi di cm 200×130, ognuno, sempre per una scuola, questa volta la scuola elementare romana Fabio Filzi..

Dei riconoscimenti successivi vogliamo citare il premio “Città di Pizzo” del 1998, con la motivazione che ” Lina Passalacqua è una delle pochissime figure femminili del Secondo Futurismo, la cui opera andrà storicizzata nelle successioni del movimento”, .e la medaglia del Presidente della Repubblica in occasione del premio “Città di Pizzo” del 2008 con la motivazione che “Lina Passalacqua rappresenta una delle più illustri continuità del linguaggio futurista”.

L’anno successivo, nel  febbraio 2009 il Premio per il Neofuturismo nella categoria Pittura Storica alla Biennale d’Arte di Lamezia Terme, nel 2014, alla Biennale d’Arte Città di Lamezia Terme-Sezione Storica   il Premio Verrino per i suoi 50 anni di pittura. .

Segue nell’ottobre 2019 il “Premio speciale alla carriera” in occasione del Premio Sulmona e, nel luglio 2022, .alla a 65^ edizione del Festival dei Due Mondi , il Premio Internazionale Spoleto Art Festival alla Carriera per “le importanti attività che ha svolto, e svolge, nel campo della cultura e dell’arte“.. A  novembre 2023 l’incontro  per il suo 90* compleanno alla Galleria d’Arte Moderna di Roma con la prima del  documentario su di lei, del quale abbiamo dato conto ampiamente nella prima parte di questo scritto. Come nel gioco dell’oca siamo tornati così all’inizio.

Fiabe e leggende: “La Fata turchina“, 2017

Conclusioni

Non è finita l’interminabile serie di mostre ed eventi culturali che l’hanno vista protagonista. I suoi “secondi novant’anni”  sono appena iniziati ed ecco la nuova mostra romana dal 1° marzo 2024 “Io… e il mare” che può sorprendere soltanto chi non conosce Lina Passalacqua;  ma forse non ne sarà sorpreso chi avrà avuto la pazienza di leggere  il nostro  excursus – evocativo di una lunga vita dedita all’arte con una forte componente di impegno umano e civile –  reso interminabile dalle sue inarrestabili  partecipazioni ad eventi artistici in Italia e all’estero alimentate dalla sua inesauribile creatività artistica e sorrette da una  incontenibile energia. Non si può che farle gli auguri più fervidi.

Ma non ci fermiamo qui, dopo questa carrellata sulle infinite  mostre e su alcuni prestigiosi riconoscimenti,  non possiamo esimerci dal fornire una carrellata altrettanto evocativa sulla sua arte. Rievocheremo due sue importanti mostre personali al Vittoriano, “Le quattro stagioni” e l’antologica  “Miti e leggende”,  e la partecipazione a due significative mostre collettive, più l’adesione a un “Manifesto per l’arte” che qualifica ulteriormente la sua caratura e il suo impegno. Lo . faremo prossimamente e molto presto in questo sito.  

L’artista al Liceo artistico di Roma vicino a una “Nike”

Info

Galleria d’Arte Moderna, Roma, via Francesco Crispi. I successivi due articoli sulla artista, anch’essi con 21 immagini ciascuno, usciranno in questo sito martedì 5 e sabato 9 marzo 2024. Cataloghi di mostre di Lina Passalacqua: “Cosmico dinamismo”, a cura di Carlo Fabrizio Carli, Gangemi Editore International, dicembre 2017, pp.144, formato  21 x 30; “Le quattro stagioni”, Gangemi Editore, aprile 2013, pp. 64, formato 21 x 29,5; “Voli”, Studio S – Arte contemporanea, pp. 64, formato 21 x 29,5; “Flash”,  Società Editrice Romana, marzo 2009, pp.103, formato 21 x 29,5. Cfr. i nostri precedenti articoli, in questo sito, sull’artista: “Manifesto per l’arte, con una mostra degli artisti firmatari” 3 aprile 2020, “Passalacqua, fiabe e leggende nell’antologica al Vittoriano”; 10 gennaio 2018, “Passalacqua, le quattro stagioni, al Vittoriano”, 25 aprile 2013, “Collage-Pittura, Passalacqua e Terlizzi allo Studio S di Roma” 28 maggio 2014, “Food Art. Coltura e cultura, cibo di corpo, intelletto e anima” 1° aprile 2015, inoltre, cfr., i nostri articoli del 2009, nel centenario, sulla  Mostra del Futurismo a Roma, 30 aprile, “A Giulianova un ferragosto futurista” 1° settembre, “Futurismo presente” 3 dicembre; su Wharol, citato, 15, 22 settembre 2014.

