L’Aquila, la Perdonanza 2021, evento di antica tradizione, ricco di valori nel segno del perdono

di Romano Maria Levante

L’”oggi” della Perdonanza è la grande manifestazione religiosa di larga presa popolare del 29 e 30 agosto 2021 che vince anche la pandemia del  Coronavirus, a stare alle numerose iniziative che fanno corona alla 727esima  edizione  del rito solenne con cui si celebra ogni anno la  “Bolla del Perdono” che papa Celestino V emise il 24 settembre 1294,  tre mesi prima di dimettersi  dall’alto soglio pontifico cui il Conclave  aveva portato in modo del tutto inatteso lui, noto come Pietro da Morrone. Ne abbiamo raccontato la storia nel “ieri” – il nostro resoconto del 2009 che riportiamo di seguito – ma vale la pena di tornarci con l’indignazione che si fa un imperdonabile torto a papa Celestino V se si dimentica il gravissimo comportamento del successore, un certo… Bonifacio VIII.

La storia, da Celstino V a Bonifacio VIII

Fu eletto papa eccezionalmente un semplice monaco, e non  un porporato,  per l’inconcludenza del Conclave aperto a Perugia – scelta dopo dissidi se tenerlo a Roma o a Rieti – alla morte  di papa Niccolò IV il 4 aprile 1292 con soli 12 cardinali, ridotti ad 11 per la morte di uno di loro nella peste che fece sospendere il Conclave, e anche alla ripresa era inconcludente.

Fino a quando addirittura irruppe nella sala dove era riunito il Sacro Collegio, con il figlio Carlo Martello, il re di Napoli Carlo d’Angiò che attendeva con impazienza il nuovo papa per vedersi avallato il Trattato in discussione con gli Aragonesi dopo che con i “vespri siciliani”  dell’11 marzo 1282 la situazione  andava stabilizzata. Fu respinta subito la sua ingerenza, però c’era stata….

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Ora il gesto pur inammissibile del sovrano rendeva più urgente, anzi indifferibile,  l’elezione ma restava insanabile il contrasto tra i sostenitori e i contrari ai Colonna. L’eremita Pietro Angelerio – detto Piero da Morrone dal monte sopra Sulmona in cui si era ritirato – interpretando il malcontento popolare profetizzò “gravi castighi” se la paralisi del Conclave fosse proseguita: allora si pensò di eleggere lui,  il monaco eremita.

L’influente cardinale Benedetto Caetani appoggiò tale soluzione, lui e la Curia pensavano che lo avrebbero manovrato come volevano data  la  totale estraneità di un eremita ai gravi problemi del governo della Chiesa.

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Fu eletto il 5 luglio, l’annuncio gli fu dato da tre ecclesistici che nell’agosto andarono a incontrarlo nel suo eremo, trovarono “un uomo vecchio, attonito ed esitante per così grande novità”, con “una rozza tonaca”, ma lui dopo una resistenza iniziale finì per accettare.

Fu incoronato il 28 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, e non si rivelò manovrabile anche perchè Carlo d’Angiò lo prese sotto la sua protezione, anche se interessata, e lui avallò subito il Trattato siciliano, lo nominò “maresciallo del Conclave” e seguì il suo consiglio di spostare la Curia a Napoli, al Castel Nuovo, con una piccola stanza per lui, dove si ritirava a meditare. Oltre alla Bolla del Perdono e al Giubileo con l’indulgenza plenaria aquilana, nominò 13 nuovi cardinali.

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Ne seguì l’isolamento che, con i… consigli interessati di Benedetto Caetani, lo portò alle dimissioni il 13 dicembre 1294 motivandole  con “l’umiltà e la debolezza del mio corpo e la malignità della Plebe [di questa città], al fine di recuperare, con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta…” .

Chissà se il cardinale Caetani, che sembra fosse decisivo nello spingerlo al gesto e di certo nel considerare ammissibili le dimissioni, non abbia pensato di poterne essere il successore – non potendolo manovrare mentre si preparava alla successione, come aveva sperato – come poi avvenne realmente?

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Lo elessero in un Conclave di soli 10 giorni col nome di Bonifacio VIII, fu incoronato a Roma.  Da qui forse nasce l’ingenerosa invettiva dantesca contro Celestino V, messo tra gli ignavi nell’Antinferno  come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, mentre non fu viltà ma coscienza dei propri limiti dopo aver voluto provare accettando la nomina e prendendo alcune  decisioni importanti.

