Gianni Berengo Gardin, un libro di “Inediti (o quasi)”, e una mostra sul sisma in Abruzzo

Postato da fotografia.guidaconsumatore 1° ottobre 2012 20.00

di Romano Maria Levante

Eo stato presentato il 14 maggio 2012 a Venezia, Cannaregio, all’Ikona Gallery, il libro fotografico di Gianni Berengo Gardin, “Inediti (o quasi)”, 2012, ed. “Contrasto”: uno spaccato significativo dei soggetti e dello stile di colui che Italo Zannier, nella “Storia della fotografia italiana”, ha definito “il fotografo più ragguardevole del dopoguerra”. Nella presentazione l’autore ha dialogato con Zannier. Premiato nel 1963 dal “World Press Photo”, altri premi nel 1981 e 1990, 1995 e 1998, 2005 e 2007, fino al “Lucie Awards” nel 2008. Duecento mostre personali in Italia e all’estero.

Gianni Berengo Gardin davanti a una sua fotografia

E’ un libro da “leggere” fino in fondo, non ci sono solo circa 100 grandi fotografie e molte altre piccole da “guardare”. I motivi per leggere sono nel rimbrotto che Ugo Mulas rivolse al giovane Berengo Gardin il quale, ancora alle prime armi, nell’ammirare le sue foto dinanzi ad ognuna esclamava: “Bellissima! Bellissima!”: “Devi dire che è una buona fotografia, non una bella fotografia. C’è una differenza enorme. Le belle fotografie sono esteticamente magnifiche ma non dicono niente. Mentre una buona fotografia ha contenuti eccezionali e in questo sta il suo valore”.  Sono parole del fotografo-artista Mulas, di cui a metà 2011 abbiamo visto le foto esposte nella mostra della Fondazione Roma a Palazzo Cipolla,“Gli irripetibili anni ’60”; ce n’erano alcune di Man Ray, il celebre fotografo-pittore del dadaismo che Mulas fece conoscere a Berengo Gardin il quale scrive: “Trovarmi al cospetto di questi giganti era come toccare il cielo con un dito”.

L’Album personale con gli amici, il gotha della fotografia

Queste citazioni le prendiamo dalla parte scritta al termine del volume, l’“Album fotografico di una famiglia allargata”. Immagini di vita insieme agli amici più stretti, commentate da un testo agile come un diario, in cui l’artista racconta aprendosi a confidenze intime e sentimenti sinceri. E scusandosi di non avere scatti con tutti i fotografi della sua “grande famiglia”, cita i nomi di altri 25: “Potrà sembrare strano, ma i miei amici sono quasi tutti fotografi. E quando lo sono, sono pure bravi fotografi”. Circa 30 le foto del formato “6 per 9” di un tempo passato che suscitano tenerezza al solo guardarle, in questo più che “belle” sono “buone” fotografie nell’accezione di Mulas. Il loro contenuto è eccezionale, una carrellata in un ambiente stimolante con straordinari protagonisti.

“Venezia 1960

Si inizia da lontano, a Sesto San Giovanni, con Roméo Martinez, Cesare Colombo, Tranquillo Casiraghi, del primo dice “devo tutto a lui”; e con Ugo Mulas e Man Ray a Venezia, dove gestiva il negozio di specialità veneziane impiantato dal nonno. Il tempo passa, eccolo con Mario Soldati e Giorgio Bassani alla presentazione del primo libro, a differenza delle foto iniziali la barba gli incornicia il volto, la manterrà sempre. Con la moglie Caterina a Venezia e in picnic in Toscana, sullo sfondo l’auto MG rossa, motivo ricorrente. Insieme a lui i cari fotografi, “amici fraterni, quelli della prima ora”: Mario de Biasi, Bepi Merisio, Fulvio Roiter. Poi Italo Zannier – che ha assistito Vittorio Sgarbi nella parte fotografica del “Padiglione Italia” del 2011- e Mario Giacomelli, di cui scrive: “E’stato un grandissimo amico. Era già famoso quando ci siamo conosciuti, mi lusingava dicendo che i migliori fotografi italiani per lui eravamo Scianna e io; mi telefonava spesso per chiedere informazioni, parlare di fotografia, o anche solo per farmi gli auguri”.

