“Noi siamo pretaroli”, l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti su Pietracamela,1. I luoghi della memoria, le case e la vita familiare, il lavoro

di  Romano Maria Levante

E’ straordinario il libro di Lidia Montauti –  promosso dall’Amministrazione comunale e dalla Asbuc di Pietracamela – presentato il 13 agosto scorso nel borgo montano alle falde del Gran Sasso d’Italia, dal 2005 nel Club dell’Anci “I borghi più belli d’Italia, nel 2007 “Borgo dell’anno” tra quelli con meno di mille abitanti. La presentazione si è svolta nella Sala consiliare del Municipio con oltre due ore di intensa discussione tra i relatori, di sfondo la continua proiezione di foto d’epoca – riportate nel libro – sulla vita nel paese in anni molto lontani. rimasti vivi nella memoria dei tanti paesani convenuti all’incontro. Pubblico la mia “esplorazione” – scritta nei quattro giorni successivi, soltanto dopo un mese, non avendo potuto inserirla nel sito della Word Press nel mio soggiorno in paese per problemi di connessione con Internet – esprimendomi in via eccezionale, come poche volte, in prima persona e non al plurale che uso come forma di partecipazione della Rivista culturale. Questo perché sono “pretarolo”, del paese a cui si riferisce il libro, paesano e molto vicino da una vita all’autrice Lidia, tanto immersa nelle tradizioni locali da lei studiate e valorizzate fino ad essere considerata un’”icona pretarola”.

“Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio””

Noi parliamo pretarolo”  cui accosto virtualmente “Noi siamo pretaroli”

La mia, però,  non è piaggeria, tanto che da giornalista non accomodante inizio con una osservazione molto personale. Non è una critica al libro che considero straordinario – unico nel suo contenuto e nel modo in cui viene espresso dall’autrice – ma è un dubbio che può derivare dal suo titolo. Recando in carattere vistoso “Noi Parliamo pretarolo” seguito dalla “traduzione” in dialetto “Ne parlime le pretaruale” può sembrare un testo di linguistica sull’antico idioma molto caratteristico e identitario, e in quanto tale interessante per gli specialisti, meno per i nomali lettori. Il sottotitolo“Voci, luoghi e memorie di Pietracamela “ si avvicina al contenuto, ma è in caratteri molto piccoli e sembra siano visti come aspetti che riflettono l’analisi linguistica, quindi in secondo piano, e non l’inverso.  Questo dubbio mi fa pensare che se invece di“Noi parliamo pretarolo” con successiva traduzione nell’idioma, il titolo fosse  stato“Noi siamo pretaroli”, seguito da “E parliamo pretarolo”, magari scritto nell’idioma, con lo stesso sottotitolo,  sarebbe apparso più aderente dell’attuale al contenuto. Del resto, i tre testi introduttivi sono di esperti linguisti –  tra cui l’autorevole docente di linguistica di due celebri Università già impegnato con un libro su questo idioma – che sembrarebbero confermare il contenuto limitativo del titolo concentrato sul dialetto “pretarolo”, ma è poca cosa, ci tornerò nelle conclusioni dell’articolo finale, il terzo.

“La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, …
in secondo piano la chiesa di San Leucio”

L’idioma “pretarolo”, prima dei 2 capitoli linguisti fimali che gli sono riservati, negli altri 5 capitoli sembra compreso nelle “voci” allo stesso livello di “luoghi e memorie”, accompagnando la rievocazione della vita di allora soltanto come componente, non certo in prevalenza sulle altre come potrebbe sembrare sembrare dal titolo e dalla presentazione linguistica. E’ una mia considerazione che può sembarre banale, forse spinta dal fatto che oltre a non essere esperto linguista non sono neppure interessato agli idiomi, tanto che sono vissuto stabilmente in cinque località – Pietracamela, luogo di nascita e delle vacanze estive, Colonnella ai confini con le Marche fino alla  1^ media, Teramo fino al 1° liceo, Bologna fino alla laurea, Roma dai 24 anni ad oggi , tanti anni essendo nato nel 1936 – e non ho mai detto qualche parola dei rispettivi dialetti, nè ho mai cercato di farlo.

