Pubblicato in cultura.inabruzzo.it il 12 ottobre 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data, con l’inserimento di altre immagini sul tema, essndo saltate quelle riprese in mostra paassando da un sito all’altro
di Romano Maria Levante
Capita di rado ma delle volte succede e allora è bello raccontarlo. Il Festival della letteratura di viaggio ci ha portati alla Biblioteca Marconi, una delle cinquanta biblioteche di quartiere che sono a Roma, e non molti conoscono, c’è una bella mappa, i punti rossi che le identificano sembrano altrettanti fari di cultura. Ci aspettavamo un’esposizione di fotografie ma non molto di più, comunque ci siamo andati, il tema “Ellis Island. Italiani d’America”, in mostra fino al 17 ottobre 2009, non ci lasciava indifferenti per motivi anche personali, nostro nonno materno vi approdò dopo un viaggio sulla nave “Sicilian Prince” nel giugno 1906.

La Biblioteca Marconi in “Ottobre piovono libri”
Sentirsi calati nell’atmosfera di allora questo non ce lo aspettavamo. Compiono il miracolo i libri sull’emigrazione, esposti nelle vetrine, i film presentati in una densa programmazione. “Nuovomondo” e “Sacco e Vanzetti”, “Good morning Babilonia” e “Fa la cosa giusta”, “Stregata dalla luna” e “La rosa tatuata”. E soprattutto la lettura teatrale di un raffinato interprete e autore che ha messo su con pochi mezzi un suggestivo spettacolo multimediale, interessante e profondo sul piano culturale. Non c’era modo migliore per celebrare “ottobre piovono libri”, la manifestazione che mobilita le forze della cultura di tutt’Italia intorno alla lettura utilizzando anche altre forme d’arte, convergenti alla fine sul libro. Oltre alle iniziative della mostra l’“ottobre” della “Marconi” comprende quattro film sui “sentieri della serenità”, una tavola rotonda sull’italiano per gli stranieri, fino a laboratori per bambini, ragazzi e adulti e mostre di “Futurismo cubo futurismo”. Un pieno di cultura popolare per tutti.
E i libri sono stati protagonisti della lettura teatrale, come lo sono stati della mostra, libri da ascoltare nella lettura ispirata i primi, da conoscere per poi leggerli i secondi. Perché nei volumi sull’emigrazione esposti c’era una allettante targhetta: “Il libro può essere preso in prestito in questa biblioteca dopo il 29/10/2009”. Ed è tale la forza attrattiva dell’insieme che sembra frustrante questa attesa di tre settimane. Ma nel mese di ottobre i libri si “raccolgono” con l’ombrello aperto del logo, e un modo per raccoglierli è conoscerli da vicino; semmai se ne guarda uno, come fa l’omino che tiene su l’ombrello, poi verrà il turno degli altri.

La Biblioteca Marconi li offre esplicitamente: tra l’altro è a “scaffali aperti”, non ci sono le lungaggini del prestito al buio su catalogo, si possono “annusare” i libri esposti, come si fa nelle librerie e non è possibile nelle biblioteche, qui invece lo si fa nelle ariose sale di lettura per adulti e ragazzi; poi c’è la sala studio con cento posti, quella video e la sala multimediale con 14 postazioni internet, non manca neppure una “cafeteria” a livello dell’ingresso.
Non solo in questo ottobre “piovoso” di libri ci sono spesso presentazioni e letture, mostre e concerti, visite guidate. Segnaliamo al Direttore generale per le biblioteche del Ministero dei Beni culturali Maurizio Fallace come ci sembra siano messi in pratica i valori e gli intenti della manifestazione che presentò con passione nella bella sala di Santa Marta con Alain Elkan e Flavia Cristiano, e non possiamo non citare la responsabile della Biblioteca Marina Girardet, nella riscoperta della meritocrazia i nomi vanno fatti per un doveroso riconoscimento.