Arte sacra: “Calvario oggi”, 1986

Foto

Le immagini sono tratte dal sito www.linapassalacqua.com, in cui sono ordinate per i sngoli cicli, si ringrazia in particolare l’artista per l’opportunità offerta. Sono alternate fotografie di alcuni momenti dell’artista con personaggi e amici e a mostre, ad immagini delle opere rappresentative dei diversi cicli articstici iniziando dai primi fino ai più recenti; altre immagini sui diversi cicli saranno inserite nei duie successivi articoli, con 21 immagini ciascuno, in particolare su “Le quattro stagioni” nel secondo articolo e su “Fiabe e leggende”, “Io e il mare” nel terzo articolo. In apertura, Locandina della manifestazione per i 90 anni e Gente di Ciociaria: “Madre e figlia” 1967; seguono, Con John Dos Passos, a Roma nel 1963, e Flash: “La Diva” 1973; poi, Con Antonio Marasco a Roma alla Galleria d’Arte Pantheon nel 2015, e Ritratti: “Ritrattodi Katia Luise” 1991; quindi, con Charles Aznavour e Pino Passalacqua nel 1990, e Vele: “Vele sul Nilo” , 1998; inoltre, con Mario Verdone il primo a sin., e Terra: “Vita” 2002; ancora, con Enzo Benedetto nel 1992, e Voli: “Costellazione della Pace” 2002; continua, Il taglio del nastro ad una inaugurazione, e Aria: “Geometrie celesti” 2003; prosegue, “Premio Sulmona alla carriera” nel 2018, e Le quattro stagioni, Estate: “I girasoli” 2011 ; poi, Un momento di condivisione artistica, e Fiabe e leggende, “La Fata turchina” 2017; infine, L’artista al Liceo artistico di Roma vicino a una “Nike”, e Arte sacra: “Calvario oggi” 1986; in chiusura, Io e il mare: “Le onde anomale della vita” 2022.

Io e il mare: “Le onde anomale della vita“, 2022

Ritratti di poesia, 16^, 3. Altri 12 poeti nella “maratona”, fino alla”Altalena con Faber”

di Romano Maria Levante

Nei due articoli precedenti abbiano dato conto della mattinata e parte del pomeriggio  sella 16^ Edizione dei “Ritratti di poesia”, iniziando nel  primo articolo da “Caro Poeta” , con gli studenti di tre licei di Roma, consueta apertura  seguita dalle nuove iniziative editoriali, dalle Premiazioni  per poesie  a livello dei “social” di 280 battute, per l’”opera prima” da stampare, culminate nei due Premi a livello nazionale e internazionale consegnati da Emmanuele F.M. Emanuele, l’ideatore e realizzatore delle 16 edizioni, il quale ha poi aperto la sezione “Di penna in penna”  presentando il suo nuovo libro di poesie “Versi in cammino”. Nel secondo articolo la sfilata di poeti italiani nelle sezioni “Di penna in penna” e di poeti stranieri nelle sezioni “Poesia sconfinata”, con una parentesi fotografica di notevole valore  come denuncia dell’oppressione sulle donne iraniane e afghane resa da immagini che l’hanno testimoniata e fatta sentire in un modo visivo quanto mai efficace. In questo articolo conclusivo la sfilata di poeti italiani e stranieri continua, fino alla poesia in musica di Fabrizio De Andrè e Pilar Patassini resa in una “altalena “ coinvolgente nel concerto di chiusura.

Un momento della manifestazione, un’immagine della sala

La sfilata finale di poeti inizia – come abbiamo preannunciato a chusura del precedente articolo -con la  nostra conterranea di Teramo Mariagiorgia Ulbar,  nella 5^ parte  di “Di penna in penna”. Docente e traduttrice da tedesco e inglese, è del 1999 il suo primo libro di poesie, del 2012 la raccolta “I fiori dolci e le foglie velenose”, e la silloge “Su pietre tagliate e smosse” nell’11° Quaderno italiano di poesia contemporanea. Fondatrice della collana “Isola”  che unisce poesie e illustrazioni, collegamento presente anche nell’iniziativa “on line” di poesia e fotografia “Il tempo qui non vale niente”. Nel 2015 vincitrice del Premio Dessì con “Gli eroi sono eroi” e finalista nel premio Metauro. Le sue poesie sono ambientate in luoghi conosciuti o soltanto visti con l’immaginazione, spesso è presente il mare e gli oggetti che porta. I suoi versi raccontano di luoghi visitati o solo immaginati, con percorsi al limite di un confine o un abisso, la sua è stata definita “speleologia della parola e del ricordo”.  Interessante ciò che pensa della traduzione poetica comune a tanti poeti presentati oggi: considera il lavoro di traduzione “un’officina di poesia” perché le dà ispirazione, “passare da una lingua a un’altra è un movimento che alimenta il pensiero e ne accelera il ritmo”, e le lingue anglosassoni delle sue traduzioni influenzano anche la sintassi dei propri versi.  Ecco la sua poesia inedita “Medusa”: “Quando nacqui questo fu/e non si vedeva/ un pesce di tentacoli, medusa/ al centro dell’abisso e tocca altro/ teste e silicio sulle spiagge/ spalle, caviglie e si attorciglia/ fili lunghi, elettrici, urticanti/ addosso un colore trasparente/ lucido è il niente/ la fine sa di sale e di granelli/ infine il sole tutto secca./ Mi tocca ora la risacca/ tutto è fermo in un momento/ e brilla/ la notte quando cade poi sigilla”.

