Awangdui, le tombe cinesi del 2° sec. a. C., a Palazzo Venezia

di Romano Maria Levante

La mostra “Le leggendarie tombe di Mawangdui. Arte e vita nella Cina del II secolo a. C.” espone a Palazzo Venezia, dal 3 luglio 2014 al  16 febbraio 2015,  76 reperti , del 2° secolo a. C., rinvenuti nel 1972 in tre tombe, insieme al corpo  ben conservato della marchesa di Dai, tra i più antichi pervenuti integri.  Sono oggetti in legno laccato, tessuti dipinti e con scritte, confezioni, con la ricostruzione fotografica dell’eccezionale  ritrovamento. All’allestimento ha partecipato il Museo provinciale dello Hunan, uno dei più importanti della Cina dove sono esposti in permanenza  gli oltre 3000 oggetti rinvenuti,  tra i quali sono stati selezionati i 76 presentati a Roma. La mostra è a cura di Zhen Shubin, del museo citato, che ha compilato anche il Catalogo,  Edizioni Zhonghua Book Company;  ha il patrocinio dei Ministeri della cultura di Italia e Cina, che hanno concorso all’organizzazione, con la Soprintendenza speciale di Roma; è coordinata da MondoMostre.

E’ la 2^ Mostra sulla civiltà cinese, la 1^ è stata “La Cina arcaica”, ne seguiranno altre tre previste dal Memorandum d’intesa dei Ministri della cultura nell’ambito di  intensi scambi culturali che comprendono la presenza rispettivamente a  Palazzo Venezia per l’arte cinese e nel Museo Nazionale di Pechino a Piazza Tian’ an men. per l’arte italiana.

Oltre alla mostra “La Cina arcaica”,  a Palazzo Venezia ci sono state  le mostre “I due Imperi. L’Aquila e il Dragone”,
sullo scultore “Weishan” e su “Cina. La pittura moderna oltre la tradizione”; ricordiamo anche le altre mostre sulla civiltà cinese, sempre a Roma, al Palazzo Esposizioni  “La via della seta” e al Vittoriano  “Visual China”.  Nel Museo Nazionale di Pechino a  piazza Tian’ an men  si svolge la mostra “Roma/Seicento: verso il barocco”, dopo la mostra del  2012  “Il Rinascimento a Firenze: Capolavori e protagonisti”. Un gran numero di  manifestazioni e incontri culturali si sono avuti in diverse città italiane nel 2010, “Anno della Cina in Italia”.

L’interesse della mostra 

La storia del  ritrovamento delle tombe con lo sterminato corredo funerario di 3000 oggetti in esse contenuto è di per sé appassionante. Proprio per questo le vicende della scoperta sono il contenuto della 2^ sezione della mostra, mentre la 1^  sezione è sulle antiche leggende, in  preparazione alla 3^ sezione, in cui sono esposti i preziosi reperti, corredati da riferimenti alla storia e alla scoperta.

Nel nostro resoconto seguiremo questo stesso ordine, studiato per accrescere l’interesse del visitatore, si pensi che l’allestimento permanente delle tombe di Mawangdui al Museo provinciale dello Huan è stato ritenuto uno dei dieci migliori allestimenti museali del paese, e che questi reperti sono stati selezionati di volta in volta per almeno 30 mostre temporanee incentrate su tematiche diverse in Cina e all’estero, con 30 milioni di visitatori; in Italia alcuni oggetti sono stati presentati nelle mostre “I due Imperi” e  “La via della seta”, qui vi è un campionario di 86 pezzi pregiati che consente di delineare il quadro della vita e della civiltà nel periodo storico considerato.

I pezzi esposti sono stati selezionati per testimoniare, abbinati ai cartelli esplicativi e con l’ausilio di proiezioni video, la storia e la civiltà che riflettono, oltre alle vicende degli scavi e ai risultati ottenuti dall’archeologia cinese con il rinvenimento e gli studi successivi. In tal modo la visita fa rivivere i momenti delle scoperte, oltre a presentare i preziosi reperti.

Vennero alla luce 3 tombe, con un corredo funerario di oltre 3000 oggetti, tessuti e legni laccati, sete dipinte e manoscrittr, bronzi e porcellane, nella 1^ tomba un sarcofago quadruplo con la salma della Marchesa di Dai integra,  non del tutto disidratata e dai tessuti non completamente irrigiditi.

