Ebrei, la propaganda contro la “razza nemica” e la psichiatria persecutoria

di Romano Maria Levante

A Roma dopo una serie di mostre che hanno documentato l'”infamia tedesca” – dalla razzia degli ebrei, all’olocausto nei campi di sterminio – nei primi mesi del 2017  due esposizioni molto diverse in un virtuale gemellaggio, che fanno nuova luce sul delirio nazista e le propaggini fasciste. I prodromi dello sterminio sono documentati nella mostra “La Razza nemica. La propaganda antisemita nazista e fascista”, nella Casina dei Vallati al Portico d’Ottavia  presentata dalla Fondazione della Shoah nella “settimana della memoria”, dal 30 gennaio al 7 maggio 2017. Un’altra aberrazione odiosa sfociata nello sterminio, nella mostra “Schedati, perseguitati, sterminati. Malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo”, al Vittoriano, dal 9 marzo al 14 maggio 2017,  realizzata dalla  Società tedesca di psichiatria e psicoterapia su impulso di Frank Schneider, con una sezione sull’Italia curata dalla Società italiana di psichiatria.   


Le due mostre, oltre ad avere in comune la denuncia delle aberrazioni naziste e una sezione sull’adesione anche se parziale dell’Italia fascista, non si limitano alla ricostruzione storica nel segno della memoria di eventi terribili perché non tornino a verificarsi. Rispondono alla domanda angosciosa “come è potuto accadere?” con una accurata ricognizione storica; e ammoniscono in modo fermo a non sottovalutare ciò che può degenerare se non si ferma all’inizio. Il delirio nazista sulla superiorità della razza e l’esigenza di tutelarla, prese l’avvio da strumentali concezioni genetiche pseudoscientifiche,  poi divenne una valanga invadendo la società civile per preparare la criminale conclusione tragica della “soluzione finale” con la agghiacciante eliminazione di massa, così disumana e aberrante da suscitare angoscia e sgomento al solo ricordo. 

Entrambe hanno il patrocinio dell’Unione della Comunità Ebraiche Italiane, la prima è patrocinata anche dalla Presidenza del Consiglio, dalla Regione Lazio e da Roma Capitale, nonché dalla Comunità ebraica di Roma,e  realizzata da  C.O.R., Creare Organizzare Realizzare di Alessandro Nicosia, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Beger. La seconda, che ha l’alto patronato del Presidente della Repubblica, è patrocinata dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania con il sostegno  del Ministero degli Affari esteri tedesco, realizzata dalla Società tedesca di psichiatria il cui presidente Frank Schneider ne è stato l’ideatore, curatrice Petra Lutz;  e dalla Società italiana di psichiatria per la parte sull’Italia, curata da Andreas Conca e Gerardo Favaretto.  A parte la sezione italiana, la mostra, presentata per la prima volta nel 2014 al Parlamento di Berlino, si è tenuta già a Londra e Vienna, Osaka, Città del Capo e Toronto; dopo Roma, nel 2017-18, si trasferirà a Bolzano e Venezia, Genova e Milano.  

Un programma di visite, soprattutto di studenti delle scuole, è stato studiato per l’opportuna divulgazione e diffusione di queste conoscenze tra i giovani; in parallelo alla mostra sulla persecuzione dei malati psichici, conferenze e  incontri sui crimini nazisti e sulla malattia mentale, con rappresentazioni teatrali e cortometraggi di studenti sul tema e relative premiazioni.

La razza nemica nella propaganda mistificatrice

Iniziamo con la dichiarazione di intenti del presidente della Fondazione Museo della Shoah Mario Venezia: “Vogliamo che un numero sempre maggiore di persone capisca come sia potuto accadere che centinaia di migliaia di persone comuni abbiano potuto condividere e sostenere una delle pagine più tragiche e tristi della storia dell’umanità”. Un’accurata ricerca ha consentito di raccogliere una vasta documentazione visiva che fa comprendere come si sia “lavorato abilmente, e in modo insidioso, sulle popolazioni, arrivando a inoculare il veleno dell’odio verso l’ebreo mostrandolo in tutte le sue forme più dispregiative e arrivando a convincere le persone che l’ebreo, mostrato costantemente con il naso adunco e dai modi ambigui e striscianti, fosse il colpevole di qualsiasi cosa negativa avvenisse nel mondo”.