“Di penna in penna” 5^, Mariagiorgia Ulbar

La testimonianza di Emillio Isgrò, cancellare l’inutile.

Ed ora passiamo alla “Scrittura e cancellatura” di Emilio Isgrò,  che ci  è parso un vero evento per il suo contenuto insolito e la passione con cui è stata fornita un testimonianza pressoché inedita. L’artista non può essere presente di persona per lo sciopero dei treni,  ma è come se lo fosse per il perfetto collegamento video in una lunga conversazione in diretta con Mascolo. E’ giornalista, scrittore e drammaturgo, pittore e artista, sottolinea Mascolo, e gli chiede cosa  sente di più di essere. Riferendosi alle proprie  celebri cancellature, Isgrò risponde che essendosi occupato della parola umana per tutta la vita si sente poeta, e la parola l’ha considerata in tutte le sue forme anche visive con dei paradossi che ama da siciliano.

“Scrittura e cancellatura”, Emilio Isgrò in collegamento con Mascolo

Partito con una valigia carica di poesie, come mai si è dedicato all’arte?  Lo spiega così. Alla metà degli anni ’70, era molto giovane,  a Venezia sbarcò la Pop art con una immagine del mondo di tipo visivo e sacrificava la parola, lui nato nel Mediterraneo, terra del “logos” cioè della  parola, si preoccupò di questa invasione sapendo che gli americani avevano tratto una lezione da contadini analfabeti calabresi, siciliani, veneti diventando nazione con i fumetti e il cinema; il cinema hollywoodiano lo preoccupava maggiormente perché vedeva sacrificata anche la lingua di Shakespeare. Allora, temendo che questa involuzione si estendesse a tutto il pianeta, pensò di ripristinare le forze che danno valore alla parola continuando a scrivere di notte e a cancellare di giorno, come faceva Penelope con la sua tela.

Naturale la richiesta di Mascolo sul significato della cancellatura, “cancella o vitalizza la parola?”  “Serve a far capire il valore della parola umana”, risponde, “senza la quale non c’è un pensiero degno di questo nome”, non ci sarebbe stata la cultura dei greci e neppure il nostro Rinascimento, e cita Michelangelo che considera un grande poeta del ‘500 anche se la grandezza di scultore ha oscurato quella di poeta. Ricorda che  la poesia ermetica  aveva fatto smarrire la grande musica della parola italiana, “in un impeto atonale di per sé pregevole”, ma Montale era tutt’altro che atonale, nell’800 la parola italiana conquistò il mondo con il melodramma. “Una poesia che manca di appartenenza non serve a nessuno, anche se poeta e artista sono cittadini del mondo. Bisogna tornare alla grande tradizione del passato per  guardare lontano e riequilibrare rispetto agli ultimi 50 anni nei quali ha prevalso la cultura anglosassone”.

“Poesia sconfinata” 4^, Katarina Frostenson

Sui motivi alla base delle sue celebri “ cancellature” confida di averlo fatto perché in questo modo faceva saltare i codici della comunicazione, e consentiva il superamento delle avanguardie degli anni ‘70  che considerava come un limite. Nel documentario su di lui, “Cancellare l’inutile” – osserva Mascolo – “forse la mano cancella per scrivere il vero, così la cancellatura diventa ricerca della verità?”.  Isgrò risponde che piuttosto che la verità – sarebbe troppo – c’è la ricerca dell’autenticità umana  perché la poesia non può dare la verità – e non possono farlo neppure filosofia  e scienza – ma ha il compito di fare le domande che pochi pongono. La sua poesia si è espressa nelle forme diverse della sua arte, tuttavia il suo recente libro di poesie cerca di recuperare la tradizione, sceglie il sonetto non in chiave nostalgica bensì per fermare la china in cui si trova la poesia.

Isgrò è irrefrenabile, visibilmente felice di sfogare quanto sente dentro di sé e ha dovuto reprimere, la maratona poetica è stata un’occasione unica e non manca di esprimere il suo forte apprezzamento. Aggiunge che il poeta viene messo all’angolo oggi in Italia, per un eccesso di specializzazione dell’editoria e per problemi di mercato, e il mercato non è tutto, mentre all’estero in grandi paesi la poesia è amata non meno dei romanzi. Un insegnamento per i giovani, è non cercare di compiacere il pubblico che delle volte ama le sofisticherie.

Luis Garcia Montero

Legge alcuni sonetti dal suo libro, definito “di avanguardia” mentre lui detesta le avanguardie, un altro paradosso come la sua identitaria “cancellazione” delle parole per valorizzarle, come la sua confidenza “mi sono bendato una notte per vedere cosa succede al buio”, nella notte che attraversiamo con la pandemia, le guerre, i disastri economici, il razzismo in varie forme, la mancanza di prospettive. Ha detto che “si sente poeta” anche se ha preso altre strade come artista, Ebbene, senza presunzione ma con autentica convinzione possiamo dire che “è poeta”. Dal suo “Si’ alla notte”, 2022, la parte centrale della poesia “Parti di me”: “”… Non dirmi che la notte/ è cominciata quando non dormivo/ stremato dal rimpianto e dalle lotte// del nulla contro il nulla -perchè vivo/ in una culla e ormai si sono rotte/ parti di me che scarto o non arrivo/ a prendere. Dovrei dirmi prima/ ch’ero squmato da un’altra Hiroshima.”