In questo “amarcord” c’è anche Cornel Capa, il fratello del celebre Robert, consigliò a lui ventitreenne tramite lo zio dei libri dai quali, racconta, “ho compreso che la fotografia era altra cosa di quel che credevo. Capa mi ha aperto orizzonti incredibili!”. La carrellata con le celebrità del mondo fotografico e non solo si fa incalzante: eccolo con Guy Le Querrec e William Klein, poi con Ferdinando Scianna, Mario Dondero e Josef Koudelka, quindi anche con altri amici e il suo attuale stampatore Tony De Stefanis; fino al gruppo “Semel” ripreso al completo, con Gianni Giansanti e Romano Cagnoni, Francesco Cito e Ferdinando Scianna, Roberto Koch e lui stesso.

Venezia, Le grandi navi, 1

Vediamo alcuni grandi colleghi guardare le sue fotografie, tra loro Leonard Freed e Bruno Barbey, Sebastiao Salgado ed Elliot Erwitt. Con Salgado “ancora adesso ci sentiamo spesso” e con Erwittt “siamo ancora oggi molto intimi, lui ha ritirato per me il premio del Lucie Awards”. Prima del 2008 lo avevano avuto Klein e lo stesso Erwitt, Parks e Ronis fino ad Henry Cartier Bresson che gli fu presentato da Scianna: del grande fotografo francese riporta la dedica autografa al libro di Bresson sul Messico: “A Barengo avec l’amitie et l’admiration d’Henry”, “parole bellissime che per me rappresentano il più grande riconoscimento ricevuto in tutta la mia vita”.

Seguono altre fotografie con i grandi fotografi ora citati, e con un gruppo di zingari, sui quali ha fatto due libri fotografici: “Devo dire che li amo molto”, scrive, e lo mostra la sua espressione beata in mezzo a loro nella foto scattata a Palermo. Lo vediamo nella sala della Fondazione intitolata a Cartier Bresson a Parigi con “la scelta di HCB”, le foto da lui ritenute più importanti: “Tra le foto in mostra c’era anche il mio vaporetto. Sono stato davvero felice di essere tra i suoi preferiti”. E’ un’altra spontanea manifestazione di orgoglio, come per la laurea “honoris causa” all’Università di Milano in “Storia e critica dell’Arte” nel 2009, la ricorda così: “Era dal 1940 che l’Università Statale non attribuiva lauree ad honorem; l’ultimo era stato addirittura Montale”. Poi la modestia prevale: “Certo, ora potrei farmi chiamare dottore, ma non è proprio il mio stile”.

Venezia, Le grandi navi, 2

Il suo stile tra la dimensione narrativa e l’“illuminazione miracolosa”

Lo stile è del grande fotografo che resta legato alla fotografia più genuina, tanto da riportare nel suo “Album” la scritta“’Vera fotografia’ Non corretta. Modificata, o inventata al computer” con le parole: “Questo timbro per me è importantissimo. Non ho nulla contro il digitale, ma detesto l’utilizzo del photoshop, che può alterare le immagini” E ancora: “Mentre io ci tengo a fare sapere che le mie immagini sono ‘vere fotografie’, nascono tutte ai sali d’argento e non sono state modificate”. Dopo questa affermazione l’“amarcord” si conclude con due foto-simbolo, in entrambe è seduto, nella prima in maglione con nelle mani la statuetta del Lucie Award; nella seconda in casacca ha sulla testa un pappagallo, è stata scattata da Elliott Erwitt: “Elliott ha colto al volo il pappagallo che si era poggiato sulla mia testa. Una foto incredibile. Un attimo perfetto”.