Si è creata così la “razza nemica” agli occhi della società civile, per cui non ci si deve sorprendere se all’atto della criminale e disumana degenerazione dal dileggio alla deportazione fino all’eliminazione di massa  non ci sia stata un ripulsa proporzionata alla spaventosa gravità di ciò che si stava commettendo, anzi “centinaia di migliaia” di persone vi hanno avuto un ruolo attivo, soprattutto in Germania. Limitarlo all’ideologia delirante nazista diventa riduttivo essendovi coinvolti strati ben più vasti della popolazione,  proprio perché era stato inoculato il “veleno dell’odio verso l’ebreo” di cui parla Venezia.

E come è stato possibile questo? Con l’arma della propaganda, sottile e subdola, che in determinate forme può diventare subliminale, entrando nell’inconscio oltre ogni difesa cosciente.

Tale propaganda si è avvalsa di tutti gli strumenti più avanzati a disposizione dei mezzi di comunicazione di massa dell’epoca. Li abbiamo visti alla presentazione della mostra visitandola con la guida appassionata del curatore Marcello Pezzetti, sono strumenti di una demonizzazione sistematica che ha sfruttato ogni possibilità di penetrare in profondità nel corpo sociale cominciando  dall’età più giovane e indifesa:per mettere alla berlina fino a crocifiggere il “nemico” ebreo. 

Il cinema è stato utilizzato a tal fine, come  nelle due opere del 1940: “Jud Suss”, di Veit Harlan, e il documentario “Der ewige Jude”, di Fritz Hippler, diffuso anche in Italia con il titolo “L’ebreo errante”, considerato “il prodotto più violentemente antisemita del Terzo Reich, una vera e propria metafora dell’antisemitismo nazionalsocialista”. Vediamo  scene in apparenza accattivanti aventi lo scopo di suscitare non una reazione cosciente bensì una lenta,  inesorabile assuefazione.

Ma c’è di più sotto questo profilo. E’ quanto mai eloquente la ricerca sull’istigazione subdola all’odio antiebraico mediante una serie di elementi presenti nella vita quotidiana di tutti, quindi familiari e per questo più penetranti.  Perfino il libretto dell’assicurazione di malattia con la scritta “Meidet judische Arze”, cioè “Evitate i medici ebrei”, cartoline e timbri con scritte antiebraiche, riproduzione dei manifesti della mostra antisemita “Der ewige Jude” , “L’ebreo errante”, come il  documentario  prima citato.  Inoltre  un’oggettistica che sarebbe banale se non si riferisse a una etnia perseguitata e non  nascondesse intenti perversi riproducendo le fattezze caricaturali con cui veniva applicato un naso adunco al volto spacciato per quello dell’ebreo: così lo schiaccianoci, così i bersagli umani  nel Luna Park da abbattere con le palline, così i boccali di birra con scene irridenti.   

La collezione privata di oggetti del periodo nazista di Wolfgang Haney è quanto mai eloquente, come l’altro materiale e i documenti che provengono dai maggiori archivi pubblici tedeschi e italiani, oltre che dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma e dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.

Si va oltre queste che potrebbero sembrare curiosità, ma non lo sono, per scavare nel sottofondo culturale che ne è alla base, e riguarda la concezione delirante sostenuta con determinazione della superiorità della razza su altre presunte inferiori come quella ebraica, considerata tale pur essendo una religione, per il suo perpetuarsi in via ereditaria consolidando le proprie radici. Alle motivazioni socio-economiche sulla presunta avidità e sul prepotere a livello economico-finanziario, e a quelle culturali e religiose, si aggiungono concezioni pseudoscientifiche genetiche e biologiche, in una demonizzazione che viene da lontano: dall’antisemitismo europeo dei primi del ‘900, esasperato in Germania e trasmesso all’Italia dell’asse Roma-Berlino, fino alle leggi razziali del 1938. 