I libri sull’emigrazione in mostra
Con molta semplicità c’è un primo “step” all’ingresso, alcuni libri esposti e una densa cartella con bibliografie, illustrazione dei siti sull’emigrazione uno per uno, come dei film in programma sullo stesso tema uno per uno. Lo spirito di ricerca è subito evidente, e si forniscono anche gli strumenti. Nell’“nternet point” al piano inferiore dalle postazioni si può accedere ovviamente ai siti indicati. Tra questi siti, a quello di Ellis Island: viene fornita assistenza per ricercare un avo emigrato in modo da ricostruirne il viaggio attraverso nome e immagine della nave, scheda personale e foglio d’imbarco; quest’ultimo interessante per identificare coloro con i quali ha viaggiato, dove e da chi è stato accolto, oltre alle caratteristiche fisiche e alle condizioni personali risultanti sul foglio.
Esperienza che chi scrive ha vissuto quando trovò questi elementi sul nonno materno emigrato nel 1906, al quale ha dedicato il suo romanzo sull’emigrazione “Rolando e i suoi fratelli, l’America!”: era questo il grido del primo emigrante che avvistava dalla nave la Statua della Liberà. L’emozione ci prese nel ricevere “on line” i reperti familiari di un passato lontano, con la documentazione dell’approdo di nonno Salvatore a Ellis Island. Ma non siamo qui per i ricordi personali, guardiamo i libri esposti in questa “reception” della mostra. Ebbene, ci sono due grossi volumi di “Storia dell’emigrazione italiana”; dentro troveremo anche l’altrettanto voluminoso “L’emigrazione nella storia d’Italia” 1869-1975”. Al centro un libro di grande formato con molte immagini d’epoca: “Ellis Island. Storia, versi, immagini dello sradicamento”, sottotitolo significativo e questa frase di esordio: “Ci sono storie che curano e questa è una di quelle: curano chi le racconta, curano chi le ascolta, perché aprono il cuore”.

Le radici della mostra, Cansano sul Gran Sasso aquilano
L’autore è Nino Di Paolo, che si presenta così: “Sono nato in un piccolo paese dell’Appennino montano – Cansano – che alla fine dell’800 e nei primi decenni del secolo scorso, è stato protagonista, come molti altri, di un massiccio fenomeno migratorio. Ho respirato aria di emigrazione fin dall’infanzia”. Ci identifichiamo subito in lui, anche noi siamo nati in un piccolo paese dell’Appennino montano, soltanto nel versante opposto del Gran Sasso, Scansano è in quello aquilano, Pietracamela in quello teramano.
Evidente che l’interesse cresce, è lui l’abruzzese ideatore e molto materiale viene dal Museo dell’Emigrazione di Cansano, è bene far sapere anche questo, c’è un luogo benemerito della memoria che dovrebbe essere preso da esempio anche a livello regionale, lo diciamo sommessamente, ma non troppo, all’assessore Di Dalmazio. Non è che altrove sia stata dimenticata l’emigrazione, sarebbe impossibile, e poi è uno dei tanti aspetti del passato che vengono finalmente “sdoganati”.

A Pietracamela si pensa di fare un monumento all’emigrante all’ingresso del paese, ma il bozzetto preliminare suscita perplessità in quanto lo raffigura alla partenza, la valigia di fibra legata con lo spago, il capo affondato tra le spalle, una figura dimessa quasi schiacciata dalla miseria; meglio una figura che sprigioni l’energia e i valori, la fierezza e il coraggio di un’epopea che ci ha visti protagonisti dopo l’umile avvio.
Torniamo a Di Paolo, una brillante carriera nella Guardia di Finanza, fino a Generale di Corpo d’Armata: “Perché dovrei vergognarmi di apprendere che i miei nonni, e molti dei miei lontani parenti furono emigranti, che speravano in un riscatto sociale nelle miniere del Colorado o nelle lontane praterie dell’Australia? Di qui la ricerca. Come lui gran parte degli abruzzesi, sopratutto quelli dei paesi di montagna”.

Abbiamo citato il ricordo personale, per noi come per Di Paolo e tanti abruzzesi l’emigrazione è stata a lungo coperta da una sorta di velo, mentre deve essere esibita con orgoglio. Come lascia capire lui stesso quasi rispondendo alla domanda che ha posto: “Capire perché se ne andarono, a quali condizioni di vita vollero fuggire, come se ne andarono, e a quali umiliazioni devastanti dovettero piegarsi, può essere uno sforzo utile che aiuta a capire il mio presente”. C’è un’espressione di James Ellroy in apertura del libro, un sigillo alle “umiliazioni devastanti” che hanno dato a Ellis Island l’appellativo di “isola delle lacrime”: “L’America non è stata mai innocente”. Ne vedremo alcune di queste umiliazioni, illustrate e raccontate nella mostra.