A questa espressione ci colleghiamo ricordando la sua tesi opposta, allorché rivendicava un ruolo narrativo alle fotografie piuttosto che “una concezione ‘eroica’ dell’immagine, definitivamente risolta in se stessa”, come ricorda nella bella introduzione al libro intitolata “Ogni dieci anni” Ferdinando Scianna, che abbiamo visto fotografato più volte nell’“Album della famiglia allargata”: una parte questa tutta da “leggere”, come la breve quanto densa prefazione di Cesare Zavattini che trova nel suo stile istintivo “parole improvvise”, “sorrisi ispirati”, “dialoghi ironici”. Ma il sottolineare l’“attimo perfetto” di tipo bressoniano non è stata una voce dal sen fuggita in contrasto con le sue convinzioni profonde; sempre secondo Scianna, “è sufficiente guardare le sue immagini per vedere quanto di quella cultura dell’istante decisivo, in cui l’occhio, la mente e il cuore si pongono sulla stessa linea di mira, sia stato da lui profondamente introiettato e digerito”.

Venezia, Le grandi navi, 3

Così vengono conciliate due visioni apparentemente antitetiche compresenti nelle sue immagini: “In Berengo Gardin la ricerca della dimensione narrativa, la preoccupazione sociale e sociologica, l’ambizione storica non hanno mai significato che lui non avesse viva consapevolezza che uno dei vertici della pratica fotografica risiede nell’illuminazione miracolosa, attraverso la forma di un istante, del senso conoscitivo e affettivo dei fatti della vita, del senso umano della realtà”.

I motivi della sua arte fotografica in circa 100 grandi immagini e non solo

Andiamo a ricercare questi motivi nelle 100 grandi fotografie in un suggestivo bianco e nero a piena pagina o in due pagine del libro di grande formato; e nel caleidoscopio di un centinaio di piccole riproduzioni, formato “6 x 4”, collocate nei risguardi del volume impeccabilmente edito da “Contrasto”. Un’idea brillante e non solo un’indovinata soluzione editoriale perché dà una visione d’insieme di 100 fotografie diverse, tranne una, da quelle riportate in grande formato nel volume.

Venezia

Vediamo “la preoccupazione sociale e sociologica” nella piccola foto sul risguardo delle mondine dinanzi al cartello “Società operaia di mutuo soccorso, Vc”, e nell’agghiacciante foto di denuncia riprodotta su due pagine nel volume “Ex mondine nel vecchio dormitorio Livorno-Ferraris, Vercelli”, è del 2011 e potrebbero essere le stesse mondine con le lunghe calze nere alla Silvana Mangano in “Riso amaro” della foto d’epoca, ora invecchiate; e nella piccola foto con cartelli quali “No alla cultura dei padroni”. E poi immagini collettive, dal Carnevale al 25 aprile, dalla Festa di matrimonio degli zingari alla Processione, con risalto alla festa e a presenze significative come le belle ragazze incappucciate e i portatori della statua del santo ripresi in ”Trapani, 2008”.

I piccoli gruppi senza volti sono un tema ricorrente, così nei risguardi i 4 soldati a passeggio ripresi di schiena e i 5 pantaloni visti dalla cintola in giù, cui fanno da contraltare le belle gambe nude delle quattro ragazze con zainetti; e, nelle foto grandi, le 7 paia di gambe e un bel volto di Miss a Salsomaggiore nel 2005, con un’altra immagine della folla di “paparazzi” assiepati dinanzi alla Miss Italia. Poi“Dolomiti, 2010”, picnic di gruppo con il maestoso monte sullo sfondo, e auto per la demolizione al posto delle persone in “Omaggio a Walker Evans, Sicilia, 1979”. C’è equilibrio tra la fresca vitalità dei giovani e la dignitosa serenità degli anziani, tra le persone e l’ambiente.

Venezia

Nelle foto grandi due immagini colpiscono in modo particolare. In “Roma, 1993” uomini a cavallo in divisa da cavallerizzi, stivali, giacca e cappello neri, pantaloni chiari, su un terreno sabbioso con pini sullo sfondo; forse il litorale romano in una inquadratura da “In nome della legge”. Segue “Venezia, 1958”, su due pagine, che Scianna considera – con la foto di copertina, due giovani di spalle su una decappottabile in riva al mare – tra le “immagini di straordinaria ricchezza formale, di perentoria forza espressiva, immagini che si impongono con il tono definitivo dei classici”,.