E’ del 1938 la rivista italiana “La Difesa della Razza”, dell’editore romano Tuminelli, diretta da Telesio Interlandi, che viene posta a confronto con la rivista tedesca “Der Turmer”, fondata 15 anni prima a Norimberga da Julius Streicher, alla quale è dedicata una intera parete con eloquenti riproduzioni dei titoli e degli articoli, come si fa per la rivista italiana citata.

La sezione “italiana” è contenuta ma eloquente, per certi aspetti rivelatrice e a conferma di quanto da molti è sottovalutato, cioè la penetrazione nel mondo intellettuale del razzismo antisemita. Si leggono affermazioni impensabili firmate da personaggi divenuti celebri nell’antifascismo, allora molto giovani e quindi permeabili alla subdola propaganda  e alle motivazioni che la sostenevano, per quanto fossero pseudoscientifiche fino a divenire visibilmente deliranti. Ma, in compenso, sono documentate anche le reazioni alla campagna propagandistica di chi ne colse la pericolosità.

Opportunamente la mostra si conclude evocando le terribili conseguenze di quella che altrimenti potrebbe sembrare una mistificazione grottesca per quanto deplorevole alimentata da una propaganda ossessiva ma fine a se stessa. Tutt’altro, le leggi di Norimberga del 1935, che istituirono   i ghetti, con l’isolamento degli ebrei dal resto della popolazione, crearono le premesse della deportazione nei campi di sterminio per la “soluzione finale” di un problema pur insensato, ma che  la propaganda assillante e pervasiva di ogni strato sociale tendeva a rendere ossessivo.  

Dopo aver seguito passo passo il formarsi della palla di neve e il suo ingrossarsi fino a divenire una valanga, la mostra ricorda come si sia abbattuta in modo rovinoso su milioni di esseri umani indifesi, demonizzati in modo perverso dalla propaganda.

L’ammonimento valido anche per il presente che nasce da tutto questo è evidente. I mezzi di comunicazione di massa sono così pervasivi da poter diventare strumento di aberrazioni se usati in maniera distorta, lo sottolinea l’organizzatore di questa mostra, e di molte altre precedenti sul tema dell’ “infamia tedesca” al Vittoriano,  Alessandro Nicosia. Oggi come ieri e più di ieri, perché il rischio si è aggravato con la moltiplicazione dei social network via Internet a livello planetario. E’ un ammonimento su cui torneremo, perché viene anche dall’altra mostra, di cui parliamo subito. 

La tragica  persecuzione dei malati mentali in Germania

Come per la prima, per la seconda mostra iniziamo con una considerazione di carattere generale del suo  ideatore Frank Schneider – il presidente della Società tedesca di psichiatria, sul quale torneremo al termine – che assume un altissimo valore morale: “La dignità umana è sempre la dignità del singolo individuo e nessuna legge ci può obbligare a venir meno a questo principio”.

E cita le parole di Gustav Radbruch, il quale nel 1946 sostenne che quando la legge positiva entra in contrasto con il più alto concetto di giustizia, e non con le concezioni personali, è “la legge, in quanto ‘diritto errato'”, che deve “cedere il passo al senso di giustizia”; non solo, ma “quando poi il concetto di giustizia come fine ultimo della legge non viene neppure preso in considerazione, quando viene imposto un diritto positivo che deliberatamente rinnega il principio di uguaglianza, che è l’essenza stessa della giustizia, allora le leggi non solo si presentano come ‘diritto errato’ bensì perdono la stessa natura di diritto”.  

Tutto questo nasce dalla ricostruzione di come poté avvenire che centinaia di migliaia di individui fossero eliminati sulla base di motivazioni attinenti anch’esse alla difesa della razza;. Ma questa volta per preservarla non dalle contaminazioni di altre etnie ritenute sconsideratamente inferiori, o scomode, come gli ebrei;  bensì dall’indebolimento dovuto alla presenza all’interno della razza ritenuta eletta, di malati psichici e disabili che dovevano perciò essere neutralizzati fino ad essere eliminati.

