“Vetrina del Parco”, è mancato il Parco, a Montorio

di Romano Maria Levante

Nell’intenso week end di fine estate dal 6 all’8 settembre 2013 si è svolta la XVIII “Vetrina del Parco” come sempre a Montorio al Vomano, dove si apre la “strada maestra” che sale verso il passo delle Capannelle tra le pendici del Gran Sasso e dei  Monti della Laga nella vallata del fiume Vomano, per poi scendere verso Arischia ed Amatrice, dopo aver superato il valico.

Il presidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi l’ha definita “una delle aree più belle della regione: quel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga che abbraccia due aree importanti dell’Abruzzo creando un continuum tra l’interno aquilano e la costa teramana”.

Spicca in questo “continuum” il culmine degli Appennini con le vette dolomitiche dei due Corni,  il suggestivo scenario del “gigante che dorme”, il declivio erboso degradante dei Prati di Tivo  e il “borgo dell’anno 2007”, tra i “borghi più belli d’Italia” dal 2005 e nei 400 “borghi più belli del mondo” dal 2013, Pietracamela; poi Cerqueto e Fano Adriano,  Isola e Forca di Valle per restare dalla parte del Gran Sasso, Crognaleto e i numerosi borghi da Aprati a Nerito, Poggio Umbricchio e San Giorgio, Alvi e Tottea, Cesacastina e Senarica, Cervaro e Valle Vaccaro dalla parte dei Monti della Laga. E’ la “via del gusto” – come viene definita – di cui la  manifestazione avrebbe dovuto rendere il fascino attraverso il coinvolgimento popolare nella musica e gastronomia, e mediante l’approfondimento culturale in mostre e incontri legati però strettamente al territorio.

E’ mancata la magia dei luoghi, i borghi assenti

E’ stato fatto un tentativo di coniugare le tipicità enogastronomiche e naturaliste con i richiami dell’arte e della cultura. Lo riteniamo fallito perché c’è stato un grande assente, il vero protagonista, cioè il territorio nelle espressioni caratteristiche dei suoi borghi;  la “vetrina” ne ha mostrato uno sprazzo con il volume “Montorio al Vomano. Immagini per la memoria”, giusto riconoscimento alla “porta” del Parco: una raccolta di immagini d’epoca lungo cinque secoli di storia locale, con dotte introduzioni storiche: fotografie e documenti, cartoline e disegni, mappe e vedute hanno ripercorso le trasformazioni urbanistiche in una sorta di affascinante “Montorio sparita”.

Ma qui ci si è fermati, degli altri borghi nessuna traccia; né la lacuna si può dire colmata dalle immagini pur straordinarie di “Sua Maestà il Gran Sasso d’Italia”, nel volume presentato e nella mostra spettacolare nel “Chiostro” – è divenuto itinerante tra L’Aquila e Ascoli, Ancona e Torino, Roma fino a Bruxelles – di preziosi documenti visivi d’epoca: a partire dall’immagine del 1573 del primo conquistatore  Francesco De Marchi, in un iter incalzante di foto in bianco e nero degli anni ’30 e ’40, con incisioni e disegni, mappe e appunti i viaggio, nonché cartoline e manifesti.

Ricordiamo al riguardo che nella “Vetrina” del 2009 le gigantografie del Gran Sasso erano all’esterno in Piazza Orsini, in un coinvolgimento che nell’anno del terremoto fu maggiore dell’edizione odierna, anche per i convegni e le mostre – ricordiamo il “Chaos” di Alice – ispirati al dopo terremoto. In quell’anno ci trovammo ad apprezzare lo sforzo compiuto, pur con gli evidenti limiti, che invece furono al centro di critiche penetranti come quella che arrivò a definirla “La vetrina ‘nel’  Parco”, come passerella per personaggi vanesi più che specchio del territorio. Ebbene, da allora, quando c’era l’attenuante del terremoto, la situazione ci è apparsa peggiorata, per cui l’aspra critica che fu elevata diventa ben più calzante oggi: torna di assoluta attualità.

Quest’anno forse non si è avuta neppure una vera passerella, personaggi ci sono stati ma con presenze fuggevoli, i convegni hanno brillato per lo scarso coinvolgimento, al punto da contare pochissime presenze. Certo,è il prezzo che si paga quando si ignorano i tanti borghi che avrebbero potuto e dovuto essere chiamati a partecipare con le loro realtà e le loro presenze. Perché sono loro a dare vita alla montagna e alla natura con la storia scolpita sulle pietre dei  muri e dei vicoli.

