“Tota Italia”, 3. Dai culti alle guerre, fino all’Italia di Augusto, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Si conclude la  nostra rievocazione della mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”,  alle Scuderie del Quirinale  nel 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dell’era moderna,  e nel  150° di Roma capitale  e  75°  della Repubblica. Si è tenuta dal  14  maggio  al  25 luglio 202,  realizzata da Ales S.p.A. con il concorso di più di 30  Musei e Soprintendenze di Stato e il  contributo dei Musei civici; curatori della mostra, e del  Catalogo  edito da “arte,m”, Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano. L’accurata ricostruzione della fasi più antiche della  costruzione dell’Italia unita, dal IV al II sec. a. C., poi nel II-I sec., fino all’”età dell’oro” augustea, è testimoniata nelle 10 sezioni della mostra.

Ritratto di Augusto con il capo velato”, fine I sec. a. C.

Abbiamo già dato conto delle prime 3 sezioni, ora nella 4^ sezione, dedicata ai “Culti”,  si penetra sempre più nell’anima del “mosaico di popoli” unificati nel “Tota Italia”  augusteo, nel I sec., prima e dopo Cristo, a coronamento di un processo molto antico, le cui tracce evidenti risalgono al IV sec. a. C. come ricostruito appositamente per la mostra e documentato con reperti arcaici di grande valore e interesse storico.

Dai Riti funerari  e le Lingue  passiamo alla Religione, e nella devozione verso le divinità troviamo notevoli differenze, come nei Riti funerari:  sono evidenti nei Riti e nelle pratiche religiose, nei luoghi deputati che non sono solo i templi, ma i boschi sacri; e come per le Lingue, anche per le Divinità, quelle romane si affiancano  fino a sostituire quelle radicate nelle tradizioni dei popoli italici.

“Corredo della ‘tomba dei due guerrieri- Bacino rituale, podoripter, a figure rosse'”, III sec. a. C.

Roma non usava cancellare i culti persistenti, divinità locali particolarmente radicate nei territori venivano identificate con le divinità romane  in quella che veniva chiamata “interpretatio”: è il caso di Reitia, collegata alla dea Minerva. Il processo di omologazione dei culti fu in qualche caso reciproco, perché ci furono anche divinità allogene che entrarono nei culti di Roma, come l’etrusca  Velove introdotta  da Tito Tazio, re proveniente dalla Sabina con quella tradizione religiosa.

L’esposizione dei reperti è spettacolare, con statue e fregi di vario tipo, oggetti ex voto e altrettanti ex voto costituiti da statuette con teste femminili. Tra gli ex voto, “Ex voto da Ponte di Nona e da Gabi”, IV sec. a. C., oltre  alle teste femminili 2 statuette di toro e cinghiale, e “Materiali del santuario della dea Mafite”, IV-III sec. a. C., 4  frutti votivi dal santuario di  Rossano di Vaglio, 2  statuette femminili, una con velo e una con “polos”.

“Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico”, IV-III sec. a. C.

 Abbiamo citato, nell’omologazione delle divinità italiche con quelle romane Retia, collegata a Minerva,  è testimoniata dai reperti esposti in mostra, del IV sec. a. C.,  con guerrieri a cavallo, statue e stipsi votive; Velove, introdotto a Roma dalla Sabina, in una statua del  I sec. a. C. ispirata al modello greco dell’Ercole in riposo di Lisippo del IV sec. a.C. E’ esposta anche  una“Statua di divinità in trono. Angizia”, altra dea italica  come  Mefite, dal cui santuario di Rossano del Vaglio  viene  una foglia di vite e un rametto di alloro, del  IV-III sec. a. C.

Risalgono a questi due secoli remoti la “Statua di Mater con 12 figli”, chiamata “Mater capuana”, rinvenuta nel 1875 nel santuario del Fondo Pattuelli nei pressi dell’etrusca Capua,  dea madre protettrice della natività con i 12 neonati in fasce;  e  la “Statua di divinità in trono Angizia” dall’omonimo santuario di Luca dei Marsi, venerata per i poteri magici e taumaturgici che le sarebbero derivati dai legami con l’acqua, gli animali selvatici e i serpenti i cui veleni diventavano curativi; inoltre sono del III sec. a. C. la “Statua si Ercole con incisione osca” da Venafro, ed “Ercole in riposo con dedica M. Attius Peticius Marsus”  dal santuario di Ercole Cerino di Sulmona, quest’ultimo dalla stupefacente modernità michelangiolesca.

“Statuetta femminile con velo”, IV-III sec. a. C.

La 5^ sezione, relativa a  I contatti con il Mediteraneo”, pone in evidenza  le ripercussioni sul piano culturale e dei costumi, del corso espansionistico  sia a livello politico e militare sia a livello economico e finanziario, in una sorta di “mercato globale” nell’intero territorio italico. Ne furono investite città latine, Alatri e Palestrina, Segni e Tivoli,  e città del centro-sud come Assisi e Chieti, nonché il Piceno in un rinnovamento alimentato dalla fitta rete di scambi, che portavano all’integrazione all’insegna dell’ellenismo, matrice greca con innesti italici  e latini.

Le classi dirigenti  locali costituivano la saldatura tra questa periferia in fermento e lo Stato romano secondo un processo di trasformazione che lasciò segni vistosi nell’architettura  pubblica, nella quale le singole provincie si confrontavano tra loro e con Roma nella monumentalità degli edifici e nelle decorazioni che li adornavano.

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“Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano”, III sec. a. C.

Di queste ultime vediamo in mostra una serie di “Terracotte architettoniche di un edificio templare”,  e “Sculture frontali di un edificio templare” II sec. a. C., mentre è del III sec. a. C. un “Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco  e uno persiano”, rappresentazione dinamica nella drammaticità del cavaliere a terra mentre  l’altro ritto sul cavallo ha il braccio alzato per il fendente decisivo.  La “scultura frontale” citata  rappresenta la  testa forse di Ercole, le “terracotte architettoniche” due dei fregi e la terza un antefissa con la “signora degli animali” provengono tutte dal santuario di Monte Rinaldo, nei pressi di Fermo.

Il “clou” della sezione, preso come “testimonial” dell’intera mostra, è rappresentato dalla “Statua di pugile in riposo”, I sec. a. C.,  anch’essa ispirata a Lisippo, trovata nel 1885 nel colle del Quirinale ove era stata sepolta con le dovute protezioni per preservare il bronzo: sono rimasti anche intarsi rossi che simulano il sangue dalle ferite, con le tumefazioni, è  seduto, la testa girata sulla destra mentre guarda lontano.

“Architetture greche in frammenti”, III sec. a. C

Così  il presidente di Ales, Mario De Simoni, ne spiega significato e valore attuale: “E’ un uomo provato ma non vinto, che non ha paura di mostrare  le sue ferite ma che mantiene intatta la consapevolezza della sua forza. Ci è parsa una metafora  adatta a questi giorni, onesta e fortemente fiduciosa”.  

Abbiamo parlato degli aspetti pacifici dei “contatti con il Mediterraneo” tra “Roma e gli Italici”.  ma – come abbiamo visto nella ricostruzione storica – un ruolo preminente lo hanno avuto “Le guerre” , alle quali si riferiscono i  reperti esposti nella  6^ sezione della mostra.

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“Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus primigenius) “, I sec. a. C.

Sono del III sec. a. C. delle “Architetture in frammenti”,  una greca  e 3 da Policoro, che evocano la potenza distruttiva dei “proiettili lapidei” utilizzati con macchine da lancio negli assedi degli eserciti ellenistici, fin dal IV sec. a. C; è del III sec., trovato ai primi del ‘900 nella necropoli di Capena, anche un “Piatto votivo con raffigurato un elefante da guerra”, forse celebrativo della vittoria su Pirro, in groppa una torretta con soldati, segue un elefantino che sembra seminasse lo scompiglio perchè imprevedibile. E’ della parte finale del I sec. a. C.  un “Rilievo con navi da guerra”,  da Cuma, due navi a remi cariche di soldati che si preparano alla battaglia, stilizzati ma realistici.

Ricordiamo che il III sec. a. C. fu teatro delle guerre contro Pirro, dotato appunto di elefanti, e contro  Cartagine, con battaglie navali i cui armamenti  e metodi venivano adattati alle diverse situazioni; poi ci furono le guerre civili per il controllo di Roma, Silla, Pompeo e Cesare furono i grandi condottieri fino alla vittoria di Ottaviano su Antonio e Cleopatra che aprì l’era di Augusto, Intanto da Mario, vincitore dei Cimbri e Teutoni, erano stati tolti i limiti di censo per il servizio militare, così ci furono i  legionari e anche i mercenari nelle legioni di Roma  egemone nel Mediterraneo.

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“Rilievo votivo con figura femminile stante (Arianna o Proserpina)
e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo), “metà I sec. a. C

La sua espansione comportò l’esigenza di dare alle terre conquistate un assetto interno compatibile con  il proprio dominio, la 7^ sezione della mostra, “Colonia e Municipia. L’organizzazione del territorio”  documenta questo aspetto  che riguarda anche i rapporti di Roma con le città sconfitte  e le comunità alleate. La forma utilizzata fu quella delle “colonie”, ma con profonde innovazioni rispetto alle colonie fenice e della Magna Grecia:  nelle “coloniae civium romanorum” o “marittime” -fondate fino al termine del II sec. a. C., le prime  Ostia e Anzio – veniva mandato un presidio militare di 300 romani; nelle “coloniae latinae” – fondate fino al I sec., le prime Cori e Segni nel Lazio – venivano imposti obblighi militari  e vincoli riguardanti i rapporti con Roma  e gli altri territori, ma potevano conservare  le proprie leggi e avere una certa autonomia. 

Nel I sec. a. C,. a modificare questo quadro, intervennero le politiche coloniali a favore dei veterani iniziate da Mario e Silla, poste  in atto anche da Cesare e Augusto; e soprattutto, per effetto della guerra sociale,  la “promozione” allo status dei “municipi” di molte colonie con i “socii”, alleati indipendenti e federati a Roma in un “foedus” privilegiato: avevano la stessa organizzazione amministrativa di Roma a cui erano integrati, pur mantenendo l’autonomia richiesta dalla distanza dal centro egemone, formula adottata nel lontano 381 a. C. all’assoggettamento  di Tusculum.

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“Ritratto di donna con il capo velato”, fine I sec. a. C. – inizio I sec. d. C.

Documentano questo i reperti in mostra:  il più antico una “”Statua di Marsia con ceppi da schiavo” del III sec. a. C., da Paestum,  il sileno che sfidò Apollo nel flauto, celebrato da Ovidio, assunto come simbolo di libertà e per questo collocato spesso nei fori di colonie  e municipi, seguito da due testi in lingua osca: la “Tabula con una legge latina, riutilizzata  per una legge in lingua osca”,  del II-I sec. a. C. , dall’antica  Bantia,  con nel lato anteriore una legge latina sui processi criminali, sul lato posteriore il più lungo testo in lingua osca con caratteri latini e brani dello statuto di Bantia su norme romane; e  l’”Iscrizione in lingua osca con riferimenti alla viabilità di Pompei”, II sec. a C., da Pompei, con indicata la precisa delimitazione di una strada.

Materialmente venivano posti dei  “Cippi di delimitazione del territorio”, come i 3 in mostra del 130 a.C., i 2 da Celenza Valfortone,  e quallo da Atena Lucana.  Del I sec. a.C. anche il “Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus prmigenius)” e una “Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore”,  un geoma, a cavallo tra I sec. a.C. e I sec. d. C.

“Rilievo con Vittoria e trofeo”, I sec. a. C.

Con l’8^ sezione, “Colonia e Municipia. Religio e lusso”, all’interesse storico e archeologico si aggiunge la spettacolarità dei molti reperti esposti nella mostra. Il “lusso”, “luxuria”,  si diffuse  con l’irruzione di nuovi modelli culturali e  comportamentali a seguito della cospicua disponibilità di risorse economiche  – provenienti dai bottini di guerra e dalla tassazione, da metalli preziosi come oro e argento e da materiali pregiati come marmi e altre pietre di valore disponibili in Grecia, Asia Minore ed Africa – dell’impetuoso sviluppo degli scambi commerciali anche su nuove rotte e del forte afflusso di schiavi come “manodopera servile”.

La trasformazione nel I sec. a. C. dopo la guerra sociale aveva riguardato  Roma, passata da austera città “etrusca”  alla raffinatezza greca di  “polis hellenis”, poi si diffuse nei “municipi” delle zone di conquista del  Mediterraneo . Si manifestò, in particolare, nell’architettura pubblica e privata che rivoluzionò l’assetto urbanistico e i singoli edifici con innovazioni edilizie ed elementi ornamentali come rilievi e statue: si manifestò nei templi e nei fori, nelle mura cittadine  e nei complessi funerari, nei santuari e nelle ville private. 

“Corredo della “tomba dei due guerrieri – Vaso listato’“, III sec. a. C,

In  mostra sono esposti reperti con 5 tipi di testimonianze, per lo più del I sec. a. C., di cui ne citiamo alcuni.

 Gli affreschi:  la ”Rappresentazione di Iside Fortuna e di un giovane nudo con incisione graffita” e “Affresco con anatre appese e antilopi”.

I  rilievi: “con processione funeraria” e  “con suonatrice di cetra da un monumento funebre, e i rilievi votivi ” con il recupero dal mare di una statua di Ercole”e “con figura femminile stante (Arianna o Proserpina)  e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo)”.

Le lastre e le are: 2 lastre di rivestimento “con la contesa di Ercole e Apollo per il tripode delfico” e “con Perseo che offre ad Atena la testa di medusa”, 2 oggetti “colpiti da un fulmine e seppelliti ritualmente”, antico rito di origine etrusca in risposta al segno divino rappresentato dalla caduta del fulmine con il seppellimento, da parte dei sacerdoti, di tutto ciò che ne era stato colpito, e del fulmine stesso identificato in una pietra segnata, con un piccolo tumulo, cerimonia accompagnata da canti funebri, preghiere e dal sacrificio di una pecora”; un’ara “circolare decorata con i Dodici Dei”, al centro Zeus, derivata dal “dodekatheon” di Prassitele per il tempio greco di Artemide Soteira a Megara, e per questo espressione della grande statuaria greca del IV sec. a. C.    

“Stipe votiva della dea Reitia”, IV sec. a. C.

I  vasi: 2 coppe, di cui  una decorata con tralcio vegetale, , un cratere, a calice con anse a volute, un’anfora, una brocca e un’urna con coperchio, un vaso decorativo a forma di leogrifo.

Le statue: dalla “”Triade capitolina” alla “Statua di Apollo lampadoforo”, dalle  6  “Statuette di divinità domestiche ed elementi decorativi da un larario”,  alle 2 “Teste ornate di Atena ed Esculapio”.

Solo teste scolpite figurano nella 9^ sezione della mostra, “Nos sumus Romani. I volti dell’Italia romana”:  un diecina di busti che testimoniano  la tendenza, nel I sec. a. C., da parte dei ceti dirigenti locali e della classe libertina,  a farsi immortalare con il ritratto scultoreo per eternare la propria immagine e trasmettere attraverso questa i valori propri e della famiglia. Oltre ai ritratti “privati” ebbero sviluppo quelli pubblici, di sovrani, filosofi e altri personaggi del mondo ellenistico.

“Sculture frontali da un edificio templare
Frammento di testa maschile (Ercole)”, II sec. a. C..

Un busto è personalizzato: il “Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide”, prima metà del I sec. d. C, il personaggio viene raffigurato dall’espressione ferma e autorevole, il busto è stato rinvenuto in una colonia greca sorta nel 540-53 con il  nome di Elea, patria di Parmenide, in un vasto complesso monumentale, la “Scuola dei medici eleati” di Velia, complesso monumentale dove oltre a queste erma ne furono trovate altre senza testa ma attribuite a dei medici associati nel rito ad Apollo guaritore, lo stesso Parmenide era chiamato “medico e guaritore” simbolo della memoria collettiva evocata dal “sapere antichissimo” di cui era portatore.

 Gli altri busti scultorei che citiamo sono 2 “Ritratti maschili”, 4 “Ritratti femminili” e 1 “Ritratto di intellettuale”.

“Architetture greche in frammenti,” III sec. a. C.

La 10^ e ultima sezione della mostra approda a “Tota Italia. L’Italia unita nel nome di Augusto”, è l’apoteosi della potenza del “princeps”, che si riassume nel giuramento di “Tota Italia” riportato nelle “Res Gestae”, il testamento politico e l’esaltazione delle imprese dell’imperatore. Siamo nel 32 a. C., così gli Italici si schierarono con Ottaviano nel suo scontro vittorioso contro Marco Antonio e Cleopatra tacciati di immoralità e corruzione laddove Augusto in una Italia  a lui alleata diventava il simbolo delle virtù tradizionali: ed effettivamente  la sua azione fu improntata a una severità e austerità di costumi che lo portò a esiliare a Ventotene la figlia Giulia in una villa solitaria che ha preso il suo nome, per punirla di comportamenti contrastanti con i rigorosi principi morali. 

 Lo stesso nome di Augusto richiamava una spiritualità al confine con la divinità, e un sistema di valori che trovava nelle espressioni culturali non solo una chiara testimonianza, ma anche un potente veicolo di propaganda e di diffusione. Così si arrivò all’omologazione culturale di “Tota Italia”  in un processo nel quale venivano mantenute le tradizioni locali in quanto confluite nel più vasto alveo della romanità, che si tradusse nella divisione dell’Italia in “Regiones”.

“Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore (gnoma)”,I sec. a. C-I sec d. C.

Fu questa la riforma amministrativa varata da Augusto nel 7 d. C., all’apertura del nuovo secolo così significativo allorché il processo poteva dirsi compiuto anche  a livello delle istituzioni territoriali. Mentre a Roma, centro dell’Italia unificata,  il principe, pur assommando in sé poteri imperiali, formalmente rese omaggio al Senato e al popolo romano di cui esaltava le origini antiche. 

Viene definita “nuova età dell’oro” perché la diffusione del benessere e dei nuovi modelli di vita seguiva un interminabile periodo di guerre che avevano fiaccato la resistenza di tutti; il nuovo sistema di valori, esaltato anche a livello culturale  dalla propaganda augustea, si manifestava in tanti campi, fino al livello architettonico e decorativo interessando fasce sempre più vaste di popolazione.

“Ara circolare decorata con dodici dei”, seconda metà I sec. a. C.

La stirpe augustea viene evocata con le  teste  scolpite quasi tutte del  I sec. d. C. di Livia, Agrippina Maggiore e Ottavia Minore, manca la testa della figlia Giulia, evidentemente non immortalata avendo disatteso la severità dei costumi del nuovo corso, come si è sopra ricordato; ci sono, invece, le teste di Germanico, Tiberio e Giulio Cesare.   Ma non sono le sole espressioni simboliche: a parte la “Meridiana con rappresentazione dei segni zodiacali”, e la “Meridiana tascabile”, troviamo   il “Rilievo con la rappresentazione di un tempio”  e  due opere che inneggiano ai trionfi di Augusto: il “Rilievo con Vittoria e trofeo” e “L’ala di Vittoria”, sempre del I sec, il primo a.C,, il secondo d. C.. E, per concludere, il “Ritratto di Augusto con il capo velato” , l’immagine del  romano devoto intento a officiare un sacrifico, con il velo della toga, l’abito tradizionale da lui valorizzato, simbolo di purezza morale.

“Tota Italia”  andò a compimento con lui, perciò con questa immagine edificante ci piace chiudere la rievocazione, attraverso la ricostruzione storica e i preziosi reperti in mostra, del lungo processo che portò il “mosaico di popoli” alla romanizzazione valorizzando tradizioni e simboli fusi nel crogiolo della romanità. 

“Ritratto maschile”, seconda metà I sec. d. C.

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com sulla mostra di Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019 per la punizione a Marsia da parte di Apollo nella musica, la mostra di Augusto 9 gennaio 2014, e in www.archeorivista.it “Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, per la punizione a Giulia, la figlia di Augusto. (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli, disponibili, saranno trasferiti su altro sito).

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza quasi completa delle 10 sezioni – manca la 1^ – con la 10^, oltre che al termine della sequenza anche all’inizio per dare subito l’immagine-simbolo, “Ritratto di Augusto con il capo velato” fine I sec. a. C.; seguono, “Corredo della ‘tomba dei due guerrieri’- Bacino rituale, podoripter, a figure rosse” III sec. a. C., e “Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico” IV-III sec. a. C.; poi, “Statuetta femminile con velo” IV-III sec. a. C., e “Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano” III sec. a. C.; quindi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Fregio con scena di rito di fondazione (sulcus primigenius) “ I sec. a. C.; inoltre, “Rilievo votivo con figura femminile stante (Arianna o Proserpina) e giovane eroe seduto appoggiato a una clava (Teseo)” metà I sec. a. C., e “Ritratto di donna con il capo velato” fine I sec. a. C. – inizio I sec. d. C., età augustea; ancora, “Rilievo con Vittoria e trofeo” I sec. a. C, e continua con la seconda sequenza mancante della 1^ e 3^, “Corredo della “tomba dei due guerrieri – Vaso listato’” III sec. a. C, , e “Stipe votiva della dea Reitia” IV sec. a. C.; prosegue, “Sculture frontali da un edificio templare – Frammento di testa maschile (Ercole)” II sec. a. C., e “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C.; poi, “Iscrizione funeraria con rappresentazione di uno strumento agrimensore (gnoma)” I sec. a. C.- I sec. d. C., e “Ara circolare decorata con dodici dei” seconda metà I sec. a. C.; infine, “Ritratto maschile” seconda metà I sec. d. C. e, in chiusura,“L’ala della Vittoria” I sec. d. C.

“L’ala della Vittoria”, I sec. d. C

appositamente

“Tota Italia”, 2. La romanizzazione, riti funerari e lingue, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Continua la  nostra narrazione della mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, svoltasi  alle Scuderie del Quirinale   dal 14  maggio  al  25 luglio 2021 – con esposti oltre 400 antichi reperti del “caleidoscopio” italico unificato da Roma – nel 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dei tempi moderni che coincide con  il 150° di Roma capitale  e con il 75°  anniversario della Repubblica, Dopo la ricostruzione della fase più antica, dal IV al II sec. a. C., passiamo a quella intermedia del II-I sec., fino all’”età dell’oro” augustea, per poi presentare i reperti più antichi esposti in mostra. E’ stata realizzata da Ales S.p.A. con il concorso di oltre 30  Musei e Soprintendenze di Stato con il  contributo dei Musei civici; curatori della mostra, e del  Catalogo  edito da “arte,m”, Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e da  Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano.

“Trono decorato a rilievo”, I sec. a. C;

La ricostruzione storica, di cui abbiamo ricordato  in precedenza le fasi più antiche,  si sposta  al II e I sec. a. C. quando gli italici passarono dall’alleanza con Roma alla ribellione. Come alleati venivano premiati con donazioni da parte dei consoli, Fabrizio Pesando  cita  quelle di Lucio Mummio, console nel 146 a. C. verso i “socii” che lo avevano aiutato a conquistare Corinto nella  Guerra Acaica.

Dalle donazioni ai “socii” italici alle distruzioni dei ribelli nel II-I sec. a. C. 

Testimoniano tali donazioni, iscrizioni  latine e una in “osco”. Altrettanto fece  Scipione in un periodo nel quale oltre a Corinto era stata conquistata Cartagine  e Roma aveva riconosciuto il ruolo degli alleati, come del resto aveva fatto in altre situazioni con la più importante colonia latina in territorio italico, “Fregellae” che forniva addirittura i cavalieri per la guardia del corpo del console.

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“Corredo di una tomba femminile”, III sec. a. C,

Ma anche quando non c’erano alleanze precostituite, i mercanti latini e italici con la penetrazione commerciale portavano nelle terre di conquista costumi e cultura dei romani con i quali si confondevano  anche per la lingua molto simile. In questo senso, nel II sec. a. C. la città di Cuma, dove si parlava in “osco”, chiese di poter  commerciare nella lingua latina che aveva portata internazionale, quindi apriva maggiori possibilità, soprattutto per fronteggiare la concorrenza della vicina colonia romana di Puteoli, chiamata da Lucilio “Delus minor”.

In “osco”, in omaggio alla sua autonomia,  era scritta la “donatio” a favore di Pompei, la città non latina federata con Roma che ne riconobbe il ruolo. In generale, in questi territori si ebbe uno sviluppo economico senza precedenti, evidente tanto nella “publica manificientia” quanto nella “privata luxuria”, come ricorda  Pesando, con particolare riguardo a “Fregllae” e Pompei.

“Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico,” IV sec. a. C.

“Frigellae”  era diventata capofila degli alleati di Roma e la sua crescita impetuosa si manifestava nel moltiplicarsi,  sull’esempio romano, di spazi destinati a cerimonie e istituzioni pubbliche, dal Foro al Comizio, dalla Curia alle Terme, fino ai Templi; mentre le antiche modeste abitazioni private lasciavano il posto a  “domus” con grandi stanze di rappresentanza decorate  con pavimenti musivi.

Ma nel 125 a. C., ribellatasi a Roma perché si vedeva minacciata dalla riforma agraria dei Gracchi, punitiva per gli alleati mentre non venivano accolte le sue richieste di cittadinanza, fu completamente distrutta come era avvenuto per Corinto.

“Statua di Mater con dodici figli,” fine IV sec. a. C.

Pompei  espose la “donatio” del console Mummio nel tempio di Apollo, ristrutturato sull’esempio romano, come per altri edifici, quali il tempio di Giove e la Basilica, il Portico e il Macellum, il Foro Triangolare e il Tempio Dorico. Ma dovette subire la stessa sorte  trent’anni dopo,  per effetto  della Guerra Sociale; dopo l’assedio di Silla del 90-89 a. C., e la capitolazione, divenne colonia romana e nell’’80 si arrivò persino a coprire con l’intonaco la dedica di Memmio quando aveva fatto la “donatio” per riconoscenza. 

Fu soltanto un gesto simbolico, la conquista portò alla confisca di case e terreni, e gli abitanti furono sottomessi al potere di Roma. Lo studioso Pesando  sottolinea come “la Guerra Sociale,  che chiuse  drammaticamente il lungo percorso di alleanza e integrazione  fra Romani e alleati (i ‘socii ’, appunto) fu uno scontro durissimo e atroce, sinistro preludio dei tanti lutti e delle devastazioni che  coinvolsero l’Italia all’epoca  delle guerre civili tra Pompeo e Cesare  prima e successivamente  fra il Divi Filius e Marco Antonio”.  

“Terracotte architettoniche di un edificio templare – – Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.”, II sec. a. C.

Viene citato il caso emblematico dell’”antico santuario federale  e politico dei Sanniti”, Pietrabbondante,  e soprattutto di  Asculum, la moderna Ascoli Piceno dove l’intervento dei Romani  fu ancora più brutale  perché vendicativo dell’uccisione – durante una festa religiosa con la popolazione riunita – del pretore Servilius, mandato dal Senato per scoprire l’origine di una “seditio”: si scatenò dopo un assedio di due anni, con un finale tragico, il comandante si uccise dopo aver fatto uccidere tutti i filo-romani.

“Un cupio dissolvi – conclude Pesando –  che ad Asculum, come in  tante altre città devastate dai conflitti civili, si stemperò solo dopo molti anni, con la faticosa  creazione di un unico, grande soggetto politico e sociale, diviso nelle undici regiones augustee  che rimandavano quasi sempre nei loro nomi al ricordo dei popoli che le avevano abitate”.

“Architetture greche in frammenti”, III sec. a. C.

L’Italia unificata da Roma e prospera con ‘l’età dell’oro“ di Augusto

Da questo finale tragico si passa come per incanto all’”età dell’oro” augustea  in cui rifulge  la “pax romana”, ottenuta e  anzi imposta a prezzo di tante  nequizie, ma tradottasi in un  benessere largamente diffuso con la sublimazione di tutti i motivi di grandezza del Principe. Ne  rievochiamo i principali aspetti con riferimento all’attenta ricostruzione che ne fa  Carmela Capaldi.

Innanzi  tutto spicca la consapevolezza di Augusto di rappresentare, con il suo principato, il culmine di un processo nel quale la conquista dell’Italia con la formazione dell’impero era avvenuta con la forza militare, ma per merito della corretta amministrazione “Roma era stata in grado di  armonizzare le disuguaglianze  garantendo a  tutti pace, sicurezza e prosperità”.

“Cippo di delimitazione del territorio”, 131 a. C..

Lo dimostravano “la magnificenza dell’architettura pubblica e il lusso della vita privata”,  con ville simili a regge persiane, nelle parole del geografo Strabone, rese possibili dalle disponibilità dei materiali nelle città dell’Etruria, Luni con le sue cave di  marmo, Pisa con le cave di pietra ed il legname.  Nel “Res Gestae” Augusto esalta la gigantesca opera di riassetto urbano, di cui parla anche il “De Architectura” di Vitruvio, fino alla celebre espressione di Svetonio secondo cui Augusto aveva trovato “una città di mattoni e la lasciò di marmo”.

La “magnificentia” urbana era “funzionale – osserva la Capaldi – a quel programma di  di rinnovamento culturale ed etico-religioso che il futuro Principe  intraprese già prima di diventare, con la vittoria di Azio su Marco Antonio e Cleopatra  nel 3 a. C., l’arbitro unico dei destini di Roma”. Un  totale rinnovamento, anzi un potente rilancio, “i valori fondanti del nuovo sistema politico furono Pietas e Virtus, la prima richiama il rispetto delle tradizioni religiose nazionali, con la legittimazione della dinastia nelle sue origini; la seconda  l’orgoglio nazionale legato alle capacità militari e anche qui alle origini troiane della “gens Iulia” con il valore insito nella predestinazione di un futuro ora compiutamente realizzato.