Dopo l’appassionata testimonianza di Isgrò, divenuta un’orazione in omaggio alla poesia, tornano i poeti stranieri con la 4^ parte della “Poesia sconfinata”, la svedese Katarina Frostenson  è presentata da Paolo Ruffilli  che ha scritto la Prefazione del suo libro in italiano. La sua è una poesia del Nord legata agli archetipi nordici come la luce, una luce molto diversa dalla nostra,  una luce radente fatta anche di molte ombre che –  come diceva Goethe – crea una dimensione particolare prima e dopo l’aurora boreale, un’atmosfera celestina in cui la visione si scatena; l’altro archetipo del Nord è il bosco con i suoi alberi fitti. C’è del dramma che si cerca di contenere nella sua poesia, permeata di dolore, la traduzione può renderne il contenuto ma non la potenza originale fatta di una musica che è un fattore importante non solo perché si “sente”: lei stessa la nomina, e perfino i morti ce la fanno sentire da dove sono in un congiunzione arcana. In una poesia due raggi si incontrano e producono una dolce melodia musicale. La poesia inedita “Pettirosso”, traduzione  di Enzo Tozzo: “Quando sbocciò la rosa,/ Presto quando dormivamo/ L’uccello dal petto rosso/ passò/ estrae le spine, secondo la leggenda/ dici/ guardami/ felicità/ è un momento e più/ che cos’è d’improvviso/ – dico sempre d’improvviso/ dici/ Sì d’improvviso è la mia parola/ dico io e sono – se si rilegge Il cammino dell’uomo/  d’improvviso si ama di nuovo/ ciò che avviene è la sola meraviglia/ accade da se stessa”.

“Di penna in penna” 6^, Gianni d’Elia

Dalla Svezia alla Spagna con Luis Garcia Montero, introdotto dalla traduttrice Marisa Martinez Persico,  sono passati 40 anni dal suo “Manifesto sentimentale” del 1984 che segue la Costituzione del 1978, in una transizione durata fino al 1992. Con la fine della dittatura occorreva ricostituire la dignità anche sul piano sentimentale e umano, questo il suo impegno nella sincerità superando ogni finzione e messa in scena. Nella moderna società industrializzata l’utilitarismo occupa il maggiore spazio, quello che conta è l’utilità immediata, e allora il poco spazio che resta deve essere occupato dalla poesia, a questo mirava il Manifesto. Come professore universitario di letteratura spagnola veniva chiamato Poeta-professore, poi da direttore di Istituto culturale era chiamato Poeta- direttore, osserva con compiaciuto humor, comunque al di là di quella che può sembrare una battuta il contatto quotidiano con la lingua porta  a valorizzarla perché trasmette l’identità non solo in senso geografico ma come  espressione di libertà che non è data dall’intrattenimento dei siti “social” e tanto meno dal discorso univoco senza senso critico. Da “ No puedes ser asi (breve storia del mondo)”, 2021, la poesia “Prometeo”, inedita in Italia, traduzione di Loretta Frattale, seconda parte: “ Come tutti i giorni,/ dopo aver ricevuto notizie dalle fabbriche,/ dal fronte di battaglia./ dai laboratori, le alcove clandestine/ e le chiamate telefoniche,/ si avvicinò al fuoco,/ lo sguardo fisso contro le fiamme,/ e affermò di nuovo, lentamente,/ speriamo, continuiamo, ancora una volta”.

Annalisa Mainstretta

La 6^ parte di “Di penna in penna” vede il celebre poeta Elio Pecora presentare in successione tre poeti. Il primo è Gianni d’Elia, del quale sottolinea due grandi riferimenti, Leopardi e poi Pasolini per il quale oltre alla poesia ha prestato attenzione al suo impegno morale e alla sua inquietudine. Il libro del 2020 “Il suon di lei”, con il verso leopardiano per titolo, rimanda alla fine di una stagione, quale?  gli chiede Pecora:  “Leopardi  si riferisce alle stagioni passate ma poi si richiama al suono della stagione presente”. Che turba l’autore, perché il suo è un libro di affetti, ma è anche un libro impegnato. E qui la seconda domanda su quanta necessità ci sia oggi di una poesia con impegno civile, mentre è divenuta quasi prosa che riflette un mondo più largo con tutti i grandi problemi e si avvicina a un futuro di cui non sappiamo nulla; e se un simile impegno  è presente o lui si sente isolato in questa battaglia. D’Elia risponde che ci si trova senza cittadinanza, l’impegno lascia il passo a qualcosa che si riassume nelle parole “tristezza e collera, i nostri marchi civili in una tremenda impotenza. Siamo passati dal Cantico dei cantici all’Apocalisse con la pandemia, le guerre e la violenza dilagante”. Troviamo la poesia diffusa in modo semplice anche in forma di  canzone d’autore, perché la canzone ha bisogno di parole che la poesia dovrebbe dare in modo diverso, come la canzone non riesce a fare. Ha scritto anche testi per canzoni,  ma i cantautori non li sente vicini ai poeti. Leopardi lamentava “la  funesta separazione della poesia dalla musica, del poeta dal lirico ed è un male, io canto la mia musica … “ conclude.  Da “Il suon di lei”, 2020,  la prima parte e il finale della poesia  “Al vivente Vincent”: “Se inclini la testa e l’occhio avvicini/  Seduto su uno scoglio alla distesa/ Come un bimbo stupito che s’inchini/ Verso l’acqua che bolle in verde ascesa// Vedrai srotolarsi in trecce sublimi/ come una gioia spumante e inattesa/  Le onde fiorenti dai cieli nativi/ Ribollenti e schiumanti fino alla resa.// … Frusciando un rombo per pennelli chini/ Dentro un’eterna mutilante attesa”.