Assenti i borghi, assente l’Ente Parco a livello espositivo – lo stand era ben povera cosa,  non diciamo di più per carità di patria  –  anche se il Presidente Arturo Diaconale è intervenuto il 30 agosto all’anteprima della mostra sul Gran Sasso e il direttore Marcello Maranella ha fatto una rapida comparsa alla presentazione del “Progetto Tramontana”.  

La magia dei luoghi è mancata per l’assenza dei borghi dalla “Vetrina”, mentre nelle “catacombe” del “Chiostro degli Zoccolanti”, con le sue pietre e le sue arcate, il respiro della storia popolare si è sentito attraverso la mostra permanente di costumi d’epoca e antichi mestieri,  una straordinaria ricostruzione di usi e tradizioni con una dovizia di reperti d’epoca che è stata la  vera scoperta per chi l’ha trovata mentre inseguiva gli incontri e le mostre. Gli ambienti di un tempo che sembra remoto anche se non è troppo lontano cronologicamente sono stati ricostruiti non solo in miniatura ma anche a grandezza naturale, creando un’atmosfera suggestiva. Si deve alla manifestazione se il prezioso giacimento culturale è stato conosciuto da chi ne ignorava l’esistenza dato che non è pubblicizzato come meriterebbe; è un merito indiretto che riconosciamo, poi ne citeremo un altro.

Il “Progetto Tramontana”, il pittore e il poeta, il pittore e lo scultore

La mostra permanente è stata lo sfondo prestigioso ai primi piani dati dalla “Vetrina del Parco”  alle immagini fotografiche d’epoca di Montorio e del Gran Sasso presentate nei due volumi  e nelle relative mostre cui si è accennato; e al “Progetto Tramontana”, un’iniziativa europea sulle comunità montane di lingua romanza che esplora il campo intrigante della “toponomastica narrativa” per scavare nell’origine dei nomi delle località in modo da ricostruire brani di storia locali vissuti nell’immaginario individuale delle persone intervistate: è la cultura locale espressione dei toponimi popolari radicati in storie lontane, mentre i toponimi ufficiali riproducono  “in loco” temi e personaggi della storia nazionale. Un “amarcord”  visivo e sonoro con le interviste nostalgiche su “I luoghi della memoria” presentate da Giovanni Agresti, responsabile del progetto e con i filmati sulle produzioni gastronomiche tradizionali presentate da Gianfranco Spitilli, autore di ricerche e libri fotografici su usi e costumi locali che ha illustrato “Pastori e pizze dolci”. Agresti ha ricordato anche la complessa ricerca in corso sul dialetto di Pietracamela, il “pretarolo”, che oltre a differenziarsi nettamente dagli idiomi d’Abruzzo mostra una dinamica evolutiva che ne accresce l’interesse e richiede un approfondimento attraverso generazioni che vanno riducendosi sempre più.

Gli intervistati del “Progetto Tramontana” sono soprattutto degli sconosciuti ma non solo, riconosciamo Di Giosa che è tra gli organizzatori della manifestazione mentre fornisce la sua testimonianza sonora e visiva. Come nel volume “Conosciamoci e facciamoci conoscere”, di Alida Scocco Marini, con “personaggi noti e meno noti della provincia di Teramo” dopo il primo volume dedicato al capoluogo, ne è stato preannunciato un terzo dedicato a esponenti della cultura a livello regionale, con l’area di riferimento estesa all’intera regione nel denominatore comune della cultura.

In questo rapido excursus sui vari momenti della “Vetrina del Parco” vogliamo soffermarci sulle esposizioni artistiche. Abbiamo ritrovato i dipinti di Paolo Foglia, alcuni dei quali già presentati nella mostra “Pietracamela in Arte” del 16-17 agosto, con le poesie di Francesco Barnabei, nell’abbinamento pittore-poeta anche qui esposti “en plein air” valorizzando il coinvolgimento popolare “on the road”, in un largo confinante con gli spazi gastronomici e musicali. Rivedere l’inquietudine dei volti maschili e l’attesa serena dei nudi femminili, ritrovarvi l’eco dei versi del poeta, inquieto e proteso verso qualcosa di agognato come la donna, è stata una piacevole sorpresa.