“Il recupero dal mare di una statua di Ercole”, prima metà I sec. a. C.

Non era solo propaganda, anche se non mancava l’accorta trasmissione dei messaggi al popolo con immagini e  toni enfatici;  con la fine della guerra civile  si presentava come “rifondatore della città”,  successore ideale del fondatore capostipite della sua casata, tanto che uno dei  primi atti fu  il restauro del tempio di Giove Feretrio dove Romolo aveva consacrato l’armatura strappata  al nemico Acron che aveva ucciso.. Questo unito a gesti altamente simbolici, come la restituzione nel 28 a. C. dei poteri  eccezionali “al Senato e al Popolo” dopo le vittorie in Illiria, Egitto  e ad Azio, mentre di fatto la sua “auctoritas”  ne faceva l’unico  indiscusso reggitore delle sorti della città. 

I luoghi dove ci si riuniva diventavano teatro della sua esaltazione, lo stesso  Foro appariva come lo “spazio di rappresentanza della gloria del Principe e della sua stirpe” mentre  gli edifici e i monumenti sulle glorie passate “diventano sfondo della gloria recente”. Gli viene dedicato il Tempio del divo Julius, facendolo entrare a far parte,  come era stato per Cesare, della religione di Stato: nasce un Foro a  suo nome, spazio pubblico di esaltazione della “gens Giulia”. Sono molti i modi con cui  si realizza, unendo la realtà alla  mitologia e alla leggenda fino alla favoleggiata “età dell’oro”.

“Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe”, metà I sec. a. C

Nelle decorazioni, come nell’interpretazione dei versi di Virgilio, si manifesta  la storia che dalle rovine di Troia alla fondazione di Roma raggiunge il culmine con Augusto,  età dell’oro preconizzata dalla Sibilla Cumana nel segno, oltre che del benessere, della Virtù e della Giustizia; anche nel rigore dei costumi, come dimostra la sua severità nei confronti della figlia Giulia, segregata per punizione in una villa a Ventotene.  “La condotta del principe, che a Roma promuove culti, restaura  e innalza templi – è sempre la Capaldi – finanzia opere di pubblica utilità e di abbellimento della città, coinvolgendo nella committenza  a vari livelli tutta la comunità, si riflette nell’incremento delel attività edilizie  nelle regioni d’Italia  e nelle provincie dell’Impero”.

In ogni città italica, divenuta romana, sorgono edifici, monumenti e statue  dedicati ad Augusto e alla sua famiglia, o si rinnova il patrimonio edilizio esistente, soprattutto pubblico, con ampio uso di marmo  oppure, se il marmo non è disponibile, di pietra calcarea.  Vanto dell’imperatore era aver fondato 28 colonie  all’insegna del benessere degli abitanti, e di avere donato terre ai veterani rimasti a stabile presidio dei territori occupati.

“Rilievo con raffigurazione di un tempio”, prima metà II sec. d. C,

In  tal modo si crea  una “corrispondenza d’intenti tra  governante  e governati” nel clima molto favorevole di benessere economico e riconquistata pace dopo tante guerre sanguinose, sia all’esterno, sia all’interno con la guerra civile e quella fra i triumviri.  L’”Ara Pacis Augustae”  decisa  il 4 luglio del 13 a.C. (un altro 4 luglio….!) e  “consacrata” nel 9  a. C. “rappresenta la sintesi di quel campionario iconografico  messo in  essere dalla propaganda augustea  per comunicare il messaggio di riconciliazione e rinascita  da cui prendeva forza il nuovo ordine politico”. 

Era riuscito a ricomporre a unità il caleidoscopio e il variegato  mosaico di genti e costumi, nonostante le guerre intestine e le distruzioni punitive, mediante una romanizzazione discreta ma penetrante  e lo proclamava: ma non era propaganda, bensì realtà tangibile e inconfutabile.

“Corredo della “tomba dei due guerrieri’“, III sec. a. C.

La galleria dei reperti, i riti funerari  e le lingue

La storia  che abbiamo brevemente riassunto sulla base dell’accurata ricostruzione fatta per la mostra dagli studiosi citati, a partire da Osanna  e dalla Verger,  si snoda come in un film nelle 10 sezioni della galleria espositiva dei reperti dal IV sec. a. C. all’era di Augusto, a cavallo tra il I a.C. e il I d. C.  Con una 1^  sezione intitolata Tota Italia nella quale sono esposti 3 reperti di quest’ultimo arco di tempo: “Monumento funerario con  fanciulle danzanti” e “Trono decorato a rilievo”  del I sec. a. C, “Altare dedicato a Marte, Venere e Silvano” del I sec. d. C. Sono emblematici per raffinatezza e perfezione  stilistica dei rilievi, il primo funerario, gli altri dedicati uno agli dei, l’altro al sovrano.

Si entra subito nel cuore delle diversità italiche e della  progressiva romanizzazione  nella 2^ sezione sui Riti funerari nei quali le differenze sono marcate: al Nord vigeva la cremazione con raccolta delle ceneri in un’urna, in Etruria la tomba “a camera” richiamava l’abitazione lasciata, al Centro e al Sud  un ricco corredo con gli oggetti più amati che lo accompagnavano nell’al di là, in Magna Grecia simboli che ne attestavano la posizione sociale.

“Stele in lingua osca con cinghiale”, IV sec. a. C.

Una “Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto” apre la galleria, testimoniando le tombe dipinte a Paestum e nel lucano, espressione di un fiorente artigianato: una  donna porge un vaso a un guerriero  a cavallo, siamo nella 1^  metà  del III sec. a. C.; di un secolo  più antica la “Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero”, risale alla 1^ metà del IV sec. a. C., stessa forma di accoglienza con una scena più nitida e di più ampio respiro.

Frequenti  nelle tombe le immagini di armati e armature vere, per lo più pesanti in Etruria e Magna Grecia, leggere  da cavalleria al Sud,  in Lucania, ma anche al Nord nella terra dei Veneti. Le vediamo nel “Corredo della ‘tomba dei due guerrieri’”, sepolti in momenti distinti nella stessa  tomba “a camera” rinvenuta a Lavello,  nella 2^meà del IV sec.: elmo “a bottone” e corazza insieme a un “bacino rituale” a figure rosse con un auriga sul carro trainato da due cavalli, un vaso  con linee istoriate, e soprattutto un vaso e delle brocche a decorazione plastica e policroma

“Ercole in riposo con dedica
a M. Attius Peticius Marsus”, II sec. a. C.

Inoltre facciamo la scoperta del “Corredo di una tomba femminile”. dalla necropoli del “Ricovero di Este”, con un “modello di mobile” istoriato da cavalli al galoppo, e una serie di oggetti di abbigliamento che mostrano come  le donne si adornassero nel III sec. a. C.  Ed ecco una corona con elementi che richiamano forme vegetali e bracciali dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia Corona; poi  componenti di una collana,  fibule e orecchini d’oro,  fino a uno “Specchio a scatola con coperchio decorato a sbalzo”  in cui viene rappresentata Afrodite seminuda con intorno degli Eroti, dalla tomba  a Canosa di Taranto, di una defunta d’alta  classe, dato che oltre alla specchio sono stati trovati un diadema, oggetti d’oro, d’argento  e ceramiche.

Un terzo tipo di corredi funerari era rappresentato dai servizi per banchetto, soprattutto per la carne e il vino che erano le principali componenti del pranzo. Le differenze  anche qui sono notevoli, nei modi con cui si procedeva al pranzo, e nel vasellame utilizzato, tra le forme etrusche e greche, celtiche e italiche. 

“Terracotte architettoniche da un edificio templare”, II sec. a. C. C

Fanno parte del “mosaico di popoli” che oltre negli usi e consuetudini si manifesta con particolare evidenza nelle Lingue, cui è dedicata la 3^ sezione,  che riflettono le diverse culture: si va dall’etrusco all’osco, dall’umbro al venetico,  fino al latino arcaico, con notevoli differenze nell’alfabeto e nella costruzione delle parole,  nella grammatica e nella sintassi.

Ciò si riscontra sia se provengono dallo stesso ceppo  sia da altri, tutte fortemente identitarie fino a  quando  sono state soppiantate dal  latino che divenne la lingua ufficiale; ma non solo  restarono  a lungo nel parlato comune, ma hanno influenzato il  latino classico, evoluzione del latino arcaico, e le lingue moderne sue derivate. 

“Architetture greche in frammenti” III sec. a. C.

Il “mosaico di lingue” è evocato nella mostra dall’esposizione di reperti molto antichi. Spettacolare  la “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico”, detta “Ficoroni” dall’antiquario e primo proprietario, IV sec. a. C., rinvenuta nel 1738  nella necropoli di Colombella a Palestrina, l’antica Praeneste: con due ricchi fregi su un episodio degli Argonauti, scene idi caccia al cinghiale, termina con piedi in bronzo raffiguranti zampe feline che schiacciano una rana, al culmine un gruppo di 3 statuette in bronzo fuso  con Dioniso e satiri.

E’ esposta anche la “Spada ripiegata con iscrizione in latino arcaico” un po’ meno antica, IV-III sec. a. C., rinvenuta nel Santuario italico di Fonte Decima vicino a Cassino, spuntata e piegata come offerta votiva, derivata da modelli celtici,  con una stella di tipo mediterraneo  a otto punte e la scritta affine  quella della cista Ficoroni appena citata con la firma dell’artigiano, dal nome osco, si legge in caratteri capitali “Pomponio”.   

“Statua di Marsia con ceppi da schiavo”, III sec. a. C.

Del IV sec. a. C. la “Stele in lingua osca con cinghiale”, rinvenuta nel 1889  nel santuario del Fondo Patterelli nella zona dell’antica Capua, con inciso il nome osco dell’offerente, un cinghiale e una focaccia che rappresentavano le offerte rituali del santuario.

Più recenti, “Testo giuridico  in lingua etrusca”, II sec. a C.,  da Cortona, vediamo esposte 7 tavolette incise con chiari caratteri in lettere capitali, e “Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco”, del 100 a. C., ritrovato vicino Piacenza nel 1887, testimonianza preziosa del rituale di predizione del futuro dalle viscere degli animali, nel caso il fegato, come organo connesso con l’origine del sangue, quindi della vita.  

Dalle lingue nelle versioni funerarie alle religioni il passo è breve,  si entra sempre di più nell’anima delle popolazioni con le diversità amalgamate nel crogiolo della romanizzazione. Ne parleremo prossimamente dando conto delle ultime 6 sezioni della mostra: i culti e  i contatti col Mediterraneo, le guerre e l’organizzazione del territorio,  il lusso e i volti dell’Italia romana, con il finale sull’Italia “unita” nel nome di Augusto.

“Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre”,
seconda metà I sec. a. C.

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra. Cfr. i nostri articoli, in www.arteculturaoggi.com sulla mostra di Ovidio 1, 6, 11 gennaio 2019 per la punizione a Marsia da parte di Apollo nella musica, la mostra di Augusto 9 gennaio 2014, e www.archeorivista.it “Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso” 24 ottobre 2010, per la punizione a Giulia, la figlia di Augusto. (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli, disponibili, saranno trasferiti su altro sito).

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza completa delle 10 sezioni, “Trono decorato a rilievo” I sec. a. C; seguono, “Corredo di una tomba femminile” III sec. a. C., e “Cisti portagioielli con iscrizione in latino arcaico” IV sec. a. C.; poi, “Statua di Mater con dodici figli” fine IV sec. a. C., e “Terracotte architettoniche di un edificio templare” II sec. a. C.; quindi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Cippo di delimitazione del territorio” 131 a. C.; inoltre, “Il recupero dal mare di una statua di Ercole” prima metà I sec. a. C., e “Ritratto di sacerdote con corona d’allora e spighe” metà I sec. a. C.; ancora, “Rilievo con raffigurazione di un tempio” prima metà II sec. d. C, e continua con la seconda sequenza mancante della 1^ e 9^, “Corredo della “tomba dei due guerrieri’” III sec. a. C, , e “Stele in lingua osca con cinghiale” IV sec. a. C.; prosegue, “Ercole in riposo con dedica a M. Attius Peticius Marsus” II sec. a. C., e “Terracotte architettoniche da un edificio templare– Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo naturalistico”, II sec. a. C.; poi, “Architetture greche in frammenti” III sec. a. C., e “Statua di Marsia con ceppi da schiavo” III sec. a. C.; infine, “Blocco con suonatrice di cetra da un monumento funebre” seconda metà I sec. a. C. e, in chiusura,“Ritratto di Giulio Cesare” inizio I sec. d. C.

“Ritratto di Giulio Cesare”, inizio I sec. d. C.

“Tota Italia” , 1. La grande mostra dell’Unità nazionale, alle Scuderie del Quirinale

di Romano Maria Levante

Si è svolta, alle Scuderie del Quirinale, la mostra “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, celebrativa  del 160° anniversario  dell’Unità d’Italia dei tempi moderni attraverso la ricostruzione, documentata da un’accurata ricerca storica, di un itinerario epocale  evocato mediante più di 400 reperti dell’antichità che ne segnano lo diverse tappe.  Ricorre anche il 150° di Roma capitale,  legata  alla composizione dell’identità italica dai tempi più antichi,  e il 75°  anniversario della Repubblica,  un tris d’assi che viene calato, per così dire, nella sede espositiva assurta a un livello istituzionale da quando, da pochi anni, è stata affidata ad  Ales S.p.A. del Ministero della Cultura con presidente e A.D. Mario De Simoni.  La mostra, aperta il 14 maggio, si è chiusa il  25 luglio 2021, ma la sua importanza va ben oltre il troppo breve periodo espositivo per la permanente validità della ricostruzione storica e artistica effettuata. Alla realizzazione, con Ales S.p.A.  hanno concorso oltre 30  Musei e Soprintendenze di Stato con il contributo dei Musei civici. E stata curata, come anche il Catalogo edito da “arte,m”, da Massimo Osanna, direttore generale Musei del Ministero della Cultura, e da  Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano

“Monumento funerario con fanciulle danzanti”, metà I sec. a. C

“Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua”, è la citazione che rappresenta  la prova della compiuta unità nazionale nell’antichità e da il titolo alla mostra, con essa si apre la presentazione del Ministro della Cultura Dario Franceschini che osserva: “Così nelle sue ‘Res Gestae’ Ottaviano Augusto, che con le sue parole attribuiva alla nazione italica la libera scelta di combattere al suo fianco nella guerra civile che lo contrapponeva a Marco Antonio, esprimeva l’idea della totalità dell’Italia”.

Un’unità sostanziale che precede di almeno 3 secoli l’impero augusteo, ma  conclamata soltanto dal divo Augusto “anche ai fini dell’autorappresentazione del Princeps”, osserva il curatore Massimo Osanna.  S ricomponeva, nelle forme e con i protagonisti più diversi, in occasione delle guerre, con e contro Roma,  con la quale pure veniva vantata una contiguità di fronte alla quale  la Città Eterna aveva un atteggiamento mutevole a seconda delle situazioni e convenienze; i  “barbari”, invece, erano i popoli insediati all’esterno, ben diversi dalla “gens italica”.

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“Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero”, prima metà IV sec. a. C.,

Ma l’identità italica non si manifesta solo nell’alleanza in guerra, come quella che sottostava  all’espressione augustea. “Il nome Italia – nota il presidente di Ales Mario De Simoni – cessò di essere un’espressione geografica ma indicò invece una unità politica, amministrativa, giuridica, la penisola chiamata Italia che, pur nel potere centrale riconosciuto nella figura del reggitore, ricomponeva  e saldava il caleidoscopio etnico della Penisola”.  E cita il programma imperiale per i bambini bisognosi, “alimenta Italiae”, come un antesignano del moderno “welfare”, in nome di una condivisione anche a livello sociale  estesa all’intera  Penisola considerata Italia a tutti gli effetti.  Ma sebbene l’unificazione augustea avvenisse nel segno di Roma, veniva mantenuta la divisione regionale con le sue diversità unite nella consapevolezza di un destino comune.

E’  proprio il “caleidoscopio etnico”  evocato da De Simoni, ricomposto unitariamente, ad essere presentato nella mostra  con una accurata ricognizione basata sui fattori identitari che sono strettamente  legati alle culture radicate nel tempo.

“Testo giuridico in lingua eterusca”, II sec. a. C.

Il curatore Osanna sottolinea le difficoltà incontrate per la carenza e tendenziosità delle fonti letterarie, spesso celebrative della funzione civilizzatrice di Roma, quindi tendenti ad oscurare le civiltà autoctone, che spiccano con chiarezza negli antichi reperti risultati rivelatori, pur con le mancanze dovute al “naufragio” di parte della documentazione archeologica più antica. 

Su questi  reperti è costruita la mostra, una suggestiva immersione nell’antico resa possibile  dalla mobilitazione dei nostri musei che – afferma con legittima soddisfazione  De Simoni – “hanno fatto ‘rete’ per poter raccontare, in un momento tanto difficile,  un così significativo periodo della storia del  nostro Paese”  mostrando “una storia e un patrimonio  culturale unico al mondo”.

“Statua di offerente in trono con porcellino”, IV-III sec. a. C.

Le premesse più antiche dell’integrazione di Augusto

E’ una storia delle quale ci sembra necessario o comunque utile dare le principali coordinate in modo da collocarvi poi i reperti delle varie epoche che la documentano.

 Partendo dall’Italia meridionale,  viene individuato l’inizio di un progressivo accorpamento – che da interessato e spesso forzato diventa  naturale e condiviso – nella “deditio” di Capua, che si consegnò a Roma e fu inclusa nel suo territorio allorché era assediata dai Sanniti: siamo nel 343 a. C.  Seguono le colonie latine di Luceria e Venusia, fondate nel 314 e 291 a. C., con i coloni laziali spostati in zone non abitate portandovi costumi e tradizioni, e ulteriori  interventi di Roma nel 285 a. C.  in aiuto di Thurii assediata dai Lucani, fino alla resa,  nel 206 a. C.,  di Taranto che si opponeva alle incursioni romane nel suo territorio, cui seguì la fondazione della colonia latina di Paestum.

“Statua di pugile in riposo”, I sec. a. C.

In termini punitivi,  si verificava l’ampliamento dell’”ager publicus”  romano con le confische pur restando molto territorio agli Italici con i quali fu stretto un “foedus”.  In altre aree  sorgono colonie romane e latine. Benevento e Crotone tra le prime, Thurii e Hipponium tra le seconde, è l’inizio del II sec. a. C., nel 123 a. C. è la volta di Taranto  e Scolatium. 

Ma è con la “guerra sociale” del 90 a. C. che si ha una prima definizione  dell’assetto territoriale,  questa volta con gli Italici non “socii” di Roma, ma insorti contro la sua egemonia, in nome della libertà  chiamarono “Italica”  la loro precaria capitale e coniarono monete con la scritta “Italia” rivendicando la “consanguineità” con Roma, come aveva fatto essa stessa: “Del resto – ricorda Osanna –  già dal III secolo a. C. Roma  nei rapporti con territori esterni alla Penisola aveva utilizzato  il concetto di Italia in senso etnico-culturale, come forma efficace di autorappresentazione”.

“Piatto votivo con raffigiurazione di elefante da guerra”, III sec. a. C.

E precisa: “Si trattava non di una identità sostitutiva che annullava  quella delle genti italiche ma di una sorta di  veste identitaria aggiuntiva  che si affiancava a quella delle varie genti  che componevano la Penisola”. Non era  mera promozione, ma autodifesa per scoraggiare gli Italici ad unirsi ai nemici, come nella 2^ guerra punica  quando tendevano a passare con Annibale perché lo immaginavano vincitore o temevano il dominio  di Roma.   

Alla conclusione della “guerra sociale”  fu concessa la cittadinanza romana  agli “Italici” per cui l’intero territorio divenne “romano”,  aggiungendo alla naturale integrazione sotto l’aspetto geografico quella politica e quella istituzionale. Nacquero i municipi omologando le diverse origini e radici,  romane-latine, italiche e anche greche, in particolare al Sud, terra della Magna Grecia.   

“Tabula con una legge latina, riutilizzata per una legge in lingua osca”, II-I sec. a. C.

Quando  “l’Italia nella sua interezza prestò giuramento per me di sua spontanea volontà” – sono le parole di Augusto della “Res Gestae”  che abbiamo riportato all’inizio  nella citazione testuale del ministro Franceschini – è andato a compimento un processo in atto da tre secoli con fasi alterne: era il 32 a. C. e non fu soltanto la conclusione formale di un fatto sostanziale, bensì un evento  destinato ad avere effetti concreti molto rilevanti.

 Solo con l’età di Augusto, spiega Osanna,  “questo processo di unificazione potrà dirsi pienamente concluso anche da un punto di vista culturale  e il concetto diventerà un formidabile strumento di consenso”. Ed ecco come: “Invocando la diversità degli altri si cementava così l’identità interna di una nazione nata da un mosaico di popoli  e la cultura diventava uno strumento essenziale nella presentazione di questa unità, riconoscibile in tutti i tratti della vita quotidiana… e della religione”,  anche nella “materialità degli oggetti, la monumentalità delle architetture,  le decorazioni scultoree e pittoriche degli spazi di vita”. Unità voleva dire appartenenza e anche riconoscibilità di un tessuto comune, partendo da differenze identitarie, in un arricchimento a vantaggio di tutti.

“Rappresentazione di Iside-Fortuna e di un giovane nudo con iscrizione graffita”, I sec. d. C.

De Simoni ha parlato di “caleidoscopio”, Osanna di “mosaico di realtà”  e definisce  “il panorama etnico e sociale” che si presenta a Roma nella sua progressiva espansione “estremamente disomogeneo”: perciò Roma lo affronta “con strumenti duttili” e “soluzioni diversificate”, per procedere all’integrazione.

Nei territori meridionali, con la sconfitta di Taranto, la penetrazione latina va via via scalzando la “grecità autonoma” con un ridimensionamento del ruolo delle città e il declino nelle necropoli  del modello “democratico”  dell’uniformità delle tombe della classe media  per tombe anche monumentali con ricchi corredi  pervenuti a noi come preziosa testimonianza.  

“Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide”, I metà I sec. d. C.

Nella colonia “Neptunia” e  in “Heracleia” , nelle sue vicinanze,  si hanno esempi significativi dell’inserimento di una nuova comunità  a fianco di quella greca con diverse tradizioni e modelli culturali. L’edilizia, con la spinta delle guerre che vi portavano  il mondo romano, si evolve dal peristilio greco e dal cortile a  grandi ambienti decorati e pavimenti a mosaico, con ampi porticati. Questo avviene per chi si sa adattare alle nuove condizioni, mentre i ceti medi decadono e lo si vede nella riduzione del “municipium” con larghe zone disabitate.

L’antica colonia greca di Poseidonia  diventa colonia latina nel 273 a. C. dopo la trasformazione in centro lucano molto dinamico, anche a Paestum  viene affiancata  “una nuova città nella città”   con la trasformazione dell’impianto viario  e dell’assetto urbanistico, creando spazi per le funzioni pubbliche e i negozi per le attività commerciali. Ai santuari greci ooriginari si aggiungono  quelli per le divinità romane, ad  Athena – a Roma Minerva – si affiancano Giove, Giunone e Apollo. 

“Ritratto di Livia”, fine I sec. a. C.

Lontano dalle radici nella Magna Grecia, nel territorio appenninico poco urbanizzato si tende a concentrare gli insediamenti,  prima sparsi,  in strutture di tipo cittadino sui modelli  coloniali latini. Nei monti della Lucania, invece, gli insediamenti abitativi già nel IV sec. a C. erano andati evolvendo verso strutture accentrate, anche circondate da mura, con la forma delle città, e i luoghi sacri venivano separati dagli altri, nel territorio coltivato sorgevano fattorie con colture anche specializzate.

Questo accadeva fino a quando con le guerre  di Annibale e le guerre sociali il territorio si spopola anche per effetto delle confische che estendevano l’”ager publicus” destinato spesso  a pascolo, ponendo fine a molti insediamenti preesistenti, anche se venivano mantenute le culture specializzate per i ceti più elevati.

“Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto”,
primi decenni III sec. d. C.

Ne è derivato un impoverimento non solo del territorio, ma dell’intero tessuto sociale  tanto che Strabone, riguardo ai Lucani, ha scritto parole inequivocabili all’epoca di Augusto: “Non sussiste più alcuna organizzazione politica comune  a ciascuno di questi popoli,  e i loro costumi particolari, di lingua, di armamento, di vestiario e di altre cose del genere,  sono scomparsi”.

Con la precisazione: “E d’altronde, considerati singolarmente e a parte, questi insediamenti sono praticamente trascurabili”. Commenta Osanna al termine dell’accurata ricostruzione: “Del resto anche negli altri territori, all’epoca di Augusto, si doveva conservare assai poco degli antichi mores.  Un mondo nuovo era cominciato”.

“Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco”, 100 a.C. circa

Lingua, armamenti,  corredi funerari,  dell’ibridazione italica più antica

Sugli antichi “mores”  e sul processo evolutivo  si soffermano altri studiosi nella loro rievocazione storica affiancata a quella del curatore Osanna. L’altra curatrice Stéphane Verger punta la sua attenzione su un evento, la battaglia di Sentino, che fece da catalizzatore, per così dire,  negli equilibri instabili dei popoli italici rispetto a Roma. I Sanniti sconfitti crearono  una coalizione con Etruschi, Umbri e Galli, ma era così precaria che i primi due popoli ne uscirono su pressione dei contingenti romani prima che l’alleanza si concretizzasse.  La presenza, in diverse collocazioni, del “mosaico variegato dei popoli insediato intorno a Roma”, fornisce l’occasione per passare in rassegna le differenze negli aspetti più evidenti della loro presenza nel territorio.

Si confrontavano le più diverse organizzazioni politico-sociali dell’Italia, con le più diverse forme di organizzazione cittadina, accentrata o decentrata di tipo tribale nel territorio; e le diversità più evidenti pur con i segni della contaminazione e dell’omologazione.

“Stipe votiva dlla dea Reita – Statuetta di guerriero a cavallo”, IV sec. a. C

In primo luogo la lingua: “a Sentino, i vari eserciti presenti parlavano una  moltitudine di lingue”, ma sembra non fosse una Torre di Babele perché la più diffusa lingua “osca”, e le lingue  dei Lucani e dei Bretti erano affini, e  anche la lingua latina non era molto diversa, come non lo era quella degli Umbri.   Invece  nell’Italia centrale, particolarmente nel versante adriatico, alla locale lingua italica, affine alle “osche” e umbre, si aggiunge la “lingua indoeuropea allogena” dei Senoni, del tutto diversa, proveniente dai Galli dell’Europa centrale di cui tale popolo faceva parte come gli altri gallici insediatisi al Nord d’Italia  — in particolare Lombardia e Piemonte  dove si parlava un dialetto gallico sin dal VII sec. a. C.- e scesi fino alla zona adriatica.

Nella città di Felsina, i Galli sopraggiunti si fusero con la popolazione locale parlando l’etrusco, la lingua in uso nella futura Bologna da cinque secoli, che risultava molto diffusa oltre che nell’antica Etruria, nei centri etruschi campani, italici e perfino a Roma.   Anche i Celti nel IV sec. a. C., con le unioni  e i contatti  di ogni tipo con quelle autoctone, parlavano l’”osco” e l’umbro, il piceno e il venetico. nei rispettivi territori, come  risultato della convivenza  tra popolazioni  galliche e italiche.

“Terracotte architettoniche di un edificio templare – Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo a palmette alternate”, II sec. a. C.

Sul piano militare, tale contaminazione e ibridazione è confermata  dalle tattiche dei tanti contingenti schierati a Stettino:  diventavano assimilabili nel comportamento dei soldati che si conoscevano e avevano combattuto come alleati e anche come nemici, sebbene in astratto si differenziassero tra “quella romana, ordinata e misurata, e quella sannitica e gallica, confusa e precipitata”.  Gli armamenti italici spesso si ispiravano a forme allogene, come l’elmo etrusco dalla forma dei primi elmi celtici, diffuso largamente in Italia  dal Nord al Sud tra la gran parte dei popoli, dai Liguri e i Galli ai Piceni, Sanniti e Lucani,  fino ai Romani; così per lo scudo e la lancia.

 Nei corredi funerari del Nord e del centro Italia nel IV  e III sec. a. C. lo stesso fenomeno di “ibridazione culturale”: in una tomba nella Felsina una spada celtica di ferro insieme a un elmo etrusco di bronzo, vasellame  etrusco e oggetti delle popolazioni guerriere italiche di allora.

“Rilievo con navi da guerra”, terzo quarto del I sec. a. C.

 Nel corredo della  tomba detta  “Nerka Trostaia” ad Este, gli oggetti rappresentano “tutta la storia e la  topografia culturale dell’Italia pre-romana, dal momento preciso in cui, nell’Italia centrale  e meridionale, Roma comincia  a prendere il sopravvento sui suoi vari avversari”: con elementi di vario tipo greci ed etruschi  insieme ad altri introdotti dai Galli, in particolare nell’abbigliamento.  