Così torniamo alla “Bolla del Perdono” con la quale Celestino V istituì il primo vero Giubileo nella storia della Chiesa con indulgenza plenaria a tutti coloro che entrano in grazia di Dio nella basilica aquilana. Bonifacio VIII, che cancellò tutti i provvedimenti di Celestino,   non si sentì di annullarla, e sei anni dopo, nel 1300, fece un proprio Giubileo.

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Se rispettò questa sua pronuncia, non rispettò la sua persona, per usare un eufemismo, non permettendo che tornasse all’eremo – ritorno che era stato il motivo delle dimissioni – facendolo arrestare dopo che, accortosi che si tramava contro di lui, cercava di fuggire.

Ma fu preso il 16 maggio 1295 e imprigionato nella rocca di Fumone, in un castello del papa suo successore in provincia di Frosinone, e questo per il timore che i francesi ne potessero fare un “antipapa” facendogli poi riprendere il seggio pontificio. Non riuscì a sopportare un carcere duro con ante vessazioni e sofferenze, aveva più di ottant’anni e gli fu fatale.

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Sopraggiunse  la morte un anno dopo, il 18 maggio 1296, dopo uno sferzante vaticinio: “Otterrai il papato come una volpe, regnerai come un leone, morirai come un cane”. Dante aveva ragione, Bonifacio VIII aveva meritato il fuoco eterno ma forse più per questo crimine che per le malversazioni sulle indulgenze per le quali, pur in vita, è atteso all’Inferno tra i simoniaci, o per le colpe politiche di cui si parla nel Purgatorio e per quelle religiose che gli imputa San Pietro nel Paradiso.

Se Dante si fosse soffermato sulle circostanze del “gran rifiuto” di Celestino V forse le avrebbe riferite ai vili maneggi da allora del futuro Bonifacio VIII e non a una presunta “viltade” del coraggioso Pietro da Mottone.

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Rispetto a tutto questo, un’attenzione speciale andrebbe dedicata alle circostanze della morte del papa-eremita, e alla sua prigionia che fa pensare a quella di Tommaso Campanella, dalla “Città del Sole” alla fetida cella; per lui dall’eremo luminoso nei monti così amati al carcere nel buio della cupa torre.

Invece è sceso l’oblio, ma forse è meglio così, l’indignazione sarebbe troppa e non farebbe onorare a dovere la “Bolla del perdono”. E’ venerato come san Pietro Celestino, canonizzato sin dal 5 maggio 1313, si celebra il 19 maggio nel giorno della morte, è patrono di Isernia terra natale, e compatrono dell’Aquila e di Ferentino, di Urbino e del Molise.

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L’attualità, riti religiosi e festa popolare, il culmine nel Corteo

La  preparazione spirituale alla giornata dell’indulgenza plenaria avviene con  riti religiosi distinti per dare la  Perdonanza alle diverse categorie: giovani,  lavoratori, religiosi, forze armate, famiglie, malati, confraternite con la veglia dei giovani nella notte che segue l’apertura della Porta Santa.  

E’ imperniata la Perdonanza sul valore del perdono, e forse per questo di Bonifacio VIII non si parla come si dovrebbe, ma come si può perdonare una tale infamia pepetrata da un successore di San Pietro che resta un marchio indelebile anche dopo sette secoli? La celebrazione religiosa si traduce in una festa popolare, all’insegna della perfetta letizia: meditazione e ricreazione.

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Quest’anno il direttore artistico della parte musicale è stato il maestro Leonardo De Amicis, noto volto televisivo, nel Teatro del Perdono, davanti alla Basilica di Collemaggio si è avuto  il concerto di Gigi D’Alessio con Arisa e Clementino, mobilitati pure Roby Facchinetti e Irene Grandi, Orietta Berti e Renato Zero, Max Pezzali e Michele Zangrillo, Riccardo Cocciante e Simone Cristicchi con la sua canzone ispirata al 33° Canto del Paradiso: il canto con la musica è l’espressione più intensa dopo la preghiera.

Oltre a questi spettacoli musicali, e altri con l’Orchesta Casella dell’Aquila, mostre di arte contemporanea, di pittura e di fotografia, nonché di arte sacra, con i simboli rituali della processione del venerdì santo; appuntamenti culturali – L’Aquila nella cultura ha le sue radici – tra cui il Premio Rotary-Perdonanza 2921 al presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini, e la presentazione della lavorazione del merletto aquilano.