La descrive così: “Quella miracolosa dei ragazzi che giocano al pallone, con un prete in mezzo a una sinfonica struttura formale in cui ogni omino dislocato nello spazio sembra la nota di una composizione musicale dalla quale lo spirito dell’Italia di quegli anni viene fuori con una fragranza rara”. La stessa Italia di foto “politiche” come “Lucania, 1966”, Basilicata, 1966” e “Portella della Ginestra, 2006”; e di foto “familiari” come le ragazzine negli scatti di “Venezia, 1958”.

Camogli

A Venezia troviamo soprattutto i grandi spazi di Piazza San Marco, anche allagata, con panoramiche nel 1959-60 quasi da visione metafisica che hanno al centro la figura umana , minuscola come dimensione, ma “misura” delle cose. Scianna scrive “come la sua spazialità presupponga sempre l’uomo come centro, per apparentemente piccola che sia la sua presenza”. Si vede in “ Bari, 2008”, una doppia pagina con la vasta rotonda sul mare e poche figure minuscole ad animarla, “Castelsardo, 1997” e “Trieste, 1984”, “Siena, 1966” e “Bollate, 2006”, tutte immagini calligrafiche sempre con le note sul pentagramma di cui parlava Scianna che aggiunge: “Gli omini di Gianni giganteggiano nello spazio delle sue fotografie”. Così quelli al lavoro in “Favignana, 1979” e “Giappone, 1993”, “Maranello, 1991” e “Pistoia, 2009 ”, in quest’ultima gli “omini” sono alle prese con le grandi ruote di una imponente locomotiva . Poi i canottieri di “La Spezia, 2005”e, in “Friuli, 1965”, una donna anziana di ritorno dal bosco lungo il sentiero con le fascine sulle spalle, l’ambiente sembra abruzzese ma in tal caso le porterebbe sulla testa con il “torcinello”.

Riguardo all’umanità dell’artista vogliamo sottolineare fotografie quali “Roma, 2001” e “Sansepolcro, 2010”, immagini “rubate” ai dormienti; “Vercelli, 2003” con il pastorello solo tra pecore e cani, e “Calabria, 1968”, quattro paesani in una landa sperduta con i loro scooter, quasi inverosimili in tale ambiente, uno scooter lo ritroviamo altrettanto inatteso nell’interno di “Toscana, 2007” vicino alla donna che porta una seggiola. Fino a piccole immagini del risvolto, il cavaliere solo nel bosco e il portalettere sulla strada desolata, lo spazzino nell’immensa piazza San Marco e il ferroviere davanti alla locomotiva, il ciclista chino sul manubrio di “Lucca, 2005” una spettacolare composizione e, in piccolo, le due persone in riva al mare con bicicletta e carrozzina.

Milano

Sono sole e distanti, mentre altre coppie sono strette nell’abbraccio: in “Venezia, 1958”, incuranti della gente che passa davanti a San Marco, e soprattutto in “Lago d’Iseo, 1997”, l’abbraccio è a terra, sensuale e possessivo sulla coperta da picnic, mentre alla sinistra una donna siede con lo sguardo sull’acqua di fronte: un’immagine di solitudine unita ad una di irresistibile trasporto.

Gli inediti (o quasi)…

Troviamo l’immagine ora citata tra le piccole foto del risvolto e nella grande fotografia del volume, l’unica ad essere ripetuta. Non lo è quella di copertina, “Normandia, 1993”, che chiude il libro riportata su due pagine, nonostante nel risvolto ce ne sia una con l’inquadratura simile dell’auto in riva al mare; ma non è identica, è una berlina di vecchio tipo. Al riguardo viene in mente il titolo del volume che parla di “Inediti (o quasi)” al quale si riferiscono le parole di Scianna allorché si pone il problema della ripetizione a distanza delle immagini da parte del fotografo: da un lato “sembra contraddire il tempo”, ma dall’altro ribadisce “come autentica meditazione sull’essenza della fotografia, l’impossibilità dell’identica ripetizione di un istante nell’infinita molteplicità della vita. Se riuscisse a fare due volte nella vita la stessa identica foto, il fotografo sarebbe Dio”.

