Nell’anno che sta per terminare, il 2025, tra gli innumerevoli confronti e polemiche di natura politica ed economica che animano meritoriamente la vita democratica sui temi cruciali, sono emersi molti interrogativi rimasti aperti e soprattutto non discussi, anzi spesso elusi del tutto. In questa chiusura dell’anno cerchiamo di evidenziarli senza preconcetti, ci sforziamo di farlo in base al semplice buon senso. e li traduciamo in tanti perchè? . Per lo più emergono dall’analisi sui vari temi che abbiamo portato avanti negli articoli pubblicati al momento su questo sito e nei Post sulla pagina di Facebook “Romano Maria Levante” dove li abbiamo condivisi. A fine anno li evochiamo come interrogativi – lo ripetiamo – espressi in una serie di perchè evidenziati in corsivo per non essere elusi dopo la nostra esternazione forse pedante ma speriamo chiara.
Il “Manifesto di Ventotene”, a Roma, ‘Una piazza per l’Europa’,15 Marzo 2025. Ansa, di Giuseppe Lami
Ci siamo concentrati su una serie di temi sui quali si sono avute polemiche particolarmente accese nel Parlamento e nel Paese. I primi due temi, , ai quali è dedicato questo 1° articolo, riguardano il “Manifesto di Ventotene”, al cui valore simbolico è stata stata attribuita tale enfasi da portare una naturale attenzione sul suo contenuto integrale, con le relative polemiche; e il “caso Almastri”, che ha avuto un seguito giudiziario dinanzi al Tribunale dei Ministri. Non abbiamo ripercorso le varie fasi di due eventi, se non per qualche accenno introduttivo, ma ci siamo permessi di evidenziare i tanti perchè? ai quali attendiamo delle risposte.
Il “Manifesto di Ventotene”
Andando indietro nel tempo cominciamo dal “Manifesto di Ventotene“, abbreviazione di uso comune del titolo originario “Per un’Europa libera e unita, progetto d’un Manifesto”. E’ stato ripubblicato e sventolato in una grande manifestazione a Piazza del Popolo a Roma il 15 marzo 2025, come pietra miliare della costruzione europea. In tale “Manifesto”, nato meritoriamente al confino nell’inverno del 1941, si evocava – con un sincero slancio e trasporto ideale in un progetto preciso sotto la spinta di una passione genuina nelloppressione fisica e morale indicibile – una Federazipne dei paesi europei, con la rinuncia ai nazionalismi che avevano portato alle guerre devastanti. Però si indicava come necessaria una via rivoluzionaria e soprattutto non democratica, peraltro comprensibile dato il momento storico e la logica lontananza dai valori della piena democrazia, sebbene fosse ben noto l’esempio dato al mondo dagli Stati Uniti d’America al quale ci si poteva ispirare.
La folla dei confinati nell’isola di Ventotene
Ed ecco il primo interrogativo, ne seguiranno altri. Perché poi, nell’epoca storica della democrazia europea, è stato mitizzato il “Manifesto” originale, nonostante il suo contenuto non certo democratico? Sebbene fosse inaccettabile, o comunque inappropriato oggi sotto questo aspetto cruciale, perché in Italia non è stato esaltato maggiormente il suo autore principale, Altiero Sponelli, per la ultra trentennale attività appassionata nelle istituzioni europee, oltre a quelle nazionali, dedicata fino all’ultimo a realizzare il sogno incompiuto di un vero federalismo, ma rigorosamente democratico?
Questo dopo che Spinelli sconfessò espressamente il “Manifesto” – nel suo contenuto non democratico – che pure aveva elaborato da posizioni di sinistra con Ernesto Rossi liberale. E perché si è arrivati a dire che un importante palazzo della Unione Europea è intitolato al “Manifesto”, mentre è intestato al solo Altiero Spinelli senza riferirlo al “Manifesto”, altrimenti lo avrebbero cointestato con Ernesto Rossi? Ancora, perché si è messo al posto di Altiero Spinelli, come un “totem”, il “feticcio” del “M;anifesto”, che andava ovviamente citato, ma solo come inizio di un percorso ben più meritorio e fattivo riconosciuto invece dagli europei? Perché “Nemo ptofeta in patria”, oppure per un sottile disegno politico inammissibile, perchè basato su una matrice antidemocratica?
Un caseggiato dei confinati, tra cui i tre protagonisti del “iManifesto”
Il “caso Almasri“
Passando a un tema più vicino, il “caso Almasri”, gli interrogativi si moltiplicano anche perché non si tratta, come per il “Manifesto di Ventotene”, di una mera esaltazione in una direzione che pone gli interrogativi appena riportati, ma è una questione che attiene all’interesse nazionale, e in quanto tale coinvolge aspetti vitali da salvaguardare. Come premessa, ecco una brevissima sintesi di un caso che ha agitato la nostra vita politica e le stesse istituzioni ai più alti livelli, presidente del Consiglio e due dei principali ministri .
Usama Almasri, generale libico in posizione di rilievo nel suo paese, dopo quasi due settimane in cui ha viaggiato in diverse nazioni europee, il 19 gennaio è stato arrestato dalla polizia italiana a Torino in quanto la Corte Penale Internazionale – appena avvertita dalla gendarmeria tedesca che lo aveva fermato in Germania, lasciandolo libero su indicazione della C. P. I. (!), della sua imminente entrata in Italia – ha emesso un mandato di arresto contro di lui con l’accusa di crimini infamanti, dalla tortura allo stupro di bambini fino all’assassinio plurimo. Poichè il mandato non era stato preventivamente trasmesso al nostro Ministero della Giustizia, come nella normativa della C.P. I., dopo due giorni di carcerazione, non essendo pervenuta alla Corte d’Appello di Roma competente la convalida del Ministro, è stato dalla stessa rilasciato, e subito espulso da parte del Ministro dell’Interno, per evidente pericolosità, e trasferito in Libia con volo di Stato.
Gli autori del “Manifesto”, Alriero Spinelli ed Ernesto Rossi (di Celorni la “Prefazione”)
Perché non è stato riconosciuto che il ministro Nordio ha tutelato l’interesse nazionale risolvendo una situazione molto rischiosa, senza evocarlo in modo esplicito con la sua sperimentata competenza giuridica e la sua sensibilità politica? E perché anche dalla sua parte politica si è detto che avrebbe dovuto porre il segreto di Stato motivandolo con il fatto che rimandando Almasri in Libia si evitavano le gravi ritorsioni contro il nostro paese dati gli importanti interessi economici e i tanti nostri connazionali che lavorano in Libia, oltre alla massa di migranti che avrebbero riversato sulle coste italiane i suoi adepti? Perché non si è capito che mettendo il segreto di Stato con tale motivazione si sarebbero moltiplicati casi simili riconoscendoci esposti visibilmente a ricatti di quel tipo?
Sono tanti altri gli interrogativi ai quali ci piacerebbe avere delle risposte. Perché, da ogni parte – sinistra, centro, destra – si è definito Almasri sempre con le sole parole di “torturatore, stupratore di bambini, assassino” , senza che abbia subito alcuna condanna, e finora neppure un processo? . Ma “soltanto” la pur gravissima accusa della Corte Penale Internazionale per i reati citati, di cui non è stato dimostrato che li abbia commessi, sia pure in presenza di tante testimonianze, e della recente accusa della magistratura libica di torture su 10 detenuti nella prigione controllata dalla sua milizia, seguite dalla morte di uno di essi.
Immagine-simbolo di Altiero Spinelli, il grande europeista
E perché si omette di definirlo “cittadino libico”- come ha fatto meritoriamente soltanto Giorgia Meloni e nemmeno i suoi seguaci politici – ma, ripetiamo, solo “torturatore, stupratore di bambino, , assassino”, come fosse un criminale maniaco sessuale isolato, nel qual caso era inammissibile il rimpatrio con l’aereo di Stato? Ancora, perché lo definiscono così anche i garantisti che citano sempre, tranne che in questo caso, la nostra Costituzione secondo cui si è innocenti fino alla condanna finale dei vari gradi di giudizio, quali che siano le accuse non sanzionate in modo definitivo ?
Magari fosse stato soltanto un criminale isolato come lo hanno definito! Invece era il Capo della polizia giudiziaria di Tripoli che vigilava sulle carceri e Capo della Milizia Rada che aveva forte influenza sulla sicurezza nell’area della Libia con il grande impianto petrolifero dell’ENI e moltissimi nostri connazionali che vi lavorano; in più Asmari sovrintendeva al controllo della costa per fermare i migranti. Allora, perché oscurare tale sua posizione e la evidente minaccia per il nostro paese, insistendo solo sulla delinquenza come mero fatto personale? .
L’edificio del Parlamento Europeo a Bruxelles, intitolato ad Altiero Spinelli
Gli interrogativi non finiscono qui.. Perché non criticare affatto la troppo rapida scarcerazione da parte della Corte d’Appello di Roma, dopo solo due giorni, mentre poteva trattenere il generale libico in attesa della risposta richiesta al Ministro della Giustizia non ancora pervenuta? E perché accusare del reato di “favoreggiamento” il ministro Nordio che stava esaminando la complessa questione quando è stata la Corte d’Appello a scarcerarlo in tutta fretta, “favorendolo” di fatto, senza volerlo, con l’insperata libertà concessa in modo precipitoso? Perché si pretendeva che il Ministro della Giustizia in un solo giorno, lunedì 20 gennaio, esaminasse la complessa questione prima di convalidare l’arresto?
Ancora, perché non si è considerato che al Ministro non era possibile decidere in un solo giorno prima che fosse scarcerato dalla Corte d’Appello senza avvisarlo, dato che secondo la normativa della Corte Penale Internazionale, il Ministro può coinvolgere le altre istituzioni per decidere e interloquire anche con la Corte ? Il tutto nella giornata di lunedì, in un solo giorno pensando ai tempi della giustizia! Quando il Procuratore capo di Roma è stato criticato per aver tardato un giorno a trasmettere meccanicamente, senza dover neppure guardarli, al Parlamento gli atti del Tribunale dei Ministri, e ha risposto che una giornata è un tempo brevissimo, necessario per tale semplice atto..
Il generale libico Usama Almasri, arestato nella notte tra il 18 e 19 gennaio 2025 a Torino e incarcerato su mandato della Corte Penale Internazionale.
Perché accusare il Ministro Nordio di non avere fatto, come presunto atto dovuto, la trasmissione automatica e immediata del suo assenso alla Corte d’appello di Roma per convalidare l’arresto? E perchè non sembra evidente che, se ci fosse questo automatismo, sarebbe tutt’altro che obbligatoria, anzi non dovuta, la trasmissione da parte della Corte Penale Internazionale dell’atto di arresto al più alto organo politico come il Ministro della Giustizia, invece che all’organo giurisdizionalenazionale collegato, in particolare alla Corte d’Appello di Roma competente; come avviene per tutti gli atti giurisdizionali a livello nazionale, nessuno escluuso, sottratti al potere politico per l’indipendenza della magistratura ?
Si affollano gli interrogativi, perché sottovalutare l’avvertimento dei nostri Servizi segreti nel giorno di esame da parte del Ministro della richiesta della C.P.I. che metteva in guardia citando i gravi rischi per il nostro paese connessi all’arresto? E perché non pensare che i nostri Servizi o i libici avevano preannunciato la loro richiesta di estradizione pervenuta formalmente il giorno dopo? Era forse per pretendere la consegna al giudice naturale e impedire così la consegna alla Corte Penale Internazionale: Ma perché il Ministro non doveva tenerne conto, anche se complicava la valutazione e i relativi tempi, tanto più collegando ciò all’avvertimento dei Servizi sui rischi incombenti per il nostro paese?
Immagine-simbolo delle Milizie libiche, il generale Almasri era a capo della milizia che sovrintendeva alle carceri di Tripoli, sorvegliava le coste, ed era collegata alla sicurezza dell’impianto dell’ENI
A tale riguardo altri interrogativi nascono dalla trasmissione “Report” di domenica 16 novembre allorché Sigfrido Ranucci ha rispolverato il “caso Almasri” con un lungo servizio di accusa al governo, dal quale citiamo due dei vari perché nati dalla sua evidente prevenzione senza verifica in contraddittorio. Perché il grande giornalista d’inchiesta del Servizio pubblico – nel rivelare, accusando il governo, la disposizione data il giorno prima della scarcerazione di Almasri. che non avrebbe potuto sapere – da un influente personaggio libico ai miliziani di Rada all’incirca di “stare fermi perché la questione si sta risolvendo e tornerà a casa” – non si accorge di rendere concreto il rischio gravissimo, di cui possiamo immaginare la vasta portata per i nostri concittadini in Libia e non solo, vanificati dall’azione del ministro Nordio nella più assoluta regolarità.?
E, in tale contesto, perché lo stesso giornalista nel suo commento ha accusato il mostro governo che aveva riportato Almasri in Libia con volo di Stato, e non averlo consegnato alle autorità libiche se sapeva che lo ricercavano, ma all’accoglienza festosa dei suoi miliziani che lo hanno portato in trionfo, omettendo che non c’era stata ancora alcuna richiesta formale? E perchè ha trascurato che mentre l’aereo era in volo il ministro Nordio sembra abbia avvertito la Corte d’Appello che stava studiando la complessa questione, e non conosceva la scarcerazione di cui la Corte non lo aveva né preavvertito né informato a scarcerazione avvenuta – a quanto è dato sapere – come sarebbe stato doveroso o almeno opportuno nella leale collaborazione tra istituzioni?
I cartelli di protesta esposti dai Parlamentari del PD nell’informativa alla Camera del 5 febbraio 2025 dei ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’nterno Matteo Piantedosi sul “caso Almasri“
Questi ed altri interrogativi sono nati sul modo prevenuto contro il governo con cui è stata trattata la questione da tanti politici e giornalisti, con riguardo ai “talk show” in gran parte antigovernativi, presenti anche nel Servizio pubblico, dove secondo il buon senso dovrebbe esserci una informazione equilibrata e non trasmissioni di “inchieste”a senso unico, senza la necessaria quanto doverosa verifica in contraddittorio.
Aggiungiamo un interrogativo, per così dire comparativo. Perché nessuna, proprio nessuna, polemica si è fatta, tanto meno in Prlamento, sull’iraniano arrestato in Italia per l’accusa di terrorismo e relativa richiesta di estradizione dagli Stati Uniti, scarcerato in base al diniego motivato con eccezioni formali dal Ministro della Giustizia senza ricorrere al Segreto di Stato tanto evocato per Almasri, che risiedeva nello scambio con la giornalista italiana Cecilia Sala incarcerata per ritorsione; quando per il capo della potente milizia libica era ben più elevata la ritorsione contro i nostri concittadino in Libia, anche a prescindere dagli interessi per l’Eni e per il controllo della massa dei migranti? E il rischio gravissimo della ritorsione è stato confermato, come accennato, nel servizio pur così ostile di “Report” .
Il generale libico Almasri sceso dall’aereo di Stato italiano atterrato a Tripoli il 21 gennaio 2025
Sulla trasmissione al Tribunale del Ministri della “denuncia” di un avvocato alla presidente Meloni e a Ministri per la liberazione di Asmari perché non osservare che era una attività governativa più che palese, universalmente conosciuta, quindi non l’ avviso di un reato ignorato dalla Procura, tanto più che suffragato soltanto da ritagli di giornale, ed era paradossale attivare la procedura per un atto politico ben noto su segnalazione di un singolo, senza che si fosse operato d’ufficio? E poi, perché non considerare che la mancata convalida in una sola giornata del Ministro rispondeva anche al comportamento della Corte Penale Internazionale che ha atteso l’ingresso in Italia del soggetto in giro per quasi due settimane nei paesi europei avvertiti del suo passaggio con un “bollino blu”, tranne l’Italia investita solo dal “bollino rosso” dell’atto di arresto emesso nel momento dell’ingresso del soggetto nel nostro paese; mentre la Procura internazionale, inascoltata, lo aveva chiesto alla Corte Penale Internazionale dall’ottobre 2024 senza avere risposta fino al 18 gennaio 2025, ed erano ben noti, per episodi precedenti, e non solo ipotizzabili, i rischi per l’Italia dati gli interessi vitali con la Libia?
Ultimo interrogativo, perché non considerare comunque opinabili le interpretazioni in merito ai rapporti tra Corte Penale Internazionale e i singoli Paesi in materia di procedura e contenuti dei mandati di arresto? Data l’opinabilità, la decisione in un senso o nell’altro pensiamo che non possa essere considerata atto punibile per “favoreggiamento” e altro, come avvenuto, a meno che non si sia scelta l’interpretazione dannosa per il nostro Paese; mentre è avvenuto l’inverso, l’interesse nazionale si è tutelato avvalendosi delle forme non rispettate dalla Corte internazionale e dei tempi insufficienti. E perché non si è considerato lo studio molto accurato e motivato giuridicamente di un magistrato esperto di C. P. .I. – riportato nel nostro articolo sul caso in questo sito – che nega ogni responsabilità del Ministro della Giustizia e aggiunge che la Corte d’Appello poteva evitare di scarcerare il libico e dare tempo al Ministro di completare la sua valutazione?
Almasri portato in trionfo dai suoi miiziani all’arrivo in Libia dell’aereo italiano;
I prossimi 3 articoli sui nostri perchè?
Abbiamo concluso con le parole “ultimo interrogativo”, ma si riferiscono soltanto ai due primi eventi considerati in questo articolo, che hanno animato la vita politica nella parte iniziale del 2025, anche se il secondo si è trascinato in sede giudiziaria fino agli ultimi mesi dell’anno. Si è trattato, in fondo, di questioni dove le interpretazioni hanno avuto un rilievo forse maggiore del loro effettivo contenuto, dai riflessi comunque limitati sulla grande politica interna e internazionale.
Per questo passeremo nel prossimi 3 articoli, dedicati anch’essi ai tanti perchè? , ai temi che hanno inciso maggiormente sulla politica internazionale e sulla politica interna del nostro Paese, precisamente la questione di Gaza e la Manovra economica per il 2026, cui è didcato il 3° articolo. Mentre il 4° e ultimo articolo sui nostri perchè? si sposta su un piano più generale, la onsiderazione all’estero verso la nostra Presidente del Consiglio, e il nostro Paese, rispetto a un ben diverso atteggiamento di opposizione e sindacato, anche con riguardo agli ultimissimi eventi.
Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, con a fianco il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’Informativa al Parlamento sul “caso Almasri”, del 5 febbraio 2025
Non abbiamo citato il 2° articolo, ma non si tratta di una svista. Riguarda un tema che in un qualche modo comprende tutti gli altri, e abbiamo voluto trattarlo dopo l'”incipit” dei due casi che hanno aperto il 2025, con effetti ben più limitati dei sucessivi nella vita del Paese. Ci riferiamo alla comunicazione televisiva, che tanta importanza ha non solo sul piano fondamentale dell’informazione, ma anche su quello altrettanto importante della formazione di un giudizio critico legato alla corretta esposizione dei rispettivi argomenti e punti di vista, in confronti anche polemici ma corretti, nella libertà di pensiero che è alla base della nostra democrazia.
Di qui è nato un nostro panorama dei “talk show” politici televisivi, dato che la TV resta sempre un mezzo molto penetrante. Il prossimo 2° articolo è quindi riservato ai tanti “perchè?” suscitati dai “talk show” sulle tre Reti maggiormente impegnate nella comuniccazione politica quotidiana e settimanale. Il 2° e i successivi 3° e 4° articoli usciranno in questo sito un giorno dopo l’altro per non varcare la soglia del 31 dicembre con i tanti perchè? del 2025..
I ministri Nordio e Piantedosi con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, plaudono al voto della Camera il 9 ottobre 2025 che ha respinto la richesta di procedere avanzata dal Tribunale dei Ministri.
Info
Gli interrogativi sono desunti dai nostri ampi articoli pubblicati in questo sito nel 2025, e precisamente: Sul “Manifesto di Ventotene”, “Il Manifesto di Ventotene, 1. Dalla storia alla cronaca;; … 2. Altiero Spnelli, poi la “tirata di capelli” di Prodi alla giornalista; ….3. Da “libro sacro” a “Corzzata Potemkin”, usciti rispettivamente il 24 marzo, 3 e 6 aprile. Sul “Caso Amasri”, “Il generale libico Almasri, arrestato, e scarcerato, espulso e rimpatriato, dal ‘pasticcio’ al capolavoro”, uscito il 26 marzo. Tutti sono stati condivisi, con ampi Post introduttivi, nella pagina di Facebook intitolata all’autore,“Romano Maria Levante”, nei giorni della loro pubblicazione su questo sito, alcuni seguiti da commenti e repliche dell’autore.
Photo
Le 14 Immagini – a parte quella di chiusura sui “talk show” politici televisivi – forniscono una rapidissima sintesi dei due eventi, molte altre illustrazioni sugli stessi sono inserite nel testo dei relativi articoli sopra citati ai quali si rinvia. Le immagini sono state tratte dai siti web di pubblico dominio di seguito citati, e inserite a puro scopo illustrativo senza intenti di natura commerciale o pubblicitaria, si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta; qualora il titolare di qualche sito non approvasse l’inserimento di talune immagini, saranno subito eliminate su semplice richiesta avanzata nello spazio dei Commenti. Ecco i siti, in ordine di inserimento nel testo delle immagini: il post, patria indipendente, il manifesto, risorgimento firenze, torino news world, flat planet; five dabliu, inspi, rai news, ansa, rai news, rai news, open; sentimeter. Di nuovo grazie a tutti. Le prime 6 immagini sono sul “Manifesto di Ventotene” In apertura, Immagine-simbolo. Il “Manifesto di Ventotene”, a Roma, ‘Una piazza per l’Europa’, 15 Marzo 2025. Ansa, di Giuseppe Lami; seguono, La folla dei confinati nell’isola di Ventotene, Un caseggiato dei confinati, tra cui i tre protagonisti del “Manifesto”, e Gli autori del “Manifesto”, Alriero Spinelli ed Ernesto Rossi (di Celorni la “Prefazione”); poi, Immagine-simbolo di Altiero Spinelli, il grande europeista, e L’edificio del Parlamento Europeo a Bruxelles, intitolato ad Altiero Spinelli. Le successive 7 immagini sono sul “caso Almasri”: Il generale libico Usama Almasri, arestato nella notte tra il 18 e 19 gennaio 2025 a Torino e incarcerato su mandato della Corte Penale Internazionale; seguono, Immagine-simbolo delle Milizie libiche, il generale Almasri era a capo della milizia che sovrintendeva alle carceri di Tripoli, sorvegliava le coste, ed era collegata alla sicurezza dell’impianto dell’ENI, e I cartelli di protesta esposti dai Parlamentari del PD nell’informativa alla Camera del 5 febbraio 2025 dei ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’nterno Matteo Piantedosi sul “caso Almasri“; poi, Il generale libico Almasri sceso dall’aereo di Stato italiano atterrato a Tripoli il 21 gennaio 2025, e Almasri portato in trionfo dai suoi miiziani all’arrivo in Libia dell’aereo italiano; infine, Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, con a fianco il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’Informativa al Parlamento sul “caso Almasri”, del 5 febbraio 2025, e I ministri Nordio e Piantedosi con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, plaudono al voto della Camera il 9 ottobre 2025 che ha respinto la richesta di procedere avanzata dal Tribunale dei Ministri. L’immagine di chiusura, Un’anticipazione del 2° articolo. Visione panoramica, non aggiornata ,a espressiva, con il telespettatore di spalle, sommerso dall’affollarsi di “talk show”politici.
Un’anticipazione del 2 articolo:. Visione panoramica, non aggiornata ma espressiva, con il telespettatore di spalle, sommerso dall’affollarsi di “talk show”politici
Abbiamo rievocato, nell’articolo precedente, la impressionante gravità della guerra su Gaza, per il suo carico di vittime e devastazioni, riportando però motivazioni ben più attendibili di quelle che ritengono l’azione di Israele “non proporzionata” alla risposta all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, con “sole” 1200 persone inermi trucidate e 250 sequestrate come ostaggi, rispetto alle 65.000 vittime, considerate tutte civili, dei bombardamenti israeliani e delle altre azioni militari. Abbiamo fatto un primo confronto con la reazione degli Stati Uniti al terribile attentato alle Torri Gemelle con 3000 vittime rispetto al numero tra quasi 50.000 e 100.000 di morti nella reazione americana con la guerra in Afghanistan. Faremo ora un secondo confronto, con la guerra che si svolge contemporanemente in Ucraina, ignorata nelle tante manifestazioni che invece si sono mobilitate in modo ncessante contro Israele e in parte contro il governo Meloni. E concluderemo, in modo più leggero ma non meno significativo, sui commenti paradossali, quanto mistificatori della realtà fattuale, irridenti sulla presenza dell’Italia attraverso la presidente Meloni nella solenne manifestazione della firma dell’Accordo di pace in Egitto.
Sharm el Sheik
Il secondo confronto, con la guerra in Ucraina
E’ una guerra non meno impressionante di quella a Gaza, la guerra in Ucraina, alla quale in tre lunghi anni non è stato dedicato neppure un cartello, non dico un corteo delle centinaia di manifestazioni pro Pal contro la sola Israele per Gaza. Perché è meno sanguinosa? Tutt’altro, e lo indicheremo subito. Ma ci chiediamo anche perché non vengono evocati con raccapriccio le morti dei civili ucraini, con i bambini, fatto esecrabile tanto sbandierato per mobilitare la pur naturale riprovazione per Gaza? Perché non ci sono morti infantili in Ucraina? Tutt’altro, rientrano in percentuale nelle vittime civili; in più l’esecrabile sequestro dei circa 20.000 bambini presi dai russi alle famiglie ucraine e portati, anzi deportati in Russia; il Vaticano si è impegnato molto, nessunissima emozione nelle piazze, come per nessuna guerra altrettanto e anche più sanguinosa in atto nel mondo, come in Sudan.
Ma torniamo ai dati complessivi, i morti civili ucraini si stimano tra 40 mila e 100 mila. nonostante 6,5 milioni abitanti abbiano lasciato il paese per sfuggire ai bombardamenti russi, e 3,7 milioni siano sfollati all’interno, verso zone più sicure, gli altri riparati nelle città nei sotterranei delle Metropolitane e in altri rifugi: almeno 10 milioni di persone in tutto si sono sottratte alle bombe lasciando i luoghi più minacciati andando all’estero o altrove.
Ucraina
Non era possibile farlo da Gaza, con soli 2 milioni di abitanti in tutto, da evacuare non essendovi rifugi né altre protezioni? Ripetiamo – quanto accennato nel primo articolo – che il dominio oppressivo di Hamas sulla Striscia ha impedito ai Palestinesi di lasciare il territorio; a questo si è aggiunta la chiusura delle frontiere dei paesi arabi presunti “amici” confinanti. E’ stato l’interesse di Hamas a tenerli, in modo criminale e spietato, come scudi umani e ad avvalersi, come hanno detto suoi esponenti, del loro sangue per demonizzare Israele esponendolo alla reazione emotiva delle opinioni pubbliche diffondendo di continuo dati e immagini raccapriccianti. Ai morti civili stimati in Ucraina, lo ripetiamo, tra 40.000 e 100.000, si aggiungono le vittime militari, i soldati ucraini uccisi tra 75 mila e 150 mila, i soldati russi tra 175.000 e 350 000. Per un totale di morti tra 350 000 e 500 000, con anche i feriti in tutto 1 milione e 200.000 vittime, e si tratta di persone a noi vicine nella comune Europa.
Sono stime molto variabili da una fonte all’altra, che il sito “Liberi oltre le illusioni” raggruppa nei dati appena indicati e riportati in istogrammi illustrativi molto chiari; per chi volesse verificarli rinviamo alla tabella riassuntiva reperibile agevolmente “on line” nella fonte citata, con dati e rappresentazione anche visiva che distingue le vittime, e in particolare i morti, tra civili e militari. Mentre l’Ufficio sanitario di Hamas – che diffonde con una frequenza e “precisione” mai vista altrove i dati – non li distingue, e tutti considerano come fossero interamente vittime”civili”; quasi che nessun miliziano di Hamas venga colpito, mentre ce n’erano almeno 40.000 a Gaza.
Gaza
Abbiamo già accenna, sempre nel primo articolo, alle stima del Guardian sull’83% di vittime civili e a quella israeliana sul 53% di civili, solo per precisare che gli attuali 65.000 morti a Gaza non sono tutti civili, ed è errato voler enfatizzare solo il numero totale, mentre anche quello dei soli civili resta elevatissimo; quindi nessuna attenuazione, ma ciò dimostra la malafede di chi li spaccia strumentalmente come tutti civili per accusare forsennatamente Israele di colpire soltanto la popolazione. Senza pensare che se non ci fossero le milizie armate di Hamas, chi ha ucciso i 2.000 soldati dell’esercito israeliano, che pure per ampia parte dei due anni di guerra non si è esposto ma soprattutto ha bombardato decidendosi a dare avvio all’attacco via terra solo di recente?
A mostrare l’esistenza delle milizie di Hamas, inquadrate militarmente da vero esercito, non sono bastate le immagini dei miliziani le cui divise recano anche la bandiera palestinese, ripresi con caschi e armati fino ai denti nei momenti di restituzione di una parte di ostaggi tempo fa. Anche questo fatto fa spiccare l’alterazione della realtà, che ha portato la “vulgata comune” a considerare come soltanto “civili”- per di più con un terzo di bambini!. i 65.000 uccisi dalle azioni belliche, soprattutto bombardamenti, israeliane. Anche se sono stati usati “scudi umani”, perché Hamas ha cercato di proteggere i suoi miliziani negli oltre 500 km di tunnel, gran parte di loro sono state eliminati, altrimenti non sarebbe divenuta così arrendevole da firmare il totale disarmo.
Ucraina
Viene da chiedersi perché la maggiorazione di un dato così tragico, forzatura che appare inutile dato che anche rispetto ai soli civili resta ugualmente tragico e impressionante. La risposta si trova nell’ipocrita affermazione che nel conflitto in Ucraina si tratterebbe della guerra di uno Stato contro uno Stato, mentre a Gaza dell’accanimento di uno Stato su un popolo, come se questo popolo non fosse governato e dominato da Hamas; e, in quanto tale Gaza va considerato di fatto uno Stato perché l’Autorità Nazionale Palestinese che ne aveva la rappresentanza, fu sconfitta dalle elezioni del 2007, vinte da Hamas; non le ha più ripetute e ha eliminato gli oppositori con feroci assassini, fino alle recentissime esecuzioni pubbliche dopo il “cessate il fuoco” e il parziale ritiro dell’esercito di Israele che ha lasciato campo libero ritirandosi sulla “linea gialla” definita nell’Accordo di pace.
Ma se, come speriamo, dopo l’incerto inizio si arriverà alla pace con un assetto nuovo e stabile del Medio Oriente, sarà proprio per la sconfitta di Hamas nella guerra con Israele sul piano militare che intanto l’ha obbligata ad accettare l’Accordo di pace che prevede il suo totale disarmo, anche perché è stata abbandonata dai paesi arabi che l’avevano aiutata, sotto l’azione forte e determinata del presidente americano Trump.
Gaza
Quanto detto, ripetiamo ancora, non vuole chiudere gli occhi dinanzi all’alto numero di vittime della guerra di Israele a Gaza con i massicci e devastanti bombardamenti. Ma non si può trascurare la primaria responsabilità di Hamas che l’ha provocata suscitando in Israele la reazione di legittima difesa, non solo per l’orrendo eccidio del 7 ottobre, ma soprattutto davanti al rischio mortale per la propria esistenza che l’atroce atto terroristico, ancora più disumano della ferocia nazista, aveva ingigantito. Si è trattato di una ’escalation” apparsa inarrestabile dopo tanti anni di continui lanci di razzi sulle abitazioni dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania; tanto che Israele ha intrapreso anche azioni militari anche contro l’Iran e altri paesi, nella sua mobilitazione per la sopravvivenza.
Ma la guerra a Gaza, legittima e inevitabile, è stata condotta militarmente in un modo che ha moltiplicato le vittime suscitando una comprensibile condanna e indignazione delle opinioni pubbliche contro Israele, per lo stillicidio giornaliero di dati e immagini che l’hanno messa sul banco degli imputati per “genocidio”, crimini di guerra e contro l’umanità e così via. Ci sembra che sia stato un tragico errore militare bombardare la striscia di Gaza per due anni con la distruzione totale del territorio, fino ai bersagli finali delle torri-grattacielo, possibile asilo di osservatori nemici, facendo piazza pulita dell’abitato con tante vittime, fino alla tardiva operazione di terra fermata dall’Accordo di pace.
Ucraina
Ripetiamo che tale operazione – a nostro modesto avviso – doveva essere svolta dall’inizio, assediando la Striscia di Gaza con i mezzi pesanti, intimando la restituzione immediata degli ostaggi, il disarmo di Hamas, con precisi ultimatum e, se non rispettati, avrebbero dovuto esigere in modo imperativo l’evacuazione della popolazione prima dell’attacco via terra. Se questo non fosse avvenuto, sarebbe stata la prova del dominio oppressivo di Hamas, e non avrebbe lasciato alternativa all’attacco frontale, che sarebbe stato sanguinoso soltanto se i miliziani di Hamas avessero respinto l’ultimatum. Ma, in tal caso; non si sarebbe potuta lanciare contro Israele l’accusa – comunque infame – di “genocidio” del popolo palestinese, e neppure di massacri ingiuistificati; aveva fatto il possibile per evitare alla popolazione civile di essere coinvolta nella guerra, ma Hamas lo aveva impedito provocando i dolorosissimi quanto inevitabili effetti sulla popolazione civile, considerati in ogni guerra con un termine pur cinico, “danni collaterali”.
E allora i cortei popolari avrebbero dovuto manifestare contro Hamas, colpevole del danno mortale arrecato al popolo palestinese, e magari avrebbero sventolato bandiere israeliane. A meno che le manifestazioni oceaniche che abbiamo visto non siano state alimentate dall’antisemitismo. Non lo vogliamo credere, vogliamo essere certi che non sia stato così.
Gaza
La firma dell’Accordo di pace: le irrisioni per il “bellissima” di Trump alla Meloni, nella fase informale, omettendo del tutto l’elogio al suo “ottimo lavoro”, e solo a lei, nella fase solenne
La parte finale di questo articolo vuole… alleggerire l’evocazione delle immagini devastanti di tanti morti e distruzioni in una guerra così sanguinosa. E lo facciamo rievocando la firma dello storico Accordo per la pace in Palestina, del 13 ottobre 2025 a Sharm el Sheik, riportando di seguito – con pochissime modifiche di aggiornamento – l’ampio Post allora condiviso sulla pagina di Facebook intestata al nostro nome – aperto dalla fotografia nel momento solenne della firma, con la quale chiuderemo questo articolo, prima della foto finale.
Ci soffermeremo sulla surreale, inarrestabile, irrisione per il modo con cui il presidente Trump si è rivolto a Giorgia Meloni, con vere e proprie alterazioni di evidenze plateali, da parte di esponenti della sinistra senza che i conduttori televisivi correggessero i loto marchiani errori, una pagina non bella di giornalismo… Ed ecco la rievocazione dell’evento solenne della firma dell’Accordo di pace.
Ucraina
Tra i paesi definiti “i più ricchi del mondo” invitati a presenziare per contribuire poi a realizzare l’Accordo – come ha detto Trump – si vede la nostra presidente del Consiglio e insieme a lei, nella lunga fila in secondo piano, gli altri rappresentanti dei 20 paesi. Ebbene, il presidente Trump, nel quarto d’ora circa di presentazione dell’evento, ha ringraziato in modo caloroso il presidente egiziano Al Sisi e il presidente turco Erdogan, firmatari con lui dell’accordo insieme all’Emiro del Qatar, e si è rivolto al presidente di un paese asiatico compiacendosi per aver chiuso la guerra con il paese vicino. Non ha citato l’Emiro del Qatar, il quarto firmatario dell’accordo seduto in prima fila, ma si è rivolto a un solo rappresentante dei 20 paesi della seconda fila con queste parole: “Ecco l’Italia. Una forte leader sta facendo un ottimo lavoro. Stai facendo un ottimo lavoro. Grazie”.
Subito dopo Trump ha ringraziato i media e ha chiesto di portare il documento, poi i 4 firmatari lo hanno esibito sollevandolo in alto fimato, e Trump ha rinviato alla Conferenza stampa e all’incontro successivo con i rappresentanti di tutti i paesi. Chi ha la pazienza di leggere ancora questa narrazione, forse non lo sa perché nei telegiornali e nei talk show – almeno su La 7 e su Rete 4 – si è proiettata per la Meloni la scena di un altro…. film, non quello della cerimonia solenne della firma, ma quello successivo, più disteso e informale: il saluto finale di Trump ai 20 capi di Stato e di governo investiti ad uno ad uno delle sue espressioni scherzose e confidenziali.
Gaza
E cosa si è mostrato in modo ripetuto e insistente? Il modo e le parole con cui Trump si è rivolto, guardandola, alla Meloni che si trovava, come nella prima fase formale, ancora dietro di lui: “L’Italia. Abbiamo una donna giovane e bellissima, non ti dispiace se dico che sei bellissima.? ……. Grazie davvero di essere qui. Lo apprezziamo molto, voleva essere qui, è una politica veramente rispettata e di successo”. E cosa si è ironizzato nei talk show? Del complimento estetico “sei bellissima”, omettendo il complimento politico delle ultime parole. Trump in quella fase del tutto informale si è complimentato con tutti, ha avuto un tono scherzoso con ciascuno, con espressioni anche imbarazzanti, ed essendo la Meloni l’unica donna, era comprensibile tale complimento.
Mentre è stato ignorato del tutto il riconoscimento fondamentale, quasi incredibile nel momento pià solenne, di essersi rivolto solo alla Meloni, tra i leader dei 20 paesi, con le parole che ripetiamo: “Ecco l’Italia. Una forte leader sta facendo un ottimo lavoro. Stai facendo un ottimo lavoro. Grazie”. Pensiamo che sia il “lavoro silenzioso” che la Meloni ha citato in un suo intervento, da tanti irriso negandole ogni ruolo, anzi demonizzandola come “complice del genocidio” a Gaza. Fino alla denuncia davanti alla Corte penale internazionale dei parlamentari al vertice dell’importante partito italiano di sinistra, per “concorso in genocidio”. Come si è ironizzato e irriso il complimento estetico di Trump – ripetiamo, nel momento più informale e fuori le righe verso tutti – considerandolo “sessista” e poco dignitoso per il nostro paese, al quale invece Trump aveva dato lo straordinario riconoscimento, nella scena solenne della firma trasmessa a livello mondiale, citando esplicitamente davanti ai partecipanti e al mondo solo l’Italia, per l'”ottimo lavoro” svolto dalla Meloni.
Roma
Non sorprende di aver riscontrato questo su “La 7”, data la sua ben nota posizione antigovernativa, ma anche su “Rete 4” – che sembrava equilibrata, pur se alla nota eccezione antigovernativa facilmente individuabile se n’è aggiunta un’altra, con qualche ulteriore scivolamento… – nel talk show del mercoledì nato di recente, nel quale una parlamentare del centro ha detto che la Meloni “avrebbe dovuto replicare, essendo determinata e tosta, avrebbe dovuto mettere al suo posto Trump (sic!!!) , magari con ironia, senza attaccare ma dicendo che voleva essere valutata per i suoi meriti, ognuno può avere un ruolo diverso, ma non per il suo aspetto estetico”. Come se non l’avesse valutata per i suoi meriti nelle parole seguite all’apprezzamento estetico che viene contestato, e soprattutto nel riconoscimento prezioso del suo “ottimo lavoro” – lo ripetiamo ancora per la sua importanza – soltanto alla Meloni tra i 20 capi di stato e di governo presenti alla firma dell’Accordo di pace, non citati affatto.