La lettura teatrale di Riccardo Bàrbera
Per le condizioni di partenza c’è la lettura teatrale di Riccardo Bàrbera, attore e autore radiofonico e televisivo, doppiatore e promotore di spettacoli, un’esperienza con il “Living Theatre”, un lungo sodalizio con Giuliano Vasilicò; non poteva che essere un interprete di qualità. Comincia con l’Italia di Pascoli, ma noi saltiamo subito alle condizioni di vita di metà ottocento-prima parte del novecento nella lettura che fa di Giannantonio Stella dal libro “Odissee”: la miseria estrema, le abitazioni malsane e degradate, per usare degli eufemismi, l’analfabetismo dei due terzi della popolazione, addirittura il 90% al sud. E Silone in “Fontamara” che parlava di “Dio padrone del cielo, il principe Torlonia padrone della terra, poi nulla… e dopo vengono i cafoni”.
Il viaggio, ecco De Amicis “Sull’Oceano”, Sciascia in “Il lungo viaggio” e Baricco con “Novecento”, Bàrbera è particolarmente ispirato nella lettura del momento dell’arrivo, tradotto poi da Tornatore nella “Leggenda del pianista sull’oceano”, e quando leva in alto il grido “L’America!” non sa di scavare nel cuore di chi scrive, quell’immagine ha ispirato titolo e copertina del proprio romanzo che nasce da una storia vera. Perciò abbiamo detto all’inizio che è raro che capiti quanto è accaduto a noi, e quando succede non si può tacere, anche se si entra troppo nel personale.

E poi testimonianze accorate di emigrati, e le parole inequivocabili di un medico di bordo, ci hanno ricordato quelle del medico provinciale del porto di Napoli, Giardina che nel 1906 – data per noi particolarmente significativa, come abbiamo confidato sopra – descriveva i criteri discriminatori e odiosi di considerare non soltanto la malattia ma anche la miseria come causa di interdizione; è stato letto anche un brano letterario che dà la descrizione agrodolce dei dieci dollari nascosti nelle mutande, prima negati per pudore, poi rivelati e recuperati per necessità in un imbarazzo in bilico tra comicità e tragedia.
Quindi un brano di Melania Mazzucca in “Vita” parla della “fabbrica per gli americani” che è stata l’emigrazione, fino al discorso della “nuova frontiera” di John Kennedy sulle motivazioni tutte personali alla base dell’emigrazione, ma riassunte nella ricerca della libertà dalle persecuzioni politiche o religiose e dalla miseria per raggiungere la felicità.

“Sentire”, e non solo ascoltare queste nobili letture mentre sullo schermo scorrono le immagini di miseria e di tribolazioni, con la Via crucis del viaggio, dell’approdo e poi della vita spesso di stenti nel nuovo mondo è stato emozionante; l’accorta regia ha fatto anche sfilare Petrosino e Frank Capra, Joe di Maggio e al culmine Fiorello la Guardia sul quale avevamo già notato il grosso libro di Jeffers con il sottotitolo “L’imperatore” , insieme a “Emigrati vittoriosi” di Rolle. La mente è tornata agli altri libri esposti nelle vetrine, “Il grande esodo” di Ludovico Incisa di Camerana e “Gli italiani fuori d’Italia” della Fondazione Brodolini, che danno la misura dell’imponenza del fenomeno migratorio, mentre la “Storia e letteratura degli italiani in America” dà la misura del valore anche culturale espresso dagli emigrati. Ribadito dai libri di John Fante, da “L’anno terribile” alla saga dei “Bandini”, a sé e riuniti in raccolta.
La mostra fotografica
Calati così nell’atmosfera, diremmo nella temperie di allora, circonfusi di immagini, di parole e musica, possiamo guardare con occhi diversi le gigantografie dell’esposizione fotografica, i momenti di una storia che abbiamo sentito dipanarsi nella sacra rappresentazione di Bàrbera, una vera funzione religiosa di cui l’artista è stato l’ispirato celebrante. D’altra parte, D’Annunzio parlava di “religio” come legame, nel senso di radici.
Sono gigantografie che tappezzano le pareti della sala in una sequenza delle diverse situazioni: “partenza”, “arrivo” e “vivere in America”.