Poi le due grandi mostre d’arte alla Sala Conferenze del “Chiostro”,  il primo piano della sede espositiva che nelle “catacombe” del piano inferiore ospita la  nostra permanente dei costumi locali che abbiamo ricordato. La mostra di pittura dei Kostaby, Mark & Paul, intitolata “Sound and Dreams”,e la  mostra “Le sculture di Silvio Mastrodascio”. In comune la caratura internazionale conquistata in America, Mark Kostaby di origine estone affermatosi a  New York, Silvio Mastrodascio nato a Cerqueto vicino Montorio e affermatosi a Toronto da artista e lavoratore.

Entrambe le esposizioni ricche e spettacolari, complementari nella loro netta diversità. Gli oltre 40 dipinti espressione di immagini oniriche e ambienti metafisici, di volta in volta allusive o angosciose, le 25 sculture di visi e corpi femminili riflesso di una classicità ferma e serena.

Le metafisica onirica nelle allucinazioni pittoriche di Mark Kostaby

Per interpretare la metafisica onirica dei dipinti di Mark Kostaby, “Sound and Dreams”,  occorre riferirsi alla posizione dell’artista nella temperie artistica dell’East Village dove si  immerse con il trasferimento da Los Angeles, la città natale, a New York nel 1982. Nella “grande mela” fu esponente della ribellione al consumismo  e alla mercificazione dell’arte, anche con autointerviste provocatorie e nel 1988 fondò “il Konstaby World”, tra la bottega rinascimentale e la “factory” moderna alla Warhol, un atelier nel quale con l’aiuto di assistenti e allievi produsse un gran numero di opere. Nel 1996 “scopre” Roma, che diviene l’altra sua sede oltre a New York e lo mette in contatto con i grandi maestri del passato, il cui insegnamento si coniuga con la sua contemporaneità di artista moderno legato alle tematiche di un mondo sempre più inquieto.

Nelle sue opere si riflettono la solitudine della condizione umana e l’alienazione del consumismo,  il materialismo imperante e  l’invadenza della tecnologia, fino all’aggressione del sistema mediatico. L’atmosfera enigmatica di marca metafisica è evidente nei manichini con la testa a uovo, senza volto, lisci e glabri, senza colore, diversi da quelli di Giorgio de Chirico ma altrettanto allusivi; mentre l’atmosfera allucinata di tipo onirico è indotta da maschere ossessive, che ricordano quelle con cui Pablo Echaurren esorcizza il male evocandolo in immagini che lo allontanano nella realtà. Il segno è netto e ben delineato, i colori si alternano al bianco e nero, sono caldi o freddi senza sfumature, un eclettismo cromatico in una unitarietà stilistica pur nella di versa atmosfera delle sue composizioni.

La galleria della mostra è di una straordinaria ricchezza ed espressività, c’è anche un “Omaggio all’Abruzzo”,  una sintesi suggestiva delle bellezze naturali, dal mare alla montagna, con le delizie enogastronomiche e i due manichini in posa beata, sullo sfondo il caratteristico  borgo abruzzese.

Non proviamo neppure a riassumere i motivi delle composizioni, ci sono anche ambientazioni modernissime, come quella dei manichini in una mostra d’arte dove si riconosce l’opera trasgressiva di Duchamp, la celebre “Fontana” con l’orinatoio divenuto arte, tra altri “ready made” e quadri astratti; e ambientazioni fantastiche, dominate dalle maschere ossessive che rappresentano una presenza incombente.

Il tempo di dare uno sguardo alle “Ceramiche di Castelli” esposte nella stessa sede , prima di passare all’altra mostra d’arte nella Sala Conferenze del Chiostro, quella di Mastrodascio.

La serenità classica nella bellezza muliebre delle sculture di Mastrodascior

Anche per la mostra “Le sculture di Silvio Mastrodascio” le note biografiche aiutano nell’interpretarne l’opera artistica. Dagli Appennini alle Ande, dal Gran Sasso della sua Cerqueto ai monti Appalachi di Toronto, dove lavora come caposcalo di Toronto nella compagnia aerea di bandiera, dopo un passaggio lavorativo per Roma dove realizza l’onda verde in tre arterie viarie.