Silvio Ramat a dx, con Elio Pecora

Annalisa Mainstretta   viene presentata da  Pecora  subito dopo come poetessa che parla di eventi anche vicini, molto forti, quindi non di normale quotidianità, e li porta nella poesia, “in quell’altrove dove c’è la distanza nell’indeterminatezza della poesia in senso leopardiano ampliando la parola  per vedere cosa c’è dietro la parola. La poesia non è dentro ma dietro le parole, cariche di tanto altro che il lettore sente, vede, amplia, e si pone delle domande” – aggiunge Pecora – la poesia della Mainstretta  “è fatta di moti d’animo, di emozioni e finisce per accompagnarci”. Alla domanda sulla femminilità della poesia, la poetessa conviene che non ci sono generi maschile e femminile, anche se nelle donne si avverte la gentilezza e la grazia, negli uomino il vigore e la vigilanza.   Vengono citate 3 raccolte, “ Il sole visto di lato”, “Gli occhi delle stagioni”, e “La dolce manodopera” del  2006, da quest’ultima la parte iniziale e il finale di una poesia senza titolo: “ Ecco come entrano i campi nel sole/ come entrano lunghi filari di pioppi nel sole/ esponendosi in silenzio,  coi rami nudi./  Questi rami allungati nell’aria/ hanno sentito tutto il gelo di gennaio,/  adesso sono dentro questo sole/  e in ogni albero, silenziosa, si svolge una festa di primavera.// … Noi vediamo ancora rami secchi, alberi spogli/ e silenzio. Così ci dice la gioia”.

“Poesia sconfinata” 5^, Doris Kareva

E’ la volta di Silvio Ramat,  docente a Padova di letteratura contemporanea, Pecora parla del suo libro di poesie più recente, nel quale in una poesia sul mondo in cui viviamo descrive un giardino con tante piante, una scivola via, è un fiore di  loto inservibile rifiutato anche dagli uccelli. C’è un merlo  che vola leggero, “la poesia compone una costruzione, è il racconto di una emozione, un pensiero su un evento che dà alla parola una precisa identità, è una parola densa che nasconde tante altre parole, Calvino scriveva che la poesia è un  imbuto attraverso cui deve passare il mondo”. Dopo queste osservazioni, Pecora gli  chiede cosa pensa della tradizione della poesia italiana, del ceppo italiano, se ne sente la presenza? Ramat risponde che la sua poesia ha alle spalle questa grande tradizione e non ritiene possibile che non sia così, c’è una musica poetica, un ritmo che non nasce da sé ma da quanto si è accumulato.  In Sardegna in un incontro gli è stato detto “lei è la tradizione..”, si è sentito inorgoglito di essere considerato il portatore  di una tradizione come la nostra. Da  “Le chiavi del giorno”, 2022, l’intera poesia “Un rio sottile”: “Tra il non dimenticare e il ricordare/ come un rio sottile dove una barca/ leggera, senza più vela né remi,/ va lenta, incerta se una chiusa, presto/ le sbarrerà la via o se queste acque/ avranno sbocco in un più largo fiume./  A bordo non un’ombra di pilota. / Tutto è rimesso alla grazia del vento”.

Dimitris Lyacos

La 5^ e ultima parte di “Poesia sconfinata”  ci fa conoscere Doris Kareva, con la traduttrrice Erminia Caccese, presentata da Mascolo come una delle più importanti poetesse dell’Estonia, ha pubblicato 20 volumi di poesie e  saggi, ha tradotto, scritto per il teatro, in Italia è presente attraverso le traduzioni ed edizioni di Piera Mattei, si parla del libro “L’ombra del tempo”, l’ unico in Italiano, è in preparazione una antologia di poesie. Alla domanda di Mascolo “qual è il suo rapporto con l’Italia” risponde che il nostro paese è stata una grande fonte di ispirazione, anche perché lei ha collaborato con diversi italiani ed ha avuto un rapporto molto proficuo con Piera Mattei; alla nuova domanda  “come ha inciso sulla sua poesia il proprio paese con tante isole, laghi e soprattutto acqua”  ha mostrato il retro del vestito con l’immagine del suo paese circondato dall’acqua, una risposta eloquente che conferma a parole. Da “L’ombra del tempo”, 2011, l’intera poesia “Ciò di cui hai bisogno viene da te”: “Ciò di cui hai bisogno viene da te/ in una o altra forma velata./  Quando tu lo riconosci/ diventa tuo.// Ciò che vuoi verrà a te/ E ti riconoscerà e diventerà parte di te./ Respira, conta fino a dieci.// Ne saprai il costo più tardi”.