E questo sebbene il dialetto “pretarolo” fosse parlato in casa dai miei genitori e dalle mie zie, spesso con noi; ma essendo  maestri elementari dissuadevano dal farlo parlare a me e a mio fratello, per non “rovinare” l’italiano, come si credeva allora. Io  non cercavo di parlarlo di nascosto, non mi interessava anche se lo capivo, mentre i quattro dialetti successivi quando avevo molti più anni e maggiore libertà ugualmente non mi hanno interessato. L’ho detto nell’intervento al termine della presentazione del libro confessando la mia incompetenza linguistica perché, non conoscendone affatto il contenuto, pensavo non fosse a me accessibile o di mio interesse, invece ero sviato dal titolo per gli esperti linguisti, mentre il contenuto è accessibile e interessante, eccome. Per tutti !

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“Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno….
in primo paiano la Porta di Valle accanto alla chiesa di San Leucio”

Dico subito quella che mi è sembrata la struttura espositiva, organizzata in modo da rendere appieno la nascita e la vita di una comunità arroccata nella montagna, in un “nido d’aquile” isolato ma autosufficiente. Una narrazione non facile, frutto di una ricerca approfondita che ha scavato fino in fondo nei particolari più reconditi, per  esporli con una precisione e un dettaglio sfuggito a chi come me  ha vissuto alcune delle situazioni evocate con i continui ritorni annuali nelle vacanze estive fin da piccolo limitandomi a quanto appariva evidente. Le descrizioni di ambienti e strumenti  di allora non potrò renderle nella loro interezza, tanto sono minuziose, dovrò fermami a come mi apparivano, semplici in  una realtà che vedevo in modo superficiale, invece nel libro viene vista in modo approfondito. Ed è il primo modo di renderne il contenuto che considero straordinario.

Il secondo modo si manifesta attraverso la serie di immagini che chiude le varie parti del libro con ampie didascalie riferite ai contenuti descritti a parole nella prima parte. Sono 86 in tutto, fotografie d’epoca tratte da archivi personali e dall’Archivio storico del paesano specializzato e appassionato, Aligi Bonaduce, giustamente nel tavolo dei relatori alla presentazione del libro. Ha consentito una  narrazione visiva che appoggia quella precedente scritta. E siamo giunti al terzo modo di rendere un contenuto così vasto e complesso, la consistenza assunta dal “nido d’aquile”, la vita personale e sociale, ricorrenze e riti religiosi, ricette antiche: è l’idioma “pretarolo” altrettanto antico perché esprime il linguaggio che accompagnava l’intero svolgimento di quanto sopra, e lo troviamo nel libro riemergere di continuo. Ma senza prevalere,  con la sua presenza costante mediante “vocaboli”  identificativi o “dialoghi”, sempre con le “traduzioni” italiano-idioma o viceversa. Tre modi contemporanei che compongono un “tris d’assi” equilibrato, senza che l’idioma prevalga, nel libro come nella realtà diventa evocativo di un qualcosa provvisto di ben altra forza, come sono i fatti, le circostanze, gli eventi. – 

“Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”

I  “Luoghi della memoria” del “nido delle aquile”

Dopo questa spontanea e comprensibile interpretazione –  da non considerare presuntuosa, anche se è discutibile  –  mi immergo  nel contenuto del libro, superate per i motivi che ho detto le presentazioni prevalentemente linguistiche poste all’inizio, ma ci tornerò nel terzo articolo. E subito, nel capitolo 1°, trovo descritta la parte abitativa di Pietracamela “scrigno nascosto tra i monti”. Cerco di renderne il contenuto negli elementi essenziali, vicini alla semplicità dei miei ricordi, senza la meticolosità incredibilmente penetrante dell’autrice del  libro – uno degli aspetti che lo rendono straordinario –  aggiungendo anche il secondo modo, quello delle immagini, con la necessaria semplificazione, questa volta del loro numero riportando meno fotografie d’epoca, ma sufficienti. Invece non posso dar conto adeguataente del terzo modo – “vocaboli” e “dialoghi” in “pretarolo” –  per la mia ammessa incompetenza in materia linguistica sull’idioma che il libro presenta giustamente nelle sue espressioni.

Si apre con quasi due pagine nell’idioma “pretarolo”, 35 righe fitte che rappresentano l’”ouverture” delle brevi successive citazioni della “lingua degna” nel racconto di fatti e situazioni per rafforzarli con la visione paesana, unendo la necessaria traduzione in italiano: il titolo tradotto è “Pietracamela, il mio paese!” E in effetti c’è la descrizione di come ci si arriva, “inerpicandosi, tornante dopo tornante,  su per la salita”, dopo aver lasciato la Strada Statale 80 dove il Rio d’Arno, che scende dal paese posto molto in alto, si immette nel fiume Vomano che attraversa il vicino centro urbano di Montorio, di qualche rilevanza prima del capoluogo provinciale Teramo.