L’ibridazione era indotta dai “collegamenti culturali e diplomatici da una parte all’altra dell’Adriatico”, anche tra Taranto e la Magna Grecia fino alla Pianura Padana attraverso il Piceno, evitando così i territori controllati da Roma;  fino a quando,  con la presa di Taranto nel 272 a. C. e l’assoggettamento di Sanniti, Piceni e  Umbri, fondata nel 268 la colonia latina di  Amminium, Roma controllava lo sbocco sull’Adriatico cui era collegata dalla via Flaminia. “A partire dal 220 a. C. – conclude la Verger –  si potevano impostare le tappe dell’ultimo conflitto  con i Galli della Cisalpina, con il quale  si sarebbe conclusa la totale presa di possesso della Penisola”.

“Iscrizione in lingua osca con riferimento
alla viabilità di Pompei”, II sec. a. C.

Siamo nella fase più antica del processo che culminerà nella piena omologazione augustea la quale sarà florida nello sviluppo economico, nella trasformazione urbana nel segno dell’opulenza, e nelle virtù civili oltre che militari, come nell’auto-rappresentazione del Princeps collegata agli antichi valori della più nobile discendenza dal fondatore di Roma. Ma prima ci sarà la fase intermedia, tra il II e il I sec. a. C. nella quale dalle alleanze e condivisioni con Roma si passa alle repressioni per una “pax romana” fondata sull’assoggettamento di popoli peraltro accomunati ormai alla Città eterna nel processo di “ibridizzazione” di cui abbiamo ricordato gli inizi.

Di queste due  ulteriori fasi – romanizzazione forzata del I e II sec. a C. e consacrazione di Augusto – parleremo prossimamente iniziando anche la rassegna dei reperti esposti in mostra che ne danno la documentazione visiva e l’emozione per un contatto così stretto  e diretto con l’antico; rassegna che concluderemo successivamente.    

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“Triade capitolina”, II sec. d. C. “Ritratto femminile” seconda metà I sec. a. C

Info

Scuderie del Quirinale, Roma, Via XXIV maggio n. 16. info@scuderiequirinale.it, tel. 02.92897722. Nel periodo di apertura della mostra visita da lunedì a domenica ore 10-20 (ingresso fino alle 19), entrate contingentate con obbligo di “Green Pass”, e protocollo di sicurezza, su mascherine, distanza di 2 metri, igienizzazione, biglietto euro 17,50, ridotti over 65, giovani e altre categorie. Catalogo “Tota Italia. Alle origini di una nazione”, con sottotitolo IV secolo a. C. – I secolo d. C., a cura di Massimo Osanna, Stéphane Verger, pp. 168, formato 16 x 24; dal Catalogo sono tratte le citazioni e le notizie del testo, nonchè le immagini dei reperti esposti in mostra.

Photo

Le immagini sono tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore e la Presidenza delle Scuderie del Quirinale, che lo ha messo a disposizione, e i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. E’ inserita la sequenza di una immagine per ciascuna delle 10 sezioni, poi un’altra sequenza con qualche eccezione. In apertura, inizia la sequenza completa delle 10 sezioni, “Monumento funerario con fanciulle danzanti” metà I sec. a. C; seguono, “Lastra dipinta con scena di ritorno del guerriero” prima metà IV sec. a. C., e “Testo giuridico in lingua eterusca” II sec. a. C.; poi, “Statua di offerente in trono con porcellino” IV-III sec. a. C., e “Statua di pugile in riposo” I sec. a. C.; quindi, “Piatto votivo con raffigiurazione di elefante da guerra” III sec. a. C., e “Tabula con una legge latina, riutilizzata per una legge in lingua osca” II-I sec. a. C; inoltre, “Rappresentazione di Iside-Fortuna e di un giovane nudo con iscrizione graffita” I sec. d. C.; ancora, “Ritratto di filosofo su erma iscritta, Parmenide” I metà I sec. d.C., e “Ritratto di Livia” fine I sec. a. C.; continua con una nuova sequenza, mancano la 1^ e 10^ sezione, “Lastra dipinta con scena di accoglienza del defunto” primi decenni III sec. d. C. e “Modello di fegato per pratiche divinatorie con iscrizioni in etrusco” 100 a.C. circa; prosegue, “Stipe votiva dlla dea Reita – Statuetta di guerriero a cavallo” IV sec. a. C., e “Terracotte architettoniche di un edificio templare– Lastra di rivestimento (antepagmentum) con motivo a palmette alternate”, II sec. a. C.; poi, “Rilievo con navi da guerra” terzo quarto del I sec. a. C., e “Iscrizione in lingua osca con riferimento alla viabilità di Pompei” II sec. a. C.; infine, “Triade capitolina” II sec. d. C. e, in chiusura,“Ritratto femminile” seconda metà I sec. a. C.

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Ritratto femminile” , seconda metà I sec. a. C

11 settembre 2001, 4. La ripresa volitiva, da “Ground zero” la mobilitazione per l’umanità

di Romano Maria Levante

Nel ventennale dal crollo delle Torri Gemelle colpite da 2 aerei di linea lanciati come kamikaze completiamo la rievocazione del tragico evento tratta dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, pubblicando la 4^ e ultima puntata, dopo le 3 uscite in questo sito l’11, 13 e 15 settembre. 2021. L’evento viene seguito “in diretta” da un personaggio del romanzo, il figlio del protagonista, che l’ha veramente vissuto in prima persona. Dopo aver fatto rivivere l’angoscia e lo sconcerto dinanzi a un atto inimmaginabile e così disumano, si è passati all’impegno nei soccorsi e alle prime riflessioni. Ora dalla disperazione si passa alla reazione indignata e orgogliosa che porta alla mobilitazione contro l’infame attacco alla civiltà e alla vita di tutti. Le immagini, a differenza di quelle inserite nelle 3 puntate precedenti, relative alle scene di distruzione delle torri e dell’intera area, fotografano l’assetto attuale, con il memorial “Ground Zero” che ricorda l’evento e tutte le vittime con i loro nomi come in un sacrario, e il grattacielo “”One World Trade Center” , costruito tra il 27 aprile 2006 e il 30 agosto 2012, ideale erede delle Torri Gemelle e dei valori da esse evocati, per questo detto “Freedom Tower”, nel rinnovato contesto urbanistico del “New World Trade Center” ; precedono le luminose visualizzazioni virtuali delle torri che furono elevate a loro memoria. Il grattacielo è alto 1776 piedi, l’anno della dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, 541 metri al pennone e 417 metri al tetto, con 104 piani.

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“Ground Zero” con il “memorial”, sacrario delle vittime

“…E’ rientrato nella sua abitazione dopo una giornata di tregenda. Tutto il giorno e parte della notte è restato nella zona del disastro adoperandosi per dare un aiuto. Con i volontari  ha lavorato a fianco dei vigili del fuoco e dei poliziotti, ha messo a disposizione le proprie capacità organizzative oltre alle mani nude per cercare  tra le rovine.  Ha voluto rendersi utile alla città colpita a morte, ed è fiero di averla aiutata a ricominciare a vivere, a risollevarsi dal baratro in cui è precipitata. Si è impegnato finché le autorità e i corpi municipali, tramortiti dall’immane tragedia, hanno ripreso il controllo. E’ riuscito a parlare con i suoi, li ha tranquillizzati, se può usare questa parola in un  momento simile.

Si distende sul letto. Vorrebbe allontanare la visione sconvolgente della mattina  e lo spettacolo desolante del pomeriggio e della sera. Ha ancora negli occhi l’immagine agghiacciante delle persone che precipitano dall’alto in un volo disperato, delle persone che  escono stravolte dagli edifici in fiamme correndo all’impazzata, dei vigili del fuoco che fanno il percorso inverso cercando di contenere le proporzioni della tragedia, della gente che vaga smarrita e sgomenta non sapendo come rendersi utile, delle imponenti torri prima in fiamme come fumaioli che hanno preso fuoco, poi crollate inesorabilmente una dopo l’altra.

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L’ultima immagine ò quella della notte. Dalle fotoelettriche, sciabolate di luce si proiettano su un paesaggio spettrale, un deserto di rovine sovrastate da una specie di tragica quinta teatrale fatta di un rivestimento sottile come un paravento rimasto miracolosamente in piedi a marcare un’identità cancellata, così precario e irreale da ricordare inquadrature da film dell’orrore, gli sembra di sentirne il sinistro cigolio. Un deserto di morte, brulicante di uomini con le divise fosforescenti alla ricerca del nulla, cioè di tutto. Delle vite annientate, dissolte, polverizzate.Trascorrono inquiete le ore. A poco  a poco riprende contatto con la dimensione umana della vita dopo averne conosciuto da vicino la dimensione disumana.

Il day after di New York inizia con un sole malato, quasi timoroso di aprire un nuovo giorno nell’orrore del massacro delle torri. Massacro di migliaia di esseri umani disintegrati dalle migliaia di tonnellate dei piani superiori che si sono riversati sui piani inferiori travolgendoli e sbriciolandoli in una voragine che li ha inghiottiti.

Le migliaia di tonnellate precipitate a valle col boato delle valanghe erano avvolte  dalla palla di fuoco che ha liquefatto le possenti strutture di acciaio progettate per resistere agli impatti più violenti, dal vento rovinoso del tornado fino all’aereo impazzito.

-Al fuoco dell’inferno non si resiste se si è inermi rispetto alle forze del male e si è abbandonati alla mercé di Satana! Sono espressioni che lo fanno inorridire mentre l formula, tanto sono apocalittiche.

Balza giù dal letto,corre allo specchio. Scruta il proprio viso, ha paura che Satana gli abbia prodotto mutazioni da richiedere l’esorcista. Ripensa al film che gli aveva suscitato una reazione di disgusto e disprezzo, e non ai film catastrofici nei quali erano la natura e l’imponderabile, anche la delinquenza o la cattiveria ad agire, ma entro limiti più contenuti, in un certo senso più umani.

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-Sono state superate le Colonne d’Ercole dell’umanità per sconfinare nel regno dell’orrore senza limiti, senza ragioni! esclama. Inutile  cercare un motivo, per quanto abietto, inutile tentare di capire! E se si fosse trattato di un incubo?

Attaccato a questa ancora di salvezza si avvicina alla finestra della camera. Guarda il cielo di sfuggita, teme di vedere lo skyline mutilato. le sue parole sono un’invocazione.

-Dove sono le torri?  Ecco, se comparissero i due campanili svettanti sulla foresta pietrificata tutto sarebbe risolto. Dio mio, fa il miracolo per l’umanità, non per me, è stata sfregiata la civiltà, distrutta la vita in  modo infame violando i valori più sacri. Non può essere vero. E se ti fossi distratto puoi rimediare. Ora e subito, ci credo, ci conto! L’invocazione termina con una pretesa più che con una preghiera. E’ stato lo sfogo di un momento. Non regge al vaglio della fede oltre che della ragione. La forza del ragionamento torna a farsi strada.

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-Non è possibile semplificare il mistero della vita e della morte, del bene e del male, dell’onnipotenza e dell’onniscienza, e insieme del libero arbitrio dell’uomo che giustifica tante brutture non attribuibili alla volontà divina. E nemmeno spiegare la sconfitta del bene, troppo spesso condannato a soccombere sotto i colpi delle forze del male lasciandoci attoniti e smarriti.

Ritira l’assurda pretesa. Si riscuote. Riesce di nuovo a ragionare.

-Niente ora e subito, non ci conto, non ci credo. L’infamia è opera dell’uomo, l’essere umano ha tirato fuori la parte disumana della sua natura. Non serve scrutare il mio viso, né guardare nel vuoto sperando di vedere le torri intatte, magari avvolte dall’arcobaleno. Bisogna affrontare la realtà e non occorre lo specchio, non ha senso affacciarsi alla finestra.

Peraltro ci vuole poco per vedere e molto per non vedere la colonna di fumo mefiti conche si solleva dal luogo dov’erano le torri. In un’amputazione il dolor persiste nel punto dov’era l’arto mancante, così avviene nella città mutilata dei suoi simboli. E delle vite che si sono disintegrate in un pozzo senza fondo.          

Un’immagine affiora alla sua mente, con il disgusto e il disprezzo per le mutazioni sataniche.

-Rammento che daddy mi raccontò di aver visto un gatto sfrecciare privo della coda troncata dal morso di un coccodrillo, terrorizzato per quella violenza innaturale quasi fosse l’attacco di un alieno. E aggiunse scherzando che il gatto alza la coda quando lo accarezzi per farti capire che è finito il gatto. Voleva sdrammatizzzare, però ottenne l’effetto contrario, l’angoscia di un gatto senza più carezze mi rimase dentro.

Guarda lo skyline senza le torri, un’amputazione innaturale di proporzioni incalcolabili.

-Ecco inquietudine che diventa orrore, l’angoscia che diviene terrore. Come dinanzi all’invasione di alieni spietati, dalle terrificanti sembianze di infernali coccodrilli pronti a chiudere le loro fauci smisurate su migliaia di esseri incolpevoli. All’inquietudine e all’orrore, all’angoscia e al terrore si aggiunge una lacerazione profonda, un dolore lancinante  che non ha eguali, un male insanabile che scava dentro. New York ha subito un’amputazione sanguinaria e assassina, senza le torri resterà mutilata per sempre di qualcosa di unico. Non ci sarà la stessa gioia di vivere nel microcosmo gravitante sulla Plaza dove il lavoro e il divertimento diventavano una festa collettiva. E’ stata depredata delle tante carezze che non si potranno più dare  alle innumerevoli vittime. E delle carezze che non si potranno dre alla “città che on dorme mai” ora che è stata spogliata della sua parte più viva e vitale.

Ha un soprassalto d’orgoglio.

-Non è la fine della civiltà, bensì una tragedia che pone enormi responsabilità. Il mondo non puù soccombere alla più bestiale assenza di umanità, deve reagire!

In Johnny non c’è solo l’idealista, c’è  il manager. Abituato a ribattere colpo su colpo alle azioni dei concorrenti, a tradurre le minacce in opportunità. Glielo raccomandava sin da bambino il pdre che aveva dovuto fare un duro cammino per passare dall’ago al milione, dai sette dollari dello sbarco nel porto di New York al completo benessere. E lo ha affinato nelle scuole di management.

Nelle lezioni sulle strategie aziendali, e poi nelle riunioni all’alta direzione della merchant bank, l’imperativo era quello dello judo, utilizzare contro l’avversario la sua stessa forza. Una civiltà millenaria lo ha insegnato.

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-Che sto proclamando? Non sarò io a elaborare la strategia di difesa. O di offesa. Sì, di offesa, protesta on un fremito di ribellione.

E’ impossibile fermare i propri pensieri, si conosce bene.

-Sarebbe sbagliato concludere che si è giunti alla fine della storia. L’ho pensato per un momento quando le immagini che avevo davanti agli occhi evocavano l’eclissi della civiltà. Finora se n’era parlato per l’appiattimento del mondo sotto la superiorità americana, e non era giusto. Non sarebbe giusto, a maggior ragione, neppure l’opposto: cioè la resa dell’America, e del mondo con essa, alle forze del male.

Allontana dalla mente  i versi che il padre  declamava  nell’affrontare i confronti più difficili, “io sol combatterò, procomberò sol io”.

-Combatteremo tutti, combatteranno tutti. E’ una sfida decisiva, nessuno dovrà sottrarsi. Da una minaccia è necessario cogliere un’opportunità.

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Torna il proposito quasi ossessivo e gli fa trovare la risposta all’interrogativo che lo assilla.

-Che opportunità   trarre dalle fiamme dell’inferno, se non la spinta per reagire con una forza pari alla violenza con cui è stata inferta l’immane ferita? A un’azione spaventosa deve contrapporsi una reazione uguale e contraria. Lo dicono le leggi fisiche, lo insegna la natura. Anche se la primordiale legge del taglione, “occhio per occhio, dente per dente”, è superata dal progresso e dal messaggio altrettanto antico “nessuno tocchi Caino”, chi ha portato l’inferno a Manhattan non merita pietà. In questa sfida si ridesteranno energie assopite, adagiate nel benessere e nella sicurezza,  per annientare le minacce infernali ovunque si annidino, in modo da ricavare del  bene dal male assoluto. Saranno le forze disumane del male a far recuperare all’umanità la forza intemerata del bene per la mossa di judo vincente.

Emerge un nuovo imperativo, ritrovare lo spirito della frontiera per rianimare un corpo svuotato dalla mancanza di stimoli che ha perduto la voglia di mobilitare tutte le energie per una causa.

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-Altrimenti per cosa mobilitarle? si chiede. Per il super sofisticato modello di automobile dalle centinaia di cavalli di potenza con le sbalorditive diavolerie futuristiche e la megatelevisione satellitare al plasma dai mille canali con l’apertura globale al mondo interattiva e senza confini, per l’onnipotente personal computer  con accesso illimitato  a un’Internet onnisciente e il telefonino ipertecnologico divenuto terminale dalle possibilità sconfinate, per l’avveniristico gadget elettronico e la playstation dalle più fantasmagoriche simulazione computerizzate? O per l’abitazione accessoriata e automatizzata, tecnologica e cablata imposta da una domatica fantasiosa e invasiva , la villa sempre più spettacolare con piscina e contorno di barca da diporto  e le seconde residenze sparse nelle località più attrattive?  E’ la meta del lavoro quotidiano, con l’orario che lascia parte del pomeriggio a disposizione per lo shopping o per rasare il prato, e due giorni di week end sacro e intangibile. Un risultato, quest’ultimo, raggiunto in un’America all’avanguardia della crescita economica per merito dei suoi cittadini, anche se per tanti resta un miraggio. Adesso non basta più, neppure quando l’attività copre l’intera giornata e non lascia spazi riservati per la propria persona.

La giornata lavorativa di Johnny supera le dodici ore, solo a notte fonda può dire di aver finito dopo incontri, riunioni, stesura di relazioni, spesso tra aerei e alberghi. Non vi è sabato e domenica che tenga, il week end non esiste allorché l’impegno è totale e assoluto.

Se domanda se sono aggettivi da usare ancora. O c’è qualcosa in più da fare? Cosa è cambiato?    

-Nel mio impegno manca un elemento decisivo, non mi si chiede di rischiare la vita! esclama. Mentre lo spirito della frontiera unisce il rischio supremo alla mobilitazione totale e assoluta.

Domande assillanti gli affollano la mente.

-Le migliaia di lavoratori e di visitatori delle Twin Towers sapevano di rischiare la vita? Sapevano che li attendeva la fine più orrenda, scomparire nell’eruzione di un vulcano apertosi all’improvviso nel luogo più sicuro non lasciando la minima traccia di loro corpi? I sopravvissuti sapevano di dover riemergere dall’inferno stravolti, coperti di polvere e ferite, increduli della salvezza in un cataclisma che ne ha risparmiato il corpo ma ne ha marcato in modo indelebile lo spirito?   E i passeggeri degli aerei sapevano di poter essere trasformati in missili  a testata umana nella più orribile azione di kamikaze della storia?

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Immediata è la risposta, uno sfogo che nasce dal cuore.

-Ma allora nell’impegno totale deve entrare anche il rischio della vita, come epr il pioniere, come per nonno Giovanni. Nella favola vera vissuta in terra di frontiera nelle miniere dell’Alaska incombeva sempre l’insidia di una frana o di un’inondazione, di un’esplosione o di un cataclisma, di un incidente o di un’imboscata dei rapinatori. Gravi pericoli che si sentiva di affrontare a costo della vita. Sarò degno di lui!

Ha di nuovo il controllo dei pensieri. E dei sentimenti. Con il ricordo del nonno, cuore e ragione si sono saldati. Può ripensare la propria esistenza. Finora ha dedicato le sue giornate alla merchant bank di cui è dirigente. Adesso, al di là dell’insicurezza calata sui grattacieli di Manhattan, è pronto a rischiare la vita sul campo di battaglia. E’ il rischio supremo che accetta in difesa dell’umanità, ne è consapevole.

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La sua analisi è lucida, ha ripreso a ragionare. Da manager e da uomo.

-Si dovrà dare battaglia a chi ha scatenato l’apocalisse, nel segno della civiltà senza confini che l’essere umano ha costruito in una storia millenaria a prezzo di incredibili sofferenze e sacrifici. Civiltà che ha visto aberrazioni inenarrabili segnare nei secoli individui e generazioni, popoli e stati, ma lungo un percorso di faticosa, difficile, e tuttavia innegabile crescita. Non deve venire annullata dalla follia omicida che provoca la strage più orribile e non arretra dinanzi all’inimmaginabile per farci regredire alle angosce più tremende ai momenti più bui. Occorre unire le forze in una mobilitazione alla quale chiamare i cittadini e le nazioni che hanno subito una ferita insanabile nella loro vita. E non sarà più la vita di prima, sprofondata  com’è nell’orrore di ciò che è avvenuto e nel terrore che possa ripetersi, non si sa  ad opera di chi, dove, come, quando e neppure perché.

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Pensa all’angoscia piombata sul mondo, cerca di mantenere la mente fredda.

-E’ un terrore che riporta alle minacce e alle paure ancestrali per i fulmini e i terremoti, gli incendi e le inondazioni, le carestie e le pestilenze, le invasioni dei barbari e le incursioni dei predoni, gli assedi e le guerre, fino all’incubo dell’olocausto nucleare; minacce  e paure affrontate e sconfitte. Questa minaccia è invisibile e può annidarsi in ogni luogo, non viene dalla natura né da nemici dichiarati bensì da spietati terroristi dissimulati tra di noi con sembianze umane pur essendo disumani. La paura è che qualunque aeroplano, tra le molte migliaia che quotidianamente solcano i cieli, potrebbe trasformarsi in una spaventosa bomba umana scagliata da inafferrabili kamikaze su tanti innocenti.

Si ribella l’intero suo essere.

-Non è possibile vivere tutti sotto il ricatto del terrore e dell’orrore, occorre reagire all’unisono  mobilitandosi contro chi ha lanciato la sfida mortale. Si mobilitavano i pionieri del Far West nell’America nascente. Si è mobilitata, dopo Pearl Harbour, l’America divenuta grande e prospera. Si mobiliterà, dopo la nuova Pearl Harbour che ha funestato l’inizio del terzo millennio, l’America superpotenza mondiale insieme alle nazioni del mondo civile!

L’erede delle Torri Gemelle
l”One World Trade Center”, detta “Freedom Tower”

E’ tornato in ufficio. Ha dimenticato la routine quotidiana  e non ha idea di quali siano i suoi impegni, se ha senso continuare ad averne. L’alto dirigente che attendeva la mattina della tragedia per l’iniziativa nel digitale non si è fatto sentire, del resto non avrebbe potuto con ciò che è successo e lui non aveva affatto pensato di cercarlo.  Né ha intenzione di farlo ora, ha ben altro per la testa.

Ancora non si è riavuto. Dov’erano le Twin Towers vede levarsi un fil di fumo che non evoca Madama Butterfly, ma un’esalazione da gigantesco forno crematorio. Volta le spalle alla vetrata, non vuole più guardare fuori.

Deve fare qualcosa. Prende il fascicolo sul digitale rimasto sopra la scrivania, apre l’armadio per rimetterlo a posto. Si accorge che sta ripetendo i movimenti del giorno prima in senso inverso, quasi volesse riportare la realtà al punto di partenza. Rammenta un film nel quale “Superman” con la sua forza aveva fatto girare la terra all’indietro invertendo  il moto di rotazione e annullando quanto avvenuto nel frattempo. La coscienza dell’impossibilità di un tale evento lo deprime ancora di più. Siede dietro la scrivania,  dove il calendario da tavolo è sempre aperto sulla pagina dell’11 settembre, martedì. Deve voltarla subito e voltare pagina anche dentro di sé, tornare al lavoro, alla vita. Lo fa con un gesto rapido, ma non basta.

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Squilla il telefono. Prova sollievo, se questo è lo stato d’animo che si ha nel risollevarsi da una simile angoscia. Il lavoro lo chiama, e non per l’appuntamento saltato il giorno prima. Deve andare nel Michigan, a Detroit, per trattare la partecipazione a un’iniziativa in campo aeronautico promossa da un’impresa leader nel settore. L’incontro non è stato annullato. Tuttavia i voli nazionali degli aerei passeggeri sono bloccati per motivi di sicurezza, i terroristi hanno utilizzato proprio le linee interne.  Si è trovata la soluzione, ed è l’oggetto della telefonata. Nel pomeriggio lo verrà a prendere l’aereo dell’impresa con un volo privato.

Intanto può incontrare i colleghi, riunire i collaboratori, prepararsi per la missione. Non parlano della tragedia del giorno prima. Ognuno sta combattendo la propria battaglia personale per tornare alla vita.  Il lavoro si rivela la cura migliore per sconfiggere l’indicibile angoscia.

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Finalmente va all’aeroporto. Non vede l’ora di ricominciare  a lavorare. Perché significa ricominciare  a vivere. L’aereo “executive” sta atterrando. Un ricordo gli si presenta, una bella immagine illumina la sua mente.

-Mi sembrano tornate le rondini ad annunciare l’arrivo della primavera. E’ la prima rondine ed è troppo presto per parlare di primavera nel cupo inverno  abbattutosi su New York e sul mondo. Comunque è bello avvertirne il soffio.              

Nella splendida giornata di settembre del giorno precedente era calato il gelo di una tragedia oltre ogni limite che aveva mostrato quanto di più disumano possa albergare nell’uomo e quanto di peggio possa capitare  nella vita degli individui e delle nazioni. Ora pensa che il soffio della primavera tornerà sulla città, sulla gente.  Che è la sua città, la sua gente. E’ fiero di farne parte.

Assorto sale i pochi gradini della breve scaletta ed entra nll”executive”. Con la mano sul cuore mormora commosso un’invocazione.

-God bless America!

Questo, ne è sicuro, è il suo nuovo inizio”. 

Fine

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Il “New World Trade Center”

Info

Si tratta della 4^ e ultima parte della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 4^ parte sopra riportata è alle pp. 338-344. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, la 2^ e la 3^ sono uscite il 13 e il 15 settembre.

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Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale nostra pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non si tratta più nè di immagini delle Torri Gemelle in fiamme e col pennacchio di fumo, alternate con i vigili del fuoco al lavoro, nè del deserto di detriti e polvere con i vigili come formiche smarrite; ma dell’attuale situazione della zona del World Trade Center: le prime 13 immagini sul “Ground Zero”, tra cui le 3 iniziali fissano i vuoti rimasti dov’erano le torri, le 10 successive mostrano il “sacrario” con tutti i nomi delle vittime, le rose votive e le bandiere, fino alla preghiera di papa Francesco e all’abbraccio commosso dei due giovani; seguono 2 immagini con i fasci di luce virtuali che furono elevati temporaneamente in memoria, e 5 immagini finali sul “New World Trade Center” in cui spicca l'”One World Trade Center”, la risposta orgogliosa alla perdita delle Torri Gemelle, la torre più alta, la 6^ al mondo, chiamata “Freedom Tower” per i valori evocati. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: viator.co, newyorkcity.it, avvenire.it, fattodiritto.it, viaggi-usa.it, settimanenews.it, italiani.it, ilmattino.it, marcotogni.it, today.it, avvenire.it, vaticannews.va, dilei.it, ansa.it, marcotogni.it, newyorkfacile.it, 123rf.it, getyourguide,it, infobuildenergia.it, rainews24.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 3. Dalle Torri Gemelle al deserto di detriti e vittime innocenti

Siamo alla 3^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’infernale cataclisma abbattutosi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 per mano umana, anzi disumana; è tratta anch’essa dal nostro romanzo-verità “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, nel quale si rivive il terribile evento in “diretta” con un personaggio del libro che vi ha partecipato passando dall’angoscia e dalla disperazione, all’impegno nei soccorsi e alla presa di coscienza finale di mobilitarsi anche rischiando la vita contro terroristi che minacciano le nostre civiltà oltre alle nostre vite. In questa puntata, dalla “spada di Damocle” del secondo crollo, poi avvenuto, alla tragica “suspence” degli altri attatcchi, al Pentagono e forse alla Casa Bianca, fino allo sgomento per la perdita di qualcosa di irripetibile e soprattutto al dolore inconsolabile per le vittime innocenti, 2.750 incolpevoli civili, 343 eroici vigili del fuoco. Le immagini mostrano il vuoto lasciato dalle torri crollate, e la devastazione di detriti con i vigili del fuoco come formiche smarrite cui è stato distrutto il nido e che stentano a recuparare una dimensione umana.

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Il deserto di detriti dov’erano le Torri Gemelle

“… Vengono fatti arretrare, il campo di battaglia è percorso incessantemente da vigili del fuoco e da poliziotti sui mezzi di soccorso e a piedi, Paul a poco a poco si riprende, vede un gruppo di colleghi che si sta riorganizzando e vuole raggiungerli. Resiste ai tentativi di fermarlo, si unisce  a loro. Torna a fare il vigile del fuoco di New York in prima linea, e intanto affida Jane alle unità che assistono i sopravvissuti.

Figure coperte di polvere e sangue continuano ad aggirarsi come fantasmi, Ci si prepara  al peggio.

-E’ crollata una delle torri, l’altra ha subito un colpo della stessa entità, ci si rende conto del pericolo? Si chiede Johnny con una stretta al cuore. In questa tragica confusione lo sgomento può prevalere sulla ragione, sull’intelligenza. E non far capire che anche la seconda torre può crollare seguendo la sorte che qualche volta unisce i gemelli fino all’esito funesto.

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Vorrebbe correre a gridarlo a chi presta i soccorsi per fronteggiare gli effetti catastrofici della valanga. Ha fatto una riflessione.