E’  la degenerazione dell’ “eugenetica”, che nel Terzo Reich divenne “igiene razziale”, secondo cui “doveva essere eliminato il debole affinché il forte potesse diventare ancora più forte”.

L’ “eugenetica” già dalla fine dell’800 aveva preso piede in Europa, nell’impero tedesco, nei paesi scandinavi e anglosassoni, tanto che nel 1914 nel Parlamento tedesco fu presentato un disegno di legge “sulla sterilizzazione e sull’interruzione di gravidanza” per i malati mentali che non fu approvato solo perché scoppiò la prima guerra mondiale; ma nel luglio 1933 fu approvata la “Legge per la prevenzione della prole con malattie ereditarie”, con la sterilizzazione forzata a “protezione delle future generazioni”, che Schneider definisce “un modo perverso di giustificare le sofferenze inflitte a una singola persona in funzione di un futuro ipotetico benessere degli altri”.  

Nella legge le malattie mentali furono classificate come ereditarie insieme ad  altre menomazioni, e chi ne era affetto non poteva procreare per non indebolire il “corpo della nazione germanica”. Anche in altri paesi era prevista la sterilizzazione, ma solo in Germania questa poteva avvenire contro la volontà della persona, perché vi fosse, sono parole della legge, “l’esistenza in ogni momento di un numero sufficiente di famiglie numerose, geneticamente sane e preziose per il popolo  tedesco da un punto di vista razziale”.

Era già una terribile violazione del diritto all’integrità fisica e della dignità personale, ma si trattava solo dell’inizio. Con l’invasione della Polonia del 1939  Hitler decretò il programma di “eutanasia” con la schedatura dei malati negli ospedali psichiatrici ai fini della loro selezione in base all’utilità”, cioè alla capacità di lavoro; seguì l’eliminazione.

Con l’operazione denominata T4 venivano prelevati dagli ospedali e portati su autobus grigi in sei istituti psichiatrici forniti di camere a gas per lo sterminio sistematico e programmato.  Non solo, molti pazienti venivano usati come cavie per ricerche seguite dalla loro uccisione con relativa autopsia, ciò avveniva anche su adolescenti e addirittura bambini, orrore nell’orrore.

Risultato: nel 1934 iniziò la schedatura dei soggetti con “difetti ereditari”, poi venne la sterilizzazione forzata di 400.000 cittadini tedeschi uomini e donne, con patologie, soprattutto mentali, ritenute incurabili ed ereditarie; quindi l’escalation dell’orrore, che  raggiunge il culmine  tra il 1939 e il 1945 con l’eliminazione di  200.000 ricoverati negli ospedali psichiatrici tedeschi,   sempre per la folle difesa della razza della delirante ideologia nazista. Anche i bambini minorati psichici o fisici furono perseguitati, i morti furono ben più dei 5.000 finora accertati.

Tutto questo viene documentato nella mostra in 50 pannelli con fotografie dei responsabili e dei loro complici  e dolenti immagini e delle vittime, vediamo bambini che inteneriscono, storie raccapriccianti e biografie, documenti e  immagini dell’orrore divenuto pratica burocratica.  

La situazione in Italia,  e  l’ammonimento della Società italiana di psichiatria .

C’è anche una sezione italiana, al piano superiore della sede espositiva, assolutamente inedita, aggiunta alla mostra itinerante tedesca, nella quale viene documentata la morte di circa 30.000  persone ricoverate nei manicomi, e la deportazione in Germania di molti malati mentali dagli ospedali psichiatrici del Settentrione. Nessun programma italiano di eliminazione e neppure di sterilizzazione forzata, ma i tanti morti per inedia, abbandono, incuria, oltre alle deportazioni, indicano che pur senza raggiungere i vertici dell'”infamia tedesca”, il virus dell’ “eugenetica”  aveva infettato anche la psichiatria italiana, che oltretutto diede il suo avallo scientifico alle leggi razziali.

