Pietracamela, il libro di Adina Riga, “Architettura é/& Arte Urbana”

Romano Maria Levante

E’ stato presentato a Pietracamela, nel Palazzo Comunale, il 22 agosto 2014, tra le iniziative di contorno al “Premio internazionale di pittura rupestre Guido Montauti”, il libro di Adina Riga, “Architettura é/& Arte Urbana”, una raccolta di scritti anche inediti dell’autrice, sui temi del titolo, nella loro espressione teorica e nella realizzazione pratica.  I temi spaziano dall’arte e arte urbana al design e al rapporto tra architettura e città, fino all’architettura come seconda natura; si conclude con tre progetti urbanistici  in Italia e all’estero. Ne hanno parlato – introdotti da Gian Franco Manetta – Sandro Melarangelo e Franco Summa, marito dell’autrice: due artisti che hanno testimoniato il rapporto tra architettura e arte urbana, la tematica centrale del libro. 

La sua prematura scomparsa ha venato di commozione alcuni passaggi, come quando Franco Summa ha ricordato che la loro unione dava un contenuto personale al rapporto tra architettura ed arte. Summa ha parlato della passione e dell’amore per la conoscenza senza pregiudizi, anzi con il rispetto per la diversità delle idee degli altri e con l’apertura a capire: in questo il rapporto con l’autrice è stato esemplare, visioni inizialmente differenti portavano all’arricchimento reciproco.

La figura dell’autrice

Ne ha parlato anche Sandro Melarangelo rievocando le realizzazioni di Adina Riga che ha coniugato urbanistica e arte nel rispetto dell’ambiente in un fecondo rapporto con Franco Summa. Il pittore ha ripercorso le tematiche del libro non solo sottolineandone gli aspetti tecnici ma anche facendo rivivere gli aspri confronti nella Regione per mettere in pratica le concezioni più avanzate; l’architettura non è neutrale soprattutto se coniugata all’arte, rispetto agli interessi costituiti.

A Pescara, come a Venezia,  si sviluppò la cosiddetta “Tendenza”,  quando un gruppo di docenti di architettura si organizzò e si coordinò all’insegna della “composizione architettonica” su una serie di temi di ricerca, tra cui gli spazi liberi  nella formazione della città e il cosiddetto edificio collettivo, la relazione tra rurale e urbano e il razionalismo in architettura.  L’autrice appartenne a questo gruppo, insegnò “Composizione architettonica”  e approfondì i temi più caldi degli anni ’80. La sua apertura ad una visione complessiva del tessuto delle vie cittadine venne anche dal rapporto con Summa , che aveva realizzato alcuni interventi significativi.   

Carlo Pozzi, nell’Introduzione, riguardo all’approccio dell’autrice, ne dà conferma: “Il rigore con cui questi temi vengono trattati negli scritti che qui vengono pubblicati, avrebbe potuto diventare rigidità se l’irruzione dell’arte nella sua ricerca non fosse avvenuta in maniera profonda e autobiografica nella sua vita,  con l’incontro con l’artista Franco Summa, evitando sempre di separare l’oggettività del rigore architettonico dalla soggettività dell’invenzione artistica”.

E ricorda la “trilogia” di Adina, “amare, progettare,  essere”, contrapposta da Summa al “credere, obbedire, combattere”  di antica memoria, che privava del tutto di autonomia il soggetto strumento del potere. Il perno del motto opposto è “progettare”, cioè proiettare all’esterno nella società ciò che l’individuo sente dentro di sé, e farlo con amore, l'”essere”  ne è la logica conseguenza. 

L’amore per la conoscenza era basilare per Adina, una “conoscenza rinnovata” che nasce dal progetto; al riguardo diciamo per inciso che i tre progetti con cui si conclude  il volume riguardano piazze di Berlino, Pescara e  Roma, quest’ultima  è Piazza Augusto Imperatore; inoltre ci sono i risultati di una ricerca sulla morfologia urbana della città di Fermo.