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Il “clou” è il Corteo in costume nel giorno dell’apertura della Porta Santa alla quale è dedicato,  è stato condizionato dal rischio Covid per cui i  250 figuranti  non sono sfilati ma si sono disposti distanziati ai lati di viale Collemaggio.

Però un piccolo  corteo mobile c’è stato,  quello rituale con le autorità civili (sindaco Biondi dell’Aquila, presidente del Consiglio comunale e della Provincia,  rappresentante del Governo e Prefetto) e soprattutto con tre personaggi tradizionali, impersonati rispettivamente da Marianna Capulli, Federico Santilli e Marina Ciccone:  la Dama della Bolla che ha portato l’astuccio dove da secoli è tenuta la Bolla del Perdono di Celestino V per essere esposta nella giornata di apertura della Basilica per il Giubileo.

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E insieme,  il Giovin Signore che ha recato il bastone di ulivo con cui il Cardinale Enrico Feroci ha picchiato sulla Porta Santa per farla aprire e dare avvio all’indulgenza celestiniana, che libera delle conseguenze restanti dei peccati anche se confessati, e la Dama della Croce che ha portato la croce del perdono indossata poi dal cardinale nell’apertura della Porta Santa,  opera dell’artista dell’Aquila Laura Caliendo.

L’araldo cittadino ha portato il gonfalone storico dell’Aquila e il sindaco ha letto la Bolla del Perdono all’arrivo all’interno della Basilica di Collemaggio dove è stata celebrata la Santa Messa Stazionale prima dell’apertura la sera del 29 agosto della Porta Santa, che viene chiusa il 30 agosto dopo 24 ore di afflusso di fedeli per ricevere l’indulgenza plenaria.

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Questo l’”oggi” della Perdonanza, nel “ieri” spicca la celebrazione nel pieno di un’altra emergenza, quella del terremoto  che il 6 aprile 2009 arrecò una ferita profonda, ancora lungi dall’essere del tutto rimarginata, alla città dell’Aquila.

Allora non ci fu nessuna manifestazione di contorno dell’apertura della Porta Santa dopo la rituale Santa Messa Stazionale di preparazione all’apertura nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio con l’abside scoperchiato per il crollo della copertura, seguimmo la messa  dall’esterno nello spazio antistante traformato in una platea per i fedeli, e poi sfilammo all’interno nel gesto propiziatorio dell’indulgenza.

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Nel 2009 c’eravamo, quest’anno non ci è stato possibile per un’emergenza personale, perciò rinviamo alla cronaca di 12 anni fa, pubblicata il 3 settembre 2009, per avere un’idea di “come eravamo”. Siltanto cinque mesi dopo il sisma disastroso con 300 vittine e danni inenarrabili all’intrero territorio e soprattutto al capoluogo con la gravissimi danni all’abitato, veramente devastato, in particolare agli storici antichissimi edifici del centro storico. L’immane opera di ricostuzione, ancora in atto, fa tornare L’Aquila agli antichi splendori.

E’ il nostro appassionato “ieri e oggi” dedicato a un rito così antico e coinvolgente, incluso dal 2019 dall’Unesco nel Patrimonio dell’Umanità.

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Info

Cfr. l’articolo precedente, “L’Aquila, la Perdonanza 2009, tradizione e valori nel segno del perdono”, 3 settembre 2009, con 27 immagini, le prime delle quali con i segni del sisma nella Basilica di Collemaggio, le successive del Corteo attuale in un aggiornamento delle illustrazioni..

Photo

Le immagini, che riguardano anche sfilate di altri anni, date le limitazioni del Covid per quella attuale, sono state tratte dai siti di seguito indicati, si ringraziano i titolari precisando che sono inserite a puro scopo illustrativo senza alcun intento di natura economica, se di qualcuna non fosse gradita la pubblicazione basterà chiederlo nella parte qui sotto dei Commenti e sarà subito eliminata. Ecco i siti, in ordine di inserimento nel testo: abruzzo news, unesco, rai cultura, il capoluogo 2 immagini, vita quotidiana, rai cultura, new towns l’aquila abruzzo, aquila blog, turismo abruzzo, unesco beni culturali, abruzzo speciale, l’aquila blog, condine liev, abruzzo video, il capoluogo, qui l’aquila.