“Di penna in penna” 7^, Filippo Davoli

Chiude la poesia internazionale il greco Dimitris Lyacos  con la traduttrice della casa editrice “Il Saggiatore”, Viviana Sebastio. Lo presenta come drammaturgo candidato al Nobel della letteratura per una sua opera tradotta in oltre 20 lingue, che si può definire  “un working progress in divenire”, ha preso forma gradualmente con cambiamenti “in itinere” anche nel corso della traduzione.  Non legge dalla sua “trilogia” poetica ma da quello che chiama “libro n. 0”. Al festival del Saggiatore ha parlato della scrittura legata alla nostra oralità, ricorda Omero non come solitario ma come chi esprime la stratificazione dell’opera omerica, fa un passo indietro e legge “prima che la vittima  diventi nostra”: si è risvegliato alle 5 del mattino,  ancora a notte fonda, non  si è fatto giorno, non filtra la luce,  non sente voci, né rumori di automobili, sente soltanto se stesso come se gli parlasse nel sonno dicendo: “E’ notte, svegliati, non puoi vedermi nel buio,  alzati perché ormai mi senti, ascoltami,  sei solo nel cuore della notte, devi solo alzarti, alzati e vestiti, lascia che gli altri dormano, hai una lunga strada davanti finché sei ancora solo, non avrai paura, davanti hai un nuovo giorno di cui non sai nulla, avrai una compagnia …”. Da “La prima morte”, in “Poema Damni”. la parte centrale di una poesia identificata con “III”: “Eserciti di morti che sussurrano senza posa/ in un cimitero smisurato, dentro di te/  e non puoi più parlare, anneghi/ e quel dolore familiare lambisce/ vie d’uscita nel corpo inaccessibile/ ora non puoi più camminare/ ti trascini, lì dove l’oscurità si fa più densa/ più tenera…”.

Emanuele Franceschetti

Termina anche  di “Di penna in penna”, con la 7^ e ultima parte di poesia italiana, in collegamento con Filippo Davoli, poeta  marchigiano  che dirige una collana di saggistica e ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra cui “Dentro il meraviglioso istante”  e “Tenerissimo amore”. Mascolo lo presenta dicendo che nella  sua poesia entra la musica e si è occupato anche di Fabrizio De André in uno studio. Ha curato un dialogo teatrale tra le canzoni di Fabio Sanfilippo e le proprie poesie lette da Neri Marcorè, tutti marchigiani. Mascolo gli chiede di definire il rapporto delle proprie poesie con la musica, risponde  di considerarsi “un suonatore di penna, cresciuto a pane e musica,  la poesia è stato un approdo tardivo”. E’ importante il suono nella parola poetica, del resto la voce è un suono. Con la musica ha fatto altri esperimenti, ora ha in preparazione un poemetto musicale. “Vengo dalla musica ma ancora di più dalla vita – ha concluso -difendo la relazione tra la parola e il suo suono all’interno della vita. Ma  posso stare anche in silenzio perché dalla vita venga fuori la voce della poesia”. Da “la luce a volte”, 2016, un’intera poesia senza titolo: “Quando l’autunno arriva si assottigliano/ i fantasmi degli amori che non erano/ e non saranno. Il gioco ha termine.// Forse è la calura che li genera,/ come il miraggio dell’acqua in un deserto./ Se almeno avessimo l’energia per resistergli/ e non flirtare vanamente con le ombre./ Giocare agli adolescenti (non tramontati)/ come se la bobina si riavvolgesse davvero./ Sappiamo essere previdenti, invernali”.

Paolo Ruffilli

Il rapporto con la musica è altrettanto stretto nel penultimo poeta presentato, Emanuele Franceschetti, musicologo, ha insegnato storia della musica al Conservatorio, la sua è un scrittura molto interessante, per il ritmo, l’incalzare, la scelta di temi non banale. Con “Dialoghi sulla poesia” è stato finalista di un premio importante. Cita un verso, “Ti ricordi che i vivi se ne vanno…” poi segue un verso che fa riferimento al segni che ci lasciano, e si chiede cosa: “La poesia è una forma del tragico che rifiuta la conciliazione, sia a livello formale linguistico che esperienziale, non è una forma narcisistica e ci lascia testimoniare ciò che è altro da noi in maniera per quanto possibile sorvegliata.  Il segno che rimane può essere politemico, interpretato in modi diversi,  può essere la parola che testimonia nella memoria e nella storia i vivi che se ne vanno”. Nella sua poesia ha cercato di conciliare la microstoria, cioè la storia individuale,  con la macrostoria per dare voce anche alle figure anonime, perché la poesia è un modo forse vano di certificare la loro presenza nel mondo, con la linea sottilissima del reale che riconduce alla sua origine, al silenzio primitivo del mondo. Da “Testimoni”, 2022, un’intera poesia senza titolo: “Pensi ai tuoi simili, al primo uomo./ E poi la quiete composta delle cose. La storia./ Ma niente accade, niente acconsente./ Non la voragine, non le voci dei superstiti./ La mente non distingue, la mente è sigillata/  il suo fondo oscuro (dunkler gtund)/ dal suo presente./ Piove da cento giorni./ Immagini una torsione. La lingua disarticola la forma,// la parola è tesa, divisa”.