“La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata
e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta… “

Nell’antica pagina “pretarola” dopo le parole “ed ecco, all’improvviso, quasi per magia, appare lui, il Gigante d’Abruzzo, imponente e maestoso: è il Corno Piccolo”, se ne leggono altre ancora più estasiate: “E lì, sotto alla montagna, quasi abbracciata a lui e da lui protetta, si scorge Pietracamela, solida, solitaria, schiva e fiera, come un nido di aquile posto  fra le rocce per difendere i suoi nati”. Leggendola nell’idioma non riuscirei a capirla fono in fondo, certo sono come le espressioni di un innamorato per la sua amata, peccato che “la Bella addormentata “ è un’altra visione del Gran Sasso, altrimenti….

E non finisce qui, si legge: “Se siete alla ricerca di un ‘paradiso naturale’ questo angolo di Abruzzo ve lo offre!” Ma non  basta, aggiunge: “Se vi troverete a percorrere il labirinto di viuzze e vien fatto d’incontrare due nativi, due donne che parlano fra di loro, non credereste ai vostri orecchi: una parlata mai sentita, con cadenza e suoni  particolarissimi, vi farà dubitare di trovarvi in Italia!”. Mi sento di aggiungere ciò che pensavo prima di leggere queste espressioni, sentivo di essere in un paradiso terrestre di favola, nell’abbraccio della natura – e l’ho anche scritto da parecchio tempo – con un idioma diverso da tutti gli altri, come è diverso dagli altri il borgo fatato.

“Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste,
è un caratteristico balcone interamente in legno”

Ed ecco  i “Luoghi della memoria” del borgo fatato, con un centro storico, “La Terra”,  nel quale l’intreccio di vicoli e di scalinate che separava le costruzioni rivela arcate e  portali, scorci e ballatoi con la pavimentazione nella  dura pietra locale. I vicoli e le scalinate separavano le case in pietra nei lati non addossati alla roccia oppure ad altri muri, come avveniva per risparmiare materiale o avere protezione. Nulla di disordinato, erano i nuclei più antichi raggruppati in Rioni, con  Porte di ingresso che segnavano i punti di accesso difesi dalle minacce esterne.

Non c’era soltanto la dura pietra locale come  materiale per i muri delle costruzioni e della pavimentazione; anche le rocce prese come fondamenta o come parte dei muri delle abitazioni per renderle più solide. Il nome Pietracamela con la sua abbreviazione dialettale “La Prota” si spiega così.  La parte del centro storico  più interna e raggomitolata, era collegata – mediante il ponte della piazza principale –  alla zona più aperta che diventerà il rione “la Villa”  e scendendo verso Ponte Arno alla Valle del Vomano.  All’esterno c’erano terreni coltivati a legumi e patate, quelli più ampi  a grano, aree più vste si estendevano a prato per il pascolo degli animali, il tutto per l’utilizzo finale nell’alimentazione, con annesse fontane per l’acqua e abbeveratoi per gli animali.  

“La piazza del paese negli anni ’50”

L’autrice del libro Lidia Montauti da questo momento la chiamo semplicemente Lidia, nella confidenza di una vita che ho con lei, anche per instaurare un vero dialogo, non come quelli in “pretarolo”contenuti nel libro, idioma  che non parlo anche se lo capisco nel sentirlo ma non nel leggerlo, nessuno è perfetto, tanto meno io….  Ebbene, Lidia  non si limita ad  indicazioni pur molto precise lasciandole per altri versi generiche, al contrario fornisce tutti i nomi di allora,  affermando che “non si ricostruisce soltanto una mappa fisica del paese, ma anche una geografia affettiva  e culturale, cioè il modo in cui gli abitanti di Pietracamela hanno nominato, abitato e riconosciuto il proprio mondo rendendolo per tutti noi un luogo delle radici, del ricordo e dell’anima”. 