E’ stata la più antica rinvenuta in tali condizioni, per cui si sono potuti fare studi di patologia medica;  e sui materiali del corredo funerario studi sulla disidratazione delle lacche e sui processi di conservazione.  L’importanza del rinvenimento è stata tale da essere paragonato a quello della tomba di Tutankamon in Egitto, forse la più famosa al mondo.

Sono stati scritti oltre 300 libri e 4000 articoli sulle ricerche effettuate sui materiali rinvenuti da più di 2600 ricercatori Viene affermato con orgoglio da Zheng Stubin, il curatore del Museo Provinciale dello Huan, che “ad oggi non c’è stata nessun’altra scoperta archeologica  in grado di attirare un numero così grande di esperti  affrontata in maniera così multidisciplinare”. Ha fatto luce sulla civiltà del primo periodo della dinastia Han, così importante che “alcuni studiosi sono arrivati perfino a ipotizzare la formulazione di una disciplina scientifica focalizzata unicamente sullo studio delle tombe  di Mawangdui chiamata appunto “Studio di Mawangdui” (Mawangduixue)”. .

A questo punto l’interesse aumenta, se ne vuole sapere di più, e l’allestimento soddisfa  la curiosità perché il filo conduttore  è, lo ripetiamo, la storia sottesa alla mostra, le antiche leggende e i segreti millenari svelati, insieme alle vicende di un ritrovamento così straordinario, come premessa ai preziosi oggetti esposti nelle apposite vetrine e loro corredo.

I 76 pezzi esposti sono  tra i più pregiati dei 3000 rinvenuti, e consentono di delineare visivamente la vita nella lontana epoca, il grado di civiltà e  gli usi funerari

Identificazione della  tomba e dell’epoca storica

Iniziamo  con le “Antiche leggende su Mawangdui”, raccontate nella 1^ sezione, una storia di 2000 anni, avvolta nel  mistero.  Nella “Geografia universale dell’era Taiping”, testo dell’epoca Song  intorno all’anno 1000, Mawangdui è chiamata “Tomba delle due donne”   perché il re di Changsha, il capoluogo, all’epoca della dinastia degli Han  occidentali (dal 206 a. C. al 25 d. C.), vi aveva fatto seppellire due delle concubine del padre, una delle quali la propria madre naturale. 

Negli  “Annali del distretto di Changsha”  scritti nel periodo della dinastia dei Qing (1644-1911), Mawangdui è indicata come tomba della famiglia del  Re di Chu, Ma Yin (853-930), con il nome di “tumulo del re Wang”.  Due datazioni molto diverse che accentuano il clima di mistero.

Si conclude che siamo nell’epoca Han, e  nelle tombe di Mawangdui  c’erano le sepolture della famiglia del Marchese di Dai, quindi il primo della stirpe, Li Cang,  la moglie Xin Zhui e uno dei figli. La salma trovata nella tomba n. 1 è stata identificata recando un sigillo con il nome, Xin Zui e uno stampo con scritto “consorte del Marchese di Dai”, morta intorno al 163 a. C. all’inizio del regno dell’imperatore Wen dell’era Houyuan; il Marchese  era stato primo ministro dello stato di Changsha, carica conferitagli per benemerenze militari alla fondazione della dinastia degli Han occidentali.  Era lui l’occupante della tomba n. 2, ma essendo stata profanata, vi sono stati trovati pochi reperti tra cui un sigillo che ha consentito l’identificazione. In uno stendardo trovato nella tomba c’è l’immagine della donna sepolta,  Nella tomba n. 3 c’era il figlio, morto all’età di 30 anni, nel 168 a. C., era stato ufficiale nella repressione delle insurrezioni, ne sono stati rinvenuti i resti del corpo in decomposizione..

I primi scavi,  la tomba n. 1

Gli scavi furono essi stessi un evento, per le circostanze che li originarono e la mobilitazione nazionale che ne seguì.  Nella 2^ sezione, prima dei “Segreti millenari disvelati da antiche tombe”, si rievocano le fasi dei lavori, che spaziano per vent’anni , dai primi indizi agli scavi effettivi.

Siamo nel 1952, un celebre archeologo, Xia Nai, con gli studiosi dell’Istituto di archeologia appena istituito nell’Accademia cinese delle scienze sociali, fece degli scavi a Chaungsha, capitale dell’attuale  provincia del Huan, nella Cina meridionale, attirato dall’esistenza di due tumuli la cui forma richiamava la sella di cavallo,  denominati Mawangdui, come la località dove si trovavano; ipotizzò che potessero esservi tombe del secondo secolo a. C., ma tutto si fermò  al livello di ipotesi.