Nel suo lavoro all’Alitalia c’è la fonte dell’ispirazione con il passaggio alla scultura, dopo l’iniziale espressione artistica nella pittura, soprattutto paesaggi della sua terra prima dello sbarco nel nuovo mondo. Lo colpisce a Roma una scultura di cavalli di Marini; poi a Teramo una figura di donna di Crocetti,  ne raccoglierà l’eredità completando con un’opera dal forte significato simbolico il lavoro del Maestro per il Duomo del capoluogo. Il mecenate di Crocetti, Antonio Tancredi, lo sarà anche per lui, con i busti per l’esposizione all’aperto nella passeggiata dei “Tigli”, prima del grande “Monumento ai Caduti” di Crocetti, nel percorso sovrastato dalla “Piccola Loggia dei Lanzi” della terrazza-giardino della Banca di Teramo voluta e realizzata da Tancredi nella sua intensa attività di promozione artistica: lì si possono ammirare “Il Giovane cavaliere della pace” e “San  Michele”, “La Modella che si spoglia” e la “Danzatrice in  riposo” di Crocetti, i busti di Mastrodascio non sono lontani, e così la monumentale sfera di bronzo “La reincarnazione dell’universo”, prima al centro di Piazza Garibaldi, poi spostata nel largo di Porta romana tra l’approdo dell’autostrada, la salita dei Cappuccini e la strada per la Specola.

La sfera alla Pomodoro la troviamo anche alla mostra di Montorio in piccole dimensioni, un vero gioiello, girevole sull’asse, ma le 25 sculture del salone delle Conferenze e le altre distribuite nel portico del cortile inferiore sono soprattutto immagini di donne di un bronzo satinato, che rivelano la nudità di una pelle ambrata e dorata oppure vesti leggere, elaborate e preziose. Per la loro raffinatezza spinta al dettaglio che impreziosisce la materia di riflessi e vibrazioni nonché per la naturalezza di posizioni ed atteggiamenti che la rende viva si è parlato di “pittura tridimensionale”.

Nelle figure sedute il tono è dato, oltre che dalla posizione di gambe e braccia, dalla panca, sedia o sgabello che compaiono anche nei titoli, insieme al riferimento ad Agata o Alexandra, Modella o  Dea della sapienza; nelle figure in piedi dalla ricchezza delle vesti, come in Dolce serata o Serata di gala,  e, per converso, dalla purezza dei nudi in Barbara, Eleonora, Libertà e pudore, o dai gesti vezzosi, come in Madre con bambino, Ritorno dal mercato e Modella in posa.

Vi ritroviamo le sue osservazioni delle attese nello scalo di Toronto, non limitate all’aspetto esteriore ma spinte verso l’espressione interiore. L’insieme sprigiona una forte sensualità, anche perché la materia è viva, la “pelle della scultura” – così l’ha definita Silvia Pegoraro – è la pelle delle donne nella loro carnalità conturbante, protetta da una dignità che si traduce in lui in ammirazione e rispetto. C’è anche del romanticismo, come se in tutti questi incontri fugaci abbia voluto esprimere la ricerca dell’incontro che illumina la vita: in “Buongiorno”  lo vediamo realizzato nella figura avvolta di una veste preziosa dalla cintola in giù e con i seni protesi e un gesto vezzoso tra l’abbandono e la difesa.

E’ l’umanità della persona che si manifesta nei particolari raffinati della sua “pittura tridimensionale” e nei colori ambrati  che danno pelle alla sua scultura, nella  nudità esibita con gioia o velata dal pudore, sempre discreta e riservata, espressione di un intenso sentire interiore.

Con Mastrodascio si sono toccati i vertici dell’arte più pura restando legati al territorio, Cerqueto è vicino a Montorio, l’origine dai maestri d’ascia suoi antenati ci ricorda il lungo cammino percorso, del resto ci ha detto che, dopo l’impressione ricevuta dalle mostre di  Marini e Crocetti, la spinta decisiva per passare alla scultura la ebbe nel deserto del Sinai allorché una tribù beduina gli diede per centocinquanta dollari una piccola scultura egizia che conserva ancora, pulita ed essenziale nelle linee e nelle forme, che gli ispirò la prima scultura, una testa altrettanto pulita ed essenziale. Da allora mostre in diverse città del mondo dopo la prima esposizione del 1978 a Toronto, da New York e Winnipeg a Montreal e Brampton, da Monaco di Baviera a Città del Messico, e ovviamente in Italia. Il cittadino del mondo è tornato a casa, nel suo Abruzzo, anzi nel suo Gran Sasso, e di questo, oltre che dell’averci fatto conoscere la mostra permanente di antichi mestieri e costumi,  non di altro, dobbiamo essere grati alla “Vetrina del Parco” nell’edizione 2013. Ne riparleremo presto.