Aggiungiamo che dopo una settimana “La 7” è tornata sul “luogo del delitto”, si perdoni la battuta. E, cosa ancora più sorprendente, ci è tornata con un importante giornalista del “Fatto quotidiano” in un altro talk , non per correggere l’omissione della settimana prima, ma persistendo nell’anomalo accanimento giornalistico. Il citato giornalista ha echeggiato quanto aveva detto la parlamentare prima citata, dicendo le parole testuali: “Davanti a 28 maschi, alla Meloni il presidente degli Stati Uniti ha detto solo che è bellissima, , il fatto più maschilista in assoluto”. Poi, ricordando che lei all’inizio del suo mandato in una direttiva ufficiale chiese di essere chiamata “il Presidente del Consiglio”, ha aggiunto che “non può scegliere di non dire una parola quando quella parola la mette in crisi”. Poi fa una lezione di giornalismo…. Mentre invece ha calpestato le più elementari regole del giornalismo che distingue i fatti dalle opinioni senza alterarli, come in questo caso, nel quale ha affermato che Trump ha detto “solo” la parola “bellissima” alla Meloni, e va sottolineata la falsità di quel “solo”, indispensabile per la strumentalizzazione. Omettendo volutamente o nascondendo in modo consapevole – ma non vogliamo crederlo – sia le parole seguite alla battuta, in cui si sottolinea il valore della sua persona, sia il contesto scherzoso nel quale si è rivolto ai singoli 20 capi di Stato e di governo con espressioni scherzose altrettanto imbarazzanti alle quali nessuno ha reagito come si pretende che avrebbe dovuto fare la Meloni.
Gaza
Ma la maggiore omissione compiuta con quel “solo” sta nell’ignorare l’elogio veramente serio alla Meloni come rappresentante dell’Italia per l’”ottimo lavoro” immediatamente prima della firma rivolgendosi – lo ripetiamo ancora per il rilievo che ha – oltre ai presidenti egiziano Al Sisi, turco Erdogam e di un paese asiatico per la guerra che si è vantato di avere risolto – “solo” a lei, – questo sì – in un riconoscimento prestigioso nel momento più solenne, con i 4 firmatari in primo piano e i 20 capi di stato e di governo seduti dietro, non riferendosi a nessun altro. E soltanto dopo, nella fase seguita all’interruzione dopo la cerimonia, Trump si è rivolto, ad uno ad uno ai 20 capi di governo con una espressione scherzosa e a volte imbarazzante per ciascuno, senza alcuna replica dai singoli soggetti, in un clima ormai rilassato e assolutamente confidenziale, distensivo e informale.
Abbiamo riportato – anche ripetendole, dato che vengono tagliate nei passaggi essenziali – le parole testuali delle due fasi in cui Trump si è rivolto alla Meloni; e se i giornalisti e conduttori, politici e oservatori hanno “fatti” diversi da quelli da noi citati – in particolare per il “solo” riferito al disinvolto complimento sessista – ben venga la loro replica, le opinioni sono libere, però le omissioni che alterano i fatti vanno evidenziate, tanto più quando sono seguite da lezioni di giornalismo. E non ne facciamo il nome di chi le ha fatte, nulla di personale.
Roma
Esterrefatti da quanto è stato alterato, ripetiamo lo stupore per la grave omissione di un fatto che diventerà storico, evidente nella registrazione dell’evento della firma dell’Accordo di pace. Non vale per gli oppositori del governo e non solo, che Trump si rivolga a tutti, e non solo alla Meloni, in modo scherzoso, ben dopo la fine dell’incontro ufficiale; ma neppure che nel momento più solenne e formale si sia rivolto solo alla Meloni, tra i 20 capi di Stato e di governo schierati, elogiandola per il suo “ottimo lavoro” , dopo aver citato l’Italia. E questo vale anche per l’ennesima alterazione, di Pierluigi Bersani, di solito ccorretto: è caduto nella disinformzione, irridendo, sempre su “La 7”, la Meloni non solo sul complimento “bellissima” di Trump, ma anche sull’avvertimento sul fumo di Erdogan, quest’ultimo addirittura nel momento dei saluti, come se non fossero segno di una confidenza positiva con i grandi protagonisti, entrambi nel torno scherzoso nel momento distensivo e informale, ignorando platealmente l’elogio solo alla Meloni, citando l’Italia, nel momento pià formale e solenne della firma, ripetiamo, elogio soltanto a lei, tra i 20 grandi paesi schierati al suo fianco.
Siamo ancora sorpresi che nessuno abbia replicato – neppure per ultimo a Bersani nella serale “In onda” – citando questo fatto così rilevante nelle trasmissioni ricordate , nè gli altri presenti, nè i conduttori – schierati, sì, ma giornalisti, quindi….. Forse perché nel giornalismo colpisce “l’uomo che morde il cane”, e non l’inverso, per cui è stato evidenziato solo l’inusuale complimento estetico, ritenuto “sessista”, e non l’apprezzamento personale, rivolto a lei due volte con riferimento all’Italia per “l’ottimo lavoro”. Ma è una pia speranza che questo sia stato il motivo, dato che tale elogio in un momento solenne, “solo” all’Italia tramite la Meloni, è un fatto eccezionale.
Israele, / ottobre 2023
Una testimonianza esemplare del diverso atteggiamento che andrebbe assunto, anche da oppositori politici, in situazioni che onorano il nostro paese, è stata quella di Marco Minniti, che intervenuto quel 13 ottobre su “La 7” a “Tagadà”, ha concluso il suo intervento dicendo alla conduttrice Tiziana Panella: “E ora mi faccia dire una cosa, la Meloni, unica donna alla cerimonia, l’ho sentito un grande onore per l’Italia”.
La conduttrice, sempre dialogante, si è affrettata a congedarlo senza alcun commento, eppure era un omaggio alle donne, ma il suo orientamento ben evidente lo spiega. Per il resto, è “sessismo” a cui la Meloni doveva “ribellarsi” se è stata considerata “bellissima”? E se Minniti, politicamente lontano, ha considerato “un grande onore per ‘Italia” essere lei l’unica donna, come non considerare un onore non solo grande, ma grandissimo, essere stata l’unica leader dei 20 grandi paesi ad essere ringraziata nel momento più solenne per “l’ottimo lavoro” svolto? Noi abbiamo sentito questo grandissimo onore. E crediamo che tanti con noi lo abbiano sentito e, se non hanno visto la cerimonia, speriano che sentano il grandissimo onore dopo la lettura di questo articolo.
Gaza
Conclusioni
Una semplice conclusione limitata a una impressione elementare. L’intera questione è a livello internazionale, anzi mondiale, ma viene utilizzata, anzi strumentalizzata, dall’opposizione per la lotta antigovernativa, sempre più accanita, forse perché siano in mezzo ad elezioni regionali, anche se mancano due anni alle elezioni politiche nazionali. E in questi attacchi così accaniti si eccede nelle alterazioni della realtà in molti casi particolarmente perché grave perché crea un clima politico e sociale sempre più deteriorato, lo testimonia l’appello alla “rivolta”sociale della CGIL di Landini.
Non può sfuggire il pesante attacco della leader del maggiore partito dell’opposizione alla presidente del Consiglio strumentalizzando – per di più nell’ intervento ufficiale nella sede del partito Socialista Europeo – il grave attentato al giornalista Sigfrido Ranucci per collegarlo in modo diretto alla presenza al governo della destra con queste parole inequivocabili pronunciate in fluente inglese: “La presidente del Consiglio Meloni ha detto che le opposizioni sono peggiori dei terroristi, e in questo clima d’odio voglio esprimere la mia solidarietà verso Sigfrido Ranucci, uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta perché è stata messa una bomba davanti alla sua casa quindi la democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio, quando l’estrema destra è al governo”.
Israele
Questa dichiarazione inizia con la deformazione, divenuta ossessiva, del commento della presidente Meloni, alla mancata approvazione, da parte delle opposizioni, dell’Accordo di pace in Medio Oriente, quando tutti i paesi di un’area così critica l’avevano approvato, fino alla stessa Hamas, per cui “la sinistra è stata più fondamentalista di Hamas”: ha evidenziato un paradosso, senza offendere, dato che fondamentalista vuol dire all’arroccato su una posizione estrema. Ebbene, questa corretta affermazione è stata deformata con le parole sopra riportate secondo cui “le opposizioni sono peggiori dei terroristi”, nella scorretta alterazione che fa il paio con quelle di cui abbiamo parlato ampiamente riguardo al “bellissima” come imbarazzante, e unico elogio di Trump alla Meloni, accusata di non avere replicato come doveva per “metterlo a posto”, tutto errato. Anzi frutto di manipolazione, per capovolgere tale verdetto dell’ex magistrato e scrittore di sinistra, emesso senza alcuna risposta, sempre su “Rete 4”.
L’intera dolorosa vicenda internazionale nelle piazze è diventata un’arma di lotta contro la Meloni e il governo, accusati di “complicità nel genocidio”, fino alla denuncia dell’Italia tramite Meloni e governo da parte dei leader di sinistra e verdi alla Corte Penale Internazionale per “concorso in genocidio” E quando se Non serve aggiungere altro dinanzi a questa indegna deriva antinazionale contro l’Italia.
Shatm el Sheik
Photo
L’immagine di apertura reca la foto del benvenuto alla presidente italiana Giorgia Meloni, da parte del presidente americano Trump nella sfilata iniziale dei 20 capi di Stato e di governom, con la stretta di mano ad oguno, nel solenne incontro di Sharm el Sheik per la firma dell’Accordo di pace da parte di USA e Turchia, Egitto e Qtatar, assenti Israele e Hamas firmatari nei giorni prcedenti; le 7 immagini che seguono mostrano, in modo alternato, il dolore e la devastazione della guerra in Ucraina – aperta dalla foto con le croci e chiusa dall’immagine desolata della bambina tra le rovine, e passando per il pianto disperato della vedova – accomunate con il dolore e la devastazione della guerra di Gaza, già evocato ampiamente dalle immaginu del primo articolo, concluso dall’immagine dolente delle tante vedove; seguono 5 immagini evocative, sempre in modo alternato, delle milizie di Hamas e di manifesti e bandiere delle manifestazioni pro Hamas in Italia, fino a un’immagine dell’assalto dei miliziani di Hamas agli inermi israeliani nella festa del Rave e nei kibbuz, per non dimenticare, non sono state diffus le immagini del feroce massacro perchè impresentabili nella loro crudezza; dopo tale immagine, che conclude la parte drammatica della nostra galleria, 2 immagini della grande esultazione popolare a Gaza e in Israele a Tel Aviv alla notizia del “cessate il fuoco” in seguito all’Accordo di pace promosso da Trump con la Turchia e i paesi arabi e concluso tra Israele e Hamas con la liberazione degli ostaggi, scambiati con carcerati palestinesi, il parziale ritiro di Israele e l’avvio delle fasi successive; le ultime 2 immagini concludono il festoso epilogo, dopo tanta tristezza, con le foto della solenne crimonia per la firma dell’Accordo di pace tra i 4 paesi promotori in presenza di 20 capi di Stato e di governo che parteciperanno in vario modo alle fasi successive, si nota che l’unica donna è la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella prima immagine dietro a Trump, nella foto conclusiva è l’ultima della fila a destra. Tutte le immagini sono state tratte dai siti web di seguito indicati, precisando che sono imserite nel testo a mero scopo illustrativo, senza alcun intento economico o pubblicitario; qualora non fosse gradita la pubblicazione di qualche immagine, verrebbe rimossa immediatamente previa richiesta del rispettivo sito nello spazio del commenti. Si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta. Ecco i siti, in ordine di inserimento delle immagini: la repibblica, euroactive utalia, ansa, la stampa, città nuova, varican news, umicef italia, il post, fanpage, open, l’unità, il fatto di domani, milano to day, terrasanta, rao 3, giorgia meloni, il fatto quotidiano, Di nuovo grazie a tutti i titolari dei siti citati.
Nella crisi mediorientale è operante la tanto auspicata tregua – pur se imperfetta, come dimostrano i sanguinosi “incidenti” verificatisi, purtroppo con delle vittime innocenti – nel conflitto su Gaza, e l’avvio promettente – che auspichiamo sia risolutivo – del percorso di pace nell’attuazione dell’Accordo quadro in 20 punti, approvato nello spettacolare incontro del 13 ottobre a Sharm el Sheik, con la solenne firma del documento di intesa tra i garanti l’accordo, Stati Uniti e Turchia con i paesi arabi mediatori Egitto e Qatar. E questo alla presenza molto significativa dei capi di Stato e di governo di 20 grandi paesi, tra cui l’Italia, che contribuiranno alla difficile normalizzazione e ancora più ardua ricostruzione, fatto molto importante. L’accordo era stato già firmato in separata sede, giorni prima, dai belligeranti Israele e Hamas. cosa fondamentale e insperata. Ha segnato la fine delle manifestazioni “pro Pal” moltiplicatesi soprattutto nell’ultimo mese? Non del tutto, ma speriamo avvenga. .
Le manifestazioni Pro Pal, “spontanee”… non per la pace, ma contro Israele e il governo
Le manifestazioni, elogiate come oceaniche, si sono succedute, soprattutto nelle ultime settimane, anche con code violente antigovernative, prima dell’Accordo di pace, senza alcuna invocazione alla pace, ma soltanto contro Israele. In tali manifestazioni, dominava una miriade di bandiere della Palestina, di striscioni e cartelli, che provano la prevalenza dei movimenti organizzati promotori o accodatisi, dato che i comuni cittadini, di cui è stata evocata la spontaneità, non dispongono di tali vistose espressioni. Ma è vero che nei cortei si è aggiunta una moltitudine di persone, con intere famiglie, sensibilizzate fino all’indignazione, a protestare per levittime del conflitto a Gaza, con molti bambini, causate dai bombardamenti di Israele e dalle azioni del suo esercito.
Una sensibilità esasperata dalla visione quotidiana nei Telegiornali e frequente nei Talk show televisivi, per due lunghi anni, di dati sul numero crescente di vittime, e di scene raccapriccianti, sui morti e i feriti, e sulla fame soprattutto dei bambini, ripresi mentre si accalcano tendendo disperati le scodelle per il cibo: immagini entrate nelle nostre case, perché diffuse quotidianamente dall’Ufficio della sanità di Gaza sotto il dominio delle milizie di Hamas, il gruppo terrorista che governa la Striscia dominando la popolazione palestinese locale.
Hamas ha provocato la guerra di Israele mediate continui attentati da forse vent’anni alla popolazione israeliana, con migliaia e migliaia di micidiali razzi giornalieri sulle sue abitazioni – dove sono stati ricavati bunker protettivi – culminati dell’orrendo massacro del 7 ottobre 2023, mai denunciato nei cortei, anzi in tanti casi non solo giustificato come legittima “resistenza palestinese”, ma lodato nell’invocazione gridata “Free Palestine, dal fiume al mare”, per eliminare lo stato di Israele, che è l’obiettivo proclamato da Hamas a cui tende con le sue agguerrite milizie impegnate in azioni terroristiche. Nessun cartello né esclamazione contro Hamas, neppure chiedendo la liberazione degli ostaggi innocenti sequestrati e detenuti per due lunghi anni con crudeltà a Gaza dall’organizzazione che la governa e, lo ribadiamo, ha come scopo primario – nello Statuto e negli atti terroristici – la totale eliminazione di Israele, costretta alla guerra come salvaguardia vitale della propria esistenza.
Ribadiamo anche – perché ci sembra spieghi la mobilitazione popolare – che la visione giornaliera del numero delle vittime, precisando i bambini, e le scene orripilanti, anche con bambini in primo piano, di una guerra – che non è stata “sproporzionata” essendo la propria esistenza il massimo valore da difendere fino all’ultimo – hanno colpito l’immaginazione e la sensibilità collettiva, in un lavaggio del cervello mai visto in occasione delle tante guerre locali del passato e neppure nella contemporanea guerra in Ucraina pur così vicina a noi e così esecrabile e devastante. Eppure si tratta dell’aggressione della Russia a un paese sovrano, e non della reazione, non solo al più grave atto terroristico così feroce e disumano, ma alla volontà di annientare Israele che viene da Hamas nel suo governo di Gaza con diecine di migliaia di feroci miliziani che ne opprimono la popolazione.
Anche qui uno stato, Israele, contro un soggetto analogo a uno stato, Gaza dominata da Hamas, che la governa dopo aver vinto le elezioni nel 2007, senza più ripeterle, eliminando con atroci assassinii rappresentanti legittimi dell’Autorità Nazionale Palestinese – che nfatti non la riconosce – e negando ai civili palestinesi sottomessi, gli aiuti internazionali per costruire oltre 500 km di tunnel, anche sotto scuole e ospedali, dai quali ha organizzato gli attacchi distruttivi contro Israele, inoltre usando gli abitanti palestinesi come inermi “scudi umani”.
E’ eloquente l’analogia, per molti aspetti fondamentali, della reazione di Israele all’attacco terroristico di Hamas, con la reazione americana all’attentato terroristico dei terroristi di Al Quaida alle Torri Gemelle, la descriviamo di seguito.
Il primo confronto, la reazione americana all’attentato alle Torri Gemelle :
L’accostamento dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 a New York e della reazione con la guerra all’Afghanistan, all’attentato del 7 ottobre 2023 in Israele e la sua reazione con la guerra a Gaza, lo abbiamo fatto di recente con le parole che seguono, in 4 Post sulla nostra pagina di Facebook (raggiungibile con il nostro nome) dall’11 al 15 settembre 2025, nel 24° anniversario del tragico evento.
In primo luogo l’incursione nel cuore di Israele con l’uccisione barbara di 1200 persone inermi, massacrate con ferocia belluina nelle proprie abitazioni, e nel “Rave party” all’aperto, la festa di ballo dei giovani, 400 dei quali crudelmente assassinati, ha evidenti analogie con l’incursione distruttiva sulle Torri Gemelle, che uccise 3000 persone altrettanto inermi che vi si trovavano, comprese le vittime nel Pentagono e nei quattro aerei dirottati dai terroristi. Inoltre in Israele 250 persone inermi, di cui 30 bambini, portate via in modo criminale, ed è scorretto equipararle agli “ostaggi” che in determinate situazioni storiche venivano presi per rivendicazioni comprensibili; sono esseri umani “sequestrati” con violenza per farne oggetto di un ricatto, e gli scambi operati con palestinesi condannati dalla giustizia israeliana anche a molti ergastoli, con un livello complessivo di 1 a 100, sono un’ulteriore violenza terrorista subita da Israele ma accettata perchè per la salvezza dei propri citatdini.
Tutto questo è stato compiuto selvaggiamente dall’organizzazione palestinese Hamas, terrorista come Al Quaida, che in più ha come obiettivo fondativo e dichiarato l’eliminazione dello stato di Israele. Di qui la forte reazione dello stato israeliano all’atto di guerra di Hamas del 7 ottobre 2023, al pari della forte reazione dello stato americano all’atto di guerra di Al Quaida dell’11 settembre 2001. E la guerra è sempre orribile, quali ne siano le motivazioni, perché comporta purtroppo tante atroci perdite di civili che si trovano nei territori in conflitto, oltre a pesanti distruzioni. E’ sempre, come disse un Ponteficie , una “inutile strage”.
Israele è oggetto di una condanna particolarmente aspra, si direbbe forsennata, che non ci fu per la reazione americana, come se i suoi governanti fossero stati presi da un sadismo criminale, e come unici responsabili di una situazione che suscita giuste condanne, per le tante vittime, purtroppo al pari di tutte le guerre, sempre sanguinose. Mentre nelle manifestazioni attivate da ogni parte contro Israele – e anche negli interventi dei tantissimi che condannano aspramente soltanto il suo operato, pur censurabile per certi aspetti fondamentali – vengono di fatto ignorate le gravi responsabilità degli altri soggetti. In primis l’organizzazione terrorista di Hamas, ma anche altri facilmente identificabili e neppure nominati, mentre per Hamas lo si fa in modo frettoloso, seguito sempre da “ma”…. che, nella formula discorsiva, rende irrilevante la prima parte della frase.
Nell’incursione terrorista di Hamas c’è stata l’aggravante della ferocia contro gli ebrei, più che bestiale e disumana, nella strategia di fondo volta all’eliminazione dello stato di Israele. Sia gli Stati Uniti che Israele hanno reagito considerandoli atti di guerra, e non iniziative terroristiche di singoli da perseguire con interventi limitati. Entrambi i paesi sono entrati subito in guerra: gli Stati Uniti nel territorio dell’Afghanistan dove i Talebani davano rifugio e protezione ai seguaci di Al Quaida; Israele nel territorio della striscia di Gaza, dominato da Hamas che aveva compiuto un attacco con tante vittime massacrate e aveva sequestrato 250 persone inermi.
Nella guerra in Afghanistan le vittime sono stimate tra 46.000 e 176.000; a Gaza i servizi locali controllati da Hamas comunicano quasi giornalmente il numero totale di vittime – cosa mai avvenuta -riferendole implicitamente ai civili, come se non vi fossero vittime tra le milizie di Hamas, obiettivo dell’esercito israeliano; e si sottolinea il numero dei bambini, pari a un terzo, fatto del tutto inconsueto. In base a questi dati si condanna senza appello Israele per non rispettare nella guerra ad Hamas – perché è stata dichiarata tale – il principio di “proporzionalità” nella reazione ai 1200 morti; come se gli Stati Uniti avessero rispettato la proporzionalità rispetto alle 3000 vittime dell’attentato alle Torri Gemelle, pur essendo un atto terroristico tremendo ma isolato. .
Invece i dati della guerra all’Afghanistan, sopra citati, sono ben superiori e per loro non si è evocato il “principio di proporzionalità”, come avviene per Gaza, né ci furono manifestazioni popolari. Mentre la “proporzionalità” non può essere applicata per Israele, trattandosi non di un atto terroristico isolato ma di un atto di guerra compiuto dalla forza dominante che governa Gaza, e si colloca – è questa l’aggravante ineludibile – nella strategia di eliminarne l’esistenza, fino ad allora manifestata da quasi 20 anni, con persistenti incursioni di razzi, fino a costringere Israele a trasformare in ogni abitazione possibile bersaglio una stanza in bunker da rifugio antiaereo.
La strategia certificata formalmente e messa in atto nei fatti da Hamas, ha portato Israele alla guerra totale, divenuta inevitabile dopo tale “escalation”, per eliminare le sue milizie armate e difendere così la propria esistenza, una esigenza vitale rispetto alla quale non si può invocare alcuna “proporzionalità” da rispettare, avendo un valore incommensurabile. E in quanto tal,e la guerra doveva raggiungere gli obiettivi che si era posta, non a fini aggressivi ma difensivi; le azioni belliche israeliane, che pure hanno seminato inenarrabili distruzioni e vittime, trovano una spiegazione, fino alla pur amara giustificazione, in questa necessità imprescindibile.
La guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, per eliminare Al Quaida, e la guerra di Israele nella striscia di Gaza, per eliminare Hamas, hanno provocato decine di migliaia di vittime, e questo è molto doloroso per tutti. I morti di Gaza, indicati per ottobre in 65.000 persone, vengono considerati tutto civili impropriamente, lo ripetiamo, , ma vi sono ovviamente anche miliziani di Hamas, quasi il 20% secondo il Guardian, mentre la stima di quasi il 50% è di parte, venendo da Netaniau, premier di Israele. Ebbene, facendo leva sul numero totale, perché più impressionante, mentre basterebbe il numero corretto di civili, si è levata una furiosa condanna arrivata a considerare i tanti morti voluti sadicamente dal governo israeliano in un vero e proprio “genocidio” della popolazione palestinese. Accuse tanto più paradossali se si considera che dei circa 10 milioni di abitanti di Israele fanno parte circa 2 milioni di arabi palestinesi, nel rapporto di 1 a 5, anche con parlamentari nella Kessnes.
Detto questo, ciò che è avvenuto a Gaza appare inammissibile, le allucinanti scene di affollamento nella Striscia, con vittime, anche bambini, mentre cercano in modo spasmodico il cibo, non si erano mai viste e hanno scosso fortemente la coscienza civile e il senso di umanità. I continui bombardamenti e la sistematica ossessiva distruzione – fino alle ultime 50 Torri residenziali, altissimi edifici ritenuti punti di osservazione di Hamas da abbattere – sono azioni inaccettabili anche in guerra. Tuttavia l’accusa solo a Israele sembra frutto di una prevenzione che non qualifichiamo per carità di patria, basti pensare all’uso del termine “genocidio” contro chi lo ha subito veramente, lo stato di Israele, nato come doverosa riparazione alla apocalittica disumanità nazista. E diciamo che l’accanimento contro Israele dinanzi all’orrore delle vittime civili a Gaza, sarebbe giustificato se lo accompagnasse un accanimento anche contro gli altri responsabili di questo, neppure citati e del tutto ignorati.
Gli abitanti dei territori dove è in atto un conflitto bellico, generalmente lasciano le zone sottoposte a un rischio mortale se non vi sono validi presidi di sicurezza come rifugi e simili. Ricordiamo gli sfollati dell’ultima guerra che venivano da Napoli martellata dai bombardamenti a Colonnella non esposta come punto di riferimento sulla collina delle formazioni aeree. Perché gli abitanti della striscia di Gaza vi sono restati affollandosi in incredibili masse umane come si è visto nelle raccapriccianti immagini continuamente e largamente diffuse? Mai si erano viste scene simili, come quelle umanamente strappacuore alla distribuzione del cibo.
E perché non hanno lasciato un territorio sotto le bombe e non più abitabile -per effetto dei continui bombardamenti di cui è giustamente accusata Israele – mentre nella guerra degli Stati Uniti all’Afghanistan furono 5,7 milioni i rifugiati che lasciarono il paese dopo il 2001, alla data del 2021 con l’accordo intervenuto ancora restavano 2,6 milioni di rifugiati fuori del paese, oltre a 4 milioni sfollati all’interno? Dall’Ucraina, dopo l’attacco russo del 2022, sono pià di 12 milioni gli abitanti che hanno lasciato il paese, dei quali 2 milioni circa ospitati nella confinante Polonia.
Ripetiamo la domanda, perché gli abitanti della striscia di Gaza sono restati sotto le bombe, per di più in un territorio completamente devastato, quasi nessun edificio in piedi, solo rovine e senza rifugi, quindi non vi era nessuna ragione di restarvi esposti al rischio mortale? Dovevano andare in altra zona non così esposta, per potervi poi tornare, così hanno fatto gli afghani, così faranno gli ucraini. mai visti ammassarsi in una fascia di territorio ristretta, distrutta e sottoposta alle azioni belliche.
La nostra risposta è che i motivi evidenti per cui sono restati nella zona devastata dalla guerra – con tante vittime civili nei persistenti bombardamenti, anche annunciati in anticipo, senza che evacuassero per sfuggire alle bombe – ci sembrano due: gli ostacoli insuperabili all’uscita dalla striscia posti da Hamas che ha voluto tenere i 2 milioni di palestinesi della Striscia di Gaza come scudi umani; e il rifiuto degli Stati arabi vicini di ospitarli come sarebbe stato doveroso, Egitto in testa che ha bloccato il valico di accesso, sebbene gli ampi spazi disponibili e le ricchezze di Arabia Saudita ed Emirati avrebbero potuto sopperire alle necessità di un numero così limitato.
Altrimenti perché sono restati in un territorio che, oltre a comportare rischi mortali per la vita, era del tutto inabitabile per la totale distruzione di ogni insediamento e dei servizi vitali per l’esistenza? Non avrebbero perduto il diritto a tornare nella propria terra a conflitto concluso e ripristino di condizioni minime di vita, questo era stato assicurato nelle proposte non accettate di evacuazione. Quindi i motivi ci sembra siano quelli appena prospettati, ne sono responsabili Hamas e i paesi arabi “amici” dei palestinesi in modo solo ipocrito.
Ma nelle manifestazioni pro Palestina e anche nelle pur giuste unanimi reazioni delle opinioni pubbliche e delle nazioni civili dinanzi alla situazione intollerabile nella striscia di Gaza, non ci si indigna affatto contro Hamas che, liberando gli ostaggi e deponendo le armi con le quali vorrebbe eliminare lo stato di Israele, avrebbe fatto cessare immediatamente tale situazione; e non ci si indigna contro i paesi arabi che avrebbero potuto accogliere gli sfollati palestinesi facendo cessare, per questa via, il massacro divenuto inevitabile restando in zona di guerra.
Invece ci si accanisce soltanto contro lo stato di Israele, come se fosse l’unico responsabile delle dolorosissime vittime civili e delle spaventose distruzioni, e non si comprende che è mosso da un insopprimibile spirito di sopravvivenza che passa per la fine della minaccia mortale delle milizie di Hamas nella striscia di Gaza, la cui eliminazione è stata ritenuta vitale per scongiurare la propria eliminazione; ed è considerato vitale voler preservare la sicurezza del proprio popolo preso di mira quotidianamente da razzi e missili da Gaza sulle abitazioni di Israele trasformate in rifugi. Non ci stanchiamo mai di ripeterlo.
Perché si è preteso di fatto che lo stato di Israele accettasse la minacciosa permanenza nella striscia di Gaza delle milizie di Hamas che, oltre al massacro di civili del 7 ottobre 2023, vogliono eliminarlo ponendo fine alla guerra senza aver raggiunto gli obiettivi considerati vitali per i quali è stata iniziata? E’ la domanda che sorge spontanea. Anche se ua ferma condanna si può fare al governo di Israele per la strategia basata sui bombardamenti distruttivi per due lunghi anni con tante vittime innocenti, per di più inefficaci a sradicare le milizie di Hamas protette anche dai tunnel; invece della ben più efficace azione via terra con ultimatum ad Hamas e con i civili spinti ad evacuare, da adottare fin dal primo momento. Entrando a Gaza con le sue truppe poteva ordinare il disarmo e la resa di Hamas insieme alla riconsegna degli ostaggi, e dinanzi al rifiuto esigere l’evacuazione dei civili, senza seminare per ben due anni distruzione e morte. Il rifiuto sul campo di Hamas avrebbe giustificato il prosieguo dell’azione bellica per stanare le milizie senza fare prima piazza pulita come invece è avvenuto.
Ma perché, ripetiamo, tanto accanimento solo contro lo stato di Israele, pur se anch’esso da condannare per questo suo inammissibile errore e per suoi colpevoli eccessi che hanno comportato l’”inutile strage” di diecine di migliaia di innocenti vittime civili, e di tanti bambini, con le milizie terroriste alquanto protette dai tunnel? Perché nessuna azione di condanna e neppure una semplice critica ai vicini paesi arabi che non hanno accolto gli sfollati dalla Striscia di Gaza, lasciandoli esposti agli effetti mortali del conflitto bellico e della pur gravissima carestia?
E soprattutto perché nessuna azione di condanna e neppure una semplice critica ad Hamas che, deponendo le armi e riconsegnando gli ostaggi, avrebbe evitato l’ecatombe di vittime civili, donne e bambini, giustamente condannata, ma che avviene sempre e dovunque in ogni guerra, e questa è una guerra per di più con un insostenibile affollamento in zone distrutte? Perché sono considerati unici colpevoli gli israeliani responsabili delle tante vittime innocenti, come quelle della striscia di Gaza, anche se è minacciata la sopravvivenza del loro popolo, e non le milizie di Hamas che vuole eliminare Israele “dal fiume al mare” e i paesi arabi con vasto territorio e larghissime disponibilità economiche, che non hanno accolto gli sfollati dalle abitazioni pur colpevolmente distrutte – e sono soltanto 2 milioni, ripetiamo – salvandoli dalla guerra e dalla carestia?
Facendo seguito alla nostra evocazione della tremenda situazione in cui si è trovata Gaza, queste sono domande che ci assalgono e ci sentiamo di ripetere più volte con forza, in una insistenza giustificata dal fatto che le gravissime colpe di Hamas e dei paesi arabi vengono non solo sottovalutate ma del tutto ignorate. Abbiamo accostato la tragedia dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 agli inermi civili di Israele alla tragedia dell’attacco di Al Quaida agli inermi civili che si trovavano nelle Torri Gemelle e non solo l’11 settembre 2001.
Prossimamente, un ulteriore accostamento della guerra di Gaza, lo faremo con la guerra in Ucraina, seguito dall’inconcepibile irrisione alla nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni intervenuta alla spettacolare firma dell’Acordo di pace a Sharm el Sheik, con la cui evocazione abbiamo aperto questo articolo. Invece di citare l’elogio rivolto solo a lei – tra i 20 capi di Stato e di governo intervenuti. dal presidente americano Trump per il suo “ottimo lavoro”, nel momento più solenne della firma, lo si è nascosto in modo scorretto per usare un eufemismo, e non ritenerlo voluto.
E lo si è nascosto, mentre andava messo in primo piano, in un modo divenuto ossessivo per la pervicacia anche molti giorni dopo, in una sorta di indegno dileggio dinanzi a una espressione scherzosa e comunque ammirata del presidente, rivoltale in un momento ben successivo del tutto informale, anch’essa peraltro seguita da un elogio, altrettanto “oscurato”.
Parleremo ampiamente di quest’altra, sia pure marginale alterazione della realtà, dopo aver ripercorso alcune alterazioni macroscopiche della realtà nella terribile vicenda di Gaza. Che speriamo avviata a soluzione, intanto è arrivato il “cessate il fuoco”. E non è poco, anche se manca tanto, forse ancora tutto per la pace definitiva. Ma siamo al primo fondamentale passo, non più versamento di sangiue innocente, sono terminati i devastanti bombardamenti e le altre azioni belliche. Ci sembra sia veramente provvidenziale. .
Photo
Le prime 15 immagini presentano – con le foto alternate a quelle di Gaza – scene delle principali manifestazioni in Italia pro Palestina e contro Israele, con in vista i relativi striscioni, in particolare a Roma e Milano, Torino e Venezia, considerando che ci sono state manifestazioni in tante altre città, particolarmente a Bologna, Genova e Napoli, con analoghi striscioni; le ultime due foto delle manifestazioni danno un’idea degli incidenti avvenuti con le forze dell’ordine, in particolare a Roma e a Torino, anche all’insegna del “blocchiamo tutto” evidente in alcuni striscioni, oltre che nelle parole d’ordine. Alternate alle immagini delle manifestazioni ora citate, le forti immagini a Gaza, che rappresentano scene tragiche delle morti e scene dolenti della fame e della disperazione nella Striscia, conseguenti alla guerra di Israele con bombardamenti distruttivi e tanto spargimento di sangue . La galleria di immagini si chiude, nelle due fotografie finali, con l’immagine straziante del dolore di una madre con in braccio il corpo del suo piccolo che la guerra ha strappato alla vita, e quella altrettanto straziante di un padre che tiene anche lui in braccio disperato la sua banbina uccisa dalla guerra. Tutte le immagini sono state tratte dai siti web di seguito indicati, precisando che sono imserite nel testo a mero scopo illustrativo, senza alcun intento economico o pubblicitario; qualora non fosse gradita la pubblicazione di qualche immagine, verrebbe rimossa immediatamente previa richiesta del rispettivo sito nello spazio del commenti. Si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta. Ecco i siti, in ordine di inserimento delle immagini: Rai news, RSI, venezia mondo, la repubblica, milano today, la repubblica, roma today, unicef, torino oggi, france 24, contropiano, il messaggero, il messaggero, RTL 102 . 5, la repubblica, vaticano new, la repubblica. Di nuovo grazie a tutti i titolari dei siti citati.
La nostra è una brevissima introduzione, poi siamo solo coautori con Gelasio Giardetti – che su Facebook, come del resto altre volte, ha … lanciato il sasso – di una serie di interventi a due voci nei quali vengono considerate la due facce della luna, quella luna chiamata Capitalismo, evocando amche l’altra luna, il Comunismo. Il sasso iniziale del conterraneo Gelasio, Gero per gli amici, è stato così consistente e impetuoso, da produrre i cerchi concentrici, delle nostre e sue risposte, seguite nei giorni successivi al 24 luglio 2025, quando è stato “lanciato”, fino all’ultimo nostro cerchio del 6 agosto. Ci saranno ripetizioni ed eccessi in ciascuno di noi due, unici interlocutori, ma abbiamo voluto mantenere i testi integrali nella loro immediatezza, per chi si sentisse interessato a condividerli come autentici sfoghi. E’ il bello della democrazia, in questo caso anche della vera amicizia e della stima reciproca. L’”ouverture” di Gelasio Giardetti, proclama “il nostro mondo è ormai giunto a un bivio…. ”, nel nostro piccolo ci siamo immedesimati entrambi, descrivendo le nostre due opposte direzioni. A chi ci vorrà seguire, magari partecipando alla discussione, il nostro benvenuto.
Il nostro mondo è oramai giunto ad un bivio: può continuare ad essere gestito da un capitalismo senza scrupoli che sta portando l’umanità verso la distruzione e l’estinzione o è necessario l’avvento di una rivoluzione proletaria per instaurare su questo nostro pianeta martoriato un nuovo sistema caratterizzato da più giustizia e uguaglianza sociale? E’ oramai evidente che le teorie marxiste si stanno avvicinando, guadagnando continuamente terreno poiché, come ipotizzato da Karl Marx, si è arrivati ad un punto in cui il 90% della produzione industriale e della ricchezza mondiale è detenuto da una ristretta cerchia di capitalisti mentre le grandi masse proletarie mondiali, diventando sempre più sfruttate e povere, saranno costrette, per sopravvivere, ad impadronirsi del potere attraverso la loro enorme forza numerica dando vita, in un primo momento, ad una società di stampo socialista. I capitalisti, nella loro continua febbre da profitto, come afferma Marx, saranno sempre in concorrenza fra di loro, abbassando i costi di produzione e i prezzi delle merci e impiegando in modo crescente macchine che non creano problemi di carattere salariale né scioperi che riducono il loro tasso di profitto. Con questo approccio produttivo masse sempre crescenti di operai saranno lasciati a casa con aumenti considerevoli della disoccupazione mondiale. Si giunge così ad una sovrapproduzione di merci e, al contrario, ad un sistema in cui si compra sempre meno poiché la gran massa di operai lasciati a casa non può più acquistare merci. Anche questo aspetto delle teorie marxiste si sta consolidando in quanto si può tranquillamente affermare che la disoccupazione nel mondo o una occupazione povera sono in fase di rapido aumento.
