Pietracamela, 1. A Jorg Grunert il Premio Montauti di pittura rupestre

di Romano Maria Levante

Il 24 agosto 2014 a Pietracamela è stato conferito all’artista tedesco Jorg Christoph Grunert  il “Premio internazionale  pittura rupestre Guido Montauti”, nel programma di riqualificazione dell’ambiente ferito dalla frana che nel 2011 ha distrutto le “pitture rupestri” di Guido Montauti nella “Grotta dei Segaturi”. Nella settimana del Premio, dal 17 al 24 agosto, varie  manifestazioni culturali, la “piece” dei “Teatri de le rùe” su “Matteo Manodoro, Generale dei Briganti” il 18 e 19, i libri di Clorindo Narducci, “Pietracamela  tra storia e leggenda” il 19, e di Adina Riga, “Architettura é/& Arte Urbana” il 22, poi le performance musicali e coreografiche con i “percorsi sonori”, le “incursioni di dance in nature” nel borgo, e gli “ensemble” musicali nel week end  con la Premiazione del 24 agosto. Un en plein!

Il bozzetto di Marco Rodomonti, la testa pensosa di Guido Montauti immersa nelle riflessioni ispirate dalla montagna;

Racconteremo il Premio passo passo, avendolo seguito dall’interno, non anticipando subito l’opera realizzata dal vincitore, ma ripercorrendone il percorso nel racconto e nelle immagini, dalla fase preparatoria alla spettacolare rappresentazione scenica conclusiva. Con delle sorprese finali, che inseriscono elementi di riflessione in un Premio le cui prossime edizioni costituiranno un continuo arricchimento artistico e ideale nell’ottica di un attraente parco arte-natura a Pietracamela, dal 2005 nel club Anci dei “borghi  più belli d’Italia” e dal 2013 tra i “400 borghi più belli del mondo”.

L’emissione del bando di concorso con scadenza 31 luglio è avvenuta il 1^ luglio, con tempi forzatamente ristretti data la novità dell’iniziativa ideata dal sindaco Antonio Di Giustino, che di certo hanno ridotto i partecipanti, risultati tuttavia in numero del tutto congruo e rappresentativo.

I bozzetti di Gianluca Cresciani, Fabio di Lizio, Lia Cavo, Emanuele Ferrett

La selezione dei tre finalisti e la scelta del vincitore

Una diecina i bozzetti ammessi al concorso, tutti di qualità e con temi, composizioni e stili diversificati. Nella Sala consiliare del Comune il 9 agosto sono stati selezionati i 3 finalisti, presentati il 14 agosto all’inizio della loro “residenza artistica” di due giorni. Il 17 agosto è stato designato dalla Giuria il vincitore in una cerimonia nella quale è stato ricordato Guido Montauti, l’artista di fama internazionale nato a Pietracamela, cui è intitolato il premio, con la partecipazione, tra gli altri, dei figli Giorgio e Pierluigi che ne hanno fatto un ritratto commosso, dell’artista Alberto Melarangelo e del presidente della Giuria Franco Summa il quale ne ha parlato con riferimenti colti alle “pitture rupestri”. Le musiche ispirate di Franco Di Donatantonio hanno accompagnato  la manifestazione con la direzione artistica e la conduzione dell’onnipresente Gian Franco Manetta.

Con uno dei bozzetti, quello dell’artista Marco Rodomonti di Teramo, apriamo il nostro resoconto, l’abbiamo scelto perché rappresenta un volto pensoso, tipico delle riflessioni suscitate dalla montagna, con i tratti di Guido Montauti: ci sentiamo di proporlo quale sigillo del premio stesso per le successive edizioni, affiancato o in alternativa al sigillo attuale, una delle tre “pitture rupestri” di Montauti sopravvissute alla frana. Dei tre bozzetti finalisti, due erano rifiniti come un quadro già completo, quello di Marco Pace una suggestiva successione di volti di profilo paralleli, che evoca il dinamismo di  “Ragazza che corre sul balcone” di Balla, quello di Franco Pompei una serie di sagome, figure simboliche e preistoriche le cui teste e i corpi evocano forme dechirichiane: un’evoluzione per entrambi delle sagome di Montauti pur senza riferimenti; mentre Jorg Cristoph Grunert presentava forme pastorali umane e soprattutto animali sospese sul bianco della carta e non su fondo cromatico.