Va precisato che la psichiatria italiana sotto il fascismo fu sempre contraria all’uccisione dei malati, a differenza della psichiatria tedesca che ne fu strumento decisivo, come vedremo. Ma la Società italiana di psichiatria con la presidenza di Arturo Donaggio fu  l’unica entità scientifica a legittimare le leggi razziali, un atto questo che dalla stessa società viene definito oggi “una drammatica violazione dell’etica scientifica da parte di chi si deve prendere cura delle persone”.   

Il suo presidente, Claudio Mencacci, che ha diretto il progetto espositivo, ha dichiarato solennemente: “Facciamo ammenda per allora. Mai più dovrà accadere una così grave e dissennata offesa all’essere umano. Il rispetto e la dignità del malato e della persona sono motivo centrale della nostra pratica linica”.  E ha avvertito sui rischi sempre incombenti quando il clima di forte  malessere sul piano economico e sociale, con l’aggressività e la violenza che porta con sé, rendendo più vulnerabile il corpo sociale  può far degenerare la paranoia  –  disturbo della personalità che affligge il 2-4%  della popolazione – da individuale a collettiva  con conseguenze deleterie che nel delirio nazista hanno avuto una manifestazione  tragica e perversa che potrebbe riprodursi. “Purtroppo bastano appena quattro generazioni perché tutto sia dimenticato, perché le posizioni razziste e stigmatizzanti prese 70 anni fa siano considerate lontane, irripetibili”.  

Bernardo Carpiniello, presidente eletto della stessa Società italiana di psichiatria aggiunge: “La nostra mostra può e deve essere un’occasione per meditare soprattutto sul presente, perché i segnali di una ‘febbre’ che sta salendo nel mondo ci sono tutti e credere che quanto è accaduto non possa tornare è un’illusione… dimentichiamo spesso come sia veloce il passaggio da una democrazia a una democrazia limitata”, quindi all’autoritarismo e alla dittatura, come quelle del “secolo breve”.  

La svolta nella Società tedesca di psichiatria e nelle leggi tedesche

Un discorso a parte merita la Società tedesca di psichiatria, la cui storia è molto più tormentata di quella della Società italiana, perché è stata corresponsabile in modo diretto delle gravissime vicende documentate dalla mostra: schedatura, sterilizzazione ed eliminazione di massa di malati mentali.  

Il riconoscimento che erano state compiute queste  nefandezze è stato tardivo, sia da parte di tale autorevole istituzione che da parte della politica e della società civile tedesca. A denunciarlo con parole che più forti non potrebbero essere è stato  Frank Schneider nel novembre 2010, allorché è intervenuto da Presidente della Società  tedesca di psichiatria e psicoterapia a Berlino, alla commemorazione delle vittime, ricostruendo senza omissioni il cosiddetto “programma di ‘eutanasia’” e la sua bestiale esecuzione  citando luoghi, fatti  e persone, insigni psichiatri, e denunciando che una cinquantina provvedevano alla selezione dei condannati all’eliminazione. 

Ebbene, nonostante questi comportamenti criminali, alcuni di loro hanno occupato nel dopoguerra cariche di vertice nella Società tedesca  di psichiatria:  Presidenti o membri onorari. Non è stato per disattenzione oppure per aver saputo celare le loro responsabilità individuali, il crimine stesso non veniva riconosciuto, Schneider lo denuncia apertamente: “Dopo la guerra, in campo psichiatrico, avvenne ciò che era avvenuto anche in altri ambiti della vita nazionale. Si verificò una gigantesca opera di rimozione, per cui le società psichiatriche come i singoli psichiatri – a parte alcune eccezioni – non raccontarono quanto era accaduto. Di questo oggi proviamo vergogna e sgomento”.