-Per i soccorritori il rischio è altissimo. Il crollo è sopraggiunto trascorsa un’ora dallo scoppio iniziale sulla Torre Nord seguito dopo un quarto d’ora dall’esplosione  sulla Torre Sud. Potrebbe ripetersi da un momento all’altro!

Nel riflettere sul pericolo incombente non pensa che è crollata proprio la Torre Sud, quella colpita dal secondo aereo. Un assurdo nell’assurdo.

Il dilemma angoscioso lo tormenta. Si sente impotente, cerca di reagire.

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-Può essere imminente il crollo dell’altra torre o verificarsi molto più tardi. Oppure non verificarsi mai, s eil gemello resisterà. Ed io cosa posso fare di più? Avvicinarmi no, devo aspetatre.

Rimane immobile, paralizzato nell’attesa. Gli scorrono nella mente immagini recenti, vi si immerge per dimenticare il presente.

-Nell’opuscolo illustrativo erano citati coloro che hanno sfidato le torri, e io ripensavo agli ardimentosi del Niagara dei quali mio padre mi parlava quando ero piccolo trasformando in favole le loro imprese. Per primo un francese ventiquattrenne si spostò diverse volte dalla Torre Nord alla Torre Sud su una fune di quaranta metri stesa a quattrocento metri di altezza, mantenendosi in equilibrio aiutato solo dalla sbarra bilanciata  con le braccia davanti al corpo. Successivamente giovani americani si sono lanciati con il paracadute e l’hanno scalata con le ventose lungo le intercapedini della facciata. Tutto è avvenuto sulla Torre Nord.

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Anche nel Niagara le cascate sono due, ma gli ardimentosi si sono cimentati su quella canadese dell’Horseshoe. Perché penso questo, per cullarmi all’idea che sarebbe sufficiente la Torre Nord? Non si tratta di un organo che subentra all’altro  per il raddoppio di alcune funzioni del corpo umano. Tuttavia, dinanzi all’avvenuta dissoluzione della Torre Sud, è l’ultima speranza a cui aggrapparsi. Sì, spero che almeno la Torre Nord resista, lo spero con il cuore e con l’anima!

Il tempo non passa mai, è la gente che passa spostandosi in un frenetico andirivieni. Johnny non se la sente di muoversi, lo tiene fermo in presentimento.  Chiude gli occhi per scacciarlo, ora le immagini della sua mente diventano liete e festose, immerse nella consueta normalità. E cerca di non pensare che è stata sfregiata in modo irrimediabile dall’azione più infame.

Nella Plaza, dove sono le torri, inizia un itinerario pieno di sorprese. Si attraversa il ponte coperto per raggiungere il World Financial Centre e il palazzo di cristallo del Winter Garden dalla struttura curvilinea che contrasta con la verticalità della vicina Torre Nord, quindi si passeggia sul lungofiume  dell’Hudson fino a Battery Park. Al ritorno si percorre un secondo ponte coperto passando nelle stradine che sfociano in Wall Street per approdare di nuovo al World Trade Center. In un microcosmo di caffè e ristoranti, ritrovi e negozi, boutique e bazar, l’ambiente ideale per curiosare, fare shopping, divertirsi.

-Oddio, sto delirando, tutto è stravolto, sfigurato, la Torre Nord è in fiamme, la Torre Sud non esiste più. Hanno strappato il cuore a un mondo sereno nel quale il lavoro si mscolava al divertimento in una gioia di vivere contagiosa.

Reagisce adoperandosi per aiutare chi si trova nei pressi, anche se non può far altro che mettere in guardia dal rischio incombente. Meglio così che abbandonarsi a un’attesa inerte quanto angosciosa.

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Quasi tre quarti d’ora sono trascorsi dal crollo, li ha vissuti in una sorta di apnea, sostenuto prima dall’ossigeno dei ricordi, ora da una presenza attiva. Ed ecco improvviso il boato, la valanga. Si riproduce la catastrofe, un replay del terrore. Un nuovo inferno si spalanca.

L’onda d’urto non lo coglie di sorpresa con gli altri intorno a lui. Non servono tuffi da “Rambo”, si sono messi al riparo per tempo.

-Quante saranno le vittime? torna a chiedersi. Nel World Trade Center lavorano cinquantamila persone, e ventimila frequentano la zona per i motivi più diversi.  Il numero dei presenti varia a seconda dell’ora. Fortunatamente era presto per lo shopping e la visita alle Torri Gemelle, il microcosmo della Plaza non si era ancora affollato  di gente  e molti impiegati non erano arrivati in ufficio. Quanti saranno stati dentro le torri, ventimila, trentamila? E quanti sono riusciti a venirne fuori prima del crollo?

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Si muove con gli occhi fissi nel vuoto spettrale  riempito di fumo. Dalla bocca gli escono aprole smozzicate.

-Le Twin Towers si sono dissolte, non esistono più, il “Titanic” si è inabissato con i due fumaioli inghiottito dal mare. Cioè dalla terra.

Non riesce a connettere, l’angoscia lo attanaglia. Pensando a coloro che lavoravano nella Torre Nord rivede i volti che ha incontrato nelle riunioni, quelli che ha conosciuto Non si dà pace.

-Con loro avrei dovuto dividere il lavoro, la vita, e ora forse la morte, se non fosse cambiato il programma e le circostanze non mi avessero portato in un altro grattacielo, con il rammarico che era meno prestigioso delle torri!

Finora ha prevalso lo spirito del buon samaritano che aiuta chi ne ha bisogno e non distingue tra gli amici e il prossimo, le persone conosciute e gli estranei. Adesso è assalito dalla preoccupazione per i colleghi dei quali non sa nulla.

Una radio gracida notizie sconvolgenti.

-E’ l’apocalisse! ripete incredulo  ai vicini. Se ho capito bene, un terzo aereo si è schiantato  sul Pentagono seminando terrore e morte, e un quarto apparecchio è scomparso per una missione suicida, si teme addirittura contro al Casa Bianca o il Campidoglio. Il Presidente è in volo per una destinazione ignota. Gli uffici pubblici evacuati, le alte cariche dello Stato condotte in località segrete.  Che ne sarà della convivenza umana se un terrorismo folle e sanguinario può sconvolgere la maggiore potenza mondiale abbattendone i simboli, scompaginando l’esistenza dei suoi cittadini e delle istituzioni, seminando lutti inenarrabili con una orribile strage? Dobbiamo assistere impotenti alla vittoria di Satana e al trionfo delle forze del male?

Quasi fosse il temuto ed esorcizzato da sempre day after, Johnny nell’atroce hour after si aggira alla ricerca dei colleghi come dopo un attacco nucleare- Non ci sono più i due fumaioli e la bocca del vulcano non si staglia nel cielo. Il cumulo di macerie erutta fumo, lava e lapilli, sembra l’entrata dell’inferno. L’inferno newyorkese, peggiore dell’inferno dantesco.

Nella sua peregrinazione riceve notizie che lo confortano.

-I vigili dicono che il primo aereo ha colpito al Torre Nord sopra il novantesimo piano, è stato possibile evacuare dalle scale di emergenza i piani sottostanti dov’erano i suoi colleghi. Mentre per la Torre Sud l’impatto è avvenuto più in basso, tra il sessantesimo e il settantesimo piano, ma lì non ci sono nostri uffici.

Poi avrà riscontri diretti, tutti positivi.

-Si sono salvati venendo giù per centinaia e centinaia di scalini, grazie a Dio! Esclama . Hanno incrociato la colonna di vigili del fuoco che saliva fino a raggiungere il cielo degli eroi. La striscia gialla fosforescente delle divise puntava impavida verso l’alto al richiamo del dovere, la striscia nera  e bianca con le macchie di colore degli abiti e delle camicie rotolava verso il basso dov’era la sospirata salvezza!

Adesso si ferma, per loro non c’è più da preoccuparsi. Per il resto si è in piena emergenza, l’inferno non è finito. Si spalancano nuovi gironi, le fiamme divorano i palazzi vicini alle torri, evacuati appena la tragedia si è manifestata. Anch’essi si sono dimostrati giganti dai piedi di argilla, castelli di carta tra nuvole di fumo nero.  Tre crollano rovinosamente, altri quattro parzialmente, sette vengono gravemente danneggiati e altri sette subiscono danni alle strutture.

Un massacro nell’area di sessantaquattromila metri quadrati del World Trade Center. L’epicentro dello spaventoso terremoto provocato dall’infamia umana è nella Plaza, la spianata di ventimila metri quadri tra le torri con al centro la fontana e la grande scultura sferica di bronzo alta più di otto metri a fare da rilucente contrappunto alal verticalità degli edifici. Un’area più vasta della Piazza San Marco di Venezia, in una zona ricca di richiami culturali e manifestazioni artistiche con mille attrazioni, nel cuore dell’affascinante tour tra il Financial District e Battery Park, l’Hudson e la Statua della Libertà. Vede che la sfera di bronzo, risparmiata dalla distruzione, è rotolata a terra nella polvere, una metafora desolata dei sopravvissuti.

-E le vittime? Si chiede. Le figure  riemerse dall’inferno sono stravolte, lacere, coperte di polvere. Dove saranno i feriti che si possono salvare se si arriva in tempo? Sono sepolti vivi nelle rovine dov’erano le torri? Com’è possibile che non ce ne siano, mentre nell’attentato all’autorimessa sotterranea che uccise sei persone furono più di mille? E com’è possibile che tutti quelli che non sono venuti fuori con le proprie gambe  siano morti, disintegrati dal calore smisurato e dall’immenso peso dei cento piani crollati in una sequenza terrificante? Si deve cercare, cercare, cercare, scavare, scavare, scavare senza sosta anche con le mani nude. Va tentato il tutto per tutto. “Spes contra spem” diceva mio padre per i tentativi disperati.

Un tentativo disperato lo fa impegnando snella spasmodica ricerca di un segno di vita insieme ai vigili del fuoco che mai sono stati colpiti così pesantemente. La freddezza professionale che mostrano nelle missioni pericolose, immortalata nei film catastrofici, ha lasciato il posto a un’umanità sfigurata e smarrita.

Il comandante non potrà lanciare gli ammonimenti con cui il capo dei pompieri nell’”Inferno di cristallo” chiudeva la catastrofe cinematografica, ben più modesta di questa biblica fattasi realtà. E’ tra i caduti, ha voluto condividere la sorte dei suoi uomini gettandosi di nuovo nella bocca dell’inferno dopo esserne uscito per organizzare i soccorsi. Il suo nome è Peter Ganci, un eroe!   Sacrificatosi alla testa dei trecentoquarantatre vigili del fuoco caduti nella tremenda giornata, novello Leonida alle Termopili. Ne ha condiviso la sorte il coraggioso cappellano. Sarà accertato che, come fu per il gesto epico dei trecento spartani, il loro sacrificio ha salvato molte migliaia di persone presenti nelle torri, venticinquemila ne sono uscite incolumi.

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Duemilasettecentocinquanta purtroppo non risponderanno all’appello, si sono dissolte nel nulla: con i loro volti, le loro storie, le loro speranze, i loro sogni, la loro vita. Lasciando un vuoto incolmabile nelle migliaia di famiglie gettate all’improvviso nel lutto e nel dolore nel modo più tragico. Duemilasettecentocinquanta: un numero che esprime la spaventosa misura della tragedia umana, una catstrofe le cui dimensioni fanno venire i brividi.

Erano due torri imponenti, alte quattrocentoquindici metri, con facciate di sessanta metri di lato, centodieci piani, oltre cento ascensori superveloci ciascuna, ventitre express e gli altri locali. Non si vedrà più nel cielo la trapunta delle quarantatremila piccole finestre di cinquantacinque centimetri. I ventimila metri quadri di vetri, che sarebbero bastati per gli infissi di tremilaseicento case, si sono sbriciolati nel disastro. Sono spariti per sempre insieme alla miriade di riquadri delle strutture verticali, più ampi al culmine, e agli archi ogivali della parte più bassa, che all’ingresso ingentilivano la linearità delle forme con una variante delicata dal sapore delle “mille e una notte”. I venti metri di profondità delle fondamenta sino serviti solo a marcare visivamente la voragine scavata nel cuore pulsante della metropoli con il cratere che si è aperto dov’erano le torri.

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Sono i numeri che ne hanno contrassegnato la fama mondiale  oggi rappresentano la misura tangibile dell’immane orrore e dello sgomento dinanzi a una perdita incommensurabile.    

Johnny rivolge un pensiero al progettista, morto nel 1986.

L’architetto giapponese che le ideò aveva studiato nelle università di Washington e New York e lavorato nello studio dove, prima degli anni trenta, era stato progettato l’Empire State Building, Minoru Yamasaki, espressione del “melting pot” che dà forza allo spirito di iniziativa degli americani, concepì il progetto nel 1962 ispirandosi, nelle partizioni geometriche, nelle fasce portanti e nelle pareti di vetro, allo stile di Mies van der Rohe e di le Corbusier, e gli diede forma nel 1964 scegliendo tra un centinaio di modelli predisposti per prova. I lavori iniziarono nel 1966, il complesso fu inaugurato nel 1973 ma venne utilizzato fin dal 1971.

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E’ una riflessione che si spinge al di là dei dati da record delle torri, divenute un unicum in dimensioni e tecnologia. Gli torna lo sgomento, per un  po’ stemperato ripensando ai particolari snocciolati dalla memoria.

-Yamasaki attribuiva agli edifici un significato emblematico, ben al di là della pur prestigiosa funzione di ospitare le strutture direzionali del commercio.”Poiché il commercio mondiale significa pace mondiale, il World Trade Center deve diventare la rappresentazione vivente della fede dell’uomo nell’umanità, del suo bisogno di dignità individuale, della sua fiducia nella cooperazione e, tramite quest’ultima, della sua capacità di trovare la grandezza. E’ un simbolo della dedizione dell’uomo alla pace universale”.

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Che siano state le sue parole, in risalto nell’opuscolo informativo,  da far scattare il disegno diabolico? A far prendere a bersaglio della furia distruttiva non solo l’America ma i simboli del bene assoluto, a livello individuale e collettivo, la rappresentazione vivente dei valori della civiltà? La fede  e l’umanità, la dignità e la fiducia, la cooperazione e la grandezza, la pace universale? Se è così, le forze del male sono tanto inesorabili da stroncare ogni possibilità di resistere? Nella lotta tra il bene e il male, mi hanno insegnato, alla fine trionfa sempre il bene. Che accadrà ora?

Il cinema è attento a riprodurre il sentimento diffuso, e nell’hollywoodiano “happy end” di regola il malvagio viene battuto e punito in modo esemplare. 

-Se il malvagio è il male assoluto, se Satana ha rivelato la sua potenza infernale, chi potrà batterlo? si chiede ancora. Se per “King Kong” e “Godzilla”arrampicati sulle Torri Gemelle servivano l armi degli elicotteri, la mitraglia e i fucili, quali armi potranno battere un potenza diabolica?

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Medita la risposta, da manager abituato a reagire alle minacce senza indulgere a leccarsi le ferite. Sta recuperando questa facoltà e insieme l’istinto, sente tornare il coraggio.

-Occorre reagire e lottare, sconfiggere il male  con tutti i mezzi. Sono pronto a rischiare la vita. Del resto, non l’ho rischiata oggi? Nel mio grattacielo che poteva venire ugualmente colpito, e in strafa al primo crollo?

Un pensiero lo assale all’improvviso. Finora ha vissuto il dramma  che si svolgeva sotto i suoi occhi, con l’umanità dolente da aiutare  e i colleghi in pericolo, quasi fosse solo al mondo.

-Ho una famiglia, dentro si me non l’ho dimenticato, ma che potevo fare?  Dove sarà Lina che stamane doveva partire in aereo per raggiungere daddy e mamy in vacanza in Italia? Gli aerei utilizzati dai  maledetti kamikaze sono delle linee interne, nessuno ha parlato delle linee internazionali. Per fortuna dovrebbe essersi imbarcata a Toronto, quindi è escluso che fosse a New York e potesse trovarsi nelle Twin Towers.

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Cessato allarme, ha riflettuto che i genitori sono al paese e la sorella o è in viaggio per l’Italia oppure è ancora in Canada.

-Saranno molto preoccupati, pensa. Chissà se stanno cercando di chiamare? Le linee telefoniche sono saltate, capiranno. Telefonerò appena possibile. Forse stasera, adesso è inutile tentare.

Quando potrà avere la linea, dalla pensione di Pietracamela  con l’insegna dell’”Antica Locanda” riceverà l’abbraccio del padre, che trema di paura sapendo che l’ufficio del figlio è a pochi isolati di distanza dalle torri e vi si reca spesso per incontri e riunioni, l’abbraccio della madre  e della sorella. Lina era salita a Toronto sull’aereo per l’Italia e ora è al paese con i genitori che sono andati  a prenderla all’aeroporto di Pescara”.

Continua...

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Info

Si tratta della 3^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 3^ parte sopra riportata è alle pp. 332-338. La 1^ parte è uscita, su questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni dall’evento, la 2^ il 13, l’ultima seguirà il 17 settembre.

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Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che l’inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria, qualora tale pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno immediatamente rimosse su semplice richiesta. Non sono più alternate le immagini delle Torri Gemelle in fiamme e il lugubre pennacchio di fumo con quelle dei vigili del fuoco come nelle 2 puntate precedenti, al posto delle torri ci sono detriti e polvere, e i vigili del fuco sono immersi in questo allucinante deserto di morte come formiche smarrite, nelle ultime 6 immagini tornano nella loro dimensione umana. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: tag43.it, famigliacristiana.it, vanityfair.it, rainews24.it, sportsenators.it, wakeupnews.eu, notizie.tiscali.it, repubblica.it, sanpietroperugia.it, lefotografiechehannofattolastoria.it, ilsole24ore.com, huffingtonpost.it, tpi.it, lettoquotidiano.it, ilsussidiario.it, mondodimisteri.altervista.org, ilgiorno.it, famigliacristiana.it, ildigitale.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

11 settembre 2001, 2. L'”inferno di cristallo” e il crollo, l’angoscia, e gli eroici salvataggi

E’ la 2^ puntata della rievocazione in 4 puntate dell’apocalisse scatenatasi sulle Torri Gemelle l’11 settembre 2001: ne celebriamo il triste ventennale riportando la “diretta” vissuta da un personaggio del nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”, presente a questo evento terribile con l’angoscia e la disperazione prima, la mobilitazione per rendersi utile poi, fino all’irrefrenabile indignazione contro un atto terroristico che grida vendetta in nome dell’umanità. In questa puntata, dopo l'”inferno di cristallo” nei due grattacieli colpiti a morte, si assiste impotenti al loro crollo, ma anche a scene di grande solidarietà umana che si conclidono con una “pietà” michelangiolesca nata nell’orrore dell’umanità profanata, tra volti sfigurati e indicibili tenerezze. Le immagini mostrano le torri come dei giganteschi fumaioli con i vigili del fuoco impotenti e stremati.

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La palla di fuoco, poi le torri trsformate in funaioli

“…Qui ci sono due aerei. Il secondo la ha visto penetrare nella Torre Sud, un grande aereo, un aereo di linea. Il primo lo ha visto avvicinarsi quando non era ancora successo nulla, un altro grande aereo, un aereo di linea.  Sente i brividi per ciò che è accaduto  e gli è rimasto l’orrore nel vedere figure umane precipitare in un volo straziante. Pensa ai passeggeri dell’aereo.

-Chissà quanti erano a bordo, si saranno accorti del tremendo impatto che stava per ucciderli? E com’è possibile un errore di percorso fino a entrare nella foresta pietrificata dei grattacieli di Manhattan e andare a colpire i più alti, famosi e simbolici, sedi delle maggiori compagnie, con il ristorante al centosettesimo piano della Torre Nord, oltre quattrocento metri di altezza e la  più straordinaria vista panoramica sullo skyline di New York dalle sue finestre sul mondo? Si chiama per questo “Windows on the World”. Potrò provare di nuovo, sopra al mare di luci della città, la sensazione di essere di vedetta sull’albero altissimo di una immensa nave ch avanza tra l’Hudson e l’East River, on in basso le minuscole sagome dei traghetti di Staten Island che  si muovono come lucciole operose? E rivivere l giorno in cui scatta la prenotazione  per la cena dopo un’attesa di mesi scandita  dall’ansia di un’emozione unica? Potrò ammirare ancora le stupende vedute del porto di New York e di Brooklyn dall’”Observation Desk” , la terrazza  belvedere sempre al centosettesimo piano, ma della Torre Sud, con il milione e mezzo di visitatori che vi si affacciano ogni anno? Quanto tempo dovrà passare prima di rivedere le torri intatte  e risplendenti di luce mentre ora sono avvolte dal fumo nero e lambite dalle fiamme, unite nello stesso tragico destino?

La risposta non c’è, si accorge di essersi rifugiato per istinto  nell’errore di volo quindi nei ricordi  per esorcizzare il terribile sospetto degli spietati kamikaze. E tornano i pensieri angosciosi, non si può spiegare l’impossibile combinazione  di due impatti rovinosi a breve distanza, mirati alle due torri.

-Mirati, sono proprio mirati, hanno preso la mira quei maledetti, il secondo ha virato non per evitare bensì per colpire! Perché mi preoccupo così di “Windows on the World” e dell’”Observation Desk” ? si chiede rimproverandosi. Questa tragedia non è solo nelle torri, è principalmente in chi c’era dentro. Li sento tutti miei fratelli.

Non riesce  a farne il conto, migliaia di persone ci lavorano e le visitano, anzi decine di migliaia, sono loro la maggior preoccupazione,sebbene il flusso di gente che si rovescia stravolta dalla zona faccia ritenere che molti si stiano mettendo in salvo.

-E quelli degli ultimi piani? Si domanda atterrito.

Il ricordo dell’”Inferno di cristallo” lo fa sperare, il film si sofferma sulle vittime. Nell’edificante finale risaltano esempi tragici e compassionevoli di altruismo sfortunato e muore il più cattivo; mentre il solito moralismo hollywoodiano punisce due giovani colleghi di ufficio amanti clandestini colpevoli di avere approfittato della festa per appartarsi agli ultimi piani dove restano intrappolati dall’incendio, condannandoli  a una fine orribile, il salto nel vuoto avvolti dalle fiamme.

Ricordando la morte del personaggio negativo del film, causata dalla sua stessa violenza, pensa che nella vita gli eventi spesso contraddicono ogni elementare senso di giustizia e premiano gli immeritevoli. Allontana questa inquietudine.

-Davanti ai  miei occhi c’è un evento incredibile ma vero, e io cerco conforto nella finzione cinematografica! Non è paradossale?

Il paradosso è in ciò che è avvenuto. Al di là dell’immaginabile da non sembrare reale, al punto di apparire più verosimile la vicenda del film. E dire che quando lo vide ritenne esagerato l’incendio di un grattacielo, tanto più nel giorno dell’inaugurazione! Mentre era la circostanza che limitava il pericolo agli invitati alla festa, perché a differenza delle Torri Gemelle i piani inferiori erano vuoti.

– Un momento, il naufragio del “Titanic”, con millecinquecento vittime, non avvenne nel viaggio inaugurale? Allora neppure il film era esagerato. Ma le torri non si inauguravano oggi, ci sono da trent’anni.

Si rimprovera per aver dato un seguito surreale alle proprie divagazioni.

-Che c’entra il “Titanic” con le Twin Towers?

Arriva subito al risposta, una delle torri comincia  a venire giù, l’altra resta in piedi.

– Com’è possibile che di due fumaioli della nave uno si inabissi e l’altro no? E dov’è il mare? pensa fuori di sé. Oddio,quello non è il “Titanic”, l fumaiolo che si inabissa è una delle torri colpite dall’aereo trasformato in missile! 

Il “Titanic” era solo un’associazione di idee divenuta cronaca terrificante. Una torre alta più di quattrocento metri è ingoiata e annientata da un’implosione gigantesca che nessuna legge fisica è in grado di prevedere e forse neppure spiegare!

-E’ come se l’inferno si fosse materializzato all’improvviso in una quieta  tersa mattina di fine estate , “2001, september, 11, Manhattan, New York City, Usa”! In questo modo il cinema americano sottolinea gli eventi.

AAAA

La sua mente continua a rifugiarsi nelle immagini cinematografiche ma  non vi trova conforto, la realtà appare ben più tremenda.

-E dire che da bambino mi impressionavo quando il gigantesco “King Kong” braccato sulle Torri Gemelle che si lanciava dall’una all’altra stringendo nel pugno la terrorizzata Jessica Lange e alla fine precipitava schiantandosi al suolo; di recente si è visto al cinema il mostruoso “Godzilla” che vi si arrampicava stritolando tutto quanto capitava a tiro e poi veniva abbattuto. Mentre ora una torre sta addirittura crollando schiacciata da una forza irresistibile e la torre gemella ha la sommità in fiamme. Altro che l’”Inferno di cristallo”! Nel film il capo dei pompieri riuscì a spegnere l’incendio facendo esplodere i serbatoi posti nella copertura dell’edificio e inondando così la terrazza con una massa d’acqua che diede la salvezza a gran parte degli occupanti, pur rischiando di travolgerli. Qui accade l’inimmaginabile, molto al di là di un film del genere catastrofico”.   

Un boato lo scuote, interrompe i suoi pensieri in tempo  per fargli avvertire il pericolo. Il fumaiolo che si inabissa proietta verso terra la nuvola di fumo compressa al suolo da un potente soffio. E’ la catastrofe!

In un attimo rivede immagini che lo avevano lasciato attonito quattro anni prima. L’operatore televisivo riprese il momento più tragico e spettacolare del terremoto di Assisi del 1997, gli era rimasto impresso nella memoria.

-Sta arrivando la nuvola di polvere e detriti come fu per la Basilica di san Francesco  quando rotolò attraverso la navata centrale portando morte e distruzione, pensa. Allorché crollarono le preziose vele affrescate del soffitto, le pietre  ei calcinacci precipitati al suolo sotto la spinta dell’onda d’urto diventarono una valanga mortale. E dato che la massa di materiali, l’altezza del soffitto, a parte l’incalcolabile perdita sotto l’aspetto artistico, non erano paragonabili alle dimensioni bibliche del crollo della torre, la conclusione è immediata.

-Tutti al riparooo! La valangaaa! Urla a più non posso  e si getta nel varco più vicino, l’entrata di un edificio.

I presenti sono atterriti, non sanno che fare.

-Al riparooo! grida di nuovo affacciandosi alla porta per tirare dentro due ragazzi che si erano fermati a guardare impietriti l’arrivo della valanga prodotta dal grande crollo. La morte passa alla velocità del vento, un vento assassino. Un turbine di polvere accecante con detriti grossi e taglienti, autentiche accette scagliate da una forza spaventosa.

-Sì, l’inferno deve essere così, non è possibile che una torre si ripieghi su se stessa al apri di una candela che si scioglie all’istante. Allora che si può fare se si è scesi all’inferno? Ci vorrebeb mio padre che consoce l’Inferno di Dante, io sto conoscendo l’inferno di Manhattan, osserva sconvolto.

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Ancora una volta si sorprende a rifugiarsi nelle finzioni dinanzi a una realtà che è poco definire sconvolgente. Si è rifugiato nel cinema, adesso nella poesia. Non è il genere che si attaglia alla situazione, lo è la tragedia, più fosca e tetra della più cupa tragedia greca. La tragedia di tante persone che lavoravano nella torre crollata o vi si trovavano per i motivi più diversi.

Gli si riempiono gli occhi di lacrime al pensiero.

-Quanti saranno riusciti a venirne fuori prima che si disintegrasse? I vigili del fuoco che sono saliti per le scale fino ai piani nei quali si è conficcato l’aereo, come nll’”Inferno di cristallo”, dov’erao al momento del crollo? Ora che la torre si è dissolta, cosa ne è stato di loro?

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Si meraviglia della sua reazione, del sentirsi pregare. Non perché non sia credente, tutt’altro. La sua famiglia è profondamente religiosa, e lui va a messa la domenica nella cattedrale di san patrizio. A Toronto e a Palm Beach poteva andar in chiesa più spesso, era stato anche chierichetto, Però non gli era mai capitato di pregare per strada né di assistere a invocazioni disperate.

Riaffiorano alla mente i racconti del padre sui terremoti nel suo paese. Era rimasto impressionato dalle invocazioni al santo protettore  da quella calamità, Sant’Emidio, considerato l’ancora di salvezza.

Nel dramma che  sta vivendo non sa a chi rivolgersi, non c’è un protettore dall’apocalisse. La risposta gli viene dal cuore. Dalle labbra esce la medesima invocazione.

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-Sant’Emidio, Sant’Emidio, Sant’Emidio, aiutaci!

La terra non trema, tre al’aria, la luce. Tremano le vene e i polsi, si dice dinanzi a una situazione molto difficile. Qui non basta, trema l’intero essere.

Il locale dove è riparato è saturo di polvere e fumo, sebbene abbiano chiuso la porta. Si comincia  a tossire, occorre aria fresca ma è impossibile trovarla.

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Ora che la valanga è passata, tornare in strada è il minimo e forse è pure il massimo. Per fortuna hanno impedito di avvicinarsi alle torri. Non che prevedessero il crollo, era una delle normali misure di sicurezza che in altre circostanze venivano criticate perchè risposte inutili e scontate a fatti già esauriti. Questa volta era stata una misura provvidenziale, aveva salvato lui e quelli che accorrevano per prestare aiuto senza pensare al pericolo.