L’impressione finale e una considerazione conclusiva

Usciamo dal “Chiostro” con la forte impressione dell’uno-due pittorico e scultoreo di Kostaby e Mastrodascio. Siamo avvolti dalla “movida” musicale ed enogastronomica tra Piazza Orsini e il cortile interno del “Chiostro” dove si sono alternati, dopo l’anteprima del 30 agosto del “Passagallo Trio” con la musica abruzzese, diversi complessi, nel “Chiostro” il portico ingentilito dalle statuette di Mastrodascio: sono“Alla Bua” con musiche salentine e “Taraf de Gadio” con motivi tzigani, “Marta sui tubi” con l’irridente contemporaneità fino a formazioni quali la band di Eusebio Martinelli con la musica balcanica e la musica swing del Trio Lady Laura, il violin show di Virginia Galliani e la musica e cabaret di Nunzio One Man Show. Nella chiesa di San Rocco la corale Giuseppe Verdi ha portato la sua polifonia e il suo folklore di fama internazionale.

Che dire in conclusione? La “via del gusto” è lastricata di tanti motivi, occorre valorizzare la  forte identità che dà a un territorio ricco di attrattive dei punti di forza da su cui fare leva. Natura e arte, tradizione e cultura, sono gli ingredienti, la “vetrina” ne ha presentato solo alcuni omettendo quelli principali, cioè la storia e la realtà dei borghi, il territorio, in definitiva il Parco.

Se non rimedierà a questa grave lacuna non potrà più chiamarsi “La Vetrina del Parco”, dovrà accettare di essere derubricata ad una delle sagre popolari di cui l’estate abruzzese è fin troppo ricca, magari chiamandosi “La Vetrina del gusto”. Ma “Vetrina del parco” no, altrimenti rischierà di danneggiarne l’immagine perché sembrerà che nel Parco non c’è nulla di attraente o presentabile, oltre a quanto le kermesse gastronomiche propongono in  tante località. E’ un rischio inaccettabile!

Info

Per i riferimenti del testo alla “Vetrina del Parco” 2009 cfr. in “cultura.inabruzzo.it”, il nostro articolo dell’11 settembre 2009 “Vetrina del Parco a Montorio al Vomano di Teramo” e quello di Giovanni Lattanzi “La vetrina ‘nel’ Parco” del 12 settembre 2009. Sulla mostra dello scultore cfr. il nostro articolo nel sito citato del 24 settembre 2013, “Montorio al Vomano. Il ritorno di Silvio Mastrodascio”. Per articoli sul territorio cfr., sempre in “cultura.inabruzzo.it”, i nostri servizi su Crognaleto il 29 luglio 2009, e Tottea il 6 settembre 2010, Forca di Valle 3 articoli nel dicembre 2010, e quelli su Pietracamela:nel 2009 l’8 gennaio e il 21 aprile, il 22 giugno e il 15 agosto, il 9 e 12 settembre; nel 2012 il 3 e il 14 settembre; nel 2013 il 15 agosto, il 9 e 12 settembre; sempre su Pietracamela in “guida fotografia.com”, settembre 2012 e 2013; in questo sito il 27 agosto 2013. Per i riferimenti del testo alle mostre pittoriche di altri artisti cfr. i  nostri articoli su Giorgio de Chirico in questo sito nel 2013 il 20, 26 giugno e 1° luglio, in “cultura.inabruzzo.it”  nel 2009 il 27 agosto, 23 settembre e 22 dicembre, nel 2010 l’8. 10 e 11 luglio;  e su Pablo Echaurren in questo sito nel 2012 il 23, 30 novembre e 14 dicembre.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla manifestazione a Montorio al Vomano, si ringraziano gli organizzatori con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura, una foto d’epoca della montagna dalla mostra nel  “Chiostro” , “Sua Maestà il Gran Sasso d’Italia”,  dal volume omonimo; seguono due immagini d’epoca dalla mostra in piazza Orsini  “Montorio al Vomano. Immagini per la memoria”, anch’esse dal volume omonimo, e le Donne in attesa di  Paolo Foglia della sua mostra pittorica “on the road”; poi due dipinti della mostra “.Mark Kostaby. Sound and Dreams” nello spazio espositivo superiore del “Chiostro” e una scultura della mostra  di“Mastrodascio” nella stessa sede espositiva; in chiusura, in primo piano  una delle sculture di Mastrodascio esposte nel cortile del Chiostro,  ripresa durante una manifestazione  della  “Vetrina del Parco”.