Vent’anni dopo, come nei romanzi d’appendice: 1972,  è in atto la Rivoluzione culturale cinese,   l’ossessione della  difesa dalla guerra che avrebbero scatenato i paesi capitalisti portava a scavare  rifugi sotterranei e accumulare  viveri, a Pechino ne furono realizzati molte migliaia. Uno di questi scavi per il rifugio di un ospedale e alcuni fuochi fatui, fiammelle blu per la fuoruscita di gas,  rivelarono  l’esistenza  delle tombe.  

I lavori  per la prima tomba furono effettuati dagli archeologi che stavano “rieducandosi” con il lavoro manuale nelle campagne, secondo l’imperativo della rivoluzione culturale, richiamati dal  Museo provinciale dello Huan, e si può presumere che accorsero entusiasti di tornare al loro lavoro;  vennero mobilitati gli studenti di ogni classe e i reparti dell’esercito Popolare di Liberazione stanziati nella città, capoluogo della provincia; le miniere e le imprese locali fornirono strumenti e attrezzature per gli scavi, l’inizio quindi fu in sede locale. Per  liberare la tomba furono rimossi 6000 metri cubi di terra, che andarono a formare un tumulo alto 16 metri e dal diametro di  30.

Le  immagini fotografiche danno un’idea di questa prima fase dei lavori, si vede il grande scavo a gradoni per la tomba n. 1, trovata intatta,  poi le casse contenenti il corredo funerario ai lati della struttura lignea, quindi i diversi strati di sarcofago fino alla salma  avvolta in tessuti di seta dopo l’apertura del sarcofago interno, un bianco e nero che rende immediatezza e spontaneità. .

Le tombe n. 2 e 3  e la mobilitazione

Dopo quattro mesi,   nei quali venneto  alla luce manoscritti che fecero parlare di “Biblioteca sotterranea”, furono investite le autorità centrali e si impegnò personalmente anche il primo ministro Zhou Enlai; mobilitati i massimi  archeologi e studiosi  della Cina,  gli scavi proseguirono con criteri scientifici. La mobilitazione  fu tale da far dire che erano state impiegate “le forze dell’intera nazione”,  l’evento non ha precedenti  nell’archeologia di quello sconfinato continente.

L’importanza dei ritrovamenti diede impulso ad ulteriori ricerche archeologiche. Il  ruolo degli studiosi è stato fondamentale perché ne sono derivate importanti conoscenze sul recupero di reperti delicati e sulla loro salvaguardia, sulla ricerca multidisciplinare, la diffusione e organizzazione delle conoscenze scientifiche nonché  sulla sistemazione della documentazione archeologica.

Anche per le  tombe n. 2 e n. 3 , per le quali la mobilitazione è stata generale, c’è una vasta documentazione fotografica, che attesta anche il ritrovamento delle vanghe di ferro utilizzate per la costruzione delle tombe e di idoli rudimentali posti a guardia delle stesse.  Le fotografie sono anche a colori, mostrano la presa di coscienza dell’importanza dell’evento:  si vede la rimozione della copertura esterna e il lavoro di recupero e schedatura nonché l’attività degli studiosi nei prelievi di materiale da analizzare;   fu costituita una squadra specializzata sulla cui attività non mancano le immagini.

Sono anche fotografati i sigilli che hanno consentito di identificare con certezza soggetti ed epoca, e le tavolette lignee con resoconti storici  trovate nella tomba n. 3. L’epoca è alla fine del 2° secolo a. C., in Cina la dinastia degli Han, il territorio diviso  in Stati feudali e la capitale nell’odierna Changsha, il primo ministro era l’occupante della tomba Li Cang, con il compito di difendere i territori meridionali.