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Commenti

  1. giuseppe benevolo ha detto:, Settembre 13, 2021 alle 8:49 am

Romano Levante, con la maestria che gli è propria e ben nota ai suoi affezionati lettori, coglie l’occasione della festa della “Perdonanza” per aprirci gli occhi su due personaggi storici, l’eremita Pietro da Morrone, noto come papa Celestino V, e il cardinal Caetani, noto come Bonifacio VIII; personaggi che conosciamo superficialmente per come ce li ha descritti Dante nella Divina Commedia.
Siamo sinceri: alla gran parte di noi, prima di leggere il saggio di Romano Levante, era noto il nome di Papa Celestino V solo per la ingenerosa invettiva dantesca: colui che “fece per viltade il gran rifiuto” abdicando dal soglio pontificio dopo meno di 4 mesi, dall’incoronazione del 28 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, alle dimissioni del 13 dicembre dello stesso anno.
Io stesso quando vidi la umida cella, priva di aria e luce nel Palazzo Caetani a Fumone, nel frusinate, provai un sentimento di pietà per l’uomo anziano di anni 80, che morì dopo un anno di crudele segregazione, attenuato però dal giudizio negativo di Dante sull’uomo già Papa. Romano ha il merito di averci chiarito come in realtà non si trattò di “viltà” ma di cedimento alle pressioni, lusinghe e maneggi del cardinal Caetani, subito dopo eletto Papa con il nome di Bonifacio VIII. Di quest’ultimo Dante ci da un quadro fosco, come simoniaco atteso all’inferno, ancora in vita, ma trascura il suo delitto più torbido e grave: la segregazione e le torture fisiche e morali che portarono alla morte di Pietro da Morrone. Il quale, nei 100 giorni di pontificato fece una cosa straordinaria: istituì il primo Giubileo nella storia della Chiesa, la “Perdonanza”, che Bonifacio VIII non osò annullare ma anzi imitare, con intento poco spirituale ma “simoniaco” con il proprio Giubileo del 1300.
Fino a qui la storia. Ma l’acume di Romano Levante va oltre e ci prospetta un paragone tra le vicende storiche di Celestino V e quelle attuali nostre, accomunate nella “Perdonanza”, il primo Giubileo della storia, che si svolge nella Cattedrale dell’Aquila il 29 e 30 Agosto, con l’apertura per 24 ore della Porta Santa per ottenere l’indulgenza plenaria a tutti coloro che la varcano in grazia di Dio.
La Chiesa ha rimediato al torto perpetrato da Bonifacio VIII: nel 1313, dopo soli 17 anni dalla morte (1296) Celestino V viene canonizzato e venerato il 19 maggio come san Pietro Celestino, patrono di Isernia, terra natale, e compatrono dell’Aquila.
E proprio all’Aquila ed ai giorni nostri ci riconduce la maestria di Romano Levante, nella ricorrenza della “Perdonanza” per una riflessione di fondo.
L’Aquila, come ben ricordiamo, ha subito un devastante terremoto le cui ferite sono ancora presenti nella parte storica. Ma nella sventura ha avuto un forte impulso alla ricostruzione da parte del Presidente del Consiglio di allora, il cui impegno immediato e deciso ha consentito alla popolazione di riprendere in tempi brevi una vita regolare in abitazioni civili, dignitose e realizzate con standard antisismici elevati. Lo stesso Presidente al quale fu impedito di attraversare con gli altri fedeli la Porta Santa nei giorni della “Perdonanza” per il suo status di “divorziato”.
La riflessione che viene spontanea dall’accostamento di Romano Levante dei fatti storici del trecento alla realtà del presente: il nostro Paese ha subito negli ultimi trent’anni le conseguenze di un tentativo di “damnatio” nei confronti di un personaggio che la maggioranza degli italiani ha voluto alla guida del Paese in un momento storico devastante che tutti noi ricordiamo. E’ l’ora della riconciliazione nazionale, in vista delle sfide cruciali che ci attendono e che richiedono la massima coesione di tutti.
Sono convinto che la maggioranza degli italiani attende dalla nostra massima Autorità istituzionale un atto di riabilitazione che ponga fine alla stagione delle divisioni in una sorta di “Perdonanza” nazionale che il lungimirante scritto di Romano Levante ci fa intravedere.