Metà dei medici tedeschi era inquadrata in organizzazioni naziste, l’altra metà poteva resistere. Nel periodo della persecuzione una parte dei medici di famiglia, per il loro più stretto rapporto con i pazienti, non denunciava i malati nonostante l’obbligo di legge; mentre gli psichiatri apertamente dissenzienti venivano allontanati o costretti a lasciare la Germania, Poi, nel dopoguerra, all’inizio degli anni ’70, i primi studi sull’ “eutanasia” nazista, dieci anni dopo gli studi divennero più seri e approfonditi, ma i tentativi di “raccontare i fatti furono impediti o ostacolati”. Solo dopo altri dieci anni la Società tedesca di psichiatria manifestò “il disgusto e il cordoglio rispetto all’olocausto di malati mentali, ebrei e altre persone perseguitate”, tuttavia senza ammettere coinvolgimenti.   

Omertà nel tentativo di salvare la reputazione della psichiatria tedesca?  Indubbiamente,  il responsabile medico della famigerata operazione T4, pur se perseguito, fece addirittura carriera come perito giudiziario sotto falso nome nello Schleswig-Holstein,  coperto da medici e giuristi che ne conoscevano l’identità. x 

Ma non solo, la denuncia di Schneider va ben oltre e investe l’intero mondo politico con citazioni precise. 1965: “Legge sul risarcimento delle vittime della persecuzione nazista”, non potevano beneficiarne i sottoposti alla sterilizzazione forzata né le famiglie delle vittime della criminale operazione “con la motivazione che non erano stati perseguitati per motivi razziali”, e l’aggravante che i periti della Commissione parlamentare per il risarcimento ” erano in parte gli stessi che durante il nazionalsocialismo avevano giustificato la sterilizzazione forzata e che avevano collaborato alle azioni di uccisione”.  

1974: viene finalmente sospesa dal Parlamento tedesco, dopo quasi trent’anni dalla fine del nazismo, la “Legge per la prevenzione della prole con malattie ereditarie” alla base degli orrori dell'”eutanasia” criminale; sospesa soltanto, si dovrà attendere addirittura il 2007 per la sua abolizione formale in quanto incostituzionale, cosa che l’ha resa illegittima fin dall’atto della nuova Costituzione. 1988: anche qui meglio tardi che mai, il Bundestag dichiara finalmente che le sterilizzazione forzate ai sensi della legge del 1933 “erano da considerarsi ingiustizie di stampo nazista”: ingiustizie, però, non crimini, termine che appare più appropriato.   

Tutto a posto finalmente, pur dopo questi colpevoli ritardi?  Nient’affatto, ecco la denuncia di Schneider: “Continua, invece, a vigere inalterata la ‘Legge federale sul risarcimento delle vittime‘ del 1965. Per questo motivo, fino ad oggi, le persone sottoposte a sterilizzazione forzata e i malati di mente assassinati non sono riconosciuti come vittime”. E afferma: “Qui la politica dovrebbe intervenire prima che sia troppo tardi. Solo eliminando questa ingiustizia, la sofferenza continua delle vittime e il loro tragico destino sarebbero degnamente riconosciuti dallo Stato tedesco”. E sarebbe ora!

Da parte sua, per impulso dello stesso Schneider, la Società tedesca di psichiatria nel 2010 ha istituito una Commissione internazionale per l’indagine della storia dei predecessori alla sua guida sotto il nazismo per fare piena luce sul loro coinvolgimento nei crimini; non solo, ma è stata stabilita una seconda fase di indagine relativa al dopoguerra per far luce sulle colpevoli omertà. Ora vogliamo riportare le parole sconvolgenti usate da Schneider nell’aprire il vaso di pandora della psichiatria tedesca sotto il nazismo e anche dopo, più eloquenti di qualsiasi commento.  

L’esordio:  “Sotto il nazionalsocialismo gli psichiatrici, con disprezzo dell’essere umano, hanno tradito la fiducia dei pazienti che erano stati loro affidati, ingannando in modo atroce sia loro che i familiari e arrivando perfino a ucciderli. Perché ci  abbiamo messo tanto tempo per trovare il coraggio di guardare in faccia questa realtà? Abbiamo scotomizzato e negato per troppo tempo una parte cruciale del nostro passato. Di questo ci vergogniamo profondamente. Altrettanto vergognoso il fatto che neppure dopo il 1945 noi, come Società tedesca di psichiatria, abbiamo dato solidarietà alle vittime. Peggio ancora: siamo stati responsabili della loro ulteriore discriminazione”. 