Marx ed Engels
Con questo cambiamento brutale del sistema socio-economico i capitalisti, accecati dalla ricchezza, non fanno altro che danneggiare loro stessi poiché il profitto è dovuto al “Plusvalore” che ogni operaio regala al capitalista con il suo “Pluslavoro”. Ma se gli operai sono stati sostituiti dalla macchine non daranno più profitto al capitalista che con il tempo entrerà in una devastante crisi sistemica favorevole ad una rivoluzione proletaria. Ma l’ingordigia e l’avidità del capitalismo non conoscono limiti poiché spostano l’obiettivo sulla produzione di armi creando ad hoc, in tutte le regioni del mondo, guerre più o meno sanguinose. Le armi fornite dagli USA e dai Paesi europei all’Ucraina, che scioccamente sta combattendo una guerra per procura, chi le paga? La risposta è semplice: le paghiamo noi con tasse sempre crescenti e un costo della vita che ci rende sempre più poveri. Il riarmo europeo da 800 miliardi di euro per difendersi da un fantomatico quanto inesistente attacco della Russia all’Occidente e l’aumento della quota NATO portata al 5% del Pil, che costa all’Italia 50 miliardi di euro l’anno, li paghiamo sempre noi con una perdita secca sia sul nostro potere d’acquisto che sui servizi sociali come sanità, scuola, giustizia etc.. Ma oggi la situazione socio economica mondiale è diventata molto più grave poiché il Presidente americano Donald Trump, che rappresenta la quintessenza del capitalismo, si propone di far pagare il mastodontico debito pubblico americano a tutti i paesi del mondo imponendo loro dazi e, con la minaccia di fissare dazi sempre maggiori, costringe i vari Paesi ad acquistare gas liquido, armi e il riequilibrio della bilancia commerciale nell’esportazione di merci prodotte negli USA. Un’accelerazione delle inique condizioni socio-economiche capitalistiche forse propedeutiche all’avvento delle teorie marxiste?… Che vivrà vedrà!!!
E’ di certo accattivante l’evocazione da parte di Gelasio, della critica di Marx al sistema capitalistico ritenuta quanto mai valida oggi dinanzi all’accentuarsi delle diseguaglianze e dalla concentrazione della ricchezza in una cerchia sempre più limitata di capitalisti; ma è allarmante la conclusione che “ il capitalismo senza scrupoli sta portando l’umanità verso la distruzione e l’estinzione” , e in particolare “ entrerà in una devastante crisi sistemica favorevole a una rivoluzione proletaria”. Marx aveva previsto l’implosione del capitalismo a seguito della “tendenziale caduta del saggio di profitto”, e la crescente competizione sui mercati può generare questa contrazione che, peraltro, è insita nel concetto liberista di tutela della libera competizione sul mercato che abbassa i profitti, fino a produrre una legislazione “antitrust”, più o meno efficace che sia. Ma si deve tener conto della radicale trasformazione dei parametri produttivi, la spinta senza precedenti dei progressi tecnologici, fino alla digitalizzazione sempre più penetrante e, in una prospettiva ravvicinata, all’Intelligenza a artificiale. E occorre considerare la capacità del capitalismo di assorbire le nuove realtà in modo flessibile, sempre con l’obiettivo di produrre maggiore ricchezza, anche in forme nuove. Non va vista una minaccia ai lavoratori l’introduzione di sistemi sempre più efficienti che possono sostituirli, si crea maggiore ricchezza, e questo è l’aspetto più importante, da Adamo Smith in poi, e parte della ricchezza prodoitta dovrà andare anche a loro nelle forme decise dalla politica. Il capitalismo finora non ha mancato questo obiettivo con l’estensione che ha avuto nel mondo: all’inizio degli anni ’60 c’era il grande problema dei paesi sottosviluppati, che comprendevano anche Cina, India e altri paesi, divenuti le “tigri asiatiche”, una popolazione di oltre 3 miliardi non solo usciti dalla fame ma particolarmente aggressivi. E se hanno condizioni sociali ancora arretrate, deplorevoli sul piano delle tutele, nell’economia hanno fatto progressi giganteschi risultando competitivi nei confronti dei paesi sviluppati, divenuti economie opulente.
Smith, a dx, con Hume
La “rivoluzione proletaria” delineata da Gelasio c’è già stata con la Rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917 e l’applicazione delle teorie marxiste con il potere ai lavoratori, ma in pratica si è avuto l’opposto: I burocrati e funzionari del regime sostituiti ai capitalisti, invece del mercato i piani quinquennali, con i catastrofici fallimenti che hanno portato al crollo di quei regimi, sul piano economico e politico, Perché la produzione di ricchezza appare l’aspetto fondamentale, ed è vero che, oltre agli imprenditori, sono i lavoratori ad avere il ruolo primario nel produrla; e deve essere riconosciuto, magari con meccanismi di partecipazione agli utili, spesso evocati ma mai adottati. Sembra sia questo il nodo del problema, nella distribuzione e redistribuzione della ricchezza prodotta, ma non dipende dal capitalismo – che assolve al compito di produrre ricchezza – ma dal governo dei singoli paesi che ha il compito di assicurare l’interesse collettivo con i suoi strumenti normativi, in primo piano quello fiscale. I governi sono eletti dal voto popolare, quindi non dai “capitalisti senza scrupoli”, bensì dai lavoratori e dalle loro famiglie alla ricerca di una maggiore partecipazione ai risultati dell’attività complessiva; non serve la “rivoluzione proletaria” che farebbe cadere dalla padella del sistema capitalista – come abbiamo visto descritto con toni apocalittici – alla brace del sistema comunista già sperimentato con risultati disastrosi. Con i governi se la devono prendere i lavoratori se la redistribuzione non funziona, con il voto e non con la rivoluzione; soprattutto quando la produzione di ricchezza, compito e merito del capitalismo, funziona. Nel sistema comunista – che sarebbe l’alternativa auspicata dai detrattori attuali – avveniva l’inverso, non producendo ricchezza si distribuiva miseria, il sistema capitalista, va ribadito, produce ricchezza ma non è suo compito redistribuirla. La fine della sua capacità di produrre ricchezza è tutta da dimostrare, anzi si è verificato l’opposto, come abbiamo accennato ricordando l’incredibile sviluppo dei paesi asiatici prima citati; resta l’Africa – oltre a paesi come il Bangladesh – su cui occorrerebbe intervenire con una mobilitazione collettiva, seguendo la legge del capitalismo secondo cui si evita lo “stato stazionario” raggiunto un elevato livello di sviluppo intervenendo su nuove terre e nuove popolazioni da fornire di tutto quanto è saturato nelle economie opulente e comprime gli spazi produttivi: il “Piano Mattei” del nostro governo si muove in questa prospettiva ma andrebbe esteso in un’ottica da “Piano Marshall” che segnò lo svilipppo dell’Europa nel dopoguerra-
E’ giusto sottolineare i nuovi problemi del “lavoro povero” – meglio comunque del “non lavoro “ – la povertà è pur sempre un concetto relativo da contestualizzare, nelle “economie opulente” queste sacche possono essere tutelate con opportuni interventi anche fiscali, non distruggendo il sistema che produce ricchezza e non deve ridistribuirla. E poi c’è il vastissimo campo creato dal capiialismo nella sua continua evoluzione, la finanziarizzazione dell’economia con capitali di molte volte superori a quelli prodotti effettivamente che può portare a crisi temporanee con le bolle poi sgonfiate. La “deregulation” ha prodotto questi eccessi, come la “globalizzazione” denunciata di fatto dal presidente americano Ttump che cerca di contrastarla con la forza del potere politico di una grande nazione con effetti incerti e modi molto discutibili, per tsare un eufemisnmo. . Ma finché il capitalismo mantiene la capacità di produrre ricchezza, che può essere redistribuita con opportuni interventi politici, non si può pensare di abbatterlo per sostituirlo con un sistema che dovrebbe redistribuire una ricchezza pur essendo incapace di produrla. Il motto “da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” è senz’altro nobile, ma la natura umana richiede incentivi personali per dare secondo le proprie capacità, l’appiattimento egualitario vale per le posizioni di partenza, non per quelle di arrivo determinate dalla competitività pur se regolata. Certo, il capitalismo ha tanti difetti , come quello lamentato di creare enormi diseguaglianze e un accumulo di ricchezza in una percentuale molto limitata di popolazione senza intervenire sul paino redistributivo. Anche la democrazia ha molti difetti, la lentezza decisionale e altro ancora, Churchill ne diede questa ben nota definizione: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Basta sostituire la parola “capitalismo” a “democrazia”, e a “forma di governo” aggiungere “dell’economia” per definire il sistema economico come è stato definito il sistema politico. E possiamo essere rassicurati che entrambi i sistemi sono in vigore nel nostro paese e ci hanno assicurato una certa prosperità pur tra tante difficoltà.
Caro Romano, Ho apprezzato molto le tue argute e profonde argomentazioni sul mio post, cui cercherò di rispondere per gradi successivi per non rendere troppo lunga ed impegnativa la lettura. Tu affermi: “Ma si deve tener conto della radicale trasformazione dei parametri produttivi, la spinta senza precedente dei progressi tecnologici fino alla digitalizzazione sempre più penetrante e, in una prospettiva ravvicinata, all’intelligenza artificiale”. Bene, a me sembra che con queste affermazioni non fai altro che avvalorare le mie riflessioni sulle conclusioni cui giunse Karl Marx nelle sue esposizioni filosofiche-economiche. I parametri da te elencati sono sicuramente forieri di una più spinta estromissione dei lavoratori dai processi produttivi grazie all’utilizzo di macchine e, cosa ancora molto più negativa, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale che moltiplicheranno l’estromissione dei lavoratori dai processi produttivi. La disoccupazione dilagante in tutto il mondo e il lavoro sottopagato non permetteranno alle grandi masse lavoratrici di comprare le grandi quantità di merci prodotte con l’ausilio delle macchine.
Ed ecco cosi avviata la “tendenziale caduta del saggio di profitto” come ipotizzato matematicamente da Marx poiché, il profitto si realizza solo con il “Plusvalore” che ogni lavoratore versa al capitalista con il suo “Pluslavoro”. Riguardo al fatto che i capitalisti sono talmente accecati dalla ricchezza e dal profitto tanto da rischiare di portare all’estinzione l’umanità è dimostrato dal fatto che le destre mondiali non vogliono prendere in alcuna considerazione gli investimenti urgenti per diminuire l’ “effetto Serra” che, come è stato ampiamente dimostrato dalla scienza, porterà il nostro mondo al limite della vivibilità. I capitalisti per eccellenza americani vogliono seguitare ad usare i fossili perché il loro territorio ne è estremamente ricco per incassare e ancora incassare quel maledetto danaro che secondo la loro mentalità malata, li rendono potenti per sottomettere gli altri popoli della Terra.
Caro Gero, magari avvenisse il mutamento apocalittico che tu condanni! Si affrancherebbe l’uomo dalla schiavitù del lavoro – del resto drasticamente ridotta nel tempo, quindi proseguendo tale tendenza – riducendo l’orario e i giorni di lavoro, nonchè i settori in cui i lavoratori sono impiegati, spostandoli verso altri settori legati al tempo libero e quant’altro, Essenziale è continuare a produrre ricchezza che verrebbe distribuita nelle forme più adeguate anche in forma assistenziale, in una sorta di “diritto di citradinanza” già sperimentato ma in una situazione che non lo consente dato che disincentiva dal lavoro che esiste ancora eccome! In futuro il “plusvalore” deriverebbe dalla “plustecnologia” e molto meno dal “pluslavoro”, che vedi in estinzione, e allora dove sarebbe il problema? Sempre si produrrebbe ricchezza, anche maggiormente, ed è ciò che conta, come distribuirla dipenderebbe soprattutto dalla politica, non solo dall’economia. Sull'”effetto serra” e i mutamenti climatici – la cui causa antropologica non è unanimamente condivisa – va considerato che i paesi non capitalisti come Cina e India con miliardi di abitanti e altissime produzioni non pongono limiti all’inquinamento, i paesi capitalisti ne pongono anche se in modo “sostenibile”, La tua invettiva finale mostra il tuo atteggiamento di fondo, sei liberissimo, il mio è diverso, penso che non serva condannare la realtà, ma cercare di migliorarla, e il nostro sistema ha la flessibilità necessaria, quindi mi fermo qui.
Caro Romano, ritorno di nuovo a riflettere sulle tue osservazioni: “il problema della distribuzione della ricchezza prodotta non dipende dal capitalismo, che assolve al compito di produrre ricchezza, ma dal governo dei singoli Paesi che hanno il compito di assicurare l’interesse collettivo con i suoi strumenti normativi”. Ma oggi, caro Romano, quasi tutti i governi del mondo adottano i principi capitalistici e non intendono affatto redistribuire le ricchezze prodotte con lo sfruttamento dei lavoratori. i Paesi chiamati comunisti, Cina, Russia, sono in effetti dei Paesi a regime capitalistico che pur avendo un PIL molto elevato mantengono il popolo in uno stato di povertà endemica. La Russia è oggi in una fase di guerra per cui forse non fa testo, ma tutta l’Africa, l’India e i paesi orientali sono sfruttati non solo con un lavoro poverissimo, ma anche con una predazione spregiudicata del territorio da colonialisti capitalisti che, come sanguisughe, sottraggono risorse per uno sviluppo sociale giusto e armonioso . Hai detto molto bene la Cina, l’India, parte del Sudamerica e oggi, con l’avvento di Trump anche gli USA, accecati dal danaro, dalla ricchezza e dal potere, stanno segnando il destino dell’umanità rifiutando la decarbonizzazione di cui già oggi ne vediamo gli effetti catastrofici. L’Europa, con una maggiore cultura politica, sociale e politica, pur essendo governata dal capitalismo, vuole decarbonizzare l’ambiente con politiche verdi, purtroppo le destre stanno mettendo i bastoni fra le ruote di tale saggia politica.
Caro Romano, come ti avevo promesso, mi permetto di commentare un tuo assunto, dando una risposta ad una affermazione che non ritengo giusta dal punto di vista storico: “la rivoluzione proletaria delineata da Gelasio c’é già stata con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 con l’applicazione delle teorie marxiste e con tutto il potere ai lavoratori, ma in pratica si è avuto tutto l’opposto con il crollo del regime comunista sul piano economico e politico… Nei paesi comunisti, non producendo ricchezza, si distribuiva miseria”. Il marxismo fu pienamente accettato da Lenin che fondò i Soviet che assunsero un ruolo di controllo e di rappresentanza del proletariato nella rivoluzione d’Ottobre. Il partito bolscevico, con le linee guida e ideologiche del marxismo leninismo fece nascere lo Stato Sovietico la cui guida politica, alla precoce morte di La popolazionenin, fu assunta da Stalin che diventando un dittatore instaurò una forma di Statalismo burocratico del tutto simile ad un capitalismo di Stato in cui era l’organo statale e non il capitalismo privato a sfruttare il proa popolazionletariato. Da quanto detto si deduce che il marxismo non è mai stato applicato in nessun stato del mondo ad eccezione forse di una piccolissima compagine che può essere identificata nella Cuba di Fidel Castro, così ferocemente avversata dagli USA. Ora siccome il marxismo, nella sua forma originale indicata da Marx, non è mai stato applicato in nessun Stato del mondo è, quanto meno, molto azzardato affermare che il marxismo, nella sua forma comunistica, produce solo miseria.
Chiarito questo dubbio, come tu sicuramente saprai, la prima forma di un governo comunista fu applicato, per la prima volta duemila anni or sono dai primi seguaci di Cristo che portarono avanti tale sistema economico per circa trecento anni fino a quando Teodosio stabilì il cristianesimo come religione di stato spazzando via il comunismo delle origini. “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune, vendevano le loro proprietà e sostanze distribuendole a tutti secondo il bisogno di ciascuno. Atti 2, 44-45”. Forse Marx si ispirò all’azione liberatrice di Cristo nonché alla sue parole ed opere arricchite tramite un’elaborazione matematica e filosofica ed oggi è molto triste osservare il grado di ipocrisia inconsapevole in cui vivono i cattolici. Ma l’ipocrisia è venuta meno da parte del più alto rappresentante della Chiesa Cattolica, papa Francesco il quale rispondendo ad alcune persone che lo definivano comunista così ebbe a dire: “Eh no! Io seguo con molta umiltà i principi espressi nei Vangeli di Cristo”. Questo forse è il più alto riconoscimento ottenuto da Karl Marx per le sue teorie socio economiche espresse nel Capitale e insieme ad Engels nel “Manifesto del partito comunista in cui lanciò il famoso proclama. “Proletari di tutti i Paesi unitevi”.
Caro Gero, sulla tua penultima nota di commento osservo soltanto che i governi dipendono dalle scelte dei popoli che nei paesi democratici li eleggono con libere elezioni, e se sono per il sistema capitalistico ci sarà pure una ragione, tanto più che viene adottato anche dai “paesi chiamati comunisti”, come osservi giustamente per poi avanzare giudizi morali, apprezzabili ma che nulla hanno a che fare con la realtà economica dove la produzione di ricchezza è al primo posto, in quanto consente anche la redistribuzione che spetta ai governi promuovere nelle forme più adeguate. Riguardo al tuo ultimo commento, nella mia rapida citazione della Rivoluzione di ottobre non sono entrato nella dinamica che tu rievochi evidenziando le due fasi, quella leninista dei Soviet con il potere ai lavoratori, e quella della dittatura stalinista con lo statalismo burocratico oppressivo dei lavoratori che poni alla pari del capitalismo privato. Ma ometti due differenze che mi sembrano abissali, la totale soppressione di ogni libertà politica in un regime di terrore e l’incapacità di produrre ricchezza nel primo, anche con Lenin prima di Stalin; l‘assoluta libertà politica ed economica del secondo che nel sistema democratico produce ricchezza.
E il capitalismo ci riesce facendo leva sullo spirito competitivo della natura umana, con la controparte sindacale che limita gli eccessi e lasciando al potere politico il compito di assicurare una migliore distribuzione della ricchezza prodotta. Tanti sono i difetti del capitalismo, per questo ho adattato la definizione della democrazia di Churchill, che suonerebbe così: “Il capitalismo è la peggior forma di governo dell’economia, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Su questo assioma sembri d’accordo, dato che oltre a ritenere il capitalismo la peggior forma di governo dell’economia, affermi anche che”il marxismo non è stato mai applicato in nessuno stato del mondo, ad eccezione forse di una piccolissima compagine” come quella cubana di Castro. Né la tua citazione delle esperienza comunitarie dei primi seguaci di Cristo che misero i beni in comune distribuendoli a tutti secondo i bisogni di ciascuno può riferirsi alla enorme complessità dell’economia globale; anche oggi ci sono piccole comunità che vivono in simbiosi con la condivisione dei beni, ma pur essendo eccezioni di alto valore morale sul piano economico generale questo non funziona.
“Da ciascuno secondo le proprie capacità a ciascuno secondo i propri bisogni” è un programma encomiabile in teoria, ma in pratica nella sua applicazione integrale si scontrerebbe con la natura umana, che per impegnarsi ha bisogno di incentivi personali, per cui l’uguaglianza può essere limitata ai punti di partenza, non a quelli di arrivo, tanto più nelle nostre società avanzate anche se occorre intervenire sugli eccessi che ne derivano. Che il Papa dica di seguire i principi del Vangelo è lapalissiano, ma non riguardavano certo l’organizzazione di società ed economie come quelle in cui viviamo, la cui complessità non può essere liquidata da astratti anche se nobili richiami morali, e tanto meno da appelli quali “proletari di tutto il mondo unitevi”, datati nel tempo e velleitari nel contenuto. La stessa dottrina sociale della Chiesa – anche nella variante sudamericana della “teologia della liberazione” – pur criticandolo aspramente, apprezza del capitalismo la capacità di produrre ricchezza, mentre ne contrasta la deriva individualista, con la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, lontana dai principi cristiani di solidarietà e fraternità, uguaglianza e condivisione, per cui ne deriva ingiustizia sociale, sfruttamento e il distacco dai valori che devono essere al centro di ogni sistema economico: il bene comune, non solo il profitto individuale, la solidarietà con al centro la dignità umana per superare le diseguaglianze contro l’individualismo esasperato. Ma è la politica che deve garantire tutto questo, la legislazione antitrust e altre norme contrastano gli eccessi del mercati, c’è anche il sistema fiscale, ma è nelle mani dei governi e dei cittadini elettori. Il capitalismo, che assicura ricchezza e benessere non penso debba essere abbattuto dalla cosiddetta rivoluzione proletaria che farebbe passare dalla padella alla brace, e quale brace! Lo abbiamo visto eccome!!! Mai buttare il “bambino”, in questo caso il -“capitalismo”, con l’”acqua sporca”, in questo caso ingiustizia sociale e diseguaglianze da correggere opportunamente con una sostenibile redistribuzione della ricchezza prodotta.
Caro Romano, anche nei cosi detti paesi comunisti ci sono libere elezioni e il presidente e la classe dirigente vengono eletti dal popolo. Putin è stato eletto presidente della Federazione russa nel 2024 con 76.277.000 voti pari all’ 88% dei votanti. Anche la Cina comunista ha espresso il suo presidente con libere elezioni. Questo per dire che il Marxismo non è stato applicato in alcun Paese del mondo se non per trecento anni, e non è poco, dalle prime comunità cristiane sulla base della dottrina di Cristo e non furono certo una piccola comunità, ma una società ben organizzata non basata sulla ricchezza individuale che creava corruzione, egoismi, diseguaglianze inaccettabili, ma tutti vivevano con dignità e serenità poiché ad ognuno veniva dato l’occorrente per vivere prelevato dalle risorse economiche messe in comune. Ribadisco che il sistema capitalistico è un sistema globalizzato in cui tutto funziona per l’arricchimento di pochi ottenuto con lo sfruttamento dei molti che permette di vivere ad alcuni degli sfruttati con il frutto del proprio lavoro, ma a molti altri di vivere in modo molto precario se non addirittura nella povertà assoluta. A mio avviso non mi sembra realistico affermare che mentre l’apparato produttivo di un paese capitalistico crea la ricchezza con lo sfruttamento di molti dovrà essere poi responsabilità dei governi eletti a redistribuire al popolo parte di quella ricchezza. Il sistema capitalistico è un blocco unico in cui sia il sistema produttivo sia il governo operano per l’arricchimento continuo di coloro che detengono il potere sia politico che economico. l’Italia è sicuramente un Paese capitalistico satellite del paese capitalistico per eccellenza. Gli Stati Uniti d’America.
Ebbene, in Italia le tasse le pagano solo coloro che vivono di lavoro dipendente mentre vengono evasi circa 120 miliardi di euro da coloro non soggetti a controllo che sono poi coloro che hanno la possibilità di evadere senza un controllo del fisco. Nei due anni precedenti la banche dovevano pagare tasse proporzionali al surplus di profitto incassato con la borsa e i tassi di interesse ma guarda caso non lo hanno mai pagato un euro. I condoni fiscali nel nostro Paese sono molto frequenti permettendo ai ricchi di pagare una tassa minima per mettersi in regola. Non vado oltre per non essere troppo lungo. Al contrario i lavoratori italiani hanno i salari più bassi d’Europa e l’attuale governo non vuole introdurre il salario minimo orario di 9 euro basandosi anche sul disaccordo fra sindacati. Si pubblicizza tanto la crescita dell’occupazione non specificando il lavoro povero formato da poche ore al giorno sottopagato, non si parla del disastro della sanità pubblica che costringe molte persone a non curarsi per mancanza di moneta e moltissimi medici a trasferirsi all’estero. Stessa minestra nella scuola, nella giustizia. Tutti aspetti negativi che hanno portato ad un aumento della povertà assoluta nel nostro Paese che sfiora gli otto milioni di cittadini. Questo, caro Romano è il blocco capitalista che opera solo ed esclusivamente par l’arricchimento di poche persone non tenendo in alcuna considerazione le esigenze di vita dei lavoratori. Certo non posso dire, non essendoci stata nessuna esperienza marxista, che una società basata sulla condivisione dei beni materiali funzioni meglio, tuttavia mi piace immaginare una società in cui i ricchi diventino meno ricchi per far vivere dignitosamente tutte le persone di questo nostro mondo che vivono nella miseria e nell’indigenza… e ce ne sono tante, tantissime!!!
Caro Gero, non intendo spendere moltissime parole per concludere la nostra appassionata discussione, da punti di vista diversi, ovviamente rispettabili. Però mi sembra che equiparare le autocrazie alle democrazie come se nelle prime le elezioni fossero libere e non una farsa, mi sembra eccessivo; come mi sembra senza sbocco negare il valore della democrazia nell’eleggere i rappresentanti del popolo che devono poi tutelarne gli interessi, e considerarli invece asserviti a coloro che detengono il potere. Ma de gustibus….. Denunci situazioni di certo da correggere citando anche particolari di attualità che nel loro carattere contingente è difficile far rientrare nella discussione sul Capitalismo come sistema economico in generale, con le sue luci e le sue ombre. Le luci sono la produzione di ricchezza, le ombre le ingiustizie e le disuguaglianze troppo stridenti, ma non riducibili a uguaglianza come nelle antiche comunità cristiane che richiami tornando indietro di duemila anni. Parli di “un blocco capitalista che opera solo ed esclusivamente par l’arricchimento di poche persone non tenendo in alcuna considerazione le esigenze di vita dei lavoratori”; se fosse così sarebbe spazzato via dalla “rivoluzione proletaria” che hai evocato in commenti precedenti. La realtà è molto più complessa, nelle sue dimensioni planetarie dominate dalle sfide competitive tra paesi dai sistemi economici molto diversi che rappresentano sfide epocali, e l’attualità ne dà prove evidenti. Per questo modificherei la tua espressione dicendo che il capitalismo, senza alcun blocco, ”opera solo ed esclusivamente per produrre ricchezza” e ci riesce pur con gli scossoni presto superati; al potere politico, oltre all’azione sindacale, il compito di ridistribuirla con interventi adeguati che però non devono far inceppare il meccanismo produttivo, considerando il contesto competitivo interno e internazionale. Non è facile, ma è questo il terreno dell’impegno concreto, la via degli anatemi anticapitalisti e delle utopie egualitarie non porta da nessuna parte.
Anche perché ritengo valida la definizione di Churchill della democrazia nell’adattamento al capitalismo che ho proposto nell’ultimo mio commento. Del resto, è come se la evocassi anche tu nella conclusione del tuo intervento appassionato, avanzando il dubbio insito in tale definizione: “Certo non posso dire, non essendoci stata nessuna esperienza marxista, che una società basata sulla condivisione dei beni materiali funzioni meglio”, ed è quello che penso anch’io come ho cercato di spiegare. Anche a me “ piace immaginare una società in cui i ricchi diventino meno ricchi per far vivere dignitosamente tutte le persone di questo nostro mondo che vivono nella miseria e nell’indigenza… e ce ne sono tante, tantissime!!!”. Quindi siamo d’accordo, e quale migliore conclusione poteva esserci alla nostra lunga discussione? La tua espressione finale, nella tua autentica passione civile, riassume tanti lunghi discorsi, da posizioni contrapposte giungiamo alla stessa constatazione della realtà e alla stessa immaginazione di un mondo migliore, più giusto e prospero per tutti. Così possiamo porre termine al nostro confronto sul capitalismo, anche perché intendo raggruppare i nostri Post in un articolo che condividerò presto sulla pagina di Facebook a me intestata per non privare i lettori di una discussione che mi è sembrata interessante su un tema che è nella vita di tutti. Avevo già preparato l’articolo con raggruppati tutti i nostri interventi, riportati integralmente senza modifiche, in più ho aggiunto immagini che ravvivano visivamente il nostro lungo percorso parallelo; ora , aggiungo completo con i nostri due ultimi interventi unendo altre immagini. E mi fermo qui, anzi fermiamoci qui. Grazie.
Caro Romano, sono d’accordo con te anzi mi piace molto la tua idea di raggruppare la nostra discussione in un unico articolo in cui si riassumono le nostre rispettive posizioni politiche e culturali. Permettimi però di dire una parola sulle democrazie occidentali caratterizzate da elezioni libere senza brogli mentre nelle autocrazie si tratta solo di una farsa poiché già decise a tavolino. Questa impostazione ideologica risente da sempre della propaganda occidentale che vede nei paesi cosiddetti comunisti tutto il male possibile fino a propagandare la ridicola idea che nei paesi comunisti venivano cotti al forno e mangiati i bambini e ti assicuro che questa non è una barzelletta. Ti ricordo, a proposito di elezioni libere, che Donald Trump scatenò una specie di rivoluzione fra i suoi simpatizzanti che addirittura occuparono Capitol Hill poiché secondo la sua ipotesi Joe Biden marmellò le elezioni con brogli di ogni genere per vincere le elezioni ed oggi questo bullo, che sta distruggendo la democrazia americana con ricatti sui dazi, con giravolte politiche che lo rendono totalmente inaffidabile agli occhi di tutto il mondo, sta mettendo a rischio anche la pace nel mondo schierando sommergibili nucleari in zone più vicine alla Russia. Questo bullo rappresenta una vera e propria catastrofe per la democrazia nel mondo! Perdonami, anch’io mi fermo qui accettando in toto il tuo consiglio… fermiamoci qui.
Caro Gero, molti considerano Trump una eccezione negativa che conferma la regola dei sistemi democratici, invece non si vedono neppure eccezioni positive nei sistemi senza vera democrazia. Con il tuo ultimo commento e questa mia conclusione tacitiana aggiorno – inserendo anche altre immagini – l’articolo “Capitalismo, ne discutono ‘due amici al bar’ … di Facebook” che nei prossimi giorni intendo condividere sulla pagina di Facebook intitolata al mio nome. Grazie della tua condivisione della mia idea dell’articolo comprensivo dell’intera discussione tra di noi.
Photo
Le 21 immagini – non contenute nei Post condivisi su Facebook – sono state aggiunte per vivacizzare visivamente la discussione, cercando di far corrispondere ai singoli interventi quelle più vicine alle rispettive posizioni. Per il capitalismo anche vignette satiriche, per il comunismo solo immagini enfatiche; l’immagine di chiusura evoca i temi su cui la Chiesa, con la sua dottrina sociale, è fortemente impegnata. Sono state tratte dai siti di seguito indicati, si ringraziano i titolari precisando che se la pubblicazione di qualche immagine non fosse loro gradita, basta segnalarlo nello spazio per i commenti e verrà subito eliminata. Ecco i siti, in ordine di inserimento delle immagini: alfieri word press, wikipedia, la jove cuba, fondazione luigi einaudi, facebook, partito comunista rivoluzionario, studenti, collettiva, starting finance, comunismo e comunità, marcello veneziani, gazzetta filosofica, emocognizione word press, partito insieme, storical national geographic, istagram, educazione emozionale, wikiquote, la stampa, free skipper italia, centro di ateneo e organismi università cattolica. .
L’albero dei campi in cui è impegnata la Chiesa con la sua dottrina sociale
La citazione virgolettata del titolo si riferisce alla campagna elettorale di Bill Clinton del 1993, quando il più giovane candidato alla Presidenza degli Srati Uniti, poi eletto, coniò questa autoesortazione per concentrarsi sui temi più sentiti dall’elettorato americano, e pensiamo siano i più sentiti anche dagli italiani. Torniamo momentaneamente al giornalismo economico, dopo tanto giornalismo culturale che continua, anche su Facebook, per una esauriente risposta a questa evocazione – proprio su tale sede a larga diffusione – dei problemi economici del nostro paese, partendo dall’assenza di “salario minimo” garantito per legge, tanto invocato.
Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Congresso della Cgil del 2024, in cui è intervenuta
Rispetto delle promesse elettorali e limiti imposti dalla realtà
Iniziamo con il mancato rispetto imputato alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni delle “mancate promesse sbandierate in campagna elettorale”. Lo troviamo invece molto positivo, anche se fosse così, come prova di affidabilità e di sano realismo, perché se mantenute nell’immediato avrebbero potuto danneggiare gravemente il Paese nella difficile situazione economica che affligge l’intera Unione europea alle prese con la guerra ai confini seguita dalla minaccia dei dazi. D’altra parte, soltanto gli elettori che hanno dato il voto al centro-destra proprio per quei programmi che si dicono inapplicati possono lamentarsene, gli altri di certo non si sentono traditi, anzi esauditi avendoli contrastati come dannosi.
Ma risulta il contrario dai continui sondaggi, che per il partito della presidente Meloni superano stabilmente il 30% dopo il 26% delle elezioni politiche del 2022, quando i suffragi scendono alle prese con la realtà, tanto più se le promesse elettorali non sono mantenute. Il Ministro dell’Economia è stato premiato come migliore nell’Unione europea, un’importante Agenzia di rating ha migliorato il livello dell’Italia, la presidente del Consiglio ha avuto un premio internazionale prestigioso e vasto apprezzamento nel suo governo più stabile tra i magggiori paesi dell’UE. Perchè usare termini negativi se siamo a metà della legislatura, e nella parte restante si potrebbero creare le condizioni per realizzare quanto reso impossibile dall’attuale carenza di risorse, dalla riduzione forte delle imposte alle pensioni minime a 1000 euro, per ora una chimera. Ma “de gustibis”……
I leader dell’opposizione che hanno chiesto con molta forza il “salario minimo”: da sin., Fratoianni AVS, Magi + Europa, Calenda Azione, Conte M5S, Schlein PD
Il basso livello delle retribuzioni, “piove governo ladro…”
Riguardo al basso livello delle retribuzioni – sia in senso assoluto, sia rispetto agli altri paesi dell’UE – sorprende che si dia la “colpa” al governo, negli anni ’60 scrivevamo articoli sul continuo fallimento dei Piani quinquennali dell’Unione sovietica che fissavano in modo imperativo i salari con il risultato di una competitività così scadente da portare al totale isolamento fino al fallimento del sistema molti anni dopo con il crollo dell’Unione sovietica. E’ il caso di evocare il “piove governo ladro!” che dà al governo ogni “colpa” possibie, anche in modo insensato.
Il livello delle retribuzioni deriva dalla libera contrattazione tra le organizzazioni dei datori di lavoro e i sindacati dei lavoratori nei contratti collettivi nazionali periodicamente rinnovati, senza che il governo possa ingerirsi; c’è anche la contrattazione aziendale che può migliorarli nelle imprese più valide e disponibili. Il governo può agire sulla fiscalità che grava in modo eccessivo su imprese e lavoratori, e sembra abbia iniziato a farlo con il sia pure timido intervento sul cuneo fiscale; ma deve rispettare i limitati margini disponibili in un paese che ha il terzo debito pubblico del mondo, e deve rispettare gli stringenti vincoli del patto di stabilità europeo, se non lo facesse i mercati ci punirebbero, mentre lo “spread” viene mantenuto a livelli bassi, in una gestione dell’economia che appare virtuosa anche se forzatamente restrittiva.
Se ci sono risorse insufficienti, come sembra, occorre stringere la cinghia tutti, e non dare la colpa al governo che non allarga i cordoni della borsa non potendo farlo, per evitare guai peggiori: un maggiore intervento sul cuneo fiscale, da tutti auspicato, al momento porterebbe alla riduzione della spese per la protezione sanitaria, il welfare e il resto, con maggiore danno per tutti.
L’accanimento sul “salario minimo”, per legge, non risolutivo e in tanti casi controproducente
Detto questo, sorprende anche l’accanimento sul “salario minimo” da garantire, quasi fosse la soluzione del pur evidente problema salariale, che non riguarda soltanto le retribuzioni minime, ma anche, e soprattutto si direbbe, le retribuzioni medie e più diffuse, che portano all’impoverimento del ceto medio,. Un grave handicap questo, per il quale una media di almeno 100 mila italiani, ampia parte dei quali ad elevato livello di istruzione, lasciano il nostro paese ogni anno da tempo, alla ricerca di retribuzioni migliori. Ma non soltanto nei 2 anni e mezzo del governo Meloni, tutt’altro, anzi il numero in questi anni sembra diminuito, a stare ai dati del “Rapporto sugli italiani nel mondo 2024” della “Fondazione migrantes”. Ecco i dati deli ultimi 10 anni: 2014, 94 mila; 2015 , 101 mila; 2016; 108 mila; 2017, 124 mila; 2018, 128 mila; 2019, 129 mila; 2020, 131 mila; 2921, 109 mila; 1922, 84 mila; 2023, 82 mila; 2024, 89 mila.
Va considerato che al netto dei rimpatri, il saldo risulterebbe di 56.000 l’anno rimasti all’estero. La percentuale dei laureati è andata crescendo, dal 23 % ad una punta superiore al 50% per i giovani oltre i 25 anni. In media il numero dei laureati restati all’estero al netto dei rimpatri nell’ultimo decennio è valutato in circa 15.000 l’anno, secondo una fonte, ma i dati sono controversi, pur se è unanime l’osservazione che si tratta di una grave perdita. .
.
Pensare che le retribuzioni sarebbero garantite dal “salario minimo” a nostro avviso sarebbe un errore marchiano, ma anche restando nella sua limitata applicazione, si sentono tante inesattezze, anche da parte del noto giornalista e direttore Marco Travaglio, generalmente ben documentato, il quale ha detto che siamo inadempienti con l’Unione europea la cui direttiva impone tale misura dal 2022. E’ vero in parte, anzi nella situazione italiana diviene un errore, la direttiva la richiede espressamente solo ai paesi che hanno una copertura da contratti collettivi inferiore all’80%, mentre tale copertura in Italia risulta del 96%. e l’UE in questi casi non ha nulla da obiettare, anzi incoraggia l’azione delle parti sindacali.
E non si capisce come sia stato individuato il livello di 9 euro lordi l’ora, pari a1500 euro lordi mensili, 1200 euro al netto delle imposte: in paesi come la Germania ci sono commissioni apposite con le relative rappresentanze anche per l’aggiornamento periodico, e sono giunti al salario minimo nel 2015 dopo prove limitate e parziali dalla fine degli anni ’90 per sperimentare una misura molto delicata.
In Italia la proposta è di origine solo politica e non sindacale, l’unica condivisa dall’intera opposizione che ne accentua il carattere politico, la Cgil in passato era contraria, la Cisl tuttora non sembra favorevole. Il livello di 9 euro lorde l’ora, della proposta legislativa, forse è riferito alla retribuzione adeguata a una vita dignitosa, indicata dalla Costituzione, ma non tradotta in normative, bensì affidata ai risultati della contrattazione collettiva per tenere conto dell’elemento fondamentale: la sostenibilità del livello richiesto nell’economia aziendale. E, se non è sostenibile, anche se moralmente auspicabile, può portare al risultato opposto: nell’impossibilità di rispettare la norma o l’attività viene chiusa oppure può esercitarsi nel lavoro nero, con la cessazione di ogni tutela normativa, cosa che nel nostro paese riesce agevolmente, non siamo tedeschi….
E verrebbero danneggiati gli aspiranti lavoratori a più bassa qualifica e in condizioni di vita peggiori perché non potrebbero “concorrere” – con la loro maggiore disponibilità ad accettare una paga più ridotta – ad ottenere un posto di lavoro spinti dalla necessità e resterebbero esclusi dal mercato del lavoro. E’ vero che ci sono abusi e sfruttamento da parte di datori di lavoro disonesti, che speculano sulla necessità, ma lo farebbero ugualmente con la norma sollecitata, assumendo in nero e negando così le garanzie normative su sicurezza, assistenza, e tant’altro.
Quindi, il salario minimo garantito per legge sarebbe una norma tutt’altro che provvidenziale come mistificano i fautori, d’altro canto la Cgil che tanto strepita ontro il governo Meloni – verso i governi precedenti con le sinistre non era stata così aggressiva – con la Cisl e l’Uil ha stipulato contratti con paga oraria molto inferiore a quella di 9 euro che si chiede di imporre per legge, fino a soli 5 euro l’ora, il che vuol dire che, non essendo opera dei sindacati gialli collusi con i “padroni”, vi erano condizioni obbligate dalla situazione come massimo salario sostenibile, altrimenti sarebbe venuto meno il contratto e la tutela sindacale del posto di lavoro offerto in nero.
ll parere contrario del Cnel con la proposta alternativa inascoltata
Il tema del salario minimo è stato affidato nel 2023 al Cnel, uno degli organismi intermedi previsti dalla Costituzione, lodati come argine allo strapotere di chi, come la Meloni, viene accusata di voler “comandare e non governare”. Del Cnel ricordiamo la nostre visite nella sede di Villa Lubin, a Villa Botghese, all’indimenticato prof. Guido Macera, responsabile del suo Ufficio studi a fine anni ’60 e primi anni ’70, e direttore responsabile del mensile di politica economica e cultura “Realtà del Mezzogiorno” in cui, per diversi anni, fino alla chiusura avvenuta alla scomparsa del suo direttore a metà anni ’70, avevamo una collaborazione fissa con un articolo ogni mese, come negli anni precedenti con il mensile “Rivista di politica economica”, diretta da Franco Mattei.