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2. wp_3640431, l’autore dell’articolo, ha detto:

Settembre 18, 2021 alle 9:25 am

La mia risposta all’appassionato quanto colto commento di Giuseppe, anzi Peppino per me e gli altri amici, non può limitarsi a ringraziarlo del generoso apprezzamento per la mia modesta rievocazione; sento di dover esprimere anche e soprattutto quanto le sue parole mi ispirano, in un “ieri e oggi” che mi emoziona.
“Ieri”: parcheggiavamo entrambi l’auto in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure dov’era il nostro ufficio, non nella sede del PCI ma nell’Ufficio studi della Confindustria, ricordo che dalla nostra finestra all’ultimo piano del palazzo quasi prospiciente quello “rosso” vedemmo sfilare nella strada sottostante i funerali di Togliatti, poi in quella strada – situata tra le sedi del PCI e della DC – fu ritrovata la Renault R4 con il corpo di Aldo Moro. Non pensavamo allora che Caetani fosse la casata di Bonifacio VIII né che tale papa avesse compiuto l’ignominia di segregare e portare a morte Celestino V dimessosi, anche per i suoi raggiri, per tornare nella “tranquillità del suo eremo”, invece fu sbattuto nell’”umida cella, priva di aria e luce” che Peppino, dopo averla visitata, descrive con parole che fanno rabbrividire.
Ebbene, l’indignazione mi porta a considerare oltremodo indegno che l’intitolazione di una strada divenuta simbolo di un martirio contemporaneo resti intestata a una casata che con un “oltraggio ingiusto e mortale” ha condannato a una “sorte crudele” portando a martirio “questo uomo buono, mite, saggio, innocente” per usare le parole di papa Paolo VI nella preghiera per Aldo Moro che ben si attagliano all’eremita Pietro da Morrone. Non c’è stato l’obbrobrio – da me in un primo tempo temuto – dell’intitolazione a Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII che tutto fu fuorchè… benedetto, lo è a Michelangelo Caetani, vissuto mezzo millennio dopo, nell’800, e se le colpe dei padri non si riversano sui figli, figurarsi se sui lontani discendenti della casata…. Però, come c’è l’intitolazione “Via dei martiri di Cefalonia” e ad altri martiri civili, perché non pensare a intitolarla “Via del martirio di Aldo Moro”?
Si dovrebbe cambiare nome spodestando quello attuale, e che problema sarebbe? Hanno spodestato San Paolo per intestare a Diego Armando Maradona lo stadio di Napoli, venendo meno persino all’adagio popolare “scherza coi fanti e lascia stare i santi”, lo si potrebbe fare a maggior ragione per Michelangelo Caetani, magari intestandogli un’altra strada, e attendendo la fine del 2021 se si ritenesse inopportuno farlo nel settimo centenario dantesco, trattandosi di un dantista affermato.
“Oggi”: Peppino ci porta all’evocazione del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 e delle “casette di Berlusconi”, così sono chiamate nel mio paese natìo, Pietracamela, nel versante del Gran Sasso opposto a quello aquilano, che il sisma ferì gravemente. Ebbene, i pochi abitanti del borgo – che dal 2005 è nel club dell’Anci dei “Borghi più belli d’Italia” e nel 2006 è stato “Borgo dell’anno” – le cui case divennero inagibili, si trovano ancora nelle “casette di Berlusconi”, dopo 12 anni i lavori per rendere agibili le loro abitazioni danneggiate, ma non distrutte dal sisma, non sono neppure iniziati, e sono seguiti tanti governi: come fu fulmineo l’intervento di allora così è stata paralizzante l’ignavia successiva.
