“Noi siamo pretaroli”, l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti su Pietracamela, 3. Dalla Madonnina del Gran Sasso alla “lingua ritrovata”, l’idioma “pretarolo”

di Romano Maria Levante

Con questo 3° articolo concludo la mia “esplorazione” del libro di Lidia Montauti,“Noi Parliamo pretarolo. Ne parlime le pretaruale”” con il sottotitolo in caratteri piccoli “Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”. Invece del titolo del libro –  come ho detto nei primi due articoli – ho scritto “Noi siamo pretaroli” nel titolo dei miei articoli, non per una svista o un refuso, ma perché io non parlo il “pretarolo” e così molti paesani, però “Io sono pretarolo”, da generazioni e ne sono orgoglioso, tanto che da giornalista appassionato ho pubblicato negli anni molti articoli sul mio paese, il “natìo borgo selvaggio”, condividendoli anche su Facebook. Del resto Kennedy esclamò “Io sono berlinese” e non parlava il berlinese, “Io sono pretarolo” e non parlo il pretarolo..

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“La festa della Madonnina all’Arapietra negli anni ’50”

Nei due articoli precedenti ho “esplorato” i primi 4 capitoli del libro sottolineando diversi aspetti dell’accurata  ricostruzione della nostra storia passata. Il 1° articolo  considera i  Luoghi della memoria, le Case e la Vita familiare, il Lavoro; mentre il  2° articolo i Singoli lavori e i Mestieri, le Ricorrenze religiose e i Riti. In questo 3° e ultimo articolo, si completa la rievocazione nel cap. 4° delle Ricorrenze religiose a partire dalla Madonnina del Gran Sasso, fino al periodo natalizio, con le “Ricette antiche” del brevissmo cap. 5°. Poi si considera l’ultima parte del libro, “La lingua ritrovata”, osservando che non parliamo tutti pretarolo, ma siamo “pretaroli” !

Le altre Ricorrenze religiose, dalla Festa della Madonnina alle Festività natalizie

Nell’estate la devozione per la Vergine si esprime  nella festa della “Madonnina del Gran Sasso”, sempre nella prima domenica di agosto. La statua in bronzo che la ritrae con  in braccio il Bambin Gesù,  fu portata a spalle nel 1935 – dopo il Congresso eucaristico a Teramo – in una cappellina costruita come una piccola grotta dove finiscono i prati e iniziano le rocce dolomitiche del Gran Sasso; vi si arriva camminando, nel breve tratto finale, su dei gradoni come in una ascesa verso l’alto. Grande fede popolare con pellegrinaggi e salita a piedi o sul mulo nei tempi lontani per arrivare ai 2000 metri dove si trova, l’ho provato anch’io, da piccolo sul basto del mulo, da grande a piedi, poi in seggiovia. Naturalmente cibi speciali per un’occasione così speciale, crispelle condite  e peperoni fritti fino al ciambellone. Lidia riporta il canto tradizionale, tutto in italiano.

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“La festa del Corpus Domini negli anni ’30 a Pietracamela”

Dall’estate all’autunno, il 2 novembre, ricorrenza dei morti, ricorda i piccoli doni che riservavano ai bambini attraverso persone devote, i “panitte di miurte”  a volte, noci, mandarino e castagne con qualche soldo, del resto l’anglosassone Halloween si è diffuso con lo “scherzetto” e il “dolcetto”, ma  anche il “panetto” che ricorda tanto il “panitte” di allora nel nostro paese. E nell’autunno la festa di San Martino, l’11 novembre, le donne cucinavano la polenta e le castagne di Intermesoli, “ma la vera magia era per noi bambini” – ricorda Lidia – perché il dolce per loro era “un pupazzo buffo e colorato”, con tanti semini variopinti, tutti diversi; non lo mangiavano né lo mordevano, ma lo portavano a scuola per confrontarlo con quello dei compagni. “Poi, quando per caso si rompeva un braccio, una gamba o addirittura la testa … ecco la gioia: finalmente si poteva assaggiarlo”, e Lidia lo assaggiava per poi mangiarlo, si sente che le sue parole esprimono  una dolce nostalgia.