Ho riportato testualmente l’intera motivazione perché vale per tutte le altre ricognizioni, anche per le attività di ogni tipo per le quali addirittura vengono indicati i nomi e cognomi dei nostri avi  che le hanno svolte nel lontano passato. Quindi ecco ben 11  pagine con i nomi di Rioni e Porte, Archi ed Edicole votive, Località e Rocce, Massi e Pietre, Grotte e Boschi, Corsi d’acqua e Fonti naturali,  Cascate e La leggenda del Calderone, Fontane e Abbeveratoi. Sono pagine in cui nel sistema descrittivo di evocare entra il modo linguistico – il terzo –  con i nomi anche nell’idioma “pretarolo”, che entra così nella struttura espositiva nella posizione secondaria di “vocabolo”. E seguono 23 immagini che esprimono il secondo modo, quello visivo. Il cerchio è chiuso per l’inizio evocativo dei “Luoghi della memoria”, sarà così per il resto, strutturato con analoga minuziosa precisione.

“La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”

I  luoghi della vita familiare, “le case”

Dall’esterno all’interno del borgo rincantucciato sotto la grande montagna, il capitolo 2° presenta le case. Si è già visto come nella parte più antica fossero addossate le une alle altre quasi per difendersi dai rigori del freddo e non solo, con muri comuni anche per risparmiare i materiali e ridurre lo spazio occupato, le stanze una sopra l’altra per non allargarsi troppo.  Le volte erano basse data la statura di allora dei nostri avi, le finestre piccole per far entrare meno freddo, il tetto fatto di tavole e travi di legno con sopra coppi di terracotta.

Ma quello che interessa di più sono gli ambienti della vita quotidiana, la “Cucina” e la “Camera”, la “Stalla” e il “Pagliaio”. Proprio per ricordare meglio la vita di allora, Lidia  riporta nel libro frequenti dialoghi nell’idioma “pretarolo”  con  la relativa “traduzione”, in ogni situazione, oltre ai “vocaboli” tutti tradotti in italiano. Però  il modo linguistico resta  una aggiunta rispetto alla evocazione dei fatti, che a mio avviso restano sempre prevalenti rispetto alle voci le quali mostrano l’umanità di allora, efficaci ma non decisive della sua espressione completa-

“Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone
da Pietracamela a Teramo, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”

La Cucina era “il luogo di incontro e convivenza”, le caratteristiche costruttive sono state già indicate, ma ci sono alcune componenti importanti per come si svolgeva la vita quotidiana. La prima componente è il  “Camino”, con il focolare, utilizzato non solo per cucinare, e riscaldare gli ambienti nei mesi freddi, ma per trascorrere le lunghe serate. Le donne di casa facevano la maglia o ricamavano alla luce del fuoco  e con lumi a olio o a petrolio fino all’arrivo della corrente elettrica; qualche volta i corteggiatori andavano “a sedere” come faceva mio padre Gino con la futura sposa Argene, “sorvegliati” dalla sorella maggiore Laura che andava a dormire mandandolo via…

In questo ambiente, fondamentale anche per alimentarsi c’era l’”Acquaio” per l’acqua da bere, con le conche portate dalle donne sulla testa protetta dal morbido “torcinello” circolare, in modo quasi elegante, spesso seguite dai corteggiatori; vicino alla conca veniva messo un grosso mestolo per prendere l’acqua necessaria anche a dissetarsi. Non si poteva utilizzare per lavare i panni, le donne andavano al lavatoio pubblico vicino alla chiesetta di Collemolino, nel sentiero pianeggiante fuori dal paese dopo Porta Fontana, d’inverno era  molto gravoso andarci per il grande freddo. Ricordo benissimo il lavatoio, anche d’estate dentro si sentiva freddo.

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“Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto. …”

Poi arrivò l’acqua nelle case, in tempi più vicini, tra il 1950 e il 1960,  prima al rione più antico e in basso “La Terra” e  solo dopo al rione più moderno e in alto “La Villa”: le donne che vi abitavano  andavano a lavare i panni nel torrente “Fosso Piccolo” o al “Rio della Porta”  vicino Capo le Vene, non al lavatoio troppo lontano. Con la mia famiglia tornavamo ogni estate nella casa paterna alla “Terra” perché  nella casa materna alla “Villa” non arrivava l’acqua; quando l’acquedotto riuscì a fornirla in tutto il paese ci spostammo  alla “Villa” , perché a noi ragazzi piacevano i campi delle vicinissime “Paschiere rosa” e il Monte Calvario accessibile a due passi.