i bozzetti di Emilia Ippoliti, Antonio Civitarese, Francesco Costanzo

La selezione dei tre finalisti, che abbiamo descritto, è avvenuta dopo un’accurata valutazione delle opere presentate, una gamma diversificata di forme e contenuti: Nel mese di agosto tutti i bozzetti sono stati esposti nel Palazzo comunale di Pietracamela, poi dal 3 settembre li ha ulteriormente valorizzati la mostra nella prestigiosa sede di “Teramo Nostra”, in una sala  con uno zoccolo di mattoni antichi circondata da ambienti con i poster della lunga e meritoria attività dell’associazione.

Abbiamo già citato lo straordinario volto pensoso di Montauti di Marco Rodomonti, citiamo ora  un quartetto di bozzetti,  due cromatismi “abito-habitat” nel segno della “leggerezza” di Gianluca Cresciani, immagini e simboli in una grafica primitiva e/o ultramoderna di Fabio di Lizio, due figure di camosci di Lia Cavo, come i camosci del “Grottone” liberati a suo tempo nell’area che si innalza fino al Gran Sasso, e  una farfalla di Emanuele Ferretti; seguiti da un terzetto, Atlante sulla roccia di Emilia Ippoliti, un paesaggio astratto su tonalità da abitato o sottobosco di Antonio Civitarese e  un evocativo “d’après Montauti” con figure e scene culminanti nel volto dell’artista di Francesco Costanzo.  Infine un’immagine simbolica elaborata al computer di Nunzio Di Fabio.

Oltre ai bozzetti iniziali sono stati esposti i bozzetti rielaborati dai tre finalisti, frutto dei due giorni di “residenza artistica” a contatto con la roccia prescelta. Ebbene, dopo questo secondo “round”, svoltosi il 15 e 16 agosto, il 17 la scelta del vincitore è stata immediata, tanto efficace è apparsa la sua rielaborazione del bozzetto iniziale su un fotocolor della roccia, quindi modificato per seguire le gibbosità della pietra che così è stata valorizzata con le figure adattate all’elemento naturale in un’anticipazione fedele del risultato finale: non un dipinto tradizionale ma una “pittura rupestre”.

Due dei tre bozzetti finalisti, sul “podio”, da sinistra, di Marco Pace e Franco Pompei

L’impegno dell’artista e la sua figura

Abbiamo poi seguito l’impegno dell’artista nella settimana di residenza potendone apprezzare la qualità, unita a una estrema serietà e scrupolo per trarre il massimo dalla propria prestazione. La “pittura rupestre” si è venuta formando sotto i nostri occhi: dai contorni delle figure tracciati sulla roccia seguendone la conformazione, alle prime colorazioni con pigmenti la cui tinta si alterava al contatto con la pietra, ma la tenacia e la competenza dell’artista ha trovato le soluzioni giuste, ed ecco il cromatismo voluto che si diffonde con le sue pennellate accurate e profonde su una superficie aspra e rugosa – percorsa da anfratti, buchi e fessure – dove il colore deve penetrare, considerando che sarà esposta alle intemperie. E le intemperie sono arrivate già alla vigilia della conclusione, ponendo a rischio il completamento dell’opera, ma per tutto Jorg ha avuto una risposta: dal sole cocente si riparava con un asciugamano bagnato a mo’ di turbante sulla testa, più difficile la difesa dalla pioggia e dal vento. Il  programma è stato rispettato alla lettera nonostante tutto.