A dicembre, la festa della Madonna di Loreto il giorno 10 del mese. Nella profondità della notte si accendevano grandi falò in varie parti del  paese, per dare luce agli Angeli che portavano in volo, secondo la liturgia, la Santa Casa dalla Terra Santa a Loreto. I bambini nella giornata aiutavano a radunare la legna per i fuochi, li svegliavano a mezzanotte per pregare la Madonna, poi  “rallegrati dallo squillo festoso delle campane, e rivolgendo gli occhi al cielo, immaginavano  di vedere quel ‘divino trasloco’ tra il brillio delle fittissime stelle”; aggiunge  Lidia che “nonostante il freddo correvamo alla finestra”, mai visto dai “pretaroli” che non stavano a Pietracamela.

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“La festa della Madonnina all’Arapietra” , un momento di riposo

Le feste dell’anno si chiudono il 25 dicembre, non c’era il Presepio e neppure l’Albero di Natale nei tempi antichi, ma il Santo Natale si celebrava accendendo un grosso tronco di legno dalla Vigilia alla mezzanotte per riscaldare idealmente il Bambino alla nascita. Naturalmente le donne preparavano con cura il “pasto magro” della Vigilia, con tonno, baccalà e cavolfiore, e il cenone natalizio con le “sette pietanze”dette “le cucinelle della Madonna” fatte di tante zuppe. Poi, tutti alla Messa di Natale tra la neve e il gelo, ma si riscaldavano nella chiesa affollata cantando “E’ nato a Betlemme il Santo Bambino”, 21 versi in “pretarolo” riportati con la traduzione. Dopo questo inno natalizio, Lidia ricorda una serie di “Preghiere pretarole” che risalgono anche  a fine ‘800, sempre con il testo nell’idioma e la traduzione: salvo la prima“”Preghiera della sera”, di 17 versi, le altre sono tutte in quartine,  due “Preghiere della sera”, seguite dalla “Preghiera della ‘Crucia Santa’”e dalla “Preghiera a Sant’Antonio”. Si chiude il capitolo con la “Canzone della Madonna” in italiano, e 8 fotografie.

L’ultimo capitolo evocativo dei fatti e delle situazioni di quel mondo lontano, con le sue tradizioni e i suoi valori civili e religiosi, è il 5° molto breve,  i due successivi – cui accenno in seguito – entrano nella linguistica del nostro bell’idioma, il 6°  “La lingua ritrovata” e il 7° “Elementi di grammatica pretarola”. Ma forse il richiamo della “lingua degna” così forte per l’autrice –  meritoriamente impegnata in questo campo perfino avendo ideato e realizzato con l’esperto e appassionato paesano Aligi Bonaduce, la “chat” dal nome identico al titolo del libro in “pretarolo” -ha abbreviato questo capitolo, dedicato a “Le ricette antiche”, giustamente non a quelle abruzzesi, dal timballo ai calcio netti, ma, come scrive, a “poche e semplici ricette, profondamente radicate nella vita quotidiana di Pietracamela, e legate agli alimenti che il territorio offriva”. 

“Processione per la festa di Sande Lezzeije“

Vengono riportate queste ricette in  5 pagine, io cito soltanto gli ingredienti piuttosto poveri: patate e verze, erbe e legumi, farina e pane di granturco. Le ricette, pur nella loro semplicità, evocano l’”universo prevalentemente femminile” in cui spicca il grande contributo all’economia familiare e comunitaria delle donne impegnate non solo nel lavoro domestico, con la cura della casa e dei figli, ma anche  nei campi e nell’allevamento degli animali, fino alla filatura, tessitura e ricamo. Lidia ne sottolinea giustamente il valore con queste parole che concludono – a mio avviso mirabilmente – la parte non linguistica del suo libro: “In questo senso, le ricette antiche di Pietracamela non sono soltanto indicazioni culinarie, ma frammenti di memoria domestica e collettiva: conservano il sapore dei cibi semplici, il valore del recupero, la fatica quotidiana  e la sapienza silenziosa delle donne che hanno tenuto viva, anche attraverso la cucina, la continuità delle tradizioni”.