Sono state vissute da una parte rilevante dei ventidue milioni di emigrati italiani in un secolo, un flusso che verso gli Stati Uniti è iniziato nel 1884, alla fine della grave crisi con l’apertura del centro di controllo di Ellis Island. Pensare che fino al ‘900, quasi la metà del flusso migratorio veniva da tre regioni del Nord, Friuli, Veneto e Piemonte; ma già nel primo quindicennio del ‘900 dal Sud partiva la maggioranza, un quarto del totale dalle sole Sicilia e Calabria. Un grande pannello costellato di visi reca la scritta:
“Più di cento milioni di americani possono far risalire le loro origini a un uomo, una donna, o un bambino che passarono di lì”. E fa venire i brividi ripensare al suggestivo finale di “Schindler’s list”, e provare a immaginare l’infinita teoria che formerebbero se ognuno di loro portasse una pietra al sacrario dell’emigrazione che si trova a Ellis Island. Non ci saremmo aspettati di trovare come apertura della galleria di rievocazioni la nave che sbarcò a Bari diecimila albanesi nell’agosto 1991 e diede il via al “boat people”con meta l’Italia: è tappezzata di figure umane abbarbicate dovunque. Cinque immagini dell’oggi che però ricordano i nostri emigrati ammassati, anche se sul ponte e non arrampicati, nella nave “Patricia”.

Le differenze sono tante, gli albanesi di Bari erano clandestini, i nostri non lo erano, a parte i protagonisti di un racconto di Sciascia, se non ricordiamo male, di cui sono stati dati dei passaggi nella lettura teatrale, che venivano sbarcati di soppiatto, in ora e luogo indefiniti per eludere la sorveglianza della guardia costiera, ma “vicino a New York”.
Tuttavia i Centri temporanei attuali non dovrebbero essere molto diversi da quello di Ellis Island, al quale sono dedicate immagini evocative di un’atmosfera. Nella partenza si trova anche un ballo sulla “Patricia”, seguito da un’immagine di solitudine con la vecchia che aspetta circondata dalle valigie. E poi altre immagini di gente in attesa, con l’abbigliamento dei primi del novecento, spiccano i cappelli degli uomini e delle donne giovani, i fazzoletti sulla testa delle donne anziane, sono abiti molto dignitosi, certo rientravano nell’esigenza di non sembrare poveri.

E c’è una bella figura di donna dal volto fiero, autentico simbolo di antica dignità. All’arrivo i ricchi, in realtà pochissimi, venivano controllati nelle cabine, la lettura teatrale cita un viaggio con 763 passeggeri di cui solo 5 in prima classe; l’ispezione degli emigranti in terza classe aveva diverse fasi descritte nelle immagini. La fase preliminare selezionava coloro che davano segni di malattie, ai quali veniva fatto sulla schiena un segno di gesso con le iniziali della patologia rilevata o sospettata; per i problemi mentali c’era il test psicologico cui dal 1913 seguì il test psico-attitudinale
Anche dopo il controllo, chi veniva sorpreso a salire con difficoltà la scala per il primo piano veniva segnalato. Ci sono immagini eloquenti della visita medica a ragazzini attoniti e smarriti, come ad adulti a schiena nuda. La “detention card” era la scheda che contrassegnava quelli in attesa degli accertamenti definitivi. I respinti venivano reimbarcati sulla stessa nave, che in base alla legge americana aveva l’obbligo di riportarli al porto di partenza.

Si segnala che i respingimenti, per così dire, riguardavano soltanto il 2%, ma bisogna considerare che, come ha testimoniato il medico del porto di Napoli, severi controlli sanitari con analoghi criteri venivano fatti nel porto di partenza, e non venivano disattesi dai sanitari italiani i giudizi di quelli americani perché ugualmente li avrebbero bloccati all’arrivo con danni peggiori dopo un viaggio inutile.
Ci sono fotografie dello sbarco, con la scheda appuntata al petto, sul traghetto verso Ellis Island, poi in gruppi di trenta persone pronti per il controllo. Un bellissimo controluce con le “siluette” di padre, madre e figlio che guardano in lontananza emergere dal mare la Statua della Libertà, veramente simbolico. Perché nella fase eroica che vediamo raffigurata spiccavano le intere famiglie, con diversi figli piccoli, la decisione del trasferimento nel nuovo mondo era definitiva.