Adesso deve fare qualcosa per le maschere di polvere che escono sfigurate dalla muraglia di fumo. Non ci sono più vigili o poliziotti né barriere  che impediscano di entrare nella zona del disastro. Tuttavia è evidente che non servirebbe, andare oltre, meglio restare ai margini.

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Scene da bombardamento. Richiamano le immagini di tanti film, che credeva eccessive nel descrivere l’orrore delle distruzioni e l’angoscia della popolazione. Sarà che è giovane, cresciuto nel mito dei bombardamenti chirurgici con bombe cosiddette  intelligenti che dovrebbero colpire gli obiettivi militari e risparmiare i civili, sarà che non ha conosciuto la tragedia del Vietnam, le scene che ha dinanzi gli appaiono un’allucinazione.           

-Immagini della realtà così tremende le ho viste solo nelle riprese di attentati che hanno distrutto interi palazzi con decine di morti, spesso all’estero ma anche in America. Ricordo ancora quelle della strage causata dall’autobomba di Oklahoma City che nel 1995 fece centosessantotto vittime! esclama.

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Torna il dubbio angoscioso, l’ipotesi più volte affacciatasi alla sua mente comincia  diventare certezza.

-Che si tratti di un vile attentato?

Un’umanità dolente si riversa dal varco aperto nel fumo e nei detriti. La polvere è mescolata all’aria con i mefitici odori che trasporta, puzza di bruciato, di carburante, di materiali fusi, di quanto un alchimista infernale abbia potuto immettere nel suo lambicco di morte. Tutti uguali nel terrore, una coltre di polvere ne fa maschere tragiche. E’ difficile aiutarli, corrono come impazziti per allontanarsi dalla bocca dell’inferno da cui sono appena usciti.

Si è tolto la giacca, avanza. Le persone arrivano stravolte senza vedere chi si trova sulla loro strada.

-Non è per il freddo che quel giovane ripiegato su se stesso corre a zig zag squassato da brividi, è per lo shock che lo attanaglia, devo aiutarlo! pensa.

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Il giovane lo schiva, impegnato allo spasimo quasi dovesse  evitare i proiettili dei nemici, lo supera, scompare. E’ l’immagine di un campo di battaglia , non di football o di rugby, si corre per la vita e non per il pallone.

-Posso soccorrere  quella donna con gli occhi sbarrati, è ferita, trema, la coprirò on la giacca. Trascina a fatica una gamba, devo sorreggerla! esclama.

La donna scoppia in un pianto dirotto, gli cade tra le braccia, lui tiene stretta la figura minuta che altrimenti  finirebbe a terra. Poca cosa in confronto a ciò che lei ha provato precipitandosi lungo l’interminabile scalinata, in un fiume umano che cercava la salvezza  sforzandosi di mantenere l’ordine e la calma. E incrociava la teoria ininterrotta di vigili del fuoco che saliva per raggiungere la parte alta della torre colpita dall’aereo.

Jane, così dice di chiamarsi, si stringe nella giacca che le ha messo sulle spalle e racconta piangendo di aver visto al morte in faccia quando è caduta per le scale ferendosi a una gamba e stava per essere travolta dalla fiumana di fuggitivi, e di nuovo all’esterno al momento del crollo.

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-Ebbene, i vigili del fuoco mi hanno salvata due volte. Mi hanno protetta dalla massa che scendeva, se non fossero intervenuti sarei stata schiacciata. Noi non potevamo pensare a niente, dovevamo soltanto correre a rotta di collo per centinaia e centinaia di scalini, in un tunnel nero per il fumo accecante in fondo al quale c’era la luce. Solo un miracolo ha potuto far arrestare quel fiume umano per il tempo necessario a rimettermi in piedi  e riprendere la corrente verso la salvezza. Il miracolo del coraggio, della solidarietà, del rispetto per l mia vita rischiando la propria. Sono arrivata all’uscita poco prima dl crollo e devo ancora ai vigili che mi hanno allontanata immediatamente se non sono stata sommersa dalla valanga di detriti.

Adesso deve uscire dall’ottovolante della disperazione.

Si avvicina barcollando un vigile del fuoco con un’espressione di terrore negli occhi che guardano senza vedere.

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-E’ proprio il vigile che mi aveva fermato! Esclama Johnny. Mi ha bloccato mentre volevo accostarmi alle torri, poi è andato sul luogo del disastro.

Una maschera tragica, coperto com’è di polvere e sangue. Lo ha investito di striscio l’onda d’urto del crollo. Ne è riemerso lacero e ferito, in preda a shock. Trema battendo i denti, accartocciato   nel suo metro e novanta. Si accascia.

Lui non sa che fare, continua a tenere la giacca sulla schiena di Jane, non si sente di lasciarla per soccorrerlo. E’ la donna che all’improvviso si alza, va verso il vigile, gli cinge le spalle  cercando di coprirlo; ci riesce perché sembra diventato più minuto di lei. L’uomo è ripiegato su se stesso come per rifugiarsi tra le braccia della madre. Dinanzi a quest’immagine dolente Johnny si ritrae temendo di profanarla. Nella fragile figura femminile che stringe a sé l’uomo colpito nel corpo e nello spirito c’è l’incarnazione della “Pietà”. Con la straordinaria mescolanza di umano e divino che gli ha fatto amare il capolavoro michelangiolesco.

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Paul, il vigile del fuoco, parla con voce tremante.

-Ero a breve distanza dalla torre allorché si è dissolta, quasi volesse conficcarsi nel terreno fino a  scomparire. Non credevo ai  miei occhi, mi chiedevo cosa stesse accadendo. Riscuotermi e gettarmi sulla destra per trovare riparo è stato tutt’uno. Mi ha salvato un tuffo di quelli visti al cinema con “Rambo” che esce incolume dall’esplosione lanciandosi in mezzo a nugoli di schegge tra fiamme e  fumo,polvere e detriti. Quando  mi sono lanciato verso la salvezza, schegge, polvere e detriti erano scagliati ad altezza d’uomo, mentre in alto divampavano le fiamme e il fumo dell’esplosione.

Può ringraziare il suo volo da stuntman se la valanga non lo ha schiacciato. Ora Jane e Paul sono stretti l’una all’altro, con la medesima maschera di polvere e gli occhi che cominciano a rivedere le stelle scacciando l’incubo dei gironi infernali che hanno attraversato. Lei ha potuto esprimere la gratitudine verso i vigili ai quali deve la vita ricambiandone la generosità con il suo gesto spontaneo”.

Continua...

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Info

Si tratta della 2^ delle 4 parti della rievocazione della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 2^ parte sopra riportata è alle pp. 326-332. La 1^ parte è uscita, in questo sito, l’11 settembre 2021, a 20 anni, le altre 2 parti seguiranno nei giorni 15 e 17 settembre.

Photo

Le immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che il loro inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria; pertanto, qualora la presente pubblicazione non fosse gradita, le relative immagini verranno subito rimosse su semplice richiesta. Sono alternate le immagini delle torri fumanti con quelle dei vigili del fuoco prodigatisi nelle operazioni di sosccorso, tranne le ultime 5 dedicate solo ai vigili. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le rispettive immagini, sono i seguenti: latinatoday.it, focus.it, hellpress.it, cdt.ch, m.famigliacristiana.it, chemusica.it, favusjunior.it, sportellodeidiritti.org, tecnicadellascuola.it, vanityfair.it, panorama.it, ilpost.it, corrieredellosport.it, corriere.it, ansa.it, levocidellanotteforumfree.it, ansa.it, canopo.it, panorama.it, pinterest.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

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11 settembre 2001, 1. L’apocalisse delle Torri Gemelle, in una “diretta” emozionante

di Romano Maria Levante

Quel giorno di vent’anni fa, al momento dell’apocalisse delle Torri Gemelle stavamo scrivendo la prima parte di un romanzo-verità ispirato liberamente a una storia di emigrazione dal nostro paese, Pietracamela, alle falde del Gran Sasso d’Italia. Telefonammo subito al protagonista il cui racconto ci aveva spinto a raccontarne la storia, tornato al paese dall’America per una breve vacanza, perché il figlio lavorava nei grattacieli di Manhattan e temevamo per lui. Nel prosieguo della stesura del romanzo inserimmo l’attacco alle Torri Gemelle vissuto dal figlio che si trovava nella zona i rievocandone i momenti. Nel nostro romanzo “Rolando e i suoi fratelli, l’America!” a questo evento terribile sono dedicate le pagine da 321 a 344, le riproduciamo testualmente in 4 puntate, pensando di poter risvegliare le emozioni provate allora dinanzi a un evento tragico e disumano. E’ il nostro modo di celebrare 20 anni dopo le vittime con il cordoglio alla loro memoria e gli eroi che si sono battuti contro l’apocalisse rendendo omaggio alla loro dedizione spesso fino al martirio. Le immagini rendono la terribile sequenza che ha investito con una palla di fuoco gli ultimi piani della Torre Nord, l’impatto dell’aereo sulla Torre Sud e l’abnegazione dei vigili del fuoco immolatisi nei soccorsi.

Le Torri Gemelle nel World Trade Center di New York

“E’ trascorsa una calda estate dalla visita del padre. Johnny è arrivato da pochi giorni dopo un breve periodo di ferie, e deve smaltire gli impegni accumulatisi.

Sono appena passate le 8,30, è in ufficio. Gli altri, compresa la segretaria, ancora non sono arrivati.

Incontrerà l’amministratore di una corporation che ha offerto di apertecipare  auna nuova iniziativa, è il suo pane quotidiano. Riguarda un settore di punta, le telecomunicazioni, e un comparto avanzato, il digitale. Manca meno di mezz’ora all’appuntamento fissato per le nove.

Ordina le carte rimaste sul piano della scrivania, accende il computer.

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Ci sono parecchi aspetti da chiarire, si è in fase preliminare. Il digitale è una rivoluzione tecnologica per il mercato, e la liberalizzazione con la caduta dei vincoli antitrust  ha prodotto negli Stati Uniti una corsa alla concentrazione  con lo spostamento di ingenti capitali.

In un quadro così complesso l’iniziativa proposta di realizzare  una rete completamente digitale in fibre ottiche  e gestire un vasto sistema wireless anch’esso  digitale è interessante  quanto delicata. Apre l’armadio chiuso a chiave, la trattativa è riservata e va mantenuto il segreto anche all’interno. Tira fuori il dossier che  gli interessa e lo sfoglia per individuare i punti da approfondire. Verifica che non manchi nulla  per la discussione. Cerca dei documenti, ora ha quanto gli occorre. Richiude l’armadio. Davanti alla vetrata dà un’occhiata distratta all’esterno. Vede sfilare un aereo di linea. Mai era capitato che passasse così vicino.

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Siede dietro la scrivania con un senso di inquietudine, gira meccanicamente la pagina del giorno sul calendario da tavolo. Legge la data, 11 settembre, martedì. Non capisce perché sia turbato, non ne ha motivo, è preparato all’incontro che inizierà dopo un quarto d’ora. Mentre apre il fascicolo e si accinge a richiamare nel monito il relativo “file”, uno scoppio lo fa sobbalzare.

E’ diverso dai rumori che si sentono dai grattacieli di New York, dove non arriva il frastuono del traffico. Non riesce a immaginarne l’origine, non vuole pensare all’aereo sfilato a volo radente. Quasi per esorcizzare l’inquietudine.

-Un rombo di tuono? Si chiede. No, è potente  e insieme sordo, soffocato. E poi non ci sono temporali in vista, l’aria è tersa, il cielo è sereno, il sole luminoso. Come sa esserlo nei mesi di passaggio tra le stagioni, in questo settembre tiepido e dolce.

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-E allora cosa? Torna l’interrogativo. Neppure lo scoppio di una caldaia o l’esplosione di un appartamento invaso dal gas producono un effetto simile. Qui non ci sono caldaie né abitazioni che possono esplodere, ma grattacieli con centrali termiche sicure poste in profondità sotto al basamento.

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

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-E allora cosa? Diventa un’ossessione. IL bang di un reattore impazzito che superasse il muro del suono nella selva dei grattacieli darebbe una frustata , invece l’aereo emetteva il normale rombo dei motori e si muoveva alla velocità consueta.  

I rumori della guerra non li conosce, né le esplosioni delle bombe, è un’eventualità ch non considera nemmeno per un attimo.

-Non mi trovo in una sede a rischio di attentati terroristici nel Medio Oriente o in uno dei paesi del terzo  mondo dilaniati dalle guerre intestine dove tutto è possibile in ogni momento! Sono nel centro di Manhattan che è il centro di Nrw York, il centro della grande America. Grande nella potenza militare, oltre che finanziaria ed economica. Nessuno oserebbe e, se lo volesse, non potrebbe giungere fino al cuore del paese, per di più al cuore finanziario.

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Il ricordo dell’autobomba del 1993 non lo preoccupa, perché evidentemente le misure di sicurezza sono state rafforzate, l’area dovrebbe essere blindata.

-L’aereo che ho visto passare vicinissimo non può spiegare lo scoppio, ci mancherebbe! Sbotta sempre più turbato.

Sono pensieri che nel volgere di pochi attimi lo fanno correre alla vetrata per veder quello che non riesce  a capire. Una reazione insolita, non si fa distrarre da suoni, rumori, immagini, ha l’abitudine di concentrarsi sul problema che sta affrontando estraniandosi da ciò che lo circonda.

La sua attenzione ne resta assorbita in  modo tale da non essere attirato  da quanto avviene all’esterno mentre gli altri si accalcano alle finestre.  Anche se gli stormi di uccelli migratori disegnano incredibili arabeschi  resiste alla tentazione di soffermarsi a guardare  fuori. E così per i tramonti più suggestivi.

Questa volta no, è diverso, sente che è diverso. Mai dalle Twin Towers del Worls Trade Center si è vista uscire una nuvola di fumo nero tra gigantesche fiammate  che lambiscono gli ultimi piani. E’ lo spettacolo agghiacciante che li si presenta.

-Non serve che continui a interrogarmi, devo darmi da fare. E subito. Molti nostri uffici sono nella Torre Nord, mi metterò a disposizione dei soccorsi. Non farò come Archimede che alla caduta di Siracusa rimase immerso nelle operazioni di alta matematica tanto che non si accorse dell’assalto finale  alal città. Sono o non sono un vero americano?

Esce dalla stanza, si precipita all’ascensore con i colleghi che incontra. Nessuno sa cosa sia successo. Scendono a terra, corrono verso le torri  con il fiato in gola. Attraversano alcuni isolati, la confusione aumenta  via via che si avvicinano alla zona. E’ un incrociarsi frenetico di gente che cerca di raggiungerle  e di gente che se ne allontana. Le auto dei vigili del fuoco sfrecciano con un ululato lamentoso.

Mai aveva fatto caso al numero dei veicoli antincendio  di New York, ora si rende conto di quanti siano. E’ un accorrere  senza sosta sul luogo del disastro sovrastato da una nuvola di fumo nero che si mu a ondate con un odore acre di bruciato.

Smettono di correre, troppe persone vanno nella direzione opposta. I colleghi rinunciano a proseguire.

 -Non credo che tutti siano così spaventati o egoisti da sottrarsi al dovere di prestare aiuto, ci sarà un motivo! esclama continuando ad andare avanti.

Sono i vigili del fuoco  e i poliziotti ad allontanare dal luogo dell’esplosione . La Torre Nord brucia in alto, oltre alle fiamme impressiona il fumo. Un tremendo Vesuvio con un pennacchio gigantesco, un vulcano in eruzione.

-Anche se è la parte superiore a bruciare emettendo  lava  elapilli, pensa subito, in ogni eruzione  gli effetti si trasmettono a valle con forza distruttiva.

Si riscuote da questo pensiero.

-Chissà cosa sta succedendo, chissà cosa potrà succedere? Forse nulla di più di ciò che vedo. I vigili del fuoo entrano nella torre, salgono a piedi centinaia di gradini per spegnere le fiamme. Del resto, qunado esplose l’autobomba nell’autorimessa  del World Trade Center, venne colpito il basamento e non furono compromessi i piani soprastanti.

Purtroppo non si salvarono sei di coloro che rimasero intrappolati nel sottosuolo prima di esserne tirati fuori coperti di polvere e sangue. I danni dell’incendio verranno contenuti. Non è un vulcano in eruzione, la lava non scende a valle inesorabile.

-E’ stato un aereo! Urlano i tanti che si allontanano.

-Non avvicinatevi!  Ridano poliziotti e vigili del fuoco.

Un aereo? Ricorda di aver letto che un grosso bombardiere B52 finì contro l’Empire State Building  in tempo di guerra, ed erano capitati incidenti del genere in tempi normali on piccoli Cessna. Urti di entità limitata, il grattacielo aveva resistito.

-Le Twin Towers sono progettate  per reggere all’impatto dei giganteschi Jumbo, pensa, e per resistere alla spinta esercitata dal vento che corrisponde a molte volte la più violenta collisione immaginabile.

Queste e altre notizie erano nell’opuscolo informativo con la storia, le caratteristiche e le garanzie di sicurezza consultato nel prepararsi al trasferimento, poi non avvenuto, nella Torre Nord.

-Oddio, mormora paralizzato dalla paura, c’è un aereo lassù che sembra diretto alla Torre Sud. No, sta deviando, si inclina, vira, ci cozza contro lo stesso, si infila nella parte alta, esplode. E’ un’allucinazione, non è possibile, le urla ‘è stato un aereo’ hanno creato immagini così realistiche da apparirmi vere. Non può essere vera la palla di fuoco che avvolge la torre appena colpita, mentre la cima della Torre Nord è coperta dalla nuvola di fumo nero!

Se si trattasse di un’allucinazione? Come per l’esplosione che lo ha fatto scendere in strada  e correre verso le torri senza sapere perché, ma con la consapevolezza che voleva  e doveva farlo?

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Purtroppo non è un’allucinazione l’ondata di fumo nero e di calore, l’aria irrespirabile che ferisce i polmoni, la polvere che sferza il viso. E’ qualcosa di terribilmente vero che lo lascia sgomento, incapace di riflettere e di agire. Sconvolto, fa constatazioni agghiaccianti.

 -Allora c’è stato davvero lo schianto del primo aereo! L’esplosione sulla Torre Nord è stata causata dall’impatto di un aereo. Un grande aereo di linea simile a quello penetrato nella Torre Sud ed esploso sotto i miei occhi.

Eì proprio l’aereo che aveva visto passare a volo radente. I paragoni con gli altri incidenti non reggono più. Si arrende dinanzi alla tremenda realtà.

-Non è possibile che sia una coincidenza, è impensabile un errore umano ripetuto a così breve distanza. Se è impensabile l’errore umano  c’è stata una volontà anch’essa umana. Anzi disumana.

Cerca di scacciare questo pensiero, deve ragionare. Si rende conto che è molto difficile. Ci prova. Li conosceva bene quegli aerei, viaggiava spesso sulle tratte interne e anche sulle linee internazionali.

-Ma adesso, da mezzi di trasporto familiari e sicuri, sono diventati spaventosi missili che hanno colpito gli edifici più cari e simbolici d’America!

Soltanto l’Empire State Building è al loro livello nell’immaginario collettivo e quando il B52 vi si schiantò le Twin Towers non esistevano, con i suoi trecentottanta metri era di gran lunga l’edificio più alto della “grande mela” fin dall’inizio degli anni trenta. L’incidente era stato fortuito, ma non possono essere fortuiti due impatti simmetrici e gemelli al pari delle torri.

-E se non sono fortuiti, si ripete angosciato, cosa può aver trasformato due inoffensivi aerei di linea in kamikaze impazziti lanciati sul cuore dell’America?

Nel volgere di un lampo rivede le scene di routine dei voli aerei. C’è da accomodarsi sulle poltrone, allacciarsi le cinture, ascoltare le istruzioni per l’emergenza ripetute in modo meccanico e seguite in modo altrettanto svogliato dato che non servono, non devono servire, guai se servissero. Scegliere i giornali da sfogliare, guardarsi intorno e scoprire la varietà dei tipi umani scolpita nei compagni di viaggio. Non manca una sbirciatina alle hostess, a volte sono proprio carine. Poi il volo, breve sulla navetta New York-Washington, interminabile sulle linee  intercontinentali, Sempre in un clima di confort e affidabilità.

-Le sciagure aeree creano sgomento nell’opinione pubblica, gli vien fatto di pensare, e per ridimensionarle a poco vale confrontare le statistiche del numero delle vittime con quelle degli incidenti d’auto, tanta è l’emozione suscitata dalla morte simultanea di tutti gli occupanti di un aereo mentre passa inosservato il numero ben più elevato di persone che muoiono sulle strade, a parte gli incidenti alla ribalta perché  spettacolari. Figurarsi una sciagura come questa!

E’ solo un attimo, del resto l’evento catastrofico non riesce neppure a percepirlo, supera l’immaginazione al apri degli ultrasuoni che non si avvertono per quanto sono acuti  e lancinanti al di là della percezione.

-Che sto almanaccando? Si riscuote rimproverandosi. I miei pensieri si sono messi a correre quasi per allontanarsi dalla tragedia. Devo restare presente a me stesso.

 Gli automezzi di soccorso continuano a sfrecciare. Spiccano le casacche fosforescenti dei vigili del fuoco, i poliziotti si sbracciano per contenere il flusso di gente. Non si comprende cosa possa ancora accadere.

E’ preoccupato per i colleghi della merchant bank e di una società finanziaria con cui ha stretti rapporti. Si trovano negli uffici della Torre Nord, al prima ad essere  colpita. Molti lavorano all’ottantesimo piano, sua sede di lavoro nel programma iniziale. Dell’altra finanziaria in tremila sono nei piani sottostanti. Vi è stato spesso e ha vissuto le situazioni più diverse con loro. Incontri brevi e riunioni interminabili. Ricorda l’ubicazione degli uffici, gli spazi comuni, le prescrizioni da seguire in caso di incendio.

-Dove saranno ora? Si troveranno nei punti di raccolta o staranno scendendo per le scale d’emergenza? Oppure…?

Una teoria ininterrotta di vigili del fuoco sta entrando nella Torre Sud, Cerco di arginare la gente che vuole avvicinarsi. Un vigile lo afferra per la giacca e lo blocca ordinandogli  di non varcare il limite oltre il quale c’è pericolo. Gli rimane impressa al figura imponente che si muove con decisione e senza incertezze, il viso fermo e impassibile, lo sguardo severo.

Ubbidisce all’ordine, Due incredibili fumaioli svettano verso il cielo quasi che Manhattan si fosse trasformata in un gigantesca nave. Le fiamme si sprigionano, il fumo è più impressionante del fuoco, nero impenetrabile con folate  che si accavallano come soffiate da un mantice infernale. In strada si diffonde un’aria mefitica.

Assiste impietrito a uno spettacolo agghiacciante. Figure umane si gettano dall’alto per schiantarsi al suolo in un volo disperato, interminabile.

-Oddio, la fine di Icaro! Ma qui non è il sole abbagliante della natura a sciogliere le ali ponendo fine aun volo fantastico nel cielo; è il calore insopportabile dell’incendio che li fa gettare nel vuoto per morire in modo intrepido all’esterno immersi nell’ria fresca del mattino, piuttosto che in modo atroce all’interno divorati dalle fiamme straripanti dell’esplosione.

 Questo pensiero non gli dà conforto, Guarda altrove, non può sostenerne la vista. Meglio fermarsi e tentare di decifrare il caotico via vai  intorno alle torri colpite a morte. Altrimenti torna la disperazione, allontanata per un momento. Chi va nell’area del disastro è un vigile del fuoco o un poliziotto e sa cosa deve fare, chi ne esce coperto di polvere è terrorizzato e sa solo che deve fuggire.

-I sopravvissuti stanno scendendo precipizio decine e decine di piani incrociandosi con i vigili del fuoco che salgono per regolare l’evacuazione e raggiungere l’incendio. Mi ricorda qualcosa  a lieto fine! ripete a se stesso scacciando le immagini più tragiche. Gli viene in mente un film, l’”Inferno di cristallo”. Un quadro simile a quello dinanzi ai sui occhi, i piani alti del grattacielo in fiamme e la terrazza intatta, in grado di accogliere le persone in abito da sera intrappolate nella festa all’ultimo piano. Dalla cima del grattacielo tutti sulla terrazza, che fu collegata  con una teleferica di fortuna presto distrutta anch’essa; mentre era bloccata dal fuoco la via di fuga della discesa lungo la scala d’emergenza  su cui i pompieri salivano senza sosta per cercare di spegnere l’incendio. All’origine delle fiamme un corto circuito causato dal materiale scadente utilizzato per realizzare l’impianto elettrico risparmiando sui costi”.

Continua...

Info

Si tratta della 1^ delle 4 parti della rievocazione, nel ventennale del catastrofico evento. della cronaca vissuta in diretta dell’attentato alle Torri Gemelle nel romanzo-verità di Romano Maria Levante, “Rolando e i suoi fratelli, l’America”, Andromeda Editrice, 2005, pp. 366. L’intera cronaca è alle pagg. 321-344, la 1^ parte sopra riportata è alle pp. 321-326. Le ulteriori 3 parti seguiranno in questo sito nei giorni 13, 15, 17 settembre 2021.

Photo

Le immagini sono state tratte da siti web di pubblico dominio, si ringraziano i titolari precisando che il loro inserimento è a titolo meramente illustrativo, senza alcun intento di natura economica nè pubblicitaria; pertanto qualora la presente pubblicazione non fosse gradita le relative immagini verranno subito rimosse su semplice richiesta. Dopo le prime 6 immagini in sequenza delle Torri Gemelle, le successive sono alternate con quelle dei vigili del fuoco che si sono prodigati nelle operazioni di soccorso, 343 di loro sono rimasti vittime. I siti, indicati nell’ordine in cui sono inserite le immagini, sono i seguenti: delphipages.live.it, it.wikipedia.it, agenpost.it, agora.vox.it, italiani.it, corriere.it, facebook.com, bergamonews.it, ciakmagazine.it, ilfattoquotidiano.it, corriere.it, lacnews24.it, luogocomune.net, alive.it, tg24.sky.it, panorama.it, cittanuova.it, ilgiorno.it, agi.it, globusmagazine.it. Ancora grazie a tutti i titolari dei siti citati per l’opportunità offerta.

La Perdonanza a L’Aquila, ieri e oggi

di Romano Maria Levante

Perdonanza 2021, un evento carico di valori nel segno del Perdono

L’”oggi” della Perdonanza è la grande manifestazione religiosa di larga presa popolare del 29 e 30 agosto 2021 che vince anche la pandemia del  Coronavirus, a stare alle numerose iniziative che fanno corona alla 727esima  edizione  del rito solenne con cui si celebra ogni anno la  “Bolla del Perdono” che papa Celestino V emise il 24 settembre 1294,  tre mesi prima di dimettersi  dall’alto soglio pontifico cui il Conclave  aveva portato in modo del tutto inatteso lui, noto come Pietro da Morrone. Ne abbiamo raccontato la storia nel “ieri” – il nostro resoconto del 2009 che riportiamo di seguito – ma vale la pena di tornarci con l’indignazione che si fa un grave torto a papa Celestino V se si dimentica il grave comportamento del successore, un certo… Bonifacio VIII.

Fu eletto papa eccezionalmente un semplice monaco, e non  un porporato,  per l’inconcludenza del Conclave aperto a Perugia – scelta dopo dissidi se tenerlo a Roma o a Rieti – alla morte  di papa Niccolò IV il 4 aprile 1292 con soli 12 cardinali, ridotti ad 11 per la morte di uno di loro nella peste che fece sospendere il Conclave, e anche alla ripresa era inconcludente. Fino a quando addirittura irruppe nella sala dove era riunito il Sacro Collegio, con il figlio Carlo Martello, il re di Napoli Carlo d’Angiò che attendeva con impazienza il nuovo papa per vedersi avallato il Trattato in discussione con gli Aragonesi dopo che con i “vespri siciliani”  dell’11 marzo 1282 la situazione  andava stabilizzata. Fu respinta subito la sua ingerenza, però c’era stata….

Ora il gesto pur inammissibile del sovrano rendeva più urgente, anzi indifferibile,  l’elezione ma restava insanabile il contrasto tra i sostenitori e i contrari ai Colonna. L’eremita Pietro Angelerio – detto Piero da Morrone dal monte sopra Sulmona in cui si era ritirato – interpretando il malcontento popolare profetizzò “gravi castighi” se la paralisi del Conclave fosse proseguita: allora si pensò di eleggere lui,  il monaco eremita.

L’influente cardinale Benedetto Caetani appoggiò tale soluzione, lui e la Curia pensavano che lo avrebbero manovrato come volevano data  la  totale estraneità di un eremita ai gravi problemi del governo della Chiesa. Fu eletto il 5 luglio, l’annuncio gli fu dato da tre ecclesistici che nell’agosto andarono a incontrarlo nel suo eremo, trovarono “un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità”, con “una rozza tonaca”, ma lui dopo una resistenza iniziale finì per accettare.

Fu incoronato il 28 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, e non si rivelò manovrabile anche perchè Carlo d’Angiò lo prese sotto la sua protezione, anche se interessata, e lui avallò subito il Trattato siciliano, lo nominò “maresciallo del Conclave” e seguì il suo consiglio di spostare la Curia a Napoli, al Castel Nuovo, con una piccola stanza per lui, dove si ritirava a meditare. Oltre alla Bolla del Perdono e al Giubileo con l’indulgenza plenaria aquilana, nominò 13 nuovi cardinali.