Milano

Scianna non lo auspica neppure, perché missione del fotografo – assolta da Berengo Gardin per oltre mezzo secolo – è “riconoscere, nell’infinita variazione, altri, simil-diversi istanti che tentino di cogliere un frammento significativo del mondo, e dei frammenti di risposte, mai risolutive, che il fotografo propone di dare alle domande che pone la vita””. E conclude: “Grazie al cielo, invece, ogni giorno il gioco ricomincia, il gioco non ha fine”. Un’automobile altrettanto solitaria e improbabile la ritroviamo in “Calabria, 1966”, sotto un grande albero la cui chioma occupa due pagine del volume. Ripensiamo al film “La battaglia di Alamo”, al momento molto intenso in cui John Wayne guarda ammirato il maestoso albero nel salutare la donna prima dell’ineluttabile fine.

Questa non è la fine, ma l’inizio del nuovo fecondo decennio per il poco più che ottuagenario Gianni Berengo Gardin annunciato da Scianna con le parole: “Dopo aver scritto questo testo comincerò a prendere appunti per il prossimo, che Gianni sicuramente mi chiederà di scrivere tra dieci anni. Che è una maniera di rinnovare la nostra amicizia e, per me, di allungarmi la vita”. Di buon grado ci associamo, prenderemo appunti per il futuro resoconto da fare del prossimo libro.

Roma

Nel libro non ci sono le celebri fotografie delle Grandi navi che opprimono Piazza San M;arco e altri punti incantevoli quanto fragili di Venezia con la loro irruzione ingombrante e invadente, per consentire ai croceristi di guardare dall’alto le meraviglie della laguna. Le scatterà l’anno successivo, il 2013, ne farà una denuncia che si è tradotta dopo anni nel divieto di questi approdi imbarazzanti e pericolosi. Ne diamo testimonianza con le foto che riportiamo, insieme ad altre non presenti nel libro. Con l’efficacia delle immagini ha vinto la sua battaglia! Questo nostro doveroso aggiornamento non è contenuto nell’articolo originario, per tutto il resto immutato.

L’Aquila prima e dopo di Berengo Gardin

Pochi mesi dopo il libto, al Museo di Roma in Trastevere la mostra fotografica “L’Aquila prima e dopo” di Gianni Berengo Gardin, 65 foto scattate a distanza di 16 anni esposte dal 26 settembre all’11 novembre 2012; La mostra ha aperto l’8^ edizione di “FotoLeggendo”, curata da“Officine Fotografiche” con una serie di eventi per un intero mese, in parte coincidenti con quelli del “Festival della Fotografia”, cosa che ha fatto di Roma tra settembre e ottobre una vera capitale dell’arte fotografica. Dopo i tre servizi sul Festival, parliamo di Berengo Gardin per FotoLeggendo.

Roma

Un motivo di interesse specifico oltre a quello per la maestria del fotografo è il confronto tra le immagini a “L’Aquila prima e dopo” il terremoto, negli stessi luoghi, un “come eravamo” contrapposto alle rovine attuali in un quadro di devastazione che non mostra segni di risanamento a tre anni dal sisma: le fotografie scattate dopo l’evento catastrofico sono recentissime, del 2012.

Era stato all’Aquila nel 1996 per una visita tranquilla, nelle strade e nelle piazze del centro storico, luogo di raccolta per i giovani presenti in gran numero nella città universitaria. Quando c’è tornato nei mesi scorsi è rimasto colpito dalla cappa opprimente calata sulla città: “Ciò che mi ha più impressionato è il silenzio che c’è per le strade. Non passa nessuno, non c’è nessuno”, ha detto, né bambini che giocano né gente che fa la spesa o va in ufficio, “solo quattro cani che giravano”.