L’ostracismo che fu opposto all’autore delle “casette” nella “Perdonanza” – quattro mesi dopo il terremoto ai cui effetti sulle popolazioni aveva posto i rimedi possibili con interventi immediati quanto mai efficaci – nonostante questi meriti che Peppino ricorda, andava ben oltre la motivazione pretestuosa, peraltro superata dalla grazia divina che va al di là delle debolezze umane se ce ne sono; si inseriva nella “damnatio” giustamente evocata, che si riassume nelle cifre aggiornate a ieri: 90 processi, 3.800 udienze, 130 avvocati, 50 consulenti e non sappiamo quanti magistrati e forze dell’ordine impegnati in una “caccia” che, “mutatis mutandis”, ci ricorda quella del film con Robert Redford e Marlon Brando. Risultato, una condanna taroccata come dimostrato non solo dalle precedenti assoluzioni da accuse identiche per anni diversi, ma dal fatto che fu comminata in una “sezione estiva” oltretutto ingiustificata di cui un membro del collegio giudicante ha rivelato la genesi inqualificabile, ribadita più in generale dalle intercettazioni di Palamara che hanno aperto il vaso di Pandora delle nequizie contro di lui e – è notizia di ieri – dalle stesse carte del procuratore Davigo.
Ne seguì l’esclusione dal Senato, per la quale ci furono altre irregolari forzature, quindi una ferita istituzionale da sanare. E allora si può chiedere al nostro presidente Mattarella, così sensibile a gesti simbolici quanto concreti – e non mi riferisco solo al meritorio Senato a vita a Liliana Segre – di compiere il gesto, che Peppino evoca nel suo appassionato commento, divenuto doveroso per far tornare la giustizia che certa magistratura non sembra più in grado di assicurare, continuando una indegna persecuzione.
Gli stessi partiti di sinistra sembrano finalmente riconoscergli meriti prima negati, e anche Mattarella potrebbe fare lo stesso, considerato che si dimise da ministro nel 1990 contro il presunto favoritismo per le Tv di Berlusconi della leggè Mammì, che fotografava la situazione determinatasi dopo che nel 1984-85 Craxi, con un decreto molto contestato, legittimava le sue televisioni; peraltro il decreto era stata la difesa da parte della politica dai “pretori d’assalto” che fin da allora volevano conculcare la vera giustizia usando il loro potere in modo persecutorio quanto improprio e arbitrario. Per chi non lo ricorda, la Corte Costituzionale aveva liberalizzato l’uso della TV solo in sede locale, ma non perché a livello nazionale avrebbe infranto i suoi principi, tutt’altro, c’erano solo limitazioni tecniche a inibire la diffusione nazionale per non occupare frequenze necessarie ad usi prioritari, per polizia, emergenze sanitarie, ecc.; ma le “Tv di Berlusconi” pur trasmettendo programmi uguali nell’intero territorio nazionale, non ne occupavano le frequenze, operando in sede locale con cassette preregistrate trasmesse quasi in sincronia, abilità imprenditoriale in piena legalità, realizzando “in toto” il dettato liberatorio della Corte.
Il presidente Matterella con l’atto di doveroso riconoscimento che gli si chiede, alla riconciliazione nazionale unirebbe anche una riconciliazione personale, con il risarcimento di passate ingiustizie. La “Perdonanza” è anche questo, nell’annuale riconoscimento e risarcimento dell’ingiustizia subita da Celestino V, l’eremita Pietro da Morrone divenuto santo.