La “Lingua ritrovata”. Non parliamo tutti il “pretarolo”, ma siamo “pretaroli“

Il  capitolo 6° del libro è dedicato alla “Lingua ritrovata”, dopo aver terminato la  rievocazione di luoghi e situazioni dell’epoca con soltanto i riflessi idiomatici nei “vocaboli” e nei “colloqui” inseriti in modo saltuario. Inizia con 17 pagine recanti  circa 80  proverbi e filastrocche,  cantilene e stornelli in “pretarolo” con la relativa traduzione; seguono 10 pagine con una storia montanara e circa 60  esclamazioni, intercalari e frasi idiomatiche –  sempre nell’idioma e nella traduzione, fino al “gergo della trignala” usato dai cardatori di Pietracamela nei paesi di Marche, Toscana ed Emilia.

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“Don Andrea, parroco del paese, sulla strada di Scaramazza…, ancora non asfaltata, nel rione La Villa”

L’ultimo capitolo, il 7°, di 40 pagine, è dedicato agli “Elementi di grammatica pretarola”, e oltre alle indicazioni grammaticali, in 9 pagine elenca “parole in disuso e fossili linguistici”, ne ho contate 265, sempre nelle due versioni; seguono 28 pagine sulle forme grammaticali. Quindi, da pagina 191 a pagina 255 irrompe la “Lingua ritrovata” e la “grammatica pretarola”, temi nei quali Lidia manifesta la stessa precisione fino alla minuzia, l’approfondimento e la memoria infallibile che abbiamo notato nella lunga parte precedente, legata ai fatti e alle situazioni evocate nei suoi ricordi appassionati.

A questo punto non ho la competenza linguistica per seguirla in queste sue “lezioni di pretarolo”, e mi limito a segnalare le 3 Appendici di 25 pagine  relative alle “Tracce sonore di Pietracamela” e a due “Mostre iconografiche e documentarie”del 2013 e 2014 sugli “Sposalizi di una volta” e sui “Bambini di una volta” che hanno  precorso e preparato il libro, tanto che nel mio articolo di allora sulla seconda mostra l’ho immaginato e scritto chiaramente. E’ terminata, quindi, l'”esplorazione” della lunga parte storica del bel libro di Lidia — che ha fatto rivivere nella mia memoria e nel mio cuore tante immagini del passato da me vissuto – ma senza entrare nelle 64 pagine finali della parte linguistica torno alle mie considerazioni iniziali che la riguardano, allorchè ho “confidato” la mia estraneità ai dialetti non avendone parlato uno dei 5 luoghi in cui sono vissuto stabilmente.

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“Anni ’20. Escursione al Corno Piccolo. Si riconoscono, tra gli altri, Laura Paglialonga
(con camicia chiara) ed Ernesto Sivitilli, secondo in alto. Laura viene descritta nel libro di Sivitilli, dedicato al Corno Piccolo, ‘valorosa compagna di ascensioni’ e, inoltre, fu attenta e scrupolosa curatrice di quel volume, come virene ricordato nella prefazione dell’autore”

Sembro “negazionista” dell’importanza dei dialetti, gli idiomi tradizionali? Sento di non esserlo affatto, perché li rispetto come tutto ciò che viene da quel mondo lontano –  tanto più che è il mondo dei miei avi e in parte anche il mio – -ma li considero  riflessi pur attraenti di un mondo che chi come me non conosce i dialetti, cerca di ricostruire dai fatti, non lo identifica nelle parole e nelle espressioni dell’idioma. Come per il mondo latino l’idioma serve a leggere i tanti testi dell’epoca che tramandano i fatti e le storie, più che i “dialoghi”,, e sono i fatti e le storie a rendere grande l’antica Roma, più che la lingua studiata a scuola e usata nella Chiesa cattolica.