La sede del Cnel, Villa Lubin, a Villa Borghese a Roma
Scusandoci per la parentesi personale, torniamo all’oggi. Il Cnel, dell’art. 99 della Costituzione e aggiornato anche sotto il profilo normativo, è costituito da 64 consiglieri in carica per 5 anni, 48 rappresentanti delle categorie produttive – 22 dei lavoratori dipendenti pubblici e privati,- tra cui 3 di dirigenti e quadri, 9 del lavoro autonomo e delle professioni, 17 delle imprese – 6 del terzo settore, più 10 esperti di cui 8 nominati dal Presidente della Repubblica e 2 dal Presidente del Consiglio.
Il tema del salario minimo è stato affidato dalla presidente Meloni al Cnel per il parere consultivo di sua specifica comptenza, informalmente l’11 agosto 2023, formalmente il 21 settembre subito dopo il rinnovo dell’organismo, con il termine di 60 giorni, ampiamente rispettato dalla pronta approvazione del parere il 12 ottobre 2013, con 47 favorevoli e 15 contrari su 62 votanti. Considerando che 29 sono rappresentanti dei dipendenti, risalta che la metà di loro è stata favorevole al parere, e questo sembra molto significativo, a meno che si pensi che vadano contro gli interessi dei loto rappresentati; e fa capire come sia strumentale politicamente l’accanimento delle opposiziomi unite su questo contro il governo. .
Il portico d’ingresso del Cnel
ll parere del Cnel, approvato a così larga maggioranza e con tali adesioni, non ha valutato in modo positivo il “salario minimo” garantito – reclamato con accanimento dalle forse politiche di sinistra – ma ha proposto invece che il complesso problema dell’insufficiente livello salariale venga considerato e affrontato nei suoi molteplici aspetti, cosa che non avviene per la ossessiva testardaggine sul “salario minimo”, sostenuto solo a livello politico e non condiviso,come detto sopra, neppure dai lavoratori rappresentati nel Cnel, e tanto meno a livello tecnico dagli esperti qualificati. Il parere del Cnel contrario a tale misura, dopo la votazione è stato lodato, con precise motivazioni, sia dal rappresentante dei datori di lavoro, sia da quello della Cisl. E ci sembra chiuda il discorso.
I riferimenti ai 22 paesi dell’UE con il “salario minimo” garantito a livelli diversissimi
Oltretutto, nell’incertezza sul livello della “salario minimo” da garantire, non di certo indicato dall’UE, perde senso anche il richiamo ai 22 paesi europei che hanno tale disciplina. In primo luogo perché nei 5 restanti – Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia, e Italia – a differenza di molti altri ci sono le condizioni non solo formali ma sostanziali per non renderlo necessario, e forse neppure opportuno, essendo garantiti i lavoratori dalla quasi totale copertura della contrattazione collettiva.
Una seduta del Cnel, nell’apposita sala della Assemblee
Si potrebbe agire sul “quasi” – il 4% in Italia – ma non con una misura che può incidere negativamente sul resto; si potrebbe, in particolare, lavorare per estendere la copertura della contrattazione collettiva anche alla parte, pur molto ridotta, rimasta scoperta. In secondo luogo, il riferimento agli altri paesi per validare i 9 euro l’ora reclamati per l’Italia, sembra avere poco senso, data la netta differenza dei valori tra di loto, ecco i dati più recenti: Lussemburgo 14,86 euro l’ora, Paesi Bassi 13,27, Irlanda 12,70, Germania 12,42 portati ora a 12,82, Francia 11,68; valori inferiori in Spagna 7,82 e Slovenia 6,92, fino a scendere ai più bassi, Lettonia 4,14, Ungheria 4,0, Romania 3,99, Bulgaria 2,85, sempre euro l’ora.a mobilitazione fino alla rivolta sociale del segretario della Cgil Landini, contro il governo
Ciò precisato, va ripetuto che il “salario minimo” riguarderebbe un limitato numero di addetti a settori marginali, o in difficoltà, mentre il serio problema salariale investe l‘intera vastissima platea di lavoratori, nessuno escluso. Tanto più che viene sbandierato contro il governo il dato secondo cui il livello delle nostre retribuzioni è dell’8% al di sotto di quello del 2008, mentre per tanti paesi dell’Unione europea è notevolmente aumentato in tale periodo. Allora “che c’azzecca” in questo grave ritardo retributivo la presidente Meloni, al governo da ottobre 2022, se il livello è inferiore addirittura a quello del 2008?
Ma non per un crollo improvviso nei suoi 2 anni e mezzo di governo, al contrario nel 2024 si è avuto l’unico aumento dei salari – il 4% intorno al 2,3% in termini reali – dopo quello del 2009, quando presidente del Consiglio era Berlusconi, mentre con al governo le sinistre sembra non sia mai avvenuto….., senza che a Cgil scatenasse le piazze come oggi, si perdoni questo sconfinamento politico, ma nasce dalla mera osservazione giornalistica. Si vede nella apposita tabella che nel 2022, all’avvento della Meloni al governo, si era al di sotto dell’8% anche rispetto al 2012, oltre che al 2008.
Non solo per questo, sorprende come il segretario della Cgil Landini strepiti tanto e annunci la mobilitazione contro il governo fino alla “rivolta sociale” sul tema salariale, affidato da sempre alla contrattazione collettiva della quale il governo non fa parte, quindi è demandato a lui stesso con gli altri leader dei sindacati dei lavoratori, oltre ai rappresentanti della controparte datoriale.
Mentre gli interventi governativi sul lato fiscale sono limitati a quanto fatto finora per le condizioni della finanza pubblica, non volendo ridurre altri fondamentali capitoli di spesa come quelli per la sanità e istruzione; e la lotta all’evasione fiscale, che pure sta dando dei risultati, non può fornire la risposta al problema apportando sufficienti risorse aggiuntive per ridurre l’imposizione fiscale e contributiva sulle retribuzioni, con il costo per l’impresa doppio del netto per il lavoratore.
Solo adesso si mobilita in modo così forte il sindacato sulla questione salariale – non nei tanti anni intercorsi dal citato 2008, allorché si è arrestata la crescita salariale in Italia e non in tutti i paesi europei – in una azione politica più che sindacale come dovrebbe essere per il rinnovo di contratti scaduti, in alcuni mancante per l’opposizione massimalista senza sbocco in particolare della stessa Cgil.
I lavoratori dovrebbero mobilitarsi per far valere i propri diritti non contro il governo che non può interferire nei contratti collettivi – se non nel far dare loro efficacia “erga omnes”, a parte l’aspetto fiscale di cui si è detto – ma nel confronto con la controparte imprenditoriale della contrattazione se rifiuta l’adeguamento retributivo e si ritiene esserci tutte le condizioni per un incremento salariale economicamente sostenibile.
Il record nel numero degli occupati e della bassa disoccupazione, quasi “frizionale”
Chi svaluta l’aumento del numero degli occupati di ben un milione di posti di lavoro, largamente a tempo indeterminato, nei 2 anni e mezzo del governo Meloni, dimentica che quando Berlusconi ne fece la mirabolante promessa elettorale di raggiungerlo in 5 anni, fu onsiderato propagandista visionario. Mentre l’incremento rivendicato dal governo in base ai dati dell’Istat, viene riferito dalle opposizioni a un lavoro povero….. forse preferirebbero non ci fosse per attaccare il governo con maggiori argomenti.. Inoltre si critica la composizione, per l’80% di cinquantenni, con una percentuale ben più ridotta di giovani, mentre questo può essere un dato positivo data la maggiore difficoltà che hanno di trovare lavoro a tale età, si preferirebbe vederli ai giardinetti?
E per svalutare tale risultato è stato osservato da una emerita professoressa già direttore dell’Istat, che con il governo Draghi oltretutto di più breve durata, c’era stato un aumento equivalente, anzi di 1,2 milioni di occupati, senza precisare che era stato “drogato” dal rigonfiamento dell’edilizia con il Superbonus 110%, supercostoso. Cosa che invece rende ancora più straordinario il nuovo aumento che non segue una stasi ma un “boom” di occupati, quando con la pronta cancellazione del Superbonus da parte del governo ci si attendeva un calo altrettanto drastico e non un aumento storico che porta l’occupazione ai livelli massimi da sempre e la disoccupazione ai livelli minimi, anche con l’apporto della occupazione femminile: il 6% di disoccupati è vicino alla percentuale del 5% attribuita alla “disoccupazione frizionale” ineliminabile per i passaggi da un lavoro a un altro e ulteriori motivi, così ci insegnavano nei lontani studi economici. .
Anche su questo non mancano agli oppositori argomenti in contrasto, come il pesante divario rispetti agli altri paesi europei come partecipazione al lavoro, occupazione femminile e tanto altro; dimenticando che sono dati strutturali, presenti da sempre, quindi non c’entrano con i 2 anni e mezzo del governo Meloni, e non sono stati contrastati e neppure denunciati nella misura attuale, nei tanti anni di governo di colore diverso dall’attuale.
La situazione generale di stagnazione produttiva, da dove nasce e come affrontarla
Sulla situazione generale è difficile sparare sentenze in una materia complessa e controversa, come fanno tanti con una sicumera degna di miglior causa. L’elevato livello delle nostre esportazioni, con un rilevante saldo attivo della bilancia commerciale, a differenza del lontano passato, si deve alla competitività data dai costi contenuti sui quali incidono i bassi salari, che probabilmente – sempre nei ricordi dei nostri lontani studi economici – sono stati nell’ultimo ventennio l’unico strumento disponibile, con la produttività peraltro molto scadente essa stessa.
Questo perchè l’euro impedisce le svalutazioni competitive della moneta di cui ci siamo avvalsi fino a 25 anni fa; però con gravi ripercussioni sul tasso di inflazione, nella rincorsa prezzi-salari provocata dalla scala mobile, per questo giustamente abolita con la bocciatura referendaria; e se la Lega pensasse di reintrodurla, come da alcune anticipazioni, sarebbe una misura pericolosa da evitare, per tanti motivi, tanto più con la moneta unica.
I giovani laureati nell’espatrio in cerca di un lavoro migliore,, 2018
L’opposto negli Stati Uniti, i quali nonostante lo stratosferico debito pubblico, infinitamente più elevato del nostro pur se siamo il terzo paese più indebitato al mondo, con il dollaro moneta di riserva hanno potuto permettersi alte retribuzioni, e quindi alti consumi interni, ma bassissime esportazioni; e sul pano fiscale le retribuzioni non hanno l’altissima nostra tassazione a carico di datore di lavoro e lavoratore per sostenere la protezione universale del nostro sistema sanitario e scolastico, pur con tutte le sue lacune, e un “welfare” a loro sconosciuto, con i presidi assistenziali, pur se con le carenze giustamente lamentate.
E allora quale può essere il necessario rimedio alla negativa situazione salariale? Non ce n’è soltanto uno, e il “salario minimo” garantito tanto meno, per tanti versi, potendo cosiderarsi inefficace, anzi rischioso come si è osservato in precedenza. Si dovrebbero esplorare tutte le strade, con una ricognizione a 360 gradi in una intesa costruttiva tra i sindacati dei lavoratori, i rappresentanti dei datori di lavoro e il governo, magari nella sede a ciò deputata, il Cnel, tenendo conto della complessità della materia: che riguarda l’insufficiente “performance “ economica del nostro paese, fin dall’avvento dell’euro che ha impedito, come si è accennato, di far ricorso allo strumento monetario per ristabilire la competitività quando veniva compromessa dall’insufficiente produttività.
I giovani laureati in espatrio, all’imbarco aereo, immagine recente
Va considerato che la nostra struttura produttiva è basata soprattutto sulle piccole imprese, in passato molto dinamiche e flessibili, che rappresentavano una forza, le definivamo “il tessuto connettivo” dell’intera economia. Ma tale stuttura è stata molto indebolita dalla globalizzazione, per la difficoltà che le piccole imprese incontrano su mercati divenuti così vasti e spesso con retribuzioni ben più basse senza la solidità delle maggiori dimensioni come quelle delle grandi imprese europee. Ciononostante il sistema ha retto alla concorrenza divenuta quanto mai aggressiva, mantenendo un attivo commerciale ragguardevole, ma a scapito delle retribuzioni, quindi della domanda interna, con pesanti ripercussioni negative sulla produzione di ricchezza, quindi sul Prodotto interno lordo in stagnazione, e conseguentemente sul livello retributivo statico da sempre o in flessione in termini reali.
Tutto ciò richiede una attenta ricognizione nel concorso delle parti interessate, quelle sociali, oltre al governo, che finora non c’è stata, come proposto dal Cnel e magari in tale sede legittimata dalla Costituzione, che a questo punto viene ignorata; il Cnel resta inascoltato per l’accanimento politico sul “salario minimo” che – lo ribadiamo ancora – rispetto alla situazione complessiva non potrebbe fare nulla, anzi potrebbe peggiorare alcune situazioni nella sua genericità e improvvisazione di matrice politica, né tecnica né con le classi sociali interessate.
Un corteo a una recente manifetazione per i referendum sul lavoro, al centro il segretario della Cgil Landini e la segretaria del Pd Schlein
Ci fermiamo qui sui temi economici, ed è stato anche troppo, ma è difficile resistere ai “talk show” così partigiani senza reagire con argomentazioni evidenti quanto ignorate o -nei casi in cui qualcuno prova ad accennarle – tacitate per una faziosità vistosa e scostante. Viene citato che più di 6 milioni di persone non arriva alla fine del mese pur avendo un lavoro: non si è mai capito cosa significhi non arrivare alla fine del mese – qualcuno dice neppure a metà mese – pur avendo un lavoro, facile artificio retorico che per di più mette insieme situazioni diversissime, il single e la famiglia monoreddito magari numerosa, chi è proprietario o meno di una abitazione, ecc.
I dati sui ponti del 25 aprile e del 1° maggio, con 14 milioni di persone in viaggio – un italiano su quattro – e una spesa stimata in oltre 7 miliardi di euro, confermano la diversità delle situazioni, da non generalizzare, anche considerando l’elevato livello del lavoro nero con il suo reddito aggiuntivo, nascosto alle statistiche ufficiali, nella forma deprecabile dell’assenza delle garanzie normative.
Il segretario della Cgil, Mautizio Landini, a una manifestazione del sindacato da lui diretto
Al riguardo ricordiamo che agli inizi dell’esperienza lavorativa della nostra generazione, ai primi anni ’60, nell’impiego pubblico la retribuzione dei laureati assunti con concorso in un Ministrero , era di 50 000 lire al mese – meno di 26 euro mensili – da non consentire alle giovani coppie di pagare il mutuo o l’affitto per l’abitazione se lavorava solo, e non si aveva l’automobile e quant’altro la cui assenza oggi evoca la povertà.
Secondo i criteri dell’Istat, la povertà assoluta si verifica ai seguenti livelli di reddito al mese ai livelli estremi di Nord e Sud: per un apersona, 940 euro al Nord, 630 al Sud; per una coppia, rispettivamente 1.320 e 1.120 euro, per una famiglia di 4 persone, 2.100-2.300 e 1.850-2.000 euro, sempre mensili al Nord e al Sud. In generale, si ha la povertà quando il reddito è del 60% inferiore a quello medio nel paese. Ciò si verifica per quasi 6 milioni di persone, quasi il 10% della popolazione di 59 milioni, a livello familiare per 2,2 milioni di famiglie sui 26 milioni totali. Ma non sono certo i poveri dei tempi antichi….. che mostravano visibilmente il loro stato, ed è bene che sia così, in questo un vero progresso.
Un tavolo di consultazione governo-sindacati, nov. 2024, lato sin,. al centro, la presidente Meloni
Le spese della difesa al 2% del Pil, impegno ineludibile, non assolto finora da dieci anni
Un ultimo commento sulla protesta sollevata da più parti per la conferma da parte della presidente Meloni dell’impegno a destinare maggiori risorse alla difesa, assunto e ribadito da altri governi sin da dieci anni addietro per adempiere agli obblighi con la Nato destinandovi il 2% del Pil, per partecipare all’Alleanza atlantica, mentre ne siano ancora al di sotto, con l’1,57% del Pil; rixordimo che nel 2002 eravamo al 2% tondo. Sono obblighi finora disattesi, divenuti cogenti per la drastica sollecitazione del presidente degli USA, Trump, che potrebbe disimpegnare il proprio paese, se deve sopportare il peso della difesa comune, e comunque farebbe perdere la protezione a chi non adempie.
Ne deriverebbero spese molto maggiori e una minore sicurezza, senza l’ombrello atomico, rispetto ai paesi che potrebbero minacciarci e ne sono forniti. L‘alternativa invocata, anche con manifestazioni di piazza, è di riservare le risorse da non impiegare nella difesa. ad investimenti industriali, alla sanità, e magari a una maggiore riduzione del cuneo fiscale a vantaggio dei salari. Per gli investimenti industriali non sappiamo se l’intervento governativo trovo precisi limiti nel divieto di aiuti di Stato nell’UE, di certo si possono creare condizioni più favorevoli, tanto più nella lunga stasi della produzione industriale alla quale comunque non è unita la stasi delle esportazioni.
Nei nostri lontani ricordi di giornalismo economico c’era il “mantra”, sempre ripetuto, del”disavanzo strutturale della nostra bilancia commerciale, compensato dall’avanzo delle partite correnti, movimenti di capitali, noli e rimesse gli emigrati”, che portavano all’attivo della “bilancia dei pagamenti”. Oggi l’avanzo della bilancia commerciale sembra stupefacente data la bassa produttività e tutto il resto. E’ un elemento positivo, come tanti altri, perché non citarli? Fa bene il governo a ricordarlo, anche per incidere positivamente sulle aspettative. Allora perché protestare se la presidente Meloni dice che “i dazi non sono una catastrofe?”
Cosa succederebbe se drammatizzasse, come le opposizioni e i loro tanti “supporter” predicano che dovrebbe fare, in tal caso cosa avverrebbe nei mercati finanziari e non solo? Forse cioè che capitò circa 15 anni fa con lo “spread” oltre i 500 punti mentre oggi è a 110 punti, quando il giorno dell’entrata in carica del governo Meloni era a 236 punti. Un dato positivo che va sottolineato, come prova della fiducia nel nostro paese anche a seguito della prudenza nella tenuta dei conti economici che pure impedisce maggiori interventi di sostegno, ma la coperta è corta, quindi……
L’adeguamento della spesa per la difesa adempiendo agli obblighi con la Nato, ci sembra doveroso per quanto si è detto sopra. E se si dice che “attualmente il pericolo di una guerra globale è tutt’altro che scongiurato”, il nostro modesto incremento di spesa militare al 2% del Pil ci consente di non perdere lo scudo difensivo dell’Alleanza atlantica.
E se è più facile restare amici degli USA acquistando gas naturale da loro, nostri alleati, in forma liquefatta, e meno da provenienze incertedati i loro regimi, e se collaboriamo maggiormente sul piano economico con gli USA sembra un fatto positivo, anche per scongiurare la persistenza di orientamenti ben più dannosi per noi su tanti altri fronti, e non solo i dazi. E ci fermiamo qui con questa momentanea ripresa del nostro giornalismo economico di altri tempi e su altre sedi, allora cartacee, oggi nel web senza confini. .
Il palazzo dove si trova la sede della Nato, a Bruxelles
Info
Questo articolo in materia economica rappresenta una eccezione rispetto agli articoli del presente sito giornalistico in campo artistico, culturale e anche socio-politico, come risposta alla sollecitazione ricevuta nel commento dell’affezionato “follower” Gelasio Giardetti al secondo articolo sul 25 aprile, condiviso su Facebook il 1° maggio, sulla nostra pagina “Romano Maria Levante”. In tale commento, l’amico Gero poneva il problema del “salario minimo”, nel quadro della crisi salariale, con riferimenticritici alal situazione economica alle misure govetnative, fino all’aumento delle spese militari. A tutto questo si risponde in un confronto rispettoso e costruttivo.
Photo
Le 23 immagini illustrano i diversi contenuti dell’articolo. La carrellata si apre con il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini e la presidentedel Consiglio Giorgia Meloni intervenuta al Congresso del sindacato, seguono i 5 leader dei partiti di opposizione che sotengono con forza il “salario minimo”; poi, 3 immagini illustrative dei livelli di “salario minimo” in UE, e 4 immagini del Cnel, l’organismo costituzionale a ciò deputato, che ha approvato il parere el quale si avanza una proposta alternativa al “salario minimo”; quindi, 5 immagini con grafici sulla crisi salariale e sull’andamento di occupazione e disoccupazione, bilancia commetciale e bilancia dei pagamenti, gli ultimi disponibili non del tutto aggiornati; inoltre, 2 immagini sull’espatrio di giovani laureati in cerca di migliori condizioni di lavoro all’estero, 2 su manifestazioni con al centro la Cgil e 1 sul tavolo di consultazione tra Governo e Sindacati; si passa, infine, a 3 immagini sulla Nato in merito al problema delle spese militari; in chiusura, un’immagine del Consiglio dei Ministri, prima di una seduta. Le immagini sono tratte dai siti di seguito indicati nell’ordine in cui sino inserite nel testo, precisando che sono poste a mero scopo illustrativo, e non vi è alcun interesse di natura economica; pertanto, se qualche titolare dei siti non gradisse la pubblicazione, l’immagine tratta dal suo sito verrebbe subito eliminata, basta che lo richieda “on line” nello spazio in fondo a questo sito riservato ai commenti. Si ringraziano, per l’opportunità offerta, i titolari dei siti web che sono i seguenti: assoutenti, fanpage, euronews, corrieredella sera, tgla7, euronews, raiplay, wikipedia, cnel, cnel, lastampa, italpress, ticonsiglio, heraldo, ilfattoquotidiano, ilsole24ore, ilmessaggero, ilmanifesto, ilsole24ore, dreamstime. forzearmate, comitatoatlanticoitaliano, governo. Di nuovo, grazie a tutti i titolari dei siti citati.
Una seduta del Consiglio dei Ministri, in primo piano la presidente Giorgia Meloni, di spalle il sottosegretario alla Presidenza con delega, Alfredo Mantovano
Oggi 25 aprile 2025 dovrebbero essere celebrati entrambi i valori che sentiamo evocati da questa giornata: la libertà riconquistata e lo spirito di sacrificio di chi ha donato la vita per restituircela. E a questo riguardo andrebbero ricordati non solo i nostri Partigiani – tutti, e non solo i comunisti come spesso avviene – ma anche e direi soprattutto i giovani di altri paesi che hanno dato la vita per liberare l’Italia.
L’omaggio riconoscente ai tanti giovani venuti da lontano, ai Caduti per la nostra liberazione
In questo 80° anniversario si dovrebbe rimediare alla colpevole omissione che ha sempre ignorato il loro sacrificio. E si dovrebbero commemorare tali giovani vite nei 42 Cimiteri di guerra, sparsi in tutt’Italia da Siracusa a Udine. Lo ha fatto Papa Francesco il 2 novembre 2017, quando ha reso omaggio nel più grande Cimitero di guerra, quello americano di Nettuno, a circa 8000 giovani americani ivi sepolti, in una sconfinata distesa di croci bianche. Sono 90.000 i giovani americani caduti nel nostro Paese, sepolti nei 42 cimiteri di guerra dopo essere approdati generosamente da oltre Atlantico negli sbarchi in Sicilia, ad Anzio a Salerno, per risalire la penisola liberandoci dopo sanguinosi combattimenti contro i tedeschi trincerati a Cassino. Anche loro venuti da lontano, ossia “dall’altro mondo”, come disse Bergoglio nel salutare la folla che lo applaudiva nuovo Papa.
Assumerebbe un altissimo valore simbolico associare la loro memoria a quella di Papa Francesco che volle onorarli con la sua dedizione a chi si sacrifica per gli altri, e lui lo ha fatto fino all’ultimo, nell’eroico triduo pasquale nel quale ha dato la vita. Mi sembra, però, che non se ne sente il bisogno, mentre sarebbe un dovere, stando alle misere polemiche che turbano questa giornata così evocativa Commemoriamoli noi oggi qui, in una sentita condivisione, esprimendo loro la nostra gratitudine imperitura come fece Papa Francesco.
Le solite polemiche al posto della “sobrietà”, nel pervicace tormentone dell'”antifascismo“
Sulle misere polemiche in atto mi sento di voler dire che l’invito alla “sobrietà”, contestato e irriso, poteva servire a evitare le solite strumentalizzazioni interessate. Invece si è tornati alla stucchevole richiesta alla presidente del Consiglio di dichiarare di essere “antifascista”, tanto pervicace che non sono bastate le sue affermazioni esplicite nel discorso programmatico per il suo governo del 25 ottobre 2022, e ripetute in tante occasioni. Sono ribadite nel comunicato odierno sul 25 aprile, nel quale riafferma “la centralità di quei valori democratici che il fascismo aveva negato e che da settantasette anni sono incisi nella nostra Costituzione repubblicana”. E prosegue: “Oggi rinnoviamo il nostro impegno affinché questa ricorrenza possa diventare sempre più un momento di concordia nazionale nel nome della libertà e della democrazia contro ogni forma di totalitarismo e di autoritarismo”. Non è bastato, con le mie orecchie ho sentito anche stamane in un talk show che lei deve affermare esattamente “sono antifascista”, ripetuto quattro volte in una insistenza ossessiva, non dico da chi per carità di patria. E’ una pretesa insensata che supera anche l’Inquisizione, quando si chiedeva l’abiura a proprie posizioni eretiche e non la non appartenenza a qualcosa di inesistente: perché il regime fascista si è dissolto il 25 luglio 1943. Chi si dichiara “antifascista” oggi non dice nulla, perchè professa di essere contro un qualcosa che non esiste da oltre 80 anni, troppo facile…. sarebbe analogo dire di essere antiborbonico oppure antinapoleonico, altri regimi nella storia del nostro paese. Il 25 aprile 1945, per esperienza personale lo sento come liberazione dalla occupazione nazista con rastrellamenti e oppressione, soprattutto liberazione dalla guerra.
Avevo 9 anni, ricordo benissimo queste paure, non del fascismo finito due anni prima della Liberazione, vivevo con la mia famiglia a Colonnella, al confine tra Abruzzo e Marche, non a Salò dove era rimasta la ridotta dei “repubblichini”, così li chiamavano, mentre il regime nel Paese era finalmente terminato da tempo. Evocarlo oggi ad 80 anni di distanza mi lascia esterrefatto, sentendo vivi i ricordi di allora.
E invocare tutto questo in nome della Costituzione definita “antifascista” è offendere, per ignoranza, superficialità o, peggio, faziosità, la Carta fondativa della nostra democrazia, i cui contenuti altamente democratici vanno contro tutte le oppressioni e discriminazioni, contro tutte le dittature e regimi autoritari, compreso ovviamente quello fascista e non solo, perciò giustamente nella Carta non viene nominato. E presidente dell’Assemblea costituente era Umberto Terracini, recluso e confinato per quasi vent’anni, dopo la più dura condanna del Tribunale speciale fascista, “vecchi fusti” mi viene di dire!
Questo perpetua la validità della Costituzione più bella del mondo, che va ben al di là della condanna sacrosanta del famigerato ventennio, al punto di limitarsi a citarlo soltanto nelle “Disposizioni transitorie e finali” con il “divieto di ricostituzione in qualsiasi forma del disciolto partito fascista”, e va sottolineato l’aggettivo “disciolto” cui la Corte costituzionale ha dato un particolare valore. Disposizione tassativa cui segue immediatamente la norma che limita a 5 anni il periodo di esclusione dalle cariche pubbliche dei gerarchi fascisti, e per i reati ci fu poi anche l’amnistia del ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, il che è tutto dire.
E oggi, dopo ottant’anni, si persiste in un “antifascismo” di facciata, che rivela una posizione ben lontana da quella della nostra Costituzione, all’insegna della libertà di pensiero senza limitazioni. Anzi, sono coloro che “esigono” la dichiarazione esplicita di essere “antifascista”, ad assumere posizioni che si avvicinano a quelle illiberali da loro a parole condannate; e, oltretutto, fanno “rivivere”, citandolo continuamente, il “fascismo” autodissolto il 25 luglio 1943, legittimando per di più gli sparuti nistalgici rimasti, novelli “terrapiattisti” …..
Cosa è stato il fascismo, con i tanti orrori, ma non solo, fino alla catastrofe
A parte il sacrosanto rifiuto di una imposizione “inquisitoria” perfino nel lessico da utilizzare, sopra criticata, si può essere refrattari a dichiararsi “antifascisti”perchè potrebbe voler dire anche di essere contro le positive innovazioni introdotte nel breve volgere di un ventennio, dalla Previdenza sociale all’assistenza alla maternità, dall’intervento dello Stato nel salvataggio delle imprese tradotto nell’IRI che ha continuato a svolgere un ruolo centrale nella nostra economia, alle bonifiche pontine, alle “new towns”, Aprilia e Littoria, oggi Latina.
Ricordare questi fatti deve rendere ancora più forte e categorica la condanna definitiva senza attenuanti a quanto di tragico ha portato il fascismo: prima con la violenza politica, dalle purghe ai dissidenti fino agli omicidi, da Matteotti a tanti altri, e la dittatura instaurata nella repressione di ogni libertà in una azione che definire antidemocratica è eufemistico, per il carcere e il confino agli oppositori politici, oltre all’asservimento delle istituzioni, con la soppressione del Parlamento e il divieto di ogni partito politico, ammesso solo quello fascista con i suoi strumenti repressivi; poi con il colonialismo, la guerra all’Etiopia, fino alla sciagurata alleanza con il delirante nazismo hitleriano che ha portato alle infami leggi razziali e alla catastrofe della disastrosa guerra mondiale con l’aggressione ad Albania e Grecia fino alla dissennata spedizione di Russia, con terribili lutti e devastanti sciagure per il nostro Paese.
Di fronte a queste inenarrabili nequizie, gli altri aspetti prima ricordati sono ben poca cosa, ma comunque esistono, anche se si annullano cancellati da tanti orrori.
Concordia nazionale in una festa collettiva nell’omaggio ai Caduti per la nostra Liberazione
Ma proprio per questo la Liberazione del 25 aprile 1945 deve essere festeggiata nella concordia nazionale, avendoci regalato il bene supremo della libertà e della democrazia, in una festa collettiva senza polemiche divisive né strumentalizzazioni interessate da parte di tutti, compresi i tanti riferimenti insensati all’attualità.
Mi sembra fuori luogo parlare di tutto ciò proprio nella giornata di oggi, ma sono i talk show, ripeto, che imperversano su un tema antistorico e irragionevole, con scontri verbali senza senso e senza costrutto. Torniamo al vero significato di questa giornata così evocativa, nel ricordo di una Liberazione da quanto di negativo incombeva sulle nostre vite, presente nei miei ricordi di bambino, prima della consapevolezza da adulto.
Un ricordo che evoca la gratitudine imperitura soprattutto a chi ha dato la vita per liberarci, non nella difesa di se stesso ma soltanto nella nostra difesa, venendo dall’altra parte dell’oceano. Lo ripeto, sono i Caduti sepolti nei 42 Cimiteri di guerra, ai quali ci sentiamo di dover rendere omaggio vicini idealmente all’omaggio che Papa Francesco fece loro nel giorno dei morti del 2017, come si è ricordato all’inizio. E’ come se passassimo tutti in raccoglimento tra la distesa di circa 8000 croci bianche del Cimitero di guerra americano di Nettuno come fece otto anni fa il grande Papa della Misericordia e della Speranza che onoreremo domani con viva gratitudine e struggente commozione nell’estremo saluto che lo accompagnerà alla sua ultima dimora per il riposo eterno.
Si conclude, con questo terzo articolo, la nostra immersione nella questione del “Manifesto di Ventotene”, di cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha citato alcuni brani nel suo intervento alla Camera del 22 marzo alla vigilia del Consiglio europeo suscitando un mare di polemiche.
Nel primo articolo ci siamo soffermati sul dibattito parlamentare, e sulle polemiche, il secondo articolo è incentrato sulla grande figura di Altiero Spinelli che ha dedicato l’intera vita nelle istituzioni e fuori all’azione appassionata per la federazione europea, in questo terzo articolo concludiamo commentando alcune critiche oltremisura, con immagini evocative dell’insieme.
La “Corazzata Potemkin”, una metafora irrudente….
La contraddizione degli intransigenti censori di chi osa citare passaggi scomodi del “Manifesto”
Iniziamo tornando sui contenuti di tante accuse alla presidente Meloni, precisando ulteriormente in modo meglio documentato la scena da “reality” della domanda posta dalla giornalista di Mediaset al prof. Romano Prodi. Non ci stanchiamo di ripetere la domanda su come si può considerare “domanda tranello” chiedere al professore cosa pensa del passaggio sulla “proprietà privata” nel “Manifesto di Ventotene” che la giornalista si è limitata a leggere senza aggiungere una parola come neppure la Meloni aveva fatto, a parte la legittima, personale conclusione che quella – prefigurata nel passaggio letto testualmente come pochi altri passaggi senza avanzare critiche – non è di certo la sua Europa.
Il “Manifesto per un’Europa libera e unita”, divenuto “Manifesto di Ventotene”
Si critica tanto da sinistra la Meloni di evitare il confronto con la stampa per non dover rispondere a domande scomode, e non si accetta una domanda su cosa pensa del concetto di proprietà come viene vista dal “Manifesto”, tema di grande attualità proprio in quei giorni, non tirato dal cappello come il coniglio dei prestigiatori . E sentire cosa pensa di quella frase il non dimenticato leader di “Rifondazione comunista” e presidente del Parlamento in tempi lontani, Fausto Bertinotti,il quale fa capire che non era una domanda tranello, anzi una sorta di assist! Ma ne parleremo più avanti. Ora ci limitiamo a qualche considerazione legata alle critiche avanzate.
L’autore del “Manifesto”, con due confinati con lui, il comunista dissidente Altiero Spinelli
La “proprietà privata”, nel fascismo prima, nel “Manifesto” poi, infine nella Costituzione
Viene citata la nazionalizzazione dell’energia elettrica in Italia nel 1963, quale applicazione delle “pratiche socialiste” evocate nel “Manifesto” In realtà, se si vuol andare ben più indietro della nostra Costituzione, risalgono a precedenti anteriori al”Manifesto” le imprese pubbliche e le partecipazioni statali nell’azionariato di talune società a seguito di interventi di salvataggio: l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale che ne è stata la madre, fu una creazione del fascismo nel 1933, 8 anni anni prima del “Manifesto”, e nel 1941 c’erano gli Stati Uniti d’America fonte di ispirazione ben più valida della Russia bolscevica, non accettata “in toto” neppure da Altiero Spinelli, espulso dal Partito comunista e per questo espulso dal PCI:
L’isola di Ventotene, del loro confino, un caseggiato
Il fascismo aveva un concetto della proprietà privata che appare non palesemente in contrasto con quello del “Manifesto”, se si può fare tale parallelo senza divenire bersaglio di insulti e persino di “oggetti contundenti” ….. e più avanti si vedrà a cosa ci riferiamo. Lo studioso Berto Ricci ha scritto: “La proprietà inviolabile non è affatto un principio dello stato fascista che ha dimostrato di saper colpire anche la proprietà in nome della Patria. La proprietà inviolabile è un dogma liberale e non fascista, inglese e non romano: da noi proprietario è solo depositario e non altro.“. E, più precisamente: “Il corporativismo elabora una terza via in cui la proprietà non viene né negata, né considerata come diritto fondamentale e inalienabile. Il fascismo accusa il liberalismo di avere una concezione sacrale della proprietà privata e si oppone ugualmente a quella comunista che mira alla totale soppressione dell’iniziativa individuale e alla statalizzazione completa dell’economia” Per concludere: “E’ nella subordinazione consapevole all’interesse della nazione che l’iniziativa privata trova la sua giustificazione, la sua norma, la sua disciplina. L’interesse privato è sempre subordinato all’interesse superiore delle produzione nazionale”.
Il coautore del “Manifesto”, il liberale Enesto Rossi
Sostituendo alle parole “patria” e “nazione” la parola “Europa” e relativi aggettivi, non sembra in contrasto con il passaggio “incriminato” del “Manifesto” in cui, ripetiamo, si legge: “La proprietà privata va abolita limitata estesa, caso per caso, non dogmaticanente in linea di principio”. E questo dopo aver affermato che non si accetta il principio dell’abolizione completa della proprietà privata come è avvenuto con la rivoluzione bolscevica nei regimi comunisti. Oggi non viene abolita più neppure in Cina, con il capitalismo economico che è stato innestato nella persistente dittatura comunista, né in Russia, dove la pur strategiche imprese energetiche sono state “privatizzate” regalandole agli oligarchi con la fine del collettivismo, dissoltasi l’Unione sovietica con quel che ne è seguito.
Forse anche per questo il prof. Prodi ha reagito vistosamente alla lettura del brano da parte della giornalista sbottando: “Ma che cavolo mi chiede? Ho mai scritto una roba del genere in vita mia?”E, alla risposta che è uno dei brani del “Manifesto” letto dalla presidente del Consiglio si è ancor più infervorato esclamando: “Ma lo so benissimo, signora, non sono mica un bambino…” cui si è accompagnata la tiratina di capelli seguita dall’evocazione delle condizioni in cui sono state scritte quelle parole, confino, dittatura fascista ecc. e il parallelo con un passo, prelevato dal Corano, sul quale non si può giudicare Maometto, di cui abbiamo parlato anche nel precedente articolo.
Isola di Ventotene, un’altra immagine
Le reazioni scomposte perchè si tocca un “libro sacro”, in parte sconfessato
E’ ben noto che, finita la guerra – scomparso il socialista Eugenio Colorni ucciso dai fascisti nel maggio 1944 mentre il liberale Ernesto Rossi approfondì questo suo pensiero politico fino al radicalismo, Altiero Spinelli, pur restando nell’orbita comunista – eletto nel Parlamento nazionale ed europeo come indipendente nelle liste del PCI – ridimensionò l’impostazione ideologica espressa sul “Manifesto”, impegnando per l’intera vita in una azione appassionata con il suo Movimento Federalista Europeo. Ma se le cose stano così – e ci sembra evidente – perché riproporre nella manifestazione “per l’Europa” a Piazza del Popolo, e poi nella seduta parlamentare volta a definire il mandato sull’Europa, proprio quel modello sconfessato, sbandierando l’intero documento e non limitandosi ad evocarne il titolo, “Manifesto per un’Europa libera e unita”.
L’autore della Prefazione al “Manifesto”, il socialista Eugenio Colorni
Ciò detto, se quella del “Manifesto” è una Europa in cui, terminato il confino, non si è riconosciuto neppure il suo principale autore, come si può lanciare l’accusa, spesso forsennata, che è stata una provocazione della Meloni dire che non vi si riconosce oggi, dopo 84 anni , neppure lei? Ma il “Manifesto” viene considerato paradossalmente un “testo sacro”, e questo spiega la reazione di Prodi, sempre tranquillo e pacato, forse anch’egli travolto da questa visione messianica. . E ai spiegano anche le parole di Bertinotti che richiedono un supplemento dopo la citazione che ne abbiamo fatto nell’articolo iniziale. Perché ci è tornato sopra nella trasmissione “L’aria che tira” su “La 7”, nella tarda mattinata del 25 marzo, in cui ha spiegato perché avrebbe tirato “un oggetto contundente” alla presidente Meloni, accettandone poi le conseguenze dell’espulsione dalla seduta del Parlamento, ne è stato presidente, quindi sa come vengono sanzionati tali comportamenti.. E qui si apre un nuovo capitolo, che va ben oltre il “Manifesto”, per assumere un significato più generale.