“In altalena con Faber”, Ilaria Pilar Patassin

Con Paolo Ruffilli si conclude la maratona poetica, lo presenta Fabrizio Fantoni, affermando che la sua ultima raccolta “Le cose del mondo “ è  un’opera compatta che prova la costanza nel restare fedele alla propria idea di poesia che dura da 40 anni. “Di formazione autoironico”, così Pontiggia definì la raccolta del 1987 “Prima colazione”,  definizione che si attaglia anche all’ultima raccolta dove nei rapporti con la figlia adolescente i ricordi di infanzia sono resi con grazia  ed eleganza in versi brevi che tendono all’oggettivazione delle emozioni. Concepito come un “continuum”, è un ampio poema aperto in cui il pensiero sembra ripullulare di continuo  come la vita in un susseguirsi di riprese ed echi- Fantoni cita Giovanardi “per l’interna  e ossessiva coerenza”, intesa come  coerenza di un sistema che accetta la propria dissoluzione facendone anzi materia privilegiata di espressione, e nel far questo scopre d’improvviso che è di nuovo possibile dire tutto. Ruffilli aggiunge di essere stato studioso di libretti d’opera buffa e anche librettista, perciò rimane in lui questa spinta ritmica musicale. Legge la poesia “Nell’atto di partire “ che racconta la contraddizioni di chi vorrebbe stare sempre fermo ma è costretto a muoversi e viaggiare. Da “Le cose del mondo, 2020,  la prima parte della poesia “Nell’atto di partire”: “Ma poi, alla fine, mi rimetto in moto/ nonostante ogni volta sia tentato/ dalla voglia che mi prende di restare/ nelle zone più vicine e risapute/ in vista e nel contatto del mio noto./ In compenso, parto sempre/ solo per tornare. E non so mai/ neanch’io, in realtà,… un’intuizione certa e / un sesto senso che mi spinge,/ la coscienza comunque fulminante/ della scoperta più paradossale,/ che bisogna intanto perdersi/ per potersi davvero ritrovare”.

La Pataccini con gli accompagnatori Antonio Ragosta alla chitarra e Andrea Colella al contrabbasso

L’inesauribile Mascolo può chiudere a questo punto annunciando il sito www.ritrattidipoesia.com con tutto quanto attiene alla manifestazione che dura da 16 anni e tende anzi ad espandersi: sono stati definiti specifici progetti con  le Università romane e sono stati avviati  collegamenti con altre Università e con Istituzioni poetiche internazionali. Ma non si dilunga, incalza l’atteso finale  ”In altalena con Faber” di Ilaria Pilar Patassini con Antonio Ragosta alla chitarra e Andrea Colella al contrabbasso. E’stato già introdotto in precedenza nel colloquio della Patassini con Mascolo al termine della mattinata, ripetiamo che  il “concerto nrrativo”  nasce dall’assonanza tra parole e versi della cantautrice e l’opera di De Andrè.  La Patassini rompe il ghiaccio riproponendo l’interrogativo: “Qual è il rapporto tra canzone d’autore e poesia?” E dà questa risposta: “Ha detto  Benedetto Croce che fino a 18 anni tutti  scrivono poesie, poi rimangono a scriverle due categorie,  i poeti e i cretini,  precauzionalmente preferirei essere considerata cantautore.” Un inizio del concerto perfettamente in carattere con la giornata poetica, lapidario e insieme coinvolgente, del resto la Patassini confida subto che l'”imprinting di Faber” su di lei si è avuto sin da quando da piccola ascoltava le sue canzoni, poi la sua “frequenza di voce e tipo di scrittura ha permeato l’immaginario musicale” che si è sviluppato in lei, a fianco a Verdi e Mozart, e ha avuto la consacrazione nell’aver dato la voce di recente alla grande versione orchestrale del “De André sinfonico” citata nel primo colloquio con Mascolo. Poi i 4 blocchi di canzoni, ciascuno con una di De Andrè e una sua ad essa collegata.