Ma torniamo nella Cucina, dopo la rievocazione delle difficoltà di allora per l’acqua e altro ancora. Si è ricordato il Camino  e l’Acquaio, c’erano anche dei mobili che contenevano il necessario per cucinare, la “Madia” e l’”Arcuccia” di dimensioni più piccole, poi il “Tavolo”. Lidia li descrive minuziosamente – sempre con la sua acuta osservazione e la sua memoria dei particolari più minuti – e fa intervenire i “dialoghi” in “pretarolo” con la traduzione, oltre ai “vocaboli” in tale idioma; è come se il modo “linguistico” la stimolasse sempre di più, del resto è stato questo, come detto all’inizio, il tema del titolo del libro.

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“La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”

Dopo la Cucina, con i suoi contenuti basilari per la vita quotidiana, la Camera da letto, con il letto matrimoniale e a volte anche lettini rimediati,  le “Rapazzole”, le ricordo anch’io, e come nella cucina c’era la Madia, qui la “Cassapanca”, che conteneva gli abiti.  Lidia dà libero spazio ai ricordi e alla memoria con due pagine che li descrivono in modo minuzioso, presentando l’abito tradizionale delle donne: una Gonna ampia con pieghe e un Grembiale con grandi tasche, le Camicie, fino alla Collana di corallo  con grossi grani rossi,  portata per ornamento e per proteggere dal malocchio, ricordo abiti e collana di nonna, come nella descrizione dell’autrice.

Passa poi agli abiti dei bambini e delle bambine con pari precisione e minuzia. Lidia è talmente presa da questi ricordi che non ci sono le irruzioni dei “dialoghi” in “pretarolo” tradotti, prima molto frequenti, soltanto qualche “vocabolo”, buon per me! Ma passa allaStalla e il Pagliaio” dove tornano subito i “dialoghi” , erano luoghi di impegno quotidiano, con il “Porcile”, l’”Ovile”,  il “Pollaio”, per le diverse specie di animali allevati, alcuni portati al pascolo. Descrive  l’assetto della “Trasanna”, una sorta di terrazza aperta con un ampio finestrone dove le donne portavano il fieno sulla testa con il solito “torcinello”, lo raccoglievano nei prati lontani per alimentare gli animali nel  lungo inverno, salivano su una scala a pioli e vi rovesciavano il loro carico. Ma spesso vi salivano per riscaldarsi e delle volte prendevano il sole nel clima divenuto tiepoido, contente se serviva per abbronzarsi .

“La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”

Il “Lavoro”, scandiva le stagioni e le giornate

Ma Lidia  dopo questo interessante diversivo entra nella parte più qualificante non solo per i singoli ma per l’intera comunità, cioè il “Lavoro”, e non lascia alcuno spazio ai “dialoghi” linguistici, solo a qualche vocabolo “pretarolo”. Passa ad evocare l’organizzazione della vita del borgo nelle varie  ore della giornata e nelle diverse stagioni, ed era tale da superare le difficoltà dell’isolamento facendone un punto di forza: Venivano svolte tutte le attività necessarie in modo da avere una totale autonomia che lo preservava da crisi dovute a carenze esterne, e gli abitanti erano impegnati nei rispettivi compiti assegnati ad ognuno. 

Alla festa di Sant’Antonio, dopo Natale, l’uccisione del maiale, allevato e ingrassato da mesi nel porcile. Dopo la festa di San Giovanni la “Fienagione”,  poi la “Mietitura” e la “Trebbiatura”  del poco grano comunque sufficiente per fare il pane l’inverno. Sciolte le nevi, il lavoro nei campi degli uomini, anche se la terra di montagna era molto magra per i raccolti, impegnava pure le donne  che trasportavano il letame per concimare.  A fianco di queste attività contadine, l’allevamento di ovini, pecore e capre per produrre latte e formaggio, carne e lana per la cardatura, filatura  e tessitura.

“Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “

“In questo ciclo continuo – scrive Lidia – uomini, donne, bambini e anziani avevano ciascuno il proprio compito. La fatèija era dura, ma dava ordine all’anno, sicurezza alla casa e senso alla comunità: era insieme necessità, rito, memoria e identità  e generava altresì una profonda e condivisa forma di appartenenza”. Fatica scritta in  “pretarolo” ma il resto in italiano!