Il bozzetto vincitore di Jorg Grunert; in testa nel “podio”

Vedremo al termine il risultato della sua opera, intanto diciamo che è nato a Colonia, in Germania, nel 1964, e risiede da diversi anni in Italia, attualmente a Spoltore in Abruzzo, provincia di Pescara; ha studiato filosofia, storia e sociologia all’università di Konstanz ed è diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila. Artista poliedrico, anche autore-drammaturgo-performer, svolge corsi di formazione dei docenti in campo artistico e teatrale, in particolare alla facoltà di Scienze sociali dell’università di Pescara-Chieti, è impegnato in scambi interculturali.

Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia, Germania e Libano dal 1998; la mostra più recente è di questi giorni a Pescara, dal 28 al 30 agosto 2014, a cura di “Deposito dei segni” presso lo Spazio Matta in via Gran Sasso: in Nostos: interferenze del ritorno – Showrooms Materiali”, Jorg Gunert espone sculture e installazioni con musiche di Luciano Appignani e video di Stefano D’Ettorre, e la partecipazione di Cam Lecce e Renato Di Girolamo. La mostra fa parte del “progetto Odissea”, il viaggio non come peripezie e disavventure ma come nostalgia delle origini, con le “interferenze del senso che si frappongono nel cammino di ritorno alle radici della Storia, della Cultura, alle radici dell’Essere stesso”. E’ una sorta di “Odissea del contemporaneo” su quella che viene definita “l’alienante condizione di un mondo in cui l’intero genere umano si è ‘dissipato'”.

Ha curato allestimenti e scritto saggi, tra i quali “Progettare nella Natura-Progettare per la Natura”, pubblicato nel 2007, quasi un’anticipazione dell’attuale esperienza di “pittura rupestre” che ci sembra collocarsi idealmente nel percorso di “Odissea” come ritorno alle radici dell’Essere.

La rielaborazione del bozzeto vincitore durante la residenza artistica

I giudizi dei critici

Sul “viaggio in Italia” permanente dell’artista tedesco, dove “scompare la necessità del ritorno in patria”, Rolando Alfonso scrive, nella nota “Aporie delle post e neoavanguardie e flusso intermondano delle intensità conoscitive nelle opere di Jorg Christoph Grunert”: “Il perché di questa scomparsa, alla base della sua stanzialità, è il sintomo di una modificazione profonda che ha precipitato la solarità nel suo contrario, sino a rendere uniforme l’atmosfera sovrastante un intero universo culturale”.

Di tale universo fa parte l’affermazione dell’artista “gli uomini non amano la libertà” e la sua “angoscia ineludibile rispetto alla condizione umana” di matrice nordica che, sempre per il critico, “ha varcato, insieme a lui, non solo i confini italiani ma lo ha inseguito in ogni dove egli abbia, successivamente, cercato risposte e riparo”.

Un altro critico, Antonio Picariello, nella nota “Jorg Christoph Grunert. Una possibilità per lo sguardo sensibile di essere umano”, scrive che “Jorg non propone, non rappresenta, non imita”, ma “urla con generosa maniera lo sdegno verso il pensiero comodo delle società che dissacrano la vita”, e in quanto tale “è un artista in controtendenza con la storia dell’arte”. Crede nella forza dell’arte, “ogni suo gesto performativo o strutturale nell’opera d’arte è gesto di combattimento a favore dell’umanità vera impressa con l’anima antica e lo sguardo futuro sulla tela e nella materia”.

Così i critici, peraltro nella parte meno criptica del loro profilo di Jorg, mentre il cronista, piuttosto che avventurarsi in questo terreno, preferisce chiedere direttamente a lui di spiegare, quasi in un’autoanalisi, come queste espressioni colgano il suo vero essere di artista e di uomo.

l’autore Jorg Gunert mostra i bozzetti subito dopo la proclamazione

L’autoanalisi dell’artista

Ecco cosa ha risposto alle nostre domande con disponibilità e amabilità  nel suo provvisorio alloggio “pretarolo” con l’inseparabile Cam Lecce. Sul perché gli uomini non amerebbero la libertà ci ha detto. “Premetto che occorre intendersi sul concetto di libertà, sul quale si è sempre discusso nei secoli. Vi sono due modi, a mio avviso, di concepire la libertà: ci si sente liberi quando la propria libertà non incide negativamente sulla libertà altrui; oppure quando si ha un tempo di silenzio interiore ed esteriore. Ebbene, nessuno di questi due modi si ritrova nell’attuale società, perché ostacola di continuo i beni relazionali – affettività e convivialità, reciprocità ed appartenenza – con le sue imposizioni economiche e sociali, di gruppo e consumistiche. Non è libertà questa, perciò penso che gli uomini succubi di queste imposizioni non amino veramente la libertà”.