Un primo piano di Ilaria Pilar Patassini

La prima canzone di De André incisa su disco, che lo ha salvato “dal diventare un pessimo avvocato” – scritta con l’insegnante di francese, precorrendo tante sue canzoni ispirate a cantautori francesi,  in particolare Brassens – si intitola “Andrè”; segue la sua “Eccomi”, con la “luna in Ariete”, una specie di “nuovo inizio” per lei con una citazione pasoliniana. Il secondo blocco comprende “Altalena”, di De Andrè , come alternanza, separazione, limbo, “ho visto Nina volare” con un riferimento al proprio padre; e la sua “A metà” ispirata a un lbro sull’emigrazione con un richiamo all’altra canzone, molto concitata nel continuo accostamento di opposti con l’immagine della casa che torna: “Quando sono in terra sono a metà/ la casa è un’altalena con la luce portante./ La casa è una cometa con la luce portante/ Quando sono in cielo sono a metà…”. Un “Caustico addio” di De Andrè apre il terzo blocco, evoca l’amore di una donna che lo ha lasciato con note dolorose ma senza cattiveria, mentre il suo “Occhi coltelli” è un sarcastico addio da giullare che aspetta sulla sponda del fiume e, confida lei, il … cadavere simbolico passò realmente. Nel quarto e ultimo blocco si parla di amore e di tempo, che entrano di fatto in ogni canzone quale ne sia il tema, l’ordine è invertito per dare l’onore del finale a De André. La canzone della Patassini è “Niagara”, ispirata alla prima donna funanbola che ha attraversato le cascate camminando su un filo – era italiana e lo ha fatto anche ad occhi bendati – per sottolineare il difficile equilibrio che ogni donna deve avere, però con la conclusione che è bene lasciarsi andare, tagliare il filo e restare al di qua; mentre di De Andrè “Amore che viene, amore che va”, già anticipata con la sola voce senza acconpagnamento al termine della mattinata, un classico pieno di sentimento. Ma ci piace sottolineare un aspetto che ci appare sorprendente: nella canzone “A metà” della Pataccini ci sono una quindicina di opposti, citati in modo incalzante, alcuni sono indicati nella scenografia della sala: che lo scenografo Enrico Miglio si sia ispirato a quella canzone? Alla fine l’abbraccio con Mascolo, la foto insieme a Carla Caiafa e ai due bravissimi accompagnatori con chitarra e sassofono che hanno dato una musicalità profonda a testi difficili e a una voce intensa, e il bis che ha chiuso un concerto così suggestivo.

Così è terminata la maratona poetica 2023,  con il concerto conclusivo che ha visto in passato, tra tanti altri, Vecchioni e Dalla, De Gregori e Fiorella Mannoia, fino alle canzoni di Lucio Battisti con Mogol, infine il recital di Lina Sastri. Questa volta parole e musica ancora più strettamente unite in una “altalena” veramente emozionante oltre che evocatrice nell’ispirato recital canoro della sensibile artista.

L’arrivederci è alla 17^ sessione del 2024, fissata al 15 marzo sempre a Roma, nell’Auditorium della Conciliazione.

Il presidente Emmanuele F. M. Emanuele mentre applaude con un pizzico di commozione

Info

Auditorium della Conciliazione, via della Conciliazione 4,  Roma. In televisione l’intera giornata è stata trasmessa in “streaming” su Rai Cultura e Rai Scuola ed è raggiungibile su Rai Play, le singole parti sono su Youtube. I primi due articoli sulla manifestazione sono usciti in questo sito il 13 e 16 febbraio 2024.  Cfr. in questo sito i nostri articoli, sulle precedenti edizioni dei “Ritratti di poesia”  20-21 maggio 2022, 12 marzo 2020, 17 febbraio 2019, 1° e 5 marzo 2018,  10 marzo 2017, 10 febbraio 2016, 15 febbraio 2013, 9 maggio 2011 ; su Emmanuele F.M. Emanuele   22 ottobre 2019, 14, 20 aprile 2019; su Pasolini citato, gli articoli nel centenario della nascita il 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 marzo 2022

Uno scorcio della sala vuota

Photo

Le immagini sono state tratte dal sito www.ritrattidipoesia.com tsi ringrazia l’organizzazione, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Ciascuna fase della manifestazione è documentata con la relativa immagine. In apertura, Un momento della manifestazione, un’immagine della sala; seguono, “Di penna in penna” 5^, Mariagiorgia Ulbar e “Scrittura e cancellatura”, Emilio Isgrò in collegamento con Mascolo, poi, “Poesia sconfinata” 4^, Katarina Frostenson, e Luis Garcia Montero, quindi, “Di penna in penna” 6^, Gianni d’Elia,, Annalisa Mainstretta, e Silvio Ramat a dx, con Elio Pecora; inoltre “Poesia sconfinata” 5^, Doris Kareva, e Dimitris Lyacos; continua,“Di penna in penna” 7^, Filippo Davoli, Emanuele Franceschetti, Paolo Ruffilli; prosegue, “In altalena con Faber”, Ilaria Pilar Patassini, La Pataccini con gli accompagnatori Antonio Ragosta alla chitarra e Andrea Colella al contrabbasso, e Un primo piano di Ilaria Pilar Patassini,; infine, Il presidente Emmanuele F. M. Emanuele mentre applaude con un pizzico di commozione; in chiusura, Uno scorcio della sala vuota e L’ingresso dell’Auditorium della Conciliazione..

L’ingresso dell’Auditorium della Conciliazione