Erano lavori la cui successione nel tempo scandiva le stagioni, tanto era regolare e ripetitiva. Mentre anche le giornate erano scandite da un qualcosa che avveniva ad ore fisse. Veri momenti di devozione segnati dal suono delle campane quattro volte al giorno: i lavoratori si fermavano alzando gli occhi al cielo, rivolgendo alla Madonna la  preghiera dell’Angelus. Avveniva al mattino presto, a mezzogiorno, alle ore 15 e, scrive Lidia, “poi l’ultimo richiamo prima dell’imbrunire: il più  atteso, il più profondo, il più intimo ‘Ave Maria’”. E cita il Carducci con il suo “Quando sull’aure corre l’umil saluto…”.  Dei singoli lavori e del resto  parlerò nel prossimo articolo fra tre giorni, vi si troveranno  i Mestieri, le Ricorrenze e i Riti religiosi. Non è poco, poi seguirà il terzo articolo con le conclusioni di un'”esplorazione” compiuta con molta attenzione e anche con tanta passione.

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“Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino,
che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…”

Info

Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale- Voci, luoghi e memorie di Pietracamela” . Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. I prossimi 2 articoli sul libro in questo sito il 16 e 19 settembre 2026.

Photo

Ho inserito immagini scelte tra quelle contenute nel libro senza sostituzione alcuna, essendo la documentazione fotografica il secondo strumento utilizzato dall’autrice nella sua ricerca, il  primo la ricostruzione storica dei fatti avvenuti, il terzo la rievocazione linguistica con l’idioma “pretarolo”. Nei tre articoli dell’”esplorazione” sono riportate 43 immagini, la metà del libro che ne reca  85, per evidenziare anche il secondo metodo; l’ultima immagine nei 3 articoli è la stessa che chiude i Cap. 1, 2 e 5 del libro (nel 1° articolo è la penultima, essendo l’ultima la Copertina del libro). Le didascalie delle immagini riportano testualmente le didascalie del libro, escluse con dei puntini precisazioni troppo lunghe per l’articolo. Delle 43 immagini ne sono state scansionate dal libro 4 – tutte nel 3° articolo – le altre sono state rese disponibili dai detentori i quali le avevano fornite per il libro, quindi sono le stesse. Ne sono state messe a mia disposizione 27 da Aligi Bonaduce, paesano, dal suo Fondo fotografico, un Archivio storico, 2 ciascuno da Vittorio Giardetti, paesano, Salvatore Levante fratello e Zaira Montauti parente, si ringraziano tutti; 6 a me disponibili essendo inserite in miei precedenti articoli. In ognuno dei 3 articoli vengono indicate le immagini fornite. In questo 1° articolo le n. 6, 8, 11, 14 erano a me disponibili, la foto di apertura – in orizzontale per esigenze tecniche e non in verticale come nel libro – è stata tratta dal sito Abruzzo Turismo, che si ringrazia; l’immagine di chiusura è la foto della copertina; le altre 9 immagini sono state fornite da Aligi Bonaduce, che si ringrazia. In apertura, “Pietracamela, scrigno nascosto tra i monti. Il paese e il territorio”; seguono, ’”La Porta di Valle, oggi scomparsa, formata da un semplice fornice, in secondo piano la chiesa di San Leucio”, e “Il paese arroccato sotto Vena Grande (Vina Ronna) visto dalla strada che saliva da Ponte Arno….; poi, “Donna di Pietracamela che trasporta l’acqua nella tipica càunca (conca di rame)”, e “La piazza del paese quando la strada provinciale 43 non era stata ancora realizzata e il paese era raggiungibile da Ponte Arno solo attraverso un viottolo in terra battuta…”; quindi, “Il gafio, ancora oggi visibile lungo i vicoli del paese, in via delle Coste, è un caratteristico balcone interamente in legno”, e “La piazza del paese negli anni ’50”; inoltre, “La chiesa di San Giovanni Battista, risalente al 1432, si colloca al culmine di un vicolo in lieve salita. prima di riprendere l’ascesa verso il quartiere San Rocco”, e “Fine anni ’30 del secolo scorso; un pullman per il trasporto delle persone da Pietracamela a Teramo,, dopo la realizzazione della strada bianca carrabile”; ancora, “Un vicolo del paese che scende verso l’arco di Sbarronetto…. “, e “La chiesa della Madonna di Collemolino,, … oggi diruta, in una cartolina…”, continua, “La Madonna del Collemolino… alla fine del ‘900”, e “Veduta panoramica del paese contornato da una moltitudine ordinata di terreni coltivatii… “; infine, “Una tipica cucina, fulcro della casa pretarola. Il camino, che assumeva spesso dimensioni monumentali … La Gina e la suocera…” e, in chiusura, La Copertina del libro: Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”, Ricerche & Redazioni, agosto 2026.

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Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo, Ne parlime le pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”,
Ricerche & Redazioni, agosto 2026