Isola di Ventotene, altri caseggiati
Bertinotti, la”trasgressione violenta” se si tocca il “testo sacro alla base della Costituzione”
Come abbiamo fatto per la replica in Parlamento della Meloni, per le affermazioni di Prodi, Benigni e altri nei due articoli precedenti, da cronisti riportiamo testualmente il nuovo intervento di Bertinotti con David Parenzo che ha riproposto il tema, mettendo allo scoperto nuovi motivi. Viene innanzitutto ripetuta la sua dichiarazione … incriminata sul fatto che avrebbe lanciato “un oggetto contundente contro la presidente del Consiglio” e sulla sua reazione dovuta all’’irruzione contro un atto considerato fino all’altro ieri da tutti fondativo”, spiegandola cosi: “Per questo mi condanno, ma … intanto ti tiro un libro”. Questo lo abbiamo già commentato, lo riportiamo per memoria. Ed ecco la nuova spiegazione, espressa con forte convinzione.
Ada Rossi, a sin,, e Ursula Hirschmann, a dx, con le sorelle Spinelli fecero uscire dall’isola il “Manifesto”
“Lo ripeterei cosi, ma chiunque ascolta adesso ne capisce il tono. Io sono sempre stato per una pratica non violenta. Anche nella pratica non violenta, ‘si parva licet…, da Ghandi a Pannella, c’è la trasgressione della regola a condizione che accetti di essere condannato per quella trasgressione; perciò io, non violento, faccio un’eccezione alla mia regola non violenta (sic!), .perché voglio significare una rottura che si è prodotta nel vivere civile del paese (sic!). Quindi a una trasgressione violenta che il potere fa, oppongo una trasgressione dal valore prevalentemente simbolico, ma per denunciare che tu hai superato una soglia comunemente accettabile, hai fatto una cosa incompatibile” (sic!) . Parenzo commenta che “allora la Meloni con quelle parole su Ventotene ha superato la soglia comunemente accettabile”. A questo punto Bertinotti ridimensiona il gesto violento che aveva evocato: “I critici che vengono da destra dovrebbero più di me conoscere il linguaggio del futurismo” “ Era un gesto marinettiano, futurista?” interloquisce Parenzo. “ Richiama la grammatica futurista” aggiunge lui. Parenzo: “Il suo era un gesto marinettiano”.
Altiero Spinelli, una intera vita nell’impegno instancabile e appassionato per il Fderalismo europeo
Bertinotti ripete “futurista”, sorridendo, poi continua seriamente: “Però, al di là di questo, penso che la presidente del Consiglio ha fatto una cosa che non avrebbe potuto fare (sic!); .non perché un testo, anche il testo sacro, non sia discutibile analiticamente, ma quello è il campo della critica analitica e della ricostruzione storica. Se tu lo assumi in politica devi sapere che stai intervenendo – posso dirlo proprio così perché la penso così – su un testo sacro (sic!) e i testi sacri richiedono da chi rappresenta una repubblica e un paese la stessa solennità “ (sic!). . Parenzo lo interrompe: “Conoscendola, quando parla di sacralità del testo, è come una bestemmia!” E lui: “ Esattamente così” (sic!). Parenzo insiste: “E’ come se lei da laico, ci stesse dicendo, ha bestemmiato!” . Bertinotti: “Ha bestemmiato!”. Parenzo incontentabile: “Ha bestemmiato il Signore”. E Bertinotti si avvita ancora di più in un pensiero quasi ossessivo: “ Ha bestemmiato nei confronti del fondamento della Repubblica, .perché si può discutere molto dei singoli testi, ma non c’è dubbio che quell’ispirazione fondamentale è alla base della Costituzione repubblicana. Compresa la cosa che la presidente del Consiglio cita come scandalosa, cioè la questione della proprietà, che sfido chiunque a non trovarla integralmente nella Costituzione repubblicana (sic!), e perfino negli atti di coloro che hanno fatto vivere il tema della proprietà”.
L’edificio del Parlamento europeo intitolato ad Altiero Spinelli
Parenzo sembra non crede a ciò che ha ascoltato ed esclama: “Quindi,. la proprietà privata così come l’abbiamo nella nostra Costituzione è simile….”, e Bertinotti:lo rassicura, ha capito bene: “E’ figlia proprio di quella impostazione. Altrimenti, come avrebbe potuto l’Italia del dopoguerra nazionalizzare l’industria elettrica, togliere la proprietà alle aziende produttrici di energia e portarla sul pubblico? Perché lo può fare ? Perché è scritto nella Costituzione . Per questo la Costituzione è stata anticipata dagli uomini e dalle donne di Ventotene”(sic!). E qui termina la “sacra rappresentazione”, con Bertinotti officiante e Parenzo come un chierichetto, apparentemente soggiogato, ma forse i suoi siparietti intendevano sottolinearne i momenti salienti, ed esprimere un certo stupore sebbene senza alcuna critica, del resto il conduttore è schierato dalla stessa parte.
L’iscrizione del nome di Altiero Spinelli nell’edificio del Parlamento europeo a lui intitolato
Per completezza riportiamo sempre testualmente quanto indicato dalla Costituzione in merito alla “proprietà privata “, lasciando ai lettori interessati di misurarsi con l’affermazione di Bertinotti; “Sfido chiunque a non trovarla integralmente nella Costituzione repubblicana”.Noi non l’abbiamo trovata, almeno “integralmente”, e per quanto riguarda lo spirito con cui viene evocata, e i suoi limiti, nella concezione fascista si parla di “interesse della nazione”, vale a dire l“interesse generale”, nel “Manifesto” senza tali finalità procedono “caso per caso” i vertici rivoluzionari, neppure eletti. Ecco il disposto della Costituzione all’art. 42“ “La proprietà privata è riconosciuta garantita dalla legge, che ne determina modi di acquisto, godimento, e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale”.
Fausto Bertinotti nel suo intervento sul “Manifesto” a “In altre parole” su “La 7”
La “non violenza” di Ghandi, l’unica “trasgressione” ammessa, nell’assoluto rifiuto della violenza
Dopo l’excursus costituzionale, che dire a commento della “narrazione” di Bertinotti, sollecitato da Parenzo? Si commenta da sé, e abbiamo posto dei sic! dove maggiore è stato il nostro stupore. Ma qualche osservazione puntuale è doverosa. Cominciamo dalla “non violenza” e dalla trasgressione riferita a Ghandi e Pannella. Ha fatto bene a dire “si parva licet..”riferendosi a se stesso, rispetto ai “magni” citati, con cui è presuntuoso compararsi. Qui non è presuntuoso, è del tutto inappropriato, perché c’è proprio un rovesciamento del loro messaggio sulla non violenza. La “non violenza” è il modo con cui si trasgredisce a una regola ritenuta ingiusta assumendone la piena responsabilità ed accettando la pena commisurata alla sua violazione. Esattamente il contrario di ciò che ha detto – e manifestato teoricamente, anche se per fortuna non concretamente.- Bertinotti con il proposito di lanciare “un oggetto contundente contro la presidente del Consiglio”, un atto, quindi , violento. Nella “non violenza” la contestazione della regola ingiusta o della provocazione viene fatta soltanto con metodi “assolutamente non violenti” per lo più passivi, mai e poi mai violenti.
Ghandi, evocato nell’intervento di Bertinotti
Gandhi docet. Secondo il suo pensiero, così interpretato da Andrea Bernabale, “la violenza è uno strumento che non dev’essere utilizzato in nessuna condizione, qualunque sia il suo fine, in quanto produce sofferenza, distruzione reciproca e, in ultima istanza, produce ulteriore violenza”. In altri termini, “la violenza alimenta violenza generando circostanze poco auspicabili e vantaggiose per nessuno, quali che ne siano i fini.”. Ci sono anche queste motivazioni: “ Nessuno possiede la completa verità, valori etici e morali sono concetti relativi e, pertanto, nessuno ha la facoltà di stabilire chi siano i ‘giusti’ e chi gli ‘ingiusti”’che debbano essere puniti.”.Nessuna eccezione, quindi, alla non violenza, tanto meno nella circostanza che avrebbe scatenato la violenza evocata da Bertinotti, tanto più che la sua non è certo “la completa verità” tutt’altro; e anche se lo fosse non giustificherebbe mai il ricorso da lui evocato alla violenza.. Il conflitto, per reagire alle ingiustizie subite, può richiedere la ribellione, “la ribellione però si struttura secondo metodi non-violenti”, anche quando si tratta di valori supremi come la libertà. “Gandhi intendeva ribadire l’universalità dell’azione non-violenta, applicabile in qualsiasi circostanza”. E Pannella è stato un suo seguace, fino a metterne il volto nel simbolo del Partito radicale, ha abbinato l’uso di mezzi non violenti dalla disobbedienza civile al digiuno alla accettazione della pena per aver violato una regola pur ingiusta.
L’IRI,, istituito nel 1933- il cartello nei 30 anni — il primo intervento pubblico sulla “proprietà privata”
Ma non vogliamo imperversare su Bertinotti, dato che essendo molto schierato – anche al di fuori dalla politica attiva, con un passato come il suo – certe posizioni sono non solo comprensibili ma prevedibili. Sono posizioni meno comprensibili quando le assume una storica dalla quale ci si attende per lo meno una aderenza ai fatti sui quali può basare la sua libera valutazione, quale essa sia, ma motivandola, non sparando sentenze per partito preso. Ci riferiamo a Michela Ponzani, frequente ospite di “La 7” con le sue valutazioni sempre schierate, ma in questo caso entra in campo anche la storia per cui ci si aspettava qualcosa di più ragionevole ed equilibrato. Invece… Ma ascoltiamo cosa ha detto nella stessa trasmissione “In altre parole” di sabato 22 marzo che ha visto Bertinotti esibirsi nel lancio virtuale di un “oggetto contundente”, identificato poi in “un libro” magari dalla copertina pieghevole, e derubricato al gesto futurista…”che la destra dovrebbe conoscere”. Lo ricordiamo perché gustoso, anche se ne abbiamo già parlato diffusamente.
Il primo presidente dell’IRI, Alberto Bonaduce
Il violento “j’accuse”della storica Ponzani alla presidente Meloni
Ben più “contundente”, se le parole sono pietre, quanto è stato scagliato contro la presidente Meloni dalla storica Ponzani, eccole riportate testualmente: “Noi abbiamo assistito in Parlamento a una operazione di mistificazione, manipolazione (sic!) della storia da manuale, da manuale (doppio sic!).. Con lo stravolgimento (sic!) di un documento dal quale si sono estrapolate delle parti del tutto decontestualizzate con una finalità esplicita. Siamo nell’80 anniversario della Liberazione, noi non attendiamo il 25 aprile per denigrare in un colpo solo (sic!) i valori dell’antifascismo e i valori di una pace tra popoli liberi, come avevano immaginato i nostri patrioti? Possiamo usare questa parola perché si usa tanto questa parola quando vediamo nelle piazze che inneggiano ai martiri della rivoluzione fascista? Beh, i patrioti della nostra repubblica, della nostra democrazia, sono quelli che sono stati confinati, incarcerati, sorvegliati speciali, puniti dalla polizia fascista, come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni”..
La storica Michela Ponzani, nell’intervento sul “Manifesto”, a “In altre parole” su “La 7”
Interviene, “ad adiuvandum”, il conduttore Massimo Gramellini: “ Sono stati raccontati come tre pericolosi sovietici, mentre solo uno era comunista che aveva rotto con lo stalinismo, un altro liberale, il terzo socialista, erano antifascisti tutti e tre ma non identici”. La Ponzani prosegue: “Questi ragazzi si trovano sull’isola di Ventotene da confinati, e si interrogano sulle ragioni per le quali l’Europa ò precipitata in due guerre mondiali. Quali sono le ragioni? Gli Stati-nazione che hanno praticato politiche di potenza, aggressione, militarismo e nazionalismo”, Gramellini suggerisce “sovranismo”, magari per far ricadere tutto sulla Meloni… che viene definita sovranista, “assist” subito raccolto. “Sovranismo, cosa possiamo fare, limitando i poteri degli Stati–nazione federando. Creando una federazione di Stati esattamente come gli Stati Uniti d’America”.
La giornalista Alessandra Sardoni, che ha interloquito sul “Manifesto”, sempre a “In altre parole”
E sulla proprietà privata? “La nostra Costituzione all’art. 42 dice che la proprietà privata può essere all’occorrenza gestita, limitata, dallo Stato quando di tratta di monopoli, per esempio. Aldo Moro lo fece nel 1963 con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, Alcide de Gasperi lo fece con la riforma agraria per togliere il monopolio della proprietà terriera ai grandi latifondisti, perché c’era bisogno di che cosa? Non solo della libertà che avevano riconquistato, ma della giustizia sociale, della redistribuzione di ricchezza. Sono parole che non vanno più di moda, me ne rendo conto”.
Roberto Benigni, nel suo intervento sul “Manifesto” alla trasmissione “Il sogno” su “Rai 1”
Con queste ultime quattro parole, “me ne rendo conto”, si smonta l’intera costruzione, la storica Ponzani “si rende conto” che si può avere una idea diversa e dire “Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia!”, le uniche parole pronunciate al termine dalla presidente del Consiglio, dubitando anche che possa essere l’Europa vagheggiata dall’opposizione, senza una parola di critica né all’’intero “Manifesto” né ai brani letti testualmente per prenderne in modo legittimo le distanze senza commentarli. La “mistificazione, manipolazione della storia da manuale, da manuale”, nel “violento “j’accuse” della Ponzani, non è certo della Meloni ma di chi la usa come arma politica, come fa la storica, peraltro in modo inappropriato, attribuendole cose non dette, avendo la Meloni omesso qualunque commento.
La Bibbia, evocata da Benigni con riferimento al “Manifesto”
Inoltre, quando afferma che la “federazione di Stati” vagheggiata nel “Manifesto” sia “esattamente come gli Stati Uniti d’America” capovolge la realtà: non sono nominati affatto, mentre la “dittatura rivoluzionaria” al di fuori della volontà del popolo, “immaturo “ e da educare da parte del vertice rivoluzionario, fa pensare all’allora sistema bolscevico, sia pure attenuato ma pur sempre con la proprietà privata “abolita limitata estesa caso per caso”.. Un sistema ben diverso dai casi eccezionali di nazionalizzare le industrie elettriche e sostituire i latifondi con piccole proprietà private distribuite ai contadini – come dalle sue affermazioni- e anche dai salvataggi di imprese in difficoltà gestite come partecipazioni statali sul mercato, alla pari delle imprese private. .Ma della proprietà privata nell’impostazione del “Manifesto” – e nel regime fascista – abbiamo già parlato con riferimento l Bartinotti, che la considera “integralmente” recepita nella Costituzione”.
Romano Prodi, nella sua risposta alla domanda sul “Manifesto”, della giornalista Orefici di “Rete 4””
Il siparietto tra la giornalista Sardoni e di nuovo Bertinotti
Dopo la Ponzani, c’è stato un siparietto, sempre sullo stesso tema. Alessandra Sardoni , già presidente dei giornalisti parlamentari – dopo che il conduttore Gramellini aveva ipotizzato un intervento diversivo della presidente del Consiglio per evitare temi scomodi – ha contraddetto dicendo: “Io credo che sia per lei un aspetto identitario che lei coltiva per una percentuale qual che sia , anche se solo il 5 per cento, continua a coltivarla, a tenersela stretta. E questa è lei, come per dire, io sono sempre io, e vuole fare così. Secondo me non è il frutto di chissà quale abilità come è stata dipinta nelle cronache successive”. Ma a Bertinotti – che pure ha terminato il suo intervento – non sta bene, e interviene replicando così, riferendosi direttamente alla presidente Meloni.
Il Corano, evocato da Prodi con riferimento al “Manifesto”
”Il suo è un elemento strategico, la messa in discussione del paradigma costitutivo della Costituzione repubblicana, e lei considera la Costituzione repubblicana come un ingombro che ha cercato di affrontare con le riforme costituzionali., così ha ripreso una componente ideologica.. Questo attacco al Manifesto di Ventotene, se leggete bene i contenuti, vedete che prende di mira la Costituzione repubblicana e i suoi contenuti democratici (sic!).”.
Ma la Sardoni persiste: ”Credo che ci sia una piccola verità, l’idea di Europa che comunque lei ha, e lo ha detto ripetutamente, ed è anche legittimo da un certo punto di vista, legittimo ma non lo condivido, e l’Europa delle patrie non è quella del Manifesto di Ventotene , non è federalista“ Una vera lezione, quella della Sardoni, riassunta in poche parole – ”legittimo da un certo punto di vista, legittimo ma non lo condivido”.- a coloro che lanciano accuse di “fascismo” con atteggiamenti censori essi sì, “fascisti”.
La senatrice del PD Simona Malpezzi, che ha citato il Vangelo con riferimento al “Manifesto”
Questi siparietti li abbiamo riprodotti testualmente perché sono quanto mai eloquenti, e in questo caso alla singolare accusa di una storica che fa dei processi alle intenzioni strumentalizzando parole dal significato ben diverso – come si vede dal testo integrale che abbiamo riportato – ha risposto in modo risolutivo una giornalista autorevole, non schierata.
E ci fanno ripensare alle reazioni di Prodi e di Bertinotti, la prima reale, la seconda… virtuale. Viene da chiedersi come mai personaggi solitamente molto equilibrati e così navigati, si sono alterati in modo così vistoso dinanzi alla mera lettura di alcuni brani di un documento per di più “datato”, il cui valore risiede nel titolo europeista e non nel contenuto di stampo rivoluzionario e collettivista ripudiato dagli stessi autori.
Il Vangelo, citato dalla Malpezzi per il “Manifesto”
La risposta non può che fare riferimento alla “sacralità” faziosamente attribuita al “Manifesto”: Romano Prodi ha evocato il Corano citando Maometto, Roberto Benigni la Bibbia, Fausto Bertinotti lo chiama “testo sacro”, per ultima Simona Malpezzi del PD ha richiamato il Vangelo e Cristo. Mentre Carlo Rossella – che con Berlusconi ha diretto i maggiori Telegiornali di Rai e Mediaset, ed oggi è tanto critico verso il governo con particolare accanimento verso la Meloni – ha detto che “”il Manifesto di Ventotene non può essere il manifesto della Meloni, è un’opera d’arte democratica”..Così alla sacralità” della religione si aggiunge la “sacralità” dell’arte.
Per quanto ci si possa sforzare, a parte l’ovvia affermazione che “non può essere il manifesto della Meloni”, è arduo comprendere come si possa definire “un’opera d’arte democratica”, dato che nessuna delle due parole è riferibile al “Manifesto”: non si vede come possa esserci “arte” in un manifesto quale esso sia, non è un “codice miniato” – almeno questo ci sia risparmiato… – ma non si comprende nemmeno la metafora, per noi definire l’opera come “democratica” vuol dire contraddirne il contenuto, che definisce la democrazia “un peso”, e la forma della Federazione europea, delineata con precisione, è una “dittatura rivoluzionaria”, quanto mai lontana, anzi opposta alla democrazia correttamente intesa.
Carlo Rossella, che ha definito il “Manifesto” “ libro sacro dell’arte” “in “Di martedì” su “La 7”
La dissacrazione del sindaco Bandetti, fino alla… fantozziana “Corazzata Potemkin”
Quanto abbiamo richiamato ci fa dire che ci sembra di essere in una “sacralizzazione” per lo meno esagerata, di un testo che ha pure una base positivamente ispirata, ma solo una base, senza la mitizzazione cresta intorno. Ci ha ricordato un precedente noto a tutti. Abbiamo citato nel primo articolo un vecchio film evocativo, “Sogno di prigioniero”; ora ne citiamo un altro, del celebre regista russo Eizenstein, “La Corazzata Potemkin”; che nel 1925 evoca l’eroismo dell’equipaggio di una nave zarista ammutinatosi nel 1905 – anno molto turbolento – per protesta contro il cibo avariato, poi votato alla rivoluzione con un finale tragico dopo tante peripezie Episodio vero enfatizzato, da una certa parte politica, oltre misura nella versione cinematografica ben al di là del contenuto, rivestito di una sorta di sacralità con validità perenne, da diffondere per fini educativi.
Di qui la parodia dissacrante in un film su Fantozzi, nel quale l’irridente quanto tartassato ragioniere interpretato da Paolo Villaggio, esasperato dalle visioni estasiate del film imposte dalle sezione del partito comunista, sbotta nella clamorosa e liberatoria dissacrazione: “La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”. Ebbene, dalla “narrazione” fatta finora ci sembra di trovare la stessa enfatizzazione, addirittura la “sacralizzazione “ esplicita, ben al di là dei meriti pur esistenti del “Manifesto di Ventotene”. Quindi è venuta spontanea, ci si perdoni, l’associazione tra le due smodate enfatizzazioni.
Una scena del film “La corazzata Potemkin”, dopo l’immagine in apertura
Anche perché c’è stato un nuovo … ragionier Fantozzi sbottato nell’espressione dissacrante quanto spontanea, come il bambino che esclamando “il Re è nudo”ha disvelato qualcosa visibile a tutti ma oscurato proprio dalla “sacralizzazione”; come una divinità. Nel caso del ”Manifesto”, i “bambini” sono stati zittiti anche con insulti e non solo, come abbiamo riportato. Il Fantozzi del momento è un sindaco, già noto per sue esternazioni irridenti, e proprio per questo disinibito pure nell’attuale circostanza, tanto che ha pubblicato la foto di una giovane discinta con la grande scritta “Ventottenne”. Si tratta del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, che dopo la … profanazione della foto ha esclamato: “Solo gli imbecilli possono pensare che ciò che è stato scritto nel 1941 possa essere valido, proprietà privata, educazione per il popolo, cazzate allucinanti” (sic!). Le “ca…te allucinanti” del “Manifesto di Ventotene” come la “ca.. ta pazzesca” della “Corazzata Potemkin”.
Non vorremmo essere lapidati – magari con gli “oggetti contundenti”di Bertinotti, se-non peggio – per aver concluso i nostri tre articoli con questo dissacrante accostamento nel titolo e nella conclusione! Ma la libertà di satira è stata reclamata anche verso Maometto e il Corano, condannando i fondamentalisti islamici che vogliono negarla, ed è il loro Dio! Non si vorrà mica considerare il Manifesto di Ventotene addirittura al di sopra?
La “dissacrazione” del bistrattato Fantozzi, della “Corazzata Potemkin” celebrata oltre misura
Per concludere, “in più spirabil aere”, la nostra maratona protrattasi in tre lunghi articoli, ci piace tornare all’immagine da “Il vecchio e il mare”, con cui abbiamo aperto il 2° articolo, evocata nelle parole finali dell’ultimo intervento di Alriero Spinelli al Parlamento europeo del 16 gennaio 1986, come testamento spirituale prima della scomparsa quattro mesi dopo. Oltre alla intensa quanto vana azione federalista “scarnificata” dagli “squali”, come ha lamentato, si può applicare alla sua figura, “scarnificata” riducendola al “Manifesto”, poco rilevante in pratica, a parte l’illuminante ispirazione; mentre, dopo quel “sogno di prigioniero” iniziale, lodevole quanto visionario, il suo impegno federalista si è dispiegato in modo appassionato e quanto mai fattivo per l’intera sua esistenza.
Il prossimo anno, precisamente 23 maggio 2026, saranno trascorsi 40 anni dalla sua scomparsa,: celebrarne il quarantennale nel modo più adeguato sarà una doverosa “riparazione” a quanto si è fatto sovrapponendo il “Manifesto” alla sua azione ben più significativa e attuale, quando del documento resta attuale solo il titolo originario “Manifesto per un’Europa unita e libera”. Almeno la pensiamo così, e speriamo di non essere “aggrediti” per la critica alla “sacralizzazione” del “Manifesto”, fino ad averne evocato, anche nella immagine di apertura di questo ultimo articolo, la “dissacrazione” che in questi casi è inevitabile, per l’esagerata quanto insistente equiparazione ai “testi sacri” . Libertà andiamo cercando, “ch’è sì cara…”.
Stefano Bandecchi, sindaco di Terni, che ha “dissacrato” il “Manifesto” come fece Fantozzi …
Info
Questo articolo conclusivo della nostra “immersione” nella vicenda del “Manifesto di Ventotene”, approfondisce alcuni apetti e motivi, ripercorrendola anche visimamente nelle immagini, dai tre protagonisti, all’ambiente, ai riconoscimenti al primo autore Altiero Spinelli, alle polemiche contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fino alla “sacralizzazione” del “Manifesto” con i personaggi che lo hanno riferito ai “testi sacri”, anch’essi raffigurati, e la successiva irridente “dissacrazione” anche nell’immagine di apertura. Cfr. i nostri 2 precedenti articoli, il primo, uscito in questo sito il 24 marzo 2025 con il titolo ““Manifesto di Ventotene”, 1. Dalla soria alla cronaca” ; il secondo dal titolo “Manifesto di Ventotene”, 2. Altiero Spinelli, e la ‘tirata di capelli ‘ di Prodi” uscito il 3 aprile. Cfr., inoltre, i nostri precedenti articoli sull’isola di Ventotene e su quella vicinissima di Santo Stefano, pubblicati alcuni anni fa in occasione di viaggi sulla barca di un caro amico, con la descrizione dei luoghi nelle circostanze speciali dei visggi stessi e, per Santo Stefano, con la ricostruzione della storia del penitenziario ora in via di trasformazione in una sede di studi europeo ititolata a David Sassoli, presidente del Parlamento europeo prematuramente scomparso; li abbiamo ripubblicati nel 2022 e 2023, in memoria dell’amico Ciro Soria che mi aveva ospitato nella sua barca, anch’egli scomparso. Cfr., dunque, gli articoli in questo sito: per Ventotene, Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso 4 giugno 2022, “Sul mare”, il film di D’Alatri su Ventotene, un’emozione senza fine 4 maggio 2023, e Ischia, festa di Sant’Anna, il Palio dei carri di Tespi 2009, 22 aprile 2023; sulla vicina isola di Santo Stefano: Santo Stefano, 1. Archeologia carceraria del penitenziario-teatro, 2 giugno 2022, e Santo Stefano, 2. Le storie dei reclusi nel penitenziario-teatro 3 giugno 2022. Aggiungo – tale è stato il legame con l’amico Ciro,al quale collego le mie visite a Ventotene, di cui agli articoli sopra ricordati – la citazione dei due articoli rivolti alla sua memoria: “Ciro Soria, buona navigazione Lassù, nellalto dei cieli!” 21 aprile 2023, e “Ciro Soria, 40 anni di matrimonio con il sostegno a Ibby” 23 aprile 2023.
La “dissacrazione” visiva del “Manifesto”, oltre quella a parole
Photo
Le immagini presentano una carrellata su momenti particolarmente significativi dell’intera vicenda del “Manifesto”, alcuni già illustrati negli articoli precedenti ma rievocati con immagini diverse: dai protagonisti, all”ambiente. Dopo questo inquadramento, le immagini rendono visivamente la “sacralizzazione” del testo, con gli… officianti, cui segue la “sconsacrazione” irridente che ne è la logica conseguenza, evocata già nella prima immagine, evocata nel titolo. Dopo l’ apertura, dedicata a “La Corazzata Potemkin” nell’irridente equiparazione, la copertina del “Manifesto di Ventotene”, seguono le immagini dei 3 autori del “Manifesto”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, alternate a 3 immagini degli edifici nell’isola di Ventotene, con l’immagine di Ursula Hirshmann e Ada Rossi, che fecero uscire dall’isola in modo clandestino il “Manifesto”. Poi Altiero Spinelli al Parlamento europeo nella sua appassionata battaglia federalista, l’edificio del Parlamento europeo a lui intitolato e l’iscrizione recante il suo nome. Entrando nelle polemiche Bertinotti con i suoi riferimenti a Ghandi e al concetto di libera proprietà, per il quale vi sono immagini dell’IRI e del primo presidente Beneduce. Poi la storica Michela Ponzani scatenata e la giornalista Alessandra Sardoni dissenziente, La “sacralizzazione” del “Manifesto” è evocata visivamente con le immagini degli “evocanti” alternate ai “libri sacri” evocati, Roberto Benigni con la Bibbia, Romano Prodi con il Corano, Simona Malpezzi con il Vangelo, fino a Carlo Rossella per l'”opera d’arte” da lui citata. Dalla “sacralizzazione” alla “sconsacrazione”, con una immagine della “Corazzata Potemkin”, che segue quella in apertura, insieme all’irridente espressione di Paolo Villaggio-Fantozzi, seguite dalla “sconsacrazione” del sindaco Bandecchi con una sua fotografia e l’irridente manifesto “Ventottenne”. In chiusura, il “Manifesto di Ventotene” in mano ad una partecipamte alla manifestazione romana di piazza del Popolo. Le immagini sono state tratte dai siti di seguito citati, i cui titolari si ringraziano dell’opportunità offerta; si precisa che sono inserite a mero scopo illustrativo, senza alcun intento di natura pubblicitaria e nessun riflesso di natura economica, aggiungendo che qualora la pubblicazione della foto non fosse gradita a qualche titolare del sito, basterà farlo presente mediante un post “on line” nello spazio dei commenti e verrà immediatamente eliminata. I siti sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: wikipedia, istituto altiero spinelli, MSN, gillians lists, rebel studio, stock, varese news, stock, partito democratico, euractive, X, dreams time, la 7, la civiltà cattolica, investire biz, il sole 24 ore, la 7, la 7, corriere tv corriere della sera, opus day, virgilio notizie, news compton editore, la repubblica, ancora libri, la 7, storica national geographic, you tube, ansa, terni in rete, agenzia dire. Di nuovo, grazie a tutti.
Il “Mnaifesto di Ventotene”, celebrato a Ro,ma il 15 marzo, nella manifestazione a Piazza del Popolo
Torniamo sulla questione del “Manifesto di Ventotene”, perché ci sembra che vada ben oltre una pur accesa polemica politica, apprezzabile quanto appassionata, per investire aspetti più pervasivi del tema in discussione. E per questo… supplemento prendiamo lo spunto dall’ampio commento su Facebook di Gelasio Giardetti, l’amico Gero da noi conosciuto e stimato per la sua attitudine ed esperienza di ricercatore e la sua intemerata passione civile unita ad una forte sensibilità politica. Abbiamo già considerato e confutato nel nostro articolo precedente gli argomenti di una parte politica, i partiti di opposizione, con cui collimano gli argomenti del nostro amico che ha commentato; ci ritorniamo pur avendo già risposto proma del suo commento. Ma non è questo il centro del nostro articolo, bensì l’omaggio, finora mancato nel modo da lui meritato, alla straordinaria figura di Altiero Spinelli; lo celebriamo noi, e apriamo l’articolo con l’immagine di “Il vecchio e il mare” , la metafora evocata nell’ultimo, appassionato intervento al Parmaneto europeo quattro mesi prina della scomparsa.
Altiero Spinelli, l’allegoria di “Il vecchio e il mare” con cui concluse l’ultimo intervento federalista al Parlamento europeo il 16 gennaio 2086, 4 mesi prima della morte
Alcune critiche alla citazione del “Manifesto” con le relative risposte
Il primo argomento è che “la presidente del Consiglio Meloni ha voluto scientemente commentare solo quelle frasi del Manifesto che le facevano comodo ideologicamente, infischiandosene del contesto storico in cui il documento venne redatto clandestinamente, cioè in piena dittatura fascista”. Non è stata lei a riesumarlo pur essendo largamente “datato”, sono stati la manifestazione romana per l?Europa molto affollata a piazza del Popolo e diversi parlamentari dell’opposizione – nei loro interventi in aula in risposta alla sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo del giorno successivo – a sbandierare il “Manifesto di Ventotene” nella sua interezza. Quindi, evocato non soltanto nel valore simbolico espresso dal suo titolo originario,“Manifesto per un’Europa libera e unita”, riassumibile nell’ideale degli Stati Uniti d’Europa, una visione meritoria in un periodo squassato dall’aggressività dei nazionalismi che gli autori sentivano sulla propria pelle; sarebbe bastata questa citazione invece del contenuto che ha mostrato la costruzione europea ivi ideata.
Altiero Spinelli, in uno dei moltissimi interventi federalisti al Parlamento europeo
Quella costruzione la presidente del Consiglio nella sua replica non poteva ignorarla – per il rilievo che era stato dato nello sbandierare il documento anche in Parlamento – tanto ò vero che ha esordito proprio facendo riferimento a quelle forti sollecitazioni – e si è limitata a leggere, si badi bene, testualmente, soltanto alcuni passaggi del lunghissimo Manifesto nei quali si configurava un assetto tale da farle esclamate “Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia.” Senza neppure commentare quella costruzione, né attribuirle il favore degli oppositori, non una parola di più di quelle ora citate. .E, riguardo al diversivo che avrebbe voluto inscenare, basta ricordare che ne ha parlato solo al termine dei suoi due interventi, le sue parole occupano nel testo stenografico soltanto una colonna delle 35 colonne – di 50 righe per 50 battute a riga – tra le 20 colonne della comunicazione iniziale e le 15 della replica finale, meno del 3% del totale, peraltro in pochissime righe sono riportate le sue parole, nelle altre i passaggi del Manifesto letti testualmente.
Alriuero Spinelli, la scheda segnaletica della polizia fascista
Cosa pretendono i critici, che non doveva parlarne affatto, o ne ha parlato troppo poco, doveva analizzare il documento di 16 o 25 pagine a seconda dell’edizione, e farlo storicamente, ma “che c’azzecca”?- Come si fa a dire che “ abbia, in realtà, voluto provocare, così com’è nel suo carattere, un diversivo per nascondere la grave crisi economica, produttiva e sociale in cui versa il nostro Paese?”
Era la replica alla discussione sulla posizione da assumere nel successivo Consiglio europeo, quindi altro che un diversivo! Ma come può essere una provocazione citare alcune frasi testuali di un documento sbandierato in quei giorni anche in Parlamento, oltre che in una piazza molto motivata, senza neppure criticarlo ma dicendo che quella delineata da quelle frasi – con la proprietà privata regolata “caso per caso”, la dittatura rivoluzionaria, il Superstato retto dagli ottimati dove la democrazia è considerata “un peso” – non è la sua Europa, e non sa se sia l’Europa dell’opposizione, non la accusa neppure di aver sposato quell’assetto che lei non accetta?
Il carcere di Lucca, dove Altiero Spinelli fa recluso dal 1928 al 1931
Non ha fatto una analisi del documento da nessun punto di vista, ha citato solo quei passaggi che le fanno ritenere non essere “la sua Europa”: ed è evidente, dati la sua prefigurazione. E non vale dire che quando nacque il “Manifesto” c’erano le dittature nazista e fascista, e c’era soltanto come ispiratrice la dittatura comunista, dettata dalla rivoluzione bolscevica cui di fatto si ispira attenuando soltanto il trattamento della proprietà che non viene soppressa, ma “abolita, limitata, estesa caso per caso”. C’erano gli Stati Uniti d’America, ma Spinelli era comunista – e lo si può capire, nel dopoguerra sarà parlamentare nazionale ed europeo per 10 anni con il PCI – e poteva solo, come ha fatto, dissociarsi su aspetti estremi, era stato anche espulso dal PCI anni prima, nel 1937.
L’interno di un carcere
Alla presidente Meloni non facevano comodo solo queste citazioni, avrebbe potuto aggiungere altre parti a cui è contraria, come quelle sugli Stati nazionali da neutralizzare per un Superstato, anche questa “non è la sua Europa”, le viene data la qualifica di sovranista, dunque… ed è una posizione legittima diversa da quella dei convinti federalisti. Lamentare che non ne ha parlato sembra poco appropriato, ha detto che non è la sua Europa quella del Superstato degli ottimati rivoluzionari di ispirazione comunista, perché gli Stati Uniti d’America, che esistevano, nel “Manifesto” non sono citati?
Il carcere di Viterbo, dove Altiero Spinelli fa recluso dal 1931 al 1932
Questo sempre con il massimo rispetto – anzi l’ammirazione, come abbiamo scritto nell’articolo precedente – di avere vagheggiato una “Europa libera e unita” quando era non solo disunita alla massima potenza, ma in conflitto Stato nazionale contro Stato nazionale e neppure libera ma sotto dittature oppressive. E’ un contesto storico che oggi per fortuna non c’è più, gli Stati nazionali europei – Russia a parte – non sono più nazionalismi l’uno contro l’altro, e sono del tutto liberi, per cui l’insistente riproposizione del documento nella sua interezza può far pensare che ci si riferisca non solo al meritorio e irrinunciabile disegno di un’“Europa libera e unita”, ma a un Superstato con le esasperazioni collettiviste e anticapitaliste e non del tutto democratiche che la Meloni ha citato.
La cella del carcere
L’Unione Europea attuale, con i suoi contrasti interni, ci fa capire come sia illusorio e forse improponibile il disegno federale da Superstato che poteva essere fattibile nel nucleo iniziale a 6 paesi, ma neppure questo è avvenuto, anche se in ben quarant’anni di impegno appassionato Altiero Spinelli ha continuato a spingere in quella direzione il Movimento Federalista Europeo da lui fondato nel 1943, senza portare avanti il disegno collettivista e poco democratico del “Manifesto”-
Altiero Spinelli, è lui il “padre dell’Unione europea, non il “Manifesto”
E qui non possiamo non ripercorrere la sua incessante attività, che non è stata minimamente evocata nelle “celebrazioni” del “Manifesto di Ventotene”, a parte la corona di fiori sulla sua lapide volta più che ad onorarne la memoria, a “riparare” all’offesa arrecata alla “sacralità” del “Manifesto”.
Il carcere di Civitavecchia, dove Altiero Spinelli fa recluso dal 1932 al 1937
Ci si poteva richiamare alla sua azione continua per vedere realizzato il sogno federalista, iniziata subito dopo la fine del confino, avvenuta ai primi di agosto del 1943, con la creazione clandestina, nello stesso mese, il 27-28 agosto, del Movimento Federalista Europeo insieme ai compagni di confino Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, e pochi altri, tra cui la moglie di Colorni Ursula Hirshmann . che poi sposerà.
La Hershmann aveva fatto uscire il “Manifesto” dall’isola, aiutata dalle sorelle di Spinelli, Gigliola e Fiorella e dalla moglie di Ernesto Rossi, Ada, in circostanze romanzesche, per portarlo agli amici antifascisti a Milano e a Roma. Prima del confino – dal 1937 al 1939 a Ponza, dal 1939 al 1943 a Ventotene – era stato per quasi 10 anni – dal 1928 al 1937 – nelle carceri fasciste a Lucca dal 1928 al 1931, a Viterbo dal 1941 al 1932, a Civitavecchia dal 1932 al 1937 allorché, trasferito a Roma a Regina Coeli per la fine della reclusione, si vide invece relegato al confino nelle due isole, dove rimase per altri 6 anni, fino al 1943.