Il prof. Agresti – illustre docente di Linguistica nelle Università di Bordeaux e nella Federico II di Napoli –  se ho capito bene,  data la complessità del suo ragionamento per chi ne è estraneo – afferma nella sua Presentazione che in passato i dialetti venivano studiati dai linguisti avulsi dalla realtà in cui si erano diffusi, posizione che è stata superata perché ne vanno considerati parte integrante. Tanto che intitola la sua Presentazione con le parole “La lingua come ambiente di vita”. E sono completamente d’accordo che ne sono parte integrante, ma non penso la parte prevalente, bensì riflesso dei fatti reali che partono dall’ambiente e quindi contano più delle parole.

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“Gruppo di escursionisti pretaroli sul Gran Sasso
negli anni ’20 del secolo scorso”

Lo dimostra il libro di Lidia la quale – pur dedicando, e non solo nel libro, tutto il suo impegno al “pretarolo” – ha voluto immergersi nella realtà di allora, rievocando un passato del quale i “vocaboli” e i “colloqui” che inserisce sono un riflesso pur interessante, ma non il motore di una tradizione sostenuta da grandi valori- Sono riusciti a fare dell’isolamento  tra le grandi rocce della montagna abruzzese – il Gigante che dorme/ la Bella addormentata del Gran Sasso d’Italia –  un punto di forza e non di debolezza sviluppando una autonomia totale in ogni campo con l’impegno generoso e risolutivo della Comunità locale di allora. Anche la differenza netta del dialetto “pretarolo” rispetto a quelli dei borghi abruzzesi vicini rientra in questa vittoriosa autonomia assoluta per la sopravvivenza nell’isolamento, ma sempre come riflesso che non sembra prevalere rispetto a tutto il resto.

E  lo si capisce pur sembrandp all’apparenza il libro un prodotto sopratutto linguistico, come si vede dal titolo e dalle Presentazioni. Ma anche in queste il discorso non è soltanto  linguistico, sebbene l’idiopma “pretarolo” venga indicato come motivo di interesse prevalente.  Lo fa dall’alto della sua cultura linguistica il prof. Agresti che conclude la sua presentazione con l’auspicio che “anche grazie  a questo lavoro e all’utilizzo che se ne farà, si possa parlare presto di Pietracamela  come dell’Osvava (Valle del Po) dell’Abruzzo”-.

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“In alto, Ernesto Sivitilli, fondatore degli Aquilotti
del Gran Sasso sulla parete settentrionale del Corno Piccolo assieme a due alpinisti”

E lo spiega: “Come di un paese, cioè, che rinasce mettendo al centro del proprio processo di sviluppo socio-economico la propria lingua, la propria identità culturale, la propria saggezza plurisecolare”. Condivido l’effetto positivo e salvifico della “propria identità culturale” e della “propria saggezza plurisecolare”, mentre la “propria lingua” –  può contribuire, per una Comunità sparsa per il mondo separata dall’amato borgo fatato spopolato come gli altri borghi montani, a legami comunque assicurati dai collegamenti con i “social”, tra cui Facebook – anche dall’estero – e dalla “chat” “Ne parlime le pretaruale” che accoglie anche chi, come me, non lo parla. .

Io sono presente nei due “social”, ma sulla chat “Ne parlime le pretaruale” non dovrei esserci, dato che non ho mai parlato né parlerò il “pretarolo”. E mai sono intervenuto nelle continue, appassionate  e giuste discettazioni sull’idioma e i fonemi scritti e parlati. Mentre ho trasmesso con la “chat” tanti miei articoli su personaggi e feste stagionali, tradizioni e valori del nostro paese, pubblicati sul mio sito della Word Press e condivisi sulla pagina di Facebook intestata al mio nome.“Io sono pretarolo” da generazioni, i  terreni dei Levante sono nel Catasto preonciario prima dell’’800, mio nonno Salvatore Levante è stato sindaco nel 1911, andò a Roma con la fascia tricolore nel cinquantenario dell’Unità d’Italia, i miei genitori e le mie zie sono citati tutti nel libro di Lidia.