Ne seguì l’isolamento che, con i… consigli interessati di Benedetto Caetani, lo portò alle dimissioni il 13 dicembre 1294 motivandole  con “l’umiltà e la debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe [di questa città], al fine di recuperare, con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta…” .

Chissà se il cardinale Caetani, che sembra fosse decisivo nello spingerlo al gesto e di certo nel considerare ammissibili le dimissioni, non abbia pensato di poterne essere il successore – non potendolo manovrare mentre si preparava alla successione, come aveva sperato – come poi avvenne realmente? Lo elessero in un Conclave di soli 10 giorni col nome di Bonifacio VIII, fu incoronato a Roma.  Da qui forse nasce l’ingenerosa invettiva dantesca contro Celestino V, messo tra gli ignavi nell’Antinferno  come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, mentre non fu viltà ma coscienza dei propri limiti dopo aver voluto provare accettando la nomina e prendendo alcune  decisioni importanti.

Così torniamo alla “Bolla del Perdono” con la quale Celestino V istituì il primo vero Giubileo nella storia della Chiesa con indulgenza plenaria a tutti coloro che entrano in grazia di Dio nella basilica aquilana. Bonifacio VIII, che cancellò tutti i provvedimenti di Celestino,   non si sentì di annullarla, e sei anni dopo, nel 1300, fece un proprio Giubileo. Se rispettò questa sua pronuncia, non rispettò la sua persona, per usare un eufemismo, non permettendo che tornasse all’eremo – ritorno che era stato il motivo delle dimissioni – facendolo arrestare dopo che, accortosi che si tramava contro di lui, cercava di fuggire ma fu preso il 16 maggio 1295 e imprigionato nella rocca di Fumone, in un castello del papa suo successore in provincia di Frosinone, e questo per il timore che i francesi ne potessero fare un “antipapa” facendogli poi riprendere il seggio pontificio. Non riuscì a sopportare un carcere duro con ante vessazioni e sofferenze, aveva più di ottant’anni e gli fu fatale.

Sopraggiunse  la morte un anno dopo, il 18 maggio 1296, dopo uno sferzante vaticinio: “Otterrai il papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane”. Dante aveva ragione, Bonifacio VIII aveva meritato il fuoco eterno ma forse più per questo crimine che per le malversazioni sulle indulgenze per le quali, pur in vita, è atteso all’Inferno tra i simoniaci, o per le colpe politiche di cui si parla nel Purgatorio e per quelle religiose che gli imputa San Pietro nel Paradiso. Se Dante si fosse soffermato sulle circostanze del “gran rifiuto” di Celestino V forse le avrebbe riferite ai vili maneggi sin da allora del futuro Bonifacio VIII e non a una sua presunta “viltade”.

Rispetto a tutto questo, un’attenzione speciale andrebbe dedicata alle circostanze della morte del papa-eremita, e alla sua prigionia che fa pensare a quella di Tommaso Campanella, dalla “Città del Sole” alla fetida cella; per lui dall’eremo luminoso nei monti così amati al carcere nel buio della cupa torre. Invece è sceso l’oblio, ma forse è meglio così, l’indignazione sarebbe troppa e non farebbe onorare a dovere la “Bolla del perdono”. E’ venerato come san Pietro Celestino, canonizzato sin dal 5 maggio 1313, si celebra il 19 maggio nel giorno della morte, è patrono di Isernia terra natale, e compatrono dell’Aquila e di Ferentino, di Urbino e del Molise.

La  preparazione spirituale alla giornata dell’indulgenza plenaria avviene con  riti religiosi distinti per dare la  Perdonanza alle diverse categorie: giovani,  lavoratori, religiosi, forze armate, famiglie, malati, confraternite con la veglia dei giovani nella notte che segue l’apertura della Porta Santa.  La Perdonanza è imperniata sul valore del perdono, e forse per questo di Bonifacio VIII non si parla come si dovrebbe, ma come si può perdonare una tale infamia pepetrata da un successore di San Pietro che resta un marchio indelebile anche dopo sette secoli? La celebrazione religiosa si traduce in una festa popolare, all’insegna della perfetta letizia: meditazione e ricreazione.

Quest’anno il direttore artistico della parte musicale è stato il maestro Leonardo De Amicis, noto volto televisivo, nel Teatro del Perdono, davanti alla Basilica di Collemaggio si è avuto  il concerto di Gigi D’Alessio con Arisa e Clementino, mobilitati pure Roby Facchinetti e Irene Grandi, Orietta Berti e Renato Zero, Max Pezzali e Michele Zangrillo, Riccardo Cocciante e Simone Cristicchi con la sua canzone ispirata al 33° Canto del Paradiso: il canto con la musica è l’espressione più intensa dopo la preghiera. Oltre a questi spettacoli musicali, e altri con l’Orchesta Casella dell’Aquila, mostre di arte contemporanea, di pittura e di fotografia, nonché di arte sacra, con i simboli rituali della processione del venerdì santo; appuntamenti culturali – L’Aquila nella cultura ha le sue radici – tra cui il Premio Rotary-Perdonanza 2921 al presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini, e la presentazione della lavorazione del merletto aquilano.

Il “clou” è il corteo in costume nel giorno dell’apertura della Porta Santa alla quale è dedicato,  è stato condizionato dal rischio Covid per cui i  250 figuranti  non sono sfilati ma si sono disposti distanziati ai lati di viale Collemaggio,  ma un piccolo  corteo mobile c’è stato,  quello rituale con le autorità civili (sindaco Biondi dell’Aquila, presidente del Consiglio comunale e della Provincia,  rappresentante del Governo e Prefetto) e soprattutto con tre personaggi tradizionali, impersonati rispettivamente da Marianna Capulli, Federico Santilli e Marina Ciccone:  la Dama della Bolla che ha portato l’astuccio dove da secoli è tenuta la Bolla del Perdono di Celestino V per essere esposta nella giornata di apertura della Basilica per il Giubileo,  il Giovin Signore che ha recato il bastone di ulivo con cui il Cardinale Enrico Feroci ha picchiato sulla Porta Santa per farla aprire e dare avvio all’indulgenza celestiniana, che libera delle conseguenze che restano dei peccati anche se confessati, e la Dama della Croce che ha portato la croce del perdono indossata poi dal cardinale nell’apertura della Porta Santa,  opera dell’artista dell’Aquila Laura Caliendo. L’araldo cittadino ha portato il gonfalone storico dell’Aquila e il sindaco ha letto la Bolla del Perdono all’arrivo all’interno della Basilica di Collemaggio dove è stata celebrata la Santa Messa Stazionale prima dell’apertura la sera del 29 agosto della Porta Santa, che viene chiusa il 30 agosto dopo 24 ore di afflusso di fedeli per ricevere l’indulgenza plenaria.

Questo l’”oggi” della Perdonanza, nel “ieri” spicca la celebrazione nel pieno di un’altra emergenza, quella del terremoto  che il 6 aprile 2009 arrecò una ferita profonda, ancora lungi dall’essere del tutto rimarginata, alla città dell’Aquila.  Allora non ci fu nessuna manifestazione di contorno dell’apertura della Porta Santa dopo la rituale Santa Messa Stazionale di preparazione all’apertura nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio con l’abside scoperchiato per il crollo della copertura, seguimmo la messa  dall’esterno nello spazio antistante traformato in una platea per i fedeli, e poi sfilammo all’interno nel gesto propiziatorio dell’indulgenza.

Nel 2009 c’eravamo, quest’anno non ci è stato possibile per un’emergenza personale, perciò riportiamo la cronaca di 12 anni fa per dare  un’idea di massima della della celebrazione “come eravamo”. E’ il nostro “ieri e oggi” dedicato a un rito così antico e coinvolgente, incluso dal 2019 dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere

di

Romano Maria Levante

– 3 settembre 2009  Postato in: Cultura tradizionale, Culturalia, Storia

L’idea del simbolo della rinascita dopo un viaggio tra miserie e nobiltà dell’essere umano

Non è un “executive summary”, tutt’altro, ci accingiamo a fare un reportage molto particolare, di un pellegrinaggio celestiniano dal quale sono nate riflessioni che riportano in primo piano la figura del grande monaco eremita; e ci hanno fatto pensare al potere salvifico dell’arte. Però l’esigenza profonda, e l’idea che ne è scaturita, dobbiamo esprimerle subito, in apertura; poi se ne vedrà la maturazione nel corso del servizio, fino alla conclusione che ne esplicita ulteriormente il significato.

L’esigenza profonda è di manifestare la volontà di rinascita in termini che riportino all’innocenza primigenia, in modo da volare sopra tutto quanto è avvenuto e ricominciare; l’idea conseguente è che con l’arte si può creare la raffigurazione simbolica di questo ritrovare slancio e innocenza.

E allora un’immagine ci prende all’improvviso, la scultura che rappresentò l’Italia all’Expo’ di Siviglia del 1992, una grande aquila cavalcata da un bimbo felice. La sua forza evocativa ci sembra prorompente, non si perde nei tempi lontani della classicità e non è neppure frutto di correnti artistiche contemporanee. E’ il colpo di genio di un’artista popolare che ha dimostrato cosa sia trovare in sé la forza per sconfiggere il tempo e rinascere in una nuova vita che dalla precedente ricava forza e stimoli e non ripiegamenti sofferti. Non solo, ma è un “pezzo unico” di una produzione scultorea ispirata alla bellezza che con quest’opera ha realizzato qualcosa di superiore, quasi volesse dare alle altre sculture una guida e un’ispirazione suprema.

Il titolo è “Vivere insieme”, opera di Gina Lollobrigida, in una delle sue tante vite di artista: per quest’opera e per le sue doti artistiche il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand la insignì della Legion d’onore e la definì “artista di valore”.

La proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Il nuovo “gran rifiuto” celestiniano”

Un altro “gran rifiuto” celestiniano, a più di 700 anni dal primo e più grande, ha segnato l’inizio del nostro pellegrinaggio ideale. Perché non si può certo paragonare la rinuncia al soglio pontificio con la rinuncia a partecipare a un rito, sia pure così altamente simbolico in un momento come questo per L’Aquila, qual è la “Perdonanza”. Questo rifiuto però, proprio per il momento, le circostanze e il modo in cui si è verificato ha toccato la gente, ha fatto rivivere ancora di più vicende lontanissime nel tempo. Che non furono edificanti, come non lo sono state quelle attuali. E non dalla parte di chi ha fatto il rifiuto, ma di chi lo ha portato a ciò con atteggiamenti discutibili degni di miglior causa.

Nessuna “viltade” ci fu allora, nessuna oggi, piuttosto vicende di spessore incommensurabilmente diverso come lo è il rifiuto, e soprattutto incommensurabilmente diverse per le conseguenze. Ma la storia la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda si ripete in farsa. Così è stato per la “sostituzione”: non per la figura istituzionale e personale del sostituto, autorevole e rispettabile oltre ogni dire, oltre che pienamente legittimata a presenziare in proprio, per la sua opera fattiva e la sua “abruzzesità”; ma perché lo si è svilito a controfigura di chi era tanto atteso e non poteva mancare.

Doveva esserci non solo per il ruolo istituzionale, e non è chi non veda come un Presidente del Consiglio abbia un rango diverso dal proprio sottosegretario, sempre in termini di cerimoniale, e questo conta se la mettiamo sul piano formale.

Se consideriamo invece la sostanza dei fatti pensiamo che il più meritevole di partecipare in prima fila all’abbraccio popolare cittadino a quasi cinque mesi dalla tragedia del sisma fosse chi immediatamente ha capito la gravità e l’importanza di essere presente con una assiduità mai verificatasi finora nei purtroppo ripetuti fenomeni tellurici, dal Friuli all’Irpinia, per non parlare del Belice e di altri luoghi dove ancora attendono; ricordiamo tutti il pronto annullamento del viaggio a Mosca e degli impegni seguenti, la mobilitazione personale, lo spostamento del G8 a L’Aquila per porla al centro del mondo, mossa coraggiosa ai limiti dell’azzardo, i continui viaggi nel capoluogo abruzzese per coordinare, stimolare, controllare che i lavori per la ricostruzione procedano spediti, il rapido avvio di alloggi non proprio di fortuna.

Diciamo questo senza alcun riferimento né allusione politica, i fatti non hanno colore ma lasciano il segno, e non si può ignorare che ci siano stati e il segno sia rimasto. Nel vedere i quartieri che stanno sorgendo a Bazzano, a Coppito, a Castelnuovo è impossibile non attribuirne il merito non politico ma operativo a chi certe cose le sa fare per averle fatte, con altre modalità ma con la stessa carica innovativa. Qui l’innovazione è che non si tratta di “container” ma di palazzine a tre piani, almeno cinque appartamenti a piano, collocate su piattaforme in cemento armato che possono scorrere per assorbire eventuali onde sismiche in stantuffi posti su pilastri che sembrano grosse palafitte.

E non è un volo pindarico parlare di “onda sismica”. Un gentile capitano della locale Polizia provinciale, nel mostrarci la distruzione del piccolo centro storico di Roio, ci ha detto di aver visto l’onda sismica mentre stava all’aperto; sembrava che le case fossero sollevate da un’onda terrestre che poi le ha riportate a terra con sconquasso, un’immagine che ci ha ricordato il disegno di de Chirico “Termopili” del 1937, con un palazzo su un’onda marina. Il genio civile dovrà rivedere i suoi criteri, ci ha detto, i tetti in cemento armato sopra le vecchie murature sono stati deleteri, eppure questo era finora lo standard antisismico adottato in queste zone e non solo.

Sopra tale basamento, le pareti in legno o altro materiale con analoghe caratteristiche antisismiche come ferro e prefabbricato infrangibile, case quindi sicure e indistruttibili. Le abbiamo viste nei tre grandi cantieri, in uno abbiamo contato una ventina di palazzine, con ridenti finestre di diverso colore, sono quasi terminate. Una goccia nel mare? Certo, ma una goccia che si vede; e si sente, lo sentiranno in positivo le famiglie che ci abiteranno e poi, almeno a Coppito, gli universitari che vi risiederanno nel nuovo “campus” previsto nella zona. Un rimedio provvisorio per gli “sfollati” che si tradurrà in un apporto prezioso alla comunità locale quando le loro abitazioni saranno ripristinate.

Dopo aver visto tutto questo, il “gran rifiuto” del 2009 appare ancora più inspiegabile logicamente, mentre lo diventa entrando nella logica della rinuncia celestiniana originata da sottili maneggi.

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La storia di Celestino V tra i maneggi e gli intrighi di ieri

La rinuncia di Celestino V non fu tanto o solo conseguenza di un ripensamento personale quanto di un’intricata situazione più politica che religiosa tutta all’interno della Chiesa di allora e del Collegio cardinalizio, composto da pochi ma potenti prelati, in numero di dodici, tra i quali il decano Latino Malabranca e Benedetto Caetani di una famiglia laziale molto influente. Vale la pena di rievocarla per sommi capi, perché ci sembra molto istruttiva oltre che edificante per il santo eremita.

Morto papa Niccolò IV il 4 aprile 1292, il Conclave non riuscì ad eleggere il successore, anche per un’epidemia di peste che uccise il cardinale francese Cholet, e dopo un anno arrivò a stento ad accordarsi sulla sede, che fu Perugia; la frattura tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali fece prolungare la Sede vacante con crescente malcontento popolare, ma non fu questo l’acceleratore bensì l’intervento di Carlo Martello a Perugia nella sala del Conclave per giungere a una nomina che avrebbe dato l’avallo pontificio all’imminente trattato in corso tra angioini e aragonesi.

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Pur protestando sdegnati per l’indebita irruzione, gli undici cardinali rimasti decisero di accelerare i tempi con una pur faticosa convergenza sul nome proposto dal decano, il monaco eremita Pietro Angeleri da Morrone, noto per la sua vita ascetica e per aver fondato un proprio ordine monastico che aveva difeso al secondo concilio di Lione dove si era recato a piedi nel 1273 lasciando l’eremo dov’era dal 1239, una grotta nel Monte Morrone sopra Sulmona, impedendone lo scioglimento. L’unanimità per una soluzione indilazionabile dopo 27 mesi di sede vacante, tra le attese della gente e delle potenti monarchie, fu raggiunta su di lui come papa di transizione, per la tarda età, quasi ottant’anni, molti a quei tempi, e per l’inesperienza che credevano consentisse di manovrarlo.

Il netto rifiuto iniziale del monaco, raggiunto nella sua grotta sui monti della Maiella da tre vescovi, si trasformò in una riluttante accettazione per dovere di obbedienza. Carlo d’Angiò in persona lo accompagnò a L’Aquila dove aveva convocato il Sacro Collegio e dove fu incoronato nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio. Tra i primi suoi atti, oltre al trasferimento della curia a Napoli, in Castel Nuovo, dove per sé tenne una piccola semplice stanza per pregare e meditare, ci fu l’emissione della Bolla del Perdono con cui fu istituita la “Perdonanza”, il prototipo del Giubileo che fu introdotto in seguito, con indulgenza plenaria a Collemaggio; e il Concistoro del 18 settembre con la nomina di 13 nuovi cardinali, che raddoppiarono il Collegio cardinalizio, tra i quali nessun romano. E chissà che non fu questo uno dei motivi delle vicende successive!

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Ma i maneggi cardinalizi ricominciarono presto a dispiegarsi, questa volta in direzione opposta, dalle pressioni per accettare a quelle per rinunciare, il tutto nel volgere di meno di quattro mesi. Fu Caetani, laziale di Anagni, grande nemico dei Colonna, a preparare la bolla che consentiva l’abdicazione, pensando a se stesso, come aveva pensato a se stesso nel favorire l’elezione del monaco eremita in vista di una sua successione più avanti nel tempo. I tempi stringevano, il nuovo papa poteva consolidarsi con l’appoggio di Carlo D’Angiò su consiglio del quale si era trasferito a Napoli sotto la sua protezione; potevano rafforzarsi le correnti opposte a quelle allora prevalenti.

Papa Celestino V il 13 dicembre 1294 lesse la bolla che contemplava l’abdicazione per gravi motivi e subito dopo pronunciò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio. Bastarono solo undici giorni per eleggere Benedetto Caetani, a 59 anni, che prese il nome di Bonifacio VIII. Dante lo mette all’inferno pur ancora vivente, ma non capisce che Celestino V non fece il “gran rifiuto” per “viltade”, bensì fu vittima del porporato che aggiunse la morte del frate eremita alle sue altre colpe.

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Gli eventi corrono sempre più rapidamente e in modo imprevedibile. Eletto papa, Caetani tira fuori il peggio di sé, come prima era stato astuto e forse infido consigliere ora diventa spietato aguzzino dello stesso soggetto tornato a fare il monaco eremita. Come prima cosa annulla le bolle del predecessore, salvo appropriarsi dell’idea della Perdonanza per farne il Giubileo.

Teme che i cardinali filo-francesi, sostenuti da Carlo d’Angiò, il quale aveva tentato invano di dissuadere Celestino V dal dimettersi, lo rimettessero sul seggio papale con uno scisma; perciò ordina di prenderlo sotto controllo per sottrarlo ai francesi e, dopo che lui tentò la fuga verso oriente, il 16 maggio 1295, cinque mesi dopo la rinuncia al papato, lo fa catturare dal Contestabile del Regno di Napoli e rinchiudere nella rocca di Fumone, in Ciociaria. Il regime carcerario molto severo, con vessazioni di ogni tipo – c’è il mistero di un chiodo nel cranio – tanto più che aveva oltrepassato la soglia di ottant’anni, gli fu fatale, morì nella rocca il 19 maggio 1296, dopo un anno di carcere duro.

La riabilitazione non si fece attendere troppo, la Chiesa commette anche gravi errori, ma ha la forza di riconoscerli nel tempo, spesso biblico e a volte terreno, come nel caso di Celestino V; dopo una vicenda che non fa onore ai protagonisti, anzi li condanna elevando una spanna in alto nell’empireo dei Santi questo autentico martire della Chiesa. L’artefice della completa riabilitazione che portò al riconoscimento della sua santità fu papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII e a lui ostile, il quale canonizzò Celestino nel 1305, e per la spinta della devozione popolare, lo fece traslare dal monastero di Sant’Antonio a Fermentino alla basilica di Collemaggio, sede della sua incoronazione.

Le confuse vicende odierne

Difficile tornare alle miserie dell’attualità dopo la trista grandezza dei misfatti di ieri, ma dobbiamo farlo. Anche oggi si parla di una divisione all’interno della Chiesa in due “partiti”, che non devono eleggere il pontefice ma sono portatori di diverse politiche, e sono agguerriti “mutatis mutandis”.

Tutto questo avrebbe portato ai messaggi inequivocabili che hanno bloccato l’intento esplicitamente enunciato di partecipare. E non intendiamo dire che ci sia stato un complotto sabotatore né qualcosa di riprovevole in assoluto, ma che può diventare disdicevole nello specifico in base alle circostanze.

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Cosa si è verificato, dunque? Le notizie confuse che circolavano tra la gente in attesa dell’arrivo del corteo sul sagrato posteriore della basilica di Santa Maria di Collemaggio parlavano di incompatibilità tra lo status di divorziato e la possibilità di accedere alla Porta santa; circostanza questa che avrebbe bloccato l’intento di partecipare alla sua apertura, il clou della “Perdonanza”, all’illustre “penitente”; si crede sia tale, avendo dichiarato “non sono un santo”, come tutti del resto. Al termine, invece, notizie dirette hanno attribuito lo stop inatteso alla ritorsione delle autorità ecclesiastiche rispetto agli attacchi del giornale di famiglia al direttore del giornale dei Vescovi.

Non vogliamo crederci, ci ha sorpreso anche la cena mancata tra i due grandi protagonisti, considerata un surrogato riparatore rispetto alla partecipazione diretta; meglio che non ci sia stata un’inaccettabile pezza diplomatica ad uno strappo che ha impedito un atto di partecipazione personale con una forte spiritualità; alla “Perdonanza” si partecipa per autentiche, intime motivazioni che attengono al profilo interiore di ciascuno e alla sua sincera immedesimazione.

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Perché la figura di Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere non per propria scelta, ma per maneggi e intrighi, e per questi rimosso, poi arrestato, incarcerato fino a morirne, giganteggia come martire della Chiesa, lo abbiamo detto; precisiamo nel senso di essere stata vittima di uno dei peggiori momenti della grande istituzione, quello che portò al soglio pontificio Bonifacio VIII, il Benedetto Caetani al centro dell’intrigo. Ed è un ricorso storico che il corpo di Aldo Moro, vittima dei nostri tempi, fu trovato nella strada romana dove c’è il palazzo di famiglia, Via Caetani, che inizia in Via delle Botteghe Oscure, che fu sede del PCI, ed è vicina a piazza del Gesù, che fu sede della DC.

Il corteo cittadino e il rito religioso

Questo aleggiava nella mente e nel cuore nell’attesa del grande rito religioso nella spianata dietro la Basilica di Collemaggio, da lui voluta e nella quale fu incoronato, per così dire, papa, e traslato dopo gli anni del martirio e della tumulazione provvisoria in Ciociaria. E dove, in meno di quattro mesi di pontificato, diede vita addirittura al giubileo celestiniano con l’indulgenza plenaria legata al passaggio attraverso la Porta santa attraversata con purezza di cuore e innocenza d’animo.

E’ stato questo il momento finale, culminato nel rito solenne celebrato su un grande palco con il fondale raffigurante la facciata della Basilica. Facevano corona i più alti dignitari, i vescovi con le loro mitrie, i sacerdoti con le loro cotte bianche, la “schola cantorum” con i suoi cori suggestivi che sono stati la persistente colonna sonora, dopo il corteo cittadino con la sfilata nei costumi dell’epoca.

Un serpente variopinto ha attraversato la parte agibile della città, partito da piazza Palazzo per piazza Duomo, poi passato a lato della Villa comunale e quindi approdato a Collemaggio: tutti i colori, tutte le fogge nell’abbigliamento, nobili e paggi, madonne e cavalieri, armigeri con i loro elmi e i loro archi, in un compunto pellegrinaggio. In testa i primi cittadini, della Regione, Provincia e Comune, nonché tanti sindaci e parlamentari, presenti, crediamo, non soltanto per l’istituzione ma anche per se stessi; dopo la pressione di momenti tragici e sconvolgenti ci voleva questo bagno di spiritualità e di riconciliazione, con il mondo della fede, tra la folla di concittadini di tutte le epoche.

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Il rito si svolge con grande solennità, officiante il porporato venuto da Roma, il numero due del Vaticano cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, del quale porta la personale benedizione; lui stesso officiò le tristi esequie alle 300 vittime le cui bare nella grande spianata di Coppito sotto la scritta “Recisa non recedit”sono ancora nei cuori di ognuno.

Alla metà del rito anche il cielo corrusco sembra riflettere le contraddizioni del momento: fulmini e tuoni e insieme un arcobaleno che si apre sulla vallata alle spalle della spianata, punteggiata di paesi e case sparse immersi nel verde quasi fosse una coltre protettiva. Tuoni e fulmini vengono da lontano, dopo quelli di Roma giunti non in senso meteorologico; ma l’arcobaleno è qui, sembra di toccarlo mentre la messa prosegue, altro bel segno. Ed è questo che conta, c’è la partecipazione popolare, c’è la vita, sono lontani i passi felpati nelle anticamere che hanno scandito la vigilia.

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Le brevi parole dell’Arcivescovo di L’Aquila Giuseppe Molinari scuotono l’assemblea. Parla del sisma come di “santa provocazione”, che può rimettere in discussione convincimenti profondi: “E’ difficile la fede nel tempo del terremoto, è difficile la fede per chi ha perduto la casa e forse anche le persone care”. Un brivido corre tra la gente: “E’ una fede difficile ma possibile, ed è l’unica nostra salvezza”.

L’omelia del cardinal Bertone inizia ricordando “quelle scene di sofferenza e di morte”, unite alla “dignità di quelle esequie dinanzi al mondo”. Il tono si fa pastorale: “Gesù crocifisso non vi abbandona, non lascerà senza risposta le vostre domande. La risposta di Dio passa attraverso la solidarietà degli uomini, che non può limitarsi all’emergenza ma deve essere un progetto stabile nel tempo”. E sollecita a “mantenere le promesse che sono state fatte ai cittadini”.

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Ma le parole non riescono a far dimenticare che si è consumato qualcosa di ingiusto per la ricorrenza che dà avvio all’anno celestiniano. Quale avvio poteva essere migliore se al corteo, al rito e all’attraversamento della Porta santa avesse partecipato anche colui che è divenuto il “convitato di pietra”, assente ma da tutti nominato, la cui presenza avrebbe suggellato nel modo giusto un periodo intensamente vissuto da lui stesso in unione con l’intera cittadinanza?

Se non è per l’offesa al direttore del giornale dei vescovi – “ultronea”, direbbero i giuristi, rispetto alla circostanza che con tale questione non ha nulla a che fare ponendosi su un piano ben diverso e superiore – è per qualcosa che sarebbe non meno grave, vale a dire la discriminazione personale in base ad una arbitraria valutazione che nessuno si può arrogare.

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Nel senso che non si può mettere in dubbio la libertà di partecipare all’evento celestiniano con il corteo, il rito fino all’attraversamento della Porta santa; a nessuno è stato chiesto il “passaporto” della santità o della purezza, ad essa si lega l’effetto di indulgenza plenaria legato alle condizioni poste dalla Chiesa, confessione e comunione, non la legittimazione a partecipare, se non andiamo errati e abbiamo capito bene, d’altra parte nessuno si è fermato sulla soglia. Dopo di che l’effetto salvifico è inconoscibile, e chissà se l’innocenza d’animo non possa surrogare positivamente l’atto rituale ora evocato! Questa la riflessione che abbiamo fatto personalmente passando nella Porta santa come tutti gli altri.

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Detto questo, entrare nella Basilica a gruppi di quaranta subito dopo le autorità è stato emozionante. Vedere l’abside completamente scoperchiato, con le macerie rimaste a terra e il cielo aperto al di sopra ha fatto tornare la mente alle più fosche immagini della guerra, che sono quelle dei templi bombardati perché è una violenza fatta allo spirito e al cuore di ognuno, oltre che all’arte, alla storia e alla fede. Poi le colonne tutte strette in “imbraghi” per rinforzarne la tenuta in attesa degli interventi di consolidamento, gli archi sottesi nelle due navate tutti sorretti da incastellature di tubi d’acciaio, sembrava un ferito incerottato e rappezzato con chiodi, ingessature e sostegni artificiali.

Una considerazione ci è venuta spontanea nel vedere distrutta la volta dell’abside, abbiano ripensato alla coraggiosa decisione che fu presa dal soprintendente, all’atto dell’ultimo restauro, di abbattere le voltine barocche nelle lunghe navate della Basilica in modo da riportarla all’austerità originaria, tolti gli orpelli e i fregi che vi erano stati sovrapposti, in un lavoro meritorio che ce la restituì in tutta la sua francescana, o meglio celestiniana, suggestione.

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Furono lasciate queste voltine barocche soltanto nell’abside per mantenere la memoria di come era apparsa per un lungo periodo della sua lunga esistenza quasi millenaria. Forse è un segno del destino che siano crollate, è ora di riportare anche quella parte della basilica alla sua veste originaria, se ne vede la bellezza nei grandi squarci.

Il bimbo felice sulla grande aquila in volo nel futuro

Lasciamo la basilica con nel cuore le emozioni che ci ha dato una “Perdonanza” così particolare, stretta fra contraddizioni anche laceranti – e non sono solo quelle che abbiamo evocato, ma anche i problemi oggettivi che restano aperti – però con un riferimento forte per un nuovo inizio.