Non daremo conto dei temi più legati alla contingenza e, comunque, alle situazioni locali, e al design , che rappresentano una parte importante del libro, e hanno un interessante corredo illustrativo di schemi,  elaborati progettuali e fotografie di luoghi, con i progetti artistici sia di Adina che di Summa: della prima colpiscono raffinati progetti di arredamento, del secondo le gambe che camminano “Per incontrarsi”, e accompagnano i pedoni sul ponte di Pescara con tale prospettiva.

Riteniamo invece di concentrarci  sui temi di carattere generale  e di interesse più vasto, che riguardano l’arte e l’arte urbana, l’architettura nei rapporti con la città e con la natura, premettendo  qualche breve notizia sull’autrice.

Si è impegnata come architetta in ricerche, studi e progetti per la ridefinizione dell’idea di città come opera d’arte partecipata, con un’intensa attività progettuale e di analisi . Ha collaborato, dal 1977 al 1993, con alcune delle più autorevoli riviste del settore, da “Domus” a “L’industria delle costruzioni”, i suoi scritti si trovano anche  su molti Cataloghi  e su atti di Convegni. Ha pubblicato il libro “Una Città un Progetto l’Architettura” (Tracce 1991). 

Arte e arte urbana

L’autrice si chiede “che cos’è l’arte”, non per  il mero gusto della definizione, bensì per cogliere “il senso e il valore sociale di ciò che viene recepito oggi come arte”.  E richiama la “non definizione”  data in  un’enciclopedia, “arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte”, che implica la responsabilità di “convincere gli uomini a chiamare arte ciò che interessa venga chiamato arte”.

Non si possono porre limitazioni, come quelle territoriali, né campi privilegiati, e dando al concetto “un illimitata larghezza”  vi rientrano molti fatti vissuti oggi come arte al di fuori dei circuiti ufficiali; mentre altri fatti che non vengono considerati arte vi rientrerebbero in rapporto alla storia, non ad eventuali gallerie d’arte che ne mortificherebbero autenticità e spontaneità.

E cita i graffiti  dei neri americani sulla metropolitana di New York, che non avevano modelli con cui confrontare la loro qualità in modo da poterla definire artistica o meno,  né erano suscettibili di essere ingabbiati nell’ufficialità in quanto la loro caratura artistica derivava dall’essere  ciò che erano, itineranti sulle carrozze nella vastissima estensione di New York.

La loro percezione, insomma, “non era statica e contemplativa, ma dinamica e facente parte del quotidiano nel quale si inserivano come una dissonanza vivificante”, altro che metterli in una galleria dove “quando sono accolti, spesso vengono soffocati e isteriliti”.

Si parla anche del  potere che può strumentalizzare l’arte, non essendovi verifiche, dato che  è svincolata da funzioni sociali dirette.

Il ragionamento va avanti osservando che l’arte ha le espressioni più “disparate, diverse, contraddittorie”, tanto più nelle fasi di fermenti e nuovi orientamenti, e perciò non si possono dare definizioni assolute. Ma non si può parlare, afferma con forza,  di “morte dell’arte”, proprio  perché non ne viene precisato il contenuto, e anche se lo fosse,  e la realtà non vi corrispondesse, potrebbe significare che è la definizione ad essere errata,  perché superata, non che l’arte è finita.

Non c’è un’estetica codificata  che possa comprendere la vastità del fenomeno artistico, né sono adeguati i criteri degli ambienti ufficiali, e se alcuni gruppi di avanguardia hanno qualche volta negato l’arte, in realtà si riferivano agli schemi accademici da cui volevano giustamente uscire: cita al riguardo i dadaisti con l’antiarte  ei futuristi contro “l’arte passatista”, non l’arte senza aggettivi.

Detto questo, l’autrice ribadisce l’estensione del concetto di arte non più limitata alla realizzazione delle opere tradizionali, ma estesa anche ai comportamenti e alle performance: e va dalla pittura allo spazio urbano, con un’infinità di campi tra cui non si può fare alcuna discriminazione. Neppure il Kitsch, considerato degenerazione dell’arte, ne può essere escluso, rispondendo alla “necessità di un approccio impregiudicato del reale al di là di moralismi e faziosità”; come per i graffiti della Metro.