All’immagine impressionante del dormitorio di Ellis Island, con gli emigranti su una lunghissima teoria di brande su due livelli, segue quella altrettanto eloquente della teoria di recinti con trenta persone ciascuno recanti la scheda sul petto, più simile a una fiera ovina o bovina, e finalmente la serenità sui visi liberati dal “labirinto ispettivo” con la scheda appuntata al petto su cui è stato scritto “welcome to America”. Molte le donne, nel 1892-90 erano il 20% degli emigranti, percentuale salita al 30% nel 1913-20 fino al 40% nel 1923-40. Quelle che giungevano sole o con bambini venivano trattenute finché potevano sbarcare “nella sicurezza” se scortate da un parente, non venivano ammessi altri.
La galleria prosegue con “Vivere in America”. Le loro condizioni di vita, pur se sostenute dalla speranza, inizialmente erano precarie, anche perché le retribuzioni erano molto inferiori a quelle dei “white” e dei “colored”: rispetto alla paga di 1,30-1,50 dollari dei primi e 1,25-1,40 dei secondi, agli “italians” ne spettavano solo 1,15-1,25; tra di loro nel foglio di imbarco erano identificati i meridionali con la provenienza “south of Italy”, l’unica tra le tante nazioni di origine che avesse questa ripartizione; e questa provenienza era indicata anche nel foglio di imbarco di nonno Salvatore, in viaggio con due paesani. Ai contadini e braccianti veniva dato il passaporto rosso per essere subito identificati. Così gran parte degli italiani, la categoria inferiore.

Il lavoro femminile a domicilio aiutava le famiglie, e spesso anche quello degli adolescenti: nel tessile e abbigliamento le donne italiane rappresentavano a New York il 98% del lavoro a domicilio all’inizio del ‘900. Ci sono fotografie del 1907 prese nei “negozi del sudore”, che facevano sorgere problemi con gli americani i quali vedevano questo “esercito del lavoro di riserva” offrire prestazioni sottopagate comprimendo i livelli salariali; la foto della famiglia al povero tavolo della cucina, con la madre, cinque figli da 8 ad 11 anni e un piccolo in braccio al padre, esprime una situazione evidente, l’alto numero di bambini e ragazzi.
Ed ecco le immagini dell’“escalation” nel nuovo mondo: il lavoro per la ferrovia, un’immagine squallida di fatica e desolazione come quelle degli schiavi in tanti film; poi i lavoratori delle “fabbriche del ghiaccio” con le braccia conserte, l’espressione decisa fieri della condizione acquisita; quindi la famiglia lucana con orgoglio schierata dinanzi al negozio aperto, infine le “spose americane”, un’immagine di matrimonio plurimo con gli sposi schierati: ripensiamo alla bella immagine della “promessa sposa”, che ricorda l’arrivo di una nave con mille donne sole, fece epoca.

La conclusione della mostra
“Molti emigrati soccombettero, molti delusi rientrarono, i più tennero duro e lentamente rimescolati in quel crogiuolo di razze divennero protagonisti di una nuova storia economica e sociale”, con queste parole si conclude “vivere in America” e l’intera mostra su “Ellis Island”. Ma l’immagine finale è quella di Sacco e Vanzetti, nel cui ricordo Bàrbera ha concluso la sua lettura teatrale unendosi al pubblico in un commosso applauso.
Non c’è stata soltanto questa simultanea celebrazione, tra i film che completano l’apparato multimediale è compreso “Sacco e Vanzetti”. E’ bene ricordarli, pur nel riconoscimento dei grandi meriti dell’America con il “crogiuolo di razze”, nel ricevere tanti italiani pur dopo le “forche caudine” di Ellis Island. Ha ragione James Ellroy, “L’America non è stata mai innocente”. Ma la Statua della Libertà resta un simbolo universale.