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“Un gruppo di sciatori pretaroli ai Prati di Tivo”

Ma, ripeto, “Io sono pretarolo” però “Io non parlo pretarolo”, e come “pretarolo”apprezzo molto la “chat” perché è il collegamento continuo e fecondo con i “pretaroli” sparsi in Italia e all’estero, facendo della Comunità una rete molto vasta, unita non tanto dall’idioma – che molti altri come me non parlano – ma dalle tradizioni dai valori che cerco di valorizzare con tanti articoli. Non per questo la “chat” doveva chiamarsi “Noi siamo pretaroli” e non “Noi parliamo il pretarolo”,: è nata per l’idioma, non per altro, e l’idioma rivive negli scambi, continui e proficui, su fonemi e grafemi “pretaroli”, che vanno proficuamente approfonditi e valorizzati.

L’apertura del libro di Lidia da parte del Sindaco Antonio Villani inizia con le parole “E’ per me motivo di grande soddisfazione presentare questo volume dedicato al dialetto pretarolo”, e prosegue la frase scrivendo “un’opera che rappresenta un importante gesto d’amore verso la nostra comunità  e la sua storia”. E questo perché “conservare il dialetto non permette soltanto di preservare delle parole belle ed antiche, ma mantenere vivo un modo di essere, una storia condivisa e un legame profondo con le nostre radici”. Il libro fa proprio questo, non solo per le citazioni dei “vocaboli” e dei “dialoghi” in “pretarolo”  qua e là inserite nel suo racconto, fino all’ampio approfondimento finale della “Lingua ritrovata”; ma per come scava nelle “nostre radici” e nella “storia condivisa” anche da chi come me non è interessato ai dialetti e non si dedica al “pretarolo”.

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“Gli Aquilotti Antonio Panza e Buno Marsilii in una foto degli anni ’30 che li ritrae il giorno della conquista della Parete Nord del Camicia”

Ripeto che i miei genitori e le mie zie,  tutti maestri di scuola, lo parlavano sempre a casa, ma dato l’estremo spopolamento del paese, per gli estranei ai dialetti, non è tanto il “pretarolo” a mantenere vive le tradizioni e i valori dei nostri avi giunti fino a noi. Vanno fatti rivivere, e  custoditi,  come ha fatto Lidia, in tre modi: il primo dei quali è stato  immergersi nei fatti del passato lontano con le sue minuziose conoscenze e notizie acquisite anche dai più anziani rimasti e conservate dalla sua memoria infallibile; il secondo modo la documentazione fotografica che fa rivivere visivamente quei fatti e quei valori con le didascalie esaurienti e motivate del libro; il terzo modo l’idioma “pretarolo” che va preservato, il mondo antico vi si riflette chiaramente ma non ne deriva. Non è l’unico modo questo e neppure il prevalente, altrimenti ne sarebbero esclusi coloro che, pur ammirando gli scambi continui sui fonemi “pretaroli” nella “chat” apposita, non sono mai ntervenuti in questo campo. Per quanto mi riguarda, il primo articolo pubblicato sul sito giornalitico teramano “on line” cultura.inabruzzo.it l’8 gennaio 2009, seguito da tanti articoli, era intitolato “Il cielo sopra Pietracamela,..”, quindi…-

Se anche il prof. Agresti e il Sindaco attenuano la prevalenza all’idioma invece che alla storia, il prof. Davide Boccia – insigne studioso di dialetti abruzzesi compreso il “pretarolo” – pur sottolineando giustamente che il corposo libro di Lidia “risulta essere di notevole importanza dato che fino ad oggi mancava una vera e propria raccolta di termini della lingua di Pietracamela, conclude così: “Allo stesso tempo, l’opera curata da Lidia Montauti costituisce una preziosa testimonianza di carattere antropologico sulla vita sia materiale che spirituale condotta dagli abitanti di Pietracamela fino a poco più di 50 anni fa”. Condivido parola per parola anche la precedente affermazione, pensando – nella prevalenza data ai fatti rispetto alle parole idiomatiche – che la “preziosa testimonianza” prevalga sulla raccolta linguistica svolta “allo stesso tempo”-