3. BEHLING91 ha detto:

Ottobre 26, 2021 alle 5:07 pmModifica

Привет.

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3 commenti

  1. Romano Levante, con la maestria che gli è propria e ben nota ai suoi affezionati lettori, coglie l’occasione della festa della, “Perdonanza” per aprirci gli occhi su due personaggi storici, l’eremita Pietro da Morrone, noto come papa Celestino V, e il cardinal Caetani, noto come Bonifacio VIII; personaggi che conosciamo superficialmente per come ce li ha descritti Dante nella Divina Commedia.
    Siamo sinceri: alla gran parte di noi, prima di leggere il saggio di Romano Levante, era noto il nome di Papa Celestino V solo per la ingenerosa invettiva dantesca: colui che “fece per viltade il gran rifiuto” abdicando dal soglio pontificio dopo meno di 4 mesi, dall’incoronazione del 28 agosto 1294 nella basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, alle dimissioni del 13 dicembre dello stesso anno.
    Io stesso quando vidi la umida cella, priva di aria e luce nel Palazzo Caetani a Fumone, nel frusinate, provai un sentimento di pietà per l’uomo anziano di anni 80, che morì dopo un anno di crudele segregazione, attenuato però dal giudizio negativo di Dante sull’uomo già Papa. Romano ha il merito di averci chiarito come in realtà non si trattò di “viltà” ma di cedimento alle pressioni, lusinghe e maneggi del cardinal Caetani, subito dopo eletto Papa con il nome di Bonifacio VIII. Di quest’ultimo Dante ci da un quadro fosco, come simoniaco atteso all’inferno, ancora in vita, ma trascura il suo delitto più torbido e grave: la segregazione e le torture fisiche e morali che portarono alla morte di Pietro da Morrone. Il quale, nei 100 giorni di pontificato fece una cosa straordinaria: istituì il primo Giubileo nella storia della Chiesa, la “Perdonanza”, che Bonifacio VIII non osò annullare ma anzi imitare, con intento ben poco spirituale ma “simoniaco” con il proprio Giubileo del 1300.
    Fino a qui la storia. Ma l’acume di Romano Levante va oltre e ci prospetta un paragone tra le vicende storiche di Celestino V e quelle attuali nostre, accomunate nella “Perdonanza”, il primo Giubileo della storia, che si svolge nella Cattedrale dell’Aquila il 29 e 30 Agosto, con l’apertura per 24 ore della Porta Santa per ottenere l’indulgenza plenaria a tutti coloro che la varcano in grazia di Dio.
    La Chiesa ha rimediato al torto perpetrato da Bonifacio VIII: nel 1313, dopo soli 17 anni dalla morte (1296) Celestino V viene canonizzato e venerato il 19 maggio come san Pietro Celestino, patrono di Isernia, terra natale, e compatrono dell’Aquila.
    E proprio all’Aquila ed ai giorni nostri ci riconduce la maestria di Romano Levante, nella ricorrenza della “Perdonanza” per una riflessione di fondo.
    L’Aquila, come ben ricordiamo, ha subito un devastante terremoto le cui ferite sono ancora presenti nella parte storica. Ma nella sventura ha avuto un forte impulso alla ricostruzione da parte del Presidente del Consiglio di allora, il cui impegno immediato e deciso ha consentito alla popolazione di riprendere in tempi brevi una vita regolare in abitazioni civili, dignitose e realizzate con standard antisismici elevati. Lo stesso Presidente al quale fu impedito di attraversare con gli altri fedeli la Porta Santa nei giorni della “Perdonanza” per il suo status di “divorziato”.
    La riflessione che viene spontanea dall’accostamento di Romano Levante dei fatti storici del trecento alla realtà del presente: il nostro Paese ha subito negli ultimi trent’anni le conseguenze di un tentativo di “damnatio” nei confronti di un personaggio che la maggioranza degli italiani ha voluto alla guida del Paese in un momento storico devastante che tutti noi ricordiamo. E’ l’ora della riconciliazione nazionale, in vista delle sfide cruciali che ci attendono e che richiedono la massima coesione di tutti.
    Sono convinto che la maggioranza degli italiani attende dalla nostra massima Autorità istituzionale un atto di riabilitazione che ponga fine alla stagione delle divisioni in una sorta di “Perdonanza” nazionale che il lungimirante scritto di Romano Levante ci fa intravedere.