Photo (Aggiornamento)
Le immagini riprese da Romano Maria Levante nella mostra, sono “saltate” nel passaggio dal sito originario a quello attuale. Pertanto sono state sostituite da altre 19 immagini inserite nella sequenza di viaggio, arrivo a Ellis Island, affollamento e controllo fino all’ammissione, con l’immagine di apertura sul momento in cui dal piroscafo si vede l’agognata Statua della Libertà, e il primo a scogerla gridava entisiasta “L’America!”. Le 3 immagini – dopo la !° dell’arrivo alla meta tanto sognata – evocano il viaggio sui…bastimenti; seguono 9 immagini, dopo il grande edificio che li attende, visto ancora dalla nave, l’allineamento e i primi controlli, il vastissimo, stermiunato salone con tanti recinti e la bandiera americana in alto, poi gli sportelli per la prenotazione, nuovi controlli, 2 immagini sul pasto collettivo in un grande affollamento, alternate da 2 immagini di visite mediche, a bambini e a donne. Termina la temuta verifica medica, dal cui esito dipendeva l’accettazione, e troppo spesso il doloroso rimpatrio non sempre per motivi fondati; a questo punto, con le etichette sul petto, gli emigrati che hanno superato la .. prova, entrano finalmente nelle terra promessa, nelle 3 immagini successive. Le 2 immagini finali, uniche a colori, riportano all’attualità, con un’mmagine delle mostra che evoca i pesanti bagagli, e l’ultima, con la facciata dell’edificio di Elis Islad oggi, trasformato in Museo dell’Emigrazione. Le immagini citate sono inserite a mero scopo llustrativo, senza alcun intento economico, sono tratte dei siti di dominio pubblico indicati nell’ordine dell’inserimento nel testo, ringraziando i titolari e restando pronti ad eliminare quelle la cui pubblicazione non risultasse gradita, su semplice segnalazione nello spazio dei Commenti qui in fondo. Ecco i siti: ; di nuovo grazie a tutti.

3 Comments
- Romano Maria Levante
Postato novembre 11, 2009 alle 4:16 PM
A Riccardo Bàrbera e alla sua associazione, che ringrazio per il generoso apprezzamento, rinnovo i complimenti per l’impegno culturale e i risultati, lo spettacolo alla Biblioteca Marconi è stato esemplare. e coinvolgente. Che dire al caro amico Renato? Ho letto qui per la prima volta la sua toccante storia familiare, la ignoravo pur conoscendolo da quasi sessant’anni. Merito della nostra rivista aprire la memoria e far esprimere sentimenti che erano racchiusi dentro di noi; tanto più grande se sono intensi come quelli di Renato. Tanti potrebbero farlo, la sua storia è la storia della gente d’Abruzzo, delle sue radici e dei suoi valori. Lo seguo nell’”outing” ricambiandone la confidenza con altrettanta intensità. Negli stessi anni, anche mio nonno materno Salvatore Paglialonga emigrò negli Usa, si era nel giugno 1906, mia madre è nata a ottobre, il padre non poté attendere la nascita della figlia. Breve ritorno a Pietracamela nel 1918 per la morte di mia nonna, uccisa dalla “spagnola”, tornò subito in America affidando le tre figlie più piccole alla maggiore. Sacrifici e sofferenze fanno le identità ancorate ai valori. Dobbiamo esserne fieri e orgogliosi, la toccante confidenza di Renato è esemplare, tanto più venendo da una persona razionale e dalla tempra manageriale, non facile a commuoversi. Mi piace pensare che abbia ripercorso con la mente e con il cuore le immagini di Ellis Island nel resoconto della rivista, con lo spirito con cui si conclude “Nuovo Cinema Paradiso”: il ritorno alle sue radici del personaggio che si è fatto strada e può finalmente abbandonarsi alla commozione.
Romano Maria Levante
- Palumbi Renato
Postato novembre 7, 2009 alle 8:07 PM
Caro Romano, con vera commozione ho letto il tuo articolo. Mio padre, fabbro, emigrò in America all’età di 14 anni (era nato a Tossicia nel 1891). Attraverso il sito di Ellis Island.org sono venuto in possesso della foto della nave partita da Napoli, di copia del biglietto nonché di copia del manifesto d’invito esposto nell’albo pretorio del Comune. Ti voglio portare la mia testimonianza. Mio padre non soccombette né divenne ricco ma, schiacciato dalla lontananza dalla famiglia, divenne alcolista. Dopo, quando tornò in Italia, gli affetti lo recuperarono alla vita piena. Mi piace pensare che tra i drammi vissuti dagli emigrati venga ricordato anche l’alcolismo non come segno di sconfitta ma come male di cui molti restarono vittima. Questa tragedia di mio padre mi ha insegnato ad essere solidale con gli immigrati ed a disprezzare i leghisti di memoria corta. errepi
- gigliola porzi
Postato ottobre 21, 2009 alle 8:19 PM
A nome dell’Associazione Scripta Volant e di mio marito Riccardo Bàrbera ringrazio di cuore il dott. Levante per la bella recensione del nostro lavoro. E complimenti vivissimi per lo splendido e documentato articolo.