Parla poi dell’allentamento del contatto dell’arte con la realtà sociale per il venir meno della sua funzione  utilitaria o celebrativa, pedagogica o rappresentativa; ma viene meno anche  il rapporto con la struttura politico-economica che ne limitava l’autonomia e la libertà mentre può avvalersi dei mezzi tecnologici del progresso ridefiniti ai suoi fini. Queste le conclusioni di un’analisi che va molto oltre, entrando anche nei rapporti tra arte ed artigianato: “Essa diviene il luogo per eccellenza della libertà, dell’autodeterminazione conseguita attraverso la pratica del libero pensiero e della propria capacità di porsi criticamente nei confronti del reale”.

E l’arte urbana? Dell’architettura, se si può ritenere tale,  scrive che “da troppo tempo ormai è una ‘lingua morta’ e la sua inoperatività ha dato duri colpi alla costruzione delle città”.  E conclude ricordando l’epigrafe “ad novas, antiquas res”, come ammonimento: “Si sa che a volte, in momenti particolari, bisogna tornare un po’ indietro e cercare quanto si è lasciato per strada di buono, di utile, e necessario  per poter andare avanti: perché ‘gli antichi siamo noi'”. E in questo troviamo un’assonanza con il messaggio che volle dare Guido Montauti  con le “pitture rupestri” – celebrate dal Premio nel cui ambito viene presentato il libro – come un ritorno all’antico per ricostruire su basi solide un nuovo percorso dell’arte. 

L’architettura e la città

Dopo l’accenno nella parte dedicata all’arte, la sezione sui rapporti tra architettura è città è particolarmente ampia e si apre con questa bella analogia: “Come le persone, i ‘luoghi’, naturali o artificiali, urbani o rurali, hanno tutti un carattere e una vocazione che si rivelano attraverso la forma: l'”essere” si manifesta nell’ ‘apparire'”;  e non dimentica che questo è il terzo elemento della sua “trilogia”, i cui primi due sono “amare” e “progettare”.

E spiega perché: “Dell’apparire del paesaggio naturale si occupa la natura, del modo in cui appaiono i luoghi artificiali si incarica l’uomo procedendo nel rappresentare il mondo secondo l’immagine che se ne fa”.  Un po’ come la concezione dell’arte, libera  e senza costrizioni, ma con questo avvertimento: “Un luogo artificiale, tuttavia, è sempre e comunque connotato da presenze naturali: non vi sono altri spazi se non il luogo terrestre su cui costruire”.

Di qui la considerazione che il paesaggio naturale, come l’eventuale preesistenza artificiale, va ritenuto “materiale da porre in opera” in ogni progetto di architettura, di cui è  parte integrante. Ne deriva un'”umanizzazione della natura dovuta alla inevitabile simbiosi  che l’uomo intrattiene con essa”, al punto che anche l’architettura viene definita “una seconda natura prodotta dall’attività spirituale (estetica) dell’uomo e finalizzata alla contemplazione della bellezza”.

Ed ecco le conseguenze: “Non ci sono regole generali che possono disciplinare le scelte progettuali”, essendo queste legate all’originalità di ogni luogo, che lo qualifica pur in presenza di elementi comuni, “ed ogni progetto è una idea per quel luogo”. Pertanto “le regole della costruzione non possono che essere dettate dall’idea espressa in un progetto; esattamente il contrario di ciò che avviene nel presente, dove la sudditanza della progettazione architettonica al groviglio normativo della pianificazione urbanistica ha ridotto il processo conoscitivo dell’intuizione estetica ad un problema di computisteria”.

Meglio non si potrebbe denunciare la pianificazione vincolistica che supera di gran lunga le giuste esigenze regolatrici dell’attività di costruzione, e spesso raggiunge l’effetto opposto, quello di produrre i “mostri edilizi”. La denuncia no n si ferma qui: “Il determinismo meccanicistico di ogni teoria pianificatoria impedisce il libero confronto con l’individualità dei luoghi e, cosa ancora più grave, impedisce di costruire città imponendo la costruzione di ‘agglomerati amorfi e monotoni, indifferentemente localizzati”. Questa degenerazione ha un nome, “zonizzazione funzionale anche nei fatti, l’inizio di una ecatombe dell’architettura, della città e della natura”.