In merito alla sua angoscia rispetto alla condizione umana, ci ha confidato: “Nasce dalla constatazione che non viene data la possibilità di elevarsi, siamo soggiogati da fatti effimeri. Invece di confrontarci nella socializzazione con la nostra personalità, e di avere coscienza della condizione umana, dimentichiamo che i bisogni primari da soddisfare sono i beni relazionali e inseguiamo ogni feticcio, c’è sempre un nuovo vitello d’oro biblico. Come non essere angosciati!”

Il suo urlo con sdegno, che non dovrebbe essere alla Munch dato il suo aspetto pacifico e sereno per quanto determinato, lo abbiamo ritrovato nel “progetto Odissea”, che sottolinea “il lancinante e disperato urlo espressivo dell’arte che si infrange, però, contro le barriere di ridondante rumore di una Contemporaneità che pare aver smarrito il senso del suo procedere”. Gli abbiamo chiesto dove si indirizza e perché, ci ha risposto che “abbiamo bisogno e possibilità di capire che serve una nuova ecologia della mente e dell’ambiente, una via ecologica, quindi, non solo in senso ambientale.

Un’immagine della Sala consiliare mentre parla Antonio Di Giustino ideatore del premio da sindaco di Pietracamela alla presentazione dei finalisti con il ricordo di Montauti, in fondo alla sala il grande dipinto di Guido Montauti “La processione”

Quanto più ci si allontana da questa condizione, tanto più cresce l’indignazione, la mia si indirizza verso ciò che determina tale degrado ogni volta che si manifesta. Mi viene di urlare contro le guerre e i continui eccessi della società postindustriale, come contro tutte le tragedie dell’umanità”.

Ma quale anima antica lo sostiene nel sentire la sua arte a favore di chi e contro chi, se il suo è un combattimento, e quale il suo sguardo verso il futuro? Ecco la risposta: “Sento l’‘antropos’ dentro di me, i valori della bellezza e dell’etica coincidono, questa è l’anima antica che alimenta la mia arte a favore della socialità e dall’umanità contro le oppressioni e le discriminazioni. Sì, la mia è una lotta contro le degenerazioni della natura umana per un ritorno all’uomo etico, che ha la bellezza interiore nello sguardo; e nel mio sguardo verso il futuro c’è la speranza di una rivoluzione nel senso di un cambiamento radicale. L’uomo deve vivere in simbiosi con il pianeta, per questo è necessario che torni a rispettare la natura in ogni sua espressione, ponendo fine alla distruzione sistematica delle risorse non riproducibili che il progresso ha accelerato in modo dissennato”.

Che dire dopo queste affermazioni alle quali l’intensa espressione del volto e la gestualità concitata danno ancora più forza rivelando un sentire profondo? E’ più di una convinzione, un atteggiamento che confina con la missione nell’arte e nell’attività di insegnamento da lui svolta con impegno appassionato: ce ne parla con trasporto collegandola ai valori  sentiti e professati, che gli fanno affrontare nella formazione dei giovani i temi delle degenerazioni umane, anche i più imbarazzanti.

La “pittura rupestre” del “Pastore bianco” venne vista da Montauti come l’ “avanguardia della rinascenza” contro la degenerazione dell’arte; Jorg è il nuovo Pastore bianco che si colloca nella stessa direttrice, questa volta il suo ritorno alle origini è contro la degenerazione dell’uomo.