Il carcere di Regina Coeli a Roma, dove Altiero Spinelli fa recluso nel 1937, da lì al confino
Dopo la perdita di libertà durata 15 anni, subito dopo la sua liberazione dedicò tutte le proprie energie alla realizzazione dell’ideale federalista che era stato il suo “sogno di prigioniero” a Ventotene. E fu instancabile: dopo aver fondato, nell’agosto del 1943 il Movimento Federalista Europeo – cui diede una proiezione internazionale con i Federalisti europei – promosse a Ginevra la “Dichiarazione federalista” votata da otto paesi il 20 maggio 1944, partecipò alla Resistenza, poi nel marzo 1945 a Parigi promosse la Conferenza federalista europea, e la guerra non era finita.
Nell’immediato dopoguerra con la battaglia federalista sollecita le istituzioni, nel 1947 cercando di far leva sul Piano Marshall, nel 1954 mobilitandosi per la CED, la Comunità Europea di Difesa bloccata dalla Francia, poi cercando di far leva sulla CECA. per trasformarla in una comunità federale, fino ad impegnarsi nella stesura di un secondo Manifesto federalista e nella creazione del Congresso del popolo europeo, nella cui riunione a Torino del 1957 portò l’aspra critica al concetto di Stato-nazione contestandone la legittimità, forse l’unico seguito del “Manifesto di Ventotene”.
L’isola di Ponza, dove Altiero Spinelli fu internato al confino dal 1937 al 1939
Con una attività così intensa e appassionata non poteva restare fuori dalle istituzioni, e in particolare da quelle europee, al loro interno poteva continuare l’indomita battaglia federalista. Ed eccolo membro della Commissione europea senza sosta dal 1970 al 1976 allorché fu eletto nel Parlamento italiano e subito destinato a rappresentare l’Italia nel nuovo Parlamento europeo fino ad esservi eletto per le legislature fino al 1989, l’ultima non completata per la sua morte avvenuta nel 1986.
Due anni prima, il 14 febbraio 1984, propone un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d’Europa, e il progetto di un Trattato per l’Unione Europea, approvato dal Parlamento europeo; ma nel Consiglio europeo – cui vanno le decisioni da prendere all’unanimità – gli Stati nazionali bocciano la proposta del suo movimento federalista di trasformare la Comunità europea in una Federazione europea di Stati, con la cessione anche se parziale ma maggiore della loro sovranità nazionale a un’istituzione europea sovraordinata.
Altiero Spinelli, al fratello, da Ponza
Nell’ultimo appassionato intervento al Parlamento europeo sull’Atto unico europeo – che fu un tentativo di rivedere i trattati della CEE e dell’Euratom – Spinelli lamenta che nella discussione intergovernativa la proposta federalista è stata praticamente disattesa. “Onorevoli colleghi, quando votammo il progetto del Trattato per l’Unione mi ha ricordato l’apologo hemingwayano del vecchio pescatore che cattura il più grosso pesce della sua vita, lo vede divorare dai pescecani e arriva al porto con la sola lisca del pesce”, Il suo tono è sconfortato:”Anche noi siamo ormai arrivati al porto e anche a noi del grosso pesce resta solo la lisca”.
Conclude con un soprassalto di energia:”Ma questo Parlamento non deve, per questo motivo, né rassegnarsi né rinunziare. Dobbiamo prepararci ad uscire ancora una volta in mare aperto predisponendo i migliori mezzi per catturare il pesce e proteggerlo dai pescecani. Grazie”. Termina così il suo appassionato intervento, si siede. Si può vedere l’intero intervento in video e audio nel sito del Movimento Federalista Europeo, come abbiamo fatto noi. Pensiamo sia il suo testamento spirituale, era il 16 gennaio 1986, la morte lo raggiunse il 25 maggio dello stesso anno.
A Ponza, uno stanzone per gli internati al confino
Nel 1991, con il Trattato di Maastrichr, si passa dalla Comunità Economica Europea all’Unione Europea, un passo in avanti, anche se parziale, nella direzione federalista tracciata dalla sua fede intemerata..Nello stesso anno inizia la costruzione del grande edificio del Parlamento europeo a Bruxelles, ultimato nel 1997 e dedicato a lui, il nome Altiero Sponelli vi spicca a grandi caratteri. Come si fa a citare questa dedica dell’edificio come riferita al “Manifesto”? Lo ha fatto tra gli altri il pur riflessivo giornalista Alessandro De Angelis a “Tagadà” su “La 7”.
L’isola di Ventotene, dall’alto. dove Altiero Spinelli è stato al confino dal 1939 al 1943
Quando è evidente che del “Manifesto” si era perso perfino il ricordo, mentre era dinanzi agli occhi l’incessante attività federalista di Spinelli; mai riferita al “Manifesto”, di cui aveva sconfessato sin dalla fine della guerra i contenuti collettivisti e rivoluzionari, con sfiducia nel popolo “immaturo” e nella democrazia! Senza accorgersi che se vi fosse stato tale impossibile riferimento, l’edificio sarebbe stato intitolato ai tre autori del “Manifesto” e non soltanto a Spinelli. Avanzare tale errata attribuzione è una offesa alla memoria di Altiero Spinelli, come lo è stato celebrare il “Manifesto” – peraltro datato e sconfessato da lui, principale autore, nelle punte estremiste – e non la sua appassionata dedizione alla causa federalista cui ha dedicato un’azione incessante fuori e soprattutto dentro le istituzioni eutope e nazionali per oltre 40 anni.
Alcuni confinati a Ventotene, al centro Sandro Pertini, poi recluso nella vicina isola di Santo Stefano
Fino all’appello finale, a pochi mesi dalla morte, che va visto come il suo testamento spirituale. Celebrare la sua figura – magari ricordando le sue ultime parole, che abbiamo riportato, invece di celebrare il “Manifesto” in tutto il suo contenuto sconfessato negli aspetti estremi – gli avrebbe dato il meritato onore. E in tal caso, la presidente Meloni non avrebbe letto i passi più discutibili del “Manifesto” per prendere le distanze da qull’Europa in cui non si rionosce, ma si sarebbe unita nell’onore alla sua memoria.
La corona di fiori deposta dalla delegazione di alcuni partiti di opposizione silla sua tomba a una settimana dalla “celebrazione” in piazza del Popolo, poteva rimediare alla colpevole omissione se non fosse stata concepita come “riparazione” per l’offesa alla “sacralità” attribuita al “Manifesto” e non come omaggio memore e riconoscente alla instancabile dedizione alla causa federalista dell’intera sua vita, mai celebrata com avrebbe potuto e dovuto essere, e come potrà venir fatto il prossimo anno, il 25 maggio 2025, a 40 anni dalal sua scomparsa.
Isola di Venrotene, la costa, in fondo l’isola di Santo Stefano con il carcere dove fu rinchiuso Pertini
Una digressione su un auspicabile, anche se illusorio, allargamento a Est dell’Unione Europea
Tornando alla realtà odierna, dopo l’evocazione federalista, ci si rende conto che se la Federazione – per cui Spinelli si è battuto nell’intera vita – non si è raggiunta neppure all’epoca di soli 6 paesi fondatori del centro-sud Europa dai confini comuni per la vicinanza e tratti omogenei, sembra improbabile raggiungerla con ben 27 paesi le cui eterogeneità rendono l’azione già molto difficile pur nella aree di integrazione limitate all’aspetto economico-commerciale con qualche limitata solidarietà e coesione; neppure l’unione monetaria è completa, con l’euro in 20 paesi e non in tutti e 27. Forse il temuto isolazionismo americano può dare la spinta che finora non c’è stata e far unire di più, almeno nella difesa comune se non nell’azione politica, ciò che finora è stato diviso.
Gli autori del “Manifesto”, a sin. Ernesto Rossi, al centro Altiero Spinelli, a dx Eugenio Colorni
Ma la minaccia ora non viene più dai nostri Stati nazionali – comunque integrati sia pure molto parzialmente nell’Unione Europea, e convergenti per la mutua difesa comune nella NATO – ma dalla Russia – dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica – e allora l’obiettivo nobilissimo del “Manifesto per un’Europa libera e unita” dovrebbe tendenzialmente includere anche la Russia. E questo intanto ponendone le basi facendo gradualmente i passi necessari per reintegrarla nel G8 , che da G7 divenne tale con Putin per merito di Berlusconi 20 anni fa. L’immediata obiezione può essere che in Russia c’è la dittatura, come lo si può pensare fattibile? C’erano le dittature, eccome!, anche all’epoca del “Manifesto” , Hitler in Germania, Mussolini in Italia, Franco in Spagna…… e Stalin in Russia e ciò ispirò anzi il “sogno di prigioniero”di Spinelli con Rossi e Celorni.
Una vista di prospetto dell’isola di Ventotene, con il faro
In attesa di condizioni più favorevoli, almeno si dovrebbe cercare di migliorare i rapporti con la Russia, magari con accordi in settori di interesse comune, mentre il riarmo che è stato proclamato viene non solo paradossalmente ma provocatoriamente motivato per difendersi dalla sua invasione che sembra fuori da ogni logica e possibilità. Anche per questo il francese Macron non doveva evocare l’arma nucleare, per di più avendo 290 testate rispetto alle 6000 della Russia!. E sono insensate le sue provocazioni, con l’inglese Starner, fino ad organizzare l’invio di truppe, magari a presidio della futura o futuribile pace, motivato espressamente dalla chiara minaccia della Russia.
Isola di Ventotene, i caseggiati per i confinati
Chiusa la parentesi, con quali mezzi Spinelli e i due compagni potevano pensare di superare i nazionalismi e le dittature per una Federazione di Stati europei? Si obietta che non potevano farlo con una democrazia abolita dal fascismo, ma solo ed esclusivamente con una rivoluzione antagonista al fascismo che in quel contesto storico si identificava nella “prassi socialista marxista”- chiamiamola con il suo nome “ rivoluzione bolscevica”- e sappiamo come fu la Rivoluzione di ottobre e cosa ne seguì. Però la “necessaria “ rivoluzione, non è indicata come fase transitoria, ma come condizione, se non permanente, molto prolungata, finché i popoli non diventano “maturi” sotto l’indottrinamento degli ottimati al vertice della “dittatura rivoluzionaria” prefigurata.
Aliero Sponelli con Ursula Hirshmann, allora moglie di Colorni, che portò il Manifesto fuori dall’isola
Il prof. Prodi rettifica, ”tirata di capelli”, non “mano sulla spalla” alla giornalista di Rete 4
A questo punto pensiamo di alleggerire l’esposizione tornando a quella sorta di “gossip”maschilista di attualità che ha assunto aspetti sintomatici di come possano degradare o rapporti tra la politica e il giornalismo: precisamente l’”incidente” tra il prof. Romano Prodi – l’eminente esponente del centro-sinistra non più in politica attiva ma molto ascoltato – e la giornalista che gli ha posto una domanda respinta con malagrazia, già commentato nel nostro primo articolo, ma ha avuto sviluppi intriganti di cui diamo conto, partendo dal commento del nostro interlocutore Gelasio citato al’inizio: “Come al solito la destra ha poi strumentalizzato un gesto paterno di Prodi che aveva messo la mano sulla spalla della giornalista ribaltandolo invece nell’atto di avergli tirato i capelli – roba da non credere!!!””
Il Manifesto di Ventotene sbandierato alla manifestazione di Roma, a piazza del Popolo
Non ripetiamo quanto abbiamo già sostenuto nell’articolo precedente, quando abbiamo dato credito alla giornalista e al filmato preannunciato per la serata di lunedì 24 marzo in”Quarta Repubblica” su Rete 4, poi rivelatosi non del tutto chiaro, Ma la sera del 25 marzo in “Di martedì”, su “La 7”, è stato presentato un filmato inedito inequivocabile, la “tirata di capelli” con evidenza indiscutibile; lo stesso Prodi ha rettificato il suo gesto derubricandolo in un innocuo moto istintivo, spiazzando così i tanti che avevano creduto alla sua prima versione, il nostro amico Gelasio compreso.
Altiero Spinelli al Parlamento europeo
La giornalista ha replicato alla sua irridente risposta”Ma che diavolo mi chiede…? precisando che il brano sulla proprietà privata – per il quale gli aveva chiesto cosa ne pensasse – era stato citato dalla presidente del Consiglio nella sua replica in Parlamento. E Prodi ha imperversato dicendole con voce ironicamente supplichevole: “Ma che, mi prende per un bambino, crede che io non sappia …?” e via con questo tono. La risposta, che delegittima la domanda – fatta dalla giornalista con garbo, in una sede appropriata e non inseguendo in strada come spesso avviene – quasi volesse condannarla per averla fatta, prosegue facendo un parallelo con un testo religioso, è come se isolando una frase del Corano si volesse, basandosi solo su quella, giudicare Maometto
Altiero Spinelli nell’ultimo intervento al Parlamento europeo il 16 gennaio 1986, muore 4 mesi dopo
.Nell’articolo precedente ne abbiamo già parlato, nulla di rilevante nell’episodio, ora citiamo la retromarcia finale di Prodi dopo il filmato inequivocabile – allora non ancora effettuata – riportandola testualmente aggiungendo che la sottoscriviamo in toto, l’irritazione la pensiamo dovuta a una modalità pedagogica del professore verso la giovane intervistatrice: “Ritengo sia arrivato il momento di chiarire alcune cose rispetto a quanto accaduto sabato 22, a margine della presentazione del mio ultimo libro. Il gesto, che ho compiuto, appartiene a una mia gestualità familiare . Mi sono reso conto, vedendo la ripresa, di aver trasportato quasi meccanicamente quel gesto in un ambiente diverso. Ho commesso un errore e di questo mi dispiaccio. Ma è evidente dalle immagini e dall’audio che non ho mai inteso aggredire, né tanto meno intimidire la giornalista”. Semmai, aggiungiamo noi, educarla …, dato il tono ammonitorio quasi supplichevole, e così l’incidente è chiuso, spiegata anche la sua prima versione, non poteva ricordare un gesto automatico, equivalente alla “mano sulla spalla”.
Ma se l’integrità del professore resta immutata, non sembra così per i coriferi che si sono scagliati contro la legittima critica di coloro che ne hanno deplorato il gesto. Massimo Giannini dopo la prima comunicazione in cui Prodi negava di aver tirato i capelli avendo messo soltanto “la mano sulla spalla” – poi ritrattata come abbiamo ora scritto – ha esaltato “la lezione di Romano Prodi ai poveri sicari del giornalismo di regime”.
Il saluto di Altiero Sponlli
Anche Giannini ha dovuto rimangiarsi la sua difesa contraddetta dalla ritrattazione di Prodi rispetto alla dichiarazione che lui aveva esaltato, dicendo: “E’ stato un brutto errore, un gesto sgradevole. Non doveva farlo. Io penso che questo derivi dalla sua età, è un professore di 85 anni, abituato a un certo paternalismo, in qualche caso anche a un notevole pedagogismo. Non c’è stata violenza in quell’atto, però con un giornalista non lo devi fare. Però, di qui a trasformarlo in aggressione …”. Soltanto il riferimento agli 85 anni ci sembra poco appropriato, è l’età anche di Mattarella e di Papa Francesco, ma non “tirano i capelli”a chi fa loro una domanda,, a meno che l’insofferenza attribuita agli anni sia collegata all’essere professore. Per il resto il “mea culpa” di Giannini ci sembra appropriato, tanto più considerando che l’”incidente” si è avuto dopo la presentazione del libro-intervista di Prodi proprio con Giannini intervistatore, quindi ‘imbarazzo è comprendibile. .
Parlamento europeo a Bruxelles, sede intitolata ad Altiero Spinelli
Resta, però, la sua accusa ai “poveri sicari del giornalismo di regime”.che non ha ritirato. Ed è stata ribadita e personalizzata da Bottura che ha lanciato l’accusa di “retequattrismo” – era di “Rete 4” Lavinia Orefici, la giornalista della “famigerata” domanda a Prodi – accusa che Paolo del Debbio, autorevole conduttore in tale rete, ha rigettato giustamente. Del Debbio è di un equilibrio esemplare, sia nel talk show quotidiano “Rete 4 di sera”, sia nel settimanale del giovedì sera “Diritto e rovescio”. E gli altri “talk show” politici della rete, “E’ sempre carta bianca”, “Zona bianca” e “4 di sera week end”, non sono certo scherati, soltanto “Quarta Repubblica”, pur nel contraddittorio sempre garantito ha un’impostazione filo governativa, il conduttore Nicola Porro ha denunciato il gesto di Propdi contro la giornalista della sua trasmissione .
Ma è ai “talk show” di “La 7” che va girata l’accusa in “lasettismo”, anzi “lasettarismo”. Lo si vede in modo inequivocabile nei “talk show” che partono al mattino con i soli equilibrati “Omnibus” e “Coffee break”, per un crescendo rossiniano contro il governo di “L’aria che tira”, “Tagadà” e “8 e mezzo”, cui si aggiungono i settimanali “Di martedì” e “Piazza pulita”, anche più schierati, fino a “In altre parole”, il solo poco impegnato in temi politici, ma per il “Manifesto di Ventotene” ha fatto un’eccezione, e ne parleremo nel prossimo articolo.
Il nome di Altiero Spinelli nell’iscrizione sull’edificio del Parlamento europeo a lui dedicato a Bruxelles
Nei talk show quotidiani, a parte l’ouverture” mattutino, “Omnibus” con Alessandra Sardoni e “Coffee break” con Andrea Pancani – sostanzialmente equilibrati – inizia un crescendo rossiniano di faziosità: a fine mattinata in “L’aria che tira” con David Parenzo, poi il pomeriggio in “Tagadà” con Tiziana Pamella che aggiunge irrisione a faziosità, e nella serata in “Otto e mezzo” con Lilli Gruber che interrompe gli ospiti scomodi; e nei talk show settimanali, in “Di martedì” Giovanni Floris spicca per insistenze monotematiche antigovernative senza contraddittorio, in “Piazza pulita” Corrado Formigli nelle sue esternazioni schierate e nell’interruzione dei pochi contraddittori.
Il busto di Altiero Spinelli nel monumento ai Padri fondatori dell’Unione Europea, nel parco Heràstràu di Bucarest
Meno evidente il “vizietto” di schierarsi a sinistra nel talk show, sempre di “La 7”, nel week end, “In altre parole”, con Massimo Gramellini, però sul “Manifesto di Ventotene” lo spirito fazioso della rete si è manifestato appieno, ne parleremo nel prossimo articolo quando riporteremo l’intervento dirompente di Fausto Bertinotti . e il commento altrettanto sorprendente della storica Michele Ponzani senza contraddittorio. Ora solo un assaggio, un passaggio pur marginale, anzi imprevisto: l’intermezzo della ben nota giornalista ex Rai, Tiziana Ferrario la quale – convocata solo per discutere delle sentenza che consente le adozioni estere anche ai single – ha voluto collegarsi alla parte della trasmissione sul “Manifesto”, già terminata con l’affermazione che ora citiamo.
Il prof. Romano Prodi nella reazione irritata alla domanda della giornalista di Rete 4 Lavinia Orefici
“Permettetemi di dire qualcosa sulla discussione precedente. Finalmente, però, c’è un aspetto positivo in tutto questo, è che non dovremo più chiedere alla nostra presidente del Consiglio se è antifascista, perché con quello che ha fatto alla Camera ci ha risposto, quindi il prossimo 25 aprile non avremo più bisogno di farle quella domanda, di dichiararsi antifascista. Perché mi sembra molto chiaro con la lettura di quel “Manifesto….,”. Non serve commentare, tanto è evidente il fuor d’opera, ci basta rinviare alla conclusione del nostro articolo precedente e riproporre l’interrogativo: “Chi è fascista”? Chi espone legittimamente la propria opinione oppure chi la demonizza e quindi, se potesse, la vieterebbe?
Il seguito nel prossimo articolo con ben altre esasperazioni ideologiche se non peggio……
Il prof. Prodi ripreso nella tirata di capelli alla giornalista che spiegava la propria domanda
Info
Gli scenari di fondo della rievocazione storica sono inizialmente la carceri fasciste in cui Altiero Spinelli è stato rinchiuso per 15 anni e le isole dove è stato ristretto al confino per i successivi 6 anni, Ponza e Ventotene. Al centro il protagonista è lui, comunista dissidente dallo stalinisno e per questo espulso dal partito, che a Ventotene ha scritto nel 1941, come ampiamente spiegato nell’articolo precedente, insieme al liberale Ernesto Rossi e con la prefazione del socialista Eugenio Colorni, il “Manifesto per un’Europa libera eunita”, chiamato “Manifesto di Ventotene”, tornato di grande attualità per essere stato “celebrato”, e in parte contestato, in un momento cruciale per l’Un ione europea che ha prefigurato 84 anni fa. Cfr. il nostro primo articolo, uscito in questo sito il 24 marzo 2025 con il titolo ““Manifesto di Ventotene”, 1. Dalla soria alla cronaca” ; il terzo e ultimo articolo sul tema uscirà domenica prossima 6 aprile con il titolo “Manifesto di Ventotene”, 3. Da ‘libro sacro’ a ‘Corazzata Potemkin'”. Cfr. inoltre, i nostri precedenti articoli sull’isola di Ventotene e su quella vicinissima di Santo Stefano, pubblicati alcuni anni fa in occasione di viaggi sulla barca di un caro amico, con la descrizione dei luoghi nelle circostanze speciali dei visggi stessi e, per Santo Stefano, con la ricostruzione della storia del penitenziario ora in via di trasformazione in una sede di studi europeo ititolata a David Sassoli, presidente del Parlamento europeo prematuramente scomparso; li abbiamo ripubblicati nel 2022 e 2023, in memoria dell’amico Ciro Soria che mi aveva ospitato nella sua barca, anch’egli scomparso. Cfr., dunque, gli articoli in questo sito: per Ventotene, Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso 4 giugno 2022, “Sul mare”, il film di D’Alatri su Ventotene, un’emozione senza fine 4 maggio 2023, e Ischia, festa di Sant’Anna, il Palio dei carri di Tespi 2009, 22 aprile 2023; sulla vicina isola di Santo Stefano: Santo Stefano, 1. Archeologia carceraria del penitenziario-teatro, 2 giugno 2022, e Santo Stefano, 2. Le storie dei reclusi nel penitenziario-teatro 3 giugno 2022. Aggiungo – tale è stato il legame con l’amico Ciro,al quale collego le mie visite a Ventotene, di cui agli articoli sopra ricordati – la citazione dei due articoli rivolti alla sua memoria: “Ciro Soria, buona navigazione Lassù, nellalto dei cieli!” 21 aprile 2023, e “Ciro Soria, 40 anni di matrimonio con il sostegno a Ibby” 23 aprile 2023.
Il giornalista Massimo Giannini, nel suo intervento a “Di martedì”, in “La 7”, sul gesto del prof. Prodi
Photo
Le immagini, dopo l’apertura con la metafora di “Il vecchio e il mare” evocata da Altiero Spinelli nell’ultimo suo intervento al Parlamento europeo, 4 mesi prima della morte, e la successiva che li ritrae in un suo intervento, ripercorromo la sua odissea: prima nelle carceri fasciste di Lucca, Civitavecchia, Viterbo, fino a Regina Coeli a Roma, com ritratti gli edifici e due interni; segue il confino, prima a Ponza, con l’isola evocata in diverse immagini, 2 vista dall’alto, una con i capannoni per i confinati, 2 con l’immagine di Spinelli a fianco di quelle di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, fino a Spinelli insieme a Ursula Hirshmann che con altre donne, fece uscire il “Manifesto di Ventotene” e lo portò ad amici antifascisti a Roma e Milano, la foto in cui viene sbandierato a Roma, nella manifestazione a Piazza del Popolo da una donna appassionata, ne rende la persistenza Quindi, 3 immagini con Spinelli al Parlamento europeo, quella centrale nell’ultimo suo intervento prima della morte avvenuta 4 mesi dopo, la terza mentre saluta; sono seguite da due immagini dell’edificio con il Parlamento europeo a Bruxelles a lui intitolato, e dalla statua a lui dedicata a Bucarest nel parco con il monumento ai fondatori dell’Unione Europea. Le 4 immagini conclusive tornano sulle polemiche legate alla citazione del “Manifesto” dalla presidente Meloni, le prime 2 sulla reazione del prof. Prodi alla domanda della giornalista Orefici su cosa ne pensasse, le ultime 2 sui commenti di due giornalisti molto noti, Massimo Giannini e Tiziana Ferrario. Concludono – quasi aprendo la galleria del successivo e ultimo articolo che sarà pubblicato dpmenica 6 aprile sul tema, nel quale si continuerà ad illustrare idealmente la polemica sul “Manifesto” con altri illustri intervenuti, oltre a riepilogare con nuove immagini lo scenario e i protagonisti di questa vicenda entrata nella storia. Le immagini sono state tratte dai siti di seguito citati, i cui titolari si ringraziano dell’opportunità offerta; si precisa che sono inserite a mero scopo illustrativo, senza alcun intento di natura pubblicitaria e nessun riflesso di natura economica, aggiungendo che qualora la pubblicazione della foto non fosse gradita a qualche titolare del sito, basterà farlo presente mediante un post “on line” nello spazio dei commenti e verrà immediatamente eliminata. I siti sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: pausa caffè, eurobull, anppia, versilia day, tuscia times, leggo, famiglia cristiana, fatto quotidiano, icarta, ferry canner, frammenti di ponza, frammemti di ponza, agenzia immobiliare mare e luna, corriere, latina mi piace, l’unità, laziomar, europa di ventotene, il sole 24 ore, manifesto, euro news, movimento federalista europeo, la nuova europa, dreams time, dreams time, wikipedia, il giornale, fampage, la 7, la 7. Di nuovo, grazie a tutti.
La giornalista Tiziana Ferrario nel suo commento a “In altre parole!” in “La 7”, sulla presidente Meloni
Non è “ultroneo”, come dicono i giuristi, tornare in un sito culturale come questo – oggi 26 marzo, nel giorno del voto sulla mozione di sfiducia al ministro della Giustziz Carlo Nordio – sull’evento che ha scosso la politica italiana: l’”affaire” del generale Osama Elmasry, noto come Almasri, Capo della polizia giudiziaria e al comando di due “milizie di sicurezza” in un paese come la Libia, verso il quale l’Italia è esposta per i nostri concittadini che vi lavorano, per gli impianti di idrocarburi dell’ENI che ci riforniscono di energia e per essere una delle basi più utilizzate dai migranti che con barconi fatiscenti cercano di raggiungere le nostre coste.
Su questi “fronti”, per l’Italia molto delicati, operano le milizie comandate dal generale Almasri, adibite appunto alla sicurezza, in particolare quella delle carceri. Nelle carceri libiche, considerati veri e propri lager, sarebbero stati compiuti per molti anni in modo continuato gravi reati, per i quali è stato richiesto dalla Corte penale internazionale con sede all’Aja, l’arresto provvisorio del generale Almasri che le controlla, per processarlo delle torture, stupri, violenze efferate, fino agli assassinii a lui imputati. Sono reati orribili per i quali finora, va precisato, viene accusato sulla base di precise testimonianze delle vittime, ma non ha avuto condanne.
ll generale libico Osama Almasri, Capo della Polizia giudiziaria, comanda due “milizie di sicurezza”, arrestato e scarcerato, espulso e rimpatriato
A tal fine, la Corte penale int.le ha emesso un mandato di arresto appena Almasri è giunto in Italia, arresto subito eseguito a Torino, ma poi vi è stata la scarcerazione per una serie di complicazioni del normale iter, definito un “pasticcio”, e infine la sua espulsione e rimpatrio con un aereo di Stato dei nostri Servizi segreti.
Su tutto questo si è scatenata l’opposizione – con la stampa e le televisioni ostili al Governo – che, insoddisfatta delle spiegazioni fornite nell’apposita informativa parlamentare dai ministri competenti, Carlo Nordio della Giustizia e Matteo Piantedosi degli Interni, ha presentato al Parlamento una mozione di sfiducia verso il ministro Nordio considerato responsabile di aver sottratto alla Corte penale int.le, riportandolo per di più al suo paese con un aereo di Stato speciale recante il tricolore in bell’evidenza, un soggetto chiamato sempre “torturatore, stupratore, assassino, ecc.”, anche dai garantisti sebbene – va ripetuto – i reati di cui è accusato siano gravissimi, con testimonianze molto serie, ma non ancora processato né condannato.
I cartelli dei senatori del PD con foto del carcere libico, al centro il capogruppo sen. Francesco Boccia
Introdotta molto sommariamente l’intricata questione, diciamo intanto il motivo per cui consideriamo appropriato che il nostro sito culturale se ne occupi. Perché al di là degli aspetti strettamente giuridici nei quali rientrano anche le garanzie che il sistema assicura sul piano della libertà personale, sono in gioco valori morali e interessi nazionali, in un intreccio che suscita profonde riflessioni se si vuol fare una valutazione serena.
La serenità finora è mancata, dinanzi alla più faziosa prevenzione, tanto è vero che è stata trasmessa al Tribunale dei Ministri una denuncia a seguito della quale i due ministri competenti, della Giustizia e degli Interni, il sottosegretario alla Presidenza con delega ai Servizi segreti e la Presidente del Consiglio, sono stati accusati di favoreggiamento, peculato e omissione di atti di ufficio; seguita da un’altra denuncia di un migrante ugualmente inoltrata subito al Tribunale dei Ministri. Oltre alla denuncia dinanzi al Parlamento europeo, in una polemica politica quanto mai aspra e violenta, nella quale sono volati insulti indegni da parte dei leader dell’opposizione. Che un atto di governo con ripercussioni internazionali possa subire un simile “trattamento” in Parlamento appare perlomeno singolare, come la strumentalizzazione che ne è stata fatta a fini meramente partitici.
I ministri della Giustizia Nordio e dell’Interno Piantedosi nell’informativa in Parlamento
La precisa sequenza dei fatti di quello che è stato definito un “pasticcio”
Iniziamo con i dati forniti nella informativa parlamentare, dal Ministro della giustizia Nordio, con assoluta precisione, citando date ed ore, in una sequenza incalzante. Mandato di arresto emesso dalla Corte penale int.le sabato 18 gennaio, eseguito a Torino domenica 19 gennaio alle ore 9,30; notizia informale dell’arresto trasmessa al Ministero della giustizia via e mail nella stessa domenica 19 alle ore 12,37 da un funzionario dell’Interpol, comunicazione considerata “assolutamente informale, priva dei dati identificativi e priva del provvedimento in oggetto e delle ragioni sottese. Non era nemmeno allegata la richiesta di estradizione”.
Lunedì 20 gennaio, alle ore 11,40, il Procuratore della Corte d’Appello di Roma, come organo competente, ha trasmesso al Ministero della giustizia l’atto definito “complesso carteggio”, sembra di circa 40 pagine in inglese con allegati in lingua araba, ed è restato in attesa. Non avendo ricevuto risposta, la mattina di martedì 21 gennaio, il Procuratore ha chiesto la scarcerazione del soggetto avendo ritenuto “irrituale” il suo arresto mancando l’impulso in tal senso del Ministro della Giustizia, scarcerazione decisa dalla Corte d’appello di Roma; ne è seguita l’espulsione disposta dal Ministro dell’Interno, per interesse nazionale e motivi di ordine pubblico, eseguita in giornata con il rimpatrio per mezzo di aereo di Stato, in particolare dei nostri Servizi segreti.
Il ministro Carlo Nordio, nella sua dettagliata esposizione
Un “ pasticcio”, in primis creato dalla Corte penale int.le che non ha fatto le notifiche giuste nei tempi giusti di un provvedimento anch’esso “pasticciato”, con gli effetti che ne sono derivati.-Cercheremo di spiegarlo evitando giudizi spesso frutto di prevenzione mista e superficialità. A parte il pur fondamentale vizio iniziale della trasmissione tardiva del mandato di arresto integrale al Ministero della Giustizia – non sabato 18 ma lunedì 20 nella tarda mattinata – dalla sequenza descritta è indubbio che il momento culminante è stata la scarcerazione alla quale è seguita l’espulsione e il doveroso rimpatrio con aereo di Stato, come avviene sempre nei casi di questo tipo, tanto più che viene definito “torturatore, stupratore, assassino, ecc.” di migranti nelle carceri libiche controllate da lui con la “milizia di sicurezza” di cui è comandante.
La sua permanenza in Italia, una volta scarcerato, avrebbe potuto comportare gravi problemi di ordine pubblico perché si rischiava che quei migranti presenti nel nostro paese, i quali dichiarano di aver subito torture nella permanenza nella famigerata prigione libica da lui controllata, potevano vendicarsi sul “torturatore” con azioni pericolose; e ne abbiamo avuto conferma nella denuncia di uno di loro, presentata contro gli stessi Ministri e la Presidente del Consiglio, trasmessa al Tribunale dei Ministri, e nella denuncia di un altro migrante alla Corte penale int.le contro l’Italia per non aver consegnato alla giustizia il suo “torturatore”.
Il ministro Matteo Piantedosi, nella sua sintetica esposizione
La scarcerazione, secondo la Corte d’appello di Roma che l’ha disposta, è stato un “atto dovuto” – per la “irritualità” dell’arresto in assenza dell’impulso iniziale a cui avrebbe dovuto provvedere il Ministro della Giustizia – che andava effettuato allorché è stata constatata l’assenza dell’intervento richiesto al Ministro, il quale avrebbe dovuto legittimare la detenzione sanando il vizio di origine; intervento, però, mancato.
Considerando la tempistica prima riportata, il Ministro nel solo pomeriggio di lunedì 20 che aveva a disposizione – dopo la trasmissione alle 11,40 di tale giorno al Ministero da parte della Corte d’Appello del “complesso carteggio” che abbiamo citato – avrebbe dovuto fare le valutazioni a lui spettanti in un tempo così ristretto, e al riguardo ha aperto l’intervento dicendo: “Non sono un passacarte”. E martedì 21 alle 16 del pomeriggio ha risposto alla Procura che “considerato il complesso carteggio, il Ministro sta valutando la trasmissione formale della richiesta della CPI al Procuratore generale di Roma, ai sensi dell’articolo 4 della legge 237 del 2012”.
Il deputato di 5 Stelle on.Federico Cafiero De Raho, nell’intervento da ex magistrato, criticato nel testo
Ma già la Corte d’Appello di Roma competente, su richiesta della Procura con assenso della Procura generale, in mattinata aveva deciso con ordinanza l’immediata scarcerazione di Almasri, con una rapidità che non può non sorprendere, dato che era stata la Procura stessa a trasmettere al Ministero il “complesso carteggio”di 40 pagine in inglese, con allegati in arabo, nella tarda mattinata del giorno precedente.
E avendolo trasmesso integralmente, e non solo nel dispositivo, sembra evidente che lo abbia fatto perché fosse valutato, altrimenti sarebbe bastato fornirne soltanto gli estremi. E non poteva non rendersi conto del tempo necessario data la sua complessità che conosceva, e comunque avrebbe dovuto informare il Ministro che si stava per scarcerare Almasri perché detenuto “irritualmente” se non provvedeva, cosa che sembra non sia stata fatta.
Cartelli in aula con i crimini nel carcere libico, del partito AVS, con i leader Fratoianni e Bonelli
La nullità del mandato di arresto, esaminato senza il tempo per contattare la Corte penale int.le
Andiamo oltre queste pur evidenti e importanti anomalie nei tempi e nei modi, per il momento, ed entriamo nella sostanza seguendo ancora l’informativa del Ministro Nordio al Parlamento con le spiegazioni da lui fornite. Non avrebbe potuto dare l’impulso a lui richiesto per regolarizzare l’arresto, e quindi evitare la possibile scarcerazione – peraltro a lui non segnalata – perché nella valutazione che stava svolgendo in tempi pur così ristretti, aveva riscontrato gravi anomalie nell’atto trasmessogli dalla Corte d’Appello – dal difetto di giurisdizione agli errori negli anni dei reati, di per sé invalidanti – che a suo avviso lo rendevano nullo.
E non ha potuto attivare l’interlocuzione con la Corte penale int.le perché, quando è giunto alle conclusioni cui si è ora accennato nelle sue valutazioni, la Corte d’Appello di Roma, su richiesta della Procura, con assenso della Procura generale, aveva già scarcerato il soggetto, che tornava in volo in Libia sull’aereo di Stato, dopo l’espulsione immediata disposta dal Ministro dell’interno, per cui non si poteva più sanare il vizio di origine per mantenerlo in stato di arresto.
La leader del PD, on.Elly Schlein, nel suo intervento
Nei casi di libertà personale anche i vizi formali sono decisivi, si pensi alle sentenze che la Corte di Cassazione ha annullato in passato vanificando maxi processi con molte diecine di imputati e anni di udienze, rimettendo in libertà pericolosi capi mafiosi, magari per irregolarità della notifica agli imputati e difensori, o per mancanza del titolo di studio richiesto da componenti la giuria popolare. Quindi, come poteva il Ministro, con la sua esperienza di magistrato procuratore per 40 anni, saggista su questioni processuali, quindi con un’alta competenza, tradire le sue onvinzioni giuridiche sul piano generale con forti perplessità sul piano specifico?
Su questo piano, tra l’altro, le perplessità sono state considerate fondate dalla stessa Corte penale int.le che circa cinque giorni dopo aver emesso l’atto di arresto la ha sostituito con un altro atto nel quale ha corretto gli errori invalidanti riscontrati dal Ministro, ed è stato approvato a maggioranza di 2 a 1 dai tre componenti la Corte, perché una componente ha continuato ad eccepire la carenza di giurisdizione. Questo non incide sulla validità del provvedimento preso a maggioranza, com’è assolutamente ovvio, ma rende comprensibili e non infondate le perplessità del ministro Nordio su tale aspetto, perché espresse e messe a verbale dalla stessa Corte.
La conferenza stampacon i migranti dalla Libia che hanno denunciato i crimini del generale Almasri
Andiamo ora al momento culminante e alla decisione chiave, cioè la scarcerazione, per poi approfondire le questioni sollevate con un provvidenziale ausilio; in conclusione, considerazioni che vanno oltre il campo giuridico e processuale e si pongono nella visione complessiva anche culturale che maggiormente interessa.
La frettolosa scarcerazione, decisione chiave. Era obbligata? I primi dubbi.
Si pone subito un interrogativo. Era necessario scarcerarlo così presto, come ha dichiarato la Corte d’Appello di Roma nell’Ordinanza emessa su richiesta della Procura, d’intesa con la Procura generale? Non ci permettiamo con le nostre modeste e molto lontane conoscenze giuridiche di giudicare tale pronuncia, occorrono specialisti. Pur rinunciando ad esprimerci in via personale, ci sentiamo di dire che siamo stati colpiti dalla motivazione non riferita a una regola specifica, ma all’assenza di normativa, dove afferma che “la procedura di applicazione della misura cautelare… deve inequivocabilmente accedersi al principio ubi lex voluit dixit, in virtù del quale l’arresto d’iniziativa della polizia giudiziaria nella procedura di consegna su mandato della Corte p.i. deve ritenersi escluso in quanto non espressamente previsto dalla normativa speciale “.
Una prima immagine delle carceri-lager libiche, in primo piano un sorvegliante
Ben sapendo che vige l’analogia e altri modi, anche sotterfugi, adottabili per evitare la frettolosa immissione in libertà di soggetti arrestati perché pericolosi, ci chiediamo come mai si è operato così rapidamente con un soggetto accusato di reati gravi e numerosi motivando la decisione con il “broccardo” latino citato? Proprio questa nostra percezione, pur se superficiale, ci ha fatto venire dei dubbi e indotto a cercare qualche conferma.
E questo dopo aver considerato anche altre parole della motivazione della Corte d’Appello conforme al giudizio della Procura generale secondo cui “la restrizione della libertà personale operata dalla Digos in via precautelare non sarebbe prevista dalla legge 237/2012, essendo preclusivo il silenzio del Ministro della Giustizia, debitamente e prontamente informato del fermo”; di qui la scarcerazione, considerata atto dovuto.