Gli oggetti in legno laccato

E ora, dopo questa preparazione sulle vicende del ritrovamento e la ricostruzione del periodo storico , finalmente i reperti, per ognuno dei quali è indicata la tomba di provenienza:  una balestra in bronzo intarsiato d’oro, una spada, una lancia e un’ascia in  corno di bue aprono .la carrellata. Ma è solo l’inizio, spettacolari gli oggetti in legno laccato e i tessuti decorati, miracolosamente pervenuti  in buono stato di conservazione dopo altre 2000 anni. Sono quelli selezionati dal vastissimo materiale rinvenuto che comprende anche ceramiche e strumenti musicali, strutture lignee e sarcofaghi, oltre a resti di cibo 

I manufatti in lacca policroma rinvenuti sono oltre 700, testimoniano l’età d’oro di queste produzioni in Cina, il primo paese ad adottarle 8000 anni fa; si svilupparono tra il declino del bronzo  e l’avvento della ceramica, riservati alle classi agiate dati gli alti costi.  Quelli rinvenuti nelle tombe sono di squisita fattura e rappresentano il livello più alto raggiunto, hanno decorazioni eleganti e raffinate anche  di tipo nuovo.  Vediamo oggetti in legno laccato decorati con motivi “a nuvola”: 2 contenitori per vivande e 2 fiasche per alcolici del tipo  fang e zhong, un vassoio  del tipo yi , un vassoio e 5 piatti.

Troviamo anche scritte augurali sugli oggetti usati a tavola:  “Vino della fortuna per il principe” considerato l’equivalente del nostro “Alla salute”   è  in una coppa ovale e in un bicchiere cilindrico; “Cibo della fortuna per il principe”, cioè il nostro “Buon appetito” in 2 coppe ovali con manico ad orecchio. C’è anche un contenitore di coppe e un piatto decorato con  figure di gatti  e una  tartaruga.

La serie degli oggetti laccati per il pasto è completata dall’immagine del ritrovamento di piatti e bicchieri nel vassoio, vediamo sia la fotografia sia tale collocazione degli oggetti esposti. Il calco di un bassorilievo di pietra dell’epoca, fotografato, ci dà l’immagine di un banchetto di allora.

Non solo oggetti in legno laccato per il pasto, anche per la cura della persona: tali sono il contenitore rotondo per cosmetici a due livelli, e decorazioni a spirale, rinvenuto con dentro uno specchio di bronzo; e un astuccio per cosmetici con decoro dipinto a piccoli coni.

I tessuti  in seta  e lo stendardo funerario

Terminata la carrellata dei legni laccati, risplendenti nei loro lucidi contrasti cromatici, inizia la sfilata  degli straordinari tessuti decorati e  confezionati, con scritte dipinte.

A coppie citiamo i tessuti decorati: quelli di mussola con decorazioni “a fiammelle” e  motivi fitomorfo; quelli in seta damascata con decorazioni di losanghe vermiglie e del motivo  della “rondine migratrice”; i tessuti in  seta finissima ricamata “a nuvole cavalcate da fenici” e con il “fiore di corniolo”,

Le confezioni presentano un paio di guanti in seta damascata e un paio di calzini foderati in seta, una gonna in seta finissima e una veste imbottita in seta damascata con decorazioni sulla longevità.

Siamo ad oltre 2000 anni fa e sembra una cronaca mondana di attualità. La meraviglia continua con i tessuti in seta recanti scritte, chiamati “manoscritti su seta”: omettendo i termini di derivazione cinese, diciamo che un tessuto reca la scritta del “classico dei mutamenti”, interpretati secondo i principi dell’universo e un altro la scritta dei “Quattro classici dell’Imperatore Giulio”, testo filosofico dell’antica Cina che si pensava fosse perduto; il terzo tessuto “Aneddoti e discorsi del periodo Primavere e Autunni”, il quarto riguarda il “Classico sull’identificazione dei purosangue”, il quinto “La divinazione attraverso l’interpretazione dei fenomeni astrologici e atmosferici”.

Sono di piccole dimensioni, 30 x 20 cm, ma fitti di iscrizioni preziose per ricostruire la vita e le credenze di allora. Imponenti sono invece le dimensioni dello “Stendardo funerario in seta dipinta  a forma di T” lungo oltre 2 metri.  E’ in seta, vi è rappresentato il viaggio nel mondo dei morti verso l’immortalità. Nella parte superiore larga 90 cm, una visione cosmica con figure mitologiche e la divinità,  nelle parti inferiori, larghe circa 50 cm, al centro il mondo terreno con l’immagine della defunta tra le ancelle e riverita d personaggi,più in basso il mondo sotterraneo, un’immagine ossessiva con animali da incubo. E’  la visione cosmogonica dei cinesi con l’anima che sopravvive al corpo  e accede al regno celeste in un viaggio che lo stendardo  mostra tra la realtà, il mito e la fantasia, da un sottosuolo allucinante a un empireo luminoso.