La pietra per la pittura rupestre prescelta dalla Giuria

Le opere, dai tanti materiali alla pietra

Passando alle sue opere, l’espressione artistica della propria inquietudine si collocherebbe, secondo Rolando Alfonso, tra due “limes ipotetici” che convergono verso un’opera centrale, in una denuncia quanto mai aspra. I due estremi, non in senso cronologico, sarebbero “Angeli bruciati”, 1994-97, una successione di forme corporee attorcigliate e scarnificate appese per i piedi come a Piazzale Loreto, e “Hommage a la liberté”, 1990-2007, una composizione enigmatica con una sedia vuota dinanzi a un tavolo sopra al quale vi è una scacchiera con i pezzi, vicine le opere di Marx ed Engels impacchettate per essere tostate su uno specchio; a questa associamo l’altrettanto enigmatica “Grammatica I, II, III”, 1992, non è Pop Art, ma si sente l’influsso americano. Invece alla tragicità della prima accostiamo semmai quella che è l’opera centrale per il critico, “Frammenti per una anatomia sociale”, dove ad essere scarnificati sono i volti dei feriti delle guerre o i corpicini denutriti dei bambini del Biafra; e i ritratti severi di “Artaud”, 1994-95, e “Bunuel”, 1996.

Fin qui i materiali più diversi, e anche il disegno su carta fino al “ready made” di sedia e tavolo, scacchi e libri; in “Homo faber”, 1996-2007, addirittura un bruciatore di gas e una gabbietta, e in “Luogo per gli innominati”, 1993-2007, vetro e ferro, piombo, feltro e tombino; i materiali sono applicati anche su legno telato in “Herz”, 1988, e“Einsan”, 1994, su cartone in “Baricentro”, 1993, e su tela in “Topos”, 1999, su legno e lamiera in una serie di altre opere molto diverse.

In “Zattera”, 1990-2000, su una vecchia porta viene issata una colonna di pietre come albero di navigazione. Nel 1990, dunque, appare la pietra tra i materiali usati dall’artista, e vi resterà, anzi diverrà una costante in una serie di creazioni nelle quali ne vengono valorizzate le forme particolari: troviamo, negli anni ’90 “Natura morta”, 1990, e i 4 agglomerati di “Terra fossile”, 1992-94, “L’angelo tartaruga” e “Cercando l’acqua”, entrambi del 1994, “Nachdenklich”, 1995, e “Fessura”, 1996, “Stele”, 1997, “Fuoco” e i 5 di “Naufragio”, tutti del 1998; negli anni 2000 “Torre” e “Unten” del 2001, “Rest”,  2002, e i 3 di “Sete”, 2004, in due la pietra è posta su una croce di legno.

La più grande “pittura rupestre” di Guido Montauti sopravvissuta al crollo, sbiadita

Un saggio di questa sua capacità di tradurre la pietra in espressione artistica l’abbiamo avuta l’ultimo giorno di realizzazione della sua “pittura rupestre”: allorché del residuo di un vecchio “trogolo” abbandonato e di una pietra usata a mo’ di minuscolo obelisco ha fatto una scultura posizionandole in modo appropriato, dando il tocco dell’arte con l’intenso blu nel cavo interno della prima pietra e circoscrivendo l’installazione con una corona di piccoli sassi. Un’opera magistrale!

E’ stato illuminante assistere alla nascita della scultura, dall’individuazione delle pesanti pietre recanti un messaggio captato dall’artista, al loro posizionamento con l’ausilio di semplici aste di ferro usate come leve per spostarle; ha tenuto a sottolineare, anche nelle fotografie scattate in corso d’opera, che si è servito solo di strumenti primordiali, la leva e la ruota, fino all’intervento cromatico finale. Il segno dell’arte ha nobilitato la materia quando ha trasformata delle pietre, in cui ha visto qualcosa di particolare, nella composizione artistica degna di entrare nel suo ricco catalogo.

Altrettanto illuminante è stato assistere alla nascita della “pittura rupestre”, ne daremo conto anche visivamente con un finale inatteso che attribuisce all’evento un valore ben oltre i confini dell’arte.