Il leader di “5 Stelle”, on. Giuseppe Conte, nel suo intervento
Si deve “inequivocabilmente” accedere al “broccardo”, pardon, al principio, in base al quale la scarcerazione era inevitabile per il silenzio “preclusivo” del Ministro pur informato “debitamente e prontamente”? Se le cose stessero così sarebbe comprensibile che a Nordio vemisse attribuita la colpa del ritorno in libertà del “torturatore, stupratore, assassino, ecc.” , per di più riportato con aereo di Stato in Libia dove potrebbe continuare a commettere i suoi efferati crimini contro vittime inermi, come viene lamentato all’infinito. Noi abbiamo già convenuto che il Ministro non poteva avallare un atto la cui valutazione rientrava nelle sue facoltà, avendolo ritenuto nullo senza interloquire con la Corte penale int.le mancandone il tempo non per sua inerzia.
Ma questa nostra convinzione conterebbe poco se non avessimo trovato un’ analisi giuridica approfondita, dal titolo”La scarcerazione del generale libico Elmasry. nota critica alla interpretazione resa dalla Corte di appello di Roma sull’art. 11 della legge di cooperazione tra l’Italia e la Corte penale internazionale”, pubblicata il 27 gennaio 2025 sul sito molto qualificato “Sistema penale”.
Uno dei due migranti dalla Libia che ha testimoniato i crimini del generale Almasri nel carcere
E’ chiamata “scheda”, ma sono ben 10 pagine molto fitte, di 45 righi l’una con 100 battute a rigo, la metà circa con l’analisi giuridica, l’altra metà con le norme specifiche, in particolare su “Applicazione della misura cautelare ai fini della consegna” e “Attribuzioni del Ministro della Giustizia”, “Procedure per la consegna” e “Norme applicabili”, infine “Arresto da parte della polizia giudiziaria”: un ausilio notevole per chi volesse farsi una propria idea indipendentemente dal testo con le valutazioni dell’esperto.
Si tratta di un saggio molto ampio, uno studio approfondito il cui autore, Giulio Vanacore, si chiede se l’orientamento espresso in modo netto dalla Corte d’Appello di Roma e dalla Procura con la Procura generale – che ha portato a scarcerare l’accusato – fosse “l’unico ammissibile alla stregua degli ordinari canoni ermeneutici”. E lo nega con argomentazioni precise, dimostrando la propria contrarietà con riferimenti appropriati alla normativa. Si tratta di un magistrato particolarmente esperto, con dottorato in materia internazionale e diversi saggi pubblicati proprio su Statuto e regole della Corte penale int.le e della Corte di giustizia sull’ex Jugoslavia Abbiamo attinto alla sua analisi riportando diversi passaggi testualmente per non rischiare equivoci, ma è molto più penetrante e circostanziata di quanto possa risultare dalla nostra sintesi estrema che può sembrare lunga e pedante, ma trae l’essenziale da un testo notevolmente più ampio e accuratamente argomentato.
Una seconda immagine delle carceri-lager libiche
Le conclusioni sorprendenti di un magistrato, grande esperto della Corte penale int.le
Già dal titolo sopra riportato del saggio la grande sorpresa, ma la critica riguarda oltre alla Corte d’appello di Roma, anche la semplicistica “vulgata” dell’opposizione che dà al Ministro della Giustizia colpe inesistenti, con annesso insulti vergognosi. Per cominciare, si afferma che la norma tanto citata, legge 237/2012, “non prevede, nel tenore letterale della disposizione, alcun potere di impulso o di iniziativa in capo al Ministro della Giustizia in tema di esecuzione di un ordine di carcerazione (preventiva a seguito di mandato o definitiva a seguito di condanna). Il legislatore del 2012 pare invece aver voluto concepire una procedura completamente ‘giurisdizionalizzata’, senza un’autentica facoltà di veto paralizzante o di impulso inevitabile in capo all’autorità governativa”.
Il ruolo attribuito al Ministero della Giustizia riguarderebbe soltanto la ‘ricezione degli atti’ da parte della Procura Generale di Roma, “unico organo competente a richiedere la custodia cautelare di un soggetto ricercato dall’autorità giudiziaria internazionale. E tuttavia non è prescritto che tale ricezione, in favore della Procura Generale, debba necessariamente provenire dal Ministero”, ma può venire, “come è stato nel caso di specie”, da altre fonti, dall’Interpol all’Ambasciata.”In definitiva – ribadisce Vanacore – la norma non impone letteralmente né un potere di impulso, né una possibilità di veto, e nemmeno una formale ed indispensabile previa interlocuzione tra la Procura italiana ed il Ministero della Giustizia, al fine di provvedere alla custodia dell’indagato internazionale”.
Il leader della “Sinistra italiana” on. Nicola Fratoianni, alla sua sin. il leader dei Verdi on. Bonelli, di AVS
Sempre secondo l’autore citato – cui continuiamo a fare riferimento essendo specializzato nella materia – non deve sviare il fatto che la legge sopra ricordata nelle disposizioni generali all’art. 2 indica “un generale diritto-dovere di costante dialogo e di cura esclusiva dei rapporti con la Corte da parte del Ministro della Giustizia. Egli è colui che tiene le fila delle relazioni con la Corte Penale Internazionale”. Questo riguarda rogatorie e citazioni, assunzione di prove ed altri atti, “e tuttavia tale norma non appare incidere sul diverso meccanismo, d’altronde disciplinato da una norma ad hoc in un capo distinto della legge (il Capo II denominato proprio ‘Consegna’) che, in via appunto di previsione speciale, regola l’arresto di un ricercato o la carcerazione di un condannato. L’art. 11 non ripete la designazione, propria dell’art. 2 (disposizione nemmeno richiamata dall’art. 11), in capo al Ministro quale soggetto unico legittimato al dialogo con la Corte”.
E ribadisce così quanto possa essere poco chiaro nel riferimento ai due diversi articoli della normativa: “Quando è in gioco il fermo dell’indiziato, destinatario di un mandato di arresto internazionale, ovvero del condannato in via definitiva dai giudici dell’Aja, la Procura Generale… può chiedere, una volta acquisiti (da qualsiasi fonte) gli atti, la custodia del ricercato, in attesa di procedere alla materiale consegna in favore della Corte Penale Internazionale”.E gli atti, nel caso in specie, la Procura li aveva al punto di trasmetterli essa stessa al Ministero della Giustizia nella tarda mattinata di lunedì 20 gennaio.
L’altro migrante dalla Libia che ha testimoniato i crimini del generale Almasri, con successiva denuncia
Ma non finisce qui: “Solo nella fase successiva al perfezionamento della custodia, a seguito anche di eventuale impugnazione innanzi alla Corte di Cassazione ai sensi dell’art. 11 comma 2, e in questo ultimo caso dopo il negativo esperimento del ricorso, riemerge un ruolo del Ministro, che deve adottare, ai sensi dell’art. 13 comma 7, il decreto di definitiva consegna dell’arrestato in favore dei giudici dell’Aja”.Siamo ben al di là dei due giorni di detenzione del generale libico cui è seguita la fulminea scarcerazione: “Trattasi però di un segmento procedurale successivo al consolidamento della custodia e non paiono comunque residuare margini di discrezionalità politica nella scelta di adozione di detto decreto da parte dell’autorità governativa, che si atteggia dunque, secondo la complessiva impostazione legislativa del 2012, quale mero esecutore, in guisa ‘notarile’, di deliberazioni giurisdizionali”. Ma solo in questa fase finale, la Cassazione, di un procedimento estremamente lungo.
Per concludere: “Prima di questo stadio, evidentemente conclusivo ed inerente al trasferimento personale del fermato, l’art. 11, si ribadisce, scolpisce una procedura che coinvolge unicamente la Procura Generale quale polo istante e la Corte di Appello quale terminale decisionale della custodia”. E ancora: “Non pare corretto coinvolgere, nella disciplina ‘chiusa’ dell’art. 11, una norma, quella di cui all’art. 2, che, seppur si intenda definire ‘generale’, non può costituire l’oggetto di un anomalo rinvio recettizio nella disposizione speciale che regola la procedura in materia di custodia personale e consegna”.
il leader di “Azione”, on.Carlo Calenda
Più chiaro di così, anche nel riferimento normativo! Lo “stadio” che viene citato, non riguarda lo stadio di Torino dove Almasri ha assistito alla partita Juventus-Milan, da tifoso juventino prima di essere arrestato in albergo il mattino successivo, ci sia consentita questa banale battuta di alleggerimento da una pesantezza però inevitabile…. A parte la battuta, le conclusioni dell’autore contrastano con l’interpretazione della Corte d’Appello di Roma anche sulla presunta “irritualità” dell’arresto da parte della polizia attivata dalla Digos, su mandato proveniente dalla Corte penale int.le, che ha portato alla rapida scarcerazione.
Infatti viene sottolineato l’assurdo che gli organi di polizia, pur informati come nel nostro caso della presenza del ricercato su mandato della Corte penale int.le, “non avrebbero alcuna facoltà (o dovere) di arresto precautelare, dovendo sul punto attendere l’istanza di custodia della Procura Generale di Roma”; la quale, a sua volta, dovrebbe sempre essere “preceduta da un qualche atto di iniziativa del Ministro della Giustizia, del quale però dovrebbero esser tracciati i termini di forma e contenuto minimi”-
Una terza immagine delle carceri-lager libiche
Ne deriva che non sarebbe possibile trattenere in via coattiva l’indagato o il condannato senza un provvedimento, proveniente dalla Corte di Appello di Roma, che dovrebbe essere attivato dal Ministro della Giustizia con pericolo di fuga dei soggetti ricercati pur ben individuati. La Corte d’Appello non ritiene che “il vuoto di disciplina possa esser colmato dal generale rinvio che la l. 237/2012 compie in favore della normativa codicistica in punto di estradizione. In particolare non reputa possa applicarsi, in virtù del richiamo alle disposizioni del codice di procedura penale dettato dall’art. 3[ per quanto non specificamente previsto dalla legge sulla cooperazione, l’art. 716 c.p.p., in punto proprio di applicazione della misura precautelare anche ai ricercati della Corte dell’Aja”.
Questo convincimento della Corte d’Appello di Roma – che lo motiva in modo perlomeno astruso – viene contestato su tutta la linea: “Invece la disciplina sull’arresto precauzionale è una regola di sistema tanto più suffragata dalle norme per l’estradizione e non vi è nessun silenzio della legge che nel nostro caso legittimi la scarcerazione quale polo istante e la Corte di Appello quale terminale decisionale della custodia”. Il riferimento corretto viene ribadito essere alla “disciplina ‘chiusa’ dell’art. 11”, come norma “speciale” che si applica nel caso di “custodia”, al posto dell’art. 2 che è norma “generale” non applicabile esistendo la suddetta norma “speciale”.
Il leader di “Italia Viva”, sen. Matteo Renzi, nel suo intervento
E comunque taglia la testa al toro la conclusione secondo cui “pur a fronte di un arresto di polizia ritenuto illegittimo, la custodia possa comunque esser richiesta e ammessa, così in sostanza assicurando il trattenimento in attesa della consegna alla Corte Penale Internazionale, così scongiurando il concreto pericolo di fuga dell’indiziato, e persino del condannato in via definitiva, di genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra”. Si resta senza parole, chiarissimo! La reiterazione di “così” due volte da parte dell’autore, sembra volerne sottolineare la conclusione.
Dopo l’autorevole conclusione del magistrato specialista, le nostre modeste considerazioni
Siamo tornati così allo stupore che ci aveva suscitato il broccardo “ubi lex voluit dixit” – con il correlativo sottinteso, “ubi non dixit, non voluit” – dal quale è nato l’approfondimento per il quale ci siamo riferiti al saggio di Vanacore su “Sistema penale”. Ma non intendiamo sostenere che questa è l’unica interpretazione valida, non siamo in condizione di dirlo, possiamo soltanto fare qualche considerazione di buon senso che ci fa apparire sensato quanto osservato dal giurista. Infatti, se fosse “atto dovuto” la trasmissione automatica dell’ordine di arresto della Corte penale int.le, perché farlo attraverso il Ministro della Giustizia che è organo politico, e non attraverso l’Interpol, la magistratura o la polizia?
ll leader di “+ Europa”, on. Riccardo Magi, nel suo intervento
E se il Ministro, pur essendo organo politico, non può entrare nel merito del provvedimento, ma solo far eseguire l’arresto, perché trasmettergli invece del semplice dispositivo, il “complesso carteggio” , allegati compresi, se non per farglielo esaminare? Domanda che abbiamo già avanzato, ma ci sentiamo di doverla ripetere. E allora dovevano dare al Ministro il tempo occorrente, anche per poter interloquire con la Corte penale int.le, se necessario, cosa impossibile dati i tempi così ristretti per una scarcerazione che poteva non avvenire, anzi non doveva avvenire seconda le conclusioni dell’autore del saggio giuridico cui abbiamo fatto riferimento.
Non abbiamo la presunzione di dire ciò che andava e non andava fatto, ma possiamo rilevare che il Ministro della Giustizia, con il Ministro dell’Interno, ha ricostruito i fatti e spiegato le motivazioni dei comportamenti, e così ha fatto la Corte d’Appello di Roma competente dei rapporti con la Corte penale int.le. Tutte le istituzioni hanno operato in buona fede in base alle proprie valutazioni, di cui hanno assunto la responsabilità, in un campo controverso, aperto a diverse, legittime interpretazioni, come avviene nel diritto; e noi abbiamo riportato una interpretazione affidabile perché ben motivata da un giurista specializzato nella materia. Non si possono sputare sentenze superficiali, neppure dai politici che si sono arrogati giudizi apodittici in un campo opinabile.
L”esibizione all’esterno, dopo la seduta in Parlamento, di cartelli dei leader AVS, Fratoianni e Bonell
La “requisitoria” apodittica del parlamentare di 5 stelle, l’ex magistrato De Raho
Non vale la pena di considerare le accuse al Governo su questo caso da parte dei leader politici dell’opposizione, precostituite e infarcite di insulti, ripetiamo vergognosi, gravemente offensivi per Istituzioni e Parlamento; inseriamo nel testo solo le immagini dei loro interventi e dei cartelli esibiti quasi fossero allo stadio, che si qualificano da soli. Ci ha sorpreso, però – data la sua caratura personale e il non essere “politico di professione” – la “requisitoria” in Parlamento del deputato di 5 Stelle, on. Federico Cafiero De Raho, già Procuratore nazionale antimafia, che ha accusato il ministro Nordio di aver mancato al suo dovere istituzionale di intervenire in via automatica sull’ordine di arresto, non rispondendo alla richiesta della Procura di Roma che in assenza del suo impulso ha dovuto forzatamente procedere subito alla scarcerazione.
Abbiamo visto che, oltre all’impostazione del Ministro, considerata di parte, ne abbiamo trovato una del magistrato Vanacore specialista nella materia, che esclude qualsiasi sua responsabilità nella liberazione del generale libico accusato di gravi reati; e indirettamente la fa ricadere semmai sulla Corte d’Appello di Roma che ha proceduto subito alla scarcerazione in base a una interpretazione perlomeno opinabile, dalle quale è venuto un effetto ritenuto così grave da portare addirittura alla denuncia al Tribunale dei Ministri a alla mozione di sfiducia per il Ministro ritenuto responsabile di un fatto inammissibile.
Una quarta mmagine delle carceri-lager libiche, alcuni detenuti incappucciati
Sorprende come un ex magistrato di alto livello – già Procuratore generale antimafia dal 2017 al 2022 – si sia fatto trascinare nella faziosità politica per un intervento apparso a noi molto superficiale nel contenuto, con riferimenti vaghi e immotivati a normative ben più complesse, come ha dimostrato l’analisi cui ci siamo riferiti; e questo accusando in modo apodittico di non aver compiuto un “atto dovuto” il Ministro della Giustizia, mentre semmai l’appunto potrebbe essere rivolto alla Corte d’Appello di Roma per una scarcerazione forse evitabile, come abbiamo visto.
L’opinabilità la fa da padrona, e se il ministro Nordio, nella sua responsabilità istituzionale e nella sua indiscussa competenza personale, ha adottato un certo comportamento nella sua legittima interpretazione, anche se opinabile e difforme da altre, va valutato politicamente, e censurato anche in modo aspro soltanto se dal suo comportamento sono derivati danni al Paese. Ma non vi è alcun danno di immagine, perché il “pasticcio” lo ha compiuto la Corte penale int.le e semmai i danni al Paese possono arrecarli le opposizioni con le loro smodate accuse al Ministro della Giustizia, di liberare un “torturatore, stupratore, assassino, ecc.”.
Cartelli di protesta esibiti dopo l’intervento della leader on. Elly Schlein, da parte dei deputati del PD
Non ci sono stati danni, anzi insperati vantaggi per il nostro Paese
Vediamo se ci sono stati danni per il nostro Paese nella sostanza, e sarebbe molto grave se fosse avvenuto, ma è l’opposto. Perchè anche se – per assurdo data la valutazione competente che abbiamo visto – il Ministro della Giustizia avesse sbagliato nell’interpretazione che lo ha portato a non dare attuazione automatica al mandato di arresto venendo meno a un inesistente “atto dovuto”, sarebbe stato un “felix error “ a vantaggio del Paese.
Lo attesta il fatto che molti critici facenti parte delle opposizioni, rimproverano al ministro Nordio e al Governo, compresa la presidente Meloni, non di aver riportato in Libia il “torturatore, stupratore, assassino, ecc..”; ma di non aver invocato la Ragion di Stato per giustificarne la scarcerazione e l’immediato rimpatrio, invece di fare quello che hanno chiamato “pasticcio” impresentabile: E questo per tutelare i nostri interessi con la Libia che sarebbero stati sottoposti a gravi rischi perdurando il suo arresto, essendo oltre che “torturatore, stupratore, assassino. ecc. “, il potente Capo della polizia giudiziaria alla testa di due famigerate “milizie di sicurezza” che avrebbero potuto compiere ritorsioni inenarrabili.
L’arrivo all’Aeroporto di Tripoli, di Almasri, arrestato, scarcerato, espulso, rimpatriato con aereo di Stato
Ma non ci si rende conto del rischio insito nell’invocare l’interesse nazionale perché avremmo rivelato di essere pronti a cedere ad ogni ricatto su quel fronte,.esponendoci a chissà quali e quanti successivi eventi dello stesso genere con altri ricercati dalla Corte speciale int.le e non solo, sembra che ce ne siano una ottantina in Libia. . Mentre l’Italia, negli “anni di piombo” non dimenticati, ha saputo resistere, non cedendo al ricatto delle Brigate Rosse nel sequestro Moro, un comportamento sofferto che tutti ricordano, comunque si valuti quella “politica della fermezza”.
Nn solo, ma il nostro Paese sarebbe stato esposto al discredito in Italia e all’estero, perché lo avrebbero accusato di anteporre i propri interessi ed egoismi nazionali ai valori morali della nostra civiltà che impongono di non dare tregua ai responsabili di crimini così gravi contro la vita dei singoli che per le loro dimensioni diventano crimini contro l’umanità. E non è un timore ma una certezza, considerando che – come abbiamo accennato – la stessa opposizione si è spaccata tra quelli che ammettono, anzi affermano con forza, che fosse necessaria la scarcerazione del generale libico per Ragion di Stato ma dichiarandola, condannando i presunti “cavilli” del Governo come indegni e degradanti per il Paese; e quelli che invocano indignati la doverosa consegna alla Corte penale int.le per la giusta punizione senza anteporre impresentabili interessi ai valori supremi della nostra civiltà.
Il rimpatriato Almasri portato in trionfo dai suoi, appena sceso dall’aereo italiano in Libia
.Le condizioni nelle carceri-lager libiche e chi deve intervenire, non l’Italia
Non vogliamo minimamente sottovalutare la gravità delle condizioni disumane nelle carceri libiche, veri e propri lager in cui sono detenuti, sottoposti a ricatti e violenze, i migranti che giungono in Libia dopo estenuanti traversate da paesi più lontani, per essere poi taglieggiati dai trafficanti di uomini che lucrano sulla loro speranza di arrivare in Italia, porta dell’Europa, con rischiose traversate su barconi stracarichi che spesso affondano seminando il Mediterraneo di cadaveri. Con le “milizie di sicurezza”, spesso autrici o complici dei taglieggiamenti e degli imbarchi di clandestini con grave rischio della vita su barconi fatiscnti.
Le immagini delle carceri-lager, inserite nel testo, con quelle dei testimoni dei reati, sono eloquenti. Questo dipende dal sistema criminale che dicono essere in atto in quel paese, non solo da parte di chi imperversa sulle carceri affidate al suo controllo; per cui, anche se il generale Almasri non fosse tornato in Libia, le sevizie e i crimini sarebbero continuati, anzi le sue milizie si sarebbero accanite maggiormente sugli sventurati rinchiusi, oltre che sugli italiani, per vendicare il loro comandante.
Un’immagine di massa degli internati nel carcere-lager, nella speranza di potersi imbarcare per l’Italia
Ne è un prova ciò che avvenne nel giugno 2020 quando fu arrestato dalla Procura libica il Capo della “milizia di sicurezza” della zona di Zuwara, accusato di traffici illeciti dai magistrati del suo paese. I miliziani suoi seguaci, “infuriati” come fu scritto, bloccarono, stringendolo in un assedio, il complesso petrolifero di Mellitah, il più grande del paese, gestito dall’ENI e dalla società libica NOC, dal quale parte il gasdotto Greenstream che collega l’Africa alla Sicilia; questo perchè videro l’arresto del capo come un “rapimento”. Nel 2015 le milizie entrarono in tale complesso con le arni in pugno e sequestrarono due lavoratori italiani, altre azioni analoghe si sono avute negli anni successivi, anche per reclamare il “prezzo della protezione”.
Ed erano questioni interne al paese, arresti temporanei e per figure minori, oppure taglieggiamenti; non si può neppure immaginare cosa avrebbero fatto le “milizie di sicurezza” per far liberare il loro Comandante, destinato per “colpa” dell’Italia alla massima pena in carceri straniere dalla condanna quasi certa della Corte penale int.le, o per vendicarlo se la liberazione non fosse stata più possibile!
Un barcone stracarico, in navigazione dalla Libia verso le coste italiane, forse Lampedusa
Sulle condizioni disumane delle carceri o centri di detenzione libici trasformati in lager, ci si deve chiedere cosa fanno le agenzie dell’ONU, in particolare la ben nota agenzia UNHCR destinata proprio ai rifugiati; e gli internati in quelle carceri o centri di detenzione lo sono. Perché non interviene sottoponendoli a controlli e facendo cessare gli abusi? Non può di certo farsene carico il nostro Paese. Il generale Almasri, anche se fosse certa la sua colpevolezza, non sarebbe comunque un “torturatore, stupratore, assassino, ecc.” solitario che se viene eliminato cessa ogni violenza; é l’alto esponente di un sistema che lo sostituirebbe con uno simile a lui, se non peggiore, come molto spesso è avvenuto.
Il capolavoro del ministro Nordio dinanzi alla “patata bollente”, poi “polpetta avvelenata”
Aver fatto leva su aspetti formali, dove la forma è sostanza, è stato il capolavoro che pensiamo abbia compiuto il ministro Nordio – anche se non artatamente ma per convinzione – seguito dal ministro Piantedosi per la parte di sua competenza. E dobbiamo riconoscere che ha risparmiato ai nostri connazionali in Libia e al nostro Paese, rischi potenzialmente inenarrabili; la trionfale accoglienza che il generale Almasri ha avuto dai suoi sostenitori e miliziani in delirio appena l’aereo che lo ha riportato in Libia è atterrato, fa capire cosa avrebbero potuto fare per vendicarsi ai nostri connazionali e ai nostri interessi petroliferi e migratori se ci fosse stato l‘esito opposto.
Un primo piano dell’affollamento sui barconi fatiscenti, dalla Libia verso le coste italiane
Del resto, si è trattato di una “patata bollente” divenuta per noi vera “polpetta avvelenata”, anche se involontaria, frutto di una inspiegabile procedura della Corte penale int.le la quale aveva trasmesso un “bollino blu” ai paesi che Almasri stava percorrendo in due settimane di “tour” europeo, perché fosse informata dei suoi movimenti con la singolare raccomandazione di “non arrestarlo”: in Germania fu fermato dalla polizia sulla sua auto prima che entrasse in Italia e fu lasciato proseguire dopo essere stato identificato e avesse comunicato la sua intenzione.
A questo punto la sua posizione e l’intenzione di andare a Torino fu comunicata alla Corte penale int.le che immediatamente emise il mandato di arresto fino ad allora rinviato omettendo di avvertire le autorità italiane della sua presenza in viaggio per l’Europa come aveva fatto per gli altri paesi. Prendiamola come combinazione accidentale, senza citare il celebre detto di Andreotti, ma la “patata bollente” che sarebbe diventata “polpetta avvelenata” l’abbiamo avuta noi con i nostri interessi in Libia messi a rischio, maggiori di quelli della Germania che pure ne ha, e sono ben noti.
Nel barcone dalla Libia verso le coste italiane, in piedi spicca lo scafista trafficante di uomini
Conclusioni, con i ringraziamenti e lo stupore per l’assurdo accanimento dell’opposizione
Per quanto abbiano scritto finora, ci sentiamo di ringraziare in primo luogo il ministro Nordio, per aver fatto, lo ripetiamo ancora, un capolavoro, perché anche se avesse commesso un errore nella sua interpretazione delle norme – cosa estremamente improbabile come abbiamo visto – sarebbe stato un “felix error” di enorme valore per il nostro Paese. E ringraziamo anche la Corte d’Appello di Roma e la Procura generale per la scarcerazione, pur se non dovuta: possono aver compiuto un altro “felix error” provvidenziale di cui essere grati
Il ministro Nordio con il vertice del governo deve affrontare il Tribunale dei Ministri per l’atto considerato “dovuto”, mentre è solo “voluto” anzi inappropriato, della Procura di Roma che ha trasmesso una denuncia visibilmente inammissibile – ritagli di giornale di fatti noti perseguibili d’ufficio con poche righe generiche di accompagnamento – dopo soli due-tre giorni, addirittura il giorno prima dell’informativa dei “denunciati” sul tema al Parlamento, mentre aveva 15 giorni di tempo. Ma questa è un’altra storia, che accresce ancora i meriti del Governo verso il nostro Paese.
Una panoramica del grande complesso in Libia di Mellitah per petrolio e gas dell’ENI con la società llbica NAOC
L’atteggiamento dell’opposizione e di tutti coloro che si accaniscono contro il modo in cui è stata risolta la questione – senza considerare il quadro giuridico e la realtà concreta – con le denunce in Italia e all’estero e la mozione di sfiducia al ministro Nordio, va visto in una luce “sinistra”, sono iniziative che vanno contro l’interesse nazionale in modo scomposto per mera faziosità politica.
Non è stato così per la scarcerazione, espulsione e rimpatrio in Iran con aereo di Stato dell’ingegnere-imprenditore iraniano Abedine, arrestato su mandato degli Stati Uniti per terrorismo, dopo la liberazione della giornalista Cecilia Sala presa come ostaggio e rinchiusa in carcere in Iran senza accuse in condizioni disumane.
Lo stesso ministro Nordio ha fatto revocare la carcerazione dell’iraniano dopo aver valutato il contenuto del mandato di arresto e avervi trovato vizi a suo avviso inammissibili; come ha fatto dopo aver esaminato il mandato di arresto del generale libico Almasri. In quel caso, pur vicinissimo nel tempo, l’opposizione ha dichiarato di non creare ostacoli, ed è rimasta silente, non ha fatto alcuna richiesta neppure di informative parlamentari nè sollevato polemiche; qui invece ha scatenato l’apocalisse, pur essendo la minaccia incombente ancora più vasta e incalcolabile. Comportamento incomprensibile, per usare un eufemismo.
Il particolare di un impianto petrolifero del complesso di Mellitah per petrolio e gas dell’ENI e della NAOC
E se i nostri connazionali in Libia – pur in numero limitato essendo in gran parte rientrati in Italia dopo le gravi turbolenze degli ultimi anni – possono sentirsi più tranquilli, le nostre attrezzature petrolifere in quel paese più sicure e le nostre coste meno minacciate da massicce invasioni di barconi partiti dalla Libia, abbiamo indicato chi dobbiamo ringraziare, e chi dobbiamo deplorare perché antepone meschini interessi di partito agli interessi del Paese. Ma il nostro Paese non è stato indebolito dal loro insensato accanimento, né all’interno né all’estero e tanto meno in Libia, anzi ne è risultato rafforzato e non serve spiegarne il perché, tanto è evidente.
Per questo motivo, il ringraziamento viene spontaneo e appare doveroso verso chi ha operato in modo così corretto ed efficace nella sua responsabilità assolvendo positivamente ai propri compiti. E’ spinto a ringraziare chi non è preso dalla prevenzione alimentata dalla faziosità politica, e cerca di approfondire tematiche opinabili senza unirsi a un accanimento irragionevole e senza fondamento, smodato e dannoso per il Paese; e soprattutto chi sente gli interessi nazionali superiori che dovrebbero far considerare con favore anche un eventuale “felix error” compiuto in buona fede perché risultato provvidenziale.
Una delle famigerate “milizie di sicurezza” libiche, due milizie sono comandate dal generale Almasri
Photo
In apertura, l’immagine del generale libico Osama Almasri, Capo della polizia giudiziaria che controlla le carceri e comanda “milizie di sicurezza”, la cui vicenda è oggetto del dibattito; segue, l’esibizione in Parlamento di cartelli di protesta dei senatori del PD con immagini raccapriccianti delle carceri-lager libiche. Poi, 3 immagini con il Ministro della Giustizia Carlo Nordio e il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la 1^ insieme, la 2^ e 3^ mentre intervengono nella loro informativa al Parlamento sulla vicenda Almasri. Quindi, la sequenza degli interventi in Parlamento dei rappresentanti dell’opposizione, a cominciare da Federico Alfiero De Raho di “5 Stelle”, perchè nel testo si criticano le sue affermazioni da autorevole ex magistrato; seguono i leader del “Partito Democratico” Elly Schlein e di “5 Stelle” Giuseppe Conte, di “AVS – Alleanza verdi-sinistra” Nicola Fratoianni e di “Azione” Carlo Calenda, di “Italia viva” Matteo Renzi e di “+ Europa” Riccardo Magi , conclusi dall’immagine dei due leader dell’Alleanza Verdi-Sinistra, Fratoianni e Bonelli, all’esterno del Parlamento con cartelli di protesta. Tutte queste immagini sono alternate a 4 immagini degli internati nelle carceri-lager libiche, a 3 immagini su migranti dalla Libia che hanno testimoniato torture di cui sono stati vittime in una conferenza stampa in Parlamento, e ad altre 2 immagini di cartelli esposti per protesta dai parlamentari duramte l’informativa, oltre quella inserita subito dopo l’apertura, e una successiva. Terminata la sequenza parlamentare con in più immagini delle carceri-lager libiche e dei migranti denuncianti le torture, 2 immagini, la 1^ ancora delle carceri-lager, la 2^ dei cartelli di protesta dei deputati PD, per poi passare ad immagini che fanno entare nel cuore della vicenda trattata nella seduta parlamentare. Si inizia con immagini del personaggio al centro dell’informativa, dopo quella di apertura, il generale libico Almasri, arrestato e scarcerato, espulso e rimpatriato, la 1^ con il suo arrivo in Libia sull’aereo di Stato italiano, la 2^ con l’accoglienza dei suoi seguaci mentre lo portano in trionfo. Seguono 6 immagini esplicative riferite ai nostri interessi nazionali messi a rischio. Per l’emigrazione clandestina dalla Libia verso le nostre coste, 4 immagini, la 1^ con la massa degli internati nel carcere-lager che vorrebbero imbarcarsi per l’Italia e la 2^ con un barcone stracarico in navigazione verso le nostre coste, forse Lampedusa; la 3^ con un primo piano dell’affollamento del barcone fatiscente, la 4^ con un barcone in navigazione, lo scafisca trafficante bene in vista mentre domina i migranti che vi sono stipati. Per le nostre attività economiche in Libia, 2 immagini, la 1^ con una visione d’insieme del grande complesso per il petrolio e il gas di Mellitah dell’ENI con la società libica NAOC, la 2^ con il particolare di un impianto petrolifero. In chiusura, 2 immagini sul potere libico, che sovrasta le nostre attività economiche nel paese e i nostri problemi migratori, la 1^ sulle famigerate “milizie di sicurezza” che spesso taglieggiano ed entrano in armi anche nel complesso petrolifero dell’ENI, e lo bloccano., a volte autrici e complici di taglieggiamenti e imbarco di clandestini sui barconi; la 2^, in chiusura, con l’attuale vertice in Libia, il presidente Al Manfi a sin, e il premier Dbeibeh a dx, al centro il presidente precedente Serray, dietro un quadro con l’arco di Marc’Aurelio in Libia. Le immagini sono inserite a mero titolo illustrativo senza alcun intento di natura economica, sono state tratte dai siti web riportati di seguito nell’ordine di inserimento nel testo; qualora la pubblicazione di alcune di esse non fosse gradita, saranno prontamente eliminate su semplice richiesta inserita “on line” come commento all’articolo; si ringraziano i titolari dei siti web di normale accesso per l’opportunità offerta. Ecco i siti nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: Progetto melting pot Europa, Città nuova, TgLa7, Prima press, Ministero dell’Interno, Agenzia Italia news, Virgilio notizie, Rai news, La Stampa, Fondazione migrantes, Rai news, Euronews, Avvenire, Virgilio notizie, La Stampa, La Repubblica, Avvenire, Rai news, Agenzia vista, Avvenire, La Stampa, Fanpage, La Repubblica, Rai news, Progetto melting pot Europa, Il Giornale, Globalist, Euronics, La Repubblica, Il Sole 24 ore, Ispi, La Repubblica. Ancora grazie ai titolari dei siti!
L’attuale vertice in Libia, il presidente Al Manfi a sin., e il premier Dbeibeh a dx, al centro il presidente precedente Serray
In merito al “Manifesto di Ventotene” – nome che è stato dato al documento-appello “Per un’Europa libera e unita” del 1941, tornato di grande attualità in questi giorni – sembra giusto evocare innanzitutto con rispetto, anzi ammirazione, l’ispirazione e l’impostazione di un fervente comunista come Altiero Spinelli, poi espulso dal PCI per le sue critiche degli eccessi sovietici. insieme a un liberale, come Ernesto Rossi, di ” Giustizia e libertà” – cui si unì Eugenio Colorni, che ne scrisse la Prefazione, poi vittima del regime. da onorare. Nel documento è evidente lo sforzo di moderare gli estremismi della rivoluzione bolscevica, ma si muove su quella linea ideale.
Il “Manifesto di Ventotene”, con il suo “padre”, con altri due, Altiero Spinelli
Non viene ripetuta la totale abolizione della proprietà privata, lo si dice espressamente prima della frase secondo coi viene valutato ” caso per caso” se e quando ammetterla da parte degli “ottimati” rivoluzionari. Riecheggia il manifesto comunista nell’affermare la necessità imprescindibile dell’azione salvifica di una rivoluzione vittoriosa delle élite illuminate nella necessaria “dittatura rivoluzionaria” sul popolo definito ” immaturo” che deve essere educato, almeno in una prima fase di formazione necessaria, per cui la democrazia rappresenta solo ” un peso”.
In un testo che abbiamo consultato, sono 17 pagine di 40 righe e 70 battute a riga con le complesse argomentazioni, non sempre agevolmente decifrabili, tipiche degli intellettuali di sinistra alla base di tali conclusioni e con indicazioni operative sull’attuazione concreta del disegno ideale. .
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, con altri confinati a Ventotene
Alla radice di tutta la costruzione teorica e pratica – con la visione rivoluzionaria ed elitaria lontana dalla democrazia – c’è l’insopprimibile esigenza di superare gli Stati nazionali che animerebbero quel nazionalismo deleterio dal quale dipendono le sopraffazioni con la guerra davanti ai loro occhi ad opera delle dittature nazista e fascista: il primo dei quattro lunghi capitoli è tutto dedicato a questo assioma basilare.
Per superare gli Stati nazionali – unico modo di evitare il ripetersi della tragedia delle guerre tra i paesi europei, anche dopo che fosse cessata la guerra allora presente – occorreva una entità rivoluzionaria, l’unica in grado di rendere innocui tali Stati cosi pericolosi per creare un Superstato europeo che avrebbe lasciato spazi molto ridotti alle singole entità’ nazionali; con le integrazioni che poi sono state realizzate nel mercato, nella libertà di circolazione di merci e persone e nella moneta, non realizzate nella difesa europea e nella politica estera comune.
Una visione dall’alto dell’isola, seguiranno alternate ad altre, alcune immagini dei luoghi
Va sottolineato il grande merito di aver lanciato una idea allora utopistica, corredata di indicazioni concrete,- impensabile quando i paesi europei erano in conflitto tra di loro con dittature aggressive quanto inamovibili , mentre gli autori del “Manifesto” erano al confino a Ventotene, Spinelli è stato confinato nell’isola dal 1939 al 1943, quindi per altri due anni dopo il “Manifesto”, veniva da altri due anni di confino a Ponza, dal 1937 al 1939.
Il “sogno di prigioniero”
Come nel film “Sogno di prigioniero” la loro costruzione utopistica dell’ Europa unita li faceva sentire liberi di fantasticare un impossibile sogno di riscatto dei popoli nel liberarsi insieme dal morbo nazionalista che li avrebbe fatti ricadere nel baratro della guerra sanguinosa anche dopo una pace che sarebbe stata temporanea. Un sogno da intellettuali dalla forte passione politica, in cui domina su tutto, insieme al rigetto degli Stati nazionali, l’intervento salvifico della forza rivoluzionaria con a capo coloro che, come loro, sentivano questa esigenza impellente, non certo il popolo “immaturo” e quindi incapace, per cui la democrazia poteva essere vista come “un peso” . Tutto spiegabile e comprensibile nella loro situazione, magari anche encomiabile.
Un folto numero di confinati a Ventotene
Il “Manifesto” fu diffuso in modo clandestino, affidato a una donna che ne assunse l’evidente rischio, poi ne fu in parte ridimensionato il contenuto pur senza modificarlo una volta usciti gli autori dalla condizione che aveva ispirato il loro utopistico sogno. Ma non lo considerarono utopistico, altro grande merito, tanto che finita la guerra e ripristinata la normalità politica, nel 1943 Spinelli costitui’ il “Movimento Federalista Europeo” – poi fu cofondatore dell’ “Unione dei Federalisti Europei – non un partito, ma un movimento interpartitico, nel quale si stemperava quella entità rivoluzionaria che aveva alimentato il ” sogno di prigioniero”.
Abbiamo citato il vecchissimo film in bianco e nero interpretato da Gary Cooper, un bel principe gettato in una buia fetida cella, tra topi e fango, che sognava di andare dalla sua bella con gli abiti principeschi di un tempo incontrandola in radiose giornate sotto l’albero dei loro convegni d’amore. Il “sogno” del bel principe di Ventotene…. fu raggiunto 16 anni dopo il “Manifesto” nel 1957 con il Trattato di Roma della Comunità economica europea , divenuta poi Unione europea con il Trattato di Maastricht del 1993 , ma con notevoli, radicali attenuazioni.