La figura della marchesa di Dai

E siamo al clou della mostra, abbiamo  ripercorso alcuni aspetti della vita quotidiana degli occupanti il sito funerario, una famiglia nobile e potente, quindi con l’uso dei preziosi oggetti di legno  laccato decorato per il pranzo e per la cura della persona, oltre ad alcune armi primitive; e le credenze e i principi nelle sete manoscritte, fino allo stendardo che riassume la credenza nell’immortalità dell’anima e nel viaggio nell’oltretomba verso la divinità.

Ora la figura della marchesa di Dai, Zin Zhui: ci si presenta nella ricostruzione del corpo basandosi sul ritrovamento, così  quanto abbiamo visto come reperto archeologico prende vita.  La ricostruzione si è avvalsa delle tecniche più avanzate  per dare sembianze umane a quanto rilevabile dallo scheletro e dai tessuti nonché dalla figura dipinta sullo stendardo funerario. Lo stato di conservazione della salma è  il risultato del perfetto isolamento delle tombe dagli agenti esterni:  la struttura di legno  di protezione  era coperta da carbone vegetale e da uno strato di argilla bianca di un metro,  coperto  da terra pressata. Un ambiente senza ossigeno,  con temperatura e umidità mantenute stabile. E’ stata trovata intatta anche per un metodo di conservazione diverso dagli altri conosciuti, né mummificazione né saponificazione: così i  tessuti erano ancora molli, le articolazioni in parte mobili, i peli attaccati alla  pelle, anche il timpano intatto e le vene delle mani e dei piedi visibili. La mostra  riporta questi dati e le immagini del sarcofago al rinvenimento, chiuso e poi aperto, fotografie storiche.  

Ma noi siamo calamitati dalla statua della marchesa in piedi in tutto il suo splendore:  alta 1,58, dall’aspetto dignitoso, il volto delicato con grandi occhi, le vesti decorate con ricchezza. E’ come se avessimo visitato la sua casa e ora stiamo per prendere commiato da lei. Lo facciamo con una qualche emozione, aver percorso duemila anni sulla macchina del tempo non è poco. Grande è, quindi, il merito della mostra, per il suo contenuto valorizzato dal magistrale allestimento.

Info 

Palazzo Venezia, Via del Plebiscito 118, Roma. Da martedì a domenica, ore 10,00-19,00, lunedì chiuso. Ingresso: intero euro 4,00, ridotto euro 2,00. mTel.  06.69994218. http://www.museopalazzovenezia.beniculturali.it  Catalogo: “Le leggendarie Tombe di Mawangdui. Arte e vita nella Cina del II secolo A. C.”, Edizioni Zhonghua Book Company, maggio 2014, pp. 176, formato 22 x 28, bilingue, italiano e cinese. Per le altre mostre sull’arte cinese cfr. i nostri articoli: in questo sito  sulle mostre al Vittoriamo  “Visual China” il 17 settembre 2013,  a Palazzo Venezia “Oltre la tradizione. I Maestri della pittura moderna cinese”  il 15 giugno 2013 e sullo scultore “Weishan”   il 24 novembre 2012,  a Palazzo Esposizioni sulla “Via della seta” il  19, 21 e 23 febbraio 2013, inoltre sull”incontro all’Ambasciata cinese il 1° aprile 2013;  in “notizie.antika.it”  su “L’Aquila e il Dragone” il   4 e 7 febbraio 2011; in “cultura.abruzzoworld.com” sull'”Anno culturale cinese” il  26 ottobre 2010  e 2 articoli sulla “Settimana del Tibet” il  21 luglio 2011.

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentazione della mostra a Palazzo Venezia, si ringraziano gli organizzatori, in particolare Mondomostre e il Museo provinciale di Hunan, con i titolri dei diritti, per l’opportunità offerta.  In apertura, “Fiasca per alcolici”  in legno laccato con motivi “a nuvola”, seguono “Contenitori” in legno laccato e dipinto e un “Vassoio e “Piatti” sempre in legno laccato con motivi “a nuvola”; poi un “Tesuto in seta” decorato e una “Lanterna in bronzo a forma di bufalo,  infine lo “Stendardo funerario in seta dipinta a forma di T” e, in chiusura, la “Statua che ricostruisce l’aspetto di Xin Zhui”.