“”Gruppo di sciatori pretaroli”

E  Aureliana Mazzarella, nel presentare “le ragioni del cuore”,  nella sua colta introduzione che parte da Pascal, pur concentrandosi sull’importanza dell’impegno per conservare “un’eredità linguistica e culturale antica, unica e preziosa”, nel riassumere il contenuto del libro citando la storia e la vita di allora, e non i “fonemi” linguistici, scrive:”Il dialetto pretarolo diventa così chiave d’accesso a un mondo ormai lontano, quasi ‘formula magica’ capace di restituire con forza gesti, parole, relazione e affetti. La memoria si allarga poi alla vita di  una comunità quasi ‘autarchica’ quale fu quella pretarola…” Quindi interessa il “mondo ormai lontano”, non solo i suoi fonemi linguistici, e non mi sembra che sia l’idioma a restituirci quel mondo, dato che non fa accedere a documentazioni sterminate come quelle in latino sull’antica Roma.

Anche Aureliana, dunque, sottolinea l’importanza prevalente dei fatti di quel mondo lontano, quindi sono d’accordo con lei, e li ho ritrovati nella narrazione di Lidia piuttosto che con la “formula magica” dell’idioma che non saprei adottare, e non sono il solo. Ma pur pensandola così – magari sbagliando – ringrazio l’autrice impeccabile, Lidia Montauti che con il suo libro ha reso “un sincero omaggio alla memoria del paese attraverso parole, storie , ricordi condivisi”: è la prima frase dei suoi ringraziamenti, che diventa anche mia. E per l’omaggio reso al “natìo borgo selvaggio” mi unisco al ringraziamento a chi ha concorso alla realizzazione di un libro così impegnativo, che nella prima parola della mia lunga “esplorazione” ho definito “straordinario” aggiungendo poi “unico”; anche se ho sentito di dover intitolare i miei 3 articoli “Noi siamo pretaroli” , piuttosto che “Noi parliamo il pretarolo”, perchè io non lo parlo.

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“L’Aquilotto Antonio Giancola durante una scalata”

In testa il Sindaco Antonio Villani –  il cui padre Nunzio lo ricordo come un grande maresciallo del Corpo Forestale in paese – con il consigliere comunale Claudio Intini,  presidente degli storici “Aquilotti del Gran Sasso” –  il gruppo fondato 15 anni prima degli “Scoiattoli di Cortina” –  con alpinisti celebri per le acrobatiche “prime vie”  Con loro Paride Tudisco, presidente dell’Asbuc di Pietracamela. . Complimenti a loro e ai bravi “pretaroli” che vi hanno contribuito condividendo  i loro ricordi di tempi anche molto lontani ma non dimenticati.

E un altro ringraziamento oltre quello riportato prima, questa volta personale, va alla cara Lidia, che nonostante la mia lontananza fisica dal paese e la totale estraneità rispetto all’idioma “pretarolo”-  che considero di certo “lingua degna” ma non lo parlo –  mi ha citato nel gruppo da lei ringraziato tenendo conto forse non solo che sono  “pretarolo”  da generazioni, ma pubblico da molti anni articoli dedicati al “nostro” paese, tra cui quelli sulle due mostre da lei ideate e realizzate sugli “Sposalizi di una volta” e i “Bambini di una volta”, cui sono riferite le Appendici 2 e 3 del libro: e, in una magica “congiunzione astrale”,  nel secondo articolo dell’agosto 2014  considero i risultati delle ricerche fatte su quei costumi tradizionali come i primi capitoli di un libro che sarebbe stato  completato, come è avvenuto un mese fa. Grazie veramente, cara Lidia, e ancora complimenti!