Non un Superstato che supera gli Stati nazionali, ma una comunità economica e commerciale, poi unione, con libertà di mercato, di movimento e di stabilimento, solidarietà per le aree arretrate, ma senza la difesa e l’esercito, la politica europea ed estera comune indicati nel “Manifesto” insieme alla noneta comune, attuata soolo in parte, l’euro è solo in 20 paesi dei 27 dell’Unione; e soprattutto con la direzione di una Commissione e un Parlamento senza poteri decisionali , lasciati, si badi bene, agli Stati nazionali, con il Consiglio europeo dei Capi di stato e di governo per di più avente l’obbligo dell’unanimità per le decisioni importanti. Siamo molto lontani dal ” sogno di prigioniero” di Altiero Spinelli, anche a parte gli eccessi rivoluzionari e collettiviti, l’utopistica costruzione sua e di ErnestoRossi è realizzata nella pur fondamentale integrazione europea economico-commerciale e in parte monetaria e non molto altro, nessun vero federalismo, quindi con i limiti indicati.
Ciò non toglie che a Spinelli e Rossi, con Colorni, vada dato il grande merito della ispirazione a unire i paesi europei, espressa nel momento della massima divisione nel conflitto lacerante; per cui e’ giusto aver dedicato ad Altiero Spinelli una delle due ali dell’edificio del Parlamento europeo a Bruxelles, chiamato ASP – la prima lettera del nome e le prime due del cognome – l’altra ala è intitolata ad Henry Spaak, altro grande europeista – nel riconoscerne il notevole valore simbolico con la riconoscenza dovuta per l’impegno profuso all’insegna dell’unione europea. Ma i veri padri dell’attuale costruzione europea si possono identificare in Adenauer, De Gasperi e Schuman, centristi e non estremisti, che l”hanno realizzata in modo radicalmente difforme rispetto alla “dittatura rivoluzionaria” e collettivista che doveva sostituirsi agli aborriti Stati nazionali, che restano in primo piano. Con il rispetto della democrazia e del ruolo fondamentale dei popoli – che eleggono con il voto i capi di Governo decisivi nell’Unione invece delle élite preconizzate – e con la valorizzazione della proprietà privata. Da essa nasce il necessario incentivo per la crescita, fonte ineludibile dell’auspicato benessere di tutti, pur con le distorsioni che il sistema capitalistico cerca di eliminare senza riuscirci appieno, limite da superare con interventi adeguati spesso finora mancati, ma è un sistema che cerca sempre di adattarsi con una certa flessibilità alle mutevoli esigenze.
Altiero Spinelli
L’evocazione del “Manifesto” in termini propositivi nella piazza e in Parlamento
Ricordato tutto ciò, veniamo alla attualità, dalla storia passiamo alla cronaca. . Perché si e’ rievocato in termini cosi intensi divenuti conflittuali il “Manifesto di Ventotene”, descritto finora, pur essendo un fatto storico di 84 anni fa su cui possono esserci, come avviene sempre – e meno male! – diverse interpretazioni, ma riservate alla Storia? Il motivo sta nel fatto che siamo in un momento cruciale per l’Europa, dovuto alla guerra in Ucraina, con la Russia che l’ha aggredita vista come minaccia incombente per l’intera Unione europea, tale da imporre il “Rearm Europe” urgente e massiccio con 800 miliardi di euro per riarmare i 27 Stati membri in assenza dell’esercito europeo, ma in presenza della Nato – cui aderiscono 32 paesi – già uno scudo reso molto forte dalla partecipazione massiccia degli Usa che potrà diminuire, ma intanto c’e. Riarmo quanto mai massiccio anche della Germania – cancellati i limiti impostile nel dopoguerra e quelli del tetto al debito eliminati con una repentina riforma costituzionale – per cui si richiede una maggiore impegno europeo per la difesa, contro il sostanziale disimpegno dimostrato finora, che crea debolezza a scapito della necessaria sicurezza.
Un momento cruciale dunque, che ha portato all’affollata manifestazione a Roma a Piazza del Popolo con 50 mila persone accorse sabato 15 marzo su iniziativa del giornalista Michele Serra di “La Repubblica” all”insegna del motto “Tante città. Una piazza per l’Europa” che spiccava sul palco con tanti sindaci in fascia tricolore schierati. Tra loro il sindaco di Roma, che si è accollato il costo di 350 mila euro facendo gravare il totale delle spese organizzative, di varia natura, sui cittadini romani considerando di interesse pubblico una manifestazione per l’Europa, sebbene il marchio di Roma capitale non figurasse affatto e non ne fosse stata annunciata la sponsorizzazione; la circostanza è stata scoperta da un giornalista intraprendente creando un certo imbarazzo. L’altro motto “L’Europa siamo noi” – lo ha ricordato argutamente la trasmissione televisiva “Propaganda Live ” su “La 7”- è stata una sigla cantata da Cristina D’Avena, nel 1999, oltre un quarto di secolo fa: chissà se riproporla è stata una scelta per sottolinarne la persistenza, oppure una casualità. E’ stato distribuito, e sbandierato, il “Manifesto di Ventotene”, allegato al quotidiano del giornalista promotore, “La Repubblica” nello stesso giorno, per farne il fattore unificante di posizioni tanto diverse e divaricate, quasi una guida da seguire.
Nella discussione parlamentare sulla linea dell’Italia da portare nel Consiglio europeo dei giorni successivi da parte della premier Giorgia Meloni, il “Manifesto di Ventotene” e’ stato parimente evocato dall’opposizione. La presidente del Consiglio, che aveva sottoposto al voto del Parlamento la linea del governo nella Comunicazione iniziale, doveva ignorare nlla replica dopo il dibattito il Manifesto dopo che era stato dato tanto rilievo al documento? Non lo ha fatto, ed è stata la scelta giusta, data l’importanza attribuitagli dalle opposizioni; se lo avesse ignorato magari sarebbe stata rimproverata di sfuggire al confronto anche su questo. aspetto.
La cirazione testuale di passaggi non condivisi, nella replica della presidente del Consiglio
Il “Manifesto”, quindi, non è stato ignorato, anzi la Meloni ha introdotto i suoi riferimenti sottolineando che gli è stata data ampia diffusione nella grande manifestazione europeista di Roma ed è stato molto citato anche in aula dall’opposizione. Ma il testo del “Manifesto” non comprendeva soltanto l’esercito comune e la politica estera comune sostenuti tuttora dagli europeisti e mancanti, tra le funzioni dello Superstato europeo vagheggiato sono indicati soltanto, perciò sarebbe bastata la semplice citazione senza il lunghissimo testo. Evocare l’intero Manifesto con tanta enfasi, quasi fosse il “libretto rosso” di Mao, come qualcuno lo ha definito in modo irriverente, e farlo anche in Parlamento poteva sembrare non per rendere omaggio al suo valore simbolico, ma come guida per una diversa costruzione europea; anche se in parte alquanto ridimensionato dagli stessi autori, e quindi non poteva mancare una risposta, a scanso di equivoci, proprio in sede di replica nella discussione dibattito sulle linee da portare al Consiglio europeo.
Ernesto Rossi
La presidente Meloni ha espresso il rispetto per le manifestazioni e le iniziative, e poi ha citato in modo testuale con forza i passaggi maggiormente espressivi del tipo di Europa vagheggiata dal “Manifesto” stesso Poche frasi, ma fondamentali, sulla necessità’ di una “dittatura rivoluzionaria.”, sulla richiesta della necessaria “abolizione caso per caso della proprietà privata” , sulla scarsa considerazione per il popolo “immaturo” e la democrazia, vista come “un peso” . La Meloni ha concluso con le semplici parole rivolte all’opposizione, che se questa è l’Europa nella quale si riconosce, non è di certo la sua Europa. E si e seduta, aveva terminato la sua replica. .
Riportiamo il testo stenografico di questa parte del suo intervento, appena sommariamente riassunto, corsivi, ripetizioni e e interruzioni compresi, come fa il cronista scrupoloso impegnato a documentare con precisione: è la parte conclusiva della replica, viene dopo circa 40 minuti di risposte agli intervenuti sulle sue Comunicazioni.
GIORGIA MELONI, Presidente del Consiglio dei Ministri:: … Dopodichè non mi è chiarissima neanche l’idea di Europa alla quale si fa riferimento perchè, ovviamente, io sono sempre contenta e ho grande rispetto per la partecipazione, per le manifestazioni, per le iniziative. Nella manifestazione che è stata fatta, sabato, a piazza del Popolo, anche in quest’Aula, è stato richiamato da moltissimi partecipanti Il Manifesto di Ventotene. Ora, io spero che tutte queste persone , in realtà, non abbiano mai letto Il Manifesto di Ventotene., perchè l’alternativa sarebbe francamente spaventosa.
Però, a beneficio di chi ci guarda da casa e di chi non dovesse averlo mai letto, io sono contenta di citare testualmente alcuni passi salienti de Il Manifesto di Ventotene.
Cito. Primo: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”. E fino a qui, va bene. “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, , anzi dogmaticamente (…)”, caso per caso. “Nelle epoche rivoluzionarie in cui le istituzioni non devono già essere, la prassi democratica fallisce clamorosamente (…)”.
Eugenio Colorni
“Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarriti, non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni. La metodologia politica sarà… (Proteste dei deputati del gruppo Partito Democratico Italia Democratica e Progressista) .
PRESIDENTE: Potete commentare dopo, onorevole Fornaro e onorevole Provenzano, fate finire la Presidente del Consiglio.
FEDERICO FORNARO (PD-DP): Deve avere rispetto della storia!
PRESIDENTE: Avete la possibilità di parlare più tardi, e lo sapete, quindi eventualmente lo fate con modo più tardi! Per cortesia, facciamo finire la Presidente del Consiglio!
GIORGIA MELONI, Presidente del Consiglio dei Ministri: “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. E conclude che “esso” – il partito rivoluzionario – “attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla – sua – coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà, in tal modo, le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e, attorno ad esso, la nuova democrazia”.
Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia.
(Applausi prolungati dei gruppi di FDI, Lega, FI, Noi Moderati, proteste dei deputati del gruppo PD. Il deputato Fornero: “Vergognati, studia!”).
PRESIDENTE: Colleghi, colleghi, andiamo avanti. Colleghi, per cortesia……….
Le possibili risposte in una corretta dialettica politica, per di più parlamentare
A questo punto si aspetavamo interventi in replica dei parlamentari dell’opposizione, nella normale dialettica politica, in cui si sarebbe potuto criticare l’aggettivo “spaventoso” pronunciato dalla Meloni nell’introdurre le sue citazioni del “Manifesto”; ma il termine particolarmente forte era stato usato dieci anni prima nello stesso senso da Luca Ricolfi non certo di destra, anzi piuttosto orientato a sinistra.
Si poteva stigmatizzare il rilievo critico della Meloni alle frasi citate testualmente come espressive di un sistema non democratico e contro la libertà economica per la compressione dalla proprietà privata a discrezione dei dittatori rivoluzionari, ma la stessa interpretazione, oltre ad essere di Ricolfi, era stata espressa da Gianni della Loggia e confermata, appena nate le polemiche, dal giornalista neutrale Antonio Polito e soprattutto da Massino Cacciari, che con la sua veemenza ha lasciato di stucco Lilli Gruber, schierata al punto di chiedergli cosa ne pensava della Meloni che aveva voluto “demolire” il “Manifesto”, tutti da posizioni lontanissime dalla destra.
La lapide commemorativa a Ventotene
Oppure si poteva rivendicare la validità dell’intera impostazione del “Manifesto” – come ha fatto Ilaria Salis – affermando la piena adesione ideologica, o, al contrario, considerando le espressioni estreme comprensibili – anche se non accettabili oggi – in quanto frutto della situazione d’emergenza nel 1941, con l’Europa squassata dalle dittature nazista, fascista, franchista e, possiamo aggiungere, comunista anzi bolscevica; per cui l’unica salvezza di poteva trovare, tanto più dalla condizione di confinati, nella palingenesi rivoluzionaria forzatamente ispirata dall’esperienza bolscevica, necessaria quanto transitoria, come del resto hanno ammesso implicitamente gli autori a normalità ripristinata rinunciando a riproporre tali eccessi.
E si poteva rivendicare il valore del “Manifesto” che – al di là del disegno rivoluzionario e collettivista legato al momento contingente – ha lanciato 84 anni fa la grande idea della Federazione dei paesi europei, per gli Stati Uniti d’Europa a somiglianza degli Stati Uniti d’America, faro di democrazia e presidio di libertà. Questa intuizione allora visionaria, legata al suo titolo originario, “Per un’Europa unita e libera”, è stata realizzata nei suoi contenuti non estremisti solo in parte, nell’assenza della difesa comune, fu bocciata la CED, Comunità europea di difesa, e nell’assenza di una unione politica con una politica estera comune, fu bocciata la Costituzione europea alla quale pure si era lavorato.
Perchè negli inteventi in risposta alla presidente del Consiglio da parte dell’opposiizone non la si è incalzata sull’esigenza di rilamciare il disegno federalista, espunto dagli eccessi rivoluzionari e collettivisti, sul quale si erano impegnati gli autori del “Manifesto”, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi , nel dopoguerra con il Movimento federalista europeo che Spinelli fondò nel 1943 non come partito tanto meno rivoluzionario, ma come soggetto interpartitico, e fu eletto due volte al Parlamento europeo dove rimase per dieci anni? E questo ben sapendo che – a quanto si può rilevare – la Meloni è per il rafforzamento degli Stati nazionali con le loro identità, quindi non sarebbe favorevole a un federalismo che nella visione nazionale porterebbe a sacrificarle per un Superstato europeo non accettato dai sovranisti.
Le opposizioni avrebbero potuto e dovuto esplicitare le proprie scelte politiche sul tema dell’europeismo, cruciale in vista del Consiglio europeo per il quale la presidente del Consiglio chiedeva il mandato da portare a nome dell’Italia. Rispondendo alla sua lunga replica, seguita alla sua lunga comunicazione iniziale, chiedendo una scelta chiara. Nulla di quanto sopra ipotizzato è stato detto e tanto meno fatto, si è buttato tutto “in casciara”, per usare un termine che riferito al Parlamento sembrerebbe irrispettoso, mentre è soltanto un eufemismo.
Altiero Spinelli. al centro, con Ernesto Rossi e Luigi Einaudi mei primi anni del dopoguerra
La cronaca di una gazzarra in Parlamento invereconda quanto del tutto immotivata
E’ avvenuto il contrario. Si e’ scatenata una bagarre invereconda con insulti forsennati alla presidente Meloni che aveva espresso una legittima quanto prevedibile opinione, manifestando rispetto per le iniziative con protagonista il “Manifesto”, senza neppure criticarne il contenuto, con le sole parole di non riconoscersi in quella Europa delineata dai brevi passi che aveva citato, impostazione del documento attenuata nei suoi aspetti estremi dagli stessi autori, la cui posizione, cessata l’emergenza del confino e la guerra, le ha dato ragione……. Il parlamentare del P D citato nel verbale per una interruzione, nell’intervento successivo dopo forti accuse, ha esclamato con voce vibrante ” lei si deve inginocchiare dinanzi a questi uomini e queste donne, altro che dileggiarle, vergogna, vergogna, vergogna”, con voce strozzata sciolta poi in un pianto accorato, mentre si accasciava stremato sul seggio, subito circondato dai parlamentari del suo gruppo intenti a confortarlo.
Nè possiamo omettere di ricordare il parlamentare il quale non ha sopportato che l’oggetto delle sue violenti accuse – la presidente Meloni appena rientrata e sedutasi al banco del governo – lo ascoltasse con attenzione senza indignarsi ma con un leggero sorriso appena affiorato sul viso tranquillo; si è scatenato proprio contro quell’atteggiamento sereno che esprimeva una attenzione evidentemente mal riposta, neppure scuoteva il capo nel dissenso, con una vera aggressioone verbale, forse sperava che lei cadesse nella provocazione per farne un “caso”, oppure è stato un attacco di maschilismo becero, con Draghi e gli altri presidenti non avrebbe dileggiato un sorriso appena accennato. A questi ed altri eccessi negli interventi vanno aggiunte le urla scomposte di tanti altri parlamentari di sinistra, non intervenuti nel dibattito, con le braccia protese nelle invettive verbali, quasi per evocare lo scontro fisico, neppure fossero fondamentalisti islamici dinanzi al vilipendio del Corano. Qui neppure una critica al testo evidentemente considerato “sacro” più della Bibbia e dei Vangeli, soltanto la non condivisione del tipo di Europa risultante; avendolo fatto dopo alcuni anni gli autori, secondo gli scalmanati di oggi sarebbero da condannare!. .
Le reazioni fuori dal Parlamento, dai talk show televisivi a Prodi e Benigni, con Bertinotti
Inutile citare le tante reazioni ostili anche fuori dal Parlamento, nella stampa e nei talk show in Tv, vogliamo solo dare una precisazione rispetto all’insinuazione avanzata con energia anche dalla leader del PD Schneil, di aver voluto creare scientemente un diversivo per non affrontare i problemi concreti della posizione in Europa che la troverebbe in grande difficoltà. Legittimo fantasticare, ma noi vogliamo documentare la realtà, citando soltanto alcuni dati. Sempre nel testo stenografico la comunicazione iniziale alla Camera della presidente Meloni è costituita da 20 colonne di 50 righe ciascuna, la replica da 15 colonne di cui soltanto 1 colonna per la citazione conclusiva del “Manifesto di Ventotene” nel quale il commento ha preso solo pochissime righe all’iniizo e alla fine. Quindi 35 colonne rispetto ad una colonna, meno del 3%, se è un diversivo questo…… A meno che non lo si intenda come provocazione, allora la colpa è dei parlamentari che ci sono caduti, facendo la parte del toro al quale va il sangue agli occhi quando gli viene sventolato un “panno rosso”, come tanti deputati di sinistra alla Camera. Scambiando le citazioni della Meloni per una “muleta”, e l’aula di Momtecitorio per “Plaza de toros”.
Ma la … corrida non è finita, questa volta protagonista è Romano Prodi, già presidente del Consiglio e della Commissione europea, impegnato come professore a livello internazionale, fuori dall’impegno politico diiretto ma riferimento costante di una parte del centro-sinistra. Ebbene, una esperta giornalista di Mediaset, Lavinia Orefici, al margine di un convegno, per “Quarta Repubblica” di Rete 4, gli ha chiesto in modo garbato cosa pensasse del passaggio del “Manifesto di Ventotene” sulla proprietà privata che dovrebbe essere abolita, regolata, ammessa caso per caso, tema attuale perchè, come so è visto, la Meloni ha citato testualmente la frase del documento. A questo punto l’inattesa reazione stizzita del sempre cortese e disponibile professore, che non solo le ha risposto in modo molto sgarbato – per lui inusuale data la sua proverbiale pacatezza – ma ha proteso le mani in modo ostile, come molti parlamentari del PD nella loro protesta alla replica della Meloni.
La lapide della firma a Roma del Trattato europeo a 60 anni dalla pubblicazione del “Manifesto”
Ecco cosa ha lamentato la giornalista sabato 22 marzo: “Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da 10 anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna”. Poi, nel dichiararsi “dispiaciuta perchè il presidente Prodi non si sia semplicemente scusato per il gesto”, ha aggiunto: “Le cose più gravi sono le inaccettabili parole, inappropriate e paternalistiche contro un giornalista che pacatamente ha chiesto un commento su ciò che ha detto la premier Giorgia Meloni in aula”. Prodi ha smentito di averle tirato i capelli, dicendo di averle messo soltanto per un attimo la mano sulla spalla mentre le rispondeva, quasi per attirarne l’attenzione,. Vedremo la scena nel filmato trasmesso nella puntata di stasera 24 marzo nella trasmissione “Quarta Repubblica” su Rete 4 in prima serata, condotta da Nicola Porro che ha denunciato con molta enfasi l’episodio. Ma è stato già annunciato un fotogramma inequivocabile che conferma la denuncia della giornalista.
Non è questo che ci interessa, può esserci stato un fraintendimento, comunque nulla di rilevante, Prodi continuiamo a considerato pacato e disponibile verso i giornalisti di qualsiasi testata. Per noi conta la risposta che ha dato, sia pure con malagrazia, alla giornalista: “Era nel 1941, gente messa in prigione dai fascisti. A cosa pensavano secondo lei, al trattato dell’articolo secondo della Costituzione? Dico, ma il senso della storia ce l’ha lei, o no?”. Per concludere con un paragone illuminante replicando alla precisazione della giornalsta che la sua domanda nasceva dal fatto che quel passaggio era stato citato nella replica in Parlamento della presidente del Consiglio: “Vabé, ma io allora le cito un verso di Maometto, e lei mi dice ‘Cosa ne pensa di Maometto?’. Su, questo è far politica in un modo volgare, scusi”. Lo “scusi” finale potrebbe riferirsi al tono sgarbato e potrebbe esimerlo dal chiedere scusa….. sarà sfuggito alla giornalista che si è lamentata dell’assenza di scuse, quindi il caso si può considerare chiuso. Semmai può scandalizzre la levata di scudi a favore di Prodi, indifendibile, con l’autorevole Massimo Giannini di Repubblica, che è arrivato ad elogiare “la lezione di Prodi ai poveri sicari del giornalismo di regime”, quasi che essere di Mediaset voglia dire non essere giornalisti a pieno titolo…..
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni mentre nella replica legge alcuni passaggi del “Manifesto”
A parte questi deplorevoli eccessi, tornando a Prodi, ci sembra inesatto riferire il parallelo fa lui accennato alla Meloni, che con quella citazione e le altre non intendeva riferirsi alle persone, gli estensori del “Manifesto”, ma al tipo di Europa che ne derivava, nella quale lei legittimamente non si riconosceva. Soprattutto, però, il “verso di Maometto” si riferisce al Corano, quindi il “Manifesto di Ventotene” , per il quale Prodi lo ha evocato, sembra venga equiparato a un testo sacro. Di qui la reazione incontrollata che richiama quella dei fondamentalisti islamici se si tocca il Corano; come la citazione rispettosa della Meloni in Parlamento, così la domanda garbata della giornalista a Prodi in margine a un convegno, sono state viste, anzi “sentite”, al pari del “drappo rosso” davanti agli occhi del toro.
Ci sembra sia avvenuto questo in tanti parlamentari della sinistra, la reazione di Prodi la vediamo come la cartina di tornasole che lo conferma. Del resto, Fausto Bertinotti, l’ex presidente della Camera, ha considerato “imusuale” la sua reazione. aggiungendo: “Nemmeno io sono riuscito farlo arrabbiare così. Capisco la reazione, ma non sono d’accordo sulla sostanza”. E si tratta del leader dei “Rifondazione comunista” che fece cadere il governo Prodi nel 1998 ritirando la fiducia. Questa volta, c’era qualcosa di più urticante, forse fideistico…
Un momento delle veementi ptoteste dei deputati dell’opposizione nell’aula della Camera
Un qualcosa che ha irritato, anzi esasperato, lo stesso Bertinotti, fino a farlo esplodere, il 22 marzo, con queste parole che superano le stesse espressioni molto violente ascoltate in Parlamento: “Se tu stai parlando di un atto che fino all’altro ieri è stato considerato fondativo della Repubblica italiana, tu irrompi contro. Di fronte a questa aggessione io, che sono un non violento, avrei lanciato un oggetto contundente contro la presidente del Consiglio, facendomi espellere”.
E se poi ha cercato di ridimensionare dicendo che l'”oggetto contundente” sarebbe stato un libro – come Prodi che avrebbe appoggiato una mano sulla spalla della giornalista e non le avrebbe tirato i capelli – ha fatto bene il noto giornalista Giuseppe Cruciani a irriderlo replicando che non solo il “Manifesto” non è stato “fondativo” di nulla, ma che anche un grosso libro dalla rigida rilegatura può spaccare la testa, e altrettanto bene Nicola Porro a chiedergli dove voleva colpirla, se alla testa e se voleva vedere il sangue.
Il deputato del PD Federico Fornaro nel suo violemto intervento, culminato nel pianto finale
Anche questa smodata esasperazione di uno cone Bertinotti, “non violento” come Prodi, fa pensare a quel qualcosa di più sul piano ideologico che diventa fideistico con ececssi fondamentalisti. Qualcosa di fideistico c’era già stato nel “sogno” di Roberto Benigni, la trasmissione in onda su Rai 1, la rete ammiraglia della Rai, la stessa sera della replica della presidente Meloni alla Camera dei deputati con la sua famigerata citazione del “Manifesto” . Non un “sogno di prigioniero” – anche se era nella TV… meloniana – ma una evocazione ammirata del “Manifesto” lanciandosi nell’equiparazione a un altro testo sacro – ben prima di Prodi che ha citato il Corano, come abbiamo visto – freudianamente equiparandolo alla Bibbia, lui che aveva dedicato diversi anni fa ai “Dieci comandamenti”, oltre che alla Costituziione, memorabili trasmissioni.
Ha detto con il suo tono travolgente che negare il valore del “Manifesto” sarebbe come dire che “la Bibbia non vale niente perchè bisogna lapidare chi lavora il sabato e che il sole gira intorno alla terra, bisogna buttarla per questo?”. Dimenticando di aver affermato poco prima che l’idea fondamentale dell’unificazione dell’Europa era stata già evocata in precedenza da Einaudi ed altri, ma solo loro avevano trasformato un’inruizione in un programma politico, un vero progetto concreto. E proprio nel progetto concreto la Meloni ha affermato di non riconoscersi precisando anche il perchè con le famigerate citazioni delle parti da lei non condivise del “Manifesto” . Ma non è tanto questo che vogliamo sottolineare quanto l’equiparazione a un testo sacro, la Bibbia per Benigni, oltre al Corano per Prodi; mancano solo il Talmud e la Torah dgli ebrei e il Tripitaka dei buddisti!
Il prof. Romano Prodi nella sua reazione stizzita alla domanda della giornalista di Mediaset, per Rete 4
“Il Manifesto di Ventotene dalla storia alla cronaca” è il tema di questo nostro scritto, e della cronaca fa parte anche l’episodio che ha coinvolto il sempre pacato e riflessivo prof. Prodi, come le enfatiche evocazioni di Benigni. Come della cronaca fa parte l’iniziativa di una delegazione dei parlamentari del PD e AVS, “Italia viva”, e “+ Europa”, di recarsi a Ventotene sabato 22 marzo a deporre una corona sulla tomba del padre del “Manifesto”, Altiero Spinelli; iniziativa di per sè encomiabile se non fosse stata intrapresa per rimediare a quella che sembra sia stata considerata una profanazione nella conclusione della replica della Meloni, considerazione del tutto infondata, e non ripetiamo per l’ennesima volta il perchè, siamo anche qui nella sacralità….
Chiude la nostra cronaca la riproposizione di ieri, domenica 23 marzo, da parte di “La Repubblica” , del “Manifesto di Ventotene” in allegato al quotidiano, facendo seguito a quanto fatto sabato 15 mrzo per la manifestazione romana a Piazza del Popolo lanciata dal suo Michele Serra cui Giorgia Meloni si e’ riferita. Ecomiabile anche questa iniziativa, se non finalizzata a riproporre “quella Europa” nella quale la Meloni ha detto di non riconoscersi, e nella quale, negli aspetti estremi da lei richiamati, non si è poi riconosciuto neppure Spinelli, che non va strumentalizzato da epigoni prevenuti. Ed è stato pretestuoso rispolverare le poche righe di un suo tweet del 2016, nel quale attribuiva agli autori del “Manifesto” una maggiore conoscenza dell’Europa, per denunciarne l’incoerenza, 9 anni fa si riferiva al titolo e alla fama, ora ha dovuto verificarne il contenuto perchè esibito sulla piazza e in Parlamento quasi come programma da attuare nel rilancio dell’Europa. Nessuna incoerenza, ma consapevolezza.
Fausto Bertinotti, nel suo commento da “non violento”, immotivatamente esasperato
Considerazioni sul comportamento delle opposizioni senza logica oltre che fuori misura
La presidente, dunque, si è limitata ad esprimere la propria ferma opinione di non riconoscersi nell’Europa vagheggiata dal “Manifesto d Ventotene”, citandone i passi non condivosi con una posizione personale e politica senza alcuna condanna esplicita, mentre le parti estreme da lei lette furono sconfessate al ritorno alla normalità dagli stessi autori. E la Premier lo ha fatto dovendo dare una risposta dopo che il “Manifesto” e’ stato evocato quasi come guida attuale proponendolo nella sua interezza e non solo per il “sogno” europeista vagheggiato con ammirevole preveggenza 84 anni fa in una situazione drammatica.
Non sarebbe servito diffondere e sbandierare il lungo testo, ma solo il titolo e citarlo per sostenere l’esigenza di una politica comune con una difesa europea e una politica estera comune, indicate senza precisazioni nel documento, e non realizzate in una Unione europea oggi limitata alla integrazione economico-commerciale, solo parzialmente monetaria, e alla libera circolazione con interventi di solidarietà e riequilibrio resi minimi da un bilancio estremamente ridotto. Si sarebbe evitata la comtestazione degli elementi “rivoluzionari” e collettivisti dai quali è così lontana, felicemnte, l’attuale Unione europea.
Roberto Benigni nella trasmissione “Il sogno” su Rai 1, in cui ha ervocato con forza il “Manifesto”
Semmai andava considerata allarmante la demonizzazione della Russia come minaccia incombente da portare l’Unione europea al riarmo, da cui è nata l’iniziativa della Commissione dell’Unione, ” Rearm Europe”, oggetto della seduta parlamentare prima dell’incontro del Consiglio europeo. Sulla linea del “Manifesto di Ventotene” si dovrebbe allora pensare a farla entrare, nel tempo anche lungo necessario, nella Unione europea – per impedire l’inevitabile guerra di una Stato sovrano non imbrigliato dal Superstato comunitario – riproponendo, a crisi Ucraina conclusa e per favorirne la conclusione nella pace, l’inserimento nel G7 divenuto G8 quasi venti anni fa.
E questo per la lungimiranza dell’allora nostro premier Berlusconi; e soprattutto non ostacolando – come avviene colpevolmente oggi – i tentativi di giungere alla pace messi in atto dal presidente americano Trump per il pregiudizio politico ed ideologico che porta ad enfatizzare strumentalmente le sue “sparate” verbali, scambiandole per minacce omcomtenibili, invece di pensare a facilitarne l’azione meritoria quanto mai difficile, anche se svolta con i suoi metodi che possono sembrare discutibili, per usare un eufemismo. Si risponderebbe così allo spirito più elevato del “Manifesto”, in una analoga utopia non irrealizzabile – come è stata quella realizzata pur se con radicali correzioni – nel quale veniva vagheggiata con forza l’Inione europea, pur senza citarle, anche della Germania allora nazista, dell’Italia allora fascista, della Spagna allora franchista..
La manifestazione per l’Europa a piazza del Popolo a Roma,, con al centro il “Manifesto”
Un interrogativo ai lettori, a chi attribuire la qualifica di “fascista” rivolta alla Meloni
Detto questo, in via del tutto ipotetica, torniamo con i piedi per terra e ci avviamo a una semplice conclusione, Si è defiinita, in alcuni interventi dell’opposizione, ” fascista” la presidente Meloni accusandola di aver calpestato la ” Costituzione antifascista” con la sua citazione di alcuni brani del “Manifesto”, peraltro testuale con il solo commento che quella ivi delineata , non e’ la sua Europa.
E la gazzarra indecorosa in Parlamento, sempre dell’opposizione, ha impedito quasi fisicamente di proseguire la seduta. Ricordiamo che la sempre citata, on sempre a proposito, ” Costituzione antifascista” tutela come massimo valore, proprio in reazione al fascismo e ad ogni altro autoristarismo, l’ assoluta libertà di esprimere il proprio pensiero assicurata a tutti senza discriminazioni, tanto meno, non servirebbe precisarlo, per il Capo del governo nella sede istituzionale più sacra.
A piazza del Popolo il palco con il promotore Michele Serra, dietro lo slogan “L’Europa siamo noi”
La leader del PD . Elly Schneil, nella sua invettiva, ha accusato la presidente del Consiglio di fare una cosa molto grave sviando l’attenzione, quando la Meloni ha parlato del “Manifesto di Ventotene” Ventotene nei pochissimi minuti finali dopo quaranta minuti dedicati ai temi europei; mentre chi ha realmente… sviato l’attenzione addirittura impedendo di proseguire la discussione in Aula, sono stati i parlamentari del suo gruppo e il resto dell’opposizione con l’indegna gazzarra che hanno inscenato. Non solo, ma ha anche detto che la presidente del Consiglio non poteva permettersi di parlare così dei personaggi sacrificati al confino che hanno scritto la nostra Costituzione – forse, commentiamo, in senso figurato, non essendo stati tra i Costituenti – aggiungendo che colpevolmente non vuole dichiararsi “antifascista”.
Mentre il capogruppo del suo partito al Senato, Francesco Boccia, sulla sua stessa linea, ha così sentenziato: “La destra parlando in questo modo di Ventotene non si riconosce nella nostra Costituzione” Parlando in questo modo vuol dire dichiarando di non riconoscersi nell’Europa prefigurata in quel documento di oltre 80 anni fa, su cui non hanno insistito neppure i suoi autori, per gli aspetti illiberali e antidemocratici, quando la proprietà privata è garantita eccome dalla nostra Costituzione, non certo da abolire o ammettere “caso per caso” come è scritto nel “Manifesto”, per fermarci qui senza citare gli altri passaggi visibilmente antidemocratici.
I sindaci accorsi a piazza del Popolo, sul palco con lo slogan “Tante città, una piazza per l’Europa”
Allora è fuori dalla Costituzione chi esprime liberamente il proprio pensiero, tanto più nelle aule parlamentari? Oppure chi contesta questo diritto anche impedendo fisicamente la discussione? A questo punto, per quanto avvenuto, si pone l’interrogativo su chi ha calpestato la “Costituzione antifascista” . Perché coloro che lo hanno fatto sono, loro si, ” fascisti”. Poniamo l’interrogativo al termine della nostra ricostruzione – che abbiamo cercato di fare senza pregiudizi, stando ai fatti e alle motivazioni – di un evento molto particolare, e intrigante perché molto significativo, che ha agitato il mondo politico e l’informazione in questa settimana così tesa e inquieta su tanti fronti, dalle guerre in Ucraina e nel Medio Oriente, al timore per i dazi che verrebbero imposti dagli Sttai Uniti di Trump dal 2 aprile se non verranno scongiurati, a emergenze climatiche e difficoltà economiche.
Non rispondiamo, noi che siamo i cronisti, all’interrogativo che abbiamo posto, lasciamo la risposta ai lettori interessati che hanno avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questo lungo scritto. Chiudiamo con le quattro parole che abbiamo posto alla fine di recenti nostri commenti su posizioni e fatti politici contigui a questo che abbiamo commentato oggi, parole che ci sembra calzino veramente a pennello: “Il mondo alla rovescia”.
La demonizzazione della presidente Giorgia Meloni per la sua libera opinione
Info
Gli scenari di fondo della rievocazione storica e del resoconto della cronaca sono l’isola di Ventotene, l’Aula della Camera dei deputati, piazza del Popolo a Roma, con cenni ad interventi esterni, le immagini faranno ambientare nel viaggio appassionato del testo. Fuori da questo contesto, citiamo i nostri precedenti articoli sull’isola di Ventotene e su quella vicinissima di Santo Stefano, pubblicati alcuni anni fa in occasione di viaggi sulla barca di un caro amico, con la descrizione dei luoghi nelle circostanze speciali dei visggi stessi e, per Santo Stefano, con la ricostruzione della storia del penitenziario ora in via di trasformazione in una sede di studi europeo ititolata a David Sassoli, presidente del Parlamento europeo prematuramente scomparso; li abbiamo ripubblicati nel 2022 e 2023, in memoria dell’amico Ciro Soria che mi aveva ospitato nella sua barca, anch’egli scomparso. Cfr., dunque, gli articoli in questo sito: per Ventotene, Villa Giulia a Ventotene, la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso 4 giugno 2022, “Sul mare”, il film di D’Alatri su Ventotene, un’emozione senza fine 4 maggio 2023, e Ischia, festa di Sant’Anna, il Palio dei carri di Tespi 2009, 22 aprile 2023; sulla vicina isola di Santo Stefano: Santo Stefano, 1. Archeologia carceraria del penitenziario-teatro, 2 giugno 2022, e Santo Stefano, 2. Le storie dei reclusi nel penitenziario-teatro 3 giugno 2022. Aggiungo – tale è stato il legame con l’amico Ciro,al quale collego le mie visite a Ventotene, di cui agli articoli sopra ricordati – la citazione dei due articoli rivolti alla sua memoria: “Ciro Soria, buona navigazione Lassù, nellalto dei cieli!” 21 aprile 2023, e “Ciro Soria, 40 anni di matrimonio con il sostegno a Ibby” 23 aprile 2023.
Photo
Le immagini seguono la successione dei temi del testo, prima la rievocazione del “Manifesto di Ventotene”, che viene resa visivamente con le immagini dei protagonisti al confino – Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorno, e altri confinati, alcuni con loro, altri in folto numero – alternate a immagini dei luoghi, sia pure nello stato attuale e non quello di allora, per dare una idea dell’ambiente, con i due autori principali del “Manifesto” anche nel dopoguerra insieme con Einaudi, e due Lapidi che ne celebrano la lungfimirante visione europea. Poi la scena si sposta in Parlamento, alla Camera con la presidente Meloni ripresa mentre cita in modo critico alcuni passi del “Manifesto” suscitando forti proteste dell’opposizione evidenziate da una immagine con alcuni parlamentari che inveiscono protendendo le braccia, l’altra con il deputato Fornaro nella sua invettiva conclusa nel pianto; a queste sono collegate le immagini di due personaggi che hanno citato entrambi polemicamente dei testi sacri, Prodi e Benigni, tra loro Bertinotti per il suo commento, inatteso nella sua violenza Quindi si cambia di nuovo scena, tre immagini sulla manifestazione a Piazza del Popolo a Roma, la prima dall’alto sulla piazza stracolma, le altre due recano bene in vista le grandi scritte con gli slogan, una con il promotore Michele Serra, l’altra con i molti sindaci in fascia tricolore. Infine una immagine evocativa della demonizzazione della presidente Meloni e, in chiusura, l’omaggio di tre partiti di opposizione PD, AVS e “+ Europa” alla tomba di Altiero Spinelli a Ventotene, quasi per una riparazione. Le immagini sono state tratte dai siti di seguito citati , i cui titolari si ringraziano dell’opportunità offerta. Si precisa che sono inserite a mero scopo illustrativo, senza alcun intento di natura pubblicitaria e nessun riflesso di natura economica, aggiungendo che qualora la pubblicazione della foto non fosse gradita a qualche titolare del sito, basterà farlo presente mediante un post “on line” nello spazio dei commenti e verrà immediatamente eliminata. I siti sono i seguenti, nell’ordine di inserimento delle immagini nel testo: patria indipendente, il manifesto, turismo pontino, il manifesto, latina 24 or, lanterna, l’isola di dante, CMLC, vedi lazio, rivoluzione, etruria news, il giornale, think, patria indipendente, avvenire, il sole 24 ore, corriere romano, bubino blog altervista, la repubblica, rai play, la repubblica, la repubblica, il quotidiano news, la voce del serchio, rai news. Di nuovo, grazie a tutti.
L’omaggio ad Altiero Spinell con la deposizione di una corona sulla sua tomba a Ventotene, da parte del PD, con AVS e “+ Europa”, in fondo gli on. del PD, , a sin. Zingaretti, a dx Provenzano,