    1. La mia risposta all’appassionato quanto colto commento di Giuseppe, anzi Peppino per me e gli altri amici, non può limitarsi a ringraziarlo del generoso apprezzamento per la mia modesta rievocazione; sento di dover esprimere anche e soprattutto quanto le sue parole mi ispirano, in un “ieri e oggi” che mi emoziona.
      “Ieri”: parcheggiavamo entrambi l’auto in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure dov’era il nostro ufficio, non nella sede del PCI ma nell’Ufficio studi della Confindustria, ricordo che dalla nostra finestra all’ultimo piano del palazzo quasi prospiciente quello “rosso” vedemmo sfilare nella strada sottostante i funerali di Togliatti, poi in quella strada – situata tra le sedi del PCI e della DC – fu ritrovata la Renault R4 con il corpo di Aldo Moro. Non pensavamo allora che Caetani fosse la casata di Bonifacio VIII né che tale papa avesse compiuto l’ignominia di segregare e portare a morte Celestino V dimessosi, anche per i suoi raggiri, per tornare nella “tranquillità del suo eremo”, invece fu sbattuto nell’”umida cella, priva di aria e luce” che Peppino, dopo averla visitata, descrive con parole che fanno rabbrividire.
      Ebbene, l’indignazione mi porta a considerare oltremodo indegno che l’intitolazione di una strada divenuta simbolo di un martirio contemporaneo resti intestata a una casata che con un “oltraggio ingiusto e mortale” ha condannato a una “sorte crudele” portando a martirio “questo uomo buono, mite, saggio, innocente” per usare le parole di papa Paolo VI nella preghiera per Aldo Moro che ben si attagliano all’eremita Pietro da Morrone. Non c’è stato l’obbrobrio – da me in un primo tempo temuto – dell’intitolazione a Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII che tutto fu fuorchè… benedetto, lo è a Michelangelo Caetani, vissuto mezzo millennio dopo, nell’800, e se le colpe dei padri non si riversano sui figli, figurarsi se sui lontani discendenti della casata…. Però, come c’è l’intitolazione “Via dei martiri di Cefalonia” e ad altri martiri civili, perché non pensare a intitolarla “Via del martirio di Aldo Moro”?
      Si dovrebbe cambiare nome spodestando quello attuale, e che problema sarebbe? Hanno spodestato San Paolo per intestare a Diego Armando Maradona lo stadio di Napoli, venendo meno persino all’adagio popolare “scherza coi fanti e lascia stare i santi”, lo si potrebbe fare a maggior ragione per Michelangelo Caetani, magari intestandogli un’altra strada, e attendendo la fine del 2021 se si ritenesse inopportuno farlo nel settimo centenario dantesco, trattandosi di un dantista affermato.
      “Oggi”: Peppino ci porta all’evocazione del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 e delle “casette di Berlusconi”, così sono chiamate nel mio paese natìo, Pietracamela, nel versante del Gran Sasso opposto a quello aquilano, che il sisma ferì gravemente. Ebbene, i pochi abitanti del borgo – che dal 2005 è nel club dell’Anci dei “Borghi più belli d’Italia” e nel 2006 è stato “Borgo dell’anno” – le cui case divennero inagibili, si trovano ancora nelle “casette di Berlusconi”, dopo 12 anni i lavori per rendere agibili le loro abitazioni danneggiate, ma non distrutte dal sisma, non sono neppure iniziati, e sono seguiti tanti governi: come fu fulmineo l’intervento di allora così è stata paralizzante l’ignavia successiva.
      L’ostracismo che fu opposto all’autore delle “casette” nella “Perdonanza” – quattro mesi dopo il terremoto ai cui effetti sulle popolazioni aveva posto i rimedi possibili con interventi immediati quanto mai efficaci – nonostante questi meriti che Peppino ricorda, andava ben oltre la motivazione pretestuosa, peraltro superata dalla grazia divina che va al di là delle debolezze umane se ce ne sono; si inseriva nella “damnatio” giustamente evocata, che si riassume nelle cifre aggiornate a ieri: 90 processi, 3.800 udienze, 130 avvocati, 50 consulenti e non sappiamo quanti magistrati e forze dell’ordine impegnati in una “caccia” che, “mutatis mutandis”, ci ricorda quella del film con Robert Redford e Marlon Brando. Risultato, una condanna taroccata come dimostrato non solo dalle precedenti assoluzioni da accuse identiche per anni diversi, ma dal fatto che fu comminata in una “sezione estiva” oltretutto ingiustificata di cui un membro del collegio giudicante ha rivelato la genesi inqualificabile, ribadita più in generale dalle intercettazioni di Palamara che hanno aperto il vaso di Pandora delle nequizie contro di lui e – è notizia di ieri – dalle stesse carte di Davigo.
      Ne seguì l’esclusione dal Senato, per la quale ci furono altre irregolari forzature, quindi una ferita istituzionale da sanare. E allora si può chiedere al nostro presidente Mattarella, così sensibile a gesti simbolici quanto concreti – e non mi riferisco solo al meritorio Senato a vita a Liliana Segre – di compiere il gesto, che Peppino evoca nel suo appassionato commento, divenuto doveroso per far tornare la giustizia che certa magistratura non sembra più in grado di assicurare, continuando una indegna persecuzione.
      Gli stessi partiti di sinistra sembrano finalmente riconoscergli meriti prima negati, e anche Mattarella potrebbe fare lo stesso, considerato che si dimise da ministro nel 1990 contro il presunto favoritismo per le Tv di Berlusconi della leggè Mammì, che fotografava la situazione determinatasi dopo che nel 1984-85 Craxi, con un decreto molto contestato, legittimava le sue televisioni; peraltro il decreto era stata la difesa da parte della politica dai “pretori d’assalto” che fin da allora volevano conculcare la vera giustizia usando il loro potere in modo persecutorio quanto improprio e arbitrario. Per chi non lo ricorda, la Corte Costituzionale aveva liberalizzato l’uso della TV solo in sede locale, ma non perché a livello nazionale avrebbe infranto i suoi principi, tutt’altro, c’erano solo limitazioni tecniche a inibire la diffusione nazionale per non occupare frequenze necessarie ad usi prioritari, per polizia, emergenze sanitarie, ecc.; ma le “Tv di Berlusconi” pur trasmettendo programmi uguali nell’intero territorio nazionale, non ne occupavano le frequenze, operando in sede locale con cassette preregistrate trasmesse quasi in sincronia, abilità imprenditoriale in piena legalità, realizzando “in toto” il dettato liberatorio della Corte.
      Il presidente Matterella con l’atto di doveroso riconoscimento che gli si chiede, alla riconciliazione nazionale unirebbe anche una riconciliazione personale, con il risarcimento di passate ingiustizie. La “Perdonanza” è anche questo, nell’annuale riconoscimento e risarcimento dell’ingiustizia subita da Celestino V, l’eremita Pietro da Morrone divenuto santo.

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