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Una stornellata ai Prati di Tivo, alla chitarra a sin. Francesco Bonaduce – spunta la fronte spaziosa
del figlio Aligi – al centro al mandolino Berardino Giardetti, a dx canta a occhi chiusi Osvaldo Trnetti

Info

Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale. Voci, luogi e memorie di Pietracamela”. Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. I primi 2 articoli di commento, prima di questo 3° conclusivo. sono usciti il 13 e 16 settembre 2026, su questo sito.

Photo

Come indicato in questo spazio informativo nel 1° articolo, le immagini sono state fornite da Aligi Binaduce, meno quelle di altri detentori: per questo 3° articolo, Salvatore Levante e Zaira Montauti hanno fornito 2 imamgini ciacuno, il primo le n. 5 e 13, la seconda le n. 6 e 7, ne sono state scansionate 4, quindi 6 immagini ono state fotnite da Aligi Bonaduce., a tutti il mio ringrazianento. Sono state scnsionate dal libro le n. 8, 10, 12, 14, di cui 3 per inserire le immagini dei 3 protagonisti delle prime ascensioni dei paesani sul Gran Sasso, Ernesto Sivitilli, fondatore nel 1923 del gruppo alpinistico “Aquilotti del Gran Sasso”, Bruno Marsilii con Luigi Panza, leader ed esponente succecsivo del gruppo, poi l’ Aquilotto Antonio Giancola La penultima foto è l’unica non contenuta nel libro, inserita perchè proiettata moltssime volte nella Presentazione, e rappresenta un momento particolamente festoso negli anni ”50, con cui chiudere questa galleria rievocativa. Salvo per questa immagine, le didascalie sono state tratte dalle corrispondenti fotografie riportate nel libro. In apertura, “La festa della Madonnina all’Arapietra negli anni ’50”; seguono, “La festa del Corpus Domini negli anni ’30 a Pietracamela”, e “La festa della Madonnina all’Arapietra”, un momento di riposo; poi, “Processione per la festa di Sande Lezzeije“, e “Don Andrea, parroco del paese, sulla strada di Scaramazza…, ancora non asfaltata, nel rione La Villa”; quindi, “Anni ’20. Escursione al Corno Piccolo. Si riconoscono, tra gli altri, Laura Paglialonga (con camicia chiara) ed Ernesto Sivitilli, secondo in alto. Laura viene descritta nel libro di Sivitilli, dedicato al Corno Piccolo, ‘valorosa compagna di ascensioni’ e, inoltre, fu attenta e scrupolosa curatrice di quel volume, come virene ricordato nella prefazione dell’autore”, e “Gruppo di escursionisti pretaroli sul Gran Sasso negli anni ’20 del secolo scorso”; inoltre, “In alto, Ernesto Sivitilli, fondatore degli Aquilotti del Gran Sasso sulla parete settentrionale del Corno Piccolo assieme a due alpinisti”, e “Un gruppo di sciatori pretaroli ai Prati di Tivo”; ancora, “Gli Aquilotti Antonio Panza e Buno Marsilii in una foto degli anni ’30 che li ritrae il giorno della conquista della Parete Nord del Camicia”, e “Gruppo di sciatori pretaroli”; continua, “L’Aquilotto Antonio Giancola durante una scalata”, e Una stornellata ai Prati di Tivo, alla chitarra a sin. Francesco Bonaducce – spunta la fronte spaziosa del figlio Aligi – al centro al mandolino Berardino Giardetti, a dx canta a occhi chiusi Osvaldo Trnetti; in chiusura, “Giovannina davanti alle Fiamme di Pietra, guglie che devono il loro suggestivo nome alla felice intuizione del dottore Bruno Marsilii negli anni ’40 del secolo scorso”.

“Giovannina davanti alle Fiamme di Pietra, guglie che devono il loro suggestivo nome alla felice intuizione del dottore Bruno Marsilii negli anni ’40 del secolo scorso”