Poi prosegue: “Le vicende della psichiatria sotto il nazionalsocialismo costituiscono uno dei capitoli più bui della disciplina. In questo periodo, gli psichiatri e i rappresentanti delle loro associazioni hanno ignorato e atrocemente reinterpretato il loro dovere professionale di curare e guarire. La psichiatria si è lasciata corrompere e a sua volta ha corrotto: invece di curare uccise. Perse la consapevolezza dei propri obblighi verso il singolo individuo: in nome di un ipotetico progresso … gli psichiatri fecero ricorso alla violenza e uccisero un numero enorme di persone…”.   L’insegnamento: “Che questo ci serva da ammonimento nel nostro lavoro quotidiano per non perdere mai di vista i pazienti di cui ci occupiamo e che curiamo! Loro, e solamente loro, devono essere la bussola del nostro comportamento, non le ideologie predominanti nella società. Solo i singoli individui”.  

Ee ecco la conclusione: “A nome della società tedesca di psichiatria e psicoterapia chiedo perdono alle vittime e ai loro familiari, per la sofferenza causata e le ingiustizie subite ai tempi del nazionalsocialismo a opera di psichiatri tedeschi e della psichiatria tedesca, e per il fatto che la psichiatria tedesca nel dopoguerra abbia taciuto, sminuito e rimosso quanto era accaduto per un lasso di tempo in accettabilmente lungo”.

Non solo questa conclusione ma l’intero intervento di Schneider il 23  novembre 2010 fu adottato all’unanimità come documento ufficiale della Società tedesca di psichiatria e psicoterapia.

La catarsi si è così compiuta.     

Info 

Museo della Shoah, Casina dei Vailati, Roma, via del Portico d’Ottavia, 29. Da domenica a giovedì ore 10-17, venerdì 10-13, chiuso sabato e nelle festività ebraiche; ingresso gratuito.  Complesso del Vittoriano, Roma, Via San Pietro in carcere, lato piazza Ara Coeli.  Tutti i giorni, da lunedì a giovedì ore 9,30-19,30, da venerdì a domenica ore 9,30-20,30, ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura; ingresso gratuito.   Catalogo della mostra al Museo della Shoah: “Vite spezzate. 80° Leggi razziali”, a cura di sara Berger e Marcello Pezzetti, Gangemi Editore International  pp. 240, formato  17 x 24; dal Catalogo sono tratte le notizie e le citazioni del testo. Cfr. i nostri articoli: per le altre mostre sul tema, in questo sito, “Ebrei romani, 70 anni dopo l’ ‘infamia tedesca’”  24 novembre 2013, e “Roma, la liberazione del 1944 dopo 70 anni”   5 giugno 2014; in www.visualia.it , “Roma. I ghetti nazisti, fotografie shock  al Vittoriano”  27 gennaio 2014, “Roma. Ombre di guerra all’Ara Pacis”  2 febbraio 2012; “Roma. In mostra le fotografie dello sbarco di Anzio”, 22 giugno 2014″  21 gennaio 2012in “cultura.inabruzzo.it”  “Auschwitz-Birkenau, ‘la morte dell’uomo’”  27 gennaio 2010, e “Scatti di guerra alle Scuderie”  8 agosto 2009.  (gli ultimi due siti non sono più raggiungibili, gli articoli saranno trasteriti su altro sito, verranno comunque forniti a richiesta).

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla presentzione delle due mostre, al Museo della Shoah e al Vittoriano, si ringraziano le direzioni delle due sedi espositive, con i titolari dei diritti,  per l’opportunità offerta. In apertura, la Locandina della mostra al Museo della Shoah, seguono 10 immagini  della documentazione esposta e commentata nel testo; poi la Locandina della mostra al Vittoriano, seguono 7 immagini della documentazione esposta e commentata nel testo; infine, in chiusura, due immagini di vetrine della mostra al Museo della Shoah.