L”Aquila

Ma il suo obiettivo non si è fissato direttamente sul dramma delle persone, non ci sono immagini che ne mostrano il dolore per la perdita dei propri cari né il disagio di aver dovuto lasciare le abitazioni per tanto tempo; solo addetti alla sicurezza e poche altre presenze umane. E’ la desolazione documentata senza la ricerca di effetti speciali nelle inquadrature e nell’esposizione.

Non vi sono primi piani eclatanti su sfondi evocativi, anche la dimensione degli ingrandimenti è contenuta, quasi per un senso di discrezione a parte poche immagini evidentemente prese a simbolo: una chiesa risparmiata dal sisma in un mare di macerie, una morsa di tubi d’acciaio che stringono in una fittissima maglia di contenimento un edificio pericolante, proteggono ma anche soffocano la città il cui centro storico resta imprigionato come lo sono i suoi palazzi da sbarre e impalcature.

L”Aquila

Immagini sulla distruzione dei palazzi colpiti dal sisma, sui monumenti sfregiati nei pregi artistici, sulle case dove scorreva una vita normale ora dispersa come si vede dagli interni ripresi con pudore, la chincaglieria uscita dalle credenze andata in mille pezzi è un simbolo della quotidianità violata. Fino alla terribile immagine della Casa dello studente semidistrutta, non si può non pensare alla vittime tornate nella sede universitaria per la ripresa delle lezioni; e poi l’architrave spezzata e imbragata con la scritta in tutte maiuscole “casa del Governo”, ora simbolo d’impotenza.

Ieri e oggi, prima e dopo il “diluvio”, è declinato anche in immagini eloquenti che attraverso dei protagonisti riconducono all’offesa fatta all’arte nelle opere distrutte e alla fede nelle chiese in rovina: il pittore dell’Aquila Marcello Mariani in due immagini nel suo atelier molto particolare, insediato da tempo dove prima c’era un luogo religioso che dava un senso di raccoglimento adatto all’ispirazione creativa; ora l’obiettivo lo ha colto con un senso di squallore, dopo lo scuotimento distruttivo. La stessa sensazione nelle foto di un ristorante e del giardino di un convento di suore

Un’immagine ambientale di intensa umanità

Info

Presentazione dell’autore in dialogo con Italo Zannier, lunedì 14 maggio 2012 alle ore 18 a Venezia, Cannaregio, Ikona Gallery, Campo del Ghetto Nuovo 2909, del libro di Gianni Berengo Gardin, Inediti (o quasi), Ed. Contrasto, stampato a Verona, febbraio 2012, 100 foto ca in b/n, pp. 150, formato 24×30, euro 39,00. www.contrastobooks.com. Mostra al Museo di Roma in Trastevere.

Photo (aggiornamento)

Come indicato dall’aggiornamento del testo – l’ultima frase sulle Grandi navi prima della mostra al Museo di Roma Trastevere – abbiamo aggiunto alla sola immagine sul libro dell’articolo originario – “Venezia 1960” – molte fotografie che riassumono la rappresentazione dell’Italia con la sua arte fotografica. Le immagini sono state tratte da siti di seguito indicati in ordine di inserimento nel testo, si ringraziano i titolari precisando che se la pubblicazione di qualcuna di esse non fosse loro gradita, basta indicarlo nello spazio dei commenti in fondo all’articolo e verrà subito eliminata. Ecco i siti: elle secor, libro, il fotografo, il post, dreams blog cruise magazine, medium, living corriere, pizza levante, arte, mammouth reflex, corriere, museo di roma, dinamo press, mostra, things like today. Dopo l’apertura, con Gianni Berendo Gardin davanti a una sua fotografa, segue “Venezia 1960” tratta dal libro; poi, la “sua ” Venezia, nelle 3 immagini di denuncia delle Grandi navi e in altre 2 immagini intimamente evocative; quindi, 1 immagine della altrettanto “sua” Camogli; inoltre 2 immagini di Milano, e 2 di Roma. Infine, per il terremoto dell’Aquila, 2 immagini sulla situazione rimasta a tre anni dal sisma; in chiusura, 2 immagini ambientali di intensa umanità.

Un’altra immagine ambientale di intensa umanità