E’ solo l’inizio di un’esposizione che si articola nelle “considerazioni sulla qualità della città”, nei “rapporti tra città e periferia”, fino a “una nuova idea di città”, per concludere con “l’architettura come etica della città”.  Di ognuno di questi punti, trattati ampiamente, diamo una sola citazione.

Per la “qualità della città” viene ricordato che si deve considerare sotto due aspetti, cioè “come istituzione civica” che regola i rapporti tra i componenti la comunità, e “luogo fisico”  che accoglie lo svolgersi della loro vita,  in un intreccio che rende problematico distinguere le rispettive qualità.

In merito ai “rapporti fra città e periferia”, dopo un’accurata analisi storica conclude denunciando l’errore dell’urbanizzazione “impostata sulla negazione dell’esperienza urbana precedente e della sua architettura” con un “nuovo modo di costruire la città”  da cui è derivata un’espansione delle periferie  che “non potrà  mai diventare una città, perché non è stata mai pensata come tale e assieme ai suoi servizi e alle sue attrezzature rimarrà pur sempre  un insieme di cose vagamente sparse sul territorio”.

La “nuova idea di città” parte dalla critica serrata agli assetti attuali, compresa la dicotomia tra centro urbano e periferia con il risultato della “‘città divisa’,  caotica e disordinata, che ha indistintamente occupato la campagna”; per concludere auspicando “una netta inversione di tendenza rispetto alla attuale prassi pianificatoria”  che affronti i temi urbani con “compiuti progetti di architettura”  abbandonando le dannose semplificazioni basate su meri parametri quantitativi.  

Infine l'”architettura come etica della città”, riflette questa esigenza, perché “l’architettura non è un costruire indistinto, ma è il costruire che si esprime conferendo ordine, valori e significati precisi alle cose che si edificano”, per cui viene assunta, “con Goethe, come ‘una seconda natura’ che opera con fini civili'”.

L’architettura e la natura, l’abitare oggi

Con la citazione di Goethe si introduce  il concetto secondo cui “non v’è opera d’arte architettonica del passato la cui bellezza non derivi anche dai rapporti formali che essa stabilisce con i luoghi naturali”.  Questo considerando che “l’architettura è essenzialmente questione di rapporti formali, di misura, di composizione, di bellezza”.  E si citano la Rocca e il Duomo di Spoleto, Trinità dei Monti con la chiesa e Villa Medici, la celebre scalinata e la Barcaccia del Bernini in Piazza di Spagna, come strutture artificiali appropriate che nobilitano l’ambiente naturale.

Sull’abitare l’autrice fa una riflessione  partendo dall’affermazione di Heidegger nel saggio “Costruire, abitare, pensare”: anche questa trilogia, aggiungiamo,  opponibile al “credere, obbedire, combattere”  di cui si è detto. E sottolineando i nessi tra le tre operazioni; abitare è la modalità di vita sulla terra, e si esprime con il costruire per creare spazi e luoghi dove stare e agire, per cui “ciò che qualifica l’abitare dipende evidentemente dai modi attraverso cui noi scegliamo di costruire, E questi modi che noi scegliamo, liberamente ma intenzionalmente, rappresentano una cultura dell’abitare”. 

Di qui l’approdo alla città, che nella civiltà occidentale è stato storicamente “il luogo per eccellenza, creato dall’uomo, e in cui l’uomo vive in società”. Ma è diversa la concezione della città tradizionale da quella contemporanea, e non risponde solo a criteri utilitari m a un insieme di qualità che  spiccano anche nei particolari, e qui l’autrice compie una carrellata su strutture e abitati  il cui perfetto inserimento nella natura conferisce un  valore estetico e non solo,  grandemente superiore.  “Tali architetture, osserva, sembrano pensate, e di fatto lo sono, per essere fulcri o coronamenti di città “. Con una funzione di presidio, “che significa anche difendere, proteggere, tutelare”.