Si può ricominciare tornando all’età dell’innocenza perché è scevra dei fardelli che si accumulano e pesano sul cuore con i condizionamenti che recano con sé. Non ci devono essere remore e ritardi nella ricostruzione, l’ammonimento è venuto anche dall’omelia, le nuove “cittadelle” provvisorie ma dignitose prendono corpo, ma quante ce ne vorranno!

E come sarà ben più lunga e faticosa la ricostruzione del centro storico “bombardato”, com’era e dov’era, cioè dove sono oggi le macerie e i palazzi disastrati dal sisma. Un immenso lavoro da compiere e immense risorse da trovare con la solidarietà invocata dal cardinale e, se necessario, con la tassa di scopo che a suo tempo richiese il Sindaco di L’Aquila, oggi commosso lettore della Bolla della Perdonanza di Celestino V.

La ricostruzione del centro storico monumentale è ben più difficile della costruzione di “new town” prefabbricate, è evidente, è una sfida da superare dopo aver vinto quella dell’emergenza.

Ma tutto si può fare se si ricostruisce nella gente la voglia di andare avanti, di crescere. Le popolazioni colpite hanno mostrato grande dignità, anche questo è stato ricordato nell’omelia. Ora non basta più, occorre una mobilitazione di energie del tipo di quella che il Paese riuscì a produrre con la ricostruzione dopo la tragedia bellica.

E allora avviene che tutto il corpo economico e sociale viene preso in una straordinaria palingenesi che sovverte i ritmi usuali, li accelera in modo impensabile, fa bruciare le tappe e raggiungere traguardi che sembrerebbero preclusi. I più rapidi progressi sono avvenuti storicamente dopo eventi distruttivi proprio perché si mobilitano energie nascoste e sorprendenti che non si sapeva neppure di avere. E’ stato così per la stagione del “miracolo economico” italiano e per altri eventi che hanno messo alla frusta le capacità, potrà e dovrà essere così nella tragedia che ha sconvolto L’Aquila.

Un nuovo slancio dovrà percorrere questa terra: il suo simbolo, dalle grandi ali, il nobile profilo e lo sguardo verso l’infinito dovrà essere scolpito in ogni iniziativa come segno di solidità, forza, lungimiranza. Il senso della crescita e della speranza dovrà accompagnare questo simbolo, e ci pare possa essere espresso nel bimbo felice che con la massima rapidità traduce da potenza in atto quanto è in lui, nel suo Dna, nella sua volontà e forza interiore. Aquila e bimbo felice, espressioni di uno stesso anelito di rinascita e di crescita nella fierezza e nella dignità, nell’innocenza primigenia.

Vedere il bimbo felice a cavallo della grande aquila nella scultura che ha rappresentato l’Italia a Siviglia nel 1992 ha materializzato questi nostri pensieri attraverso le vie dell’arte – che sono ben evocate dalla mostra a Coppito delle opere salvate dalla distruzione del terremoto – su come l’arte può esprimere tutto questo con la sua capacità di nobilitare la materia e mobilitare le sensibilità. Trovare che l’opera è della diva nazionale degli anni cinquanta, la quale ha saputo rinascere ad una nuova vita artistica vincendo le ingiurie del tempo alla sua bellezza, è stata una scoperta per noi rivelatrice: si può rinascere e ricrearsi un futuro, basta volerlo e mobilitare il talento, perpetuare la bellezza nell’arte, e lo fanno le sculture della diva divenuta artista.

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Di bellezza ha scritto anche l’Arcivescovo Molinari immedesimandosi in Celestino V fino a mettergli in bocca queste parole: “E la bellezza che non morirà mai. Ricordalo sempre, amatissimo popolo dell’Aquila. E con l’aiuto di questo Dio, Signore del tempo e della storia, riprendi subito il tuo cammino, per una storia nuova, piena di Bellezza e di Speranza”.

La conclusione l’abbiamo posta in apertura, e la ripetiamo ora, al termine. La scultura “Vivere insieme” la proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Foto

Le immagini riguardano tutte, meno l’ultima, la Perdonanza 2021, anche quelle inserite nell’articolo del 2009, il “ieri”, che sostituiscono le fotografie dell’articolo originario da noi scattate 11 anni fa nell’interno della Basilica di Santa Maria di Collemaggio con i vistosi segno del sisma nel soffitto dell’abside e nelle colonne in una integrazione che abbiamo sentito come vitale e virtuosa. In chiusura, la scultura di Gina Lollobrigida, “Vivere insieme”, nella quale il ragazzo felice in groppa a un’aquila ci sembra incarnare la volontà di riscatto della città. Questi immagini sono tratte da siti web di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Indichiamo di seguito tali siti, precisando che le immagini inserite sono a mero titolo illustrativo, senza alcun intento economico, commerciale o pubblicitario e che, qualora non ne fosse gradita la pubblicazione, verrebbero subito rimosse su semplice richiesta, anche mediante una nota all’articolo. Le immagini mostrano, senza bisogno di didascalie, le varie fasi della celebrazione celestiniana del 2021, dalla Basilica di Santa Maria di Collemaggio e dai cartelli alla presentazione dei partecipanti, al Corteo, ai portatori dei simboli, fino al loro arrivo alla basilica, dalla Porta Santa prima dell’aperura e dopo il rituale battito del Vescovo alla Porta Santacon il bastone portato in corteo, fino a un’immagine dell’interno; infine la “Bolla del perdono” di papa Celestino V e, in chiusura, la scultura “Vivere insieme” di Gina Lollobrigida – citata nell’articolo – che nel bambino felice con le braccia levate al cielo in groppa all’aquila impersona la rinascita della città dalla catastrofe del terremoto del 2009, fin da allora proponemmo che tale scultura, che ha avuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, divenisse simbolo della città. I siti web da cui sono state tratte le immagini sono, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: perdonanza-celestiniana.i, ilcapoluogo.it, abruzzoweb.it, ilcapoluogo.it, ilcentro.it, raicultura.it, rete8.it, turimoitalianonews.it, unesco.beniculturali.it, unesco.beniculturali.it, virtuquotidiane.it, ilcapoluogo.it, comunelaquila.it, ilcentro.it, radiolaquila.it, abruzzonews.eu, ilcentro.it, newstown.it, unesco.beniculturali.it, laquilablog.it, ilmessaggero.it, templarioggi.it, voxmilitiae.it, rete8.it, gds.it, turismoitalianonews.it, laquilablog.it, laquilablog.it, virtuquotidiane.it, laquilablog.it, arteculturaoggi.it.

ll Rebus dell’estate ‘82, quasi 40 anni dopo…

di Romano Maria Levante

Quanto segue lo scrivevamo nel 1982, in una vacanza tra il mare – con gli scogli e la foresta umbra di Pugnochiuso nel promontorio del Gargano e la montagna – con le rocce, i boschi e i prati di Pietracamela nel Gran Sasso d’Italia.Trascorsi quasi 40 anni, dopo la celebrazione nell’articolo di ieri della vittoria all’Europeo 2020 posticipato a causa della pandemia, ripubblichiamo l’articolo di allora nel quale ci sono riflessioni sugli insegnamenti da trarre dalla vittoria valide tuttora, riguardando aspetti che non abbiamo toccato nel nostro precedente articolo in cui abbiamo considerato quelli più evidenti della vittoria attuale. All’articolo che segue è collegato il Rebus enigmistico vero e proprio, la cui soluzione viene lasciata ai lettori che potranno “postarla” nei commenti: diciamo solo che nel testo sono contenuti tutti gli elementi riassunti nel Rebus, un divertimento per chi ama cimentarsi nel risolvere i giochi enigmistici. Si tratta del “Rebus dell’estate ‘82” , sull’intreccio sport-politica, con le vignette corredate dalle lettere di prammatica: appena dopo il testo dell’articolo, e i due commenti del 2010: il Rebus di 68 parole con 78 vignette d’autore in 5 pagine fitte.

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Il Rebus dell’estate ‘82

“E’ il giorno più bello per me e per l’Italia da quando sono Presidente della Repubblica” ha detto Pertini a Madrid l’11 luglio, il giorno della vittoria degli azzurri al Mundial. E, tornato a Roma con i “suoi ragazzi” campioni del mondo, ha ripetuto: “La vostra vittoria mi ha regalato uno dei momenti più belli della mia vita, certo il più bello dei quattro anni tormentati della mia presidenza”.

Dopo meno di un mese, il 7 agosto, sorpreso dall’improvvisa crisi in Val Gardena, osservava amaramente: “Ho avuto un anno movimentato. Invece neppure una settimana mi hanno lasciato in pace. Domani parto per Roma”. Ed il 9, nel dare inizio alle consultazioni, aggiungeva: “Stavo così bene nella mia Selva di Val Gardena, l’ho lasciata con l’angoscia e l’amarezza nell’animo”.

Due “ritorni” a Roma diversi, due atteggiamenti opposti verso i protagonisti delle vicende calcistica e politica che li hanno determinati. Forse l’abisso che li separa – e la vicinanza nel tempo lo fa rimarcare maggiormente – e la loro personificazione in chi incarna il carattere ed i sentimenti più autentici degli italiani, danno una risposta ai tanti perché i sociologi, psicologi, politologi si sono posti dinanzi all’“euforia contagiosa fino all’autoesaltazione collettiva” – per dirla con Ronchey – seguita alla vittoria calcistica.

Non crediamo che ci si debba spingere in interpretazioni sofisticate sui concetti di patria o sul senso di “appartenenza” né che si debba elucubrare troppo sul significato della riscoperta del tricolore. Ha detto Tardelli, uno dei grandi protagonisti del trionfo azzurro, in un’intervista del 14 luglio: “Mi chiedono tutti: che cosa provi ad essere campione del mondo. Dico: niente. Una strana freddezza, una lucidità, un’assenza di emozione. Come se fosse una cosa vecchia, risaputa, come se fosse niente”.

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Prosegue Tardelli: ” Mi chiedono: che cosa significa questo titolo. No, qui c’è da parlare. Che significa l’ho capito. Due giorni di felicità ad un paese infelice. E’ poco, è molto, fate voi. Ho capito questo, riflettendo sulle prime pagine dei giornali politici: c’eravamo noi, le nostre facce, facce con occhi da matti, matti di gioia, al posto dei brigatisti, della scala mobile, degli scandali delle banche, delle crisi di governo, della Polonia, del dollaro, delle guerre. Per due giorni abbiamo spazzato tutte quelle cose brutte, per due giorni anche chi non conosceva il calcio ha parlato d’altro, ha parlato di calcio.

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Ed ha ribadito Paolo Rossi, lui ch’è stato il trionfatore del Mundial, in un’intervista del 4 agosto, quindi ormai a mente fredda: “Cosa ha fatto la Nazionale? Anche presi in mezzo alla tempesta, io e gli altri ci siamo resi conto, con gioia e spavento, che una squadra di calcio può regalare due giorni di felicità a un paese che chiede felicità, perché non ne ha tanta”.

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Del resto, “Italia facci sognare” è stato lo striscione fortunato che da Vigo ha accompagnato l’avventura mondiale. E le vicende della repentina crisi politica hanno confermato che gli italiani hanno colto l’unica occasione di evasione onirica che si è loro offerta, il sogno di un’incredibile coesione nazionale.

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Ha scritto Alberto Ronchey il 13 luglio a proposito delle “regole del gioco” presenti al Mundial e altrove: “Oltre la soddisfazione e l’entusiasmo per i gratificanti spettacoli e gli eccitanti successi sui campi verdi del massimo sport popolare, c’è stato forse un ‘transfert’ liberatorio, un sollievo dal pessimo stato d’animo che ormai prevale nella ‘penisola dove gli italiani vivono disordinatamente accampati’ , originato dalla coscienza di un oscuro divario tra i talenti nazionali e le prolungate frustrazioni di una società sgranata, spesso disorganizzata, piuttosto infelice. Forse la consapevolezza d’una diffusa inefficienza quotidiana come alienazione collettiva s’è scaricata nell’efficienza agonistica, percepita come compensazione simbolica del basso grado di coesione e costruttività comune, inesplicabile e immeritato nell’opinione dei più”.

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Ronchey ne trae le conclusioni: “Perché dunque si vince una gara difficile ma effimera padroneggiando con destrezza le ‘regole del gioco’, mentre si perde in tante altre cose? E perché non sarebbe possibile adottare in tutte quelle altre cose la severa disciplina praticata nel gioco, riconoscendo che ogni opera implica l’accettazione di una qualche severa regola e insieme competenza tecnica, perseveranza, coordinamento, addestramento, con quella fatica che non è ingrata quando viene condotta al suo fine?”

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Lo ha confermato Tardelli nell’intervista citata: “Essere i primi non solo nel calcio. Una parola… No, in fondo non è difficile. Basta essere seri, amici, compatti, basta unirsi e lottare tutti insieme come abbiamo fatto noi a Vigo… Abbiamo insegnato che nel calcio si vince lottando, che è necessario il carattere, la coesione morale, la voglia di soffrire”.

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E non solo nel calcio, ma in qualunque “campo”, anche se non ha il manto erboso e la folla plaudente. Qui viene il difficile, ma non l’impossibile per una società come la nostra. “Su scala nazionale e nelle attività quotidiane – scrive sempre Ronchey – una simile disciplina postula tuttavia l’organizzazione e il ripudio di quella ‘sregolatezza dei particolarismi’ che certo in Italia discende anche da circostanze storiche disgraziate e da incresciose tradizioni, ma che in tempi recenti ha subito l’innesto d’una pervasiva istigazione all’autoindulgenza e alla dissipazione permissiva. Alcune generazioni, fra l’altro, sono state pressoché vampirizzate dalle pedagogie che opponevano un’assoluta libertà ‘ludica’, ossia una giocosità come pretesa naturalità istintiva o persino come sfrenatezza, a ciò che si definiva l’organizzazione ‘repressiva’”.

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Perché riteniamo che non sia impossibile in Italia ciò che altri paesi riescono a realizzare, e non solo nel calcio? Usiamo le parole di Carlo De Benedetti, tratte dalla sua intervista sulle Partecipazioni statali del 18 luglio: “Il recupero, pur in settori e tempi difficilissimi, di aziende come Olivetti, Pirelli e Fiat, dimostra che la tesi che in Italia non è possibile gestire con successo società di grandi dimensioni è una sciocchezza, divulgata da tanti pseudo studiosi ed utili idioti, non dissimile da quella che gli italiani non sanno giocare al calcio per insuperabili limiti razziali. Poi viene fuori questa nuova magnifica gioventù dei Bergomi, dei Tardelli, degli Oriali, e tutte le teorie razziali saltano in aria”.

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Ed ecco cosa la conclusione sulpiano politico ed economico: “Ma bisogna dare spazio ai mille Bearzot che vivono e lavorano silenziosamente in questo magnifico paese. Non perché siano dei geni, ma perché sono dei professionisti veri e quindi sono intellettualmente indipendenti e quindi lavorano seriamente.

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Con un’ultima frecciata alla politica: “Dopo la memorabile partita con la Germania un uomo politico ha commentato alla televisione che sarebbe deleterio se la nazionale di calcio venisse gestita con i criteri della lottizzazione partitica. Ma è altrettanto deleterio che altre attività vengono gestite con i criteri della lottizzazione partitica, e tra queste le partecipazioni statali il cui compito istituzionale non è quello di soddisfare questo o quel signore delle tessere, ma di produrre cose e servizi nel modo più efficiente ed efficace possibile al servizio del paese, al servizio della gente”.

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Ma non sono solo i problemi di impegno costruttivo e solidale – le “regole del gioco” di Ronchey – e di professionalità – il rifiuto della lottizzazione dei partiti di De Benedetti – a condizionare le possibilità della “nazione” Italia. Ci sia consentita – dopo l’ampia carrellata di citazioni che ha inteso riprodurre la corale partecipazione all’evento ed alcuni flash delle riflessioni che ne sono scaturite – un’autocitazione per indicare un altro requisito essenziale che da tempo manca alla nostra classe di governo.

Nel commentare – all’inizio di giugno – la relazione del Governatore della Banca d’Italia su questa rivista, facevamo un parallelo che è stato di buon auspicio per l’avventura della nazionale italiana: “Ben venga che nelle partite ‘non truccate’ della vicenda economica e di quella calcistica se qualcuno fa dei cross – ci riferivamo allusivamente ai ‘cross del Governatore’ – ci sia chi sappia raccoglierli e metterli in rete. E’ una carenza della nostra compagine governativa come della nazionale di calcio che deve essere colmata se si vogliono raggiungere i traguardi sperati: nella competizione del ‘sistema Italia’ con gli altri paesi, come nel Mundial spagnolo. Questo deve essere ormai un imperativo categorico di fronte ai duri impegni che l’Italia deve affrontare”.

E fare un’inconcludente “melina” invece di affrontare i problemi con un’iniziativa audace e decisa alla lunga non paga, come non paga nel gioco del calcio. Dall’Italia di Paolo Rossi è venuto l’esempio di come si può diventare campioni del mondo nel calcio, come dalle iniziative di tante piccole imprese – i “mille Bearzot” di De Benedetti – si è avuta la dimostrazione che si può battere qualsiasi concorrente sul terreno tecnico, produttivo, economico. Ma la classe politica ha fatto quel salto di qualità che altri settori della vita e del costume nazionale hanno dimostrato di poter realizzare?

Il miracoloso recupero della maggioranza e il compromesso sulla scala mobile raggiunti mentre all’aspra vicenda politica e parlamentare facevano da contrappunto le ultime trionfali partite della nazionale, anche sull’onda dei suoi esaltanti successi, avevano evitato la crisi profilatasi agli inizi di luglio; tanto che Pertini, partendo il 31 per la Val Gardena poteva dire: “Parto per le vacanze sereno, è tutto tranquillo”. Ma una settimana dopo – proprio all’indomani del vertice dei segretari della maggioranza concluso con un accordo, anche se tormentato – si è avuta l’inaspettata crisi d’agosto per una sortita dei “franchi tiratori” su un decreto fiscale.

Non è spirato un mese dal trionfo mondiale che la partitocrazia ha dunque dimostrato la sua capacità insuperabile nel fare “autogol” imprevedibili quanto imparabili. C’è voluto il diabolico marchingegno del ritiro della “delegazione” socialista al governo per vanificare la strenua difesa di Pertini alla porta governativa; creando così il precedente paradossale di una crisi extraparlamentare ma nata in Parlamento, quindi sottratta a quei meccanismi di verifica e di responsabilizzazione – sfiducia palese e motivata ecc. – che rappresentavano una sia pure fragile garanzia di governabilità e servivano a riaffermare almeno una parvenza di sovranità del Parlamento dinanzi all’invadenza partitocratica.

Ed anche se, nello stesso mese di agosto, la crisi è stata risolta sulla base del “decalogo istituzionale” di Spadolini, il senso di instabilità e di precarietà è ormai radicato di nuovo nella nazione e si attende solo il prossimo “casus belli” all’interno della maggioranza. Del resto il reincarico è stato subito definito “minestra riscaldata”, anche se con i nuovi ingredienti della riforma istituzionale, i quali, a loro volta, appaiono – come è stato già detto – “aria fritta” e diventano la mina vagante innescata nel nuovo governo, che di nuovo ha solo il nome essendo rimasti composizione e programma economico del tutto immodificati.

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Si è così consumato nel breve spazio dell’estate ’82 l’intreccio entusiasmante tra calcio e grande politica che aveva avuto in Pertini e Spadolini dei protagonisti d’eccezione a fianco della squadra azzurra e che poteva portare ad una rigenerazione della politica così come il calcio ha vissuto la sua trionfale rigenerazione dopo lo scandalo delle “scommesse”; e Dio sa quanti e quali scandali la politica ha da farsi perdonare! Ed è stato subito disilluso Spadolini che aveva tratto auspici per ritrovare anche nel governo “un’intesa collegiale ed un gioco collettivo che sembravano irrimediabilmente smarriti” come era riuscito alla nazionale.

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“Come capitano della squadra di calcio che si chiama governo – aveva detto ricevendo a palazzo Chigi i campioni del mondo – che in questi 40 giorni ha avuto anch’essa alcuni difficili gironi da superare, e che ha ancora molte partite dure da giocare, io vedo, caro Bearzot, caro Zoff, in questa vittoriosa coesione, fatta di comportamenti individuali riservati e determinati, un augurio anche per la mia squadra”.

Invece tutto si è concluso con l’“amarezza e l’angoscia” di Pertini di cui parlavamo all’inizio. Quest’irripetibile occasione, che avrebbe potuto far avvicinare il tricolore anche al mondo della politica, è stata bruciata, l’Italia della politica non fa sognare gli italiani, anzi li risveglia bruscamente ad una ben più misera realtà. E pure se si avranno ancora nuove occasioni per il tripudio del tricolore, ci sarà sempre l’amarezza per il modo brutale con cui il sogno è finito.

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Anche se nulla è perduto per la parte sana del paese che vive e lavora con la serietà delle tradizioni – il tripudio di un popolo e di tricolori in tutti i continenti ha ricordato che siamo in una terra di emigrazione, di sacrifici e di sofferenze – e per la quale la seconda parte dell’augurio di Spadolini certo non andrà dispersa come è invece subito avvenuto per la prima parte: “E questo augurio – ha proseguito il Presidente – vale, cari amici, per tutti gli italiani che lavorano e che studiano e che, dalla vostra impresa davanti a tutto il mondo, hanno tratto anche l’esempio ed il monito della serietà e del sacrificio, esempio e monito che resteranno al di là della felicità di queste notti d’estate”.

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Di questo intreccio tra calcio e politica, in cui le due “squadre” di Bearzot e di Spadolini hanno fatto vivere opposte e sensazionali vicende – dal trionfo sportivo alla crisi politica – nell’indimenticabile e per tanti versi irripetibile estate ’82, proponiamo un’inconsueta visualizzazione enigmistica in cui tutto si mescola e tutto “si tiene” in una “torre di babele” gioiosa e amara: in carattere con il clima estivo, l’eccezionalità degli eventi che abbiamo vissuto, la partecipazione corale, le pazze iniziative di tripudio che ha scatenato la vittoria.

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Del resto, non si può negare che l’estate ’82 per molti versi, calcistici e sportivi, di costume e politici resterà a lungo un rebus: tutto da risolvere. La soluzione del “nostro” rebus, invece, seguirà le classiche regole enigmistiche: è rimandata soltanto “al prossimo numero”.

Romano M. Levante

Pugnochiuso, 11 luglio 1982
Pietracamela, 23 agosto 1982

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Commenti in occasione della ripubblicazione in occasione dei mondiali del 2010:

1 Commento

  1. Marco Ciriello – Vancouver – Columbia Britannica – Canada

Postato giugno 20, 2010 alle 1:40 AM

Ho letto questo articolo poco prima di vedere la partita dell’Italia contro la Nuova Zelanda ai mondiali del 2010.

L’effetto e’ stato estremamente stimolante e la mia mente, nel corso della gara, ha oscillato tra le emozioni che gli eventi mi davano, ed osservazioni razionali sulle caratteristiche socio/culturali di un fenomeno come quello calcistico rispetto a quelle che sono correlate alle attività’politiche.

E’ nobile la domanda sul perché non si possa operare nella vita esprimendo le stesse qualità’, motivazioni che, nel migliore dei casi, guidano le azioni in campo. Ne elenco alcune: la coesione tra i membri di una squadra, il fine comune ultimo, il risultato chiaro (che può’ essere verificato ogni volta), la prestazione dei membri della squadra fatta senza intermediari e direttamente osservabile che, si deve aggiungere, può’ essere giudicata in tempi reali (quindi la possibilità di aggiustamenti sia delle strategie che in eventuale sostituzione dei giocatori). Prima della gara, inoltre, avviene uno studio di un piano d’azione che e’ compiuto da un allenatore, il quale e’ responsabile del risultato e che, in caso di sconfitta, viene licenziato (questione che richiederebbe chiarimenti che vanno al di là’ degli scopi immediate di questo commento). Il tutto e’ osservato dalla stragrande maggioranza dei cittadini i quali, anche se non partecipano direttamente alla preparazione delle strategie, certamente si coinvolgono nella realtà’ calcistica prima, durante e dopo la partite. Questo costante vaglio ed osservazione induce ad una maggiore responsabilizzazione di coloro che prendono le decisioni ultime. In un clima del genere la delusione originata da un risultato negativo non crea pessimismo o frustrazione dovuto al senso d’impotenza derivato dal non poter partecipare, dal continuo subire. Se si commettono errori, si può ricominciare di nuovo. Nel caso della sconfitta si può’ pensare all’incompetenza, all’incapacità’, alla poca destrezza, ma non si pensa alla malafede ed all’intenzione di fare del male agli altri per un proprio tornaconto. In una partita sarebbe illogico operare per se stessi contro il bene comune, perché’ i due fattori coincidono. La vittoria, cioè’ il bene comune, aumenta il valore dei singoli componenti del gruppo: quindi aumenta anche il valore personale.

E la Politica? L’articolo di Romano Maria Levante e’ molto interessante perché’ getta il “seme” che, attraverso riflessioni successive, può’ permetter d’individuare una chiave di lettura dei “malanni sociali e Culturali” la quale indirizzi verso una loro soluzione. Alla fine se, attraverso un’analisi comparativa, si individuassero elementi positivi in alcuni sistemi, la domanda fondamentale sarebbe: come tali elementi o caratteristiche positive possano essere applicate ad altri sistemi che al momento non sono poi così’ ben pensati?

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2. Antonio Caprini

Postato luglio 5, 2010 alle 4:08 PM Propongo di girare il Rebus a tutti i giornalisti sportivi italiani. Finito il tempo di Gianni Brera, anche questo settore del giornalismo lascia molto a desiderare. Si guardi, per citare l’ultimo esempio, alle favorite del Mondiale sudafricano: Brasile e Argentina in pole position. Bene, anzi male. Malissimo oseremmo dire. Il Brasile, anche con Melo (che solo in Italia poteva giocare), ha dimostrato che la sua straordinaria cultura calcistica ha fatto un grande passo indietro: è ferma al Brasile di 20 anni fa. Quanto all’Argentina, resta la prima impressione del giornalista di Repubblica che, alcuni minuti dopo la disfatta con i teutonici tedeschi (auguri!) ha scritto: “E’ solo un’accozzaglia di talenti, senza un gioco”. Ecco cosa fa la politica sportiva: inserisce Maradona come trainer, ben sapendo che in cambio ci saranno sponsor e soldi. Poi, al primo vero big match, ne prendono 4. Dai Maradona, studia e leggi Gianni Brera!

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Il REBUS DELL’ESTATE ’82 in 78 VIGNETTE PER 68 PAROLE

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Info

L’articolo, con annesso il Rebus enigmistico, è stato pubblicato a stampa nel numero di settembre 1982 del mensile di politica, economia e cultura “Realtà del Mezzogiorno” diretto dal prof. Guido Macera; è stato ripubblicato, con riferimento ai Mondiali del 2010, nel sito “on line” “cultura.inabruzzo.it”, non più raggiungibile.

Photo

Le immagini sono state tratte dai siti “on line” – indicati al termine – di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Si precisa che non vi è alcuna finalità di tipo economico nè di natura pubblicitaria, ma un intento meramente illustrativo; qualora, tuttavia, la pubblicazione non fosse gradita, basterà una richiesta del titolare non consenziente – comunicata nella parte dei commenti o in altro modo – e si provvederà subito alla rimozione dell’immagine che verrà indicata. Le prime 15 immagini riguardano i mondiali del 1982 cui si riferisce l’articolo e il Rebus enigmistico; seguono 15 immagini della vittoria nei mondiali del 2006, per completare la rievocazione con l’altro grande successo degli azzurri, concluso il 9 luglio, 2 giorni di differenza – a parte gli anni – rispetto agli altri due successi. In entrambe le sequenze, dopo l’apertura nel momento “clou” con la Coppa levata in alto, scene di esultanza dei calciatori, quindi condivisione della Coppa, fino ai festeggiamenti e alla formazione delle due squadre di azzurri, nella rievocazione del 1982 l’isolito particolare del ritorno in aereo con il presidente Pertini; in chiusura un’immagine simbolo dei tifosi azzurri con il tricolore. Ecco i siti fonte delle immagini – ai cui titolari si rinnova la gratitudine e la disponibilità a eliminare quelle la cui pubblicazione non fosse gradita – nell’ordine in cui le immagini sono inserite nel testo: per il 1982 : tg24.sky.it, calciofanpage.it, corriere.it, ngonews.it, calciofanpage.it, storiefuorigioco.altavista.org, gazzetta.it, curiosando708090.altavista.org, oassport.it, storiedicalcio.altavista.it, it.wikipedia.org, tg24.sky.it, archive.org, gaslinosvalkvwordpass.com, corriere.it; per il 2006 : lastampa.it, calciotoday.it, ildolomiti.it, youmedia.fanpage.it, bighe.net, eurosport.it, tg24.sky.it, vivoperlei.calciomercato.com, tg24.sky.it, ilmessaggero.it, repubblica.it, stylecorriere.it, asromaultras.org, coppadelmondo2006blog.sport.it, gazzetta.it; infine: ipersoap.com.