Dalla pietra come materiale di scultura torniamo alla pietra come supporto di una pittura molto particolare, anzi primordiale che Montauti ha utilizzato nel suo forte messaggio di “avanguardia della rinascenza”. Ma non si limita a questa funzione passiva come la tela o la tavola nella pittura tradizionale, in realtà la grande pietra è come se si animasse e dettasse la proprie legge: lo faceva con i graffiti dei preistorici, lo ha fatto anche in questi giorni con la pittura dell’artista vincitore del Premio. La “pittura rupestre” è una forma d’arte speciale, valeva la pena che venisse rilanciata con un premio internazionale nel borgo dove fu lanciata, nella sua forma moderna, da Montauti.

Ne parleremo prossimamente seguendo l’artista nella sua realizzazione e dando conto della conclusione a sorpresa della 1^ Edizione, che potrebbe aprire nuovi scenari ancora più vasti.

Nel centro storico, la compagnia “Teatri de la rùe”
nello spettacolo “Matteo Manodoro, Generale dei Briganti”

Info

Jorg Christoph Grunert, “Vie dell’esilio”, testi critici di Rolando Alfonso e Antonio Picariello, Ass. culturale “Deposito dei segni”, pp. 100, formato 24×28. Cfr. i nostri scritti: sul Premio, tutti del 2014, in questo sito il secondo articolo di cui il presente è la premessa, “Pietracamela, la ‘pittura rupestre’ di Jorg Grunert, la ‘nuova rinascenza’”; 9 settembre, il precedente sul bando di concorso, “Pietracamela, il premio pittura rupestre e l’estate 2014”, 14 luglio, in “Info” sono citati i nostri precedenti articoli su Pietracamela; e in”cultura.inabruzzo.it” “Pietracamela, premio internazionale di pittura rupestre”, 8 luglio; sulla frana distruttiva delle “pitture rupestri”, tutti del 2012, in “cultura.inabruzzo.it” “Pietracamela. Fotografie e pitture rupestri nel crollo del ‘Grottone'”, 3 settembre, e “Pietracamela. Parte la messa in sicurezza del ‘Grottone'”, 14 settembre; in http://www.fotografarefacile.it/ ,  “Pietracamela. Mostra fotografica sul pittore Guido Montauti”, settembre 2012.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nella sede di “Teramo Nostra” per la mostra dei bozzetti, a Pietracamela nella Sala conciliare del Palazzo Comunale, nel centro storico  e fuori Porta Fontana.  In apertura, il bozzetto di Marco Rodomonti, la testa pensosa di Guido Montauti immersa nelle riflessioni ispirate dalla montagna; seguono due panoramiche degli altri bozzetti, da sinistra nella prima i bozzetti di  Gianluca Cresciani, Fabio di Lizio, Lia Cavo, Emanuele Ferrett, nella successiva i bozzetti di Emilia Ippoliti, Antonio Civitarese, Francesco Costanzo, poii tre bozzetti finalisti, i due sul “podio”, da sinistra, di Marco Pace e Franco Pompei; e ilbozzetto vincitore di Jorg Grunert;  quindi la sua rielaborazione durante la residenza artistica e l’autore che la mostra subito dopo la proclamazione, inoltre  un’immagine della Sala consiliare mentre parla Antonio Di Giustino ideatore del premio  da sindaco di Pietracamela alla presentazione dei finalisti con il ricordo di Montauti, in fondo alla sala il sgrande dipinto di Montauti “La processione” e  la pietra per la pittura rupestre prescelta dalla Giuria, infine la più grande “pittura rupestre” di Guido Montauti sopravvissuta al crollo, sbiadita e,  nel centro storico,  la compagnia “Teatri de la rùe” nello spettacolo “Matteo Manodoro, Generale dei Briganti”;  in chiusura,  “Metamorfosi ensemble”, flauto, viola, violoncello di Nadia Cois nel Belvedere Guido Montauti.

“Metamorfosi ensemble”, flauto, viola, violoncello di Nadia Cois
nel Belvedere Guido Montauti