A questo punto l’autrice  si lancia in un’orgogliosa riaffermazione del valore  dell’architettura correttamente intesa nel realizzare opere che migliorano, invece che danneggiare, la natura, “tanto che facciamo fatica a distinguere ciò che in essa vi è di naturale e ciò che vi è di artificiale”. Ma non avviene per caso e neppure con mezzi meramente materiali: “L’uomo, con le sue opere, riesce a trascendere la sfera fisica e materiale e a raggiungere mete per descrivere le quali  le parole non sono più sufficienti, esse devono lasciare il posto all’indicibile, all’intuizione”. E si chiede: “Consiste forse essa in una sorta di osmosi che si realizza tra natura artificiale e natura naturale?” Risponde in modo affermativo riferendosi all’esperienza millenaria di un modo di abitare, in cui si esprime la “dimensione umana dell’architettura” che “sa parlare alla condizione umana”.

E’  “un modo in cui contano non solo le scelte formali del costruire, ma anche quelle che, assumendo la natura stessa  come elemento capace di espressione formale, la chiamano a concorrere alla costruzione dei luoghi in cui l’uomo abita. Quando questo  avviene, la natura non è più un dato indistinto, qualcosa che esiste di per sé,  che agisce indipendentemente dalla volontà dell’uomo, ma diventa un dato  culturale per via della considerazione che l’uomo stesso mostra nei suoi confronti accogliendola nel suo mondo”.

La magia di Adina Riga

Così conclude: “Di queste magie è capace solo l’architettura; come dice Boullée, solo essa è in grado di confrontarsi con il carattere dei luoghi, di esaltarne la vocazione e di significarne la presenza”.

Non si potevano usare espressioni più alate e nel contempo aderenti alla realtà, l‘autrice ha nobilitato questa disciplina che sconfina nell’arte. I suoi scritti costituiscono un “corpus ” omogeneo del quale abbiamo cercato di dare per sommi capi alcuni tratti generali, poi c’è la parte speciale sulle realizzazioni concrete.

Ma su tutto spicca la sua profonda umanità, espressa nella fotografia della quarta di copertina, con il passero sulla sua spalla proteso verso il suo viso di una dolcezza indicibile, e sullo sfondo un grande progetto architettonico: è magia anche questa.

L’immagine della donna accompagna  quella della studiosa,  autrice delle approfondite analisi contenute nel volume,  oltre che delle realizzazioni frutto di un’intensa attività professionale a contatto con l’arte di Franco Summa.  Un binomio che non si può dimenticare.

Info

Adina Riga, “Architettura è/& Arte Urbana”, Carsa Edizioni, 2012, ristampa maggio 2013, pp. 128, euro 20,00. Per il Premio pittura rupestre citato nel testo, cfr. i nostri articoli in questo sito il  14 luglio, 2 e 9 settembre 2014, in “cultura.inabruzzo.it” l’8 luglio 2014, il 3 e 14 settembre 2012  e in “www.fotografarefacile.it”  nel luglio 2014 e settembre 2012.

Foto 

In apertura, la copertina del libro,  seguono immagini di disegni-progetti e realizzazioni tratte dal libro, si ringrazia l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. Di Adina Riga, “Sistemazione delle aree esterne dell’azienda vinicola Di Giulio a Campomarino”, 1984, e  “‘La pioggia nel pineto’, progetto di fontana-balconata sul mare in prospicienza della pineta dannunziana a Pescara”, 1989, poi “La città della memoria”, disegno per arazzo, 1988, e “Plastico del progetto per Berlino”;  quindi, “Planimetria del cementificio di Pescara con inserimento della Porta Blu”  e, di Adina Riga con Franco Summa,  “La Porta Blu” e   “La Porta del Mare”, Pescara 1993, infine “Monumentino del Principe, Trionfo’ da tavola, Castelli, laboratorio Simonetti; e  Adina Riga dinanzi al suo progetto per Piazza della Petrosa a Lanciano, quarta di copertina del libro; in chiusura,  la presentazione del libro, immagine ripresa da Romano Maria Levante nel Palazzo Comunale di Pietracamela mentre parla Franco Summa, al centro; alla sua destra Sandro Melarangelo, alla sua sinistra Gian Franco Manetta.