La “notte magica” dell’11 luglio 2021, il bis dell’11 luglio 1982,,,

di Romano Maria Levante

“Notte magica” questa dell’11 luglio 2021 per la strepitosa vittoria dell’Italia agli Europei di calcio a Londra,  che ci riporta per intensità emotiva e per significati reconditi alla “notte magica” dell’11 luglio 1982  allorché l’Italia tutta festeggiò, come fa ora,  l’altrettanto strepitosa vittoria ai Mondiali di calcio a Madrid.  Manca un anno al quarantennale,  sarà nel 2022 e speriamo di celebrarlo con un risultato altrettanto prestigioso al prossimo mondiale; intanto lo anticipiamo, per così dire, con una “licenza” speculare a quella che, a causa della pandemia, ha posticipato di un anno la manifestazione, che pure mantiene il titolo  di “Europei 2020”. E cosa c’è di meglio di un evento esaltante come quello che abbiamo vissuto per celebrare, insieme alla splendida realtà odierna, il ricordo di un  momento di esultanza popolare, ripetuto solo con la nuova vittoria ai mondiali del 2006?

“Per aspera ad astra”

Dei tanti motivi alla base della strepitosa vittoria agli Europei di calcio alcuni sono diversi dai  successi del passato, sono stati superati difficili ostacoli, per di più del tutto inediti.

Il primo motivo di difficoltà è stata la  “ricostruzione” dalle “macerie” dell’eliminazione dalla fase eliminatoria dei Mondiali del 2018, che neppure il più smodato ottimista avrebbe immaginato sfociasse, soltanto tre  anni dopo, nel trionfo in un Europeo  che quanto a livello, difficoltà e prestigio si avvicina  al Mondiale, in cui si aggiungono, a parità di valore calcistico, le squadre sud-americane; un trofeo, quello dell’Europeo che – a differenza del Mondiale, vinto 4 volte, anche nel 2006 – l’Italia non conquistava da ben 53 anni, con l’unico successo nel 1968!  

L’altra principale difficoltà è stata dover giocare  la finale decisiva in trasferta mentre l’avversario giocava in casa, nello stadio di Wembley a Londra con 59.000 inglesi dei 70.000 spettatori nel grande catino gremito nonostamte la pandemia, in delirio per la squadra di casa; e questo per di più dopo oltre un anno di partite a porte chiuse, o con pochi spettatori come negli ultimi incontri degli Europei, il che significa un impatto emotivo ben superiore alla normale “trasferta”, pur essa sempre incidente sul risultato.

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Nella fase cruciale  dell’eliminazione diretta, si è aggiunto il grave infortunio al calciatore segnalatosi nel girone  iniziale come determinante negli affondi sulla fascia sinistra, che aveva privato la squadra italiana di un elemento fondamentale. Il difensore-attaccante Spinazzola ha assistito alla finale tra i compagni in panchina con la maglia n. 4 e le stampelle che hanno fatto pensare a un Enrico Toti redivivo mentre le protendeva in alto nell’unirsi alla festa dei compagni. All’inizio della partita, il goal a freddo dopo 2 minuti creava un handicap che la rendeva più in salita, una missione ancora più… impossibile.

Il protagonista, con la “sua” squadra, Roberto Mancini

Come è stato possibile raggiungere il massimo risultato  in un situazione così svantaggiata? Da profani non azzardiamo una risposta ma indichiamo dei fatti: la ricostruzione dalle “macerie” ha un nome, Roberto Mancini,  che ha portato al successo la “missione impossibile”. E lo ha fatto, a parte la sperimentata maestria tecnica,  facendo leva sullo spirito di squadra di un gruppo che ha ricostituito dalle fondamenta con anziani fidati e giovani motivati, i quali lo hanno seguito in una coesione ottenuta anche facendo ruotare i componenti nelle partite in modo che tutti si sentissero titolari e nessuno riserva, e caricadoli anche a dovere. A tal fine ha chiamato il suo partner calcistico di una vita, Gianluca Vialli, il quale al carisma sportivo ha aggiunto l’esempio della sua vicenda umana, un ritratto del coraggio che insegna come si deve lottare; e lo slancio con cui si sono stretti in un lungo abbraccio con le lacrime che rigavano i loro volti in un pianto liberatorio è stato il sigillo più alto della nobiltà dei valori condivisi. Un pianto di gioia nella commozione, che li ha ripagati della cocente delusione di 29 anni prima, proprio a Wembley, allorchè la loro squadra, la Sampdoria, fu sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni, allora il pianto fu di delusione e rabbia per il sogno svanito.

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Ed ecco cosa ha detto Vialli alla squadra nella preparazione due giorni prima della partita decisiva, diversi siti nel riportarlo lo hanno definito “il discorso da brividi”. E’ una citazione di Franklin Delano Roosevelt, il presidente-coraggio degli USA in un momento decisivo: “Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze”; e non si è fermato qui, ha concluso: “L’uomo che dedica tutto se stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta”. Dunque non è solo la loro rivincita rispetto a 29 anni prima – la Coppa Europa della Nazionale vinta rispetto alla Coppa dei Campioni della Sampdoria persa – a muovere un simile abbraccio, ma soprattutto la condivisione di un successo cui ha contribuito anche questo appello ai più alti valori umani ben al di là di quelli sportivi.

Per tornare al protagonista primo, Roberto Mancini, va sottolineato lo straordinario attaccamento ai colori nazionali non mostrato allo stesso modo da altri pur grandi allenatori. Basterebbe ricordare che festeggiò la prestigiosa vittoria nella Premier League  da allenatore del Manchester City – ottenuta nei minuti finali dell’ultima partita del campionato britannico – unendosi all’esultanza con il giro del campo avendo al collo vistosamente il tricolore, incurante delle possibili reazioni scioviniste degli inglesi che gremivano gli spalti. E se fu un gesto simbolico, la prova pratica dell’attaccamento ai nostri colori si è avuta con la rinuncia ai molti milioni di euro che gli erano dovuti dalla squadra che allenava, lo Zenit di Mosca, per divenire Commissario tecnico della nostra nazionale: precisamente nel 2018 rinunciò a 24 milioni di euro lordi per i due anni di contratto rimanenti fino al 2020, e a 500 mila euro per la stagione allora in corso, mentre il compenso della FIGC al Commissario tecnico era di 2 milioni di euro. In un mondo di professionisti divenuti mercenari era già un esempio di una ben diversa scala di valori.

Si può capire quali e quante motivazioni ha saputo trasmettere ai suoi giocatori, e lo si è visto dal canto corale dell’inno nazionale, con l’intensità espressa negli occhi e nelle voci.

“Sono felice di avere dato una gioia e una speranza agli italiani dopo un periodo così difficile. Dedico la Coppa a tutti gli italiani, in particolare a quelli che risiedono all’estero. Ancora non siamo consapevoli di quello che abbiamo fatto”, ha detto lui stsso entrando al Quirinale: e non c’è nulla di rituale nell’omaggio, nasce dalla convinzione profonda che sente come una missione, tanto che ha rinnovato fino al 2026 senza lucrare i ben più remunerati incarichi di club, come del resto aveva fatto all’inizio. Si deve dare atto a Billy Costacurta, il superpremiato difensore del Milan, di aver visto giusto quando, incaricato dalla Federazione, è riuscito a portare alla guida della Nazionale, di cui è stato un punto di forza per tanti anni, il più meritevole perchè oltre ad essere vincente ha dimostrato l’attaccamento ai colori dell’Italia.

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I vertici istituzionali agli azzurri: le parole di Mattarella e di Draghi

Anche l’accoglienza al Quirinale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha avuto nulla di rituale, con la gigantografia dell’arco di trionfo dell’esultanza a Wembley e le sue parole a nome di tutti gli italiani che hanno toccato i tasti del riconoscimento sportivo e del valore civile e umano; ha accomunato anche il tennista Berrettini pure se sconfitto – ma unico finalista italiano in 150 anni di storia del torneo di Wimbledon – con l’onore delle armi dal n. 1 del mondo.

“Complimenti – ha detto – siete stati accompagnati, in queste sette partite, dall’affetto degli italiani. Ne siete stati circondati. Li avete ricambiati rappresentando bene l’Italia e rendendo onore allo Sport”, e lo ha spiegato: “Anzitutto per il gioco che avete espresso. Non avete cercato soltanto di vincere, avete vinto esprimendo un magnifico gioco. Questo ha reso onore allo sport naturalmente. E questo è ciò che ha fatto divertire. Anzitutto voi, sicuramente, ma anche tutti quelli che vi guardavano, e non soltanto dall’Italia”.

Ha “espresso un ringraziamento a Roberto Mancini” spiegandone i motivi: “La fiducia che ha sempre manifestato sin dall’inizio del suo impegno alla guida della Nazionale; la rivoluzione che ha introdotto nell’impostazione del gioco; l’accurata preparazione di ogni partita, che si è vista per chi avesse un po’ di dimestichezza con il gioco del calcio”.

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Poi l’incontro degli azzurri a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Mario Draghi che ha rivolto loro parole semplici e intense, parole vere. Ha detto “ci avete fatto emozionare, commuovere. gioire, abbracciare”, fotografando così l’interno delle case di tutti gli italiani, essendo preclusi per precauzione rispetto alla pandemia i maxischermi all’aperto. Parlava anche di sè, infatti ha aggiunto: “Io sono stato sempre molto orgoglioso di essere italiano, ma questa volta abbiamo festeggiato insieme la vostra vittoria, e quello di cui ci avete reso orgogliosi è di essere uniti in questa celebrazione in nome dell’Italia”. Non si poteva rendere meglio il passaggio dal piano personale al livello collettivo, anzi al livello nazionale – non della nazionale di calcio ma della Nazione – sensazione che abbiamo provato anche noi come, crediamo, tutti gli italiani.

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Draghi lo ha motivato così: “Lo sport segna la storia delle nazioni, ogni generazione ha i suoi ricordi, ed oggi siete voi ad essere entrati nella Storia”. Ma alla storia si aggiunge la stretta attualità: “Ci avete messo al centro dell’Europa”, e significa tanto, ma tanto, anche in termini molto concreti, sul piano politico, economico e sociale, per oggi e per domani.

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Gaber, Battiato e Cotugno, non sono solo canzonette...

Draghi con la sua confessione aperta e sincera ha risposto alla domanda che poneva Giorgio Gaber nel suo teatro-canzone. Sulla Patria: “Mi scusi presidente/ non è colpa mia/ se quando sento Patria/ non so che cosa sia/… sull’appartenenza : “Mi scusi presidente, se arrivo all’impudenza/ di dire che non sento/ alcuna appartenenza,/ e tranne Garibaldi/ e altri eroi gloriosi/ non vedo alcun motivo/ per essereorgogliosi”… finanche sul calcio: “Mi scusi presidente,/ lo so che non gioite/ se il grido Italia, Italia/ c’è solo alle partite” .

Nelle parole di Draghi la gioia di “questa” partita che ha fatto sentire la Patria, l’appartenenza, il perchè essere orgogliosi. Motivi espressi con passione da Gaber, che concludeva così la sua riflessione accorata: “Io non mi sento italiano/ ma per fortuna o purtroppo/ per fortuna o purtroppo/ per fortuna/ per fortuna lo sono”.

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E gli ha fatto eco Franco Battiato nel finale di “Povera Patria/schiacciata dagli abusi del potere..” con la ripresa volitiva: “non cambierà, non cambierà/ sì che cambierà/ vedrai che cambierà”. Fino all’orgogliosa appertenenza di Toto Cotugno: “Lasciatemi cantare/ perchè ne sono fiero/ sono un italiano/ un italiano vero”.

Qualcuno potrebbe dire con Bennato “sono solo canzonette”, come dell’Europeo “sono solo calci al pallone”, ma Draghi ha già risposto che “lo sport segna la storia delle Nazioni”.

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E sull’appartenenza proviamo lo stesso sentimento che fece dire a Fabrizio Quattrocchi, mentre cercava di toglieva la benda con uno scatto di ribellione prima di essere barbaramente giustiziato da parte dei terroristi iracheni nel 2004: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano”. Abbiamo visto da ogni azzurro “come lotta un italiano” con lo spirito di squadra e la motivazione giusta – “tutti volevano tirare i rigori” ha rivelato Evani, vice di Mancini, “e allora ho capito che avremmo vinto” – e la competizione sportiva è lo specchio della vita, il riferimento obbligato di tante metafore. Quattrocchi ha avuto meritatamente la Medaglia d’oro al valor civile, sugli azzurri sono piovute le giuste onorificenze: di Grand’Ufficiale al presidente della FIGC Gravina e al Commissario tecnico Mancini, di Commendatore al Team manager Oriali e al Capo delegazione Vialli, di Ufficiale al capitano Chiellini, di Cavaliere a tutti gli altri senza eccezioni. Un en plein!

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Il bagno di folla degli azzurri

Il bagno di folla nel Bus scoperto non poteva che essere la conclusione trionfale di un percorso di impegno e sofferenza, di ansie e di speranze, nella “missione impossibile” di vincere gli Europei di calcio, andata a buon fine, e anche quest’ultimo passaggio non è stato scontato. All’inizio il tragitto per Quirinale e Campidoglio è avvenuto su un pullman chiuso, banale nella sua normalità a parte una piccola fascia tricolore, e ciononostante ci sono voluti i motociclisti per aprire il varco tra la folla, 2 chilometri percorsi in mezz’ora.

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A questo punto le restrizioni agli assembramenti hanno dovuto cedere, a Palazzo Chigi è stato accolto il pressante appello di Chiellini e Bonucci, i “leader” dei calciatori, per un apposito Bus scoperto, “lo dobbiamo ai tifosi” ha detto Bonucci. E ha fatto bene la Federcalcio a rispondere piccata all’accusa del Prefetto di aver disatteso il rifiuto dell’autorizzazione chiesto ma non concesso. I giocatori e la delegazione non sarebbero venuti a Roma senza l’invito dei presidenti della Repubblica e del Consiglio, ma essendo stata comunicata l’ora si era creato inevitabilmente l’assembramento, tanto che il pullman ccperto e chiuso alla vista, facilmente identificato, aveva impiegato mezz’ora a percorrere due chilometri, quindi la frittata era già fatta, coperto o scoperto creava assembramenti nè le forze dell’ordine li potevano impedire; come non avevano impedito gli assembramenti nella notte della vittoria nelle città d’Italia e a Roma, e dov’era il Prefetto? Impegnato a respingere la richiesta della parata sull’apposito Bus scoperto non aveva evitato affatto gli altri assembramenti ugualmente a rischio contagio, ed era inevitabile accogliere la richiesta degli azzurri perchè comunque la gente che aveva invaso il centro nella loro attesa – e non solo i tifosi – si sarebbe stretta ancora intorno al pullman chiuso, come prima delle due cerimonie con i Presidenti , al Quirinale e a Palazzo Chigi, percorso anch’esso ineludibile.

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Così c’è stato il finale in bellezza, per le vie del centro di Roma con il gruppo di calciatori, Commissario tecnico e staff – c’era anche il tennista Berrerttini – a rispondere alla folla brandendo la coppa e partecipando dall’alto del veicolo all’esultanza collettiva. Finale in bellezza, del resto il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, Gabriele Gravina, aveva detto intervenendo al Quirinale: “Siete la grande bellezza, non solo nel gioco, ma nei valori”, citando la coesione e lo spirito di squadra, che è un valore a livello nazionale.

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Ci fermiamo a questi pochi accenni senza entrare minimamente nei valori di fondo, se non con due rapide sottolineature: la prima è che risulta confermata la capacità italica di moltiplicare le energie nelle situazioni di emergenza, ne abbiamo citato alcune sportive, aggiungiamo il contesto generale tormentato dalla pandemia che ha richiesto energie aggiuntive di tutti i tipi; la seconda è  che speriamo sia confermata anche l’incidenza del fenomeno calcistico nella vita della nazione, vita economica compresa, per cui questo risultato potrebbe essere la molla per risalire la china e risorgere anche a livello generale, come si è riusciti a fare per il calcio che rappresenta una stimolante metafora della vita.

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La metafora del calcio

E come metafora il calcio non scherza: dalle piccole vicende dei rigori con i campioni che li sbagliano e, anche quando ne segnano uno decisivo, come Jorginho nella semifinale, sbagliano il secondo altrettanto decisivo nella finale; e con lui Belotti, altro specialista, stessa micidiale alternanza, ed è stato il primo a saltare al collo per gratitudine al portiere Donnarumma che ha rimediato; per non parlare dei due inglesi fatti entrare in modo rocambolesco all’ultimo istante dei supplementari proprio per tirare i rigori e li sbagliano entrambi. Per essere poi investiti da un’ondata di insulti razzisti dei tifosi inglesi sui “social” in contraddizione con l’inginocchiarsi della loro squadra, imitata da quella italiana per “solidarietà”, come nella partita con il Belgio, mentre in quella con la Spagna no, ma c’è stata ugualmente una condivisione, pur se di altro tipo, ” A far l’amore comincia tu…”, musica in omaggio a Raffaella Carrà, intonata durante il riscaldamento prima della partita.

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Si è vista anche la presunzione arrogante degli inglesi che in modo antisportivo si sono tolti la medaglia d’argento dopo che il “loro” pubblico, 59.000 spettatori, aveva lasciato lo stadio in modo miserevole per non assistere alla premiazione con le medaglie d’oro e la Coppa date alla squadra che con umiltà e compattezza li aveva dominati pur con la doccia fredda del goal al 2°minuto. La loro “curva”, dove sono stati battuti i rigori, non è riuscita a intimidire con i fischi assordanti tre azzurri che hanno fatto centro e Gigio Donnarumma, il portiere assurto ad eroe della serata, con le due grandi parate in orizzontale che hanno contribuito al premio di “Migliore giocatore del torneo”, raranente dato a un portiere.

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Fischiare l’inno nazionale italiano da parte del pubblico di ultras inglesi è stato un pessimo inizio, come l’assenza del principe William alla premiazione una pessima conclusione. A caldo tutto si può capire anche se non giustificare, ma in questo caso anche a mente lucida si è scesi nell’irragionevolzza più eclatante: una petizione volta a ripetere la partita per presunti inesistenti favori arbitrali da chi li aveva avuti per il rigore decisivo, anch’esso inesistente, nella semifinale con la Danimarca; e ancora più – data l’autorevolezza della fonte, “The Economist” – la pretesa di annullare la vittoria perchè la squadra italiana è “l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore”: quasi ci fossero le “quote” etniche nel calcio, e non fosse stato per entrare nel gruppo il giovanissimo Kean, e un certo Balotelli non avesse deciso con due goal la semifinale degli Europei contro la Germania il 28 giugno 2012 togliendosi poi la maglia per mostrare i muscoli da culturista.

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Forse i tifosi inglesi non conoscono la canzome “Bisogna saper perdere”, eppure chi l’ha cantata al Festival di San Remo del 1967 funestato dalla morte di Luigi Tenco, con i Rokes, Shel Shapiro, è nato proprio a Londra….Tutto questo aumenta i meriti degli azzurri e accresce la soddisfazione per l’esito vittorioso che ci fa irridere a queste miserie non solo sul piano sportivo. Evocare la “perfida Albione” andrebbe censurato con sdegno, se qualcuno si azzardasse a farlo, ma viene la tentazione di definirla “perfida Brexit”!

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“Per aspera ad astra”, dunque, è anche e soprattutto il tragitto che deve compiere la comunità nazionale con la pandemia non ancora esaurita, sull’esempio e lo stimolo di quanto è avvenuto mirabilmente su un campo così difficile come quello di Wembley. Ed è questo che tutti hanno avvertito riprendendo speranza e fiducia, sentendosi di nuovo comunità e non più le monadi isolate nei forzati “lockdown”: da individui a squadra, da frustrati a vincenti. Con l’orgoglio di aver rappresentato l’Europa, anzi l’Unione Europea, contro… la Brexit e avere prevalso nelle più avverse circostanze ambientali e sportive, sorretti da una determinazione e una fiducia inimmaginabile che tutti hanno sentito trasmettersi lungo i canali misteriosi che legano lo sport, e in particolare quello così popolare come il calcio, alla vita delle nazioni, come ha ricordato lo stesso Draghi.

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Le premesse ci sono perchè questo avvenga, dalla guida sicura del governo di Mario Draghi, alla diversa sensibilità dell’Unione Europea passata finalmente dal patto per l’austerità a un lungimirante patto per la crescita mobilitando risorse ingenti con rigide condizioni perchè non vengano disperse, ma siano destinate a risolvere annosi problemi del Paese in modo da ridare slancio alla nostra economia, competitività alle imprese, sicurezza e migliori prospettive di benessere ai lavoratori e alle famiglie.

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La macchina dei sogni

A questo punto la coincidenza della data 11 luglio, ci fa tornare a quasi quarant’anni fa in un “come eravamo” emozionante quanto eloquente. “Italia facci sognare” si leggeva in uno striscione che dagli spalti accompagnò tutte le partite della nostra nazionale nel mondiale spagnolo del 1982, fino alla vittoria. Particolarmente esaltante perché veniva dopo un digiuno di 44 anni dal Mondiale – 9 anni in meno del “digiuno” attuale dall’Europeo di 53 anni – e portava a tre le vittorie mondiali dopo quelle del 1934 e 1938. Si aggiunse l’interesse per il calcio della “strana coppia” costituita da Pertini presidente della Repubblica, e Spadolini presidente del Consiglio, abbiamo visto l’altra “strana coppia”, altrettanto interessata al calcio, dei presidenti al vertice dello Stato, Mattarella e Draghi.

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Le emozioni e i ricordi della lontana vittoria del 1982 sono stati così intensi che non sono sbiaditi: sul campo l’urlo di Tardelli e la riabilitazione di Paolo Rossi, capocannoniere e trionfatore dopo una penosa squalifica. In tribuna Pertini che non trattiene il tifo pur avendo vicino il re Juan Carlos e non si fa frenare dall’etichetta; brandisce la pipa come una bandiera, e la brandirà nella partita a scopone del volo di ritorno con Enzo Bearzot l’allenatore modesto e vittorioso, e Zoff , dalle mani che innalzavano la coppa immortalate nel francobollo celebrativo e Causio, un “barone” nel momento della felicità sportiva.

Le amarezze e le miserie della politica dimenticate, e ce n’erano, una crisi di governo evitata dal “decalogo istituzionale” di Spadolini, dove si affrontavano i ridotti poteri del presidente del Consiglio da potenziare per dare efficacia all’azione di governo, la riforma della presidenza e dei ministeri, il voto segreto, le norme sul referendum e l’inquirente, l’adeguamento dei regolamenti parlamentari alle limitazioni della legge finanziaria e di bilancio, la responsabilità disciplinare e civile dei giudici irrisolti; i problemi pur altrettanto sentiti del bicameralismo e del sistema elettorale non furono compresi nel “decalogo” , e non furono sciolti quelli che chiamammo i “nodi della matassa”. Molti dei quali restano tutora e impedicono di trovare il bandolo della matassa tanto aggrovigliata.

Il Rebus in vignette enigmistiche della “calda”’estate 1982

Dopo la parentesi “bartaliana” del mondiale 1982 le leggi della malapolitica ripresero il sopravvento Ma oggi, pur tra scontri e divisioni, speriamo nel nuovo effetto “bartaliano”, anche se  l’estate 2021 sul piano politico non ripeterà la lunga estate 1982: nessuno si sente di intralciare seriamente il governo di unità nazionale di Draghi, pur tra inevitabili schermaglie. Del resto è imminente il “semestre bianco” che toglierà la spada di Damocle delle pur altamente improbabili elezioni anticipate, e al termine dei sei mesi la nomina del nuovo Presidente della Repubblica, che resta un’incognita per la posizione di Draghi, il più qualificato successore di Mattarella, ma nel contempo impegnato a “finire il lavoro” fino alle elezioni del 2023? Accetterà Mattarella di prolungare il proprio mandato?

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Stanno venendo sempre più allo scoperto le fibrillazioni all’interno dei partiti e tra loro in vista delle elezioni politiche del 2023, ma saranno transitorie, mentre dall’economia ci si attende un forte rimbalzo dopo la falcidia dell’ultimo anno e soprattutto una nuova più solida base competitiva con l’impiego oculato delle risorse del “Recovery Found”, pur se l’indebitamento a livelli stratosferici non fa stare tranquilli. Si dovrà dare al nostro debito accresciuto la qualifica di “debito buono” invocata da Draghi con il virtuoso impiego dei capitali  a prestito in progetti che lo ripaghino a dovere trasformando il maggiore debito in una “leva finanziaria” in grado di imprimere uno slancio propulsivo all’economia.

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A parte questo accenno all’oggi, ciò che avvenne dopo il trionfo di Madrid l’11 luglio 1982 lo raccontammo in un articolo su un austero mensile di politica, economia e cultura con al termine la traduzione dell’intreccio tra politica e sport in quella calda estate postmondiale in “Il Rebus dell’estate ‘82” . Riproporremo commento e Rebus domani dopo l’esaltante ’11 luglio 2021. E’ un “come eravamo” nel quale trovammo dei prestigiosi “compagni di squadra”: il grande cartellonista cinematografico e pittore di vaglia (Averardo) Renato Ciriello che, giocandoci con il figlio Stefano, tradusse i nostri elementari schizzi del Rebus sportivo-politico in vignette d’artista; e Guido Macera, l’indimenticabile colto e appassionato direttore della rivista mensile “Realtà del Mezzgiorno”  il quale volle ospitare l’insolito, stravagante fuor d’opera sportivo-enigmistico del suo collaboratore fisso sui temi economici, con la piena disponibilità di uno spirito aperto alle novità, disse proprio così.

L’articolo con il Rebus uscì nel numero di settembre 1982, ovviamente a stampa, poi lo abbiamo ripubblicato “on line” su “cultura.inabruzzo.it” nel 2010  invitando i lettori a risolvere il Rebus di cui non indicammo la soluzione. Non la indicheremo neppure ora, rivolgendo questa volta l’invito di “postare”, nello spazio dei “commenti”, oltre alle eventuali considerazioni sul testo, l’eventuale soluzione per chi intenda cimentarsi in una sfida politico-enigmistica, sulle ali della memoria e, perchè no, anche della nostalgia.

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Il Rebus enigmistico che concludeva allora l’articolo – nel quale ci sono tutti gli elementi tradotti poi in linguaggio enigmistico – con 78 vignette in 5 pagine, era di una frase da 68 parole sull’intreccio sportivo–politico dell’estate 1982. Divertì il presidente Pertini, come ci scrisse il Segretario della Presidenza, e interessò l’on. Gerardo Bianco, che era capogruppo DC e si dichiarò lettore degli articoli di economia dell’autore sulla Rivista, entrambi sono riconoscibili nell’apparato enigmistico e vignettistico del Rebus. E’ un “divertissement” unito all’articolo di approfondimento e di riflessione, e speriamo diverta anche oggi, quasi 40 anni dopo…  A domani, dunque, con “Il Rebus dell’estate 1982”!

Info

L’articolo rievocativo della “notte magica” dell’11 luglio 1982, nel quasi-quarantennale, sarà pubblicato domani 19 luglio 2021, su questo sito, con il Rebus enigmistico di 68 parole con 78 vignette in 5 pagine, dell’artista Renato Ciriello con il figlio Stefano.

Photo

Le immagini sono state tratte dai siti “on line” – indicati al termine – di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta. Si precisa che non vi è alcuna finalità di tipo economico nè di natura pubblicitaria, ma un intento meramente illustrativo; qualora, tuttavia, la pubblicazione non fosse gradita, basterà una richiesta del titolare non consenziente – comunicata nella parte dei commenti o in altro modo – e si provvederà subito alla rimozione dell’immagine che verrà indicata. Le prime 8 immagini presentano momenti “clou” della vittoria e le 4 successive la visita al Quirinale e a Palazzo Chigi; le 20 che seguono mostrano alternate, in ciascuno dei 5 blocchi in sequenza, immagini dei calciatori esultanti, dei vincitori con la Coppa, dei festeggiamenti popolari, della sfilata sul Bus scoperto. In un crescendo con l’ultima immagine dei calciatori nella esultanza conclusiva preceduta da quella che li vede in una piramide… di esultanza che ricorda l’alzabandiera a Iwo Jima, della Coppa a letto con Chiellini e Bonucci in un appagante rapporto “a trois”, preceduta da quella con la Coppa e il tricolore nelle mani del “maggior” vincitore, il Commissario tecnico Roberto Mancini, dei festeggiamenti con bandiere sempre più inarrestabili, del primo piano sul Bus trionfale preceduta da una simile ripresa laterale, ma nel bagno di folla; fino alle 4 immagini finali con la formazione in campo, il gruppo al completo nella foto ufficiale e in divisa con la Coppa, in chiusura, un’altra foto del festeggiamento della Coppa nel momento “clou” di Wembley. Ecco i siti fonte delle immagini, ai cui titolari si rinnova la gratitudine e la disponibilità a eliminare quelle la cui pubblicazione non fosse gradita, nell’ordine in cui le immagini sono inserite nel testo: genteditalia.org, giornaleditalia.it, leggo.it, ilmessaggero.it, repubblica.it, ilgiornale.it, repubblica.it, vetrinatv.it, adnkronos.it, buttanissima.it, ageparl.eu, tgcom.24.mediaset.it, ilfattoquotidiano.it, dilei.it, corrieredicomo.it, ilgiornaleditalia.it, linkiesta.it, repubblica.it, agi.it, bigodino.it, today.it, corrieredellumbria.it, ciaocomo.it, ilgazzettino.it, corrieredellosport.it, corrieredellosport.it, quitidiano,it, today.it, notizie.it, adnkronos.it, fanpage.it, timgare.it, varesenews.it, ilfattoquotidiano.it, lapiazzaweb.it.